Cuori di vetro

Suor Marta Elena è una missionaria della Consolata argentina dai molti talenti, tra i quali spiccano due: la capacità di avvicinarsi all’altro e due mani da artista che creano cose meravigliose. Questi due aspetti si sono uniti in un’ alchimia speciale che dà come risultato un modo originale di donare la consolazione. Entriamo, perciò nel suo taller, nel suo laboratorio artistico e lasciamoci stupire…

Si sa, le donne molte volte portano il peso della famiglia e sono oggetto di violenze psicologiche e fisiche. Sono come cuori di vetro: belli e fragili allo stesso tempo, che bisogna prendere in mano con attenzione e cura, ma che non perdono la loro bellezza.

Da un po’ di tempo, suor Marta Elena si è specializzata nella lavorazione del vetro, e ha già prodotto alcune vetrate, oltre ad diversi oggetti. Nella casa di Mendoza, dove risiede da alcuni anni, ha fatto spazio a “cuori di vetro”, preparando un piccolo laboratorio artigianale dove insegna l’arte del vetro a donne in difficoltà. Da pezzi di bottiglia, e frammenti vitrei di ogni colore e dimensione, escono fuori orecchini, piatti, posaceneri, portaincenso… Ma questo è solo un pretesto: la vera finalità è creare uno spazio positivo per signore, alle volte molto giovani, che la vita non ha trattato molto bene.

Così ci racconta suor Marta Elena:

“La finalità del laboratorio è la creazione di uno spazio artistico contro la violenza, azione e prevenzione”.         Il taller ha generato un’attiva partecipazione tra le donne, di distinta condizione sociale. Ci sono donne giovani, altre più grandi, mamme di familia e mamme single, studenti. Con questa attività trovano la possibilità di esprimere desideri ed esperienze in un modo creativo e libero. In questo spazio di affetto, rispetto e ascolto, il lavoro artístico dà loro la possibilità di un incontro più profondo con sè stesse e di conseguenza aumenta l’ autostima.  Godono nel creare e manifestano molto entusiasmo e gioia scoprendo i propri personali talenti, e ciò che sono capaci di fare e produrre.  Loro stesse raccontano che gli incontri nel taller sono motivo di crescita nella fiducia di sè stesse e servono per alleviare i carichi emozionali, di trovare molta pace e forza. Lo considerano come una reale terapia per le loro vite. Alcune iniziano a chiedere un ascolto personale, che noi diamo molto volentieri”.

Oltre al lavoro del vetro, ci sono altre iniziative artistiche, quali il decoupage, la produzione di cestini di carta, lavori a maglia e oggettistica con materiale riciclabile. Una scuola di arte ha reso disponibili alcune student dell’ultimo anno affinchè facciano il loro tirocinio un giorno alla settimana per due mesi.

“E così, poco a poco ci stiamo organizzando, per poter rispondere ai bisogni più profondi delle donne, per migliorare la qualità della loro vita, la maggior parte di esse sono persone vulnerabili a livello affettivo, psicologico e fisico”.

Il luogo che accoglie il laboratorio artistico, grazie all’aiuto di varie famiglie che hanno aderito al progetto, è stato ristrutturato per rendere adatto lo spazio: sono state messe pareti in cartongesso, sono state cámbiate le lamiere del tetto,   abbiamo pitturato le pareti e aggiustato il pavimento, sono state messe porte e finestre, armadi e scaffali per porre i lavori.

“Manca ancora del materiale isolante per il tetto che, essendo di lamiera, nell’inverno lascia entrare il freddo, così come è necesario comprare una stufa”

Con le offerte giunte, è stato comprato anche il materiale per i lavori artistici, e si coltiva un sogno: “Con il tempo, comprare piccoli forni per le donne più bisognose, perché possano lavorare in casa nella produzione di bigiotteria in vetro”.

La finalità del taller sarà sempre l’arteterapia, ma non si chiudono le porte a sviluppi, piccoli e significativi, come questo… sognare fa bene al bene!

Suor Stefania Raspo e suor Marta Elena Ahumada, mc

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IL FRUTTO DELLA VERA EDUCAZIONE….

Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto (Carlo Maria Martini).

È una convinzione che l’educazione, contribuisce a costruire ponti e a trovare nuove risposte alle molte sfide del nostro tempo; allo stesso tempo  l’educazione, nella sua dinamica genera vita, “una vita tesa alla ricerca del bello, del buono, del vero e della comunione con gli altri per una crescita comune” (Papa Francesco).

Noi Suore Missionarie della Consolata sappiamo che  questa vita che si manifesta in un desiderio soprattutto dei più giovani, si trova anche nei frutti di un popolo educato. Sin dall’inizio abbiamo contribuito alla missione della chiesa, offerto nell’ambito educativo, orientato sempre al servizio della crescita alla piena maturità umana della persona camminando con loro nelle varie tappe di crescita.

