Cercatori d’acqua

Quando la solidarietà ha il sapore dell’acqua

Non c’è dubbio: il problema dell’acqua ci preoccupa molto qui in Bolivia. Soprattutto la parte occidentale del paese, che corrisponde alle valli e altipiano andini, hanno avuto una caduta nella quantità di precipitazioni degli ultimi quattro anni, e non c’è bisogno dei dati di una stazione meteorologica per rendersene conto: nella nostra breve memoria storica in Vilacaya (quattro anni e mezzo) lo abbiamo constatato, ogni anno le piogge iniziano più tardi e terminano presto, mettendo a dura prova le risorse idriche, sempre più scarse.

E’ in questa situazione critica che si sono presentati nel nostro piccolo paesino di campagna Andrea e Roberto, due geologi italiani che fanno parte della ONLUS “La Lokomotiva” che ha come ideale: “Acqua potabile per tutti”. Li abbiamo conosciuti in Italia e con la nostra congregazione già hanno realizzato un pozzo in Mozambico.

Appena arrivati in loco si sono dati da fare: dopo un lunghissimo viaggio intercontinentale, non sono nemmeno andati a riposare e ci hanno chiesto di condividere le nostre impressioni e di dare le prime informazioni sul luogo. Da subito li abbiamo sentiti come gente di casa, e credo che anche loro si sono sentiti a loro agio. La nostra gente era molto emozionata e vibrante di aspettative per il loro lavoro: davvero l’acqua è vita, e lo sa bene chi deve usarla con il contagocce a causa della desertificazione imperante.

A turno gli uomini si sono messi a disposizione per accompagnarli lì dove Andrea e Roberto lo richiedessero. Su e giù per il letto del fiume, lì dove prima c’erano sorgenti che si sono prosciugate, e poi ai pozzi esistenti per calcolare il livello e la portata dell’acquifero. Nel mentre le donne si sono impegnate a far trovare loro saporite empanadas, bibite e quant’altro.

Mi sono, poco per volta, rilassata: l’incontro con altre culture è arricchente ma può anche dare origine a scontri. I due “gringos” si sono dimostrati particolarmente aperti alle novità e sommamente rispettosi (più passa il tempo, e più mi sento una mamma iperprotettiva della mia gente!)

Alle volte li accompagnavo, ed ho scoperto un mondo molto affascinante che studia le rocce, il terreno, misurazioni con strumenti altamente tecnologici e altre con stratagemmi molto semplici, come una bottiglia d’acqua mezza piena appesa ad un filo. Un giorno, risalendo il fiume a piedi, da una parte si trovavano i due geologi guardando la conformazione della valle, i sedimenti e quant’altro. Dall’altra il signor Hugo che mi diceva: “Mio nonno diceva: quando c’è questa pianta, sotto c’è l’acqua… quando affiora il sale dal terreno, è perché sotto c’è umidità…” e così via, trovandomi così tra due mondi diversi che si sfioravano: la scienza che per secoli ha affinato le sue competenze, e la sapienza originaria che – da millenni – osserva la natura e sa coglierne i segni. Due mondi separati? Non proprio: durante la mattinata sorge da una parte il desiderio di Hugo di sapere più cose, e l’interesse di Andrea e Roberto verso le conoscenze del popolo. Iniziamo così a sognare una serie di incontri in cui le due risorse, i due mondi, si possano incontrare scambiarsi le proprie ricchezze.

Il risultato di poco più di una settimana di studio è stato presentato alla comunità originaria una domenica sera. Con proiezioni e fotografie, con spiegazioni in italiano che traducevo (quasi) simultaneamente in spagnolo, Andrea e Roberto hanno condiviso le loro impressioni, ben consapevoli che questo tempo di siccità prolungata è molto delicato e che qualsiasi tipo di intervento dovrà fare i conti con tale situazione. La gente è molto attenta, pende dalle labbra dei due stranieri, nell’attesa di avere buone notizie di un futuro meno difficile. Certo, non ci sono bacchette magiche e soluzioni definitive, ma allo stesso tempo la speranza si fa più solida. “Sentiremo la vostra mancanza!” dice un uomo, quando li saluta calorosamente. Quasi mi commuovo: in poco tempo si è creata una relazione allo stesso tempo semplice, immediata e genuina.

Anche noi li salutiamo con il cuore colmo di riconoscenza per il tempo che hanno speso nella nostra piccola e sperduta Vilacaya e per la loro presenza positiva e fraterna. Sperando che l’ideale de La Lokomotiva si concretizzi per la nostra gente: acqua per tutti, anche in Vilacaya.

