DUE DONNE E IL PANE

È ancora la ricerca del pane che spinge a mettersi in cammino…

Il libro di Rut è il racconto di una vita che ha per protagoniste principali due donne… e il pane che diventa l’elemento attorno al quale si snoda tutta la vicenda delle due donne e il futuro della generazione, fino a Davide, fino a Gesù. Il pane elemento essenziale per la vita e che in Gesù diventerà Pane di vita!

Il testo, infatti, inizia con una carestia: è la mancanza di cibo che coinvolge Betlemme a portare Elimelech alla decisione di mettersi in viaggio, con la moglie Noemi e i due figli maschi, in cerca di condizioni migliori, verso un paese straniero: Moab.

La ricerca del pane spinge Elimelech a portare la sua famiglia fuori dalla terra di Dio, verso la terra dei pagani, quando invece ogni israelita sa che è solo un’illusione pensare di poter trovare la felicità lontano dalla terra promessa.

In quella terra straniera, dopo la morte di Elimelech, i due figli si sposano con due donne moabite: Orpa, e Rut. Ma non c’è gioia in terra straniera se si è lontani da Dio e anche Maclon e Chilion, dopo dieci anni muoiono, lasciando le loro mogli senza figli e la loro madre, sola.

Nel colmo della sua sofferenza (1,6) Noemi decide di tornare nella terra dei Padri perché “il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane”.

Anche Gesù domanderà ai suoi discepoli fedeltà diverse, perché ad alcuni dirà “seguimi”, mentre ad altri comanderà di tornare a casa e di restare nelle loro quotidianità.

È ancora la ricerca del pane che spinge a mettersi in cammino, e anche se amareggiata e insicura su ciò che l’aspetta, Noemi ha la forza di additare un futuro alle proprie nuore: “Andate, tornate ciascuna alla casa di vostra madre” (1,8).

Pur nel pianto, Orpa ascolta la suocera e torna indietro. Spesso Orpa è considerata colei che non ha coraggio ed abbandona, essa invece manifesta un altro tipo di amore: quello di chi si sente dire “vai” ed è capace di lasciare, di andare, pur nella sofferenza e nell’incertezza. Orpa è capace di guardare oltre, verso un futuro che le si prospetta nuovo, anche se nell’incertezza. Anche Gesù domanderà ai suoi discepoli fedeltà diverse, perché ad alcuni dirà “seguimi”, mentre ad altri comanderà di tornare a casa e di restare nelle loro quotidianità. Orpa, Rut e Noemi ci rivelano modi diversi di declinare l’amore e la fedeltà nella loro sapienza femminile.

La risposta di Rut è diversa: sulla strada del ritorno Noemi non sarà sola perché una delle sue nuore ha scelto di camminare con lei. “Dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio” (1,16). Rut rischia sulla possibilità di scoprire la vera natura di quel Dio che Noemi percepisce come colui che si accanisce su di lei.

Nella vita di ciascuno ci sono situazioni in cui si espone al pericolo di perdere la fiducia in Dio. Noemi come Giobbe, fa questa esperienza. La sua fede è ferita dalle sofferenze passate; la vita l’ha aggredita togliendole il marito e i due figli, e lasciandole il bruciore del dubbio sul coinvolgimento di Dio nel male subito. Noemi però non affronterà il suo futuro da sola. Rut, le rimane accanto, come una figlia, nonostante tutto, nonostante il lutto che avrebbe potuto spezzare il legame, nonostante ‘l’assenza’ di Dio, nonostante il fatto che se per Noemi quel viaggio è un ritorno, per lei è ‘un esodo’, un’uscita dalla sua terra, dal suo popolo – come già fu per Abramo e Sara – per entrare nella terra d’Israele.

C’è solo l’affiatamento che nasce fra due donne, un affetto che salva, che lenisce il dolore, fascia i cuori spezzati ed è balsamo per le ferite.

Il libro di Rut è stato scritto in un contesto che assomiglia al nostro: un’epoca di crisi in cui non appaiono né angeli, né visioni e non ci sono profeti ad aiutare nel discernere il cammino. C’è solo l’affiatamento che nasce fra due donne, un affetto che salva, che lenisce il dolore, fascia i cuori spezzati ed è balsamo per le ferite.

Noemi e Rut arrivano a Betlemme “quando si cominciava a mietere l’orzo” (1,22), quando la messe è matura, e così Rut andò a spigolare e vi rimase “fino alla fine” (2,23) cioè circa tre mesi.

Rut accetta la fatica, lo scorrere monotono e pesante del tempo; esercita con tenacia la sua volontà di rimanere, nello sforzo, fedele agli impegni e alle scelte, mentre il tempo che trascorre fa sì che le persone, le cose e le situazioni maturino. Rimane accanto a Noemi, condividendo con lei il cibo e la casa. L’esperienza di questa fedeltà che salva, permette a Noemi di desiderare per Rut la felicità di una nuova unione, di una nuova vita e a Rut di fidarsi dei consigli della suocera ed aprirsi a un futuro nuovo con Booz.

Rut aveva scommesso sul Dio di Noemi: “il tuo Dio sarà il mio Dio”, un Dio che ha imparato a conoscere negli avvenimenti della sua vita, leggendo il suo ‘visitare il popolo’ nelle lunghe giornate di silenzio, piegata nello spigolare. Rimanendo ferma nella sua lealtà, ha sperimentato la fedeltà di Dio che accompagna nel riconoscere il Dio dell’abbondanza, il Dio della comunione e dello ‘stare accanto’, e il Dio della vita.

Leggendo Deut. 4,18-22 si dice che Davide discende da Peres: Peres generò Chesron, Chesron generò Ram, Ram generò Amminadab, Amminadab generò Nacson, Nacson generò Salmon, Salmon generò Booz, Booz generò Obed da Rut la Mohabita, Obed generò Iesse e Iesse generò Davide da cui discende Gesù.

Rut ha rotto il cerchio della legge del Deuteronomio, ha spezzato il giogo del precetto. Rut è entrata nella comunità del Signore, ha offerto a Noemi il pane guadagnato con la fatica e con il sudore, dopo aver fatto il suo ‘esodo’ e grazie al frutto del suo ventre, Israele avrà il re Davide e Gesù il Salvatore.

Rimanendo ferma nella sua lealtà, ha sperimentato la fedeltà di Dio che accompagna nel riconoscere il Dio dell’abbondanza, il Dio della comunione e dello ‘stare accanto’, e il Dio della vita.

Dio continua a visitare il suo popolo anche attraverso il volto, la vita, la tenacia e la fedeltà e di una donna straniera, basta avere il coraggio di tornare, di mettersi in cammino fino a Betlemme, la casa del pane.

Rut aveva fatto del Dio di Noemi la sua dimora e Dio ha dimorato in lei e, attraverso di lei, nelle generazioni seguenti fino a incarnarsi per dimorare con l’umanità e diventare Pane di vita. Attraverso la storia di Rut e di Noemi, il Dio-onnipotente si trasforma nel Dio-amico che interviene nella realtà dell’umanità vedova e senza figli, per farla diventare di nuovo sposa e finalmente madre1.

sr. Renata Conti MC

1 Cfr., Donatella Mottin.

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Tra coraggio e paura

Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester è la protagonista del libro che porta il suo stesso nome e che insieme a quello di Tobia e di Giuditta costituiscono una trilogia inserita ubicata dopo i libri storici. Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester, una giovane donna ebrea, deportata da Gerusalemme durante l’invasione di Nabucodonosor re di Babilonia, orfana di padre e di madre è adottata dal cugino Mardocheo che “l’aveva presa come propria figlia” (2,7). Essi vivono a Susa, città di Babilonia, dove il re persiano usa trascorrere il tempo invernale. Ed è proprio nel corso di uno di questi soggiorni che sono collocati gli avvenimenti che sconvolgono la tranquilla vita di Ester.

Il re Assuero, Serse I per la storia, era un re persiano “che regnava dall’India fino all’Etiopia sopra centoventisette province” (1,1), vuole scegliere una moglie tra le ragazze del suo regno. Vengono quindi radunate tutte le vergini nel palazzo di Susa e tra queste anche Ester di cui è segreta la sua provenienza ebrea. Al momento della presentazione delle giovani il re Assuero è colpito da Ester “ragazza di presenza bellissima e di aspetto affascinante”, la scelse tra le altre giovani donne… “le pose in testa la corona regale e la fece regina” (2,7.17).

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v) e ha sempre conservato il suo cuore integro per il Signore “la tua serva non ha gioito di nulla se non di Te, Signore, Dio di Abramo” (4,17y). Ester è una giovane dal cuore semplice, chiamata a una missione più grande di lei.

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v)

Presto, però, la scena muta. Il nuovo ministro del re, Amàn esige che ognuno pieghi il ginocchio e si prostri dinanzi a lui che si considerava, dopo il Re il più grande dignitario. Mardocheo rifiuta perché “un Giudeo” si genuflette solo davanti a Dio Signore del cielo e della terra il cui nome è Signore dei Signori. Il ministro diviene furioso e convince il re ad emettere un editto reale con l’ordine di sterminare gli ebrei da eseguire in un giorno e in un mese che verrà definito dalle “sorti”, ossia dai “dadi”. È la fine per questo popolo già prostrato in una situazione di schiavitù. Ed è in questo momento che viene chiamata in soccorso Ester. Ella, la regina, deve intervenire presso il re per cambiarne il cuore informandolo sulla situazione di tradimento che si tramava alle sue spalle e che avrebbe, tra l’altro, portato alla distruzione del popolo ebreo.

La sua prima reazione, quale della donna saggia e prudente che conosce bene le regole stabilite dalla casa reale che proibiscono a tutti di presentarsi al re senza essere chiamati, pena la morte, è quella di angoscia: sa che è un’impresa quasi impossibile. L’invito si fa pressante ed ella allora comprende di essere stata scelta quale strumento del Signore per salvare il suo popolo dall’eccidio e obbedisce. Nell’umile verità di se stessa sa di non essere all’altezza di una simile impresa per questo si affida al braccio potente del Signore. Chiede a tutti i giudei di unirsi a lei nel digiuno e nella penitenza per tre giorni mentre il suo cuore si apre alla supplica verso il suo Dio, il Dio dei suoi padri “che ha scelto Israele da tutte le nazioni” per farne il suo popolo.

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio. Un’invocazione che scaturisce da un cuore credente e angosciato e che si fa voce di tutti i perseguitati e oppressi. E’ la preghiera di una donna afflitta, in preda al timore, ma allo stesso tempo, convinta del sostegno divino. È un inno alla potenza e all’amore misericordioso di Dio che ascolta sempre coloro che in Lui si rifugiano:

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio.

Mio Signore, nostro Re, tu sei l’Unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e che non ho altro soccorso se non Te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla nascita, nel seno della mia famiglia che Tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni come Tua eterna eredità. Ricordati, Signore, manifestati nel giorno del nostro dolore e dammi coraggio! Metti sulle mie labbra parole ben calibrate di fronte al leone e volgi il suo cuore contro verso chi ci combatte. Salvaci con la Tua mano e vieni in mio aiuto perché sono sola e non ho altri che Te, Signore!…Dio che domini tutti per la Tua potenza, ascolta la preghiera dei disperati, liberaci dalla mano degli empi e libera me dalla mia angoscia! (Dal capitolo IV del testo greco).