Vediamo questa galleria fotografica che mostra il lavoro di educazione e formazione nei diversi contesti missionari.

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La Consolata nella mia vita

Da donna a donna. Da figlia a Madre: una relazione che colma di presenza la vita.

20 giugno: è la festa della Madonna Consolata! Da devozione locale per il popolo piemontese, la Consolata è oggi madre di molti figli sparsi nel mondo, che l’hanno conosciuta attraverso missionari e missionarie della Consolata, e che ora fa parte della loro vita con molta significatività.

Ecco a voi, cari Lettori, un mosaico di testimonianze di donne che hanno trovato nella Consolata una Madre, una presenza, una fonte inesauribile di consolazione.

“La mia relazione con Maria Consolata inizia circa 25 anni fa. La “Madre della consolazione”, “Consolata e Consolatrice”: queste espressioni attiravano la mia attenzione fin dal primo momento. La madre di Gesù fu consolata e oggi consola i suoi figli… non sarà che pure mi vuole consolare? Mi facevo questa domanda… e una sera di 13 anni fa, quando mi ritrovai sola in una situazione molto dolorosa, senza sapere cosa fare, ho messo la mano nella tasca, e lì si trovava lei: un’immagine della Consolata. In quel momento ho capito le parole che tanto mi toccavano: lei era la consolazione di cui avevo bisogno, lei mi accompagnava nel silenzio da molto tempo. Oggi posso dire che mi sono consacrata a lei, oggi dico con orgoglio e molto amore che sono Laica Missionaria della Consolata grazie a lei. E ringrazio Dio perché mi ha dimostrato in modo concreto il suo amore: mi ha dato una Madre Consolatrice affinché anch’io possa consolare gli altri”. (Betty Lopez, missionaria della Consolata argentina)

“La Consolata per me è quella madre attenta verso sua figlia. La sua presenza nella mia vita è reale e concreta, è più vissuta che pensata, più del cuore che della testa. Ogni Lunedì vado alla cappella più vicina di casa: la Sacra Famiglia, per la condivisione della Parola. E’ situata in una periferia urbana dove i residenti provengono per lo più dal Nord del Mozambico. Ma più che pensare nella loro origine, è da ammirare la fede e la semplicità delle loro condivisioni, una fede veramente incarnata nella realtà quotidiana. Ogni settimana ritorno a casa contenta per aver condiviso e ricevuto da questo gruppo. Mi edifica pensare che attrvaerso questi mezzi che la consolazione si espande, così è stato per Maria: nella sua vita è stata portatrice di consolazione” (Suor Julia Wambui Muya, suora missionaria in Mozambico)

“Sinceramente, non sono stata mai molto “mariana”… la mia fede è cresciuta a contatto con la Parola e nella relazione con Gesù Cristo. Alle volte mi facevo qualche scrupolo… essere missionaria della Consolata e non essere mariana… E poi, semplicemente, l’ho incontrata: mi trovavo lontana dalla mia missione tanto amata, e ne soffrivo molto. Sapevo il perché del distacco, ma il cuore piangeva. Ed ecco che, non sapendo che altro fare, le ho detto: “Maria, prendimi come tua figlia e proteggimi!”. Subito, mi sono sentita avvolta dal suo manto, mi sono sentita in braccio a lei, mi sono sentita figlia. Finalmente, e davvero, DELLA Consolata!” (Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata in Bolivia)

 

 

 

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Cercatori d’acqua

Quando la solidarietà ha il sapore dell’acqua

Non c’è dubbio: il problema dell’acqua ci preoccupa molto qui in Bolivia. Soprattutto la parte occidentale del paese, che corrisponde alle valli e altipiano andini, hanno avuto una caduta nella quantità di precipitazioni degli ultimi quattro anni, e non c’è bisogno dei dati di una stazione meteorologica per rendersene conto: nella nostra breve memoria storica in Vilacaya (quattro anni e mezzo) lo abbiamo constatato, ogni anno le piogge iniziano più tardi e terminano presto, mettendo a dura prova le risorse idriche, sempre più scarse.

E’ in questa situazione critica che si sono presentati nel nostro piccolo paesino di campagna Andrea e Roberto, due geologi italiani che fanno parte della ONLUS “La Lokomotiva” che ha come ideale: “Acqua potabile per tutti”. Li abbiamo conosciuti in Italia e con la nostra congregazione già hanno realizzato un pozzo in Mozambico.

Appena arrivati in loco si sono dati da fare: dopo un lunghissimo viaggio intercontinentale, non sono nemmeno andati a riposare e ci hanno chiesto di condividere le nostre impressioni e di dare le prime informazioni sul luogo. Da subito li abbiamo sentiti come gente di casa, e credo che anche loro si sono sentiti a loro agio. La nostra gente era molto emozionata e vibrante di aspettative per il loro lavoro: davvero l’acqua è vita, e lo sa bene chi deve usarla con il contagocce a causa della desertificazione imperante.