Suor Stefania Raspo, MC

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Bimbo cattivo!

Sunchu Pampa, uno dei luoghi più aridi della zona: con i ragazzi saliamo l’arida collina per chiedere al Dio del Cielo il dono della pioggia

Gli effetti nefasti de El Niño sull’America e in particolare sulla Bolivia

vista satellitare del Niño: il rosso indica il surriscaldamento dell’Oceano Pacifico che porta conseguenze letali al Continente Americano

Non so perché lo abbiano chiamato Niño, né lo voglio sapere, ma questo bambino (questo significa tale parola in spagnolo) è un bimbo molto, molto cattivo: ci fa stare a naso in su tutto il giorno, implorando pioggia da un cielo senza nuvole. Ad ogni batuffolo bianco (meglio se scuro) che appare nel blu intenso, si aggrappa la speranza di una pioggia che non arriva. Il suono di tuoni diventa musica alle orecchie, ma niente: partiamo per l’Argentina, a fine dicembre, con l’angoscia di non aver visto iniziare la stagione delle piogge.

Fin dagli Anni Ottanta la Bolivia è stata colpita da una serie di siccità che, poco per volta, hanno obbligato la gente a lasciare l’Altipiano Andino in cerca di lavoro nelle città o migrando verso Argentina, Brasile, Europa. Siamo arrivate a Vilacaya nel 2013: la gente si lamentava già della diminuzione delle piogge, ma nel corso di questi quattro anni abbiamo potuto constatare con i nostri occhi la progressiva desertificazione della zona, con una stagione delle piogge ogni volta più ridotta. Il meglio del peggio è stato l’anno scorso: non raggiunge i due mesi il tempo delle precipitazioni, ad aprile si parla già di scarsità delle risorse idriche, e sappiamo che le piogge, nella migliore delle ipotesi, non arriveranno prima di ottobre. Ma il peggio del peggio è ora: se siamo arrivati a fine 2016 arrangiandoci e soffrendo un poco, che sarà di noi, della nostra gente, nel 2017, se le piogge non riforniscono d’acqua le vene sotterranee?

effetti del Niño: siccità…

Molte volte si dice “l’acqua è vita”, ma fin quando non lo si prova sulla propria pelle, non si comprende la profonda realtà che si afferma. E c’è anche il rovescio della medaglia: “La mancanza d’acqua è guerra”. Sì, ve lo assicuro: se manca il prezioso liquido cristallino, tutti si barricano in difesa del poco che possiedono, e questo a grande scala come nel piccolo dei villaggi. E adesso mi spiego: Cile, il miglior nemico della Bolivia, fin da quando quest’ultima ha perso il suo sbocco al mare in una guerra persa con il vicino lungo e stretto. Da sempre – e soprattutto nel governo di Evo Morales – la rivendicazione del mare è un tema da sbattere sul muso al Cile. Ma quest’anno, quando la sete ha iniziato a farsi sentire, scoppia il caso: il Cile ha rubato da anni l’acqua di un fiume in territorio boliviano. Rubato? Sicuramente c’era stato un accordo più o meno formale per l’installazione di tubi e canali che derivavano l’acqua verso i campi cileni. Solo che adesso l’oro blu  vale più dell’argento, che 500 anni fa aveva ipnotizzato gli spagnoli. Si parla persino di un dispiegamento di carri armati al confine: la guerra dell’acqua è alle soglie. Nel nostro piccolo, Vilacaya va nella vicina comunità di Mulahara, per chiedere di poter incanalare l’acqua e migliorare un poco la situazione, ma i vicini si rifiutano: hanno paura che in tempi peggiori verrà a mancare loro. E pensare che i loro figli vengono a Vilacaya per la scuola superiore, ma niente: la paura vince sulle buone ragioni.

…e inondazioni

In novembre è caos totale: le grandi e popolose città iniziano a razionare l’acqua – certo, soprattutto nei quartieri poveri – e la situazione si aggrava in La Paz. La gente inizia a vendere secchi d’acqua come se fosse oro, le motobotti la forniscono a lunghe file di persone assetate. Cile si offre di aiutare Bolivia, ma il presidente Evo dice: “No, grazie: ce la facciamo da soli”. In dicembre iniziano precipitazioni, alle volte violente, con grandine, prostrando i contadini. In altre parti, come il dipartimento di Potosí, nemmeno una goccia.