In questa preghiera Ester si confonde con il suo popolo e passa dal singolare al plurale perché la sua voce si trasforma in quella di tutti i suoi fratelli oppressi. Alla base di questa invocazione c’è la certezza dell’invincibilità dell’amore divino il quale interverrà operando un vero e proprio ribaltamento, come quello annunziato dai profeti per il ‘giorno del Signore’, l’empio che si era esaltato sarà umiliato, il perseguitato sarà intronizzato e glorificato, alla morte subentra la vita, allo sterminio la salvezza.

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio…

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio… Oggi la Chiesa ed ogni cristiano siamo chiamati a farci carico del dolore e della sofferenza degli uomini e le donne del nostro tempo…. Siamo chiamati a assumere, la fatica e il dolore dei più poveri, anche a rischio della nostra vita… Come Gesù che non ha rifiutato di prendere su di sé il peccato dell’umanità e ha donato la sua stessa vita… in riscatto per molti (cfr. Mt. 20,28).

Dopo aver invocato il “Dio che veglia su tutti e li salva” (5,1a), Ester si spoglia delle vesti della penitenza per ricoprirsi “di tutto il fasto del suo rango” e parte per la sua missione. “Il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore” (5,1b), ma sotto tanta bellezza c’era il cuore di una donna, umile e semplice, impegnata in una impresa più grande di lei, “stretto dalla paura” (5,1b). La regina, attraversate l’una dopo l’altra, tutte le porte, si trova alla presenza del re. Egli è seduto sul trono regale con un aspetto molto terribile. Alza il viso e guarda in un accesso di collera colei che entra alla sua presenza senza esserne invitata. La regina si sente svenire… e poggia la testa sull’ancella che l’accompagnava, ma Dio volge a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso balza dal trono, la prende tra le braccia, sostenendola finché non si riprende” (5,1d-e) Con alcune pennellate di grande maestria, l’autore biblico dipinge questo quadro in cui si alternano momenti di tenebre e di luce, sentimenti di coraggio e di paura, atteggiamenti di potere e slanci d’ amore. Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore. Il re, colpito dal gesto coraggioso della sua regina, si impegna a realizzare ogni suo desiderio ed ella chiede la vita per sé e per il suo popolo, mentre rivela al re il piano perverso del suo ministro Amman, che voleva distruggere e sterminare il popolo per perseguire il suo piano prevaricante nei confronti del re a cui si opponeva Mardocheo, ebreo e cugino di Ester. La storia termina con il trionfo del bene sul male, il “prepotente” è stato impiccato sull’albero preparato per la persona “onesta”.

Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore.

Ed è proprio Ester all’origine di questo ribaltamento delle sorti. Modello di fede in Dio e di amore per il suo popolo, ella era disposta a donare la vita per esso e grazie a questo suo amore, pronto al sacrificio fino in fondo, la verità ha trionfato e il bene ha vinto il male.

Per celebrare questo ribaltamento in Israele, fino ad oggi, è stata stabilita una festa detta purim, “ribaltamento”, fissata per il 15 Adar (cade più o meno nel mese si febbraio), dura un giorno ed è preceduta dal giorno di digiuno (digiuno di Ester). Il senso vero della festa è ricordare che Dio salva il suo popolo.

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L’esperienza di un “incontro”

Suor Renata Conti è stata per molti anni missionaria in Colombia. Come esperta biblista, ha accompagnato le Sorelle durante il loro pellegrinaggio in Terra Santa. Attualmente è postulatrice della causa di canonizzazione di suor Irene Stefani e di quella di beatificazione di suor Leonella Sgorbati, missionarie della Consolata. Ci racconta così la sua esperienza in Terra Santa.

È ancora vivo in me l’intenso sguardo d’amore di Gesù che mi afferrò mentre contemplavo la scena del Noli me tangere! nella Basilica del S. Sepolcro a Gerusalemme. La visione attiva e persino curiosa mi fece incontrare il Risorto che parlava anche a me.

Quello sguardo mi invitava a tendere l’orecchio, nel silenzio, per ascoltare la Parola, così eloquente e palpabile in quel luogo, come a Maria nel mattino di Pasqua.

Oh, la forza di una immagine che apre uno squarcio di luce sulla propria identità di credente e cambia la vita!

Da sempre ho voluto esplorare il mistero femminile attraverso figure-simbolo, a partire da Maria, la Madre del Signore.

suor Renata

Ho sempre ammirato il gruppo di donne che seguivano Gesù e i dodici e li assistevano, le donne che, fedeli, troviamo al Calvario, al sepolcro e all’alba del nuovo giorno.

Mi ha toccata però, in particolare, la discepola di Magdala, che mi ha svelato i segreti del cuore: la sua relazione col Signore, la sua avventura nella fede.

Ricordo di aver letto che quando si prende coscienza di ciò che si è scritto solo dopo la scrittura, poiché il pensiero è arrivato prima al cuore, poi alla penna e per ultimo alla testa, allora ciò che è scritto diventa veicolo di un’esperienza, luogo della Presenza. Questo è ciò che mi ritrovo rileggendo quanto ho scritto in queste poche righe.

Il luogo della Presenza è stato per me la Terra Santa, una realtà che io stessa scoprivo e sperimentavo mentre facevo il percorso-pellegrinaggio accompagnando le Sorelle del 25° di Professione Religiosa-missionaria. Ma allo stesso tempo avvertivo come ciò che custodivo dentro, senza saperlo. Il giardino del Risorto era il giardino del mio cuore.

Ho così cominciato a percepire la scena pasquale con occhi, anima, sensi proprio come se fossi lì presente, trascinata dal desiderio di rendere visibile ciò che stava accadendo mentre contemplavo, nella Parola, il muto linguaggio dei gesti di Maria di Magdala.

Maria si faceva così compagna di questa presenza invisibile e reale che mi svelava il mistero della Vita e mi faceva entrare “con fede” in modo diverso, nella Parola, che era viva e palpitante nel mio cuore in modo nuovo, a me sconosciuto.

Io la seguivo in quei luoghi santi “a piedi nudi” accanto a Gesù.

Ma ho osato spingere il mio sguardo così oltre da includere nell’itinerario “tutto il tempo”, dall’inizio al compimento: fino alla “casa del Padre”.

Mentre mi inoltravo in questa contemplazione e preghiera, leggevo in trasparenza il senso della vita, perché la luce pasquale mi rendeva trasparente ogni cosa.

La vicenda di Maria era uno spazio sacro: il luogo ospitale da cui potevo guardare con serenità la mia realtà. La sua immagine, talora, la sua gioia e il suo dolore diventavano la mia gioia e il mio dolore. E la gioia e il dolore di ogni uomo e di ogni donna. La sua esperienza l’esperienza di tutti! E anche noi, come scrive P. Claudel, entriamo in contatto insieme a lei con quel “Tu intimo e tenero, che tocca le fibre più segrete dell’essere, colma il cuore e invita alla reciprocità. Il Tu che dà sicurezza e pace, che dilata e genera gioia, il Tu che dà senso a tutta la nostra vita: Gesù, il Figlio amato”. Il Tu che di-svela la nostra identità di discepole, come si è di-svelato a Maria, in quel mattino di luce: “Ora nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro vuoto… Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio” (Gv 19,41; 20,1).

Proprio lì, alla tomba vuota, nella Basilica del S. Sepolcro, la contemplo nell’incontro col Signore risorto che le svela il mistero della sua identità d’inviata ad annunziare: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18).

Sì, la sua identità e la nostra sono racchiuse in ciò che si è scoperto davanti al sepolcro vuoto.

Solo chi ha sperimentato che la persona di Gesù è in se stessa Vita e Luce, può vedere la risurrezione il mattino di Pasqua e sentirsi inviato.

Solo chi sa che senza la persona di Gesù non c’è vita, è capace di trovare il sepolcro e di credere che la luce non può spegnersi e la vita venir meno.

Solo colei che muore totalmente col Signore, può ritrovarlo vivo e vedere vivo, nel sepolcro vuoto, Colui che l’ha fatta vivere.

Maria ha condiviso la notte e le tenebre e può ri-vedere nel Risorto come in uno specchio ogni momento della sua vita: il passato, il presente e il futuro. Il primo incontro per le strade della Galilea e la sequela, la peregrinazione e l’intimità coi discepoli, la condivisione della gioia e della fatica quotidiana. E il tempo della passione e della morte, della perdita e dell’assenza, della ricerca e della desolazione, dell’angoscia e della solitudine di fronte al sepolcro vuoto. E… finalmente il tempo dell’apparizione e del ritrovamento, la gioia dell’incontro e l’inizio della vita nuova: l’annunzio della risurrezione.

La visione del Risorto ha acuito la percezione dei sensi, dell’udito e dello sguardo, e l’ha resa più capace di vedere e di ascoltare.

Oh, miracolo della fede in Maria che diventa se stessa! Maria è simbolo della persona che ritrova se stessa poiché si sente rinascere a vita nuova.

Risurrezione è per Giovanni la fine dell’angoscia, la trasfigurazione delle ferite, la glorificazione nella crocifissione. E la donna di Magdala è il punto estremo di tutto questo. Ed è anche l’inizio!

L’attenzione a questa donna mi ha aiutata a capire meglio il rapporto di unità tra processi personali e percorso interiore e a interpretare le tappe della trasformazione operata dalla grazia nel passaggio dall’io disperso all’io unificato, in cui ci si ritrova finalmente se stesse.

Rivivere il racconto del sepolcro vuoto, nella Basilica del S. Sepolcro a Gerusalemme, è stata per me un’esperienza intensa e un invito alla ricerca costante di Lui e al forte desiderio di annunciarlo a tutti, perché l’incontro vero con Lui può cambiare la vita per sempre!

Suor Renata Conti, mc

questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Andare alle Genti

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La schiava salvata da Dio

Storia attualissima di una donna che, in condizioni di inferiorità sociale assoluta, era infatti schiava, senza alcun diritto, ha saputo difendere la propria dignità e il proprio figlio.

La storia di AGAR, la schiava egiziana, si inserisce in quella di Sara e di Abramo. Ma è anche una storia a sé, colmata di dolore, di fierezza e insieme di speranza. Storia attualissima di una donna che, in condizioni di inferiorità sociale assoluta, era infatti schiava, senza alcun diritto, ha saputo difendere la propria dignità e il proprio figlio.

Possibilmente bruna, con i riflessi blu dei lineamenti degli egiziani originari, altera nel fisico anche se umiliata dalla condizione di schiavitù, Agar fa da contrappunto drammatico a Sara, la “principessa”1, la padrona assoluta che potrebbe disporre della sua vita, come farà a un certo punto.

Per molti anni, sotto la ricca tenda di Abramo, il dramma pende positivamente dalla parte di Agar e negativamente dalla parte di Sara. Agar, giovane, bella e piena di vita; Sara, pure bella, ma ormai sfiorita e sterile. Agar dopo aver giaciuto con Abramo ed essere rimasta incinta e prima ancora che Ismaele fosse nato (Gen. 16:1-4), diventa orgogliosa di sé, sente d’aver finalmente raggiunto la tappa più inverosimile della propria vita di schiava: quella di contare di più della padrona per il solo fatto d’essere, a differenza di lei, feconda e madre.