A turno gli uomini si sono messi a disposizione per accompagnarli lì dove Andrea e Roberto lo richiedessero. Su e giù per il letto del fiume, lì dove prima c’erano sorgenti che si sono prosciugate, e poi ai pozzi esistenti per calcolare il livello e la portata dell’acquifero. Nel mentre le donne si sono impegnate a far trovare loro saporite empanadas, bibite e quant’altro.

Mi sono, poco per volta, rilassata: l’incontro con altre culture è arricchente ma può anche dare origine a scontri. I due “gringos” si sono dimostrati particolarmente aperti alle novità e sommamente rispettosi (più passa il tempo, e più mi sento una mamma iperprotettiva della mia gente!)

Alle volte li accompagnavo, ed ho scoperto un mondo molto affascinante che studia le rocce, il terreno, misurazioni con strumenti altamente tecnologici e altre con stratagemmi molto semplici, come una bottiglia d’acqua mezza piena appesa ad un filo. Un giorno, risalendo il fiume a piedi, da una parte si trovavano i due geologi guardando la conformazione della valle, i sedimenti e quant’altro. Dall’altra il signor Hugo che mi diceva: “Mio nonno diceva: quando c’è questa pianta, sotto c’è l’acqua… quando affiora il sale dal terreno, è perché sotto c’è umidità…” e così via, trovandomi così tra due mondi diversi che si sfioravano: la scienza che per secoli ha affinato le sue competenze, e la sapienza originaria che – da millenni – osserva la natura e sa coglierne i segni. Due mondi separati? Non proprio: durante la mattinata sorge da una parte il desiderio di Hugo di sapere più cose, e l’interesse di Andrea e Roberto verso le conoscenze del popolo. Iniziamo così a sognare una serie di incontri in cui le due risorse, i due mondi, si possano incontrare scambiarsi le proprie ricchezze.

Il risultato di poco più di una settimana di studio è stato presentato alla comunità originaria una domenica sera. Con proiezioni e fotografie, con spiegazioni in italiano che traducevo (quasi) simultaneamente in spagnolo, Andrea e Roberto hanno condiviso le loro impressioni, ben consapevoli che questo tempo di siccità prolungata è molto delicato e che qualsiasi tipo di intervento dovrà fare i conti con tale situazione. La gente è molto attenta, pende dalle labbra dei due stranieri, nell’attesa di avere buone notizie di un futuro meno difficile. Certo, non ci sono bacchette magiche e soluzioni definitive, ma allo stesso tempo la speranza si fa più solida. “Sentiremo la vostra mancanza!” dice un uomo, quando li saluta calorosamente. Quasi mi commuovo: in poco tempo si è creata una relazione allo stesso tempo semplice, immediata e genuina.

Anche noi li salutiamo con il cuore colmo di riconoscenza per il tempo che hanno speso nella nostra piccola e sperduta Vilacaya e per la loro presenza positiva e fraterna. Sperando che l’ideale de La Lokomotiva si concretizzi per la nostra gente: acqua per tutti, anche in Vilacaya.

Suor Stefania Raspo, MC

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Un sogno di missione


Le nostre giovani ci raccontano il loro sogno di missione. Oggi “leggiamo” Muriel e Nadia dall’Argentina

Un momento con Dio nella missione

In una conversazione gradevole tra noi, parliamo della missione che abbiamo nel cuore, e ci ritroviamo a riconoscere che furono molti i fattori che ci hanno portato a vivere una vita missionaria, tra cui ci sono: la condivisione, il bisogno e l’Altra, cosceinti che tutto questo porta all’incontro del Dio vivo.

La condivisione sboccia dal profondo del cuore, ci permette di andare oltre ai nostri stessi limiti, tralasciando quelle cose che non costruiscono, e così uscire all’incontro degli altri. Molte volte ci sentiamo sfidate ad uscire dalla nostra struttura per aprirci al piano di Dio, che ci parla e ci invita costantemente all’annuncio, ci muove alla missione e ci propone di viverlo nella sua completezza.  Per questo Dio si serve di varie risorse, però soprattutto la libertà di ciascuna per potergli rispondere. San Paolo ci dice in una delle sue lettere: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” ed è così che sperimentiamo Dio nella nostra vita.

Muriel (al centro) e Nadia con sr Stefania

Il bisogno ci parla come alla cara Madre Teresa di Calcutta, e ci propone di abbandonarci pienamente in Dio, che è datore di vita, che è colui che provvede il necessario per arrivare all’Altro e ci dà forza per seguire, perché nel volto del fratello troviamo Cristo.  Ed è con questo pensiero che ci vengono alla mente nomi di persone che hanno scosso il nostro cammino con la loro testimonianza di vita donata alla missione senza riserve. Suor Leonella ci dice:  “Perdono, perdono, perdono” amando fino all’ultimo istante e vedendo con occhi umili il bisogno. Dopodiché, non c’è bisogno di tante altre parole.

