Nello spezzare il pane…

Prime impressioni di suor Mercy, giovane MC keniana che oggi cammina con la gente della missione di Vilacaya, in Bolivia.

Per me la missione è un dono in cui mi si svela la presenza amorosa di Dio e sperimento profondamente che l’essere qui, tra questo Popolo, è un compito che Lui stesso mi ha affidato.

Per raggiungere Vilacaya (Bolivia) dall’Argentina, ho dovuto fare un viaggio lungo e faticoso, che durò all’incirca due giorni. Ma la mia determinazione ed entusiasmo sono stati decisivi per superare ogni fatica! Mentre oltrepassavo la frontiera dall’Argentina alla Bolivia, ho iniziato a sentire che era proprio questa la mia missione ed ero molto felice ed emozionata di poter arrivare in questo luogo. La prima sfida che ho dovuto affrontare è stata quella dell’altitudine, e per questo ho innalzato a Dio la mia preghiera chiedendo il suo sostegno. E posso affermare che grazie ad essa sto superando tante difficoltà e paure, nella certezza che il Signore è con me. Insieme alla preghiera, m’incoraggia anche il fatto di essere in una comunità di Sorelle, che mi hanno accolta con grande amore e fraternità.

Vilacaya è un luogo circondato da colline che si intrecciano tra di loro e, anche se hanno poca vegetazione e sono sassose, secche e fredde, sono di una bellezza inaudita. La gente di Vilacaya è molto accogliente, gentile, amabile e generosa. Sfortunatamente la Bolivia, in generale, da alcuni anni soffre le conseguenze del cambio climatico che ha provocato l’attuale crisi idrica; ciò sta portando molta gente ad emigrare.

Al momento mi dedico alla visita delle comunità di Vilacaya, insieme alle mie consorelle, e sento che la gente ci riceve con tanta gioia. Quando hanno saputo che io sarei rimasta con loro, sono stati molto felici, nonostante una volta una donna mi abbia chiesto: “Perché hai deciso di rimanere in Vilacaya dove il clima è così sfidante?” Ed io le ho risposto: “Perché mi piace tantissimo la gente di Vilacaya”. Ella ha sorriso ed è stata felice. In quel momento ho sperimentato che la nostra presenza in quella zona è un segno di consolazione e speranza per la gente.

Uno tra i tanti aspetti che caratterizzano questo Popolo è appunto quello dell’accoglienza, che si manifesta particolarmente attraverso l’invito a mangiare insieme, che per loro è un mezzo che aiuta a tessere relazioni, che porta all’accettazione e alla riconciliazione. È quindi una loro prassi quella di invitare a mangiare l’ospite dopo una visita, oppure i partecipanti ad una celebrazione. È un modo per esprimere apprezzamento, ospitalità e generosità. Questo gesto riporta alla mia memoria il passo biblico dei discepoli di Emmaus che avevano camminato con il Signore come fosse uno straniero, ma invitandolo a rimanere con loro per condividere la cena, hanno potuto scoprire la sua vera identità. Il fatto di condividere insieme il cibo con la gente è di per sé un momento sacro, nel quale Cristo si rivela a noi come a quei discepoli. Perciò io gioisco pienamente ogni volta che ho l’opportunità di condividere questi momenti insieme ai Vilacayani, giacché si spezza non solo il pane, ma è l’occasione per conoscerci ed arricchirci vicendevolmente.

Ammiro la loro organizzazione in comunità, dove si lavora seriamente per l’interesse comune e si protegge e cura la vita di ogni persona, prendendo sempre attraverso il dialogo, le decisioni da realizzare per ogni situazione. Riescono inoltre ad ampliare i loro circoli per dare il benvenuto ai visitatori, per proteggerli e prendersi cura di loro. Sono stata molto edificata un giorno che la polizia era entrata nella nostra casa, per verificare dove vivevamo e per fare le pratiche dei miei documenti. Quando essi entrarono nella nostra casa, molta gente si avvicinò per proteggerci, perché avevano pensato che qualcosa di grave fosse successo, e gli stessi poliziotti uscendo si sono meravigliati nel vedere tutta quella gente! Questo è stato un segno di quanto la gente ci ama, apprezza e protegge.

