Il significato di una presenza

le prime MC in Mozambico sul fiume Zambesi

Novanta anni fa, sette Missionarie della Consolata, per la prima volta nella loro storia, toccavano il suolo mozambicano.

Nessuna di loro superava i 30 anni di vita; una, poi, ne aveva appena 20. Era il 3 luglio 1927. Da sette, divennero, nel corso degli anni, venti, quaranta, settanta toccando un massimo di cento presenze in contemporanea, distribuite in sei province del Mozambico. Attualmente siamo una trentina, appartenenti a sei nazioni. La nostra età va dai quaranta ai novanta anni, vantando sorelle mozambicane sparse per il nostro mondo missionario. Spontanea la domanda: che cosa ha caratterizzato la nostra presenza in questo Paese che, dal nostro arrivo ad oggi, ha conosciuto cambiamenti epocali sotto l’aspetto sociale, politico, religioso? Non so se mi sbaglio, ma una risposta mi è affiorata alla mente il 27 febbraio 2017. Nel Centro Culturale dell’Ambasciata portoghese a Maputo ci fu il lancio di due libri, scritti rispettivamente da un missionario da una missionaria della Consolata riguardanti il Niassa, territorio simbolo della presenza delle Missionarie e dei Missionari della Consolata in Mozambico: A Política Religioso-Missionária do Estado Novo em Portugal e A Evangelização no Niassa: 1926-1962, di padre Álvaro López e Passos Proféticos de Crescimento: 1963-2015, Diocese de Lichinga, della sottoscritta.

le prime sette sorelle

Nell’ambiente elegante preparato per un’ottantina di persone, si dovettero aggiungere sedie dopo sedie per far posto a centinaia di persone che continuavano ad affluire, molte delle quali dovettero rimanere in piedi. “Mai visto”, mormoravano gli organizzatori. Riempivano la sala sacerdoti e suore mozambicani; religiosi e religiose da pochi anni in Mozambico che sedevano accanto a Gesuiti, Francescani e evangelizzatori di antica data; seminaristi cattolici e anglicani; amici laici di tanti colori, tante nazionalità; etnie del nord e del sud del Mozambico. Diversificata anche l’età dei presenti e la condizione sociale al punto da sorprendere gli organizzatori, abituati a sponsorizzare autori e personaggi famosi.

Il segreto del successo? Un primo spiraglio di luce ci venne dal presentatore delle opere, padre Rafael Sapato, sacerdote diocesano di Lichinga (oggi vicerettore dell’Università Cattolica del Mozambico), il quale disse di essere nato tra le mani di una “Consolata”, educato dai figli e figlie dell’Allamano, i quali nel corso di una quasi centenaria presenza in Mozambico si erano distinti per la capacità di evangelizzare contestualizzando la missione e seguendo i cambiamenti epocali avvenuti nel Paese.

Al momento degli autografi, scoprii il segreto del “pienone”: la maggioranza dei presenti proveniva dalle missioni fondate e condotte alla maturità di Chiesa locale dai missionari e missionarie della Consolata, passate ora alle loro cure pastorali.

suor Dalmazia, autrice dell’articolo

Fu quasi come un appello ad essere aiutati a vivere insieme il momento storico che il Mozambico sta attraversando, aderendo all’appello della Conferenza Episcopale, che nell’ennesima svolta storica segnata dalla minaccia di una nuova guerra civile – dovuta al deterioramento della vita sociale, politica, economica e al nuovo apparire della violenza che semina insicurezza, povertà, lutti – propone come priorità pastorale lavorare per la pace attraverso un dialogo costruttivo con tutte le forze vive della società, seminando la speranza, coscienti che le sfide che viviamo si possono superare solo se ognuno di noi saprà fare la sua parte, superando interessi personali e di gruppo.

La risposta delle Missionarie della Consolata è: “Sì”. Siamo pronte. E lo abbiamo già dimostrato, rimanendo sul territorio, come nel passato, al passo con la Chiesa, chiamata ad essere ancora una volta profeta di speranza e di consolazione, superando paure e pessimismo.

Suor Dalmazia Colombo, mc

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Crisi idrica: apolicalisse in Africa

Mentre il prezzo del petrolio viene artificialmente “gonfiato” per tenere in vita economie dipendenti da esso, si diffonde la consapevolezza che gli equilibri geopolitici di domani saranno sempre meno legati al possesso degli idrocarburi: a fare davvero la differenza, nel giro di pochi anni, saranno le risorse idriche.

Questo perché l’acqua, essenziale per ogni essere umano, è in via di diminuzione sulla terra. La scarsità idrica è originata non solo dalla carenza fisica della risorsa, ma anche dalla inadeguatezza degli impianti, dalle ineguaglianze nell’accesso all’acqua e dagli abusi di potere. Ma la stessa carenza fisica dell’acqua, fenomeno al quale gli idrologi danno spiegazioni talvolta contrastanti, può essere ricondotta, nel quadro di cambiamenti climatici quantificabili, o allo smodato e irrazionale sfruttamento ambientale perpetrato dall’uomo o a una mutazione naturale, indipendente dall’intervento umano, ma comunque devastante per alcune aree del mondo.

L’inaridimento di intere macro-regioni è già oggi all’origine di tesioni, conflitti, migrazioni che coinvolgono milioni di persone. E la situazione non può che peggiorare, a meno che da una concertazione politica su scala mondiale non giungano decisioni coraggiose e incisive.

Nel continente africano, al momento, la crisi idrica, abbinata a mal governo e rivalità politico-economiche fra Stati e blocchi di potere, sta assumendo proporzioni apocalittiche.