Per questo la missione per noi è la vita condivisa, donata e spesa per tutti coloro che Dio ci mette nel nostro cammino. E’ vivere il giorno dopo giorno e imparare ad abbandonarci pienamente in Dio, che ci do la forza e ci invita ogni momento a riconoscerlo nel bisogno dei nostri fratelli.

Muriel Leiva e Nadia Leitner, prenovizie MC argentine

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Giovani, voi aspirate a “prendere il volo”

“Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose. Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell’esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza” (Papa Francesco, giornata mondiale della gioventù 2017)

Le Missionarie della Consolata accompagnando i giovani li aiutano ad essere protagonisti della propria  storia e capaci di decidere per il loro futuro.

Queste fotografie rispecchiano alcune delle nostre presenze tra i giovani.

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Fatti di pace… ricostruire il tessuto sociale

L’esperienza di pace nell’educazione della Ciudadela Amazónica del Caguán 

La Colombia vive un momento storico unico per la costruire e consolidazione graduale della pace e la convivenza con possibilità e opportunità produttive e umanitarie che rispondano alla diversità e particolarità delle differenti regioni del paese in interazione e cooperazione con altri paesi del mondo.

L’educazione e formazione fondata su valori umani, potenziare tutte le dimensioni della persona e la preparazione di qualità occupa uno spazio centrale nella costruzione di nuove condizioni per una società rinnovata e una pace reale.

In questo contesto, nasce la Cittadella Giovanile Amazzonica Don Bosco, un’opera educativa del Vicariato apostolico di San Vicente del Caguán, fondata nel 1994 da Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, oggi arcivescovo di Tunga, e dal padre salesiano Carlos Julio Aponte. Si trova proprio al cuore della regione del Caguán (la regione amazzonica colombiana) e la sua finalità è la formazione dei contadini affinché diventino agenti di cambio, come leaders nel lavoro e nella crescita umana e spirituale.

Radio Echi del Caguán

Se si può contare su un sostegno finanziario, è fattibile raggiungere la popolazione con potenzialità e situazioni particolari che adeguatamente guidata, costituisce la base di una nuova società in questo tempo di post conflitto e costruzione della Pace.

Come istituzione educativa, la Cittadella Amazzonica conta sul riconoscimento a livello municipale e dipartamentale nell’area della teconologia, convertendosi in una esperienza educativa innovatrice, che coniuga la formazione accademica normale e la educazione non formale e informale, preparando tecnici capaci di trasformare la realtà sociale e le relazioni agroindustriali e agroforestali per uno sviluppo sostenibile delle loro regioni, con un senso umano e solidale.

Il Progetto Educativo della Cittadella offre una preparazione per Tecnico in trasformazione di Alimenti, e si tratta di uno spazio dove si forma a livello intellettuale, culturale, tecnico e umano i giovani affinché siano loro stessi a guidare, organizzare e fortificare i loro progetti di vita come lavoratori agricoli.

Dalle necessità dell’oggi è nato un altro programma di studi che si orienta all’informatica, per permettere ai giovani di usare le potenzialità dell’informatica ed essere così più competitivi nella produzione agricola e nell’allevamento.

Questa istituzione educativa giovanile, nei suoi processi di formazione, cerca di ricostruire il tessuto sociale attraverso l’accompagnamento psico-sociale delle famiglie degli studenti , attraverso incontri ludici e pedagogici che fortifichino l’aspetto educativo integrale, in una regione tanto colpita dalle conseguenze di una situazione sociale difficile.

 

Mezzi importanti per concretizzare tutto questo sono stati la “Azione Culturale Popolare” e le “Scuole digitali contadine”. Queste ultime hanno permesso di concretizzare corsi di alfabetizzazione digitale, leadership, associazione e impresa, ecologia, pace e postconflitto, adattamento al mondo climatico e convivenza pacifica. Gli studenti stessi realizzano processi di formazione e accompagnamento delle famiglie e comunità, arrivando2016, all’incirca 2000 persone.

Circa al lavoro missionario, è evidente la dimensione di consolazione, caratteristica del nostro carisma di Missionarie della Consolata, in quanto ci troviamo in un luogo che esige un’azione costante e un accompagnamento ai giovani e alle loro famiglie, con la possibilità di coinvolgere altri enti e persone in progetti di solidarietà e cooperazione missionaria.