Tutta colpa di quel bimbo cattivo! Ma di chi è figlio? Ciascuno faccia il DNA del proprio stile di vita, e si riconosca padre/madre di questa creatura…

suor Stefania Raspo, mc

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Casa Comune: l’averne cura con piacere e responsabilità

Riflessione sull’enciclica Laudato Si’. Dal punto di vista dei poveri.

L’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”, che riflette sulla cura della Casa Comune, pubblicata nel 2015, ha risvegliato l’attenzione su atteggiamenti semplici del quotidiano como la vicinanza, la vita fraterna, la speranza, la cura della Casa Comune, così come ha invitato a riflettere su quale futuro vogliamo costruire per i nostri figli.

Per i cattolici che vivono nel comune di Ananindeua (Pará, Brasile), e tra i quali anche le suore Missionarie della Consolata, è stato scioccante constatare, nel testo base della Campagna della Fraternità di quest’anno (la Campagna della Fraternità è un’importante iniziativa della Quaresima della Chiesa Cattolica brasiliana, che ogni anno tocca un tema sociale e propone progetti in sintonia con il tema – ad esempio ecologia, disabilità, educazione, acqua…, ndt) che l’investimento per l’ambiente – tradotto in termini di bonifica delle acque e delle fogne – è pari allo 0’0%, raggiungendo così il peggior indice di disimpegno tra quelli valutati dallo studio fatto.

Quando ci imbattiamo con la mancanza di cura verso la nostra Casa Comune, è facile comprendere la preghiera che il profeta Amos ha gridato ai suoi tempi: “Voglio vedere il Diritto sgorgare come una sorgente e la Giustizia scorrere come un fiume” (Amos 5,24). E’ interessante anche uno studio fatto dalla rete “Tratta Brasile”, che riconosce che per ogni Reale (moneta brasiliana, ndt) che il Brasile investe nella bonifica delle acque, risparmia 4 Reali nella sanità.

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le strade sterrate di Ananindeua

Davanti a una sfida tanto grande che il Pianeta vive al giorno d’oggi, è necessario immergersi nei 246 paragrafi della Laudato si’, un’enciclica che – nonostante la lunghezza e il complesso tema abbordato – usa un linguaggio semplice, profondo e compenetrante. Questa Enciclica segna, più che il testo, la testimonianza di vita di Papa Francesco e sveglia in oggni essere umano un nuovo sogno di partecipazione e collaborazione.

Siamo concordi con Papa Francesco quando dice che il mondo è molto più di un problema da risolvere: è un mistero gioioso che contempliamo nell’allegria e nella lode. Riconosciamo con il Papa che il degrado ambientale si associa all’aumento della povertà mondiale: affinché il mondo esca dalla spirale dell’autodistruzione è necessario superare la fame e la miseria, generare vita e non morte.

Per chi non ha ancora letta l’enciclica, presento qui alcune piste di lettura dei 6 capitoli che la compongono, per assaporarla meglio e ruminare questo tesoro di ricchezza e sapienza.

Capitolo I: come esseri umani, domandiamoci: che cosa sta succedendo alla nostra Casa Comune? Il Papa condanna l’attuale modello di sviluppo, centrato nel consumismo e nell’ottenimento del profitto facile e rapido. Denuncia l’incoerenza di chi lotta contro il traffico degli animali in estinzione, ma rimane indifferente davanti al traffico delle persone e si disinteressa dei poveri, o cerca di distruggere un essere umano che non gli piace.

Salvare oggi il Pianeta significa dare una soluzione alla fame nel mondo, dichiara il Papa. I poveri sono le principali vittime delle invasioni delle terre indigene, della distruzione delle foreste, della contaminazione dei fiumi e dei mari, e dell’uso abusivo degli agrotossici. Domandiamoci ancora: è questo il mondo che voglio lasciare alla società di domani?

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inondazioni

Capitolo 2: il Papa presenta il Vangelo della Creazione, sottolineando l’interazione biblica tra l’essere umano e la natura e fa il “mea culpa” circa al modo con cui la Chiesa ha interpretato il mandato divino di “dominare” il mondo con una lettura fondamentalista del racconto della Creazione. Il soffio di Dio agisce sopra il caos, ovvero, il disordine. E nel sesto giorno la “Ruah” di Dio dà vita agli animali e all’essere umano. Dio lo rende fecondo per continuare a dare vita alla creazione. Davanti a una così grande bellezza, il mondo capitalista è diventato antropocentrico, tradendo la proposta di Dio. Papa Francesco in questo capitolo amplia il significato di “non uccidere”: il fatto che il 20% dell’umanità consuma così tanto da sottrarre alle nazioni povere e alle generazioni future il necessario per sopravvivere.

