La piccolezza di Dio

… proviamo a chiederci anche se qualcuno di noi sceglierebbe di divenire piccolo quanto Dio. Cioè, di scendere, di svuotarsi, di annientarsi per amore.

L’incredibile capacità di Dio di farsi piccolo: forse è ciò che riesce a stupirci di più, ad affascinarci, ad intenerirci e catturarci – tra stupore e incredulità – incantati davanti al presepe.

Tempo fa rimasi particolarmente colpita da una riflessione che il Vescovo di Civita Castellana, diocesi di appartenenza della nostra Casa Generalizia, ci offrì in occasione del pellegrinaggio della statua di San Michele Arcangelo alla parrocchia di Nepi. Partendo dal significato del nome Michele – “chi è come Dio” – Mons. Rossi si inoltrò nel mistero della grandezza di Dio, ma anche della sua piccolezza. Ci è piuttosto facile pensare che, certo, nessuno è come Dio perché Dio è grande, è infinito, mentre le creature sono piccole, finite.

Benedetta piccolezza di Dio, che scende in mezzo a noi! Benedetta piccolezza di Dio, che si fa bimbo per noi! Benedetta piccolezza di Dio che si fa pane e vino, cibo e bevanda per noi!

Dio è onnipotente, onnisciente, onni… mentre sarebbe assai presuntuoso applicare il prefisso “onni” a una creatura. E’ quindi evidente che nessuno è come Dio perché nessuno è grande quanto Lui. Però, ci aiutò a riflettere il Vescovo, proviamo a chiederci anche se qualcuno di noi sceglierebbe di divenire piccolo quanto Dio. Cioè, di scendere, di svuotarsi, di annientarsi per amore. Di farsi piccolo, piccolissimo, Lui, l’Infinito, di nascere in una grotta, di vivere in un minuscolo villaggio lavorando come falegname, essendo Dio. E di farsi Servo per amore, Colui che lava i piedi, Colui che perdona gli insulti e le offese, Colui che dona tutto se stesso e si consegna alla morte, e alla morte di croce. Chi è come Dio nella sua piccolezza?

Benedetta piccolezza di Dio, che scende in mezzo a noi! Benedetta piccolezza di Dio, che si fa bimbo per noi! Benedetta piccolezza di Dio che si fa pane e vino, cibo e bevanda per noi!

Vieni, Signore Gesù nella nostra piccolezza e rendila Tua. Tu, Infinito che sai raccoglierti  in un frammento di pane, feconda di Eterno ogni frammento della nostra esistenza! Tu, Verbo che ti congiungi alla carne, rendi la nostra umanità trasparenza dell’Invisibile! Tu, Creatore che dimori nella creatura, donaci un cuore puro che ti sappia vedere in ogni cosa! Tu, Onnipotente che gioisci per i tuoi piccoli, donaci la letizia dei piccoli che sanno gioire di Te!

Maranatha, vieni Signore Gesù!

Sr Simona Brambilla, MC

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Insieme, nella stessa barca, verso l’altra riva

Fine dell’Istituto è la nostra santificazione e l’annuncio di Cristo ai non cristiani come partecipazione alla missione di Dio.

L’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata, fondato a Torino (Italia) il 29 gennaio 1910 dal sacerdote Giuseppe Allamano, è una Congregazione religiosa missionaria di diritto pontificio.

L’Allamano, immerso nella contemplazione del mistero di Gesù, Figlio missionario del Padre, sperimenta nell’energia dello Spirito Santo e nella tenerezza di Maria Consolata la gioia della salvezza. In questa grazia di consolazione sente l’urgenza di annunciare Cristo ai non cristiani. Dà inizio al nostro Istituto perché la salvezza, in Cristo Gesù, raggiunga i confini della terra.

Chiamate dallo Spirito Santo a partecipare al Carisma, dono di Dio a Padre Fondatore, noi missionarie della Consolata offriamo la vita per sempre a Cristo, nella missione ad gentes, ossia ai non cristiani, per l’annuncio di salvezza e consolazione.

Fine dell’Istituto è la nostra santificazione e l’annuncio di Cristo ai non cristiani come partecipazione alla missione di Dio.

Attente a cogliere le nuove sfide missionarie, cerchiamo di individuare e rispondere con coraggio e umiltà alle situazioni dei tempi nelle modalità definite dai Capitoli generali.

L’XI Capitolo generale delle Suore Missionarie della Consolata si è svolto dal 2 maggio al 7 giugno 2017 in Casa generalizia a Nepi (VT, Italia). Il 1 maggio il Card. João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, celebrava la solenne Eucarestia di apertura nella cappella di Casa generalizia. L’Eucarestia conclusiva, celebrata da P. Alberto Trevisiol, IMC, nostro confratello e Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana il 7 giugno, ben esprimeva la gratitudine, la meraviglia, la commozione per il percorso vissuto assieme, come famiglia in unità di intenti.

Il percorso di rinascita mira a un rinnovamento, a una rivitalizzazione della Congregazione, paragonata a una vite umile e fruttuosa che ha compiuto cento anni e, come ogni vite, necessita delle cure tenere e forti del vignaiolo, che si esprimono anche in sane e appropriate potature.

L’XI Capitolo generale è stato da noi chiamato il Capitolo della rinascita; il tema era racchiuso infatti in un solo verbo: Rinascere!