L’esperienza che sto vivendo mi aiuta a capire che essere missionaria della Consolata è una scuola continua di apprendistato dove imparo ad essere consolata dal Signore per poter consolare con quella stessa consolazione che da Lui ricevo. Sto imparando tante cose sia dalle mie consorelle più esperte di missione, che dalla stessa gente, che ha una cultura tanto bella e tanto ricca.

suor Mercy Mabuti, mc

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Diventando amici di Gesù

Le prenovizie argentine condividono un sogno divenuto realtà: ricominciare l’animazione dell’ Infanzia Missionaria, per fare conoscere ei piccoli Gesù e la passione per la missione

Il sogno di ricominciare l’ Infanzia Missionaria nel Collegio di Mendoza è cominciato a crescere nei nostri cuori all’inizio dell’anno 2017: tutto, in realtà, ci sembrava tanto lontano, però ci siamo lasciate entusiasmare da questo desiderio: siamo salite sulla barca delle “Pontifice Opere Missionarie” per realizzare questo sogno.  

In un primo momento ci siamo ritrovate con la sfida di entrare nella realtà del Collegio Santa Teresita, un luogo che si è dimostrato accogliente e di famiglia, dove ci hanno aperto le porte e altri si sono uniti a questo sogno: poco a poco si sono aggiunti membri all’equipaggio della nostra barca: alcuni studenti hanno risposto con entusiasmo alla proposta di diventare animatori, ma con il tempo si sono ritrovati con altri impegni da compiere e abbiamo avuto paura che il sogno non potesse realizzarsi.  Però, con nostra grande sorpresa, e con la grazia dello Spirito Santo, abbiamo potuto continuare la scommessa, e cinque giovani degli ultimi anni delle superiori, hanno iniziato a remare con noi nella barca, in compagnia dei Laici Missionari  Cristina, Oscar e Carina.

Ed è così che, dopo sei mesi di formazione e perseveranza, il 23 settembre il sogno si è realizzato, ed è iniziata l’avventura dell’Infanzia Missionaria, con la partecipazione di bambini dai sei ai nove anni, alunni del Collegio Santa Teresita. Con molta gioia e soddisfazione, il 29 settembre, alla vigilia della festa della Patrona del Collegio, Santa Teresa di Lisieux, le animatrici hanno ricevuto i simboli e si sono impegnate pubblicamente nel servizio ai bambini.

Così ci raccontano: “Quando abbiamo iniziato Infanzia, lo abbiamo fatto grazie all’entusiasmo che le coordinatrici dimostravano verso di noi, all’incoraggiamento e alle proposte interessanti che ci facevano. Avevamo 7 anni, eravamo bambine e ci interessava sapere che cos’era l’Infanzia Missionaria. Siamo state sempre parte del gruppo, da quando è iniziato fino al momento in cui si è sciolto. Non volevamo saperne nulla dell’idea che questo gruppo così bello finisse: le uscite creative, gli insegnamenti… Siamo felici di aver fatto parte di quel gruppo, abbiamo imparato tanto e sentiamo realmente Cristo nel nostro cuore. Oggi, dopo sei anni e mezzo, siamo più grandi e siamo capaci di formare i bambini, imparare da loro e loro da noi. Per quanto ciascuna di noi ha mille cose per la testa, vogliamo essere partecipi di questo progetto, continuare con l’aiuto di Dio e delle nostre coordinatrici, che dimostrano molta energia, hanno le pile cariche! Ci sentiamo soddisfatte e orgogliose!”

Tutto questo percorso non sarebbe stato possibile senza il sostegno affettuoso delle Missionarie della Consolata e della direzione del Collegio Santa Teresita, che con gioia ed entusiasmo, fin dall’inizio, si sono uniti in questa “pazzia missionaria”, che nel cuore continua a nutrire molti progetti futuri.