Capitolo 3: in questo capitolo appare la radice umana della crisi ecologica, in quanto non è la natura che è in crisi, piuttosto è l’idolatria del mercato che deve essere combattuta. C’è una certa enfasi nel constatare che la fame e la miseria non termineranno semplicemente con la crescita del mercato. Secondo Papa Francesco il mercato è un animale che mangia per crescere e soddisfare se stesso, non permettendo agli altri di crescere, per questo crea i suoi bisogni, capricci, sempre mettendo il lucro come porta di ingresso delle sue imprese. E’ il capitale che indica le regole, regole questo che si contrapponfono al Vangelo.

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rifiuti che contaminano l’acqua

Capitolo 4: il Papa crea, spiega e difende un nuovo termine: ecologia integrale. Critica e definisce innocue tutte le importanti riunioni della “cupola” circa la questione ambientale, che hanno buoni propositi, ma che non sono mai andate più in là dello scritto. Francesco amplia il concetto di ecologia parlando di ECOLOGIA INTEGRALE, ECOLOGIA CULTURALE, ECOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA. Afferma ancora che la cultura “ecopocentrica” deve essere ripresa per correggere la cultura antropolocentrica che crea divisioni, infatti il diverso è scartato semplicemente per il fatto di essere differente e per di più la natura deve essere dominata. L’umanità ha bisogno di rivedere i concetti ecologici dell’educazione che presenta ai suoi bambini, così come nell’esperienza dell’ecologia del quotidiano (accumulo di rifiuti senza limiti).

Capitolo 5: qui Papa Francesco porta alcune linee orientative e pratiche circa la cura della Casa Comune, tra le quali la LODE come dimensione contemplativa, per il fatto che ogni contatto con Dio nasce dalla sua unità con la natura. Un’altra linea di azione indicata dal Papa è la CURA, la prassi della giustizia e della difesa della vita umana in tutti i sensi. Infine il Papa evidenzia la Casa Comune come dimensione comunitaria della vita umana, riscattando il “BUON VIVERE” comunitario e circolare.

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il manifesto della Campagna della Fraternità

Capitolo 6: già quasi al termine della sua enciclica, il Papa indica il valore dell’educazione e della spiritualità ecologica. Crede nella natura in perenne adorazione: interessante che nessun’altra enciclica papale contiene tanta poesia. Qui Francesco descrive tutto l’universo materiale come un linguaggio di amore a Dio. Il suolo, i laghi, le montagne, tutto è una carezza di Dio. Per la prima volta, inoltre, un’enciclica   riconosce il valore dell’opera di Teilhard de Chardin (1955), censurato dalla Chiesa in tutta la prima metà del secolo passato.

 

 

Terminando questa breve riflessione su un documento così importante, vorrei evidenziare alcune novità importanti esplicite dell’enciclica: un linguaggio con uno stile profondo ma semplice, che qualsiasi persona alfabetizzata può leggere e capire. Interessante la citazione di altri magisteri, tra cui quello del Patriarca Bartolomeo, e nel prosieguo dell’opera cita altre denominazioni che hanno assunto la lotta per il cambio mondiale.  Dimostra una forza di pensiero “laico” dell’argomentazione, prestando molta attenzione al linguaggio. Tutto è intimamente connesso, dacchè il pensiero ecologico nasce dal pensiero greco, e qui tutto è assolto e valorizzato dal papa.

casa comun 4A conclusione di questo percorso, vale la pena ricordare anche per il nostro quotidiano familiare e professioniale che non c’è giustizia senza la giustizia ambientale, e abbiamo mille e una opportunità per vivere un’ecologia integrale e quotidiana. Ciò che purtroppo manca alle nostre comunità cristiane è legare la fede alla vita. Quando questo non succedere, il sistema “animale” divora tutto, portando l’umanità alla morte. E come il papa Francesco ci esorta, prendiamo in considerazione le sue parole quando ci dice: “dobbiamo liberarci da questa schizofrenia tra fede e vita”.

Abbiamo bissogno di risccattare tale credibilità, poiché ogni volta che proclamiamo che il nostro Dio è il Dio della vita, non possiamo dimenticare che noi siamo vita in Dio. Per questo siamo portatori di speranza, annunciatori di una nuova relazione tra le persone, la natura e lo stesso Dio.

 

suor Noeli Domingos Bueno – em 20/03/2016

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