Quattro chiacchiere con… suor Natalina

Intervista a suor Natalina Stringari, missionaria della Consolata brasiliana

Quando senti la parola missione, qual é la prima cosa che ti viene in mente? 

Quando sento la parola missione, la prima cosa che mi viene in mente è l’annuncio di Gesù, del suo amore che salva, della sua misericordia e compassione verso tutti. Ma mi  vengono in mente anche le culture, le diversità, le ricchezze, le sofferenze, le speranze, le gioie di ogni popolo… Questi popoli che anche senza saperlo sono gia stati salvati da questo Amore del Figlio Gesù, ma bisogna che qualcuno Lo renda conosciuto.

Secondo te, qual é la priorità oggi della missione? 

Secondo me, la priorità della missione oggi, è che la Chiesa, nella persona di ogni battezzato, di ogni cristiano/cristiana, sia vicina a tutte le persone e sappia testimoniare, anzitutto con le sue scelte di vita e con i suoi atteggiamenti di rispetto, il Volto misericordioso di Gesù, del Padre. Questa deve essere la missione della Chiesa, verso tutti, senza la condizione della conversione, perché è la Salvezza che diventa condizione possibile di conversione, proprio perché la persona ha fatto l’esperienza di sentirsi accolta e amata incondizionatamente. Una Chiesa che non ostenta alcun potere, ma che è vicina alle persone, in umiltà e tenerezza; la missione non va vissuta nella potenza perché Gesù stesso si è rivelato, non con potenza, ma nella piccolezza, tenerezza e umiltà di un bambino, nel segno insignificante e nascosto del pane e del vino, nello spogliamento e fallimento della croce. Nel vivere la missione ogni cristiano/a, ogni missionario/a è chiamato ad aiutare le persone a scoprire questo volto di Gesù, ma è anche chiamato a scoprire nel volto di ogni persona quello di Gesù; a scoprire i Segni del Regno gia presente nelle stesse realtà dove vive la sua chiamata.

Raccontaci un episodio della tua vita missionaria che ti ha dato tanta gioia.

Mi è difficile identificare UN episodio che mi ha dato tanta gioia perché in questi 25 anni di vita missionaria ho perso il conto degli innumerevoli momenti di gioia che hanno segnato la mia vita, anche, talvolta in mezzo alle sofferenze e le difficoltà. Ma condivido uno particolarmente interessante: quando sono arrivata in Guinea Bissau, nell’anno 2000, sono stata subito destinata alla comunità di Bubaque, nelle isole Bijagos. Andavo con una ferma convinzione: in qualunque luogo sarei andata il Signore era già là, a precedermi e accogliermi per vivere con me questa “avventura missionaria”. Quando stavo arrivando, ancora sul barcone con il quale avevamo fatto alcune ore di viaggio sull’Atlantico, ho visto due mie consorelle e un gruppo di persone della comunità che mi aspettavano, con gioia, sulla sponda. In quel momento ho fatto l’esperienza dell’accoglienza e della certezza che il Signore mi aveva preceduta e ho detto tra me: “ecco Gesù mi aspetta  e mi accoglie attraverso queste sorelle e queste persone”, perché Egli si sta manifestando concretamente. E questa certezza mi ha riempito il cuore di gioia e gratitudine e mi ha accompagnato nel cammino, fino a oggi. Quando penso che alcune di quelle persone non erano cristiane mi stupisco ancor di più perché questo è un segno per noi Missionarie della Consolata chiamate a vivere la missione tra i non cristiani.

Se oggi, dopo 25 anni di consacrazione religiosa missionaria, potessi ritornare indietro all’inizio della tua vita missionaria, cosa non faresti? E cosa invece sicuramente rifaresti? 

Forse cercherei di non fare le cose che considero di aver fatto in modo sbagliato, sebbene so che anche questo fa parte del cammino, perché dagli errori o sbagli si impara di più che non quando le cose sembrano andare in modo perfetto. Poco a poco nella mia vita religiosa-missionaria ho scoperto che non dovevo essere perfetta per vivere con autenticità, ma piuttosto vivere in semplicità, intensità e gioia con sempre più coscienza che, parafrasando le parole di nostro Fondatore Allamano, “non stavo facendo un favore a Dio ma che invece è Lui che mi ha aggraziata con il dono della vocazione religiosa e missionaria”.

Dopo questi 25 anni di consacrazione continuerei la strada percorsa con la stessa fiducia e la stessa Grazia che ho avuto momento per momento. La missione ha cambiato la mia vita, mi ha sfidata a offrire il meglio di me stessa; il contatto con sorelle di diverse provenienze e con popoli e realtà culturali molto diverse della mia, ha arricchito la mia vita in un modo sorprendente. Di tutto questo sono riconoscente a Gesù, alla Consolata e a ogni persona che ho incontrato lungo il cammino.

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Vivaci, gioiosi, ricchi di energia

Suor Florence ci racconta come sono i giovani tanzaniani

Lavorando con i giovani della diocesi di Iringa, Tanzania, non si può fare a meno di constatare la forza delle parole di Papa Francesco contenute nel suo messaggio per la Giornata Mondiale Diocesana della Gioventù, laddove egli dice ai giovani che la Chiesa e la società hanno bisogno del loro coraggio, dei loro sogni e ideali. Per questo motivo la Chiesa cattolica del Tanzania considera i giovani come la Chiesa di oggi in processo di crescita e un segno di speranza per il futuro.

Attraverso il mio apostolato con i giovani, che consiste in un dare e ricevere scambievole e gioioso, posso testimoniare che il mondo dei giovani è pieno di sogni, di speranze, di rischi e di sfide ai quali solo la fede in Dio può dare la migliore risposta. Con questa consapevolezza, la Chiesa cattolica ha dato vita ad una organizzazione che si prende cura dei giovani nelle parrocchie, nelle scuole primarie e secondarie e nelle Università. A tutti questi livelli si può trovare del materiale adatto per l’insegnamento. Così, ad Iringa, noi stiamo lavorando come team nell’Ufficio diocesano per tutti gli studenti delle scuole secondarie e delle Università, dando priorità alla loro formazione umana e spirituale.