In particolare, si calcola che circa 25 milioni di persone soffrano fame e sete a seguito di due anni (2015-2016) di Niño e Niña, fenomeni atmosferici contrastanti caratterizzati da piogge torrenziali e arsure. Un vero flagello per Etiopia, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Eritrea, Kenya, Uganda, Mozambico. E se a qualcuno venisse naturale pensare che, in fondo, in Africa è sempre stato così, ricordiamo elementi del tutto inediti in questa crisi idrica rispetto al passato: innanzitutto, prendendo a modello il “caso etiope”, le aree colpite dalla siccità non sono quelle già desertiche, quanto piuttosto quelle fertili utilizzate dalla popolazione per agricoltura e allevamento di bestiame. Inoltre, fino al drammatico stop imposto dal flagello atmosferico, l’economia etiope cresceva al ritmo del +10% annuo e il Paese del Corno d’Africa era considerato una “tigre” al pari di Nigeria, Sud Africa e Angola. Non si può neanche dire che le autorità di Addis Abeba avessero sottovalutato il fattore acqua. L’obiettivo dell’indipendenza idrica era a tal punto in cima all’agenda etiope da spingere il Governo ad “imbarcarsi” in un’avventura di portata storica: la realizzazione della Grande diga del Rinascimento etiope (“Gerd”, per gli addetti ai lavori).

Il progetto “Gerd”, che dovrebbe essere completato nel 2018 con un investimento complessivo di 6,4 miliardi di dollari, rappresenta il più imponente sbarramento del pianeta: capace di contenere 70 km cubici di acqua, avrà un corpo centrale alto 175 metri e lungo circa 2 km. Inoltre, la diga permetterà di generare ogni anno 15 terawattora (1 Twh = 1.000.000.000.000 watt) di energia idroelettrica.

Un quantitativo capace di rispondere alle esigenze di un Paese in via di sviluppo come l’Etiopia e di tramutarlo in esportatore di energia su scala continentale. Ma ecco un punto su cui riflettere: una volta a regime, la diga farà sì che tutte le esigenze idriche del Paese siano soddisfatte grazie alla deviazione, a proprio vantaggio, delle acque del Nilo Azzurro. Ma tale operazione è stata decisa in modo unilaterale. Dunque, per l’Etiopia, la crisi idrica – davvero epocale – si risolverà a svantaggio di tutte le altre nazioni limitrofe.

Ecco perché: meno lungo del Nilo Bianco, ma decisamente più consistente per carico idrico, il Nilo Azzurro nasce dal lago etiope Tana, su di un altopiano; sceso a valle, esso piega verso Nord-Ovest ed entra in territorio sudanese. Unendosi al Nilo Bianco a Khartoum, dà vita al Nilo vero e proprio. Il responsabile delle grandi piene del Nilo, quelle che fecero la fortuna degli antichi Egizi fertilizzando zone altrimenti condannate all’arsura, è proprio il Nilo Azzurro, con il suo regime irregolare, tradizionalmente “generoso” nei mesi centrali dell’anno. Sbarrare le acque del Nilo Azzurro ha conseguenze funeste soprattutto per Egitto, Eritrea e Sudan: Paesi segnati da sovrappopolamento e tensioni inter-confessionali. E avversità climatiche come mai prima. Non stupisce dunque che le frizioni politiche fra Addis Abeba e gli altri Stati del bacino del Nilo siano aumentate negli ultimi due anni (il bacino idrografico del grande fiume include sette Paesi africani: in ordine puramente alfabetico Burundi, Egitto, Etiopia, Eritrea, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Ruanda, Sudan, Sudan del Sud, Tanzania e Uganda).

È del mese scorso la notizia secondo cui le autorità etiopi avrebbero sventato un attacco terroristico destinato a danneggiare gravemente l’infrastruttura, ormai in fase avanzata di realizzazione. Secondo una prima ricostruzione, i responsabili dell’assalto, 20 guerriglieri, sarebbero membri del Movimento di liberazione del popolo Benishangul Gumuz, un gruppo armato eritreo.

Al di là del singolo episodio, è evidente che i negoziati per la gestione comune delle acque del Nilo e la regolamentazione di chiuse e dighe non stanno dando risultati soddisfacenti; e che la tentazione di una “scorciatoia” armata avanza in alcune capitali africane. Peraltro, da parte egiziana, quando ancora era in carica il presidente Hosni Mubarak, indiscrezioni di un imminente intervento mirato contro le fondamenta della Gerd si susseguirono sulla stampa africana per settimane, a inizio 2011. Nel frattempo, più a Est, il Madagascar vive una tragedia solo in apparenza di segno opposto. Con piogge torrenziali e venti che hanno raggiunto anche i 270 chilometri orari, il ciclone Enawo nel marzo scorso ha colpito oltre 40 mila persone: infiltrati o distrutti, gli acquedotti non garantiscono più alla popolazione gli indispensabili rifornimenti di acqua potabile.

Una crisi idrica drammatica tanto quanto le altre, quindi, che si accanisce su gente già allo stremo.

Francesca Zoja

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Un amore donato e ricevuto

La nostra presenza di Suore Missionarie della Consolata in Mozambico, Paese dell’Africa australe che si affaccia sull’Oceano Indiano con una splendida costa lunga 2500 km, ha avuto inizio nel lontano 1927; quest’anno quindi ne vogliamo ricordare e celebrare il 90° anniversario.

Ci sarà di aiuto in questo nostro percorso il ricco volume di suor Dalmazia Colombo, pubblicato recentemente, dal titolo Fede e Missione. In esso l’autrice, missionaria della Consolata giunta in Mozambico per la prima volta nel 1964, ripercorre la storia delle nostre missioni in questo Paese, avvalendosi anche di testimonianze dirette delle sorelle che hanno svolto il loro apostolato missionario in Mozambico.

Le pioniere di questa missione sono giovani donne, tra le quali una, suor Benedetta Mattio, appena ventenne, piene di coraggio, pronte ad affrontare le difficoltà degli inizi con tanta fede ed entusiasmo, ma disponibili anche a lasciare tutto, quando “ordini” perentori chiedono loro di lasciare una missione per andare in un’altra.