Il Primo Testamento, come in tutte le storie dei popoli antichi, è pieno di questi casi di schiave che insuperbiscono e finiscono col dominare le padrone, ma occorre tener conto che questa umana e sgradevole storia è inserita nel libro di Dio, e dietro fatti non sempre edificanti, Dio, all’insaputa degli stessi protagonisti, tesse la salvezza dell’umanità secondo il proprio amore e la propria sapienza.

Dio, all’insaputa degli stessi protagonisti, tesse la salvezza dell’umanità secondo il proprio amore e la propria sapienza.

Proviamo anche noi a fare una rilettura della nostra vita, una vita segnata, a volte, da eventi e/o situazioni difficili da collocare nel marco della nostra esistenza senza uno sguardo di fede… Certe situazioni lasciano segni indelebili a volte… come le cicatrici dei chiodi del Cristo Crocifisso che però alla luce dell’amore del Padre diventano i segni della risurrezione…

Ma torniamo alla tenda di Abramo. Sara si lamenta immediatamente col marito dell’impudenza provocatoria della schiava: «Tu mi fai torto; io ti ho messo fra le braccia la mia schiava, ed essa, accorgendosi d’aver concepito, mi disprezza: il Signore giudichi fra me e te» (Gen. 16: 5). Sara si diminuisce al livello di Agar: eccole ambedue gelose l’una dell’altra, tese ormai a escludersi a qualunque costo. La gelosia chiude la possibilità di giudicare con rettitudine e impedisce un valutazione retta dei fatti. Quante volte le persone si trovano in situazioni simili e non sanno gestire gli eventi, non sanno dare un nome ai sentimenti e preferiscono tagliare corto, rompere il rapporto o addirittura spezzare una relazione di amicizia e familiarità: Non sappiamo dare un il nome vero ai nostri sentimenti per questo siamo testimoni di tante tragedie nella nostra società!

La gelosia chiude la possibilità di giudicare con rettitudine e impedisce un valutazione retta dei fatti.

Ora, in una situazione del genere è concepibile che il peggio toccasse alla schiava, a colei che, anche per legge, era priva di ogni diritto. Abramo amava Sara; inoltre non poteva difendere giuridicamente Agar, nel contesto del diritto e delle usanze del tempo. Con docile remissività, accetta le scelte di Sara nei riguardi di Agar. Risponde: «Ecco, la tua schiava è in tuo potere, fa di lei quello che ti piace».

Non sappiamo cosa abbia fatto la “principessa” alla schiava umiliata, si sa, semplicemente, che “la maltrattò tanto che quella si allontanò”. Soltanto il fermo intervento dell’Angelo del Signore e la di lui promessa: «Io moltiplicherò grandemente la tua posterità che, da quanto sarà numerosa, non potrà essere contata», con la precisazione “Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio al quale porrai nome Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione. Egli sarà come un onagro: le sue mani contro le mani di tutti, e le mani di tutti contro le mani di lui: egli abiterà in faccia a tutti i suoi fratelli», convinceranno Agar al ritorno alla tenda di Abramo (Gen. 16: 6-18). Purtroppo, e lo costatiamo tutti i giorni, la risposta alle situazioni difficili è la violenza. Ci sembrerebbe che la violenza (quella di Sara) o la ribellione (quella di Agar) siano la risposta logica al male subito. Eppure Gesù ci ha insegnato un modo diverso di risponde al male ed è quello del perdono, della mansuetudine, della non-violenza. Questo non è debolezza, ma al contrario è la forza dell’amore che trova in se l’energia per guardare l’altro con gli occhi e il cuore colmo di compassione. Se tutti facessimo così il nostro pianeta sarebbe un Paradiso anticipato!

Purtroppo, e lo costatiamo tutti i giorni, la risposta alle situazioni difficili è la violenza. Ci sembrerebbe che la violenza (quella di Sara) o la ribellione (quella di Agar) siano la risposta logica al male subito. Eppure Gesù ci ha insegnato un modo diverso di risponde al male.

Ma nonostante la promessa dell’Angelo, l’illusione e la speranza durano poco. Appena nasce Isacco, il figlio legittimo, il sereno scompare. L’incidente si verifica il giorno stesso in cui il piccolo Isacco viene svezzato: Abramo, per festeggiare il divezzamento, ha indetto un grande convito. Davanti a tutta la gente, però, Ismaele, più grande e già «feroce», come l’angelo l’aveva definito prima ancora che nascesse, si mette a prendere in giro il fratello più piccolo e debole. Sara scatta e chiede ad Abramo di allontanare la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non deve essere erede come il figlio Isacco».

A queste parole Abramo sente dispiacere. Lui ama ambedue i suoi figli, ma Sara non deflette, e Dio gli rivela che dove la durezza semina ingiustizia, Egli saprà seminare il riscatto e la consolazione. Allora Abramo si piega a cuore stretto.

Ecco Agar di nuovo nel deserto, sola con il suo ragazzo. Il pane e l’acqua dell’otre finiscono presto. Il bambino ha fame e sete, forse morirà. Agar si dispera, però Dio non si dimentica di lei e interviene: “E Dio fu con il fanciullo che crebbe ed abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco. Ismaele abitò nel deserto del Páran e sua madre gli prese una moglie del paese d’Egitto” (Gen. 21: 8-21). Ismaele sarebbe diventato il capostipite del popolo del deserto.

Dio gli rivela che dove la durezza semina ingiustizia, Egli saprà seminare il riscatto e la consolazione.

Come la sua padrona Sara, anche Agar ha sofferto. Il suo destino di schiava si è riscattato e compiuto nella vocazione del figlio. Così anche lei, come Sara sarà la matriarca di un popolo.

sr. Renata Conti MC

1 L’accezione del nome ‘Sara’ significa Principessa.

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La Donna della Risurrezione

I quattro Vangeli concordano tutti su un dettaglio di vitale importanza che riguarda la mattina di Pasqua: nelle prime ore del giorno, quando era ancora buio, le donne andarono alla tomba di Gesù.

Gv. 20,1-18

 

I particolari su quella visita mat­tutina, variano da Vangelo a Vangelo, ma la presenza delle donne è un dato costante. Come avviene con la presenza delle donne alla crocifissione di Gesù, la tradizione non si pone domande su que­sta ulteriore dimostrazione di fedeltà da parte loro. La accetta semplicemen­te come una parte essenziale della storia della risurrezione.

L’episodio di Maria Maddalena nel cap. 20 di Gv. è il più dettagliato dei quattro racconti sulle donne al sepolcro di Gesù. Si divide in due scene:

  • 20,1-10: Maria alla tomba vuota.
  • 20,11-18: Maria e Gesù risorto.

Primo momento: I vv. 20,1-10 affermano che Maria è la prima testimone della tomba vuota. Quando vi giunge, lei vede che la pietra che chiudeva il sepolcro è stata fatta rotolare via (20,1). Si mette a correre e da la notizia a Pietro e al discepolo prediletto (20,2). Fa presente quella che sembra essere l’unica spiegazione logica dei fatti: qual­cuno ha portato via dalla tomba il corpo di Gesù e non lo si ritrova. L’angoscia di Maria rispecchia lo sconvolgimento del mondo per la tomba vuo­ta: ancora oggi tanti studiosi ed esegeti discutono su questo dato di fatto. Finché la comunità non incontra Gesù risorto non vi sono categorie con cui comprendere la tomba vuota

Sulla base delle parole di Maria, Pietro e il discepolo prediletto corrono al sepolcro (20,3-4), entrano all’interno (20,5-8), ma si conosce sol­tanto la reazione del discepolo che Gesù amava. Il v. 8 afferma che egli: «vi­de, e credette». La sua fede è soltanto agli inizi infatti il racconto prosegue dicendo che non sapevano ancora della risurrezione (20,9). I disce­poli maschi, come Maria, non trovano parole nelle loro esperienze preceden­ti per descrivere la tomba vuota. Maria ha reso testimonianza al mistero perfino nella sua angoscia, mentre Pietro e il discepolo prediletto sono ri­masti silenziosi e ritornano al loro mondo di paura.

Il Secondo momento (20,11-18) ha inizio con Maria che si ritrova di nuovo alla tomba, sola e in lacrime.

 

Lei non ha paura, lei ama e rimane fedele anche nel buio e nel non senso delle situazioni, anche quando tutto sembra smarrirsi e perdere significato.

Come Pietro e il discepolo prediletto prima di lei, ella ora si china a guardare nel sepolcro. Chinarsi,  in greco è un verbo che esprime l’attitudine di chi entra nel mistero, quasi a significare che Maria è sollecitata ad entrare nella fede, e ad accogliere la pasqua del Cristo, anche se non vede, anche se non comprende.

In questo suo chinarsi a guardare il sepolcro vuoto, Maria si sente interpellata da due angeli, che le dicono: «Donna, perché piangi?» (20,13). L’appellativo «donna» è lo stesso termine che sarà usato da Gesù risorto per parlare a Maria in 20,15. Gli Angeli chiamandola “Donna” richiamano la sua identità più profonda e Maria guardando la tomba vuota risente la voce del maestro quando a era entrata nella casa di Simone per ungere il corpo di Gesù (Lc.7,36-50).

La donna del profumo in Luca 7 entra in scena in veste di emarginata, esclu­sa dal mondo sociale, dal sistema religioso, dal banchetto, dalla tavola, dal dialogo. Essa non ha nome, cultura, prestigio, influsso, autorità e, sicuramente, non dispone neppure di molti mezzi economici. La donna del profumo ha soltanto l’ardire e l’audacia di sfidare le strut­ture più potenti della società del suo tempo. Essa è sola. È peccatrice e lo sa. Gode di cattiva reputazione e lo sa. Non fa assegnamento su alcun gruppo di appoggio; neppure la legge la protegge. Ingaggia la sua rischiosa battaglia solamente con quello che ha: la sua umanità e la sua tenerezza. È una donna forte, capace di amore disinteressato. E chi ama rischia per l’amato. Ed è questo che alla fa. Il poco che ha lo rischia per Gesù. Infrange le norme e si addentra in recinti strettamente proibiti per lei. Tiene fronte agli sguardi d’accusa degli invitati; sopporta il giudizio intransigente di Simone, l’umiliazione e il disprezzo di tutti. Non giustifica il suo gesto altamente ambiguo. Ella rischia tutto per il Maestro.

La donna del profumo, manifesta il suo amore e la sua riconoscenza verso Gesù, usando il linguaggio del corpo.

