Cuori di vetro

Suor Marta Elena è una missionaria della Consolata argentina dai molti talenti, tra i quali spiccano due: la capacità di avvicinarsi all’altro e due mani da artista che creano cose meravigliose. Questi due aspetti si sono uniti in un’ alchimia speciale che dà come risultato un modo originale di donare la consolazione. Entriamo, perciò nel suo taller, nel suo laboratorio artistico e lasciamoci stupire…

Si sa, le donne molte volte portano il peso della famiglia e sono oggetto di violenze psicologiche e fisiche. Sono come cuori di vetro: belli e fragili allo stesso tempo, che bisogna prendere in mano con attenzione e cura, ma che non perdono la loro bellezza.

Da un po’ di tempo, suor Marta Elena si è specializzata nella lavorazione del vetro, e ha già prodotto alcune vetrate, oltre ad diversi oggetti. Nella casa di Mendoza, dove risiede da alcuni anni, ha fatto spazio a “cuori di vetro”, preparando un piccolo laboratorio artigianale dove insegna l’arte del vetro a donne in difficoltà. Da pezzi di bottiglia, e frammenti vitrei di ogni colore e dimensione, escono fuori orecchini, piatti, posaceneri, portaincenso… Ma questo è solo un pretesto: la vera finalità è creare uno spazio positivo per signore, alle volte molto giovani, che la vita non ha trattato molto bene.

Così ci racconta suor Marta Elena:

“La finalità del laboratorio è la creazione di uno spazio artistico contro la violenza, azione e prevenzione”.         Il taller ha generato un’attiva partecipazione tra le donne, di distinta condizione sociale. Ci sono donne giovani, altre più grandi, mamme di familia e mamme single, studenti. Con questa attività trovano la possibilità di esprimere desideri ed esperienze in un modo creativo e libero. In questo spazio di affetto, rispetto e ascolto, il lavoro artístico dà loro la possibilità di un incontro più profondo con sè stesse e di conseguenza aumenta l’ autostima.  Godono nel creare e manifestano molto entusiasmo e gioia scoprendo i propri personali talenti, e ciò che sono capaci di fare e produrre.  Loro stesse raccontano che gli incontri nel taller sono motivo di crescita nella fiducia di sè stesse e servono per alleviare i carichi emozionali, di trovare molta pace e forza. Lo considerano come una reale terapia per le loro vite. Alcune iniziano a chiedere un ascolto personale, che noi diamo molto volentieri”.

Oltre al lavoro del vetro, ci sono altre iniziative artistiche, quali il decoupage, la produzione di cestini di carta, lavori a maglia e oggettistica con materiale riciclabile. Una scuola di arte ha reso disponibili alcune student dell’ultimo anno affinchè facciano il loro tirocinio un giorno alla settimana per due mesi.

“E così, poco a poco ci stiamo organizzando, per poter rispondere ai bisogni più profondi delle donne, per migliorare la qualità della loro vita, la maggior parte di esse sono persone vulnerabili a livello affettivo, psicologico e fisico”.

Il luogo che accoglie il laboratorio artistico, grazie all’aiuto di varie famiglie che hanno aderito al progetto, è stato ristrutturato per rendere adatto lo spazio: sono state messe pareti in cartongesso, sono state cámbiate le lamiere del tetto,   abbiamo pitturato le pareti e aggiustato il pavimento, sono state messe porte e finestre, armadi e scaffali per porre i lavori.

“Manca ancora del materiale isolante per il tetto che, essendo di lamiera, nell’inverno lascia entrare il freddo, così come è necesario comprare una stufa”

Con le offerte giunte, è stato comprato anche il materiale per i lavori artistici, e si coltiva un sogno: “Con il tempo, comprare piccoli forni per le donne più bisognose, perché possano lavorare in casa nella produzione di bigiotteria in vetro”.

La finalità del taller sarà sempre l’arteterapia, ma non si chiudono le porte a sviluppi, piccoli e significativi, come questo… sognare fa bene al bene!

Suor Stefania Raspo e suor Marta Elena Ahumada, mc

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STRATEGIE ALTERNATIVE

Siamo in Bolivia, un Paese particolarmente prostrato dalla mancanza di risorse idriche.

Ci ritroviamo incuriositi attorno a un banco di scuola, ascoltando attenti un gruppetto di ragazzi, che con molto entusiasmo ci parlano della coltura idroponica. In tempi di grave siccità, un ingegnere lancia la sfida alle scuole superiori della zona: una expo educativa che spinga i giovani a investigare o inventare tecnologie per migliorare l’uso dell’acqua e le condizioni di vita delle famiglie. Siamo in Bolivia, un Paese particolarmente prostrato dalla mancanza di risorse idriche. Uno studio recente la considera una delle nazioni che più avrà conseguenze a tutti i livelli – sociale ed economico soprattutto – poiché la gente intensificherà la migrazione verso regioni in cui si possa almeno sopravvivere.

Idrocoltura

Interessata da questa tecnica di coltivazione idroponica (chiamata anche idrocoltura), ho fatto una ricerca sui suoi vantaggi e svantaggi, ed ho allargato il raggio di ricerca ad altre strategie alternative per un uso intelligente e parsimonioso dell’acqua.

Il vantaggio dell’idrocoltura è la possibilità di praticarla in qualsiasi ambiente, anche in un appartamento, sul balcone di casa

Nata nel 1930, la coltura idroponica ha avuto un’applicazione diffusa solo negli ultimi decenni: consiste nel coltivare ortaggi e fiori in ambiente acquatico, apportando alla soluzione ossigeno e minerali necessari alla naturale crescita della pianta. Infatti, dopo un tempo l’acqua si impoverisce di ossigeno, e questo arresta la crescita normale della pianta: solo alcune, infatti, sono per natura abituate a crescere nell’acqua, come le ninfee. Il vantaggio dell’idrocoltura è la possibilità di praticarla in qualsiasi ambiente, anche in un appartamento, sul balcone di casa (la creatività non ha limiti: si possono appendere alle pareti ed ottenere anche un risultato estetico molto gradevole, oltre ad un risparmio di spazio). Inoltre, l’uso di pesticidi è quasi inesistente, con grande felicità della Madre Terra, e la quantità di acqua è ridotta. Con lo sviluppo della tecnologia, è nata anche la coltura aeroponica, dove le piante non sono immerse nella soluzione, bensì essa è nebulizzata continuamente.