Il Capitolo raccoglieva, celebrava e continuava il percorso di rinascita inaugurato durante la preparazione al centenario di fondazione dell’Istituto, celebratosi nel 2010, e rilanciato dal X Capitolo generale nel 2011. Il percorso di rinascita mira a un rinnovamento, a una rivitalizzazione della Congregazione, paragonata a una vite umile e fruttuosa che ha compiuto cento anni e, come ogni vite, necessita delle cure tenere e forti del vignaiolo, che si esprimono anche in sane e appropriate potature. Siamo attualmente 580 professe, di 15 diverse nazionalità, presenti in 17 Paesi in Africa, America, Asia e Europa. Il X Capitolo generale del 2011 aveva affidato alla Direzione generale due importanti mandati: la Rielaborazione delle Costituzioni e il Ridisegnare le Presenze (Ristrutturazione). Questi due processi hanno coinvolto tutto l’Istituto in questi ultimi sei anni. Le Sorelle hanno partecipato con impegno a questi percorsi di Famiglia che hanno richiesto il coinvolgimento di tutte e sono divenuti occasione di preghiera, riflessione, condivisione e trasformazione a livello personale, comunitario, di Circoscrizione, di Istituto. Nel 2014, il I Capitolo Straordinario ha approvato il testo aggiornato delle Costituzioni e ha lanciato la rielaborazione di altri tre documenti del Diritto proprio: il Direttorio generale, il Regolamento amministrativo e il Piano generale di formazione (Ratio formationis), che l’XI Capitolo generale ha riveduto e approvato dopo un cammino che ha coinvolto di nuovo tutto l’Istituto, a diversi livelli, in stile veramente sinodale. Il processo del Ridisegnare le nostre Presenze ha trovato nel I Capitolo Straordinario del 2014 una tappa fondamentale, che ha indicato strade e aperto prospettive. L’XI Capitolo generale ha valutato i passi realizzati e ha progettato quelli futuri. In particolare, l’ultimo Capitolo ha confermato i cammini tracciati dal Capitolo straordinario del 2014, che prevedevano l’accorpamento delle Circoscrizioni in Africa in un’unica Regione, l’accorpamento delle Circoscrizioni in America in una unica Regione, il ridimensionamento deciso e coraggioso delle nostre presenze e attività specialmente in Africa e America e il rafforzamento delle presenze in Asia, in fedeltà al nostro fine specifico: l’evangelizzazione dei non cristiani.

Dopo il Capitolo straordinario del 2014, sia in Africa sia in America si erano realizzati passi intermedi, con la unificazione di alcune Circoscrizioni. Il Capitolo della Rinascita ha valutato positivamente questi passi e offerto orientamenti per continuare il processo iniziato. La diminuzione numerica e di forze è stata per l’Istituto una… energia positiva in quanto ha risvegliato in noi il bisogno di “tornare al Centro”, ossia all’essenziale della nostra vocazione, al primato di Dio e al fine per cui siamo state fondate. Abbiamo così sentito il bisogno di percorsi di rinnovamento e ridisegnamento non soltanto perché stiamo numericamente diminuendo ma soprattutto perché l’Istituto mantenga e sviluppi nell’oggi la fedeltà al carisma originario, perché la vite centenaria continui a generare grappoli succosi e produrre vino buono. Oltre all’immagine della vite e del vignaiolo, un simbolo che ha accompagnato lo svolgersi del nostro Capitolo della Rinascita è stato quello della barca.

Abbiamo così sentito il bisogno di percorsi di rinnovamento e ridisegnamento non soltanto perché stiamo numericamente diminuendo ma soprattutto perché l’Istituto mantenga e sviluppi nell’oggi la fedeltà al carisma originario, perché la vite centenaria continui a generare grappoli succosi e produrre vino buono.

Raccogliendo il percorso di questi anni, così intenso, partecipato, comunionale, il Capitolo ha sentito il bisogno di onorare il contributo originale di ogni Sorella nelle diverse circostanze concrete in cui vive la missione, caratterizzate da gioie e dolori, speranze e fatiche, luci e ombre che si intrecciano a formare il meraviglioso capolavoro della vita di ciascuna e della vita della nostra Famiglia religiosa missionaria. Il Capitolo ha riconosciuto, con gratitudine e meraviglia, affermato e celebrato il Bene, la Benedizione che percorre, come Onda viva e vivificante, forte e soave, la nostra famiglia e la sospinge al largo, piccola e fragile barca affidata al vento dello Spirito, per «passare all’altra riva» (cfr. Mc 4,35-41).

Questa barca, che è l’Istituto, è la nostra casa, è la casa di tutte noi. È una casa in movimento, proprio perché è una barca e… nessuna barca è costruita per rimanere ancorata in un porto sicuro, bensì per solcare le acque! È la barca donataci da Dio per navigare il tempo e lo spazio, staccandosi da rive conosciute, sempre protesa verso rive “altre”, che il fluire dell’Onda e il soffio dello Spirito di volta in volta ci indicano e ispirano. La vela è Maria Consolata, nostra Madre tenerissima. È Lei, ieri come oggi, a intercettare il vento dello Spirito, a gonfiarsi del Suo sospiro e sospingerci verso altri lidi. Al timone c’è, come sempre, Padre Fondatore, uomo dallo sguardo acuto e penetrante, e dall’udito finissimo, capace di captare i gemiti e i sussurri delle acque e del vento, di riconoscere i segni delle stelle e di avvistare da lontano nuovi lidi verso cui dirigere la barca. Nella barca ci siamo tutte noi Sorelle, ma c’è anche e soprattutto il Dio-con-noi, il vero e unico Inviato nel quale, e solo nel Quale, anche noi siamo inviate. C’è Lui, il Signore delle acque e del vento, l’umile Pellegrino che ama viaggiare con noi e come noi, proprio sulla nostra fragile barca di legno, in pieno sole, al chiar di luna o nelle notti senza stelle, identificandosi con noi, con le nostre gioie e dolori, speranze e fatiche, luci e ombre, veglie e torpori, coi nostri gesti, le nostre parole, i nostri sogni, la nostra umanità consacrata, il nostro impasto vivo e vibrante di terra e cielo!

