America: tanti cammini, un solo cuore

il gruppo delle MC partecipanti all’incontro di Bogotá

 

L’incontro continentale America parla di molti sentieri ed un’unica passione per la missione 

Un tappeto coloratissimo ospita dei personaggi molto interessanti: un uomo davanti a un labirinto, perché la vita è così: sembra un percorso problematico, ma c’è un Centro e una Direzione, c’è il Grande Spirito, secondo la sapienza del popolo Pima degli Stati Uniti. E che dire dell’uomo pensante? Perché la persona è “testa”: è pensiero, riflessione, è importante per questo prendere il tempo necessario per pensare bene, a fondo. Come ha fatto una comunità Yecuana che ha detto al vescovo che aveva bisogno di dieci anni per prendere una decisione, davanti a una proposta che il prelato le faceva! Ecco lì una cuya: mezza zucca che per gli Yanomami è un attrezzo multiuso quotidiano, ma che nelle feste diventa il mezzo della condivisione e quindi simbolo della generosità, il valore supremo per questo popolo. E poi i copricapi dei Huitoto e dei Guaranì, segno della danza, della festa, dimensioni essenziali ed esistenziali dei due popoli. Infine, la statuetta in terracotta di una donna che allatta il figlio, messa su una bandiera coloratissima, rappresenta la Madre Terra che il popolo quechua rispetta e ama come la propria mamma.

i simboli che hanno accompagnato l’incontro

Con questi simboli che ci portano la sapienza e spiritualità dei popoli nativi di America abbiamo iniziato il nostro incontro continentale delle Missionarie della Consolata dell’America, ma come ben ha detto una sorella alla fine dell’incontro, non si è trattato solo di soprammobili, piuttosto abbiamo sentito la presenza viva dei nostri popoli, e il loro sostegno per il nostro cammino.

Eravamo 20 sorelle provenienti da Stati Uniti, Venezuela, Colombia, Brasile, Argentina e Bolivia, accompagnate da suor Natalina Stringari, consigliera generale, e per due settimane ci siamo riunite per condividere esperienze, riflessioni sul carisma e sulla missione che portiamo avanti. E’ stato un tempo di profonda ricchezza, che ci ha riempito di entusiasmo e dato molte luci: le sorelle che vivono con popoli nativi hanno avuto un tempo prolungato per raccontare la loro esperienza e le ricchezze della cultura originaria. Come gruppo, poi, ci siamo prese l’impegno di studiare a fondo un aspetto proprio della cultura ed elaborare un piccolo saggio, da condividere con il resto del gruppo via internet e in un futuro incontro. L’entusiasmo e l’amore che ciascuna ha trasmesso è stato contagioso ed ha moltiplicato la “voglia di missione” che già brucia nei nostri cuori. Davvero fa bene incontrarsi e “contagiarsi”!

le sorelle della Regione Amazzonica Brasiliana

Se è vero che le realtà sono molto diverse, in quanto due comunità (in Argentina e Bolivia) sono con popoli andini, tre con popoli amazzonici (in Colombia, Brasile e Venezuela) e due in riserve indigene (in Brasile e Stati Uniti), ci sono anche molti elementi in comune: anzitutto, la sapienza originaria ha caratteristiche simili ad ogni latitudine della Terra, soprattutto nel suo sguardo olistico che abbraccia tutta la realtà: umana, divina, della Natura, in armonia e complementarietà. Un altro elemento che unisce le nostre esperienze missionarie è il carisma, che determina lo stile della nostra presenza, che cerca di essere semplice e vicino alla gente. Il nostro Padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, e la nostra mamma Consolata, come anche la forza che ci dà l’Eucaristia, sono compagni di viaggio indispensabili per poter vivere la vita a fianco della nostra gente.

“Siamo arrivate da mille strade diverse”, dice un canto. Sembra proprio così anche per noi: siamo arrivate da tanti paesi diversi, da realtà di missione differenti. “Ora siamo un unico cuore” continua il canto, e sembra proprio scritto per noi: come Istituto stiamo camminando verso la unificazione delle nostre realtà di Continente in un’unica Circoscrizione. Sempre più unite, sempre più UNO. Questo incontro ha creato legami forti e significativi tra noi, rinnovando la passione per la missione e lo spirito di famiglia. America: abbiamo tanti cammini ma siamo un unico cuore.