 

I ragazzi dell’expo educativa hanno concretizzato le loro ricerche con esperimenti semplici, che prendendo spunto dall’idrocoltura recuperano materiali riciclabili come bottiglie e stracci che diventano il “nido” ideale per lattuga e altre piantine. Usano le flebo per spiegare i vantaggi dell’irrigazione a goccia. Ecco un’altra semplice strategia che risparmia l’uso dell’acqua: la distribuzione in piccole quantità, ma ben direzionata alla radice delle piante, è un metodo semplice, non difficile da installare (si tratta di mettere tubi con un… “buco” in prossimità delle piante!) che ha vari vantaggi, primo fra tutti il minor consumo di acqua: essendo somministrata goccia a goccia, infatti, non si espone all’evaporazione massiva, inoltre, la sua distribuzione è mirata alla parte radicale della pianta, evitando dispersione nel terreno. Questa tecnica è molto importante in aree che vivono di agricoltura: la California, per esempio, usa dal 50 all’80% della sua acqua per l’irrigazione di piante e ortaggi.

Pianta un albero! Ma quale?

I ragazzi dell’expo educativa hanno concretizzato le loro ricerche con esperimenti semplici, che prendendo spunto dall’idrocoltura recuperano materiali riciclabili come bottiglie e stracci che diventano il “nido” ideale per lattuga e altre piantine.

Ci troviamo con Padre Marco, direttore della Caritas di Potosí, lui è molto sicuro di quello che dice: la progressiva desertificazione si combatte piantando alberi! Ma non è facile: il clima, sempre più inclemente, rende ardua l’impresa. La deforestazione del polmone verde del mondo, l’Amazzonia, avrà i suoi effetti negativi ovunque, ma anche nel nostro piccolo, piantando un albero, possiamo aiutare nella ricerca di un nuovo equilibrio ambientale. Bisogna anche riconsiderare il tipo di coltivazione: ci sono piante che hanno bisogno di molta acqua, mentre altre hanno un consumo limitato. Purtroppo, in Bolivia, molti piantano eucalipti, che crescono in fretta e sono resistenti, ma si tratta di un albero molto invasivo, che succhia le poche risorse idriche del sottosuolo. In un villaggio dell’altipiano, alcuni eucalipti hanno prosciugato una sorgente! Lo stesso discorso si potrebbe fare per prodotti dell’agricoltura che ormai non sono sostenibili in ambienti diventati semiaridi.

Certamente, la raccolta dell’acqua piovana che cade dai tetti in apposite cisterne è una riserva idrica che, per lo meno nell’uso domestico, può aiutare molto: basta una grondaia che direzioni l’acqua verso una cisterna.

… la progressiva desertificazione si combatte piantando alberi! Ma non è facile: il clima, sempre più inclemente, rende ardua l’impresa.

Passiamo ora alla tecnologia: arrivano dagli Stati Uniti (colpiti nella costa occidentale dalle conseguenze nefaste del Niño) altre idee ipertecnologiche – mi chiedo quando tanta tecnologia arrivi ai Paesi poveri… – come desalinizzatori che pompano milioni di litri di acqua potabile con la sola energia solare, oppure un drone che spruzza acqua alle nuvole che – a loro volta – la distribuiscono alla terra, secondo i cicli naturali dell’acqua.

Manuale per un buon uso dell’acqua

Tecnologia sì, tecnologia no… al di là dei risultati che può dare l’ingegno umano, tutti possiamo fare delle scelte: forse non ci è mai toccato il problema della scarsità dell’acqua, ma nell’imprevedibilità del cambio climatico, può anche succedere, prima o poi: ormai siamo esposti alle conseguenze di un clima impazzito. Perciò, non è male educarsi e prendere coscienza del valore dell’acqua, con semplici gesti quotidiani. Ecco alcuni esempi:

… non è male educarsi e prendere coscienza del valore dell’acqua, con semplici gesti quotidiani.

– Quando ti lavi i denti, chiudi il rubinetto mentre spazzoli, e aprilo solo quando ne hai bisogno.

– Se devi cambiare lo sciacquone del bagno, comprane uno che rilasci meno acqua, o che abbia la possibilità di usarne meno a seconda dei casi.

– Irriga le piante dell’orto e del giardino alla sera, evitando l’evaporazione dell’acqua e approfittando al meglio dell’acqua, oppure… inventa il tuo impianto a goccia!

– Se raccogli l’acqua piovana, puoi usarla per vari scopi, tra cui l’uso del ferro da stiro: si tratta, infatti, di acqua a basso contenuto di calcare.

Stefania Raspo MC

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Cercatori d’acqua

Quando la solidarietà ha il sapore dell’acqua

Non c’è dubbio: il problema dell’acqua ci preoccupa molto qui in Bolivia. Soprattutto la parte occidentale del paese, che corrisponde alle valli e altipiano andini, hanno avuto una caduta nella quantità di precipitazioni degli ultimi quattro anni, e non c’è bisogno dei dati di una stazione meteorologica per rendersene conto: nella nostra breve memoria storica in Vilacaya (quattro anni e mezzo) lo abbiamo constatato, ogni anno le piogge iniziano più tardi e terminano presto, mettendo a dura prova le risorse idriche, sempre più scarse.

E’ in questa situazione critica che si sono presentati nel nostro piccolo paesino di campagna Andrea e Roberto, due geologi italiani che fanno parte della ONLUS “La Lokomotiva” che ha come ideale: “Acqua potabile per tutti”. Li abbiamo conosciuti in Italia e con la nostra congregazione già hanno realizzato un pozzo in Mozambico.

Appena arrivati in loco si sono dati da fare: dopo un lunghissimo viaggio intercontinentale, non sono nemmeno andati a riposare e ci hanno chiesto di condividere le nostre impressioni e di dare le prime informazioni sul luogo. Da subito li abbiamo sentiti come gente di casa, e credo che anche loro si sono sentiti a loro agio. La nostra gente era molto emozionata e vibrante di aspettative per il loro lavoro: davvero l’acqua è vita, e lo sa bene chi deve usarla con il contagocce a causa della desertificazione imperante.

A turno gli uomini si sono messi a disposizione per accompagnarli lì dove Andrea e Roberto lo richiedessero. Su e giù per il letto del fiume, lì dove prima c’erano sorgenti che si sono prosciugate, e poi ai pozzi esistenti per calcolare il livello e la portata dell’acquifero. Nel mentre le donne si sono impegnate a far trovare loro saporite empanadas, bibite e quant’altro.

Mi sono, poco per volta, rilassata: l’incontro con altre culture è arricchente ma può anche dare origine a scontri. I due “gringos” si sono dimostrati particolarmente aperti alle novità e sommamente rispettosi (più passa il tempo, e più mi sento una mamma iperprotettiva della mia gente!)