Siamo consapevoli di non essere inviate ad annunciare noi stesse, la nostra potenza, la nostra grandezza, bensì a manifestare in fragili vasi di argilla (cfr. 2 Cor 4,7) la potenza umile, la forza debole, la grazia vulnerabile dell’Amore che è una Persona.

Conosciamo la fragilità della barca, le venature e i nodi del suo legno, le crepe e anche le falle da cui filtra acqua e che abbisognano di essere riparate. No, non ci spaventa questa fragilità, anzi! Siamo certe che proprio quando siamo deboli, è allora che siamo forti, non di noi stesse ma di Colui che è la nostra forza (cfr. 2 Cor 12, 9-10), la nostra gioia, la nostra vita! Siamo consapevoli di non essere inviate ad annunciare noi stesse, la nostra potenza, la nostra grandezza, bensì a manifestare in fragili vasi di argilla (cfr. 2 Cor 4,7) la potenza umile, la forza debole, la grazia vulnerabile dell’Amore che è una Persona. Egli ci avvolge e ci riveste di Sé senza annullare la nostra fragilità, ci rende sempre più Sue e, attirandoci sempre più profondamente in Lui, ci immerge in modo sempre più effettivo nei solchi dell’umanità, nelle ferite del cosmo, della storia e del cuore umano, nel contatto vero – umanissimo e divino – con «la carne di Cristo»1, con «le piaghe di Cristo»2 in noi stesse e nei fratelli e sorelle che incontriamo, per sprigionare dai nostri fragili vasi la fragranza del Suo Profumo, per liberare dalle crepe della nostra creta l’olio della Sua Consolazione!

La barca del nostro Istituto da più di cento anni naviga gli oceani, si stacca da tante rive conosciute e cerca «le isole lontane» (cfr. Is 66,19) seguendo la rotta indicata dalla Stella.

Questa barca umile e fragile, abitata dal Signore, è la casa di tutte noi. Sì, nella barca dell’Istituto dimoriamo e cresciamo, da lei usciamo di buon mattino per incontrare l’altro, per raccogliere il grano maturo dell’esperienza di Dio tra i popoli e per seminare il kerigma. In lei rientriamo la sera per ritrovarci insieme, per il dialogo intimo con Lui, per continuare la navigazione e raggiungere altre rive. In lei, nella barca dell’Istituto, ci incontriamo e riconosciamo Sorelle attorno a Colui che la abita, attorno alla vela della Consolata, attorno al Padre timoniere.

Conosciamo la fragilità della barca, ma conosciamo anche la forza misteriosa della Stella! La barca del nostro Istituto da più di cento anni naviga gli oceani, si stacca da tante rive conosciute e cerca «le isole lontane» (cfr. Is 66,19) seguendo la rotta indicata dalla Stella. Il nostro esperto timoniere è un Padre dallo sguardo sempre puntato all’orizzonte, sì, ma anche rivolto in alto, lassù, per individuare i segnali misteriosi che dalle profondità del Cielo indicano la via. La Stella apparsa oltre cento anni fa non ci ha mai abbandonato. A volte, la notte buia e caliginosa ha cercato di nascondercela, ma Lei è sempre riapparsa, trapassando con la Sua Luce fedele le nebbie più fitte. Come i Magi, anche noi sussultiamo di gioia al vederla! È la Stella del Carisma, capace di far trasalire di esultanza la nostra anima! Quante volte, nella nostra umile barca, immerse nel mare del tempo e dello spazio, sospinte dall’Onda e dal Vento, abbiamo sentito il nostro cuore vibrare di commozione alla Luce della Stella, al percepire ciò che risponde pienamente a quanto iscritto nel «codice genetico» del nostro spirito, ciò che ci identifica come Missionarie della Consolata, ciò che risveglia in noi le migliori energie, ciò che ci rilancia in uscita!

Sì, la Stella del Carisma brilla su di noi e ci conduce, fa risplendere la nostra piccola barca della Sua luce, ci rende sempre più belle, più vere, più donne, più sorelle, più spose e più madri, aprendo la nostra umanità alla fecondità inaudita dello Spirito…

Quante volte nelle visite, negli incontri, nei Capitoli, in questo Capitolo generale abbiamo sentito posarsi su di noi, passare tra noi, infiammare il nostro cuore il raggio caldo, inconfondibile, della Stella del Carisma! Allora, come per incanto, i nostri cuori si sono uniti, le nostre differenze sono diventate passi di danza di una melodia condivisa, le nostre voci hanno cantato la polifonia della comunione! Lungo il viaggio, l’equipaggio della nostra barca diventa sempre più “uno” e nei cuori cresce un senso del “noi” sempre più solido. Non c’è più posto per il “voi” e il “loro” all’interno di un equipaggio affiatato. I membri sono uniti dal desiderio dell’unica meta, e dalla stessa barca che abitano, di cui tutti sono responsabili; la Stella che seguono intreccia la vita di donne consacrate di diversa età, formazione, cultura, origine, esperienza e personalità nella tela viva, colorata, preziosissima della comunione. È il miracolo della Stella! Sì, la Stella del Carisma brilla su di noi e ci conduce, fa risplendere la nostra piccola barca della Sua luce, ci rende sempre più belle, più vere, più donne, più sorelle, più spose e più madri, aprendo la nostra umanità alla fecondità inaudita dello Spirito:

«Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,

la gloria del Signore brilla sopra di te.

Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,

nebbia fitta avvolge i popoli;

ma su di te risplende il Signore,

la sua gloria appare su di te. (…)

Alza gli occhi intorno e guarda:

tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano,

le tue figlie sono portate in braccio.

Allora guarderai e sarai raggiante,

palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,

verrà a te la ricchezza delle genti».

(Is 60, 1-2.4-5)

Sr Simona Brambilla, MC

1 Cfr. Papa Francesco, Veglia di Pentecoste con i movimenti, le nuove comunità, le associazioni e le aggregazioni laicali, Roma, 18 maggio 2013.

2 Cfr. Papa Francesco, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, Roma, 3 luglio 2013: «Dobbiamo toccare le piaghe di Gesù, dobbiamo accarezzare le piaghe di Gesù. Dobbiamo curare le piaghe di Gesù con tenerezza. Dobbiamo letteralmente baciare le piaghe di Gesù». La vita di san Francesco, ha ricordato il Papa, è cambiata quando ha abbracciato il lebbroso perché «ha toccato il Dio vivo e ha vissuto in adorazione». «Quello che Gesù ci chiede di fare con le nostre opere di misericordia — ha concluso il Pontefice — è quello che Tommaso aveva chiesto: entrare nelle piaghe».

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Il latte delle genti

La visione della vita, della persona, del cosmo, i modelli di pensiero, le configurazioni relazionali, il mondo affettivo-simbolico, insomma ciò che costituisce l’anima del popolo e che ne struttura l’esistenza trova il suo centro nella esperienza del sacro.

«Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio.

5Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti.

6Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore. […]

16Tu succhierai il latte delle genti, succhierai le ricchezze dei re.

Saprai che io sono il Signore, il tuo salvatore e il tuo redentore, il Potente di Giacobbe».

(Isaia 60,4-6.16)

L’esperienza di convivenza coi diversi popoli, di contatto con diverse esperienze del sacro, ha sicuramente allargato e approfondito in noi Missionarie della Consolata la comprensione del carisma ad gentes, che si traduce in una particolare visione di missione. Parlo di contatto con le diverse esperienze del sacro perché proprio l’esperienza del sacro costituisce il nucleo di ogni edificio culturale. La visione della vita, della persona, del cosmo, i modelli di pensiero, le configurazioni relazionali, il mondo affettivo-simbolico, insomma ciò che costituisce l’anima del popolo e che ne struttura l’esistenza trova il suo centro nella esperienza del sacro. L’accesso a questi livelli profondi della cultura, ossia il contatto con l’anima del popolo, è condizione imprescindibile per una evangelizzazione che possa chiamarsi tale: «Occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo, […] partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio»1, ci avverte Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi. Allora l’impegno di inculturazione è in definitiva un impegno di contatto spirituale col popolo, con la persona. Ma nel contatto spirituale la comunicazione non avviene a senso unico. Piuttosto, si tratta di uno scambio di doni, di una trasformazione reciproca, dell’arte di lasciare che lo Spirito costruisca ponti su cui le sapienze e le esperienze possano transitare ed incontrarsi. Si tratta in effetti di imparare a ricevere oltre che a dare, di imparare a succhiare, gustare, assaporare con gioia e gratitudine il latte delle genti!

…il nostro Istituto dagli anni ‘80 si è decisamente orientato ad una formazione interculturale, ossia in grado di promuovere la interazione tra sorelle di provenienze e culture differenti.

Se tutto questo è vero per l’evangelizzazione inculturata, lo è allo stesso modo per la grazia della interculturalità all’interno del nostro Istituto, grazia di trasformazione, grazia che ci nutre e ci fa crescere.

  1. Per una inculturazione e interculturalità nel carisma

Vorrei condividere qui sei punti che, nella nostra esperienza di Missionarie della Consolata, risultano importanti per un cammino di inculturazione e interculturalità carismatica:

  1. Crescere insieme

  2. Curare il linguaggio

  3. Imparare a ricevere

  4. Scendere al cuore

  5. Scoprire la saggezza dell’ignoranza

  6. Mangiare alla stessa pentola

  1. Crescere insieme

L’amicizia sincera che nasce tra due sorelle di culture diverse costituisce il miglior antidoto al pregiudizio e al razzismo, che purtroppo può insinuarsi anche nei nostri ambienti.

Percorrere un cammino assieme, superarne le difficoltà e goderne assieme le gioie, ci rende “compagne”, ci rende più sorelle. La formazione iniziale vissuta in gruppi interculturali si rivela per noi come una delle maggiori occasioni di apertura all’altro, al diverso, perché questo diverso diventi “mio”: la mia sorella mi appartiene. E’ anche una occasione preziosissima di “raccolta”, di mietitura delle risonanze carismatiche riflesse e rielaborate a seconda delle diverse esperienze culturali e di rapporto col sacro. In questo senso, il nostro Istituto dagli anni ‘80 si è decisamente orientato ad una formazione interculturale, ossia in grado di promuovere la interazione tra sorelle di provenienze e culture differenti.