Le viene più facile esprimersi così che con un discorso ben preparato. Ella non ha bisogno di parole. Le bastano i suoi gesti di tenerezza: baciare i piedi di Gesù, bagnarli con le sue lacrime, asciugarli con i suoi capelli e ungerli con il suo profumo. Gesti arbitrari, insoliti, se si guardano con gli occhi della logica, della legge, degli strati sociali. Ma la tenerezza rifiuta di entrare nei parametri intellettuali, etici o sociali. La tene­rezza non si apprende dalla legge ma dal cuore, non si valuta dalla giustizia ma dal perdono; non si spiega a partire dal di fuori ma dal di dentro. Per questo Simone manca di tenerezza. Come tanti altri, forse anche come noi…

E che cosa fa Gesù? Qual è il suo atteggiamento verso la donna? Anche Gesù travalica le strutture oppressive ed emarginanti della sua società per concedere alla donna quella piena dignità che Simone – rap­presentante dei farisei – le ha senza motivo negato. Gesù accoglie il suo amore e la sua riconoscenza, ne accetta le carezze, ne aspira il profumo, la guarda, parla con lei faccia a faccia, ne loda il gesto, ne perdona i peccati e le ridona la pace del cuore.

La donna entrata senza dignità e senza sostegni nella casa del fariseo,  ne esce con il riconoscimento della sua nobiltà di cuore, con il perdono.

Incontrarsi con Gesù è sempre un punto di partenza, una finestra aperta al futuro, uno stimolo di speranza, per questo Maria cerca Gesù alla tomba vuota.

La risposta di Maria agli Angeli assomiglia all’annuncio iniziale fatto a Pietro e al discepolo pre­diletto (20,2), ma con un’importante differenza. In 20,13 le sue parole sono più personali, parla del «mio Signore»; dice «non so dove l’hanno posto». Sono parole dettate dal suo dolore di donna che aveva instaurato con Gesù una relazione personale di dono. Maria cerca il corpo che pochi giorni prima aveva bagnato col profumo del suo amore riconoscente.

Dopo aver risposto agli angeli, Maria si volta indietro e vede Gesù “stante” Questo verbo è intraducibile perché non significa che stava in piedi, ma indica una presenza, «ma non sapeva che fosse Gesù» (20,14). La con­versazione che ha luogo fra Gesù e Maria alla tomba è una delle scene più commoventi di tutta la Scrittura (20,15).

Gesù parla a Maria, ripete la domanda degli Angeli sul perché piange e ne aggiunge un’altra: «Chi cerchi?» (20,15). Queste sono le prime parole pro­nunciate da Gesù risorto. La domanda «Chi cerchi?» sono state anche le prime pa­role dette da Lui nel suo ministero quando i seguaci di Giovanni il Battista si avvi­cinarono ed Egli chiese loro: «Che cercate?» (1,38). La domanda è un invito che introduce uno dei segni del discepolato in Giovanni: cercare Gesù. La ripetizione di tale interrogativo nel cap.20 stabilisce continuità fra Maria e i primi discepoli di Gesù. Cercare Gesù dovrebbe essere l’anelito di tutta la nostra vita!

 

Le domande di Gesù a Maria non penetrano il suo dolore e la sua angoscia. Il suo mondo è determinato dall’apparente dura realtà della tomba vuo­ta, e così chiede aiuto al «custode del giardino». Fermiamoci a cogliere il significato di questo giardino. Certamente vi è un riferimento al Cantico dei Cantici dove la sposa scende nel giardino per incontrare lo sposo (Cant. C. 4,12 ss.) e al giardino dell’Eden (gen. 3,8ss), L’iconografia russa pone ai piedi del giardino del Golgota la tomba di Adamo, Gesù nuovo Adamo che riporta la sposa (l’umanità, rappresentata da Maria) nella sua piena dignità nel giardino delle origini per riallacciare la relazione di amore tra Dio e la sua creatura.

Maria presa dalla sua angoscia domanda: «Signore, se tu l’hai portato via, dim­mi dove l’hai deposto, e io lo prenderò» (20,15). Maria non ha ancora colto il significato della tomba vuota, perciò suppone che la soluzione del mistero del cadavere scomparso debba essere sotto il suo controllo. Se il giardiniere le indicasse ciò che ha bisogno di sa­pere, potrebbe risolvere la situazione. Anche noi, a volte, vogliamo avere tutto sotto controllo, anche Dio, e risolvere tutto. Questo testo, invece, ci invita ad inoltrarci nel mistero di Dio, spoglie, come la sposa si presenta allo sposo spoglia di ciò che fa parte del proprio passato, per aprirci a una relazione più profonda, al nuovo di Dio che è la risurrezione.

La parola che il “Giardiniere” pronuncia cambia la vita di Maria per sem­pre. Gesù Risorto la chiama per nome e all’udire il suo nome pronunciato dalla voce di lui, Maria si gira di nuovo, però ora non avvista più il giardiniere ma vede Gesù, il suo maestro (20,16).

Maria, come la sposa del Cantico, ha intuito l’essenza del mistero sponsale racchiuso nel suo nome pronunciato dal Risorto. L’amore sponsale nasce quando la Parola diventa Parola in me, diventa presenza, relazione, intimità, diventa dono e totalità.

Quando Maria ode la voce di Gesù Risorto, muta la sua prospettiva degli avvenimenti del giardino. Non vede più la tomba vuota come una manife­stazione di morte, ma come testimonianza del potere e delle possibilità della vita, diventa speranza di resurrezione. Ora la sua voce, la voce dell’Amato, chiama Maria a una nuova relazione a una nuova vita a una nuova missione.

La Missione diventa così per Maria l’impegno di prolungare nel suo essere sposa la vita di Gesù, annunciare il “…mistero nascosto dai secoli in Dio” (1Col. 1,26), e partecipare al suo progetto di salvezza.

Anche noi come la sposa, come la donna della risurrezione abbiamo ascoltato il nostro nome pronunciato da Gesù e abbiamo sigillato un patto di amore con la nostra consacrazione a Dio per la Missione.

 

La sponsalità a cui ci chiama il nostro voto di castità vissuta “con cuore indiviso”, ci radica in questa relazione di intimità e di vita perché “…ci rende libere, capaci di fare nostre le speranze e le tristezze dei fratelli e di spenderci generosamente perché essi trovino in Dio la pienezza di vita “ (Cost. 29).

La Missione diventa così, anche per noi, espressione della nostra sponsalità, della nostra fecondità, della nostra fedeltà.

 La nostra vita diventa prolungamento di quella di Gesù fino al dono totale, fino all’ultimo sì che ci introdurrà alla gioia dell’incontro: “(…) arrivò lo Sposo e le Vergini che erano pronte entrarono con Lui alle nozze…” (Mt. 25,10).

La parola di Gesù: «Ma va’ dai miei fratelli [e sorelle], e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro“» (20,17) trasforma Maria da Sposa in Missionaria e Lei corre dai discepoli con la notizia: «Ho vi­sto il Signore!» (20,18). L’annuncio di Maria Maddalena della presenza di Gesù Risorto è il cuore del Vangelo di Pasqua. Il suo smarrimento di fronte alla tomba vuota è stato mutato in testimonianza di una notizia di gioia[1].

  • Maria è la prima donna risorta,
  • È la prima testimone della Pasqua:
  • È la prima a vedere Gesù Risorto,
  • È la prima a nar­rare agli altri ciò che ha visto
  • È la prima discepola di Gesù Risorto.

Per la riflessione e la preghiera:

  1. Rileggo il testo.
  2. Entro nel mistero
  3. Sto accanto alla tomba vuota.
    1. So chinarmi per entrare nel mistero?
  4. Ripercorro la mia relazione con Gesù:
    1. È una relazione di sposa?
  5. Ripercorro i momenti e i luoghi della mia chiamata:
    1. Risento il mio nome pronunciato da Gesù
  6. Il mio annuncio parte dall’esperienza della mia sponsalità?

[1] Consulta anche, ‘La donna del profumo’ Carnelitani, 2007

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SEPOLCRO E ANNUNCIO

…ricorda l’evangelista Matteo, quasi ad annunciare qualcosa di nuovo per quel primo giorno della settimana, senza aspettare il sorgere del sole, Maria Maddalena e l’altra Maria si recano a far visita al sepolcro di Gesù.
Matteo 28, 1 - 10 Marco 16, 1 - 11  Luca 24, 1 - 11

Dopo gli eventi della morte e della deposizione del corpo di Gesù, dopo il Sabato, ricorda l’evangelista Matteo, quasi ad annunciare qualcosa di nuovo per quel primo giorno della settimana, senza aspettare il sorgere del sole, ma ancora all’albeggiare del giorno, Maria Maddalena e l’altra Maria si recano a far visita al sepolcro di Gesù.

Sono donne che hanno amato molto Gesù, per questo l’hanno seguito (Mt 27,56), donne che hanno saputo stare presso la croce e che hanno custodito negli occhi e nel cuore quel mistero di dolore contenuto nel sepolcro che occultava il corpo del maestro (Mt.27,61). Sono donne ferite dalla vita e rese ancora più vulnerabili dalla morte del Signore, ma sono donne tenaci, capaci di amore fedele, che sfidano il timore del potere delle armi. Matteo, infatti, narra che il sepolcro era custodito dai soldati (Mt.27,66), così le donne “dopo il sabato, all’albeggiare del giorno” (Mt.28,1) tornano al Sepolcro.

Contemplandole, in questo loro movimento ci è restituito tutto il nostro essere donne, il nostro modo di amare, di seguire, di stare, di perseverare, di sfidare ma è anche plasmato il nostro modo di essere vulnerabili e ferite e ci è suggerito di tornare, anche oggi a quel sepolcro per essere guarite, raccolte, salvate, consolate e mandate da  Lui.

E’ bellissima questa delicata premura che rende più preziosa ancora la loro dedizione, perché preparata con cura e tanto amore.

Guardando attentamente gli avvenimenti di quella mattina scopriamo che quelle donne che vanno al sepolcro a visitare il corpo di Gesù, ci rivelano in quale luogo è avvenuta la nostra chiamata, dove possiamo incontrare il Risorto e quale è la nostra missione.

 La sollecitudine per il corpo di Gesù

Colpisce la sollecitudine tutta femminile con cui quelle donne quella mattina andarono al sepolcro per comporre il corpo di Colui nel quale avevano riposto molte attese, molte speranze. Il corpo di un Uomo che le aveva curate, che le aveva messe in cammino, un Corpo che avevano visto maltrattato e umiliato, vilipeso e tradito.

Il Vangelo di Marco racconta che andando verso il luogo della sepoltura e si chiedevano come avrebbero potuto spostare la pietra che chiudeva il sepolcro, ma forse nel loro cuore avevano la certezza che non sarebbe certo bastata una pietra per sigillare l’amore che le legava a Lui.

Il Vangelo di Luca, invece, si sofferma a raccontare che queste donne avevano dedicato il sabato a preparare gli oli, gli aromi e gli unguenti con cui ungere il Corpo del Maestro. E’ bellissima questa delicata premura che rende più preziosa ancora la loro dedizione, perché preparata con cura e tanto amore.

Le donne, così come le descrive Matteo, arrivano al Sepolcro con gli oli ma senza la preoccupazione della pietra, sapevano infatti che vi erano le guardie e che non avrebbero potuto entrare nel sepolcro (cfr. Mt.27,66), quasi a dire che non hanno più niente che occupi i loro pensieri se non quel corpo vilipeso del loro Maestro.

Quel corpo è la voce degli ultimi, degli oppressi dei senza nome, degli esclusi… . Anche noi, come quelle donne, desideriamo ungere quel corpo per riaverlo pieno di speranza, di gioia, traboccante di vita in pienezza.