Muriel Leiva e Nadia Leitner, prenovizie

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Ricordi di una visita

le missionarie della Consolata alla Messa del Papa in Bogotá

Visitati dal messaggero di pace, gioia e speranza. Il Papa Francesco in Colombia

L’ ultima visita di un Sommo Pontefice in Colombia è stata con san Giovanni Paolo II, 31 anni fa. E come non festeggiare con tanta gioia l’arrivo del nostro caro Papà Francesco, il terzo Papa che ci visita, e questa volta è un Papa Latino americano! Ci sentiamo in famiglia e lo accogliamo a braccia aperte, musica, canti, danze, testimonianze, celebrazioni, con grande fervore e molta festa. Certo, c’è stato anche chi ha criticato la sua visita, però questo fa parte de la routine di un personaggio tanto importante.

Alla Messa celebrata nel Parco Bolivar abbiamo participato quattro missionarie della Consolata: suor Alicia, suor Luz Alba, suor Carmen Rosa e suor Inés. Le altre sorelle hanno accompagnato gli eventi alla televisione.

Sono stati 5 giorni nei quali abbiamo sperimentato, vissuto e goduto questa visita amica, semplice e vicina. In goni città visitata i temi erano specifici: in Bogotà: “La vita, la pace e Maria Madre della Vita”. In Villavicencio: “La riconciliazione”. In Medellìn: “La vocazione della nostra vita cristiana” e infine nella città di Cartagena: “Diritti umani e dignità nel mondo del lavoro”.  Pur nella diversità di temi, tutto il paese ha ascoltato il suo forte messaggio di unità e riconciliazione. Il titolo della visita era: “Diamo il primo passo”, e abbiamo potuto constatare che le sue parole consolatrici, fortificanti e incoraggianti, in questo proceso per ricostruire una nuova Colombia, così fortemente ferita e sofferente, calpestata dalla guerra.

Questa è una grande sfida, che inizia prima di tutto disarmando il cuore e allo stesso tempo essendo ponti di pace. Una delle frasi del Papa Francesco, non solo per noi colombiani, ma per tutta l’umanità, così dice: “Bisogna abbattere i muri della sfiducia e dell’odio promuovendo una cultura di riconciliazione e solidarietà. La riconciliazione si ottiene con lo sforzo di tutti, perché gli alberi stanno piangendo tanta violenza”.

CI invita a una riconciliazione integrale con Dio, con noi stessi, con l’altro e con la natura, che è la nostra casa comune. E’ in questo dialogo tra fratelli riconciliati che la pace può brillare: nelle tante testimonianze di vita di fratelli e sorelle abbiamo ascoltato e constatato come dare il primo passo. CI siamo emozionati e lo stesso Sommo Pontefice ha ringraziato per quello che stava ricevendo: tante lacrime, tanta speranza, la frase: “Dio perdona in me” e ha chiamato quei momenti: “Lezioni di alta teologia”.

Il Papa Francesco ha fatto come Gesù: “Lasciate che i bambini vengano a me”: quando genitori alzavano i bambini per salutarlo, il Papa li abbracciava con affetto, e quando ha visto due bambini vestiti da Papa, ha fatto fermare la Papamobile, è sceso, li ha abbracciati e li ha ascoltati dire: “Anch’io voglio essere Papa”. Ha incoraggiato i giovani a continuare il cammino, senza farsi schiavizzare dai vizi, e a andare a fondo dei propri problemi.

Parlando ai consacrati, li ha invitati a visitare le famiglie e a stare vicini alle situaizoni di dolore, a camminare insieme alla gente. Insomma, il suo messaggio si rivolgeva a tutti.

Si, abbiamo vissuto momento unici, indimenticabili, di fede forte e contagiosa, ogni messaggio presentaba consigli pratici che si sfidavano a impegnarci.

Come lo stesso Francesco ci ha detto: “Non lasciamoci rubare la speranza, la gioia, basta una persona buona per dare questo primo passo.  Non mettiamo ostacoli alla riconciliazione, l’atro è sacro, allora non abbiamo paura di volare in alto e sognare alla grande, portando l’abbraccio di pace al fratello più bisognoso e abbandonato”.  