Scrive suor Benedetta Mattio: “Nonostante la stanchezza per il lungo e disagiato viaggio marittimo, sui nostri volti si leggeva una gioia immensa per poter finalmente toccare il suolo mozambicano… Non immaginavamo però le avventure che ci attendevano prima di giungere alla meta”.

La meta era la missione di Miruru, situata nella valle dello Zambesi, in provincia di Tete, dove si trovavano i missionari della Consolata da due anni, essendo giunti in Mozambico alla fine del 1925. La loro collaborazione apostolica fu interrotta improvvisamente nel 1930, quando le missionarie dovettero trasferirsi per ordine del vescovo Mons. Rafael Maria da Assunçao, che era allora l’unico vescovo del Mozambico, nell’isola di Ibo, nella provincia di Cabo Delgado, dove avrebbero collaborato con i Padri Monfortani olandesi e francesi. In questo periodo la piccola comunità delle suore missionarie fu messa duramente alla prova dalla morte di una delle “pioniere”, suor Anania Tabellini, deceduta nel 1934 per tubercolosi polmonare, all’età di 30 anni.

In seguito, con l’arrivo di altre sorelle dall’Italia furono aperte le missioni di Mahate, Namuno e Nangololo. Nel 1942 la missione di Mahate venne chiusa e le sorelle si trasferirono a Montepuez, nella provincia di Porto Amelia (attuale Pemba).

Gli anni 1949-70 furono anni di intensa crescita dell’azione evangelizzatrice, caratterizzati dall’espansione crescente delle nostre comunità nelle province di Cabo Delgado, Niassa, Inhambane e Maputo (allora Lourenço Marques). Tutto ciò potè avvenire grazie a due eventi storici: la fine della seconda guerra mondiale, che favorì l’arrivo in Mozambico di nuove missionarie della Consolata, e l’applicazione piena dell’Accordo Missionario, che spianò le difficoltà tra le autorità civili portoghesi ed ecclesiastiche. Non si arrivò però “felicemente” al termine di questo periodo, perché già alla fine del 1961 ci furono le prime avvisaglie che preannunciavano la guerra di indipendenza dal Portogallo, scoppiata il 25 settembre 1965 a Cabo Delgado e terminata il 25 giugno 1975 con la creazione della Repubblica Popolare del Mozambico.

Mozambico: suor Dalmazia Colombo

Gli anni che seguirono, fino al 1992, furono per il Mozambico anni di trasformazioni e di eventi epocali: fine della guerra di liberazione, indipendenza, rivoluzione marxista-leninista, guerra civile e, finalmente, la pace siglata a Roma il 4 ottobre 1992, attraverso la mediazione della comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale mozambicana.

Ecco la testimonianza di una sorella brasiliana, suor Teresa José de Osti, che ci descrive i sentimenti delle comunità all’annunzio della raggiunta indipendenza del Paese: “Noi missionarie della Consolata, in comunione con tutto il popolo mozambicano, in quei primi mesi del 1975 aspettammo i giorni dell’indipendenza con molta gioia e timore. Gioia, perché era quanto di più degno e giusto ci potesse essere. Timore perché nelle commissioni di preparazione all’evento, si diceva di voler farla finita con i colonialisti, il che sembrava riferirsi ad ogni persona di razza bianca. Noi però rimanemmo vicine al popolo in particolare nella campagna di miglioramento dell’ambiente in preparazione al grande evento: pulizie generali, apertura di strade e di fosse biologiche per costruire servizi igienici. Rivedo ancora suor Rina Carla Salsa, con fratel Agostino Lanza, scavare una fossa ed estrarre la terra con un secchio. E in tutti i lavori l’équipe missionaria era sempre la prima ad arrivare sul posto ed eseguire i lavori insieme al popolo…”. La gioia dell’indipendenza durò poco, perché un mese dopo iniziò il calvario delle nazionalizzazioni, delle proibizioni, della lotta antireligiosa.

Infatti il primo Presidente del Mozambico, Samora Machel, avendo adottato un regime marxista-leninista, combatté duramente la Chiesa: tutte le opere dei missionari, incluse le loro stesse abitazioni e chiese, furono nazionalizzate e ai missionari fu proibito di fare opera di evangelizzazione. Alcuni di essi lasciarono il Paese, ma le nostre consorelle e confratelli, malgrado due rapimenti e mesi di prigionia di alcuni di loro, rimasero accanto al popolo, condividendone timori e speranze.

Nel 1977 si ebbero le prime avvisaglie della guerra civile, capeggiata dalla Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO), che si opponeva al partito vincitore, la FRELIMO, Movimento di Liberazione del Mozambico. In quello stesso anno si realizzò un evento molto importante per la Chiesa: la Prima Assemblea Nazionale di Pastorale a Beira, a cui parteciparono vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e semplici cristiani, per cercare il modo migliore di operare in quel periodo di grandi sfide per la Chiesa. Il modello proposto fu di “incamminarsi verso una Chiesa ministeriale, fondata su Cristo, Inviato e Servo, nella quale ogni membro assumeva la sua responsabilità in una comunità di servizio… una Chiesa-famiglia, di servizi reciproci, una Chiesa nel cuore del popolo che egli sente come ‘sua’”. La risposta a quanto proposto nell’Assemblea di Beira fu altrettanto rapida, profonda e condivisa. Da quel momento tutti gli sforzi pastorali si concentrarono nella formazione e nella crescita delle “Piccole comunità cristiane”, che si moltiplicarono spontaneamente su tutto il territorio. In questo periodo ebbero grande importanza i tre centri catechistici che erano stati aperti nel Paese, all’indomani del Concilio Vaticano II, i quali formarono i leader delle piccole comunità. Tra questi centri si distinse dolorosamente quello di Guiúa, nella diocesi di Inhambane, per l’eccidio di 24 catechisti da parte della Renamo, avvenuto il 22 marzo 1992. Il loro esempio di fedeltà e generosità continua ad accompagnare e ad ispirare il cammino della Chiesa mozambicana.