Quel corpo di Gesù di cui prendersi cura, per noi è l’umanità, una umanità ferita e sconcertata, una umanità umiliata e oltraggiata. Quel corpo è la voce degli ultimi, degli oppressi dei senza nome, degli esclusi… . Anche noi, come quelle donne, desideriamo ungere quel corpo per riaverlo pieno di speranza, di gioia, traboccante di vita in pienezza. Come per quelle donne anche la nostra vocazione più vera, più definitiva nasce lì: quando ci mettiamo in movimento per prenderci cura di quel corpo che ci ha amato, ci ha curato e che ancora lo vediamo sfigurato nel volto di tanti fratelli e sorelle che lo cercano. La nostra chiamata missionaria avviene in questo movimento di dono.

Il sepolcro vuoto

Il sepolcro e un luogo di morte e di desolazione, luogo per piangere e per custodire il ricordo. Il sepolcro è chiuso, le guardie erano state mandate per custodire il corpo: avevano il corpo ma non sapevano che la Parola era vivente. Gli Apostoli avevano raccolto la Parola di Vita del Signore, ma la paura li teneva ben lontani da qual Corpo crocifisso. Le donne, invece, che avevano visto e che custodivano nel cuore l’evento della crocifissione, coraggiosamente vanno al Sepolcro, portano nell’animo, anche se confusamente, la promessa non ancora resa palese dagli eventi di Pasqua. Il loro andare è l’impulso di cuori amanti.

Il sepolcro è un luogo che prova la nostra fede che non ha la pretesa di sostenere quella dei fratelli, ma desidera mettersi al loro fianco per accompagnarli nella ricerca.

Quel sepolcro pesa sul loro animo come la pietra che impedisce ai loro occhi di vedere il corpo straziato del Maestro: è il sepolcro dell’ indifferenza, della infedeltà, della paura, è il sepolcro delle fatiche e delle sofferenze dell’umanità e della storia; è un luogo che interroga la nostra missione e ci costringe a continuare a cercare con ostinazione dove sono nascosti  i sepolcri in cui si celano i resti dell’umanità. Il sepolcro è un luogo che prova la nostra fede che non ha la pretesa di sostenere quella dei fratelli, ma desidera mettersi al loro fianco per accompagnarli nella ricerca. Il sepolcro vuoto costringe a fare silenzio per ascoltare il sussurro di quella Parola che dentro di noi è soffocata da mille altre urgenze e dal male che non smette di gridare. Ma qualche cosa interviene per dissipare quell’angoscia e quella paura, il sepolcro si presenta non più come un luogo di morte ma come la prova della Vita nuova, della Vita in abbondanza: “Voi non abbiate paura!” (Mt.28,5), non lasciatevi prendere dalla disperazione o dallo scoraggiamento: “So che cercate Gesù crocifisso; non è qui: è risorto, come aveva detto” (Mt. 28,6), ascoltate la sua Parola di salvezza.

Il Sepolcro vuoto diventa così il luogo dell’ incontro con il Risorto, Parola e Corpo spezzato, al quale stringersi con affetto e venerazione. Allora quel luogo prima sepolcro e poi spazio di incontro diventa la casa, diventa il cuore in cui anche noi siamo ospitate, lì si colloca la nostra appartenenza, li conosciamo che le distanze, le infedeltà, le perdite e persino la morte sono superate e vinte, lì la nostra vita si apre alla speranza; lì il Risorto ci genera come Missionarie, come donne dell’Annuncio, donne della Pasqua.

…il sepolcro si presenta non più come un luogo di morte ma come la prova della Vita nuova, della Vita in abbondanza: “Voi non abbiate paura!” (Mt.28,5), non lasciatevi prendere dalla disperazione o dallo scoraggiamento.

In questo andare…

L’Amore è più forte della morte e diventa nuova partenza accogliendo il Suo invito: “Presto andate dai miei fratelli e dite loro” (Mt.28,7). C’è una nuova urgenza che impegna definitivamente la vita di queste donne: la testimonianza e l’annuncio appassionato di quella Parola viva e Vivente.

Vi precede in Galilea: il Signore ci precede in questa nostra Galilea che è la nostra storia, in questo nostro quotidiano. E’ necessario aprire il cuore per riconoscere la sua presenza forte e tenera nelle pieghe della storia dei popoli a cui siamo inviate e “abbandonando in fretta il sepolcro con timore e gioia grande (…) corsero a dare l’annuncio ai suoi Discepoli” (Mt.28,8) Abbiamo visto il Signore!

Siamo sollecitate a continuare questa corsa…

sr. Renata Conti MC

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Il desiderio che l’altro sia

Quello che ci resta impresso è questa fretta di Maria, una fretta che è espressione della sua gioia

Lc 1, 36

Queste parole dell’angelo continuano a risuonare nel cuore di Maria, nel momento in cui ella decide di recarsi a visitare sua cugina Elisabetta. Il viaggio sarà abbastanza lungo, poiché la strada che da Nazareth, attraverso la Samaria o – più probabilmente – attraverso la valle del Giordano, portava nelle vicinanze di Gerusalemme, richiedeva tre o quattro giorni di viaggio.

Immaginiamoci questa ragazza pronta ad intraprendere in un viaggio abbastanza lungo e faticoso, animata unicamente dal desiderio di portare la gioia della nuova vita che è in lei e di condividere il mistero con questa sua parente, che sta vivendo qualcosa di molto simile in una età avanzata.

Quello che ci resta impresso è questa fretta di Maria, una fretta che è espressione della sua gioia: immaginiamoci questo viaggio compiuto con un cuore tutto proteso nel desiderio di donare, di donarsi – che è caratteristica tipica della giovinezza – nel desiderio che l’altro sia, che l’altro abbia vita. E questo a prescindere dalle realizzazioni concrete e dai progetti, anche belli e buoni, che si possono attuare; poiché ciò che rimane – mentre tutto il resto finisce – è appunto il cuore con cui si sono vissute le circostanze, ogni circostanza, della vita; e la fede, la speranza e la carità che ne animano il cammino. La vita deve essere proiettata in questo cammino di dono; anche se uno non dovesse poi mai riuscire a raggiungere quel luogo, quella persona, quello scopo preciso a cui tende, ciò che resta – ed è ciò che poi conta – è il cuore con cui si è fatto quel cammino, quel tratto di strada, quell’itinerario, che è la vita intera.

… poiché ciò che rimane – mentre tutto il resto finisce – è appunto il cuore con cui si sono vissute le circostanze, ogni circostanza, della vita; e la fede, la speranza e la carità che ne animano il cammino.

Maria è consolata, e la persona consolata è sempre disposta a consolare, perché irradia attorno a sé una gioia espansiva, che proviene dal suo Signore e che porta e comunica agli altri. Perciò la Visitazione – questo episodio in apparenza così scarno, in cui sembra che non avvenga nulla di particolare – resta un mistero veramente gioioso da contemplare.

“Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta” (Le 1, 40): basta quel saluto, semplice e spontaneo di Maria, perché la gioia espansiva del Signore si comunichi a tutti: “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo” (Lc 1, 41). Il verbo che indica il sussulto del bimbo viene da un termine greco che significa propriamente danzare, saltare: è il frullo di una vita nuova che si muove nel grembo della madre, ma è anche l’espressione di una gioia mossa dallo Spirito.

Proprio da questo moto del suo nascituro, illuminata dallo Spirito Santo, Elisabetta comprende allora il segreto di Maria ed esclama a gran voce le parole di esultanza, di benedizione e di tenero fervore, tramandate dal testo dell’evangelista Luca.

La preghiera di benedizione è quella più diffusa e ricorrente nel mondo ebraico; si benedice per qualunque gioia ed avvenimento della vita di tutti i giorni: per il risveglio e per il cibo, per la bellezza del mondo e per i doni della terra. Ma questa benedizione di Elisabetta risulta davvero profetica, contagiosa, mossa dallo Spirito, dilatata dallo stupore per il dono dell’altro e per la irripetibilità dell’altro.

La preghiera di benedizione è quella più diffusa e ricorrente nel mondo ebraico; si benedice per qualunque gioia ed avvenimento della vita di tutti i giorni: per il risveglio e per il cibo, per la bellezza del mondo e per i doni della terra.

La irripetibilità dell’altro/a: se soltanto la tenessimo più presente, anche un episodio, un semplice gesto di affetto, di simpatia, di comunione sarebbe occasione di festa, ci insegnerebbe a fare festa al fratello/sorella, per il dono autentico che rappresenta, come solo i poveri di certi paesi dimenticati o, peggio, sfruttati dalle grandi potenze del mondo, sanno fare.

Pensiamoci sul serio, partendo da questo mistero mariano, perché la grande sete e ricerca di occasioni di festa, presente nella nostra società e specialmente tra i giovani, trovi uno sbocco alternativo alle frustranti, consumistiche e spesso degeneranti proposte diffuse nel nostro costume sociale. Si tratta di una esigenza profonda, radicata nel cuore dell’uomo, estremamente seria, direi, perché reca in sé la nostalgia, che si portiamo dentro, della grande Festa – a cui saremo chiamati tutti – nel Regno, nella dimora del Padre celeste.

Doppia è poi la proclamazione profetica di Elisabetta:

“A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” (Lc 1, 43)

– dove la parola utilizzata per la prima volta nel testo lucano, sta ad indicare il Messia, ma con accenni alla sua trascendenza – e, ancora, un’esclamazione per la fede di Miryam: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. (Lc 1, 45)

… un semplice gesto di affetto, di simpatia, di comunione sarebbe occasione di festa, ci insegnerebbe a fare festa al fratello/sorella, per il dono autentico che rappresenta…

L’azione dello Spirito Santo illumina dunque Elisabetta sulla maternità messianica di Maria; qui gli orizzonti si amplificano enormemente, dilatandosi dalla loro storia personale – già di per sé prodigiosa – a quella del popolo d’Israele, fino a tutta l’umanità, di tutti i tempi, fino a noi. Così, del resto, opera il Signore, sempre partendo da una piccola storia individuale, per abbracciare poi il destino di un popolo e quello del mondo intero. E come parlando a nome di tutta la comunità cristiana, in quanto non si rivolge a Maria direttamente, ma ne parla in terza persona, Elisabetta esalta e benedice la sua fede: “Beata colei che ha creduto”.

Delicatissima questa osservazione di Elisabetta, che intuisce anche il travaglio spirituale di Maria, il suo salto nel buio ed il prezzo individuale del suo assenso, che ha abbattuto gli argini alla storia della Salvezza, aprendo spazi illimitati all’azione della Grazia, sul passato e sul futuro dell’umanità. Se riuscissimo anche lontanamente ad intuire gli sconfinati orizzonti di bene di ogni nostro – anche piccolo gesto di fede, certo l’esistenza acquisterebbe uno spessore diverso!

Molto più spesso, invece, ci ritroviamo a fare i conti con la nostra tendenza quasi congenita a ridurre, relativizzare ed immeschinire il valore e le conseguenze dei gesti gratuiti, della sofferenza nascosta, delle prove accettate. Diamo il nostro plauso ai grandi progetti ed alle vistose iniziative per la promozione dell’uomo e non ci soffermiamo a pensare al mistero di un Dio che vuole operare attraverso le nostre storie di ordinaria quotidianità che Egli ci chiama a vivere, però, con un cuore grande e contemplativo.