Suor Stefania R., mc

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Dare e ricevere: la generosità nel mondo Yanomami

Sapienza Yanomami. La generosità come fondamento della relazione

Il popolo Yanomami abita nella foresta Amazzonica nella frontiera tra Brasile e Venezuela. E’ un gruppo seminomade, con lingua e cultura propria; vive di caccia, pesca, raccolta di frutta e agricoltura di sussistenza, estraendo dalla foresta e dal fiume il necessario per vivere.

I primi contatti con questo popolo da parte di noi suore Missionarie della Consolata sono stati nel 1953, nella città di Boa Vista. Padre Riccardo Silvestre, Missionario della Consolata, iniziò a organizzare spedizioni per conoscere popoli indigeni “sconosciuti”: alla seconda spedizione, di 21 giorni, portò nella città di Boa Vista 4 Yanomami, che le sorelle pettinarono e vestirono, per poi farli passare per le vie della città. La seconda esperienza fu nel 1970, quando suor Aquilina Fumagalli prestò servizio sanitario nella missione di Catrimani, fondatadai Missionari della Consolata cinque anni prima. Per non spaventare la gente, che aveva pochi contatti con il mondo dei “bianchi”, la suora si vestì come un missionario.

E’ nel 1990 che le Missionarie della Consolata sono arrivate a Catrimani, mosse dallo spirito missionario, ad esempio di Gesù Cristo, il Figlio Missionario del Padre, che in terra ha avuto compassione della folla che era stanca (Matteo 9,35) e illuminate dalle parole del profeta Isaia: “Consolate, consolate il mio popolo!” (Isaia 40,1). Lì hanno posto la loro tenda, in mezzo a questo popolo che soffre per tante ragioni: la questione della terra, le epidemie, le minacce da gruppi esterni che vogliono occupare la loro terra.

Nella mia esperienza personale, la prima parola che ho imparato nella lingua Yanomami è pihio,  che significa “dammi”, “volere”, “mi piacerebbe avere”. Lo sfondo di questa espressione è l’invito ad essere generoso. Infatti, chi vuole vivere questa virtù della generosità deve imparare a chiedere quando ne ha bisogno (pihio) come anche saper dare agli altri quando chiedono qualcosa.

La generosità “xilhete” è la capacità di dare, ricevere, chiedere, ricevere. La persona è considerata Xilhete quando dà ciò che le richiedono in cambio di altro di cui ha bisogno. Il valore della generosità sta nella relazione, non dipende da quanto la persona riceve, o quanto ha richiesto, né da quando darà: l’oggetto e il tempo sono molto relativi.

L’essere generoso, il dare non hanno un valore in sé, consistono piuttosto nella capacità della persona di privarsi di qualcosa che l’altro le chiede, anche fosse un oggetto usato, e anche se non c’è previsione di rivederlo più, come possono essere le punte delle frecce, la carne della caccia…

Quando uno muore, tutti i suoi averi sono bruciati, e terminano con lui. La generosità, infatti, è praticata tra i vivi, e le persone sono ricordate per la generosità che hanno vissuto, non per i tesori che hanno saputo raccogliere.

C’è una memoria di un uomo generoso che dice:

“Fratello mio, ti ho visto sempre lavorare.
Fratello mio, eri sempre molto generoso. 
Fratello mio, mi hai sempre dato da mangiare.
Fratello mio, sento molta nostalgia.
Fratello mio, mi hai dato da mangiare.
Fratello mio, dormiamo soddisfatti, con la pancia piena.
Fratello mio, lavoriamo con la pancia piena”.

suor Mary Agnes Njeri Mwangi, MC

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La nostra missione tra i popoli indigeni in America

Noi, Suore Missionarie della Consolata, come consacrate per la missione, privilegiamo l’annuncio del Vangelo alle genti,  per questa ragione,  nel continente America, siamo particolarmente impegnate, nel ministero tra i popoli indigeni.