 

Incontriamo i giovani a scuola durante l’insegnamento della religione, durante le vacanze organizziamo incontri per loro e per il restante tempo essi sono coinvolti nei gruppi giovanili delle loro parrocchie. I giovani rispondono numerosi agli incontri organizzati per loro, con l’obiettivo di divenire ambasciatori di Cristo verso i loro coetanei. Oltre ad ascoltare conferenze su argomenti scelti molto accuratamente per loro, i giovani hanno un tempo in cui possono condividere la loro fede, così come loro la intendono.

Tutto ciò è molto interessante, perché i giovani fanno uso della Bibbia, citano il catechismo della Chiesa cattolica e, quando non raggiungono una risposta comune alle loro domande, interpellano i loro istruttori.

Una qualità che mi colpisce in loro è la pazienza. È davvero ammirevole il constatare come essi sanno attendere pazientemente quando qualcosa che desiderano non è disponibile al momento. In particolare quando il cibo non è pronto, essi si affacciano alla cucina per dire “pole”, cioè “mi dispiace che accada questo”. Questa bella attitudine è comune e molto presente in loro anche in altre circostanze.

Un’altra bella caratteristica è la generosità di quelli che tra di loro sono più abbienti, i quali percepiscono come una chiamata quella di aiutare i loro compagni che possiedono di meno.

In una scuola secondaria femminile, le ragazze si misero d’accordo con i proprietari del piccolo bar-ristorante, perché vendessero alle loro compagne più povere gli alimenti ad un prezzo abbordabile. I proprietari accettarono, vedendo il buon cuore e l’interessamento delle giovani per le loro compagne più bisognose.

I nostri giovani sono inoltre i primi a promuovere vocazioni religiose a scuola e sul lavoro. A questo scopo formano dei gruppi vocazionali, dove si prega per tutti i religiosi e, in particolare, si incoraggiano i giovani a fare questa scelta di vita.

I giovani incontrano, anche, sul loro cammino varie sfide. Quella più grande è l’instabilità dovuta alle molte attrazioni che il mondo della globalizzazione offre loro, per cui perdono molto del loro tempo dedicandosi a internet, ai vari chatting e radunandosi in club. Quelli che abitano nei villaggi invece si danno all’alcool, facendo divenire la Chiesa la seconda opzione.

I media influenzano molto i giovani nel loro modo di vestire ed in altre abitudini che non coincidono con la loro cultura, cosicché quando si ricordano loro i valori della fede, della morale, delle virtù cristiane e quelle della loro stessa cultura, alcuni non si lasciano convincere, temendo di essere considerati un po’ arretrati rispetto alle mode vigenti.

Riguardo la liturgia, essi pongono molta energia e interessamento nel cercare di introdurre i loro riti tradizionali in essa, ma ciò va a volte a scapito della serietà della liturgia stessa o è frutto di ignoranza. Ci sono altre credenze che interferiscono con la vita dei giovani e, per timore di andare contro le loro tradizioni culturali, essi finiscono per esserne condizionati. Alcuni sanno ciò che è giusto e ciò che invece è sbagliato, ma restano influenzati da credenze locali come stregonerie, maledizioni e rituali che non sono secondo la fede cristiana. Pochi di loro hanno il coraggio di trascurare queste credenze e affrontare le sfide della fede cristiana.

Un altro motivo di frustrazione per i giovani è la difficoltà, per alcuni, di non poter pagare le rette scolastiche oppure di non trovare un lavoro, al termine dei loro studi. Questo li tiene lontani dalla vita di società e anche dalla partecipazione a gruppi di giovani della loro età.

Per concludere, voglio sottolineare che i giovani tanzaniani sono generalmente vivaci, felici, con energie positive che fanno amare loro le danze e i canti ogni volta che si raggruppano tra di loro. Non importa il numero, la loro presenza si fa sempre sentire. È molto incoraggiante e motivante trovarsi insieme a loro. Essi irradiano pace e speranza per la Chiesa di domani. In questo mondo tecnologico, pur non possedendo gli strumenti moderni più sofisticati, i giovani non indietreggiano nel tentativo di costruire una società migliore e di crescere nella loro fede.

La mia presenza di consolazione in mezzo a loro costituisce per me una grande gioia, soprattutto nello scoprire le loro capacità e potenzialità, nel camminare con loro, volendo loro bene, ascoltando le loro esperienze di vita, prendendomi cura della loro formazione umana e spirituale, infondendo in essi una profonda confidenza in Dio.

sr Florence Wanjico Njagi, mc

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Testimoniare la forza trasformatrice del Vangelo.

Papa Francesco ci invita a riflettere e pregare sulla missione al cuore della fede cristiana, dicendo che “il mondo ha essenzialmente bisogno del Vangelo di Gesù Cristo. Egli, attraverso la Chiesa, continua la sua missione di Buon Samaritano, curando le ferite sanguinanti dell’umanità, e di Buon Pastore, cercando senza sosta chi si è smarrito per sentieri contorti e senza meta. E grazie a Dio non mancano esperienze significative che testimoniano la forza trasformatrice del Vangelo”.

In occasione della giornata Missionaria Mondiale (22 ottobre, 2017) tanti cristiani nel mondo siamo in comunione gli uni gli altri, nella preghiera e nella condivisione delle esperienze missionarie, che testimoniano la gioia della fede e della vita trasformata con la forza del Vangelo.