Sr Inés Arciniegas Tasco, mc e sr Carmen Rosa Bernal, mc

 

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Testimoniare la forza trasformatrice del Vangelo.

Papa Francesco ci invita a riflettere e pregare sulla missione al cuore della fede cristiana, dicendo che “il mondo ha essenzialmente bisogno del Vangelo di Gesù Cristo. Egli, attraverso la Chiesa, continua la sua missione di Buon Samaritano, curando le ferite sanguinanti dell’umanità, e di Buon Pastore, cercando senza sosta chi si è smarrito per sentieri contorti e senza meta. E grazie a Dio non mancano esperienze significative che testimoniano la forza trasformatrice del Vangelo”.

In occasione della giornata Missionaria Mondiale (22 ottobre, 2017) tanti cristiani nel mondo siamo in comunione gli uni gli altri, nella preghiera e nella condivisione delle esperienze missionarie, che testimoniano la gioia della fede e della vita trasformata con la forza del Vangelo.

Vediamo questa galleria fotografica delle Suore Missionarie della Consolata, in missione…risposta di fede alla chiamata di Dio.

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3 gocce sconfiggono la siccità

La speranza si racchiude in tre gocce d’acqua

Gabriel è un giovane uomo, con una bella famiglia e un amore profondo verso la sua cultura originaria. Mi sta facendo pressione perché impari il quechua, ed io davvero voglio impararlo, ma alle volte mi manca il tempo. E così, sempre arriva con qualche libretto o programmino per il computer con la speranza che un giorno parli la sua amata lingua. Un altro bell’aspetto di Gabriel è che si interessa molto per la sua gente, e come buon leader ci presenta le difficoltà, e sa chiedere aiuto quando la situazione presenti bisogni urgenti.

Così è stato quando ci ha presentato il caso di Katariri: si tratta di una comunità piccola, in una zona montagnosa molto arida. I pochi che sono rimasti stringono i denti e cercano di sopravvivere, ma come si può senza acqua? La piccola scuola e le famiglie vicine da più di un anno non ricevono acqua, perché con la prolungata siccità le riserve idriche più superficiali si sono seccate.

“Hermanita” mi dice “la comunità è disposta a mettere olio di gomito, solo che hanno bisogno di un finanziamento per comprare i tubi e il cemento per raccogliere l’acqua un po’ più verso la cima dell’attuale sorgente”. Non chiedono molto, ma per loro davvero risulta impossibile raccogliere mille pesos. Non ci pensiamo tanto, e diciamo di sì: l’acqua è vita, e non si nega l’acqua a chi ha sete.

In poco tempo ci chiamano per dire: “I lavori sono finiti, adesso vi aspettiamo per l’inaugurazione”. Decidiamo per il 12 settembre, e ci chiedono la celebrazione della Parola. Non è la prima volta che andiamo a Katariri, ma questa volta conosciamo tutta la comunità, e rimaniamo in contemplazione di quei visi che da soli parlano di una vita dura, umile: le rughe, scolpite dal sole e dal vento, solcano facce di persone che sembrano molto più anziane della loro età anagrafica. Durante l’atto di inaugurazione, si mettono in fila, con l’immancabile cappello di feltro, e uno sguardo che non ha smesso di trasmettere dignità e voglia di vivere. Ogni volta è una contemplazione che mi fa cadere in ginocchio, davanti ai prediletti di Dio.

Ad un certo punto si presenta un signore che quest’anno è autorità originaria (un servizio gratuito alla comunità di coordinazione e lavoro per il bene comune). Presenta il lavoro svolto: ogni famiglia ha contribuito con il lavoro manuale per tre o dieci giorni. Questo significa scavare con il piccone, spostare pietre grandi, portare acqua per il cemento… lavoro duro, insomma. E alla fine, tira fuori dalla tasca due biglietti, uno da cinquanta pesos e uno da venti, e dice: “Questi sono i soldi che sono avanzati. Con questi compreremo altre cose per migliorare il lavoro”. Rimango senza parole: 70 pesos sono pochi, eppure nelle sue mani sembrano una ricchezza, e lo sono: in un mondo nel quale piangiamo la corruzione diffusa, ci sono uomini e donne semplici e onesti, e davvero quei 70 pesos diventeranno ricchezza per il bene della scuola e delle famiglie.