Alle volte li accompagnavo, ed ho scoperto un mondo molto affascinante che studia le rocce, il terreno, misurazioni con strumenti altamente tecnologici e altre con stratagemmi molto semplici, come una bottiglia d’acqua mezza piena appesa ad un filo. Un giorno, risalendo il fiume a piedi, da una parte si trovavano i due geologi guardando la conformazione della valle, i sedimenti e quant’altro. Dall’altra il signor Hugo che mi diceva: “Mio nonno diceva: quando c’è questa pianta, sotto c’è l’acqua… quando affiora il sale dal terreno, è perché sotto c’è umidità…” e così via, trovandomi così tra due mondi diversi che si sfioravano: la scienza che per secoli ha affinato le sue competenze, e la sapienza originaria che – da millenni – osserva la natura e sa coglierne i segni. Due mondi separati? Non proprio: durante la mattinata sorge da una parte il desiderio di Hugo di sapere più cose, e l’interesse di Andrea e Roberto verso le conoscenze del popolo. Iniziamo così a sognare una serie di incontri in cui le due risorse, i due mondi, si possano incontrare scambiarsi le proprie ricchezze.

Il risultato di poco più di una settimana di studio è stato presentato alla comunità originaria una domenica sera. Con proiezioni e fotografie, con spiegazioni in italiano che traducevo (quasi) simultaneamente in spagnolo, Andrea e Roberto hanno condiviso le loro impressioni, ben consapevoli che questo tempo di siccità prolungata è molto delicato e che qualsiasi tipo di intervento dovrà fare i conti con tale situazione. La gente è molto attenta, pende dalle labbra dei due stranieri, nell’attesa di avere buone notizie di un futuro meno difficile. Certo, non ci sono bacchette magiche e soluzioni definitive, ma allo stesso tempo la speranza si fa più solida. “Sentiremo la vostra mancanza!” dice un uomo, quando li saluta calorosamente. Quasi mi commuovo: in poco tempo si è creata una relazione allo stesso tempo semplice, immediata e genuina.

Anche noi li salutiamo con il cuore colmo di riconoscenza per il tempo che hanno speso nella nostra piccola e sperduta Vilacaya e per la loro presenza positiva e fraterna. Sperando che l’ideale de La Lokomotiva si concretizzi per la nostra gente: acqua per tutti, anche in Vilacaya.

Suor Stefania Raspo, MC

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Un prezioso regalo del Sole

La Scalinata dell’Inca sull’Isola del Sole, custodita da Mama Okllu e Mallku Kapac

PATRIMONIO DEI POPOLI:

Miti, leggende, racconti…: un invito a scoprire e gustare la bellezza e la ricchezza delle diverse espressioni culturali dei popoli tra i quali viviamo la nostra missione.

Per i turisti che attraccano all’Isola del Sole, nel Lago Titicaca (Bolivia), a quasi quattromila metri di altezza, ci sono due statue ad accoglierli: sono imponenti, un uomo e una donna vestiti secondo la tradizione Inca; i due affiancano una scala lunga e ripida, che porta a una fontana di acqua fresca. Si tratta di Mallku Kapac e Mama Okllu, i leggendari fondatori dell’Impero Inca, figli di Inti, il dio Sole. Ecco una leggenda quechua/aymara che racconta la loro storia, e non solo, narra anche l’origine di un alimento molto importante per i popoli andini: il mais.

Wiracocha, il supremo Dio, era molto arrabbiato: gli uomini che aveva creato per amore e a cui aveva insegnato l’arte e la scienza, si erano lasciati sedurre dal dio del Male, Supaya, e nel loro cuore erano cresciuti l’odio e l’invidia. Fece scendere neve e gelo, i campi diventarono sterili, nelle anime degli uomini rimase solo il dolore e il pianto. Rimasero solo rovine e silenzio dove prima fiorivano l’arte e la scienza. Con il tempo, gli esseri umani dimenticarono ogni tipo di virtù, diventarono cannibali e si comportavano come bestie. Fu un castigo che durò lunghi secoli, fu la notte dell’umanità!

Un giorno Inti, il figlio prediletto del Dio degli dèi Wiracocha, si avvicinò a suo padre e gli disse: “Padre mio, creatore di ogni cosa, dal cuore buono e magnanimo, ti supplica questo tuo figlio affinché si calmi la tua collera contro l’umanità, abbandonata nella Terra. Permetti che i miei due migliori figli scendano, si avvicinino alle persone e cerchino di ammansire quei cuori, guidandoli sulla via che corrisponde loro, come figli della tua Creazione”.

Wiracocha ascoltò suo figlio con calma, quindi gli rispose: “Figlio Inti, da oggi ti chiamerai il Benefattore e l’Incomparabile: le tue ragioni hanno commosso il mio cuore, non è un caso che sia tu il mio figlio prediletto, mio amato Inti. Che si compia il tuo desiderio: manda i tuoi figli, dopo averli educati nel bene e nel lavoro”.

E fu così che Inti trasportò su di un fulmine i suoi due figli Mallku Kapac e Mama Okllu, che lasciò nell’isola del Sole, nel grande lago Titicaca. Diede loro un bastone d’oro: “Prendete questo bastone: quando affonderà nel terreno, sarà il segno che in quel posto fonderete il vostro regno”.

I due, fratelli e sposi allo stesso tempo, iniziarono la ricerca del luogo della loro dimora: una barca di giunchi, diretta misteriosamente, solcò il lago e li lasciò sulle sue rive. Sulla terraferma, cominciarono il loro pellegrinaggio verso il nord. Camminavano senza posa, non evitavano la fatica, sopportando il freddo della notte e le asperità del terreno, scalavano montagne. Lanciavano il bastone aureo al suolo, in cerca del luogo predestinato, ma niente. Ormai erano passati diversi giorni, e nella bisaccia che avevano portato con sé era rimasto ben poco da mangiare.

“Non ti preoccupare, sorella mia e sposa mia”, disse Mallku Kapac, “so che nostro padre Inti non ci abbandonerà. Siamo suoi figli, e siamo qui perché lui ci ha inviato”, la sua voce era serena. Continuò: “Questo pomeriggio, prima che il Sole tramonti, parlerò a nostro Padre in ginocchio, abbi fede che ascolterà la nostra preghiera”.