Vediamo questa galleria fotografica delle Suore Missionarie della Consolata, in missione…risposta di fede alla chiamata di Dio.

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In cammino con il popolo

Testimonianza di suor Innocenzia, missionaria della Consolata in Mozambico

La mia missione in Mozambico è iniziata nell’ottobre del 1981. Attualmente sono impegnata nella catechesi presso la parrocchia Nostra Signora di Fatima, a Montepuez, nella formazione dei catechisti e nella promozione della donna a livello parrocchiale e della Diocesi di Pemba. Accompagno inoltre nel loro cammino formativo i Laici Missionari della Consolata. Insieme al parroco e ad un animatore visitiamo le 65 comunità cristiane della nostra zona, soffermandoci soprattutto presso quelle famiglie che sono più bisognose.

Quest’anno festeggiamo il 90° anniversario della nostra presenza in Mozambico, dove le nostre prime sorelle giunsero nel 1927. Grazie al loro lavoro apostolico, incontriamo ancora oggi tante persone che hanno conservato la loro fede e che continuano ad impegnarsi nella Chiesa, in vari ministeri.

Le nostre sorelle hanno lavorato molto con i Padri Monfortani nelle diocesi di Cabo Delgado e Pemba, mentre nelle diocesi di Niassa, Nampula, Inhambane e Maputo hanno collaborato con i nostri confratelli della Consolata e con altre congregazioni. Sempre i missionari e le missionarie hanno seminato e continuano a seminare la Parola di Dio, promuovendo la fede, la speranza e la gioia tra la gente, anche in situazioni molto difficili e rischiose. Si sono impegnati molto nella promozione umana, morale e spirituale del loro popolo. Molte persone che oggi ricoprono cariche di responsabilità nella società hanno studiato nelle nostre missioni.

Durante la guerra civile le sorelle non hanno lasciato il Paese, ma sono rimaste vicine alla gente. Questa guerra, durata molti anni, ha causato la morte di molte persone, portato povertà al Paese e provocato la dispersione di tante famiglie.

La Chiesa mozambicana ha camminato con il popolo, lo ha accompagnato nelle varie situazioni in cui si è venuto a trovare e lo ha aiutato ad arrivare all’Accordo di Pace tra i partiti della Frelimo e della Renamo, firmato nell’ottobre del 1992. Da quel momento la gente ha cominciato a “respirare” la pace, un tesoro che tutti desiderano che continui per sempre, anche se essa dipende dal continuo dialogo e dall’intesa tra i partiti politici e presenta sempre delle sfide.

Il Mozambico è una terra molto ricca di minerali: oro, pietre preziose, grafite, marmo e, inoltre, gas e petrolio, tuttavia il popolo soffre molto per mancanza di lavoro, che porta con sé la povertà. Quest’anno, a causa della siccità in alcune province, come Cabo Delgado, si soffrirà anche la fame e i contadini sono molto preoccupati a questo riguardo.

Come ho già accennato, rientra nel nostro impegno pastorale la visita alle famiglie, che è una caratteristica del nostro metodo missionario. Quando le incontriamo, ascoltiamo innanzitutto le loro preoccupazioni e le loro gioie, cerchiamo di consolarle e di dare loro dei buoni consigli per un cammino di speranza, valutando le possibilità di ciascuna. Alcune ci ascoltano e cambiano vita. In genere, le nostre visite sono ben accolte e arrecano molta gioia. Si parla con libertà e ci si arricchisce a vicenda, ascoltando, animando e incoraggiando. Ci sono famiglie che hanno sete di ascoltare la Parola di Dio; altre che hanno bisogno di essere consigliate e consolate; alcune che hanno dei malati in casa e si sentono scoraggiate; altre che soffrono per incomprensioni familiari. Per noi è molto bello essere vicine a tutte loro.

Mi sta soprattutto a cuore Ntele una piccola comunità cristiana, in mezzo a tanti musulmani. Grazie al “Regulo” attuale, signor Jivado Gonçalves, responsabile di quella zona, è stata accettata la richiesta di due cristiani di vendere la loro terra, per costruire una chiesetta. Infatti nel passato i cristiani dovevano recarsi la domenica in un villaggio parecchio lontano per partecipare alla S. Messa. L’anno scorso anche noi missionarie ci siamo recate in questo villaggio, per visitare le famiglie e gli ammalati.

Quanta gente bisognosa, che ci ha accolto con tanta gioia, soprattutto i bambini che ci hanno accompagnato sempre! Quando la gente è ammalata, deve fare un lungo tragitto per recarsi al piccolo dispensario oppure, quando è necessario, raggiungere l’ospedale distrettuale. Ma pochi di loro hanno il denaro sufficiente per viaggiare e recarsi all’ospedale.

Nelle nostre visite abbiamo incontrato anche un uomo che vive da solo ed è considerato un malato mentale. Lavora nel suo piccolo orto, ma le scimmie gli mangiano tutto e spesso soffre la fame. Ci ha raccontato tutta la sua storia e, quando lo abbiamo salutato per andare via, ci ha ringraziato tanto della nostra visita e del poco cibo che gli avevamo portato e ci ha detto “Dio ama anche me!”

Visitare le famiglie mi dà tanta gioia e sento che è parte della mia missione, anche se non ho da dare loro quegli aiuti materiali di cui avrebbero bisogno. Le famiglie, da parte loro, sono in generale, molto accoglienti e generose. Offrono tutto quello che hanno: mandioca, arachidi, fagioli, dipendendo da quello che raccolgono nei loro orti.