L’acqua scende cristallina dal rubinetto: i ragazzi vanno a bere felici. L’acqua è vita, l’acqua è vita! Durante il pranzo, un uomo ci spiega che il nuovo tubo porta tre gocce al minuto. Rimango a bocca aperta: nel mio immaginario piemontese, per lo meno penso a un rivolo d’acqua che riempe di qualche litro all’ora la cisterna… Ma oggi ho imparato che tre gocce possono sconfiggere la siccità che sta prostrando il paese. L’acqua è vita, e tre gocce d’acqua sono la speranza.

Suor Stefania Raspo, mc

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Cuori di vetro

Suor Marta Elena è una missionaria della Consolata argentina dai molti talenti, tra i quali spiccano due: la capacità di avvicinarsi all’altro e due mani da artista che creano cose meravigliose. Questi due aspetti si sono uniti in un’ alchimia speciale che dà come risultato un modo originale di donare la consolazione. Entriamo, perciò nel suo taller, nel suo laboratorio artistico e lasciamoci stupire…

Si sa, le donne molte volte portano il peso della famiglia e sono oggetto di violenze psicologiche e fisiche. Sono come cuori di vetro: belli e fragili allo stesso tempo, che bisogna prendere in mano con attenzione e cura, ma che non perdono la loro bellezza.

Da un po’ di tempo, suor Marta Elena si è specializzata nella lavorazione del vetro, e ha già prodotto alcune vetrate, oltre ad diversi oggetti. Nella casa di Mendoza, dove risiede da alcuni anni, ha fatto spazio a “cuori di vetro”, preparando un piccolo laboratorio artigianale dove insegna l’arte del vetro a donne in difficoltà. Da pezzi di bottiglia, e frammenti vitrei di ogni colore e dimensione, escono fuori orecchini, piatti, posaceneri, portaincenso… Ma questo è solo un pretesto: la vera finalità è creare uno spazio positivo per signore, alle volte molto giovani, che la vita non ha trattato molto bene.

Così ci racconta suor Marta Elena:

“La finalità del laboratorio è la creazione di uno spazio artistico contro la violenza, azione e prevenzione”.         Il taller ha generato un’attiva partecipazione tra le donne, di distinta condizione sociale. Ci sono donne giovani, altre più grandi, mamme di familia e mamme single, studenti. Con questa attività trovano la possibilità di esprimere desideri ed esperienze in un modo creativo e libero. In questo spazio di affetto, rispetto e ascolto, il lavoro artístico dà loro la possibilità di un incontro più profondo con sè stesse e di conseguenza aumenta l’ autostima.  Godono nel creare e manifestano molto entusiasmo e gioia scoprendo i propri personali talenti, e ciò che sono capaci di fare e produrre.  Loro stesse raccontano che gli incontri nel taller sono motivo di crescita nella fiducia di sè stesse e servono per alleviare i carichi emozionali, di trovare molta pace e forza. Lo considerano come una reale terapia per le loro vite. Alcune iniziano a chiedere un ascolto personale, che noi diamo molto volentieri”.

Oltre al lavoro del vetro, ci sono altre iniziative artistiche, quali il decoupage, la produzione di cestini di carta, lavori a maglia e oggettistica con materiale riciclabile. Una scuola di arte ha reso disponibili alcune student dell’ultimo anno affinchè facciano il loro tirocinio un giorno alla settimana per due mesi.

“E così, poco a poco ci stiamo organizzando, per poter rispondere ai bisogni più profondi delle donne, per migliorare la qualità della loro vita, la maggior parte di esse sono persone vulnerabili a livello affettivo, psicologico e fisico”.