In quel pomeriggio i due fratelli sposi arrivarono ai piedi di una montagna. Inti, il Padre Sole, dava gli ultimi raggi di luce alle valli, attraverso le fenditure delle rocce. Aprì le braccia verso i suoi figli amati e indicò loro una gola rocciosa, dietro cui in poco tempo sarebbe scomparso. Parlò così: “Figli miei, tra poco troverete riposo nel vostro lungo pellegrinaggio e i vostri cuori gioiranno al calore di una dimora stabile. Il vostro popolo già vi sta aspettando: dovrete avere pazienza, perché vivono nella tenebra, ma quando la luce illumini le loro menti, riconosceranno che io sono il loro padre. Andate, figli miei, ma prima raccogliete l’alimento che lascerò in questa gola rocciosa: sarà vostro alimento e ne porterete anche all’umanità come un dono del loro Padre Sole”.

il mais: alimento basico per il popolo andino

E mentre i due figli amati si trovavano ancora in ginocchio, Padre Inti si nascose dietro la montagna, lasciando scivolare dal suo manto aureo una cascata di mais. Con la forza di questo alimento e incoraggiati dalla presenza del Padre Sole, i due fratelli continuarono il viaggio, arrivando un giorno all’ingresso di una valle. “Mi sembra che siamo giunti al luogo predestinato” disse il fratello. Gettò il bastone d’oro che iniziò ad affondare nel terreno, fino a sparire. Grande fu lo stupore di entrambi: erano giunti a casa! In questo luogo sarebbe nata più tardi la città di Cuzco, centro dell’Impero Incaico.

Si guardarono attorno: la gente viveva in grotte come animali selvatici, mangiando la carne dei propri nemici. Mallku Kapac e Mama Okllu si avvicinarono e pazientemente, vincendo poco per volta la loro sfiducia, insegnarono il lavoro e la cultura. Lui insegnò a lavorare la terra e raccoglierne i frutti. Lei a filare la lana e tessere. Lui insegnò ad addomesticare gli animali e lei a cucinare. Lui fabbricò oggetti di ceramica e lei insegnò a coprire le nudità con decoro. Lui insegnò la giustizia, fomentò la virtù, insegnò la verità, predicò la parola di Inti e istituì la religione. Lei insegnò la bontà, la mansuetudine e l’obbedienza.

Fu così che i due fratelli e sposi fondarono l’Impero Inca, che più tardi sarebbe stato lo stupore del mondo intero, per la raffinata cultura, la scienza avanzata e l’immensa ricchezza e potere. Senza dimenticare il regalo del Padre Sole: il mais, alimento fondamentale, come pane quotidiano per i discendenti degli Incas e per molti altri popoli americani e – oggi – per molte popolazioni in tutte le parti del mondo.

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America: tanti cammini, un solo cuore

il gruppo delle MC partecipanti all’incontro di Bogotá

 

L’incontro continentale America parla di molti sentieri ed un’unica passione per la missione 

Un tappeto coloratissimo ospita dei personaggi molto interessanti: un uomo davanti a un labirinto, perché la vita è così: sembra un percorso problematico, ma c’è un Centro e una Direzione, c’è il Grande Spirito, secondo la sapienza del popolo Pima degli Stati Uniti. E che dire dell’uomo pensante? Perché la persona è “testa”: è pensiero, riflessione, è importante per questo prendere il tempo necessario per pensare bene, a fondo. Come ha fatto una comunità Yecuana che ha detto al vescovo che aveva bisogno di dieci anni per prendere una decisione, davanti a una proposta che il prelato le faceva! Ecco lì una cuya: mezza zucca che per gli Yanomami è un attrezzo multiuso quotidiano, ma che nelle feste diventa il mezzo della condivisione e quindi simbolo della generosità, il valore supremo per questo popolo. E poi i copricapi dei Huitoto e dei Guaranì, segno della danza, della festa, dimensioni essenziali ed esistenziali dei due popoli. Infine, la statuetta in terracotta di una donna che allatta il figlio, messa su una bandiera coloratissima, rappresenta la Madre Terra che il popolo quechua rispetta e ama come la propria mamma.

i simboli che hanno accompagnato l’incontro

Con questi simboli che ci portano la sapienza e spiritualità dei popoli nativi di America abbiamo iniziato il nostro incontro continentale delle Missionarie della Consolata dell’America, ma come ben ha detto una sorella alla fine dell’incontro, non si è trattato solo di soprammobili, piuttosto abbiamo sentito la presenza viva dei nostri popoli, e il loro sostegno per il nostro cammino.

Eravamo 20 sorelle provenienti da Stati Uniti, Venezuela, Colombia, Brasile, Argentina e Bolivia, accompagnate da suor Natalina Stringari, consigliera generale, e per due settimane ci siamo riunite per condividere esperienze, riflessioni sul carisma e sulla missione che portiamo avanti. E’ stato un tempo di profonda ricchezza, che ci ha riempito di entusiasmo e dato molte luci: le sorelle che vivono con popoli nativi hanno avuto un tempo prolungato per raccontare la loro esperienza e le ricchezze della cultura originaria. Come gruppo, poi, ci siamo prese l’impegno di studiare a fondo un aspetto proprio della cultura ed elaborare un piccolo saggio, da condividere con il resto del gruppo via internet e in un futuro incontro. L’entusiasmo e l’amore che ciascuna ha trasmesso è stato contagioso ed ha moltiplicato la “voglia di missione” che già brucia nei nostri cuori. Davvero fa bene incontrarsi e “contagiarsi”!

le sorelle della Regione Amazzonica Brasiliana

Se è vero che le realtà sono molto diverse, in quanto due comunità (in Argentina e Bolivia) sono con popoli andini, tre con popoli amazzonici (in Colombia, Brasile e Venezuela) e due in riserve indigene (in Brasile e Stati Uniti), ci sono anche molti elementi in comune: anzitutto, la sapienza originaria ha caratteristiche simili ad ogni latitudine della Terra, soprattutto nel suo sguardo olistico che abbraccia tutta la realtà: umana, divina, della Natura, in armonia e complementarietà. Un altro elemento che unisce le nostre esperienze missionarie è il carisma, che determina lo stile della nostra presenza, che cerca di essere semplice e vicino alla gente. Il nostro Padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, e la nostra mamma Consolata, come anche la forza che ci dà l’Eucaristia, sono compagni di viaggio indispensabili per poter vivere la vita a fianco della nostra gente.

“Siamo arrivate da mille strade diverse”, dice un canto. Sembra proprio così anche per noi: siamo arrivate da tanti paesi diversi, da realtà di missione differenti. “Ora siamo un unico cuore” continua il canto, e sembra proprio scritto per noi: come Istituto stiamo camminando verso la unificazione delle nostre realtà di Continente in un’unica Circoscrizione. Sempre più unite, sempre più UNO. Questo incontro ha creato legami forti e significativi tra noi, rinnovando la passione per la missione e lo spirito di famiglia. America: abbiamo tanti cammini ma siamo un unico cuore.

Suor Stefania R., mc

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Bimbo cattivo!