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IL FRUTTO DELLA VERA EDUCAZIONE….

Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto (Carlo Maria Martini).

È una convinzione che l’educazione, contribuisce a costruire ponti e a trovare nuove risposte alle molte sfide del nostro tempo; allo stesso tempo  l’educazione, nella sua dinamica genera vita, “una vita tesa alla ricerca del bello, del buono, del vero e della comunione con gli altri per una crescita comune” (Papa Francesco).

Noi Suore Missionarie della Consolata sappiamo che  questa vita che si manifesta in un desiderio soprattutto dei più giovani, si trova anche nei frutti di un popolo educato. Sin dall’inizio abbiamo contribuito alla missione della chiesa, offerto nell’ambito educativo, orientato sempre al servizio della crescita alla piena maturità umana della persona camminando con loro nelle varie tappe di crescita.

Vediamo questa galleria fotografica che mostra il lavoro di educazione e formazione nei diversi contesti missionari.

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Quattro chiacchiere con… suor Florence

Suor Florence, missionaria della Consolata keniana che vive in Tanzania, ci racconta la sua esperienza con i giovani

Suor Florence, cosa significa per te essere una Missionaria della Consolata?

Secondo me, essere una Suora Missionaria è una testimonianza e un’ esperienza della consolazione di Cristo: vissuta in prima persona e condivisa con gli altri, anche con persone di diverse religioni, come musulmani, protestanti e altri. La nostra presenza e interazione con il popolo tanzaniano, a partire dalla sua ricca cultura, offre un altro aspetto della consolazione. Uno riconosce la bellezza di questo paese e della sua gente già solo dal linguaggio, colmo di parole gentili che non possono essere tradotte senza perdere il loro significato. Un esempio è la parola “pole”, che significa “mi dispiace”, ma profondamente. Non c’è differenza di religione, a tutti esce spontaneamente. Questa mia esperienza quotidiana rafforza il mio proprio carisma e riempie di gioia il mio essere missionaria tra questo popolo amato e sostenuto da Dio.

E come hai conosciuto le Missionarie della Consolata?

E’ interessante ritornare a circa 20 anni fa, e chiedermi perché ho scelto di essere una Suora Missionaria della Consolata. Nella mia parrocchia di origine non c’erano suore, e solo incontravo religiose nella scuola che frequentavo, ed erano salesiane di don Bosco. Da ragazza ho ascoltato da un padre missionario della Consolata che c’erano delle donne forti e coraggiose che proclamavano la Buona Notizia di Cristo a chi ancora non la conosceva e non l’aveva ricevuta. E aggiunse a noi ragazzi: il Cristo che avete ricevuto non deve rimanere solo per voi, è da condividere agli altri…  Nel mio profondo ho sentito la gioia di poter essere come queste donne che io non conoscevo… Ho iniziato a cercarle e fortunatamente ho incontrato nella mia scuola suor Jo Marie, la prima missionaria della Consolata che ho conosciuto. Le ho fatto tante domande e lei pazientemente mi ha risposto.   Poi ho partecipato a incontri e ritiri dove le sorelle condividevano il loro carisma e la loro missione, e mi sono sentita sempre più motivata a diventare una di loro.  Mi piaceva la loro spiritualità, che ci trasmettevno in un modo molto semplice durante i ritiri, ed ero attratta dal fatto che lavoravano con ogni tipo di persona: bambini, giovani, anziani…. Se dovessi scegliere oggi di essere una missionaria della Consolata, certamente ripeterei la stessa scelta!

In questo momento, che lavoro stai facendo in Tanzania?

Adesso sto lavorando con i giovani che appartengono al movimento dei Giovani Studenti Cattolici del Tanzania, nella diocesi di Iringa. E’ un gruppo che riunisce giovani delle Scuole Superiori che hanno come obiettivo di far entrare Cristo nella loro vita di studenti. Vedo in essi una Chiesa giovane che dà speranza alla Chiesa del futuro. Sono organizzati a tre livelli: come scuola, come gruppo di cinque o sei scuole, e come gruppo diocesano, dove si celebra l’Eucaristia e si fanno altre attività. Lavoriamo in un team, siamo due suore e un sacerdote a livello di Diocesi, in collaborazione  con gli animatori (insegnanti e parroci) e con gli studenti leaders nei tre livelli menzionati.

Come sono i giovani tanzaniani?

I giovani studenti hanno una grande capacità, molta energia e grande entusiasmo. Sono fortemente impressionata per la loro organizzazione, la loro generosità e buona volontà di apprendere e condividere la loro esperienza con Dio.

Non si preoccupano di esprimere i loro talenti e di usarli. Ho osservato anche la loro apertura a farsi aiutare per crescere e per riconoscere le loro potenzialità. Ogni sabato visitiamo circa 600 studenti! Questo team è composto da due o tre studenti leaders, un sacerdote e una suora. Ogni membro del team condivide un tema che aiuti a sviluppare certe capacità da leadership e incoraggi la scoperta dei propri talenti.

I giovani si confrontano anche su temi che riguardano la società e sul contributo che possono dare al suo sviluppo. Il tema del 2017 è la cura della Madre Terra. Si impegnano a creare consapevolezza tra i loro compagni con iniziative pratiche come piantare alberi, fiori, pulire le strade e la loro stessa scuola. L’uso responsabile dell’acqua e dell’elettricità, solo per ricordarne alcune.