Diamo il nostro plauso ai grandi progetti ed alle vistose iniziative per la promozione dell’uomo e non ci soffermiamo a pensare al mistero di un Dio che vuole operare attraverso le nostre storie di ordinaria quotidianità che Egli ci chiama a vivere…

In Maria, Elisabetta ha riconosciuto anche la serietà di un ascolto costante della Parola, che le ha permesso di giungere ad un così ampio spessore di fede. Vivere restando alla presenza di Dio, ricondurre ogni azione, ogni momento del giorno ad un unico sentimento di unità profonda e di pace, questo è importante per portare agli altri il Signore e realizzare il Regno anche quaggiù – sulla terra. Ed insieme, ci propone e dispone a fare altrettanto; visitati, ci predispone a visitare e a portare ai fratelli la vita divina che è in noi, ad esplicarla nella gioia1.

sr. Renata Conti MC

1 Cfr. Testi vari in Qumram, 2016.

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LA FORZA PER RADDRIZZARSI

In ogni tempo ed in ogni società ci sono categorie di persone che vivono piegate e curve, una condizione di sminuita umanità.
Lc 13,10-17

Il testo possiede una forza simbolica estremamente importante anche per noi oggi. Ci racconta la storia di una donna piegata che riceve da Gesù la forza per raddrizzarsi e diventare libera. In ogni tempo ed in ogni società ci sono categorie di persone che vivono piegate e curve, una condizione di sminuita umanità. La potenza liberatrice del Vangelo si vede in tutta la sua forza di annuncio della libertà.

Il testo racconta l’incontro tra Gesù e la donna curva (Luca 13, 10-17) e come lo sguardo e l’azione di Gesù abbiano trasformato la sua condizione. Le donne sono una presenza molto marginale in sinagoga: come mai è lì? Per abitudine? C’è stata portata? Ci si è trascinata con la speranza di un briciolo di sollievo da parte del Signore? Non sappiamo, non dice nulla, è lì1. Una infermità, una debolezza, una fragilità la rende curva, ma il termine può indicare molte cose che si oppongono alla “vita”, forse anche l’essere stimata meno di un bue o un asino. Spesso anche noi sentiamo ciò che ci abbatte, forse neppure sappiamo darle un nome; forse anche noi guardiamo in basso, a terra e non abbiamo il coraggio di alzare la testa di porci di fronte alla realtà di esigere rispetto, uguaglianza… Cosa ci rende curvi? Un peccato? Una omissione? Una ferita ricevuta o inferta? Cosa ci rende curvi, incapaci di guardare il futuro con speranza?

Vedere è scoprire l’altro/a, è riconoscere che l’altro esiste per me…

La guarigione è provocata dallo sguardo di Gesù, l’evento più importante nella narrazione è che Gesù vede (idein), la donna piegata e curva. Vedere è scoprire l’altro/a, è riconoscere che l’altro esiste per me…, Gesù vede con uno sguardo pieno di compassione la condizione di sofferenza dell’ultima fra gli ultimi…, per Gesù quella donna è la persona più importante che c’è nella Sinagoga…

Siamo in un giorno di sabato e Gesù è nella sinagoga insegnando la parola di Dio al popolo. Dopo averla vista Gesù la chiama. La donna è chiamata nella sua doppia condizione, di donna e di sofferente. La chiamata di Gesù penetra la condizione sconfortata della donna. Essa, infatti è piegata e può vedere soltanto la terra, non può guardare nessuno dall’altezza dei suoi occhi… Questa situazione ha un profondo significato socio-simbolico2. In quel tempo “tutte le donne” vivevano quella stessa condizione di essere piegate e curve, ossia di subordinazione assoluta, la malattia fisica che la piega si trasforma in segno del pregiudizio sociale del tempo che piega la donna e la rende appena più di oggetto o possesso dell’uomo. Inoltre, secondo le interpretazioni rabbiniche del tempo, essere umani consisteva nella capacità di vedere, parlare, discernere, d’interloquire con altri e con Dio. La donna non può pregare perché non può raddrizzarsi, ha la testa bassa, segno dell’umanità caduta e del peccato. Non può per se stessa mettersi in piedi….

Gesù la vide, la chiama a sé e le dice: «Donna, sei liberata dalla tua malattia”.

Gesù non chiede di analizzare le cause del nostro essere senza orizzonti, lo vede prima che noi ce ne rendiamo conto pienamente, Egli ci guarda, ci chiama e ci libera.

Cosa rende curvi noi? Cosa rende curva l’umanità? Cosa ci impedisce di guardare oltre e sperare?

Fermiamoci a sentire il suo sguardo su di noi, la sua voce che pronuncia il nostro nome e lasciamo che questo sentire raggiunga le nostre profondità, là dove siamo più feriti, e allora risuonerà il suo “sei libero/a”, “alza lo sguardo”, “ricomincia”, “ raddrizzati” e “rendi gloria a Dio”.

Cosa rende curvi noi? Cosa rende curva l’umanità? Cosa ci impedisce di guardare oltre e sperare?

Gesù non si limita a guardare e a chiamare la donna, ora parla e dice “sei slegata”, il che significa ora sei libera, e a questa parola potente aggiunge il gesto definitivo dell’imporre le mani. Il risultato è che la donna, immediatamente si raddrizza, acquista la sua piena umanità e dignità, è liberata, diventa soggetto e persona, tutte le caratteristiche che le erano negate per la sua malattia e per la sua condizione di donna. Questo avviene notate, in sinagoga, nel luogo sacro e in giorno di sabato il giorno che la fede ebraica sacralizza per l’incontro con Dio. Ora la donna come risultato della liberazione prorompe in un canto di lode a Dio, finalmente può rivolgersi a Dio perché Gesù l’ha raddrizzata e non è più piegata su se stessa è riabilitata.

Ora la donna come risultato della liberazione prorompe in un canto di lode a Dio, finalmente può rivolgersi a Dio perché Gesù l’ha raddrizzata e non è più piegata su se stessa è riabilitata.

La reazione del capo della sinagoga merita un commentario dettagliato, si tratta apparentemente di un’obiezione ragionevole. Ribadisce la prassi ebraica del sabato, in questo giorno gli esseri umani si devono astenere di qualunque lavoro, mentre gli altri sei giorni sono da dedicare alle opere umane. In queste parole vi è implicita una doppia condanna di Gesù e della guarigione della donna.

Notate quanto sia sottile l’obiezione di questo capo della sinagoga. In primo luogo considera la guarigione avvenuta come opera e lavoro umano e dunque non è un’opera di Dio. L’azione compiuta da Gesù è lavoro umano e non opera di Dio (ergon tou Theou). Con questa interpretazione dell’opera consumata dentro della sinagoga si tenta di screditare Gesù, è potente sì, ma l’origine della sua potenza è puramente umana, egli non viene da Dio.

In secondo luogo è implicita anche la condanna religiosa, Gesù non compie ciò che è comandato per cui, non solo non è di origine divina ma opera contro la volontà di Dio, si nega che Gesù agisca in nome di Dio e seguendo la sua volontà. Come le trasgressioni del sabato implicano l’essere tagliati della sinagoga il responsabile della Sinagoga sta di fatto chiedendo la condanna di Gesù come trasgressore del comandamento del sabato3.

Una collettività che piega i diritti degli esseri umani, siano essi donne, stranieri, irregolari, è ammalata, l’oppressione e senza dubbio una malattia sociale che oggi minaccia la società odierna, deve sviluppare gli anticorpi per isolare e sconfiggere queste tendenze.

La reazione finale da parte sua e degli avversari di Gesù è di vergogna, sono stati sconfitti ma preparano la loro vendetta contro il giovane sovvertitore della loro società, sono pochi è vero ma sono potenti, hanno il potere politico e religioso dalla loro parte. Mentre il popolo, la stragrande maggioranza è con Gesù e si meravigliano e riconoscono che quelle opere sorprendenti e grandiose in favore no dei ricchi ma degli umili, degli sconfitti provengono da Dio. Ma loro sono poveri e destituiti di potere. Una collettività che piega i diritti degli esseri umani, siano essi donne, stranieri, irregolari, è ammalata, l’oppressione e senza dubbio una malattia sociale che oggi minaccia la società odierna, deve sviluppare gli anticorpi per isolare e sconfiggere queste tendenze.

La risposta di Gesù disinnesca la doppia obiezione. In primo luogo Gesù risponde all’obiezione che l’opera da lui compiuta sia una trasgressione del sabato. Chiama ipocrita il detto del capo sinagoga e quelli che la pensano come lui. Il detto di Gesù è eclatante, afferma che sono degli ipocriti perché tutti slegano i loro asini e buoi per darli da bere in giorno di sabato, mentre condannano che egli abbia slegato una figlia di Abramo tenuta legata dal demone (gli antichi pensavano nella connessione tra malattia e forze diaboliche). Gesù ha slegato, ha reso libera una figlia di Abramo (di Dio) perché possa lodare e benedire Dio il giorno di sabato. Era un’azione più urgente e necessaria di slegare una bestia, se autorizzate un lavoro per sostenere il bue e l’asino che senza acqua possono morire, quanto più dovevano autorizzare lo slegare una donna piegata da diciotto anni dalla sofferenza. A questa obiezione nulla possono controbattere, sono ammutoliti e sconfessati, Gesù non ha trasgredito il comandamento del sabato.

Gesù ha slegato chi era prigioniero del male, e questa è un’opera divina, salvare, dare la libertà.

Ma, Gesù risponde anche all’altra obiezione, cioè che la sua azione sia stata “un’opera o lavoro umano”. Gesù ha slegato chi era prigioniero del male, e questa è un’opera divina, salvare, dare la libertà. Gesù si è appropriato del luogo sacro e del giorno santo per la liberazione di una persona oppressa, per rendere libera la schiava dai legami sociali e dalla malattia che la schiacciava piegandole su se stessa, sulla condizione di donna obbligata a portare il proprio corpo piegato dalla dura legge patriarcale che la condannava ad essere oggetto e possesso dell’uomo.

Se dovessimo attualizzare il nostro testo, non c’è dubbio che è ancora pertinente e necessario proclamare come Gesù la libertà e l’uguaglianza delle donne, dei poveri e degli stranieri, tra essi i minimi sono quelli che non hanno documenti, a loro e per loro parla questo testo potente che denuncia ogni forma di oppressione e proclama la liberazione di ogni forma di schiavitù.