Sunchu Pampa, uno dei luoghi più aridi della zona: con i ragazzi saliamo l’arida collina per chiedere al Dio del Cielo il dono della pioggia

Gli effetti nefasti de El Niño sull’America e in particolare sulla Bolivia

vista satellitare del Niño: il rosso indica il surriscaldamento dell’Oceano Pacifico che porta conseguenze letali al Continente Americano

Non so perché lo abbiano chiamato Niño, né lo voglio sapere, ma questo bambino (questo significa tale parola in spagnolo) è un bimbo molto, molto cattivo: ci fa stare a naso in su tutto il giorno, implorando pioggia da un cielo senza nuvole. Ad ogni batuffolo bianco (meglio se scuro) che appare nel blu intenso, si aggrappa la speranza di una pioggia che non arriva. Il suono di tuoni diventa musica alle orecchie, ma niente: partiamo per l’Argentina, a fine dicembre, con l’angoscia di non aver visto iniziare la stagione delle piogge.

Fin dagli Anni Ottanta la Bolivia è stata colpita da una serie di siccità che, poco per volta, hanno obbligato la gente a lasciare l’Altipiano Andino in cerca di lavoro nelle città o migrando verso Argentina, Brasile, Europa. Siamo arrivate a Vilacaya nel 2013: la gente si lamentava già della diminuzione delle piogge, ma nel corso di questi quattro anni abbiamo potuto constatare con i nostri occhi la progressiva desertificazione della zona, con una stagione delle piogge ogni volta più ridotta. Il meglio del peggio è stato l’anno scorso: non raggiunge i due mesi il tempo delle precipitazioni, ad aprile si parla già di scarsità delle risorse idriche, e sappiamo che le piogge, nella migliore delle ipotesi, non arriveranno prima di ottobre. Ma il peggio del peggio è ora: se siamo arrivati a fine 2016 arrangiandoci e soffrendo un poco, che sarà di noi, della nostra gente, nel 2017, se le piogge non riforniscono d’acqua le vene sotterranee?

effetti del Niño: siccità…

Molte volte si dice “l’acqua è vita”, ma fin quando non lo si prova sulla propria pelle, non si comprende la profonda realtà che si afferma. E c’è anche il rovescio della medaglia: “La mancanza d’acqua è guerra”. Sì, ve lo assicuro: se manca il prezioso liquido cristallino, tutti si barricano in difesa del poco che possiedono, e questo a grande scala come nel piccolo dei villaggi. E adesso mi spiego: Cile, il miglior nemico della Bolivia, fin da quando quest’ultima ha perso il suo sbocco al mare in una guerra persa con il vicino lungo e stretto. Da sempre – e soprattutto nel governo di Evo Morales – la rivendicazione del mare è un tema da sbattere sul muso al Cile. Ma quest’anno, quando la sete ha iniziato a farsi sentire, scoppia il caso: il Cile ha rubato da anni l’acqua di un fiume in territorio boliviano. Rubato? Sicuramente c’era stato un accordo più o meno formale per l’installazione di tubi e canali che derivavano l’acqua verso i campi cileni. Solo che adesso l’oro blu  vale più dell’argento, che 500 anni fa aveva ipnotizzato gli spagnoli. Si parla persino di un dispiegamento di carri armati al confine: la guerra dell’acqua è alle soglie. Nel nostro piccolo, Vilacaya va nella vicina comunità di Mulahara, per chiedere di poter incanalare l’acqua e migliorare un poco la situazione, ma i vicini si rifiutano: hanno paura che in tempi peggiori verrà a mancare loro. E pensare che i loro figli vengono a Vilacaya per la scuola superiore, ma niente: la paura vince sulle buone ragioni.

…e inondazioni

In novembre è caos totale: le grandi e popolose città iniziano a razionare l’acqua – certo, soprattutto nei quartieri poveri – e la situazione si aggrava in La Paz. La gente inizia a vendere secchi d’acqua come se fosse oro, le motobotti la forniscono a lunghe file di persone assetate. Cile si offre di aiutare Bolivia, ma il presidente Evo dice: “No, grazie: ce la facciamo da soli”. In dicembre iniziano precipitazioni, alle volte violente, con grandine, prostrando i contadini. In altre parti, come il dipartimento di Potosí, nemmeno una goccia.

Tutta colpa di quel bimbo cattivo! Ma di chi è figlio? Ciascuno faccia il DNA del proprio stile di vita, e si riconosca padre/madre di questa creatura…

suor Stefania Raspo, mc

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Pecora o agnello?

Incontro faccia a faccia con il Signore

Padre Emilio spiega la nostra relazione con Dio mettendo come esempio la capra, che non obbedisce, e la pecora, che invece è docile al pastore, e come dovremmo essere come pecore, e non come capre.

La guida nell’Altipiano, a parte discese e salite, curve e controcurve, è molto tranquilla: quasi non c’è traffico, meno che nell’ora di punta: dalle 14 alle 17 è facile trovare greggi che attraversano la strada: è il tempo del loro viaggio pendolare, dal pascolo al fiume per abbeverarsi, e poi nel recinto fino all’indomani.

Le pecore sono un po’ tonte, uno lo impara con l’esperienza: se passa una macchina, non sanno scansarla, ma sapendolo, basta avere un occhio di riguardo e aspettare che siano lontane dalla macchina per evitare incedenti. Mi è successo un pomeriggio, mentre marciavo sulla nostra unica strada asfaltata, che una pecora stava attraversando: rallento per darle il tempo di lasciarla passare, poi continuo, senonché la bestiola decide di ritornare indietro e… già non avevo il tempo di frenare, e la povera soccombe alle lamiere della jeep. Mi ha dato tanta pena uccidere un animale, sapendo anche che è fonte di vita per la famiglia che la possiede. Fatto sta che proprio in quei giorni il Vangelo domenicale presentava il Buon Pastore, e Padre Emilio spiega la nostra relazione con Dio mettendo come esempio la capra, che non obbedisce, e la pecora, che invece è docile al pastore, e come dovremmo essere come pecore, e non come capre (esempi ben conosciuti a un’assemblea di contadini e pastori).

La capra – penso io come autista – è molto più intelligente della pecora: scansa gli ostacoli, sarà più inquieta, ma almeno non dà problemi… E allora inizio la mia ennesima lotta con Dio: “Ah si? Ci vuoi pecore? Significa che ci vuoi persone tonte, facili da maneggiare???” Per un po’ di giorni continuo la mia litigata con Dio, poi tutto si placa, ma mi accorgo che qualcosa è cambiato: è diminuita la mia fiducia in Lui. Ovvio, ci vuole pecore sceme… che Dio è?