Le sfide che si presentano nel lavoro con i giovani sono varie, per esempio il fatto che la loro energia e curiosità per imparare molte cose li spinge a cercare nei mezzi di comunicazione le risposte. Sappiamo che la teconologia è importante, ma vediamo che questi mezzi sono diventati i loro insegnanti,  e molto volte i giovani perdono il loro tempo in queste cose invece di impiegarlo per lo studio.

Abbiamo anche notato che la liturgia da molti non è capita, a causa dei loro genitori che – super impegnati, non li ha mai portati alla Chiesa e non ha loro insegnato niente circa la fede e la preghiera. Cerchiamo quindi di introdurli a questa dimensione ecclesiale.  Gli studenti sono vincolati alla cultura, anche se a volte non ne fanno caso: per esempio la paura di andare contro le decisioni degli adulti e è molto forte, anche se queste non sono corrette. Quante volte non vengono alla Messa semplicemente perché i genitori glielo hanno proibito, o li fanno lavorare la domenica. Preferiscono essere puniti nella scuola piuttosto di mettersi in discussione con gli adulti di casa.

Qual é la gioia più grande che ti ha dato la missione?

La missione di Cristo porta gioia e riempe di senso, quando scopriamo che Cristo è il centro di tutto quello che facciamo. Sono felice si stare con i giovani, ho sperimentato la presenza di Dio in mezzo a loro, soprattutto quando desiderano sapere sempre di più su di Lui. Mi colpisce vedere come gli studenti sentono di appartenere alla Chiesa e che loro stessi sono la Chiesa. Come i giovani diventano missionari nelle loro scuole: individuano compagni bisognosi e cercano di aiutarli ogni mese, in una scuola li ho visti prendersi cura di compagni ciechi e sordi… Tutti questi esempi sono semi di fede che possono rompere muri di indifferenza.

L’apostolato con i giovani mi ha aiutato a godere la bellezza, l’amore, la semplicità e la creatività. Con la frase: “Prega per me ed io prego per te” abbiamo creato un legame di fiducia in Dio e tra di noi, e ce lo ripetiamo in ogni occasione che ci incontriamo.

 

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La Consolata nella mia vita

Da donna a donna. Da figlia a Madre: una relazione che colma di presenza la vita.

20 giugno: è la festa della Madonna Consolata! Da devozione locale per il popolo piemontese, la Consolata è oggi madre di molti figli sparsi nel mondo, che l’hanno conosciuta attraverso missionari e missionarie della Consolata, e che ora fa parte della loro vita con molta significatività.

Ecco a voi, cari Lettori, un mosaico di testimonianze di donne che hanno trovato nella Consolata una Madre, una presenza, una fonte inesauribile di consolazione.

“La mia relazione con Maria Consolata inizia circa 25 anni fa. La “Madre della consolazione”, “Consolata e Consolatrice”: queste espressioni attiravano la mia attenzione fin dal primo momento. La madre di Gesù fu consolata e oggi consola i suoi figli… non sarà che pure mi vuole consolare? Mi facevo questa domanda… e una sera di 13 anni fa, quando mi ritrovai sola in una situazione molto dolorosa, senza sapere cosa fare, ho messo la mano nella tasca, e lì si trovava lei: un’immagine della Consolata. In quel momento ho capito le parole che tanto mi toccavano: lei era la consolazione di cui avevo bisogno, lei mi accompagnava nel silenzio da molto tempo. Oggi posso dire che mi sono consacrata a lei, oggi dico con orgoglio e molto amore che sono Laica Missionaria della Consolata grazie a lei. E ringrazio Dio perché mi ha dimostrato in modo concreto il suo amore: mi ha dato una Madre Consolatrice affinché anch’io possa consolare gli altri”. (Betty Lopez, missionaria della Consolata argentina)

“La Consolata per me è quella madre attenta verso sua figlia. La sua presenza nella mia vita è reale e concreta, è più vissuta che pensata, più del cuore che della testa. Ogni Lunedì vado alla cappella più vicina di casa: la Sacra Famiglia, per la condivisione della Parola. E’ situata in una periferia urbana dove i residenti provengono per lo più dal Nord del Mozambico. Ma più che pensare nella loro origine, è da ammirare la fede e la semplicità delle loro condivisioni, una fede veramente incarnata nella realtà quotidiana. Ogni settimana ritorno a casa contenta per aver condiviso e ricevuto da questo gruppo. Mi edifica pensare che attrvaerso questi mezzi che la consolazione si espande, così è stato per Maria: nella sua vita è stata portatrice di consolazione” (Suor Julia Wambui Muya, suora missionaria in Mozambico)

“Sinceramente, non sono stata mai molto “mariana”… la mia fede è cresciuta a contatto con la Parola e nella relazione con Gesù Cristo. Alle volte mi facevo qualche scrupolo… essere missionaria della Consolata e non essere mariana… E poi, semplicemente, l’ho incontrata: mi trovavo lontana dalla mia missione tanto amata, e ne soffrivo molto. Sapevo il perché del distacco, ma il cuore piangeva. Ed ecco che, non sapendo che altro fare, le ho detto: “Maria, prendimi come tua figlia e proteggimi!”. Subito, mi sono sentita avvolta dal suo manto, mi sono sentita in braccio a lei, mi sono sentita figlia. Finalmente, e davvero, DELLA Consolata!” (Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata in Bolivia)

 

 

 

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Giovani, voi aspirate a “prendere il volo”

“Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose. Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell’esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza” (Papa Francesco, giornata mondiale della gioventù 2017)

Le Missionarie della Consolata accompagnando i giovani li aiutano ad essere protagonisti della propria  storia e capaci di decidere per il loro futuro.

Queste fotografie rispecchiano alcune delle nostre presenze tra i giovani.