Sr. Rubiela Orozco Gómez, MC

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Quattro chiacchiere con… suor Alejandra

La gioia di annunciare Cristo alla gente

Suor Alejandra è una di quelle persone per cui l’età anagrafica conta veramente poco: ci ritroviamo ad un incontro: lei la decana del gruppo, io la più piccola. Eppure la giovinezza e l’entusiasmo di questa missionaria sono senza età. Ci fermiamo una mezz’oretta per fare quattro chiacchiere…

Come hai sentito la passione per la missione?

E’ una storia veramente bella! E’ una passione che mi ha messo nel cuore la mia mamma. I miei genitori hanno avuto 18 figli, io ero la quarta. Quando avevo 4 anni, un giorno in cui ero seduta vicino a mia mamma, la santa donna mi dice: “Ma lo sai, figlia mia, che ci sono brave ragazze che lasciano papà e mamma e vanno in Africa per battezzare i bambini? Lo sai che i bimbi senza Battesimo non vanno in Cielo…” (questa era la teologia di quel tempo…) Io non dissi nulla, ma queste parole scesero nel mio cuore, e rimasero l¿. Io ero una contadina, per andare alla scuola dovevo camminare due ore. Ho studiato fino a terza elementare, poi sono rimasta in casa per accudire ai miei fratellini. 

Quando ci siamo spostati nel villaggio, un giorno sono arrivati i Missionari della Consolata per fare la “pesca miracolosa” (si faceva così a quei tempi!) Nella mia regione di Caldas, avevano fondato un seminario e andavano nei villaggi in cerca di ragazzi che volessero entrare in seminario. Quando sono arrivati al mio villaggio, chiesero agli alunni della scuola se qualcuno voleva essere missionario, e mio fratello alzò la mano.  E così, dopo le lezioni, andarono a casa mia per parlare con i genitori. Mia mamma disse loro: “Non solo questo mio figlio, sceglietene altri, poiché questi miei figli non sono miei, sono di Dio” E mio fratello partì con loro. In quei giorni non ero presente nella casa. Dopo qualche tempo mio fratello mandò una rivista sulle missioni, e lì c’era la foto di due missionarie a cavallo, nel Caquetá. Il mio cuore saltò e pensai: “Sarò una di queste suore!” Ma non sapevo come dovevo fare per essere missionaria… però c’era un indirizzo: sono andata al negozio, ho comprato un foglio, una busta e una matita e… ho scritto. Dopo 15 giorni… che sorpresa! mi arrivò la risposta: suor Flavia, la superiora regionale, doveva andare al seminario di San Felix in Caldas, dove studiava mio fratello, e mi invitava a incontrarla. Ero sicura: già sarei partita per l’Africa insieme alla suora per battezzare i bambini. Chiesi a mia mamma di benedirmi, con la certezza che non sarei più tornata a casa.  Io, così timida, con gli occhi bassi… quando suor Flavia mi chiese: “Davvero vuoi andare in Africa?”, mi alzai in piedi e con sicurezza esclamai: “Si, Madre! Voglio andare in Africa per battezzare i bambini!” Il giorno seguente ritrovai di nuovo la madre che mi disse di vivere un tempo con le suore, lì in San Felix.

E che cosa è successo poi con l’Africa?

Ah, questa è un’altra frustrazione, il non essere andata in Africa… In quel tempo avevamo la missione in Caquetá, era veramente terra di missione, lontanissimo da Bogotá. Lì sono stata molti anni, fino a quando sono andata in Venezuela. Quando è venuta Madre Fernanda in Colombia, mi ha invitato ad andare in Etiopia, ma le ho risposto: “Ah, Madre! Perché ha aspettato tanto a dirlo! Ormai non mi sento più di imparare una lingua tanto difficile come l’amarico!” E allora mi mandarono a Tencua, per fondare la missione con gli Yecuana. E così mi è rimasta la frustrazione di non andare in Africa (ride)

Cosa ci puoi raccontare di questa “avventura” della fondazione di Tencua?

Ero già stata in Venezuela, nella Guajira, avevo fondato la nostra presenza lì con suor Teresa nel 1982. Lei è rimasta 12 anni, io ho dovuto ritornare in Colombia dopo un anno per un problema che c’era lì.  Però la Guajira è una realtà totalmente diversa da Tencua: sia nell’aspetto geografico come nel culturale. La Guajira è un deserto, Tencua è foresta amazzonica. La etnia Guayù è la maggioritaria in Venezuela, la Yecuana è la minoritaria, una delle più piccole. Il popolo guajiro centra la sua vita nella relazione con i defunti, in Tencua quando muore una persona dicono: “E’ finito” e quasi non parlano più della persona. Sono solo alcuni dati per descrivere la differenza di due realtà, una nel’estremo Nord e l’altra nell’estremo Sud del Paese.