Passano i mesi, e mi ritrovo in un tempo prolungato di preghiera, in preparazione ai voti perpetui. Lì, nel silenzio, il Signore mi presenta il suo vero volto: il volto di un agnello. UN AGNELLO!!! Solo chi fa esperienza quotidiana di un gregge, può capire di cosa si tratta: l’agnello, il piccolo della pecora, è un essere fragile. E’ bello da vedere, ma piccolo e indifeso. Gli uccelli rapaci o le volpi possono cacciarlo facilmente. I primi giorni di vita le sue gambe esili lo reggono a malapena in piedi, e la mamma lo aiuta spingendolo con il muso.

UN AGNELLO!!! Solo chi fa esperienza quotidiana di un gregge, può capire di cosa si tratta: l’agnello, il piccolo della pecora, è un essere fragile. E’ bello da vedere, ma piccolo e indifeso.

Il Signore, con il quale litigo per essere considerata un po’ più di una pecora, Lui è una pecora, o meglio, molto meno di una pecora: un piccolo fragile, umile. E’ così a Betlemme: il Dio che si fa piccolo, bisognoso di cure. E’ così a Gerusalemme: un uomo inchiodato a una croce. Il nostro Dio, è un Dio umile.

Le lacrime bagnano i miei occhi: Dio si rivela più in basso di me. Non lassù nel cielo, avvolto di gloria e potenza, ma sotto di me. Allora le ginocchia si piegano, e io mi prostro. Non mi abbasso davanti a un Dio che sta sopra e potrebbe pestarmi con un suo piede, ma mi inginocchio per trovare là, sotto le mie ginocchia, il Dio umile, il vero Dio.

E’ la prima volta che sento il desiderio di inginocchiarmi. Ho sempre opposto resistenza, forse proprio perché ero in ribellione davanti ad un’immagine di Dio potente e oppressore. Invece ora ne sento il bisogno: le difese sono abbassate, chi può avere paura di un agnello? Ho bisogno di inginocchiarmi davanti a un Dio che non forza nulla nella relazione, che cede sempre, perché l’amore sempre cede. Mi inginocchio perché Dio è piccolo, così come si fa con un bambino, per poter guardarlo negli occhi alla stessa altezza.

Mi inginocchio perché non ho più niente da difendere, né una  trincea da scavare, solo un Dio da incontrare. Nell’umiltà.

Stefania Raspo

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In Oceania!

bevendo mate e condividendo la vita

Una missione che dilata il cuore fino agli estremi confini della Terra

I progetti, i sogni fanno parte della vita di ciascuno, e anche della nostra famiglia missionaria. Ed ecco che ci ritroviamo a sognare nuovi orizzonti di missione, là dove il Signore ci chiamerà… Non importa se siamo meno sorelle, è questione di fedeltà alla chiamata che il Signore ci ha fatto mediante il nostro carisma ad gentes… Asia: l’odierno campo della prima evangelizzazione. Oceania: un continente lontano in molti sensi, e nel quale non siamo ancora arrivate… o forse si?

Mi ritrovo con le nostre sorelle “Sacramentine” per una merenda e qualche chiacchiera: durante l’Assemblea della regione Argentina Bolivia, la presenza delle nostre sorelle anziane è stata così preziosa, che mi è venuta voglia di far loro un’intervista di gruppo. Cosa significa essere “missionaria sacramentina”? Stanno portando avanti una nuova missione da qualche anno, e parlano di “apostolato mistico”. Cosa significa? Lasciamo a loro la parola!

“Siamo arrivate a questa casa che accoglie le sorelle anziane, dopo tutta una vita di missione e apostolato” inizia suor Orlanda, missionaria in Formosa e Chaco per molti anni “avremmo potuto sentire che era la morte, o l’attesa della morte…”

“In un momento in cui, per l’età, i limiti, ci hanno indicato una nuova direzione nella nostra missione, l’orizzonte si è aperto: abbiamo sentito fuoco nei nostri cuori e con una nuova speranza e con passione apostolica, con amore e generosità ci siamo disposte a una nuova missione: l’apostolato mistico”


Ma in cosa consiste questo apostolato mistico?

“Il nostro Fondatore ci ha sempre volute “sacramentine”, che significa essere missionarie che trovano la propria energia davanti al Tabernacolo, nella relazione viva con Gesù Sacramentato. Questo vale per ogni Missionaria della Consolata. Però l’apostolato mistico è un’altra cosa, è la nostra nuova missione: come Santa Teresa di Lisieux, che non è mai uscita dal suo convento, ma è patrona delle Missioni”

“Se in tanti anni di missione che il Signore ci ha regalato, Lui fu colui che ci ha sostenute, ci ha dato tanta vita per donarlo agli altri, in Lui “Guardiamo al passato con riconoscenza” e iniziamo una nuova storia nelle mani dell’amore del Padre”.

Una nuova storia e una nuova missione che già le ha portate in Oceania!

“L’Istituto” ci condivide suor Maria dos Anjos “ sta facendo una riflessione profonda per aprire una nuova missione in Asia. Forse un giorno la nostra famiglia arriverà anche in Oceania, però noi Sacramentine siamo già lì! Infatti, con la nostra preghiera visitiamo i cinque Continenti e ogni giorno andiamo anche in Oceania. E’ un apostolato più ampio il nostro…”

Concretamente, come si svolge il giorno di una suora Sacramentina?

“Di mattina” ci racconta suor Francisca “ho il compito di leggere il giornale e prendere nota delle notizie dal mondo, delle situazioni che hanno bisogno della presenza di Dio e della sua consolazione. Le condivido con le altre sorelle e davanti a Gesù, in adorazione, le presentiamo al Signore”.

“Ognuna di noi ha quotidianamente un’ora di adorazione. Il lunedì tutta la comunità si unisce al pomeriggio nella preghiera”.

“Concretamente, viviamo la giornata con disponibilità, preghiera, offerta, tutto fatto con amore verso Cristo, affinché Egli giunga a tutta l’umanità, senza frontiere. E così, diamo il nostro sostegno e la nostra forza all’Istituto e alle nostre comunità che vivono l’apostolato diretto, annunciando e donando la consolazione lì dove Dio le vuole”.

“Un sacerdote una volta ci ha detto: il rischio che tutti possiamo correre, è quello dell’indifferenza e del dimenticare gli altri, con la scusa che non possiamo risolvere i problemi del mondo. La priorità del Cristiano e del Religioso, tanto più del Missionario, è un fuoco che dovrebbe ardere dentro di noi e che si manifesta a favore dei più bisognosi”

 

Qual è la gioia più profonda che ti dà l’essere Missionaria Sacramentina?

“Quando sono andata in pensione, dopo tutta una vita dedicata all’insegnamento” condivide suor Francisca “ho sentito un vuoto molto grande, senza il contatto quotidiano con i ragazzi e le persone. Però ho appreso a pregare per le cose della gente, e questo mi ha dato una gioia grande. E’ un apostolato importante, grazie alla forza che ha la preghiera”.