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I’m albino

La condizione degli albini in Tanzania è stata, negli ultimi anni, estremamente allarmante. Era il 2008 quando è iniziata la vera e propria “mattanza” e io ero in Tanzania. Dal nord, dalle regioni più povere al confine con il lago Vittoria, si diffuse la credenza messa in scena da guaritori locali, che l’avere un amuleto di pelle o di organi di albino potesse portare fortuna e benessere per tutta la vita. Purtroppo questa credenza si diffuse in tutto il Paese tanto da provocare aggressioni agli albini e ai villaggi dove questi vivevano. James mi racconta: “Ero in giro per le strade di Dar es Salaam, mi hanno bloccato in tre e hanno provato a tagliarmi un dito del piede, ho ancora la cicatrice… meno male è arrivata una donna che si è messa a gridare”. Inizialmente si pensava che i guaritori avessero convinto di tale credenza la popolazione più ingenua, ma in realtà sembra che non fosse solo una convinzione di minatori e pescatori: una giornalista tanzaniana, corrispondente della BBC, per un suo articolo sul presunto coinvolgimento di importanti uomini della politica e della società civile sulla questione, e sull’enorme costo degli amuleti, fu minacciata pesantemente.

Anticamente gli albini venivano discriminati in quanto bianchi, ma chi vive in Tanzania da più di qualche decennio, ha visto come gli albini sono integrati nella società. Si sposano non necessariamente tra di loro, anzi raramente. Hanno figli bellissimi. Se hanno la possibilità, studiano e lavorano ricoprendo anche posti importanti. Ma la loro pelle si scioglie come neve al sole. Devono coprirsi, cospargersi di creme specifiche che il più delle volte non hanno e il problema è che sono ancor più poveri degli altri. L’albinismo provoca la parziale o mancata pigmentazione di melanina nella pelle, nei capelli e negli occhi, sviluppa tumori alla pelle che li deforma e una fortissima miopia che li porta, negli anni, alla cecità. L’unico ospedale per la cura del cancro in Tanzania è l’“Ocean Road” a Dar es Salaam, qui troviamo una sede dell’Associazione Nazionale degli albini che si occupa di sostegno e sensibilizzazione. Il Tanzania è lo Stato con la più alta percentuale di albini rispetto agli altri Stati africani: dei quasi cinquanta milioni di abitanti, gli albini supererebbero i trecentomila. Negli ultimi anni la questione degli albini ammazzati e scuoiati è diventata un fenomeno di giornalismo di massa, creando tour di “reporter e giornalisti” che arrivano in Tanzania senza alcuna conoscenza della cultura e del popolo, con il solo fine di cercare, scovare e documentare la violenza sugli albini. Sono nate migliaia di associazioni in ogni parte del mondo che raccolgono fondi per aiutare gli albini. Ma noi giornalisti abbiamo il dovere di raccontare anche quanti passi sono stati fatti dal Governo, dall’Associazione tanzaniana degli albini e dalla società civile dal 2008, per superare e fermare questo dramma: dalla sensibilizzazione nelle scuole e nei villaggi per smentire queste credenze all’aiuto medico-sanitario e alla solidarietà gratuita e straordinaria di cui solo i Tanzaniani sono capaci tra di loro e con il prossimo. Il mio reportage “I’m Albino” è nato per raccontare anche questo: come nonostante tutto gli albini rispondessero con un sorriso sperando in un futuro migliore perché in quanto Tanzaniani conoscevano la loro gente. Purtroppo ci sono ancora casi di aggressione ad albini, come ci sono casi di violenza sulle donne in Europa ogni giorno. Gli albini, grazie al grande aiuto delle migliaia di associazioni “salva-albini”, nascono e crescono amati dalle famiglie e vivono sereni, compatibilmente con la povertà della propria realtà.

Ho conosciuto Mariamu, una bellissima bambina albina di dodici anni, attraverso Erick, il mio amico responsabile degli albini dell’Udzungwa (nel sud del Tanzania). Mariamu, abbandonata alla nascita dalla madre, vive con la nonna che ha un grave tumore alla tiroide, sulle montagne di Ilamba. Sono andata nel suo villaggio con suor Ida Luisa Costamagna, Missionaria della Consolata ed Erik che voleva che conoscessimo la sua storia per aiutarla. Una timidezza e una dolcezza disarmanti. Due occhi curiosi e spaventati mi fissavano dal buco di una kanga (telo di cotone) con la quale si copriva il viso. È stato amore a prima vista. Ci sono våoluti mesi prima di arrivare a un sorriso liberatorio, spontaneo, e farle superare la rigida educazione tanzaniana quando si è in presenza di un adulto. Non aveva paura di noi, ma della nostra diversità ed era intimidita, come qualsiasi altro bambino. Mariamu è una bambina serena che come i suoi coetanei va a scuola, gioca e divide tutto con i suoi cugini e amici. Non mi chiede e non mi ha mai chiesto nulla, né lei, né sua nonna. Non mi racconta della sua quotidianità perché per lei è una cosa normale, come considera normale i bulli che ogni tanto la prendono in giro, perché lo fanno con tutte le bambine, mi dice.

L’anno scorso ero a Ilamba, da due settimane. La stagione delle piogge era arrivata dritta sparata senza sconti e senza pause. Mi svegliavo sotto secchiate d’acqua e andavo a letto sotto le stesse secchiate. La strada era una poltiglia di fango e si scivolava come su una lastra di sapone. A stento ero riuscita ad arrivare alla scuola materna delle suore per salutare i bambini che ormai mi conoscono da anni ma, nonostante volessi andare al villaggio vicino per salutare Mariamu, era impossibile. Un pomeriggio suor Ida mi telefona dicendomi di andare a casa loro. Arrivo armata di ombrello e k-way contro la pioggia e mi trovo davanti al sorriso di Mariamu, in una pozzanghera d’acqua, tanto era inzuppata. Aveva saputo che ero tornata ed era venuta a salutarmi. Inevitabilmente dopo un mega abbraccio l’ho inondata di domande: se avesse bisogno di qualcosa, se stava bene… e lei mi ha risposto che voleva solo salutarmi e sapere come stavo!