Costituire una famiglia, peraltro, non è una cosa facile. Il sacramento del matrimonio oggi è una sfida per i giovani. Le coppie si uniscono molto tardi nel sacramento. La maggior parte della gente si sposa dopo aver già creato la famiglia. Inoltre ci sono spesso problemi tra marito e moglie: questa vorrebbe accedere al sacramento, mentre il marito ha difficoltà nell’accettarlo. Ci sono pochissimi matrimoni tra i giovani; ha fatto eccezione il nostro giovane catechista che aveva detto una volta: “Io non voglio convivere prima del matrimonio”. E così è stato. Quello fu un giorno di grande gioia per tutti.

suor Innocenzia Benjamin Mzena, mc

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Il significato di una presenza

le prime MC in Mozambico sul fiume Zambesi

Novanta anni fa, sette Missionarie della Consolata, per la prima volta nella loro storia, toccavano il suolo mozambicano.

Nessuna di loro superava i 30 anni di vita; una, poi, ne aveva appena 20. Era il 3 luglio 1927. Da sette, divennero, nel corso degli anni, venti, quaranta, settanta toccando un massimo di cento presenze in contemporanea, distribuite in sei province del Mozambico. Attualmente siamo una trentina, appartenenti a sei nazioni. La nostra età va dai quaranta ai novanta anni, vantando sorelle mozambicane sparse per il nostro mondo missionario. Spontanea la domanda: che cosa ha caratterizzato la nostra presenza in questo Paese che, dal nostro arrivo ad oggi, ha conosciuto cambiamenti epocali sotto l’aspetto sociale, politico, religioso? Non so se mi sbaglio, ma una risposta mi è affiorata alla mente il 27 febbraio 2017. Nel Centro Culturale dell’Ambasciata portoghese a Maputo ci fu il lancio di due libri, scritti rispettivamente da un missionario da una missionaria della Consolata riguardanti il Niassa, territorio simbolo della presenza delle Missionarie e dei Missionari della Consolata in Mozambico: A Política Religioso-Missionária do Estado Novo em Portugal e A Evangelização no Niassa: 1926-1962, di padre Álvaro López e Passos Proféticos de Crescimento: 1963-2015, Diocese de Lichinga, della sottoscritta.

le prime sette sorelle

Nell’ambiente elegante preparato per un’ottantina di persone, si dovettero aggiungere sedie dopo sedie per far posto a centinaia di persone che continuavano ad affluire, molte delle quali dovettero rimanere in piedi. “Mai visto”, mormoravano gli organizzatori. Riempivano la sala sacerdoti e suore mozambicani; religiosi e religiose da pochi anni in Mozambico che sedevano accanto a Gesuiti, Francescani e evangelizzatori di antica data; seminaristi cattolici e anglicani; amici laici di tanti colori, tante nazionalità; etnie del nord e del sud del Mozambico. Diversificata anche l’età dei presenti e la condizione sociale al punto da sorprendere gli organizzatori, abituati a sponsorizzare autori e personaggi famosi.

Il segreto del successo? Un primo spiraglio di luce ci venne dal presentatore delle opere, padre Rafael Sapato, sacerdote diocesano di Lichinga (oggi vicerettore dell’Università Cattolica del Mozambico), il quale disse di essere nato tra le mani di una “Consolata”, educato dai figli e figlie dell’Allamano, i quali nel corso di una quasi centenaria presenza in Mozambico si erano distinti per la capacità di evangelizzare contestualizzando la missione e seguendo i cambiamenti epocali avvenuti nel Paese.

Al momento degli autografi, scoprii il segreto del “pienone”: la maggioranza dei presenti proveniva dalle missioni fondate e condotte alla maturità di Chiesa locale dai missionari e missionarie della Consolata, passate ora alle loro cure pastorali.

suor Dalmazia, autrice dell’articolo

Fu quasi come un appello ad essere aiutati a vivere insieme il momento storico che il Mozambico sta attraversando, aderendo all’appello della Conferenza Episcopale, che nell’ennesima svolta storica segnata dalla minaccia di una nuova guerra civile – dovuta al deterioramento della vita sociale, politica, economica e al nuovo apparire della violenza che semina insicurezza, povertà, lutti – propone come priorità pastorale lavorare per la pace attraverso un dialogo costruttivo con tutte le forze vive della società, seminando la speranza, coscienti che le sfide che viviamo si possono superare solo se ognuno di noi saprà fare la sua parte, superando interessi personali e di gruppo.

La risposta delle Missionarie della Consolata è: “Sì”. Siamo pronte. E lo abbiamo già dimostrato, rimanendo sul territorio, come nel passato, al passo con la Chiesa, chiamata ad essere ancora una volta profeta di speranza e di consolazione, superando paure e pessimismo.

Suor Dalmazia Colombo, mc

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Crisi idrica: apolicalisse in Africa

Mentre il prezzo del petrolio viene artificialmente “gonfiato” per tenere in vita economie dipendenti da esso, si diffonde la consapevolezza che gli equilibri geopolitici di domani saranno sempre meno legati al possesso degli idrocarburi: a fare davvero la differenza, nel giro di pochi anni, saranno le risorse idriche.

Questo perché l’acqua, essenziale per ogni essere umano, è in via di diminuzione sulla terra. La scarsità idrica è originata non solo dalla carenza fisica della risorsa, ma anche dalla inadeguatezza degli impianti, dalle ineguaglianze nell’accesso all’acqua e dagli abusi di potere. Ma la stessa carenza fisica dell’acqua, fenomeno al quale gli idrologi danno spiegazioni talvolta contrastanti, può essere ricondotta, nel quadro di cambiamenti climatici quantificabili, o allo smodato e irrazionale sfruttamento ambientale perpetrato dall’uomo o a una mutazione naturale, indipendente dall’intervento umano, ma comunque devastante per alcune aree del mondo.

L’inaridimento di intere macro-regioni è già oggi all’origine di tesioni, conflitti, migrazioni che coinvolgono milioni di persone. E la situazione non può che peggiorare, a meno che da una concertazione politica su scala mondiale non giungano decisioni coraggiose e incisive.