“Lo stare più unita a Gesù” ci dice suor Antoniana “è fonte di grande gioia”

E suor Floranna aggiunge: “Dopo una vita di servizio e missione, l’apostolato mistico mi ha dato molta gioia, ha dato senso alla mia vita, mi fa sentire utile”.

E noi sorelle sappiamo quanto è importante la preghiera delle nostre Sacramentine, che sostengono la nostra missione!

Suor Maria dos Anjos ci condivide: “La più profonda gioia è vivere il momento presente, il momento che mi tocca vivere, con serenità, attenta alle necessità del mondo. L’incontro con il Signore è la forza della mia vita: mi ha dato gioia, entusiasmo, voglia di fare. Sempre nel mio apostolato ho accompagnato i malati, e ora continuo ad accompagnarli davanti al Tabernacolo”.

Quasi scherzando, le Sacramentine ricordano uno slogan del nostro Istituto: “Andare dove nessuno vuole andare” e lo applicano alla loro missione: certamente nessuna vorrebbe essere Sacramentina, se lo si considera come un essere anziana o malata, senza la possibilità di andare in missione. Ma loro sentono tutto questo come una nuova missione: andare dove nessuno vuole andare, però dove loro hanno trovato la loro felicità. Arrivando fino in Oceania!

a cura di Suor Stefania Raspo, MC

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2015: UN ANNO MEMORABILE PER LA CHIESA BOLIVIANA

Papa Francesco in visita a Bolivia

Dare dalla povertà

Un giorno il vescovo di Potosí, mons. Ricardo Centellas, raccontava a noi suore circa gli incontri nazionali dei sacerdoti diocesani, che si tengono annualmente, con sede a rotazione per facilitare lo spostamento di tutti (una volta sarà vicino per alcuni, la volta dopo per gli altri…). Alla domanda che pongo candidamente: “Quanti sono i preti diocesani in Bolivia?”, ricevo una risposta che mi lascia senza parole: “800 circa”. Il confronto con la situazione italiana è immediato: la mia diocesi di origine – Saluzzo, in provincia di Cuneo – pur essendo piccola, conta ancora un centinaio di sacerdoti. La Bolivia, Paese grande tre volte l’Italia, ne ha solo 800!

Si tratta, in realtà, di una situazione comune in America Latina: grandi estensioni di territorio, popolazione per lo più concentrata nelle città, una parte dispersa nel territorio non urbano. Diocesi sconfinate, che non riescono a coprire tutte le parrocchie con la presenza di un sacerdote. In un incontro pastorale, sempre mons. Ricardo faceva notare – commentando alcuni documenti del Concilio Vaticano II – che quasi tutti i suoi preti erano nati dopo il Concilio, si tratta quindi di un clero locale giovane, a differenza di quello che siamo abituati a vedere in Europa. Giovani, ma pochi.

“Una realtà comune in America Latina: Diocesi sconfinate, che non riescono a coprire tutte le parrocchie con la presenza di un sacerdote.”

Il 2015 è stato un anno molto importante per la Chiesa Boliviana: fin dal 2014 è iniziata la preparazione capillare al grande evento del Congresso Eucaristico Nazionale, svoltosi nella città di Tarija nel mese di settembre 2015, il cui titolo era: “Pane spezzato per la vita del mondo”. Ogni diocesi ha mandato i suoi rappresentanti, oltre a celebrare a livello locale il proprio congresso.

In realtà, l’evento era previsto per luglio, nel periodo delle vacanze invernali (siamo nell’emisfero sud, le stagioni sono al rovescio), ma proprio in quei giorni è avvenuta la breve visita di Papa Francesco, che arrivava dall’Ecuador e che si sarebbe poi spostato in Paraguay, per terminare il suo viaggio apostolico in America Latina. All’aeroporto di El Alto, a più di 4000 m di altitudine, il Pontefice è stato accolto formalmente – e anche un po’ freddamente – dal Presidente Evo Morales, che gli ha subito messo al collo una splendida “ch’uspa” contenente foglie di coca. Si tratta di una borsa che l’autorità originaria appende al collo, nella quale mette la coca da condividere nei raduni. Era un segno forte e significativo: Evo ha da sempre lavorato per la legalizzazione a livello internazionale della coca; in più, questa pianta sacra è un simbolo dell’identità del popolo andino, e la “ch’uspa” è un oggetto che indica il riconoscimento di un’autorità, in questo caso dell’autorità del Papa. Vorrei qui precisare che le foglie di coca non sono una droga: la coca è una pianta le cui foglie hanno tante proprietà a livello medicinale, e non crea dipendenza. La sapienza originaria ha saputo utilizzare la pianta per vivere e sopravvivere nel duro clima dell’Altipiano Andino. Il lato oscuro del cuore umano è riuscito a modificare chimicamente le foglie di coca in droga (cocaina e eroina). Se non bastasse la mia spiegazione per convincervi, vi racconto di una straniera che, non sentendosi molto bene a causa dell’altitudine, e non volendo masticare foglie di coca, né berne la tisana, ha voluto andare in una farmacia. Il farmacista le ha detto: “Beva una tisana di foglie di coca. Non c’è altra soluzione!”.

“Mi pare che tutti i momenti di incontro tra il Presidente dello Stato Plurinazionale e Papa Francesco abbiano avuto questa ambivalenza: da una parte, rendere onore al Capo della Chiesa Cattolica, dall’altro sottolineare fortemente l’identità dei popoli nativi, ma in un modo contrastante.”

Mi pare che tutti i momenti di incontro tra il Presidente dello Stato Plurinazionale e Papa Francesco abbiano avuto questa ambivalenza: da una parte, rendere onore al Capo della Chiesa Cattolica, dall’altro sottolineare fortemente l’identità dei popoli nativi, ma in un modo contrastante. Ed in effetti, la politica dell’attuale governo ha avuto numerose occasioni di scontro con la Chiesa, a tutti i livelli. Si associa la Chiesa al colonialismo, e vi è pure un revival della religione tradizionale, movimento più ideologico e politico che reale: come si può recuperare e far rivivere una religiosità di cinque secoli fa, in un mondo tanto diverso e con il peso che ha la storia? Fino al Concilio Vaticano II, la ritualità originaria era considerata un peccato da confessare, ma negli ultimi 50 anni la gente (preti compresi) è uscita dalla clandestinità, e in frequentatissimi santuari mariani quali sono Copacabana e Urkupiña, convivono pacificamente le celebrazioni cristiane e le ritualità originarie. Non c’è contrasto: la sapienza del popolo ha saputo accostare le espressioni tipiche della religiosità ancestrale con la nuova fede che hanno portato gli Europei. La simbiosi è riuscita così bene che oggi essere Quechua o Aymara significa, per i più, anche essere cattolici. Per questo e altri motivi la diffusione delle Chiese evangeliche non ha avuto grande successo, se non in alcuni contesti urbani.