Il luogo che accoglie il laboratorio artistico, grazie all’aiuto di varie famiglie che hanno aderito al progetto, è stato ristrutturato per rendere adatto lo spazio: sono state messe pareti in cartongesso, sono state cámbiate le lamiere del tetto,   abbiamo pitturato le pareti e aggiustato il pavimento, sono state messe porte e finestre, armadi e scaffali per porre i lavori.

“Manca ancora del materiale isolante per il tetto che, essendo di lamiera, nell’inverno lascia entrare il freddo, così come è necesario comprare una stufa”

Con le offerte giunte, è stato comprato anche il materiale per i lavori artistici, e si coltiva un sogno: “Con il tempo, comprare piccoli forni per le donne più bisognose, perché possano lavorare in casa nella produzione di bigiotteria in vetro”.

La finalità del taller sarà sempre l’arteterapia, ma non si chiudono le porte a sviluppi, piccoli e significativi, come questo… sognare fa bene al bene!

Suor Stefania Raspo e suor Marta Elena Ahumada, mc

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IL FRUTTO DELLA VERA EDUCAZIONE….

Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto (Carlo Maria Martini).

È una convinzione che l’educazione, contribuisce a costruire ponti e a trovare nuove risposte alle molte sfide del nostro tempo; allo stesso tempo  l’educazione, nella sua dinamica genera vita, “una vita tesa alla ricerca del bello, del buono, del vero e della comunione con gli altri per una crescita comune” (Papa Francesco).

Noi Suore Missionarie della Consolata sappiamo che  questa vita che si manifesta in un desiderio soprattutto dei più giovani, si trova anche nei frutti di un popolo educato. Sin dall’inizio abbiamo contribuito alla missione della chiesa, offerto nell’ambito educativo, orientato sempre al servizio della crescita alla piena maturità umana della persona camminando con loro nelle varie tappe di crescita.

Vediamo questa galleria fotografica che mostra il lavoro di educazione e formazione nei diversi contesti missionari.

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La Consolata nella mia vita

Da donna a donna. Da figlia a Madre: una relazione che colma di presenza la vita.

20 giugno: è la festa della Madonna Consolata! Da devozione locale per il popolo piemontese, la Consolata è oggi madre di molti figli sparsi nel mondo, che l’hanno conosciuta attraverso missionari e missionarie della Consolata, e che ora fa parte della loro vita con molta significatività.

Ecco a voi, cari Lettori, un mosaico di testimonianze di donne che hanno trovato nella Consolata una Madre, una presenza, una fonte inesauribile di consolazione.

“La mia relazione con Maria Consolata inizia circa 25 anni fa. La “Madre della consolazione”, “Consolata e Consolatrice”: queste espressioni attiravano la mia attenzione fin dal primo momento. La madre di Gesù fu consolata e oggi consola i suoi figli… non sarà che pure mi vuole consolare? Mi facevo questa domanda… e una sera di 13 anni fa, quando mi ritrovai sola in una situazione molto dolorosa, senza sapere cosa fare, ho messo la mano nella tasca, e lì si trovava lei: un’immagine della Consolata. In quel momento ho capito le parole che tanto mi toccavano: lei era la consolazione di cui avevo bisogno, lei mi accompagnava nel silenzio da molto tempo. Oggi posso dire che mi sono consacrata a lei, oggi dico con orgoglio e molto amore che sono Laica Missionaria della Consolata grazie a lei. E ringrazio Dio perché mi ha dimostrato in modo concreto il suo amore: mi ha dato una Madre Consolatrice affinché anch’io possa consolare gli altri”. (Betty Lopez, missionaria della Consolata argentina)

“La Consolata per me è quella madre attenta verso sua figlia. La sua presenza nella mia vita è reale e concreta, è più vissuta che pensata, più del cuore che della testa. Ogni Lunedì vado alla cappella più vicina di casa: la Sacra Famiglia, per la condivisione della Parola. E’ situata in una periferia urbana dove i residenti provengono per lo più dal Nord del Mozambico. Ma più che pensare nella loro origine, è da ammirare la fede e la semplicità delle loro condivisioni, una fede veramente incarnata nella realtà quotidiana. Ogni settimana ritorno a casa contenta per aver condiviso e ricevuto da questo gruppo. Mi edifica pensare che attrvaerso questi mezzi che la consolazione si espande, così è stato per Maria: nella sua vita è stata portatrice di consolazione” (Suor Julia Wambui Muya, suora missionaria in Mozambico)