Renata Conti MC

1 Cfr. Martin Ibarra, Milano 2016.

2 Ibidem.

3 Ibidem.

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Dono fino allo spreco

Maria di Betania, la donna del dono

Parola di Dio: Gv 12, 1-9

Contesto

Questo racconto chiude la prima parte del Vangelo di Giovanni e apre la seconda. Siamo a sei giorni dalla terza Pasqua, l’ultima delle sei feste menzionate da Giovanni. La Pasqua “dei giudei”, in cui il popolo sacrifica l’Agnello a Dio, diventerà la Pasqua del Signore, con il sacrificio dell’agnello di Dio (19,28-30), che muore per la salvezza di tutti (11,51s). Con l’unzione di Betania comincia il racconto degli ultimi sei giorni di Gesù (1,19-2,12). I primi sei terminano con le nozze di Cana e l’annuncio dell’“ora”; negli ultimi sei si avvicina l’“ora” di Gesù, il tempo in cui ha culmine tutto il suo mistero. Questo tempo ha inizio con la cena di Betania. Il settimo giorno, sarà il riposo della tomba, il silenzio dell’angoscia e della fede, della dura prova dei Discepoli, che però cederà il posto all’ottavo giorno, il tempo senza tramonto, che inizierà, a sua volta, con la scena nuziale di Maria, che finalmente abbraccia Colui che ha cercato (20,1-18): Il Risorto.

Lettura meditata del testo

Venne a Betania. Betania, il cui significato letterale: “casa del mancante”, significa “casa del povero”. Gesù entra nella casa di due donne… La donna, che nella mentalità del tempo non era tenuta in considerazione, era situata nell’ultimo gradino sociale, prima unicamente dei bambini; non aveva diritto di sedere a tavola e di condividere la mensa con gli uomini, non aveva la possibilità di entrare nelle sinagoghe per la preghiera… Non poteva neppure seguire un maestro… Eppure Gesù sceglie di entrare in questa casa dove l’amicizia di Lazzaro e delle due sorelle lo accolgono…, gli offrono il calore e il sostegno per i prossimi tempi difficili che dovrà affrontare… Il Signore viene nella nostra casa, nella nostra Betania, nella Betania della nostra realtà umana, della nostra pochezza, del nostro essere donna…; una casa forse mancante… con tanti limiti…stanca… Una realtà anche nostra, forse, di donne affaccendate e indaffarate, come Marta, che faticano a trovare spazio per l’intimità…per stare con Lui…e si aggirano in cerca di tante altre cose….

Il Signore viene nella nostra casa, nella nostra Betania, nella Betania della nostra realtà umana, della nostra pochezza, del nostro essere donna…

Fecero dunque un banchetto. Non si dice chi fa il banchetto. Si accenna a Marta, che serve, e a Lazzaro, che giace “con” Gesù a mensa, mettendo in risalto Maria e il suo amore… Un amore unicamente centrato sulla persona di Gesù e la sua Parola…

Il termine “banchetto” si trova in questo passaggio in parallelo a quello dell’Ultima Cena (13,2.4; 21,20). Qui domina il gesto d’amore di Maria, là quello del Signore che ci amerà fino al compimento e lascerà ai Discepoli il testamento dell’amore: là il Maestro lava i nostri piedi, qui la donna profuma i suoi piedi.

Questo banchetto è un’azione di grazie per il dono della vita, anticipo della festa che la comunità celebrerà dopo Pasqua. Sono i vivi che “mangiano” e fanno festa.

In questo banchetto è descritta la vita nuova della comunità rappresentata dal servizio di Marta e dall’amore di Maria. Servizio e amore saranno il tema della seconda parte del vangelo, la rivelazione della Gloria (Cap. 13-21), di cui la prima parte è segno (Cap. 1-12).

Maria, presa una libbra di unguento. L’unguento di Nardo è un olio profumato. Una libbra corrisponde ad un terzo di Kg. Richiama le 100 libbre di mirra e aloe con cui Nicodemo ungerà il corpo morto del Signore (19,39). Se quella di Nicodemo è un’onoranza funebre, questa di Maria è un’esplosione di vita.

“Profumo” in ebraico nmeehes, richiama meehes (shem), il Nome. Nell’ AT non si pronunciava il nome Santo di Dio perché nel nome vi è la natura  di Dio stesso. Paolo dirà: “…nel Nome di Gesù ogni ginocchio si piegherà nei cieli e sulla terra e sotto terra…” (Fil. 2,10). Nel Cantico dei Cantici lo Sposo è chiamato “profumo effuso” (Ct 1,3). Il nome, l’essenza di Dio, è profumo. Infatti è amore, che di sua natura si espande e impregna tutto della sua presenza.

Il nome, l’essenza di Dio, è profumo. Infatti è amore, che di sua natura si espande e impregna tutto della sua presenza.

Di nardo. È un profumo molto prezioso. Viene dall’India. La qualità migliore cresce sulle pendici dei monti a 5.000 metri: viene da lontano. È estratto dalle radici del fiore di nardo. Il fiore muore per dare un profumo particolarmente gradito agli uomini.

Genuino, autentico e fedele. La parola non si usa per oggetti, ma per indicare l’amore autentico e fedele di Dio. L’amore per se stesso è fedele.

Molto pregevole. Giovanni non sottolinea tanto il costo, quanto il pregio del profumo. Giuda ne valuterà il costo in 300 denari, e anche più (Mc 14,5). È il salario medio di un anno di lavoro.

Questa scena richiama quella di Luca 7,36ss, che avviene nella casa di “Simone il fariseo”, ed è parallela a quella di Marco e Matteo, che avviene nella casa di “Simone il lebbroso” (Mc 14,3; Mt 26,6).

L’amore è sempre sollecito nell’anticipare un mistero che supera la stessa intuizione di Maria. Esprime il dono senza misura di una donna che vuole donare tutta se stessa.

Maria compie un atto folle: l’unica misura dell’amore è il non aver misura. È una risposta all’amore dello Sposo, che sale a Gerusalemme per dare la sua vita: “Mentre il re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo” (Ct 1,12). L’amore è sempre sollecito nell’anticipare un mistero che supera la stessa intuizione di Maria. Esprime il dono senza misura di una donna che vuole donare tutta se stessa. Maria non calcola, non misura, non è centrata su se stessa, né sui presenti; tutto il suo essere è proteso verso Gesù suo unico bene. Il suo cuore è consacrato a Lui e si manifesta nel dono totale. Marco dirà che infranse il vasetto che conteneva il profumo, significando così il dono totale, il dare tutto, senza calcolo e senza misura…

Unse i piedi di Gesù Lavare i piedi è un gesto sponsale, di profonda intimità, una  manifestazione di affetto intenso tra sposo e sposa (servizio di amore tipico della moglie). Gesù, lavando i piedi, manifesta la sua vita posta a servizio dell’amore: Lui li avrebbe lavati con l’acqua, segno della sua morte, qui Maria usa il profumo della gioia e della vita: l’amore è amato e vive. Maria è la prima che fa per Gesù ciò che Gesù ha fatto per noi, nel suo amore consacra Gesù Messia e Signore e accoglie lo Sposo, che può finalmente dimorare tra noi. Ora il suo profumo riempie la nostra casa.

Asciugò con i propri capelli i suoi piedi. Sciogliere i capelli è seduzione e intimità. Maria non asciuga i piedi dalle lacrime sparse (Lc 7,38), ma dall’unguento sovrabbondante che ne fluisce. Lo stesso unguento profuma i piedi dello Sposo e il capo della sposa, “Un re è stato preso dalle tue trecce” (Ct 7,6): Maria unge i piedi di Colui che presto laverà i piedi dei suoi discepoli; profuma i piedi del Messia, che il giorno dopo entrerà a Gerusalemme per vivere la sua Passione.

Maria è la prima donna che fa qualcosa per Gesù, il quale se ne compiace: dicendo che ha fatto “un’opera bella”

Questo racconto è uno dei più sorprendenti e delicati del vangelo, segna il principio della nuova creazione, è la luce che illumina ciò che il Signore è venuto a compiere a Gerusalemme. Maria è la prima donna che fa qualcosa per Gesù, il quale se ne compiace: dicendo che ha fatto “un’opera bella”(Mc 14,6; Mt 26,10). Questo gesto Gesù lo collega con la sua passione e morte…; è il gesto appassionato di una discepola che accompagnerà il suo Signore e Dio fino al dono totale… E’ la condivisione che si fa amore fino alla morte… È l’opera bella per eccellenza, che riporta la creazione alla bellezza originaria da cui è scaturita: finalmente una creatura risponde all’amore del suo Creatore!

Il gesto di Maria, disapprovato da Giuda, unico discepolo nominato nella scena, è pienamente approvato da Gesù. Solo lui capisce la portata e il significato di quel gesto. Maria con il suo dono unge Gesù  e lo genera al cammino di Pasqua.

Si tratta di un atto d’amore gratuito, offerto fino allo spreco, che riconosce in lui il Messia, il Figlio di Dio, che viene a dare la vita per i fratelli. Si tratta di un preannuncio implicito della sua risurrezione: Maria infatti unge il Vivente, non un corpo morto, come invece farà Nicodemo (19,39s).

Ora la casa. La festa per il dono della vita non si celebra nel tempio, ma nella casa, luogo delle relazioni fraterne che fanno parte del nostro vivere quotidiano. Lì stanno gli amici; lì Gesù è amato e lì c’è il profumo, perché Dio è amore. La casa, la comunità diventa il luogo sacro della crescita nella relazione con Gesù attraverso le persone che ci sono donate… Betania non ha più l’odore acre di Simone il fariseo che giudica (Lc 7,39s), né il fetore di Simone il lebbroso che tiene tutti a distanza (Mc 14,3), ma è piena di profumo e di gioia perché è stata recuperata la fraternità, l’amicizia, il rapporto: le relazioni hanno assunto la dimensione dell’amore e del dono reciproco, Lazzaro, il fratello, è tornato alla vita…. Nella casa, dove prima regnavano lutto e morte, risuonano le grida di gioia e si diffonde la fragranza del profumo (Ger 25,10 LXX). Possiamo chiederci con verità se le nostre relazioni generano vita… .

La casa, la comunità diventa il luogo sacro della crescita nella relazione con Gesù attraverso le persone che ci sono donate…

Si riempì del profumo. “Riempire”, in greco, ha lo stesso significato di “compiere”. Questa casa è il luogo del “compimento”, del profumo, del ‘Nome’, dove regnano il servizio e l’amore. L’amore è amato, il profumo riempie la casa e trabocca sul mondo intero (Mc 14,9).  “Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero. Noi siamo, infatti, davanti a Dio, il profumo di Cristo” (2Cor 2,14s). Questo profumo, generatore di vita per chi ama il Signore, diventerà odore di morte per chi lo rifiuta (2Cor 2,16).

Dice Giuda l’Iscariota, L’obiezione, che Giovanni pone in bocca a Giuda, da Matteo è attribuita ai discepoli (Mt 26,8) e da Marco agli astanti (Mc 14,4). Giuda per Giovanni è il prototipo dell’incomprensione dei discepoli, di colui che poi lo tradirà… . L’insidia al dono è il tradimento… ripensiamo al nostro dono… forse anche noi siamo stati tentati di tradire…

Quello che stava per consegnarlo. “Consegnare” è la parola usata per indicare il gesto di Giuda che tradisce Gesù (6,64.71; 12,4; 13,2.11.21; 18,2.5.36; 21,20). Indica pure la consegna di Gesù a Pilato (18,30.35; 19,11), che, a sua volta, lo consegna alla croce (19,16), dall’alto della quale il Signore ci consegnerà il suo Spirito (19,30). Alle nostre consegne di morte, Egli risponde con la consegna della sua vita, del Dono sublime del Padre, lo spirito Santo…. Siamo sollecitate a ripensare  alla “consegna” di noi stessi attraverso il dono di noi stessi nella consacrazione o nella mutua fedeltà coniugale, che ci colloca, come Gesù, dono di amore senza misura…

Giuda lo monetizza, parla di “vendere”, per “dare” ai poveri. Quante volte anche noi monetizziamo il nostro dono…., calcoliamo il nostro donarci…, misuriamo il nostro amore….