Nel continente africano, al momento, la crisi idrica, abbinata a mal governo e rivalità politico-economiche fra Stati e blocchi di potere, sta assumendo proporzioni apocalittiche.

In particolare, si calcola che circa 25 milioni di persone soffrano fame e sete a seguito di due anni (2015-2016) di Niño e Niña, fenomeni atmosferici contrastanti caratterizzati da piogge torrenziali e arsure. Un vero flagello per Etiopia, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Eritrea, Kenya, Uganda, Mozambico. E se a qualcuno venisse naturale pensare che, in fondo, in Africa è sempre stato così, ricordiamo elementi del tutto inediti in questa crisi idrica rispetto al passato: innanzitutto, prendendo a modello il “caso etiope”, le aree colpite dalla siccità non sono quelle già desertiche, quanto piuttosto quelle fertili utilizzate dalla popolazione per agricoltura e allevamento di bestiame. Inoltre, fino al drammatico stop imposto dal flagello atmosferico, l’economia etiope cresceva al ritmo del +10% annuo e il Paese del Corno d’Africa era considerato una “tigre” al pari di Nigeria, Sud Africa e Angola. Non si può neanche dire che le autorità di Addis Abeba avessero sottovalutato il fattore acqua. L’obiettivo dell’indipendenza idrica era a tal punto in cima all’agenda etiope da spingere il Governo ad “imbarcarsi” in un’avventura di portata storica: la realizzazione della Grande diga del Rinascimento etiope (“Gerd”, per gli addetti ai lavori).

Il progetto “Gerd”, che dovrebbe essere completato nel 2018 con un investimento complessivo di 6,4 miliardi di dollari, rappresenta il più imponente sbarramento del pianeta: capace di contenere 70 km cubici di acqua, avrà un corpo centrale alto 175 metri e lungo circa 2 km. Inoltre, la diga permetterà di generare ogni anno 15 terawattora (1 Twh = 1.000.000.000.000 watt) di energia idroelettrica.

Un quantitativo capace di rispondere alle esigenze di un Paese in via di sviluppo come l’Etiopia e di tramutarlo in esportatore di energia su scala continentale. Ma ecco un punto su cui riflettere: una volta a regime, la diga farà sì che tutte le esigenze idriche del Paese siano soddisfatte grazie alla deviazione, a proprio vantaggio, delle acque del Nilo Azzurro. Ma tale operazione è stata decisa in modo unilaterale. Dunque, per l’Etiopia, la crisi idrica – davvero epocale – si risolverà a svantaggio di tutte le altre nazioni limitrofe.

Ecco perché: meno lungo del Nilo Bianco, ma decisamente più consistente per carico idrico, il Nilo Azzurro nasce dal lago etiope Tana, su di un altopiano; sceso a valle, esso piega verso Nord-Ovest ed entra in territorio sudanese. Unendosi al Nilo Bianco a Khartoum, dà vita al Nilo vero e proprio. Il responsabile delle grandi piene del Nilo, quelle che fecero la fortuna degli antichi Egizi fertilizzando zone altrimenti condannate all’arsura, è proprio il Nilo Azzurro, con il suo regime irregolare, tradizionalmente “generoso” nei mesi centrali dell’anno. Sbarrare le acque del Nilo Azzurro ha conseguenze funeste soprattutto per Egitto, Eritrea e Sudan: Paesi segnati da sovrappopolamento e tensioni inter-confessionali. E avversità climatiche come mai prima. Non stupisce dunque che le frizioni politiche fra Addis Abeba e gli altri Stati del bacino del Nilo siano aumentate negli ultimi due anni (il bacino idrografico del grande fiume include sette Paesi africani: in ordine puramente alfabetico Burundi, Egitto, Etiopia, Eritrea, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Ruanda, Sudan, Sudan del Sud, Tanzania e Uganda).

È del mese scorso la notizia secondo cui le autorità etiopi avrebbero sventato un attacco terroristico destinato a danneggiare gravemente l’infrastruttura, ormai in fase avanzata di realizzazione. Secondo una prima ricostruzione, i responsabili dell’assalto, 20 guerriglieri, sarebbero membri del Movimento di liberazione del popolo Benishangul Gumuz, un gruppo armato eritreo.

Al di là del singolo episodio, è evidente che i negoziati per la gestione comune delle acque del Nilo e la regolamentazione di chiuse e dighe non stanno dando risultati soddisfacenti; e che la tentazione di una “scorciatoia” armata avanza in alcune capitali africane. Peraltro, da parte egiziana, quando ancora era in carica il presidente Hosni Mubarak, indiscrezioni di un imminente intervento mirato contro le fondamenta della Gerd si susseguirono sulla stampa africana per settimane, a inizio 2011. Nel frattempo, più a Est, il Madagascar vive una tragedia solo in apparenza di segno opposto. Con piogge torrenziali e venti che hanno raggiunto anche i 270 chilometri orari, il ciclone Enawo nel marzo scorso ha colpito oltre 40 mila persone: infiltrati o distrutti, gli acquedotti non garantiscono più alla popolazione gli indispensabili rifornimenti di acqua potabile.

Una crisi idrica drammatica tanto quanto le altre, quindi, che si accanisce su gente già allo stremo.

Francesca Zoja

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Un amore donato e ricevuto

La nostra presenza di Suore Missionarie della Consolata in Mozambico, Paese dell’Africa australe che si affaccia sull’Oceano Indiano con una splendida costa lunga 2500 km, ha avuto inizio nel lontano 1927; quest’anno quindi ne vogliamo ricordare e celebrare il 90° anniversario.