  1. Curare il linguaggio

Crescere assieme significa anche avere occasioni concrete per abbattere i pregiudizi. L’amicizia sincera che nasce tra due sorelle di culture diverse costituisce il miglior antidoto al pregiudizio e al razzismo, che purtroppo può insinuarsi anche nei nostri ambienti. Antidoto molto più efficace di molte conferenze sul tema. Se tua sorella, che ami, è cinese e tu non lo sei, difficilmente sarai disposta ad accettare pregiudizi sui cinesi. Imparerai anche a curare il linguaggio, troppo spesso succube di stereotipi e rivelatore di un pensare e sentire ancora colonizzato dal pregiudizio. Quando si parla di “noi” e “voi” e quindi di “loro”, si accende la spia di un problema. Che cosa differenzia i “loro” dai “noi”? Chi sono i “loro”? E i “noi” chi siamo? Che cosa o chi qualifica l’appartenenza?

L’accesso al cuore della persona significa anche l’accesso al suo cuore culturale. E se desideriamo davvero raggiungere gli strati più profondi della persona e del popolo, un atteggiamento imprescindibile è l’ascolto e la disposizione ad imparare.
  1. Imparare a ricevere

Coltivare quella squisita espressione di amore che è la recettività, l’accoglienza. Che poi è una prerogativa tutta femminile. Credo che la cura della femminilità consacrata e della dimensione femminile della missione sia uno dei fattori di inculturazione carismatica più potente2. Non per niente l’Incarnazione avviene in una donna. Il carisma lo vivo se diviene “mio”, se si fa carne in me. L’altro lo accolgo davvero se diviene “mio”, del mio sangue, appartenente davvero alla mia stessa famiglia. Allora sì, me ne prendo cura. E lascio che si prenda cura di me.

  1. Scendere al cuore

Se il carisma non scende al cuore, non diventa parte integrante del sistema che motiva la persona, che ne struttura l’esistenza… se il carisma non diviene in qualche modo la metafora che sostiene la vita della persona, allora la persona non lo ha interiorizzato. Non basta studiare il carisma, i documenti del Fondatore. Occorre che il carisma scenda al cuore, diventi il cuore della persona. Allora la persona lo inculturerà, perché dal tesoro del cuore della persona il carisma saprà trarre cose antiche e nuove e dare ad esse una luce inedita. Ovviamente, perché questo avvenga il cuore deve essere sufficientemente aperto e capace di lasciarsi trasformare nel senso della vita. L’accesso al cuore della persona significa anche l’accesso al suo cuore culturale. E se desideriamo davvero raggiungere gli strati più profondi della persona e del popolo, un atteggiamento imprescindibile è l’ascolto e la disposizione ad imparare. In un clima di ascolto vero, empatico, il cuore della persona e del popolo può aprirsi e fare emergere dal suo scrigno desideri, sogni, esperienze che interagiscono col carisma, arricchendolo di nuove espressioni e suggestioni e nel contempo guadagnando, nel contatto con esso, nuovo splendore.

Colui che viene da fuori, per il fatto stesso della sua diversità o estraneità, ha il potere di fare o suscitare domande che, altrimenti, rimarrebbero inesplorate.
  1. Scoprire la saggezza dell’ignoranza

L’ignoranza può giocare una parte fondamentale nel cammino di inculturazione e di multiculturalità carismatica. L’ignorare il mondo dell’altro (persona o popolo), la sua cultura, le metafore che sostengono la sua vita significa privarsi del contatto con il suo animo, e quindi precludersi la possibilità di una relazione significativa in senso evangelico e carismatico. D’altra parte, la propria ignoranza riconosciuta può essere posta felicemente al servizio di relazioni evangeliche che possono umilmente mediare il passaggio della grazia carismatica. L’ignorante, colui/colei che viene da fuori e non sa niente della cultura del luogo, ha infatti un vantaggio: quello di poter porre domande che chi è del luogo non farebbe mai, perché “ovvie” o sconvenienti. All’ignorante però queste domande sono concesse perché “viene da fuori” e lo si scusa. Colui che viene da fuori, per il fatto stesso della sua diversità o estraneità, ha il potere di fare o suscitare domande che, altrimenti, rimarrebbero inesplorate. A volte le domande apparentemente più semplici sono quelle che aprono strade nuove perché portano la persona (o l’Istituzione) a considerare ciò che, ritenuto “ovvio” o scontato, e assodato, non costituiva più, o non aveva mai costituito, oggetto di riflessione. Quanto abbiamo bisogno di chi “viene da fuori” per allargare la tenda personale, comunitaria e carismatica!

Il dialogo tra carisma e culture non è solo una necessità: è un’opportunità e un dono, un’occasione per scoprire le ricchezze originali che Dio ha posto in ogni popolo, riceverle nella pentola carismatica e condividerle col resto dell’umanità.
  1. Mangiare alla stessa pentola