Camminiamo con loro approfondendo la loro cultura, li sosteniamo nelle lotte per i propri’ diritti (umani, sociali…) li accostiamo con grande rispetto delle loro manifestazioni religiose, promuovendo e sostenendo una formazione integrale. Apprezziamo l’esperienza dei loro valori culturali quali la reciprocità, la solidarietà, il rispetto per la natura, il senso del sacro, l’equilibrio esistenziale per il bene di tutti, l’amore e il rispetto per la terra, il lavoro, il coraggio e la tutela della comunità che supera ogni individualismo.

Questa galleria si propone di mostrare la  varietà dei popoli indigeni d’America , tra cui lavoriamo, pertanto  vi invitiamo a godere ed entrare nell’universo indigeno  attraverso l’immagine.

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Casa Comune: l’averne cura con piacere e responsabilità

Riflessione sull’enciclica Laudato Si’. Dal punto di vista dei poveri.

L’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”, che riflette sulla cura della Casa Comune, pubblicata nel 2015, ha risvegliato l’attenzione su atteggiamenti semplici del quotidiano como la vicinanza, la vita fraterna, la speranza, la cura della Casa Comune, così come ha invitato a riflettere su quale futuro vogliamo costruire per i nostri figli.

Per i cattolici che vivono nel comune di Ananindeua (Pará, Brasile), e tra i quali anche le suore Missionarie della Consolata, è stato scioccante constatare, nel testo base della Campagna della Fraternità di quest’anno (la Campagna della Fraternità è un’importante iniziativa della Quaresima della Chiesa Cattolica brasiliana, che ogni anno tocca un tema sociale e propone progetti in sintonia con il tema – ad esempio ecologia, disabilità, educazione, acqua…, ndt) che l’investimento per l’ambiente – tradotto in termini di bonifica delle acque e delle fogne – è pari allo 0’0%, raggiungendo così il peggior indice di disimpegno tra quelli valutati dallo studio fatto.

Quando ci imbattiamo con la mancanza di cura verso la nostra Casa Comune, è facile comprendere la preghiera che il profeta Amos ha gridato ai suoi tempi: “Voglio vedere il Diritto sgorgare come una sorgente e la Giustizia scorrere come un fiume” (Amos 5,24). E’ interessante anche uno studio fatto dalla rete “Tratta Brasile”, che riconosce che per ogni Reale (moneta brasiliana, ndt) che il Brasile investe nella bonifica delle acque, risparmia 4 Reali nella sanità.

le strade sterrate di Ananindeua

Davanti a una sfida tanto grande che il Pianeta vive al giorno d’oggi, è necessario immergersi nei 246 paragrafi della Laudato si’, un’enciclica che – nonostante la lunghezza e il complesso tema abbordato – usa un linguaggio semplice, profondo e compenetrante. Questa Enciclica segna, più che il testo, la testimonianza di vita di Papa Francesco e sveglia in oggni essere umano un nuovo sogno di partecipazione e collaborazione.

Siamo concordi con Papa Francesco quando dice che il mondo è molto più di un problema da risolvere: è un mistero gioioso che contempliamo nell’allegria e nella lode. Riconosciamo con il Papa che il degrado ambientale si associa all’aumento della povertà mondiale: affinché il mondo esca dalla spirale dell’autodistruzione è necessario superare la fame e la miseria, generare vita e non morte.

Per chi non ha ancora letta l’enciclica, presento qui alcune piste di lettura dei 6 capitoli che la compongono, per assaporarla meglio e ruminare questo tesoro di ricchezza e sapienza.

Capitolo I: come esseri umani, domandiamoci: che cosa sta succedendo alla nostra Casa Comune? Il Papa condanna l’attuale modello di sviluppo, centrato nel consumismo e nell’ottenimento del profitto facile e rapido. Denuncia l’incoerenza di chi lotta contro il traffico degli animali in estinzione, ma rimane indifferente davanti al traffico delle persone e si disinteressa dei poveri, o cerca di distruggere un essere umano che non gli piace.