Ci sarà di aiuto in questo nostro percorso il ricco volume di suor Dalmazia Colombo, pubblicato recentemente, dal titolo Fede e Missione. In esso l’autrice, missionaria della Consolata giunta in Mozambico per la prima volta nel 1964, ripercorre la storia delle nostre missioni in questo Paese, avvalendosi anche di testimonianze dirette delle sorelle che hanno svolto il loro apostolato missionario in Mozambico.

Le pioniere di questa missione sono giovani donne, tra le quali una, suor Benedetta Mattio, appena ventenne, piene di coraggio, pronte ad affrontare le difficoltà degli inizi con tanta fede ed entusiasmo, ma disponibili anche a lasciare tutto, quando “ordini” perentori chiedono loro di lasciare una missione per andare in un’altra.

Scrive suor Benedetta Mattio: “Nonostante la stanchezza per il lungo e disagiato viaggio marittimo, sui nostri volti si leggeva una gioia immensa per poter finalmente toccare il suolo mozambicano… Non immaginavamo però le avventure che ci attendevano prima di giungere alla meta”.

La meta era la missione di Miruru, situata nella valle dello Zambesi, in provincia di Tete, dove si trovavano i missionari della Consolata da due anni, essendo giunti in Mozambico alla fine del 1925. La loro collaborazione apostolica fu interrotta improvvisamente nel 1930, quando le missionarie dovettero trasferirsi per ordine del vescovo Mons. Rafael Maria da Assunçao, che era allora l’unico vescovo del Mozambico, nell’isola di Ibo, nella provincia di Cabo Delgado, dove avrebbero collaborato con i Padri Monfortani olandesi e francesi. In questo periodo la piccola comunità delle suore missionarie fu messa duramente alla prova dalla morte di una delle “pioniere”, suor Anania Tabellini, deceduta nel 1934 per tubercolosi polmonare, all’età di 30 anni.

In seguito, con l’arrivo di altre sorelle dall’Italia furono aperte le missioni di Mahate, Namuno e Nangololo. Nel 1942 la missione di Mahate venne chiusa e le sorelle si trasferirono a Montepuez, nella provincia di Porto Amelia (attuale Pemba).

Gli anni 1949-70 furono anni di intensa crescita dell’azione evangelizzatrice, caratterizzati dall’espansione crescente delle nostre comunità nelle province di Cabo Delgado, Niassa, Inhambane e Maputo (allora Lourenço Marques). Tutto ciò potè avvenire grazie a due eventi storici: la fine della seconda guerra mondiale, che favorì l’arrivo in Mozambico di nuove missionarie della Consolata, e l’applicazione piena dell’Accordo Missionario, che spianò le difficoltà tra le autorità civili portoghesi ed ecclesiastiche. Non si arrivò però “felicemente” al termine di questo periodo, perché già alla fine del 1961 ci furono le prime avvisaglie che preannunciavano la guerra di indipendenza dal Portogallo, scoppiata il 25 settembre 1965 a Cabo Delgado e terminata il 25 giugno 1975 con la creazione della Repubblica Popolare del Mozambico.

Mozambico: suor Dalmazia Colombo

Gli anni che seguirono, fino al 1992, furono per il Mozambico anni di trasformazioni e di eventi epocali: fine della guerra di liberazione, indipendenza, rivoluzione marxista-leninista, guerra civile e, finalmente, la pace siglata a Roma il 4 ottobre 1992, attraverso la mediazione della comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale mozambicana.

Ecco la testimonianza di una sorella brasiliana, suor Teresa José de Osti, che ci descrive i sentimenti delle comunità all’annunzio della raggiunta indipendenza del Paese: “Noi missionarie della Consolata, in comunione con tutto il popolo mozambicano, in quei primi mesi del 1975 aspettammo i giorni dell’indipendenza con molta gioia e timore. Gioia, perché era quanto di più degno e giusto ci potesse essere. Timore perché nelle commissioni di preparazione all’evento, si diceva di voler farla finita con i colonialisti, il che sembrava riferirsi ad ogni persona di razza bianca. Noi però rimanemmo vicine al popolo in particolare nella campagna di miglioramento dell’ambiente in preparazione al grande evento: pulizie generali, apertura di strade e di fosse biologiche per costruire servizi igienici. Rivedo ancora suor Rina Carla Salsa, con fratel Agostino Lanza, scavare una fossa ed estrarre la terra con un secchio. E in tutti i lavori l’équipe missionaria era sempre la prima ad arrivare sul posto ed eseguire i lavori insieme al popolo…”. La gioia dell’indipendenza durò poco, perché un mese dopo iniziò il calvario delle nazionalizzazioni, delle proibizioni, della lotta antireligiosa.

Infatti il primo Presidente del Mozambico, Samora Machel, avendo adottato un regime marxista-leninista, combatté duramente la Chiesa: tutte le opere dei missionari, incluse le loro stesse abitazioni e chiese, furono nazionalizzate e ai missionari fu proibito di fare opera di evangelizzazione. Alcuni di essi lasciarono il Paese, ma le nostre consorelle e confratelli, malgrado due rapimenti e mesi di prigionia di alcuni di loro, rimasero accanto al popolo, condividendone timori e speranze.