“Sinceramente, non sono stata mai molto “mariana”… la mia fede è cresciuta a contatto con la Parola e nella relazione con Gesù Cristo. Alle volte mi facevo qualche scrupolo… essere missionaria della Consolata e non essere mariana… E poi, semplicemente, l’ho incontrata: mi trovavo lontana dalla mia missione tanto amata, e ne soffrivo molto. Sapevo il perché del distacco, ma il cuore piangeva. Ed ecco che, non sapendo che altro fare, le ho detto: “Maria, prendimi come tua figlia e proteggimi!”. Subito, mi sono sentita avvolta dal suo manto, mi sono sentita in braccio a lei, mi sono sentita figlia. Finalmente, e davvero, DELLA Consolata!” (Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata in Bolivia)

 

 

 

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Cercatori d’acqua

Quando la solidarietà ha il sapore dell’acqua

Non c’è dubbio: il problema dell’acqua ci preoccupa molto qui in Bolivia. Soprattutto la parte occidentale del paese, che corrisponde alle valli e altipiano andini, hanno avuto una caduta nella quantità di precipitazioni degli ultimi quattro anni, e non c’è bisogno dei dati di una stazione meteorologica per rendersene conto: nella nostra breve memoria storica in Vilacaya (quattro anni e mezzo) lo abbiamo constatato, ogni anno le piogge iniziano più tardi e terminano presto, mettendo a dura prova le risorse idriche, sempre più scarse.

E’ in questa situazione critica che si sono presentati nel nostro piccolo paesino di campagna Andrea e Roberto, due geologi italiani che fanno parte della ONLUS “La Lokomotiva” che ha come ideale: “Acqua potabile per tutti”. Li abbiamo conosciuti in Italia e con la nostra congregazione già hanno realizzato un pozzo in Mozambico.

Appena arrivati in loco si sono dati da fare: dopo un lunghissimo viaggio intercontinentale, non sono nemmeno andati a riposare e ci hanno chiesto di condividere le nostre impressioni e di dare le prime informazioni sul luogo. Da subito li abbiamo sentiti come gente di casa, e credo che anche loro si sono sentiti a loro agio. La nostra gente era molto emozionata e vibrante di aspettative per il loro lavoro: davvero l’acqua è vita, e lo sa bene chi deve usarla con il contagocce a causa della desertificazione imperante.

A turno gli uomini si sono messi a disposizione per accompagnarli lì dove Andrea e Roberto lo richiedessero. Su e giù per il letto del fiume, lì dove prima c’erano sorgenti che si sono prosciugate, e poi ai pozzi esistenti per calcolare il livello e la portata dell’acquifero. Nel mentre le donne si sono impegnate a far trovare loro saporite empanadas, bibite e quant’altro.

Mi sono, poco per volta, rilassata: l’incontro con altre culture è arricchente ma può anche dare origine a scontri. I due “gringos” si sono dimostrati particolarmente aperti alle novità e sommamente rispettosi (più passa il tempo, e più mi sento una mamma iperprotettiva della mia gente!)

Alle volte li accompagnavo, ed ho scoperto un mondo molto affascinante che studia le rocce, il terreno, misurazioni con strumenti altamente tecnologici e altre con stratagemmi molto semplici, come una bottiglia d’acqua mezza piena appesa ad un filo. Un giorno, risalendo il fiume a piedi, da una parte si trovavano i due geologi guardando la conformazione della valle, i sedimenti e quant’altro. Dall’altra il signor Hugo che mi diceva: “Mio nonno diceva: quando c’è questa pianta, sotto c’è l’acqua… quando affiora il sale dal terreno, è perché sotto c’è umidità…” e così via, trovandomi così tra due mondi diversi che si sfioravano: la scienza che per secoli ha affinato le sue competenze, e la sapienza originaria che – da millenni – osserva la natura e sa coglierne i segni. Due mondi separati? Non proprio: durante la mattinata sorge da una parte il desiderio di Hugo di sapere più cose, e l’interesse di Andrea e Roberto verso le conoscenze del popolo. Iniziamo così a sognare una serie di incontri in cui le due risorse, i due mondi, si possano incontrare scambiarsi le proprie ricchezze.