Perché questo unguento non si è venduto per trecento denari: Più di duecento denari servivano per sfamare la folla e trenta pezzi d’argento sarà il prezzo di Gesù (Mt 26,15). Il profumo di Betania vale molto di più, perché è fedele e di grande pregio, come l’amore. Giuda lo monetizza, parla di “vendere”, per “dare” ai poveri. Quante volte anche noi monetizziamo il nostro dono…., calcoliamo il nostro donarci…, misuriamo il nostro amore….

Ci sono due modi opposti di pensare e agire, due diverse economie: da una parte il calcolo e la vendita per ricavarne un guadagno, dall’altra l’amore e la sovrabbondanza fino allo spreco (Mc 14,4; Mt 26,8).

L’economia del dono, nuovo stile di vita per i cristiani è un cammino di fedeltà a un amore più grande che non calcola…(Cap. 2005, p.52). Una è l’economia delle grandi potenze unicamente centrate sul calcolo e il guadagno; l’altra quella di Dio, che dà la vita. Il problema non è “dare” ai poveri qualcosa, ma “donarsi” per amore. In Lc 10,40 Marta, tutta indaffarata, contrappone il suo servizio all’atteggiamento di Maria, che seduta gioisce alla presenza di Gesù e si immerge nella sua Parola. Giuda contrappone l’aiuto ai poveri all’amore per il Signore. Qualunque servizio, se non nasce dall’amore è vuoto e porta alla morte e alla sterilità.

Il profumo da “custodire” (= osservare) sempre, fin dentro la tomba e oltre: è la fedeltà al comando dell’amore, che fa vivere Dio in noi e noi in lui.

Lasciala, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. Gesù approva il gesto della donna e la difende, lo legge come  una intuizione d’amore del suo destino. Con l’unzione del corpo per la sepoltura, mentre è vivo, onora il Vivente. Quanto la donna compie è annuncio di risurrezione, risposta d’amore a un amore che sa dare la vita. Maria in questo gesto, nasce come sposa.

Il profumo da “custodire” (= osservare) sempre, fin dentro la tomba e oltre: è la fedeltà al comando dell’amore, che fa vivere Dio in noi e noi in lui.

I poveri infatti (li) avete sempre con voi. Come abbiamo sempre con noi il Signore (Mt 28,20) che da ricco si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor 8,9), così abbiamo sempre con noi i poveri. La loro povertà è la nostra ricchezza. La nostra ricchezza ingiusta infatti ci viene da ciò che abbiamo tolto a loro; la nostra ricchezza vera ci viene da ciò che condividiamo con la loro povertà (Mt 25-40).

Me invece non avete sempre (12,35). Gesù tra sei giorni tornerà al Padre, ma sarà sempre con noi, nel dono del suo Spirito che ci fa amare l’altro, cominciando dall’ultimo. L’amore che Maria dimostra per il Figlio, lo Sposo, sarà lo stesso che avremo verso i suoi fratelli. La storia di Cristo continua nei poveri e nei crocifissi della storia di tutti i tempi. In loro ci viene incontro per salvarci perché con essi il Signore si è identificato (Mt 25,31-45).

L’amore che Maria dimostra per il Figlio, lo Sposo, sarà lo stesso che avremo verso i suoi fratelli. La storia di Cristo continua nei poveri e nei crocifissi della storia di tutti i tempi.

Seppe molta folla dei giudei che era lì. Questa casa, dove si celebra la vita nel servizio e nell’amore, che esercita una forte attrattiva sulle folle è immagine della Chiesa, che ha custodito e osservato il profumo di Dio, l’amore reciproco.

  • Pregare il testo

  1. Entro in preghiera
  2. Mi raccolgo immaginando il banchetto nella casa di Betania.
  3. Chiedo l’amore di Maria per il Signore Gesù.
  4. Contemplo la scena, guardando, considerando, “odorando” il profumo.
  5. Rivivo l’esperienza della mia consacrazione, del mio dono…
  6. Sento il profumo riempire la “mia”casa, la mia vita…rivedo i momenti di dono…o forse le infedeltà…
  7. Rivedo la mia “casa” la mia comunità…la fraternità recuperata a vita…
  8. Nella nostra casa-comunità si celebra la vita nel servizio e nell’amore? E’ attrattiva per i giovani?
  1.     Altri testi utili

Sal 45; 133; Cantico dei cantici; Mc 14,3-9; Lc 7,36-50.

Renata Conti MC

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NATALE TEMPO DI CONTEMPLAZIONE

“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. Lc 2,10-12

Soltanto la contemplazione può semplificare la nostra preghiera per arrivare a constatare la profondità della scena e del segno che ci è dato:

  • Una mangiatoia,
  • un bambino,
  • Maria in contemplazione,
  • Giuseppe ammirato e stupito per tutto quanto stava succedendo…

Nessun apparato esteriore, nessuna considerazione, nel villaggio tutto è indifferente. Solo alcuni pastori, degli emarginati dalla società del tempo… .

E tutto questo è voluto: Gesù ha scelto la povertà, la nudità. Ha disprezzato la considerazione degli uomini, quella che proviene dalla ricchezza, dallo splendore, dalla condizione sociale. Nessun apparato, nessuno splendore esteriore.

La terra, prima di essere la terra degli uomini, è la terra di Dio. E, ritornando, ritrova questa terra creata da lui e per lui.

Eppure egli è il Verbo fatto carne, la luce rivestita di un corpo. Egli si trova nel mondo che egli stesso continuamente crea, ma vi è nascosto. Perché vuole apparirci solo di nascosto?
Egli fino ad allora era, secondo l’espressione di Nicolas Cabasilas, un re in esilio, uno straniero senza città, ed eccolo che fa ritorno alla sua dimora. Perché la terra, prima di essere la terra degli uomini, è la terra di Dio. E, ritornando, ritrova questa terra creata da lui e per lui.
“Dio si è fatto portatore di carne perché l’uomo possa divenire portatore di Spirito”,
dice Atanasio di Alessandria.

“Il suo amore per me ha umiliato la sua grandezza. Si è fatto simile a me perché io lo accolga. Si è fatto simile a me perché io lo rivesta” (Cantico di Salomone). Per capire, io devo ascoltare lui che mi dice: “Per toccarmi, lasciate i vostri bisturi… , per vedermi, lasciate i vostri sistemi … , per sentire le pulsazioni del divino nel mondo, non prendete strumenti di precisione… , per leggere le Scritture, lasciate la critica… , per gustarmi, lasciate la vostra sensibilità…” (Pierre Mounier): Credete e adorate!

II Padre ci dona il Suo Figlio amatissimo e ce lo dona attraverso Maria, creatura come noi…

II Padre ci dona il Suo Figlio amatissimo e ce lo dona attraverso Maria, creatura come noi, donna umilissima che accoglie nella profondità del suo essere l’Amore Increato, il Verbo di Dio che il Padre Le dona per noi.

Soffermiamoci adoranti a contemplare questo mistero che si compie per noi anche quest’anno. La Parola eterna diviene un bimbo fragile, umile, sconosciuto… .

Lui, l’Eterno si fa tempo, storia, figlio di un popolo e assume questa nostra realtà… .

Adoriamo il mistero… proclamato dagli angeli e contemplato da uomini semplici, i pastori… .

L’adorazione è l’atteggiamento del cuore che entra in sintonia con il mistero…

Contempliamo la Madre, donna umile, dolcissima, povera, che camminava sulle strade di Galilea nutrendo e facendo crescere il Figlio nell’ordinarietà della vita per potercelo donare. Contempliamo questa nostra Madre che cammina anche nel nostro tempo, nella nostra storia, nel nostro oggi dove la violenza e l’egoismo, nelle sue più svariate forme, sfigurano il Volto del suo Figlio portano paura, morte e distruzione.

Il Figlio chiede di essere Incarnato in noi “oggi”

Il Figlio chiede di essere Incarnato in noi “oggi” e ci dona sua Madre per camminare accanto a noi, nel segno della Consolazione come testimoni di misericordia e di pace vera.

Mettiamoci in ginocchio davanti al presepio, luogo simbolo dove Gesù Figlio umilissimo del Padre diventa servo..” per essere Dio con noi … per poterci rendere ” Figli/e in Lui”.

“La Parola”, si fa carne e viene ad abitare nella nostra umanità, nel nostro cuore; viene in mezzo a noi,  … spalanchiamo la nostra vita … lasciamo che si incarni in noi.

Contempliamo la Madre che accoglie nel suo Grembo e tra le sue braccia la Consolazione stessa – il Figlio – e, generando Lui, genera anche noi in Lui “figli/e nel Figlio”, per portare la Sua tenerezza in questo nostro tempo, in questa nostra umanità che geme nel dolore!

In Lei, Donna pienamente consolata dallo Spirito di Dio, la Consolazione si fa Carne, l’Amato del Padre prende un corpo, Corpo e Sangue. Volto umano, di un bimbo ‘Altro’… .

Contempliamo la Consolata nell’attitudine di donarci il Figlio! Questa Madre che diventa ” Tabernacolo e Calice” affinché nutrendoci di Lui possiamo condividere le sue scelte fino a dare la vita[1].

Adoriamo il Figlio reso Pane spezzato per noi! E’ così che diventiamo consapevoli e “…capaci per l’energia stessa della fede, di dare risposte d’amore coraggiose alle sfide dell’oggi perché l’umanità riscopra la sorgente della sua identità e felicità….”[2].

Adoriamo il Figlio reso Pane spezzato per noi!

E’ nell’accogliere dalle mani di Maria questo Figlio che ci nutre di se stesso, che ci unifica a Lui nell’Amore del Padre, che siamo rese degne del “….coraggio dell’Amore che tutto rischia per Amore perché tutto si ricrei nell’Amore!”[3].

La Madre, unificandoci con il Figlio ci farà luogo di unione, di perdono e di riconciliazione, prima in noi stessi/e, nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità e nella società dove operiamo! Figli/e nel Figlio, umili segni sacramentali di speranza e di gioia!

Davanti al Dio fatto carne lasciamo cadere i nostri interessi personali, i nostri successi ed insuccessi, le nostre paure, lasciamoci avvolgere dalla Sua tenerezza e misericordia così diventeremo anche noi tenerezza e misericordia del Padre per questa nostra società!

La Madre, unificandoci con il Figlio ci farà luogo di unione, di perdono e di riconciliazione…

“Veramente tu sei un Dio misterioso!”. Il Padre, il solo che conosce il Figlio, ci conceda di riconoscerlo affinché l’amiamo e lo imitiamo.

sr. Renata Conti MC

[1] VS, p. 461

[2] Cf. Suor Leonella Sgorbati, circolare n. 17.

[3] Ibidem

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