Felicemente contaminata dal pensare Bantu-Macua, mi piace immaginare le nostre congregazioni come una cucina: tutte noi sedute attorno all’unica pentola, ognuno apportando qualche ingrediente di vita per cucinare una buona polenta che poi nutrirà tutti. Recita un proverbio Macua: «La pentola della polenta è una, le porzioni di polenta sono diverse». Per la cosmovisione bantu-africana, tutti veniamo dalla stessa «pentola», siamo composti della stessa «pasta», ci nutriamo della stessa vita. In una famiglia, non è pensabile cucinare la polenta in tante pentole diverse: la pentola a cui attingere è una, la farina la stessa, pur distribuendosi in porzioni distinte. La Chiesa, che si nutre dello stesso ed unico Pane di Vita, non può non riconoscersi in questa immagine, ed è chiamata a renderla sempre più reale e visibile, non solo a livello liturgico e celebrativo, ma anche a livello di strutture, di economia, di prassi pastorale, di stili di vita e di relazione. Ma questo vale anche per la nostra congregazione. L’inculturazione e la interculturalità carismatica sono una esigenza inderogabile se si vuole accogliere l’invito a mangiare alla stessa pentola. Il dialogo tra carisma e culture non è solo una necessità: è un’opportunità e un dono, un’occasione per scoprire le ricchezze originali che Dio ha posto in ogni popolo, riceverle nella pentola carismatica e condividerle col resto dell’umanità. Perdere l’occasione di entrare in contatto con l’esperienza umana e spirituale di un popolo, significa anche perdere l’occasione di entrare in contatto con un’esperienza di Dio unica e originale, data a quel popolo per essere condivisa ed arricchire, aumentare, trasformare la Vita di tutti coloro che sono disposti a «mangiare dalla stessa pentola». Qual è l’ingrediente proprio e originale che questo popolo può apportare alla congregazione? La sua esperienza di cammino con Dio, quale luce nuova getta sulla comprensione del carisma? Che cosa abbiamo ricevuto da questo popolo? Come questo popolo ci ha evangelizzato? Come ha contribuito alla vitalità del carisma?

  1. Seguendo la tartaruga

Un proverbio macua scirima dice: «La tartaruga viaggia con la sua casa». La gente scirima applica spesso questo proverbio a Dio e tutto ciò che gli appartiene: Dio ha la vita in se stesso, proprio per questo non ha fissa dimora, va ovunque e dorme dove si trova: la sua casa è dappertutto, e ovunque e con tutti si trova “a casa”. Una bella icona dell’inculturazione carismatica! Un carisma vivo non ha fissa dimora, e là dove arriva è a casa sua.

Un carisma che non sia esposto alle provocazioni delle diverse culture, che non sappia “imparare la lingua” di altri mondi impazzisce, come al tartaruga a cui vien imposto di reprimere la sua natura di essere camminante.

Il rapporto tra consacrato (o Istituto) e il popolo da cui viene accolto è di reciprocità: il carisma “passa” dal consacrato/Istituto al popolo ma il popolo restituisce una elaborazione carismatica originale, che reca l’impronta del «genio» del popolo stesso3. La tartaruga mangia la verdura del luogo in cui si trova e questa verdura la nutre e la fa crescere. L’inculturazione carismatica diviene allora vera fonte di rinnovamento: lo stimolo dato dal contatto con esperienze altre, i diversi modi di ricevere e restituire il patrimonio carismatico contribuiscono ad arricchirlo. Nelle parole di Cencini: «E’ questo scambio, questa comunione di viandanti che rende ricca la vita consacrata, impedisce il ristagno del suo sangue e apre i suoi polmoni all’aria pura, favorendo la circolazione della sua energia vitale»4. Un carisma che non sa inculturarsi è morto o sta per morire, malato di arresto cardio-circolatorio, asfittico, come una tartaruga a cui venga impedito di affacciarsi fuori dal suo guscio. Un carisma che non sia esposto alle provocazioni delle diverse culture, che non sappia “imparare la lingua” di altri mondi impazzisce, come al tartaruga a cui vien imposto di reprimere la sua natura di essere camminante. Sì, perché la natura di un carisma, essendo ecclesiale, è in sé missionaria, e chiede di muoversi, di pellegrinare, di incontrarsi con altre espressioni dello Spirito che danza nel mondo. Da questi incontri, il carisma ne esce rigenerato, rafforzato, cresciuto, moltiplicato, fecondo, variopinto, e sempre più se stesso, vigoroso, raffinato, purificato, in grado di restituire alla congregazione nuova vita e nuove prospettive.

Sr Simona Brambilla, MC

1 Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Roma 1975, n. 20.

2 Per approfondire il tema della dimensione femminile della missione, cfr. Brambilla, S., “La dimensione femminile della missione”, in: L’interculturalità: nuovo paradigma della missione. Atti del Convegno IMC sull’interculturalità – Roma, 4-7 dicembre 2009, Roma 2010, pp. 45-57.

3 Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Vita Consecrata, Roma 1996, n. 80.

4 Cencini, A., «Com’è bello stare insieme…» La vita fraterna nella stagione della nuova evangelizzazione, Milano 1996, 85-86.

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L’ECO UMANO DELLO SPIRITO

Vorremmo iniziare questo nuovo sessennio tornando all’icona della Visitazione, da cui tutto è partito, per gustarne il dinamismo missionario e riassaporarne la valenza carismatica, oggi.

Le Suore Missionarie della Consolata hanno celebrato il loro XI Capitolo generale in maggio-giugno 2017. Rileggendo il sessennio appena concluso e guardando al nuovo sessennio che si apre, Suor Simona Brambilla, Superiora generale, rivisita l’icona evangelica della Visitazione.