Quando mi dissero di andare a Tencua, ero molto felice: era un paese con la stessa lingua – perché la lingua è l’unica barriera che mi ostacola per andare in Asia (ride) – però mi adatto facilmente a qualsiasi situazione ambientale. E così, le due cha avevamo fondato la Guajira, abbiamo anche fondato Tencua! A noi si sono aggiunte suor Imelda e suor Paula.

Qual è la più grande gioia che ti ha dato la missione?  

Bene, poter comunicare Cristo alla gente, in ogni modo: implicito ed esplicito, è una gioia molto grande che posso sperimentare fino ad oggi: far conoscere Gesù. E un’altra grande gioia è aver costruito amicizia con la gente: loro mi vogliono bene e sanno che io voglio bene a loro.  Il popolo Yecuana è molto identificato con la propria cultura, è un popolo che va avanti, anche se molti vivono in città, quando ritornano seguono le loro tradizioni. Ogni tanto mi chiedo perché un indigena quando va in città deve cambiare mentre un Nordamericano, un europeo, può essere lo stesso in ogni luogo…

Oggi ci sono molte possibilità di studiare: un Yecuana ha studiato medicina e oggi è medico per la sua gente. E ce ne sono altri che si stanno preparando professionalmente.

Quanti sono i Yecuana?

Sono circa 6 mila persone, che vivono nell’Alto Orinoco, Alto Ventuari e Alto Caura. Nella nostra zona – l’Alto Ventuari – sono circa mille, divisi in 20 comunità. La più grande è Caacurì che conta 800 persone, le altre sono di 200, 100, 50 abitanti.  Il nostro territorio pastorale corrisponde al fiume Ventuari, dall’affluenza del fiume Manapiare fino alle sorgenti, alla frontiera con il Brasile. La sfida più grande da affrontare è che ci sono tre cascate che impediscono di risalire il fiume: bisogna lasciare la barca prima della cascata, caricare il motore e i vari bagagli, quindi camminare alcune ore nella foresta fino a ritrovare una barca al di sopra, per di più il fiume è pericoloso in questa zona. Oggi è molto difficile la visita alle comunità perché non si trova combustibile e i costi sono molto alti. Però non c’è un’alternativa per arrivare là.

E quante comunità ci sono in questa zona?

Quasi tutte: vicino a Tencua ce ne sono solo 6, le altre sono al di sopra delle cascate. Quando possiamo andare, stiamo fuori 15 giorni, però si può fare solo una o due volte all’anno, e per questo il cammino di evangelizzazione cammina lentamente. Facciamo laboratori per costruire amache o altri oggetti di artigianato, e naturalmente la catechesi.

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Chiesa colombiana, prima mediatrice di pace

La Chiesa si trova in prima linea nel processo di pace e di riconciliazione in Colombia

La Chiesa si trova in prima linea nel processo di pace e di riconciliazione in Colombia, soprattutto grazie al fatto di essere riconosciuta come “Istituzione credibile”. Ciò nonostante, essa ha dovuto pagare un caro prezzo lungo tutti questi anni di violenza. Difatti tra le numerose vittime, furono uccisi anche due Vescovi: mons. Jesús Emilio Jaramillo, Vescovo della Diocesi di Arauca, nel 1989 e mons. Isaías Duarte Cancino, Arcivescovo di Cali, nel 2002, noto per la sua opposizione ad ogni forma di violenza e la sua dedizione alla promozione sociale. A questi si aggiungono numerosi sacerdoti, religiosi, religiose e semplici fedeli, uccisi per il solo motivo di trovarsi in una chiesa, come accaduto il 5 maggio 2002, quando una bomba lanciata vicino alla chiesa di Bojayá fece più di 100 morti, tra cui almeno una trentina di bambini. Spesso i Parroci sono stati minacciati dai gruppi criminali che governavano nelle zone di periferia.

La presenza della Chiesa colombiana ha un ruolo essenziale in ogni parte del Paese. La maggioranza delle parrocchie svolge un lavoro minuzioso per rendere possibile l’aiuto delle classi sociali ricche verso quelle più povere. In particolare promuove innumerevoli iniziative per portare avanti il prezioso e urgente ministero del perdono e della riconciliazione. Lungo questi anni sono sorti diversi progetti per questo scopo, alcuni tra i tanti sono: i Laboratori di pace, nati in collaborazione tra la diocesi del Magdalena Medio e la Compagnia di Gesù nel 1995, il cui obiettivo principale è quello di raggiungere uno sviluppo umano sostenibile, fatto di partecipazione ed equità per tutti e la costruzione di una cultura civica, in cui i diritti e i doveri siano garantiti e rispettati equamente.

Le Scuole di Pace e Riconciliazione, ES.PE.RE, fondate dal padre Leonel Narvaez Gómez, Missionario della Consolata, sono dei laboratori in cui si affrontano, in gruppo o comunità, le diverse situazioni di violenza e si cerca di far sì che ogni persona guarendo le ferite provocate da questa, faccia il passaggio da essere vittima a essere costruttrice del proprio benessere e della pace interiore, attraverso il perdono e la riconciliazione.