Papa Francesco, oltre alle visite formali con le autorità civili e con diversi gruppi ecclesiali, ha incontrato i movimenti sociali, riuniti in Forum a Santa Cruz de la Sierra, e i detenuti del carcere di Palmasola. Ai primi ha ricordato le tre “T”: “trabajo, tierra” techo y (lavoro, casa e terra) come i diritti fondamentali di ogni persona; ai detenuti si è presentato come un uomo dai molti peccati che è stato perdonato: “Quello che ho e che voglio condividervi è questo: Gesù Cristo, la misericordia del Padre”. Il Pontefice, come pellegrino della misericordia di Dio, non si stanca in tutti i luoghi di ricordare che il nostro è un Dio d’amore e di perdono, e allo stesso tempo sprona i fedeli e le autorità civili a cercare sempre la giustizia, la difesa dei più deboli, contro una cultura dello “scarto” per cui si dà valore e possibilità solo a chi è utile e non è considerato un peso dalla società.

“Il Pontefice, come pellegrino della misericordia di Dio, non si stanca in tutti i luoghi di ricordare che il nostro è un Dio d’amore e di perdono”

Ai sacerdoti e religiosi riuniti, ha spiegato in maniera semplice ma chiara e diretta – secondo il suo stile – la parabola del cieco Bartimeo, identificando le tre reazioni davanti al suo grido di supplica con altrettanti atteggiamenti che si possono assumere davanti al clamore dei fratelli: passare oltre (cioè l’indifferenza); lo “sgridare il gridante”, quando il disagio del fratello diventa un problema o un peso; e poi l’atteggiamento positivo: l’incoraggiamento ad alzarsi e camminare, aiutare il fratello a incontrare Gesù. Una Chiesa vicina a tutti, che si fa sorella e madre di tutti.

Ancora con il cuore palpitante per la visita del Papa, ben 2000 persone hanno partecipato, in settembre, al Congresso Eucaristico Nazionale. Le famiglie di Tarija hanno aperto le loro porte e, con l’accoglienza squisita tipica dei Boliviani, hanno ospitato i congressisti nelle loro case. Per una settimana sono riecheggiate le parole di Francesco che, inaugurando l’evento durante la sua visita, aveva ricordato che l’adorazione e la comunione con Gesù Eucaristico liberano dall’individualismo e costruiscono la fraternità nella Chiesa.

“L’adorazione e la comunione con Gesù Eucaristico liberano dall’individualismo e costruiscono la fraternità nella Chiesa.”

Il 2015 è stato un anno molto intenso e significativo per la Chiesa boliviana, e non è che l’inizio: già è cominciata la preparazione per il Congresso Missionario Continentale che si terrà nel 2018. Una Chiesa viva che, pur nella sua povertà, sa dare tutto quello che ha. E riceve le lodi del suo Signore, allo stesso modo della vedova che getta due spiccioli nel tesoro del Tempio.

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti Maggio – Giugno 2016

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Attorno ad una pentola

Tra donne ci si capisce, soprattutto attorno ad una pentola

Era la seconda visita alla comunità di Tañavillque: ci aspettavano, come programmato nel nostro primo incontro, alle 7 della mattina per la riunione con le mamme. La sera precedente, a cena, cercavamo di preparare l’incontro: che diremo loro? Su quale tema possiamo basare la nostra riunione? Eravamo un po’ indecise, per diverse ragioni: l’ostacolo più grande era il problema della lingua, infatti le donne parlano prevalentemente il quechua, e non sapevamo fino a che punto capivano lo spagnolo.

Partiamo da Vilacaya quando le prime luci dell’alba si presentano pigramente all’orizzonte: poco per volta, nel nostro viaggio tra valli e colline, i raggi del sole colorano le punte delle montagne, che ci lasciano senza parole nella loro bellezza. Arriviamo, puntuali come orologi svizzeri, alle sette spaccate. Le mamme arrivano alla spicciolata, e le scopriamo nel cortiletto dietro la scuola attorno al fuoco, indaffarate a pelare e tagliare le verdure per la minestra. Ci mettiamo anche noi attorno al fuoco, sorridendo ai bambini avvolti nell’aguayo, sulle spalle delle loro mamme. Iniziamo a chiacchierare con le signore, che si dimostrano aperte e loquaci. Ridono quando cerchiamo di spiccicare qualche parola in quechua, e sono contente quando ci mettiamo a scuola di cucina: stanno preparando la k’alapurka, una minestra a base di farina di mais, che si fa cuocere al contatto con pietre roventi. Il tempo passa, attorno alla pentola, sereno e tranquillo: tra donne ci capiamo senza tante parole, in un ambiente naturalmente femminile, quale è una cucina. Alcune si aprono con fiducia: una giovane ci racconta della sua vita e dei suoi sogni, ci fa entrare nello spazio sacro della sua storia.

Ci prendiamo in giro da sole: la notte precedente ci siamo scervellate cercando un tema da trattare a mo’ di lezione, un po’ troppo abituate a certi schemi mentali e missionari… mentre l’incontro è stato puramente e semplicemente INCONTRO!

La k’alapurka è pronta: ci trasferiamo in un’aula della scuola rurale, e ci godiamo il buon piatto. Nella cultura quechua si parla molto con il cibo, e questa k’alapurka ci dice quanto siamo ben accolte. Le donne avevano espresso il desiderio di imparare taglio e cucito e maglieria: proponiamo loro di iscriversi ad un corso, tenuto dalle suore del Bambin Gesù; con gioia constatiamo che un gruppetto è interessato alla proposta e sogna di poter sbarcare il lunario per il bene della propria famiglia e della comunità. Tañavillque è una borgata piccola e umile, ma ammiriamo la voglia di vivere di questo gruppetto di contadini che – ogni anno di più – deve lottare contro il cambio climatico che li spinge al limite della sussistenza, e forse quest’ anno alla fame.

Concludiamo l’incontro con la celebrazione della Parola. Cantiamo insieme: “La tua Parola è luce che illumina la nostra oscurità”. Sì: la tua Parola è luminosa come il sole nell’Altipiano, che splende e dona a tutti il suo calore. Ti presentiamo Reyna, Lidia, Benita… e tutte le nostre amiche di Tañavillque: sii Tu la luce e la forza che permette loro di continuare il cammino, di perseverare con tenacia in questa meravigliosa vocazione che hai affidato alla donna: di far crescere e avere cura della vita.

Suor Stefania Raspo

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