Due donne, Maria e Elisabetta, sono state le nostre sapienti guide lungo il sessennio appena conclusosi, dal X Capitolo generale del maggio 2011 all’XI Capitolo generale del maggio 2017. Esse ci hanno accompagnato in un percorso di rivisitazione delle radici della preziosa vigna che è l’Istituto, al fine di promuoverne la crescita e la fecondità, in vista della qualità delle uve pregiate, stillanti il buon vino della Consolazione per tutti i popoli e in modo specifico per coloro che non conoscono il Cristo. Davvero il Buon Vignaiolo si è fatto presente, curando la Sua vigna con tenerezza e sollecitudine; la vite ha fremuto di commozione accogliendo le attenzioni di Colui/Colei che quando passa sussurra nella brezza leggera Parole che arrivano al cuore e lo risvegliano, lo rinvigoriscono, lo fanno sussultare. Vorremmo iniziare questo nuovo sessennio tornando all’icona della Visitazione, da cui tutto è partito, per gustarne il dinamismo missionario e riassaporarne la valenza carismatica, oggi.

«In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.  Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

Allora Maria disse: 

“L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre”.

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua».

(Lc 1,39-56)

Maria ed Elisabetta sperimentano la gioia profondissima di un incontro che coinvolge non solo le due donne, ma anche i figli della promessa, frutto delle loro viscere e di una Parola che, discesa dal Cielo si incarna, in modi del tutto diversi, nel tessuto umano di vite ordinarie segnate e trasfigurate dalla straordinarietà dell’avvento del Signore.

Il primo effetto della maternità di Maria è dunque il muoversi, l’andare, l’uscire da Nazaret per condividere la Gioia.

Maria si alza e va: divenuta sposa e madre, sospinta dallo Spirito che la riempie di Sé, Maria non trattiene la gioia, la consolazione! Adombrata da Dio, avvolta dalla sua tenerezza, eccola correre verso Elisabetta per condividere con lei l’Ombra benefica che la protegge, l’Abbraccio caldo che la sostiene, la Nube luminosa in cui è immersa. Sì, Maria stende il suo manto, la sua capulana, la sua kanga, il suo kitenge, dal suo aguayo, il suo sarong1 su sua sorella, moltiplicando la gioia, la pace, la shalom!

Il primo effetto della maternità di Maria è dunque il muoversi, l’andare, l’uscire da Nazaret per condividere la Gioia.

Arrivata alla casa di Elisabetta, vi entra. Che bello questo primissimo passo di avvicinamento all’altra! Maria, colma di Gioia, entra nella casa dell’altra, nel suo mondo, nella sua vita, bussando delicatamente alla porta e attendendo il permesso per accedere. Entra, Maria, non chiama fuori Elisabetta ma entra in casa sua e vi rimane, divenendo parte della famiglia, lasciando che le consuetudini, il linguaggio, le tradizioni, i sapori, i colori, gli aromi, i segreti di Elisabetta e Zaccaria penetrino nel suo animo, arricchiscano il suo bagaglio interiore mentre lei condivide la Pienezza! Sì, perché la Gioia che la riempie non esclude nessuno e non vanta autosufficienza, anzi, dilata il cuore di Maria agli spazi infiniti dell’accoglienza di Dio, alla Sua umile e appassionata sete dell’altro!

Shalom! È la prima parola che Maria pronuncia. Semplice, densissimo e sconvolgente, shalom è l’annuncio che fa sussultare la creatura nel grembo di Elisabetta, e non solo. Con Giovanni sussulta ogni germe di vita nel cosmo, abbandonandosi all’ebbrezza della danza, trascinato dalla melodia che fluisce dal nucleo densissimo di quella parola: Shalom! «Il Verbo immenso che distende i cieli, a cui le stelle rispondono per nome e regge nella mano l’Universo»2 si lascia mediare dalla voce dolce e cristallina della Madre: Il saluto di Maria è somma benedizione, balsamo di vita, risveglio del desiderio assopito, consolazione per ogni cuore, invito alla danza della comunione!

La Pienezza è inarrestabile, la Gioia è contagiosa, lo Spirito è incontenibile: Elisabetta, travolta dall’esperienza del sussulto, diviene – lei pure – voce. Voce benedicente, voce della benedizione che tutto il creato eleva alla Madre e al Creatore che in Lei ama racchiudersi, accoccolarsi, nascondersi, rivelarsi: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! Il saluto di Maria innesca la polifonia benedicente del creato, riattiva in Elisabetta i canali attraverso cui tale polifonia scorre, prende carne e voce, si manifesta in parola e canto.

Elisabetta è l’eco umano dello Spirito, che ripete con voce di donna, sorella, madre, amica quanto Maria aveva sentito all’Annunciazione. Che bella questa reciprocità del dono!

In Elisabetta trova espressione lo stupore attonito dell’universo intero: A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Maria, uscita da Nazaret e entrata in casa di Elisabetta per condividere la Gioia, riceve da lei il dono del riconoscimento, della conferma. Elisabetta è l’eco umano dello Spirito, che ripete con voce di donna, sorella, madre, amica quanto Maria aveva sentito all’Annunciazione. Che bella questa reciprocità del dono! Annuncio suscita annuncio, gioia suscita gioia, vita suscita vita, in un interscambio fecondo, lietissimo, tutto umano e tutto divino!

E allora prorompe il Magnificat come canto di Maria per Dio ma anche come canto di Dio in Maria, perché il cuore divenuto dimora della Tenerezza non può fare altro che cantarLa. E allora, docile e ardente, il Verbo si lascia ancora una volta mediare dalla voce della Madre, il Soffio dal suo respiro, il Gemito inesprimibile dalla melodia: Magnificat! E allora, Maria diviene Porta di Misericordia, di Tenerezza, attraverso cui Dio consola la sua creatura con amore di madre.