Il Circolo infantile di lettori, iniziato da suor Reina Amparo Restrepo, Missionaria della Consolata, con l’obiettivo di incoraggiare la popolazione infantile alla lettura di libri che formano, ricreano e pacificano, favorendo così un intrattenimento alternativo ai giochi bellici, particolarmente nelle zone più colpite dalla guerra come lo è San Vicente del Caguán (Caquetà).

In Colombia la gente ha fiducia nei leader ecclesiali, sia perché si mettono dalla parte dei poveri e degli ultimi, sia perché sono contrari alla corruzione. Da tutte le parti viene richiesto alla Chiesa l’indispensabile ruolo di mediatrice. Questa fiducia ha permesso di iniziare nel 2000 il dialogo con la guerriglia e di poter avere sempre un Vescovo che partecipasse ai dialoghi di pace. Negli ultimi anni è stato mons. Luis Augusto Castro, ritenuto un vero missionario di pace, ad accompagnare i dialoghi realizzati all’Avana, nonché il processo di selezione delle vittime che hanno partecipato alle trattative di pace. Queste ultime sono state molto accompagnate dalle istituzioni, ma come afferma lo stesso Mons. Castro: “in modo particolare dalla Chiesa, che ha avviato percorsi di perdono e riconciliazione, perché le persone sopravvissute al conflitto possano iniziare una storia nuova” (Agenzia Dire, www.dire.it).

Mons. Luis Augusto Castro, presidente dei vescovi di Colombia

Nei giorni successivi al referendum, i Vescovi colombiani hanno tenuto una riunione straordinaria, alla fine della quale hanno inviato un messaggio invitando i cittadini a considerare la situazione attuale del Paese come un “tempo di responsabilità e di speranza”. In questo messaggio i Vescovi hanno assicurato che: “La Chiesa Cattolica non smetterà mai di annunciare la pace e di lavorare per essa” (Messaggio della Conferenza Episcopale di Colombia CEC, al popolo colombiano, 14.10.2016). L’episcopato ribadisce inoltre che: “La Chiesa, lontana da ogni legame di partito, continuerà a lavorare per il bene comune” ed invita il Presidente della Repubblica, Juan Manuel Santos, e le istituzioni dello Stato ad “accogliere le proposte provenienti da diversi settori della società per realizzare un ‘progetto di unità nazionale’ che dia delle risposte concrete ai molteplici problemi del Paese”. Tra le preoccupazioni principali, i Vescovi pongono: “la difesa della vita e della famiglia, l’educazione, la partecipazione politica, la solidità della democrazia e delle istituzioni, la lotta al narcotraffico, alla corruzione, l’impegno a superare le crisi del sistema sanitario, del sistema giudiziario, l’iniquità sociale e l’ideologia di genere”.

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Andare alle Genti
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Un prezioso regalo del Sole

La Scalinata dell’Inca sull’Isola del Sole, custodita da Mama Okllu e Mallku Kapac

PATRIMONIO DEI POPOLI:

Miti, leggende, racconti…: un invito a scoprire e gustare la bellezza e la ricchezza delle diverse espressioni culturali dei popoli tra i quali viviamo la nostra missione.

Per i turisti che attraccano all’Isola del Sole, nel Lago Titicaca (Bolivia), a quasi quattromila metri di altezza, ci sono due statue ad accoglierli: sono imponenti, un uomo e una donna vestiti secondo la tradizione Inca; i due affiancano una scala lunga e ripida, che porta a una fontana di acqua fresca. Si tratta di Mallku Kapac e Mama Okllu, i leggendari fondatori dell’Impero Inca, figli di Inti, il dio Sole. Ecco una leggenda quechua/aymara che racconta la loro storia, e non solo, narra anche l’origine di un alimento molto importante per i popoli andini: il mais.

Wiracocha, il supremo Dio, era molto arrabbiato: gli uomini che aveva creato per amore e a cui aveva insegnato l’arte e la scienza, si erano lasciati sedurre dal dio del Male, Supaya, e nel loro cuore erano cresciuti l’odio e l’invidia. Fece scendere neve e gelo, i campi diventarono sterili, nelle anime degli uomini rimase solo il dolore e il pianto. Rimasero solo rovine e silenzio dove prima fiorivano l’arte e la scienza. Con il tempo, gli esseri umani dimenticarono ogni tipo di virtù, diventarono cannibali e si comportavano come bestie. Fu un castigo che durò lunghi secoli, fu la notte dell’umanità!