Il risultato di poco più di una settimana di studio è stato presentato alla comunità originaria una domenica sera. Con proiezioni e fotografie, con spiegazioni in italiano che traducevo (quasi) simultaneamente in spagnolo, Andrea e Roberto hanno condiviso le loro impressioni, ben consapevoli che questo tempo di siccità prolungata è molto delicato e che qualsiasi tipo di intervento dovrà fare i conti con tale situazione. La gente è molto attenta, pende dalle labbra dei due stranieri, nell’attesa di avere buone notizie di un futuro meno difficile. Certo, non ci sono bacchette magiche e soluzioni definitive, ma allo stesso tempo la speranza si fa più solida. “Sentiremo la vostra mancanza!” dice un uomo, quando li saluta calorosamente. Quasi mi commuovo: in poco tempo si è creata una relazione allo stesso tempo semplice, immediata e genuina.

Anche noi li salutiamo con il cuore colmo di riconoscenza per il tempo che hanno speso nella nostra piccola e sperduta Vilacaya e per la loro presenza positiva e fraterna. Sperando che l’ideale de La Lokomotiva si concretizzi per la nostra gente: acqua per tutti, anche in Vilacaya.

Suor Stefania Raspo, MC

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Un sogno di missione


Le nostre giovani ci raccontano il loro sogno di missione. Oggi “leggiamo” Muriel e Nadia dall’Argentina

Un momento con Dio nella missione

In una conversazione gradevole tra noi, parliamo della missione che abbiamo nel cuore, e ci ritroviamo a riconoscere che furono molti i fattori che ci hanno portato a vivere una vita missionaria, tra cui ci sono: la condivisione, il bisogno e l’Altra, cosceinti che tutto questo porta all’incontro del Dio vivo.

La condivisione sboccia dal profondo del cuore, ci permette di andare oltre ai nostri stessi limiti, tralasciando quelle cose che non costruiscono, e così uscire all’incontro degli altri. Molte volte ci sentiamo sfidate ad uscire dalla nostra struttura per aprirci al piano di Dio, che ci parla e ci invita costantemente all’annuncio, ci muove alla missione e ci propone di viverlo nella sua completezza.  Per questo Dio si serve di varie risorse, però soprattutto la libertà di ciascuna per potergli rispondere. San Paolo ci dice in una delle sue lettere: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” ed è così che sperimentiamo Dio nella nostra vita.

Muriel (al centro) e Nadia con sr Stefania

Il bisogno ci parla come alla cara Madre Teresa di Calcutta, e ci propone di abbandonarci pienamente in Dio, che è datore di vita, che è colui che provvede il necessario per arrivare all’Altro e ci dà forza per seguire, perché nel volto del fratello troviamo Cristo.  Ed è con questo pensiero che ci vengono alla mente nomi di persone che hanno scosso il nostro cammino con la loro testimonianza di vita donata alla missione senza riserve. Suor Leonella ci dice:  “Perdono, perdono, perdono” amando fino all’ultimo istante e vedendo con occhi umili il bisogno. Dopodiché, non c’è bisogno di tante altre parole.

Per questo la missione per noi è la vita condivisa, donata e spesa per tutti coloro che Dio ci mette nel nostro cammino. E’ vivere il giorno dopo giorno e imparare ad abbandonarci pienamente in Dio, che ci do la forza e ci invita ogni momento a riconoscerlo nel bisogno dei nostri fratelli.

Muriel Leiva e Nadia Leitner, prenovizie MC argentine

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