Romina Remigio

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Kenya: una Chiesa del futuro

Dopo 29 anni di missione in Kenya, suor Sonia Lobo de Carvalho ha lasciato il Paese, perché destinata al Portogallo, dove continuerà la sua opera come animatrice missionaria vocazionale. La ringraziamo per il suo esempio di disponibilità e le auguriamo un fecondo apostolato in Europa.

Sono nata in Brasile, nella città di Apucarana, Stato del Paraná, ma quando ebbi quindici anni la mia famiglia si trasferì a Palmitópolis, presso Cafelandia, sempre nello stesso Stato. Fu lì che conobbi le missionarie della Consolata e nacque nel mio cuore la vocazione di divenire anch’io una di loro. Dopo alcuni anni di formazione trascorsi a San Paolo, fui inviata nelle missioni del Kenya. Il popolo keniese è sempre stato, in generale, pacifico. L’esperienza dei Paesi vicini ha dimostrato che la guerra porta con sé solo odio e distruzione. In seguito, però, alcuni leader cominciarono, sfortunatamente, ad istigare la gente più esaltata delle loro rispettive tribù e, dopo le elezioni presidenziali del 2007, la violenza si instaurò nel Paese, causando morte, distruzione e tanta sofferenza.

Nello stesso tempo la Chiesa cattolica si unì ad altre confessioni cristiane e a persone laiche per preparare un documento molto importante, che riguardava la terapia del perdono, con la convinzione che perdonare è difficile, ma non impossibile.

La gente cominciò a capire che il perdono è un atto della volontà, che diviene possibile quando si ama seguendo l’esempio di Gesù.

Il Kenya ha una popolazione di circa 40 milioni di abitanti, il 25% dei quali vive nelle grandi città, come Nairobi, Kisimu, Mombasa. Le donne rappresentano più del 50% della gente. Il Paese è composto da varie etnie, che, secondo me, costituiscono una ricchezza per la nazione. Purtroppo, però, esse risultarono un grande motivo di divisione, causata non dal popolo, ma da coloro che volevano perseguire i propri interessi.

La popolazione, dal punto di vista religioso, è composta di cristiani di varie denominazioni (38%); i cattolici sono il 28%. Vi sono poi i credenti delle religioni tradizionali (26%) e i musulmani (7%).

La Chiesa cattolica del Kenya è giovane e vibrante: giovane nella fede e nelle sue espressioni caratteristiche. Le celebrazioni domenicali sono molto festose, esuberanti e costituiscono una sincera manifestazione di fede convinta. È una Chiesa benedetta da molte vocazioni religiose e diocesane e ben inserita nei vari settori della società.

Nel campo della sanità e dell’educazione, il 40% delle istituzioni è ancora sotto la guida e il patrocinio della Chiesa cattolica e molti laici sono ben preparati e coinvolti. Il 95% del lavoro pastorale e di formazione umana è sotto la responsabilità del clero, dei religiosi e dei laici. Possiamo dire con certezza che tutto questo è dovuto ai missionari e alle missionarie che hanno portato al popolo l’annuncio del Vangelo. In questo dinamismo di dare, ricevere e donarsi, i missionari hanno seminato la fede in Gesù Cristo e per questo motivo abbiamo oggi in Kenya una Chiesa che è “in uscita”. Sono moltissimi i missionari e le missionarie keniesi presenti nei vari Paesi di almeno quattro continenti, come evangelizzatori e come buoni “samaritani”, capaci di rispondere alle varie situazioni di emergenza di tanti fratelli e sorelle.

Ho iniziato la mia missione a Meru, una cittadina vicina al Monte Kenya. Dapprima, siccome non conoscevo bene la lingua, comunicavo con la gente con un sorriso, un saluto, un gesto affettuoso. Così le persone finirono col soprannominarmi “Makena”, che vuol dire “persona felice”. Dopo aver lavorato a Marsabit, Nairobi e Mombasa, ritornai nella diocesi di Meru. Ho lavorato per molti di questi anni nel settore educativo e in quello dell’Animazione missionaria e vocazionale. Ultimamente ero impegnata nella formazione delle giovani che desideravano diventare missionarie della Consolata.

Un giorno una di queste giovani mi chiese: “Da dove attingi tutta questa energia che ti consente di continuare sempre disponibile e allegra nella missione che hai abbracciato fin dalla tua giovinezza?”. Io rispondo sempre che la mia disponibilità è nata da un’avventura di fede. Un’avventura che mi ha fatto sperimentare un Dio che mi ha guardata, mi ha scelta, mi ha chiamata e inviata ad evangelizzare. Questo Dio ha avuto fiducia in me e si è servito di me per farmi arrivare sempre più vicina a quei poveri ai quali mi ha inviata. È Lui che mi dà il coraggio di assumermi ogni giorno le responsabilità inerenti alla mia vocazione. Sfide? E chi non ne ha nella sua vita? Sono sempre tante. Affermare che non esistono è un’illusione; specialmente quando si parte per un Paese nuovo, esse appaiono subito numerose. Lasciare i propri genitori, i familiari, gli amici… Lasciare il proprio modo di vivere e, praticamente, assumerne un altro. Posso affermare che non esiste vita missionaria senza croce; ma, nello stesso tempo, dico che dopo la croce viene la resurrezione. Se sono arrivata fin qui, devo dire grazie alle preghiere di molte persone e alla fedeltà di Dio, perché “il suo amore per noi è immutabile e la sua fedeltà è eterna” (Sl 116,2).

Fiduciosa in questa fedeltà, continuo a coltivare i miei sogni, sapendo che Lui è con me.

Suor Sonia Lobo De Carvalho

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Il Padre

Dialogo da figlia a Padre

Quando Dio decise di creare il padre, cominciò con una struttura piuttosto alta e robusta.