Un giorno Inti, il figlio prediletto del Dio degli dèi Wiracocha, si avvicinò a suo padre e gli disse: “Padre mio, creatore di ogni cosa, dal cuore buono e magnanimo, ti supplica questo tuo figlio affinché si calmi la tua collera contro l’umanità, abbandonata nella Terra. Permetti che i miei due migliori figli scendano, si avvicinino alle persone e cerchino di ammansire quei cuori, guidandoli sulla via che corrisponde loro, come figli della tua Creazione”.

Wiracocha ascoltò suo figlio con calma, quindi gli rispose: “Figlio Inti, da oggi ti chiamerai il Benefattore e l’Incomparabile: le tue ragioni hanno commosso il mio cuore, non è un caso che sia tu il mio figlio prediletto, mio amato Inti. Che si compia il tuo desiderio: manda i tuoi figli, dopo averli educati nel bene e nel lavoro”.

E fu così che Inti trasportò su di un fulmine i suoi due figli Mallku Kapac e Mama Okllu, che lasciò nell’isola del Sole, nel grande lago Titicaca. Diede loro un bastone d’oro: “Prendete questo bastone: quando affonderà nel terreno, sarà il segno che in quel posto fonderete il vostro regno”.

I due, fratelli e sposi allo stesso tempo, iniziarono la ricerca del luogo della loro dimora: una barca di giunchi, diretta misteriosamente, solcò il lago e li lasciò sulle sue rive. Sulla terraferma, cominciarono il loro pellegrinaggio verso il nord. Camminavano senza posa, non evitavano la fatica, sopportando il freddo della notte e le asperità del terreno, scalavano montagne. Lanciavano il bastone aureo al suolo, in cerca del luogo predestinato, ma niente. Ormai erano passati diversi giorni, e nella bisaccia che avevano portato con sé era rimasto ben poco da mangiare.

“Non ti preoccupare, sorella mia e sposa mia”, disse Mallku Kapac, “so che nostro padre Inti non ci abbandonerà. Siamo suoi figli, e siamo qui perché lui ci ha inviato”, la sua voce era serena. Continuò: “Questo pomeriggio, prima che il Sole tramonti, parlerò a nostro Padre in ginocchio, abbi fede che ascolterà la nostra preghiera”.

In quel pomeriggio i due fratelli sposi arrivarono ai piedi di una montagna. Inti, il Padre Sole, dava gli ultimi raggi di luce alle valli, attraverso le fenditure delle rocce. Aprì le braccia verso i suoi figli amati e indicò loro una gola rocciosa, dietro cui in poco tempo sarebbe scomparso. Parlò così: “Figli miei, tra poco troverete riposo nel vostro lungo pellegrinaggio e i vostri cuori gioiranno al calore di una dimora stabile. Il vostro popolo già vi sta aspettando: dovrete avere pazienza, perché vivono nella tenebra, ma quando la luce illumini le loro menti, riconosceranno che io sono il loro padre. Andate, figli miei, ma prima raccogliete l’alimento che lascerò in questa gola rocciosa: sarà vostro alimento e ne porterete anche all’umanità come un dono del loro Padre Sole”.

il mais: alimento basico per il popolo andino

E mentre i due figli amati si trovavano ancora in ginocchio, Padre Inti si nascose dietro la montagna, lasciando scivolare dal suo manto aureo una cascata di mais. Con la forza di questo alimento e incoraggiati dalla presenza del Padre Sole, i due fratelli continuarono il viaggio, arrivando un giorno all’ingresso di una valle. “Mi sembra che siamo giunti al luogo predestinato” disse il fratello. Gettò il bastone d’oro che iniziò ad affondare nel terreno, fino a sparire. Grande fu lo stupore di entrambi: erano giunti a casa! In questo luogo sarebbe nata più tardi la città di Cuzco, centro dell’Impero Incaico.

Si guardarono attorno: la gente viveva in grotte come animali selvatici, mangiando la carne dei propri nemici. Mallku Kapac e Mama Okllu si avvicinarono e pazientemente, vincendo poco per volta la loro sfiducia, insegnarono il lavoro e la cultura. Lui insegnò a lavorare la terra e raccoglierne i frutti. Lei a filare la lana e tessere. Lui insegnò ad addomesticare gli animali e lei a cucinare. Lui fabbricò oggetti di ceramica e lei insegnò a coprire le nudità con decoro. Lui insegnò la giustizia, fomentò la virtù, insegnò la verità, predicò la parola di Inti e istituì la religione. Lei insegnò la bontà, la mansuetudine e l’obbedienza.

Fu così che i due fratelli e sposi fondarono l’Impero Inca, che più tardi sarebbe stato lo stupore del mondo intero, per la raffinata cultura, la scienza avanzata e l’immensa ricchezza e potere. Senza dimenticare il regalo del Padre Sole: il mais, alimento fondamentale, come pane quotidiano per i discendenti degli Incas e per molti altri popoli americani e – oggi – per molte popolazioni in tutte le parti del mondo.

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