Nel 1977 si ebbero le prime avvisaglie della guerra civile, capeggiata dalla Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO), che si opponeva al partito vincitore, la FRELIMO, Movimento di Liberazione del Mozambico. In quello stesso anno si realizzò un evento molto importante per la Chiesa: la Prima Assemblea Nazionale di Pastorale a Beira, a cui parteciparono vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e semplici cristiani, per cercare il modo migliore di operare in quel periodo di grandi sfide per la Chiesa. Il modello proposto fu di “incamminarsi verso una Chiesa ministeriale, fondata su Cristo, Inviato e Servo, nella quale ogni membro assumeva la sua responsabilità in una comunità di servizio… una Chiesa-famiglia, di servizi reciproci, una Chiesa nel cuore del popolo che egli sente come ‘sua’”. La risposta a quanto proposto nell’Assemblea di Beira fu altrettanto rapida, profonda e condivisa. Da quel momento tutti gli sforzi pastorali si concentrarono nella formazione e nella crescita delle “Piccole comunità cristiane”, che si moltiplicarono spontaneamente su tutto il territorio. In questo periodo ebbero grande importanza i tre centri catechistici che erano stati aperti nel Paese, all’indomani del Concilio Vaticano II, i quali formarono i leader delle piccole comunità. Tra questi centri si distinse dolorosamente quello di Guiúa, nella diocesi di Inhambane, per l’eccidio di 24 catechisti da parte della Renamo, avvenuto il 22 marzo 1992. Il loro esempio di fedeltà e generosità continua ad accompagnare e ad ispirare il cammino della Chiesa mozambicana.

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IL FRUTTO DELLA VERA EDUCAZIONE….

Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto (Carlo Maria Martini).

È una convinzione che l’educazione, contribuisce a costruire ponti e a trovare nuove risposte alle molte sfide del nostro tempo; allo stesso tempo  l’educazione, nella sua dinamica genera vita, “una vita tesa alla ricerca del bello, del buono, del vero e della comunione con gli altri per una crescita comune” (Papa Francesco).

Noi Suore Missionarie della Consolata sappiamo che  questa vita che si manifesta in un desiderio soprattutto dei più giovani, si trova anche nei frutti di un popolo educato. Sin dall’inizio abbiamo contribuito alla missione della chiesa, offerto nell’ambito educativo, orientato sempre al servizio della crescita alla piena maturità umana della persona camminando con loro nelle varie tappe di crescita.

Vediamo questa galleria fotografica che mostra il lavoro di educazione e formazione nei diversi contesti missionari.

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Quattro chiacchiere con… suor Florence

Suor Florence, missionaria della Consolata keniana che vive in Tanzania, ci racconta la sua esperienza con i giovani

Suor Florence, cosa significa per te essere una Missionaria della Consolata?

Secondo me, essere una Suora Missionaria è una testimonianza e un’ esperienza della consolazione di Cristo: vissuta in prima persona e condivisa con gli altri, anche con persone di diverse religioni, come musulmani, protestanti e altri. La nostra presenza e interazione con il popolo tanzaniano, a partire dalla sua ricca cultura, offre un altro aspetto della consolazione. Uno riconosce la bellezza di questo paese e della sua gente già solo dal linguaggio, colmo di parole gentili che non possono essere tradotte senza perdere il loro significato. Un esempio è la parola “pole”, che significa “mi dispiace”, ma profondamente. Non c’è differenza di religione, a tutti esce spontaneamente. Questa mia esperienza quotidiana rafforza il mio proprio carisma e riempie di gioia il mio essere missionaria tra questo popolo amato e sostenuto da Dio.

E come hai conosciuto le Missionarie della Consolata?

E’ interessante ritornare a circa 20 anni fa, e chiedermi perché ho scelto di essere una Suora Missionaria della Consolata. Nella mia parrocchia di origine non c’erano suore, e solo incontravo religiose nella scuola che frequentavo, ed erano salesiane di don Bosco. Da ragazza ho ascoltato da un padre missionario della Consolata che c’erano delle donne forti e coraggiose che proclamavano la Buona Notizia di Cristo a chi ancora non la conosceva e non l’aveva ricevuta. E aggiunse a noi ragazzi: il Cristo che avete ricevuto non deve rimanere solo per voi, è da condividere agli altri…  Nel mio profondo ho sentito la gioia di poter essere come queste donne che io non conoscevo… Ho iniziato a cercarle e fortunatamente ho incontrato nella mia scuola suor Jo Marie, la prima missionaria della Consolata che ho conosciuto. Le ho fatto tante domande e lei pazientemente mi ha risposto.   Poi ho partecipato a incontri e ritiri dove le sorelle condividevano il loro carisma e la loro missione, e mi sono sentita sempre più motivata a diventare una di loro.  Mi piaceva la loro spiritualità, che ci trasmettevno in un modo molto semplice durante i ritiri, ed ero attratta dal fatto che lavoravano con ogni tipo di persona: bambini, giovani, anziani…. Se dovessi scegliere oggi di essere una missionaria della Consolata, certamente ripeterei la stessa scelta!

In questo momento, che lavoro stai facendo in Tanzania?

Adesso sto lavorando con i giovani che appartengono al movimento dei Giovani Studenti Cattolici del Tanzania, nella diocesi di Iringa. E’ un gruppo che riunisce giovani delle Scuole Superiori che hanno come obiettivo di far entrare Cristo nella loro vita di studenti. Vedo in essi una Chiesa giovane che dà speranza alla Chiesa del futuro. Sono organizzati a tre livelli: come scuola, come gruppo di cinque o sei scuole, e come gruppo diocesano, dove si celebra l’Eucaristia e si fanno altre attività. Lavoriamo in un team, siamo due suore e un sacerdote a livello di Diocesi, in collaborazione  con gli animatori (insegnanti e parroci) e con gli studenti leaders nei tre livelli menzionati.

Come sono i giovani tanzaniani?

I giovani studenti hanno una grande capacità, molta energia e grande entusiasmo. Sono fortemente impressionata per la loro organizzazione, la loro generosità e buona volontà di apprendere e condividere la loro esperienza con Dio.

Non si preoccupano di esprimere i loro talenti e di usarli. Ho osservato anche la loro apertura a farsi aiutare per crescere e per riconoscere le loro potenzialità. Ogni sabato visitiamo circa 600 studenti! Questo team è composto da due o tre studenti leaders, un sacerdote e una suora. Ogni membro del team condivide un tema che aiuti a sviluppare certe capacità da leadership e incoraggi la scoperta dei propri talenti.