Allora un angelo che era li vicino gli chiese: “Ma che razza di padre è questo? Così grande non potrà avvicinare i piccoli e giocare con loro…”

Dio sorrise e rispose: “ E’ vero, ma se lo faccio piccolo come un bambino, i bambini non avranno nessuno su cui alzare lo sguardo”.

 

Si, si deve alzare lo sguardo , per poter contemplare questo GIGANTE che è PADRE FONDATORE,  Beato GIUSEPPE ALLAMANO.

Fisicamente lui non era un gigante, anzi era esile, con poca salute, ma nella fede e nell’amore; nella volontà e nell’impegno di santità è più che un gigante (1 Tess.4,3 : Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione). La volontà dell’Allamano era una forza indomita e sempre protesa alla ricerca della Volontà di Dio, così che al termine della sua vita terrena ha potuto dire: “ Ho sempre fatto la volontà di Dio”. Lui l’ha sempre ricercata e quando non vedeva chiaro aspettava, si consigliava in un processo di discernimento mai interrotto, per cogliere quello che dava maggior gloria a Dio. ( Mi sono fatto tutto a tutti, per far tutti salvi ! 1° Cor 9,22) Si perché l’ Allamano è convinto che” Dio vuole che tutti siano salvi e giungano alla conoscenza della verità”( s.Paolo: 1° Timoteo2,4).

Alzo lo sguardo al Padre…..

Fin da ragazzo vuole consacrare la sua vita a Dio e quando i suoi fratelli lo vogliono distogliere dall’idea di entrare in seminario subito, lui risponde che Dio lo chiama ora e non sa quando e se, lo chiamerà ancora fra qualche anno. Questo è stato per me una grande forza quando nel momento della  mia decisione avevo la stessa difficoltà da parte della mia famiglia. Così ho dato loro, la stessa risposta: “ Non so se Dio mi chiamerà ancora fra due anni”.

Avere qualcuno su cui alzare lo sguardo…..

Ho conosciuto l’Allamano sin da giovane leggendo la sua vita e mi aveva dato un senso di paternità tenera e cordiale. Si, questi atteggiamenti sono caratteristici di Lui: un padre con un corpo esile, ma con il  cuore grande! Un cuore di mamma.  Diceva: “Potevate avere uno migliore di me come padre, ma non uno che vi amasse di più”. Quando nel vivere la vita missionaria s’incontrano difficoltà e ci si chiede come continuare il cammino, Lui mi è stato vicino con la sua parola che meditavo assiduamente  e in un momento particolare mi lasciò il suo messaggio nel sonno. Quelle parole non le ho mai dimenticate.

Gli occhi del cuore lo vedono….

Un’altra volta ero con il gruppo delle giovani che si preparavano a diventare missionarie e anche in quel momento avevo bisogno di ispirazione e luce nell’accompagnare altre nel cammino di appartenenza e spirito di Famiglia nell’Istituto. Mi è sembrato di vederlo entrare in casa camminando col suo passo composto e tranquillo lungo il corridoio  e avvicinarsi a me fino a sentirmelo vicino, in un atteggiamento  incoraggiante, paterno e amabile. Padre Fondatore un Padre che non ha risparmiato premure per il nostro Istituto e ha riservato per noi un affetto paterno particolare.  Mi è stato più facile additare alle giovani la persona di Padre Fondatore

Si, in questi altri momenti è stato necessario alzare lo sguardo a lui che… Questa volta Padre si affaccia dal “puggiol”   =   balcone

Padre mi parlava da un balcone (Diceva quando era ancora su questa terra: “Da lassù mi affaccerò dal “puggiol” e vi benedirò”), mi disse:  “Coraggio, vai avanti! Io ti seguo e prego per te. Ti dono il mio spirito e ti voglio bene come alle prime sorelle. Coraggio, tu sei mia figlia prediletta”.

In Missione ho avuto modo d’invocarlo e vedere la sua opera in mezzo al popolo del Kenya: con i Laici missionari che si chiamavano “Allamano Men” e con il Centro dei bambini di strada che loro avevano fondato e sponsorizzato, e che chiamavano  “Allamano Boys Centre”.  Con questi Laici e altri benefattori, fondavamo il Centro delle Bambine di strada, per l’Anno Santo 2000. Era un progetto difficile, ma l’Allamano intercedeva. Dicevano infatti: “La realizzazione di questo Centro sarà il miracolo che lo porterà alla canonizzazione ”

suor Mariangela

L’ultimo cronologicamente, ma molto importante per me. Due anni fa non ero con voi, ma con la mia mamma grave. Arrivai come a quest’ora a casa. Lei già non parlava più e sembrava non conoscere più. Quando sentì la mia voce, mamma aprì gli occhi, mi sorrise e mi diede un bacio. Ritornò nel suo sopore con un febbrone che nulla lo faceva abbassare e respirava male… rimasi sola con lei per quella notte e la seguente. Pregavo Padre Allamano, gli dicevo: “Preparala tu, accompagnala tu, presentala tu a Gesù”.  Il suo respiro da pesante si fece leggero e alle cinque del mattino del 16, festa di Padre, con un lungo respiro si “addormentò” nel Signore. Il suo volto divenne disteso e sereno, quasi senza rughe e ringiovanito di almeno 40 anni, e lei ne aveva 93,  così che tutti dicevano: ma come è bella sembra un angelo; sembra una Madonna; come l’avete fatta bella !….

GRAZIE PADRE ALLAMANO, TU ci  RIVELI la  TENEREZZA della PATERNITA’ di DIO, Sii benedetto! Per intercessione di Maria Consolata, si riveli la tua gloria che hai presso Dio Padre.   A te posso alzare lo sguardo, Tu mi sei Padre….

Tua figlia, Sr Mariangela Mesina m.c.

 

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