Salvare oggi il Pianeta significa dare una soluzione alla fame nel mondo, dichiara il Papa. I poveri sono le principali vittime delle invasioni delle terre indigene, della distruzione delle foreste, della contaminazione dei fiumi e dei mari, e dell’uso abusivo degli agrotossici. Domandiamoci ancora: è questo il mondo che voglio lasciare alla società di domani?

inondazioni

Capitolo 2: il Papa presenta il Vangelo della Creazione, sottolineando l’interazione biblica tra l’essere umano e la natura e fa il “mea culpa” circa al modo con cui la Chiesa ha interpretato il mandato divino di “dominare” il mondo con una lettura fondamentalista del racconto della Creazione. Il soffio di Dio agisce sopra il caos, ovvero, il disordine. E nel sesto giorno la “Ruah” di Dio dà vita agli animali e all’essere umano. Dio lo rende fecondo per continuare a dare vita alla creazione. Davanti a una così grande bellezza, il mondo capitalista è diventato antropocentrico, tradendo la proposta di Dio. Papa Francesco in questo capitolo amplia il significato di “non uccidere”: il fatto che il 20% dell’umanità consuma così tanto da sottrarre alle nazioni povere e alle generazioni future il necessario per sopravvivere.

Capitolo 3: in questo capitolo appare la radice umana della crisi ecologica, in quanto non è la natura che è in crisi, piuttosto è l’idolatria del mercato che deve essere combattuta. C’è una certa enfasi nel constatare che la fame e la miseria non termineranno semplicemente con la crescita del mercato. Secondo Papa Francesco il mercato è un animale che mangia per crescere e soddisfare se stesso, non permettendo agli altri di crescere, per questo crea i suoi bisogni, capricci, sempre mettendo il lucro come porta di ingresso delle sue imprese. E’ il capitale che indica le regole, regole questo che si contrapponfono al Vangelo.

rifiuti che contaminano l’acqua

Capitolo 4: il Papa crea, spiega e difende un nuovo termine: ecologia integrale. Critica e definisce innocue tutte le importanti riunioni della “cupola” circa la questione ambientale, che hanno buoni propositi, ma che non sono mai andate più in là dello scritto. Francesco amplia il concetto di ecologia parlando di ECOLOGIA INTEGRALE, ECOLOGIA CULTURALE, ECOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA. Afferma ancora che la cultura “ecopocentrica” deve essere ripresa per correggere la cultura antropolocentrica che crea divisioni, infatti il diverso è scartato semplicemente per il fatto di essere differente e per di più la natura deve essere dominata. L’umanità ha bisogno di rivedere i concetti ecologici dell’educazione che presenta ai suoi bambini, così come nell’esperienza dell’ecologia del quotidiano (accumulo di rifiuti senza limiti).

Capitolo 5: qui Papa Francesco porta alcune linee orientative e pratiche circa la cura della Casa Comune, tra le quali la LODE come dimensione contemplativa, per il fatto che ogni contatto con Dio nasce dalla sua unità con la natura. Un’altra linea di azione indicata dal Papa è la CURA, la prassi della giustizia e della difesa della vita umana in tutti i sensi. Infine il Papa evidenzia la Casa Comune come dimensione comunitaria della vita umana, riscattando il “BUON VIVERE” comunitario e circolare.

il manifesto della Campagna della Fraternità

Capitolo 6: già quasi al termine della sua enciclica, il Papa indica il valore dell’educazione e della spiritualità ecologica. Crede nella natura in perenne adorazione: interessante che nessun’altra enciclica papale contiene tanta poesia. Qui Francesco descrive tutto l’universo materiale come un linguaggio di amore a Dio. Il suolo, i laghi, le montagne, tutto è una carezza di Dio. Per la prima volta, inoltre, un’enciclica   riconosce il valore dell’opera di Teilhard de Chardin (1955), censurato dalla Chiesa in tutta la prima metà del secolo passato.

 

 

Terminando questa breve riflessione su un documento così importante, vorrei evidenziare alcune novità importanti esplicite dell’enciclica: un linguaggio con uno stile profondo ma semplice, che qualsiasi persona alfabetizzata può leggere e capire. Interessante la citazione di altri magisteri, tra cui quello del Patriarca Bartolomeo, e nel prosieguo dell’opera cita altre denominazioni che hanno assunto la lotta per il cambio mondiale.  Dimostra una forza di pensiero “laico” dell’argomentazione, prestando molta attenzione al linguaggio. Tutto è intimamente connesso, dacchè il pensiero ecologico nasce dal pensiero greco, e qui tutto è assolto e valorizzato dal papa.