I giovani si confrontano anche su temi che riguardano la società e sul contributo che possono dare al suo sviluppo. Il tema del 2017 è la cura della Madre Terra. Si impegnano a creare consapevolezza tra i loro compagni con iniziative pratiche come piantare alberi, fiori, pulire le strade e la loro stessa scuola. L’uso responsabile dell’acqua e dell’elettricità, solo per ricordarne alcune.

Le sfide che si presentano nel lavoro con i giovani sono varie, per esempio il fatto che la loro energia e curiosità per imparare molte cose li spinge a cercare nei mezzi di comunicazione le risposte. Sappiamo che la teconologia è importante, ma vediamo che questi mezzi sono diventati i loro insegnanti,  e molto volte i giovani perdono il loro tempo in queste cose invece di impiegarlo per lo studio.

Abbiamo anche notato che la liturgia da molti non è capita, a causa dei loro genitori che – super impegnati, non li ha mai portati alla Chiesa e non ha loro insegnato niente circa la fede e la preghiera. Cerchiamo quindi di introdurli a questa dimensione ecclesiale.  Gli studenti sono vincolati alla cultura, anche se a volte non ne fanno caso: per esempio la paura di andare contro le decisioni degli adulti e è molto forte, anche se queste non sono corrette. Quante volte non vengono alla Messa semplicemente perché i genitori glielo hanno proibito, o li fanno lavorare la domenica. Preferiscono essere puniti nella scuola piuttosto di mettersi in discussione con gli adulti di casa.

Qual é la gioia più grande che ti ha dato la missione?

La missione di Cristo porta gioia e riempe di senso, quando scopriamo che Cristo è il centro di tutto quello che facciamo. Sono felice si stare con i giovani, ho sperimentato la presenza di Dio in mezzo a loro, soprattutto quando desiderano sapere sempre di più su di Lui. Mi colpisce vedere come gli studenti sentono di appartenere alla Chiesa e che loro stessi sono la Chiesa. Come i giovani diventano missionari nelle loro scuole: individuano compagni bisognosi e cercano di aiutarli ogni mese, in una scuola li ho visti prendersi cura di compagni ciechi e sordi… Tutti questi esempi sono semi di fede che possono rompere muri di indifferenza.

L’apostolato con i giovani mi ha aiutato a godere la bellezza, l’amore, la semplicità e la creatività. Con la frase: “Prega per me ed io prego per te” abbiamo creato un legame di fiducia in Dio e tra di noi, e ce lo ripetiamo in ogni occasione che ci incontriamo.

 

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La Consolata nella mia vita

Da donna a donna. Da figlia a Madre: una relazione che colma di presenza la vita.

20 giugno: è la festa della Madonna Consolata! Da devozione locale per il popolo piemontese, la Consolata è oggi madre di molti figli sparsi nel mondo, che l’hanno conosciuta attraverso missionari e missionarie della Consolata, e che ora fa parte della loro vita con molta significatività.

Ecco a voi, cari Lettori, un mosaico di testimonianze di donne che hanno trovato nella Consolata una Madre, una presenza, una fonte inesauribile di consolazione.

“La mia relazione con Maria Consolata inizia circa 25 anni fa. La “Madre della consolazione”, “Consolata e Consolatrice”: queste espressioni attiravano la mia attenzione fin dal primo momento. La madre di Gesù fu consolata e oggi consola i suoi figli… non sarà che pure mi vuole consolare? Mi facevo questa domanda… e una sera di 13 anni fa, quando mi ritrovai sola in una situazione molto dolorosa, senza sapere cosa fare, ho messo la mano nella tasca, e lì si trovava lei: un’immagine della Consolata. In quel momento ho capito le parole che tanto mi toccavano: lei era la consolazione di cui avevo bisogno, lei mi accompagnava nel silenzio da molto tempo. Oggi posso dire che mi sono consacrata a lei, oggi dico con orgoglio e molto amore che sono Laica Missionaria della Consolata grazie a lei. E ringrazio Dio perché mi ha dimostrato in modo concreto il suo amore: mi ha dato una Madre Consolatrice affinché anch’io possa consolare gli altri”. (Betty Lopez, missionaria della Consolata argentina)

“La Consolata per me è quella madre attenta verso sua figlia. La sua presenza nella mia vita è reale e concreta, è più vissuta che pensata, più del cuore che della testa. Ogni Lunedì vado alla cappella più vicina di casa: la Sacra Famiglia, per la condivisione della Parola. E’ situata in una periferia urbana dove i residenti provengono per lo più dal Nord del Mozambico. Ma più che pensare nella loro origine, è da ammirare la fede e la semplicità delle loro condivisioni, una fede veramente incarnata nella realtà quotidiana. Ogni settimana ritorno a casa contenta per aver condiviso e ricevuto da questo gruppo. Mi edifica pensare che attrvaerso questi mezzi che la consolazione si espande, così è stato per Maria: nella sua vita è stata portatrice di consolazione” (Suor Julia Wambui Muya, suora missionaria in Mozambico)

“Sinceramente, non sono stata mai molto “mariana”… la mia fede è cresciuta a contatto con la Parola e nella relazione con Gesù Cristo. Alle volte mi facevo qualche scrupolo… essere missionaria della Consolata e non essere mariana… E poi, semplicemente, l’ho incontrata: mi trovavo lontana dalla mia missione tanto amata, e ne soffrivo molto. Sapevo il perché del distacco, ma il cuore piangeva. Ed ecco che, non sapendo che altro fare, le ho detto: “Maria, prendimi come tua figlia e proteggimi!”. Subito, mi sono sentita avvolta dal suo manto, mi sono sentita in braccio a lei, mi sono sentita figlia. Finalmente, e davvero, DELLA Consolata!” (Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata in Bolivia)

 

 

 

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