A conclusione di questo percorso, vale la pena ricordare anche per il nostro quotidiano familiare e professioniale che non c’è giustizia senza la giustizia ambientale, e abbiamo mille e una opportunità per vivere un’ecologia integrale e quotidiana. Ciò che purtroppo manca alle nostre comunità cristiane è legare la fede alla vita. Quando questo non succedere, il sistema “animale” divora tutto, portando l’umanità alla morte. E come il papa Francesco ci esorta, prendiamo in considerazione le sue parole quando ci dice: “dobbiamo liberarci da questa schizofrenia tra fede e vita”.

Abbiamo bissogno di risccattare tale credibilità, poiché ogni volta che proclamiamo che il nostro Dio è il Dio della vita, non possiamo dimenticare che noi siamo vita in Dio. Per questo siamo portatori di speranza, annunciatori di una nuova relazione tra le persone, la natura e lo stesso Dio.

 

suor Noeli Domingos Bueno – em 20/03/2016

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Diario di una vittoria

Suor Noelí racconta, passo a passo, la vittoria della sua gente, nella periferia di Ananindeua, in Pará – Brasile 

 

 

11 gennaio

Oggi, 11 gennaio, sento di dover complimentare gli abitanti della Via Barcelar, in Icuì, per la manifestazione che hanno fatto nella strada: la gente è stufa di vivere nel fango.
La settimana scorsa è passato il caterpillar, oi ha piovuto: e adesso gli abitanti non riescono a passare per la strada, senza contare le case che si sono allagate.

Non è una cosa che so per sentito dire: io stessa ci sono andata, e l’acqua mi arrivava al ginocchio. Sicuramente nessuna delle nostre autorità ha mai vissuto – o vuole vivere – in queste condizioni, e per questo non capisce la lotta e la sofferenza del popolo che grida per i suoi diritti.

Purtroppo, il prossimo anno i politici metteranno la loro bella faccia, verranno nelle nostre case e nelle nostre strade: sarà per il tempo della campagna politica, e poi spariranno di nuovo per due anni…

E’ necessario che la gente si svegli, smetta di sognare come chi dorme in splendide culle, e venga nelle strade, a gridare e chiedere una riforma politica dove effettivamente le autorità, come stipendiati con il denaro della popolazione, garantiscano politiche pubbliche di qualità.

Questa volta non sono stata io ad organizzare la manifestazione, e mi fa piacere rendermi conto che il popolo inizia a svegliarsi: questa è vera cittadinanza! Questa lotta è nostra, è la lotta del popolo: con unione e coraggio possiamo costruire un Icuì nuovo!!!

 

5 febbraio

Una grande gioia per la gente di Icuì (Ananindeua – Pará -Brasile) : la via Barcelar smette di essere la strada “scippata” per essere una strada asfaltata, dopo una lotta molto grande della popolazione, che veramente merita gli elogi per questa vittoria.

Sappiamo che ci sono opere basiche per il bene della comunità, che dovrebbero essere concretizzate dai funzionari pubblici, ma purtroppo certi diritti non arrivano nei nostri quartieri.

Altre vie dovrebbero seguire l’esempio di questi cittadini, che hanno lottato insieme, senza avere qualcuno che progettasse il tutto solo per lanciarsi come candidato politico. E’ giunta l’ora in cui il popolo deve destarsi, soprattutto in questa Quaresima in cui – come Chiesa del Brasile – siamo chiamati a riflettere su questo tema: “La Casa Comune: nostra responsabilità”.

Ancora complimenti agli abitanti di Via Barcelar! Attenzione, non lasciamoci comprare per un po’ di asfalto!! Siamo nell’anno delle elezioni: la nostra coscienza di cittadini autentici e coscienti deve parlare più forte!!!

Suor Noelì Domingos Buenos

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