L’icona della Visitazione si offre ancora a noi come icona missionaria e consolatina per eccellenza, che può felicemente accompagnare la nostra famiglia sui sentieri dell’ad gentes! Quanti elementi preziosi emergono e quanti ne emergerebbero ancora da una contemplazione più profonda di queste parole e immagini sacre!

Quanto Maria e Elisabetta hanno ancora da offrire a noi, Missionarie della Consolata, nel cammino di inesauribile scoperta della ricchezza del dono carismatico consegnato da Maria Consolata al Fondatore e in lui a ciascuna di noi!

Lasciamoci ancora guidare da loro, nella dinamica fecondissima e gioiosa dell’incontro, affinché questo sessennio possa essere occasione privilegiata di rinascita nei valori fondanti e di ritorno al Centro, quel Centro infuocato da cui tutto è cominciato e a cui tutto è chiamato a tornare, quel Centro densissimo che è comunione di Persone, vita che sempre sgorga e sempre rifluisce, quale Onda lieta, trasparentissima, incandescente, riconducendo tutto e tutti nel quieto mare del Suo stesso Amore!3 Amen!

sr. Simona Brambilla MC

1 La capulana, la kanga e il kitenge sono teli colorati usati soprattutto dalle donne in molte zone dell’Africa. Servono a… tutto! Come indumenti, come marsupio per portare il bimbo, come lenzuolo, come drappo, come tovaglia, come riparo dal sole e dal freddo, come fagotto in cui avvolgere le cose più svariate ecc. L’aguayo è un panno colorato che le donne indigene, soprattutto in Bolivia, Argentina e Perù, usano nei modi più svariati, similmente alla capulana. In varie zone dell’Asia e del Pacifico, ma anche del Corno d’Africa, il sarong riveste la stessa funzione.

2 Inno Mariano “Acqua di fonte cristallina”.

3 Cfr. Monastero Trappiste di Vitorchiano, Inno: “O Trinità Infinita”.

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IL POZZO NELL’ANIMA

Desiderio e resistenza – verso una cultura dell’incontro

Papa Francesco non cessa di stimolare la chiesa e l’umanità a coltivare, promuovere, creare una cultura dell’incontro,

all’insegna della edificazione instancabile di ponti e non di muri. In questa riflessione vorrei provare ad esplorare due movimenti che coesistono nella costruzione “artigianale” di ponti relazionali che consentano a persone, popoli, esperienze, sapienze diverse, di incontrarsi. Si tratta di movimenti presenti in ogni paziente lavoro di tessitura delle relazioni, a cominciare dalla vita in comunità, pilastro centrale della vita religiosa missionaria ma anche di ogni vita cristiana: il movimento del desiderio e quello della resistenza.

Ci faremo aiutare da una immagine biblica: il pozzo di Giacobbe (Gv 4,1-42).

1. AL POZZO DI GIACOBBE

La storia la conosciamo bene.

«Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4, 5-7)

Una donna e la sua brocca vuota.

Una donna vuota.

Meglio, una donna svuotata dalla vita, da relazioni che sembravano anche riempirla momentaneamente, lasciandola poi più assetata di prima, il cuore riarso, lo sguardo spento, la speranza ormai usurata.

Quella brocca, sotto il sole di mezzogiorno, è la sua vita: in perenne ricerca di acqua e abituata a guadagnarsela, l’acqua, attraverso tanti mezzi: un secchio, una fune, e la forza per tirare su. Il rifornimento d’acqua si paga. Il pozzo ha il suo prezzo. Nessuno ti da niente per niente. Così dice la brocca vuota.

Una voce.

Non è quella della brocca.

E’ diversa.

Chiede a me da bere.

A una brocca vuota, quella voce chiede da bere.

Mette in dubbio la mia aridità.

Guarda a questa brocca come sorgente.

Non mi avevano mai guardata così.

Questa voce è acqua.

Questa voce mi inonda, diventa grande in me…

è Giudeo…è Signore… è profeta…è Messia?

E’ Acqua!

Si espande in me e io rinasco.

Mi riempie.

Tra me e la brocca vuota non c’è più nulla in comune.

La lascio.

Mi basta Lui

Lui è diventato grande in me, la mia brocca è piena di Lui.

Venite a vedere!”

E la Vita straripa.

Sì, eccola di nuovo, la samaritana, a risvegliare in coloro che incontra il desiderio dell’acqua viva

Dal Congresso della Vita Consacrata del 2004 la samaritana è diventata nostra fedele compagna di viaggio1. Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, nel Messaggio al Popolo di Dio, ci ripropose la samaritana al pozzo2. Sì, eccola di nuovo, la samaritana, a risvegliare in coloro che incontra il desiderio dell’acqua viva, a fare da spola dal pozzo al villaggio, fino a quando riesce a rendersi inutile: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42), diranno i suoi compaesani.

Tutto cominciò, o meglio, ri-cominciò per lei attorno a un pozzo, sotto il sole di mezzogiorno. Una brocca vuota, presso il pozzo, si incontra con un Giudeo stanco del viaggio: due fatiche a confronto. La fatica di una brocca inaridita dalle vicende della vita e la fatica di un Dio liberamente svuotato di sé. Il pozzo rappresenta per entrambi una fonte di ristoro: per il giudeo assetato, che chiede da bere, e per la brocca inaridita, che chiede di essere riempita, per l’ennesima volta, dopo essere stata per l’ennesima volta svuotata. Il pozzo è li, silenzioso, a testimoniare lo sviluppo del dialogo tra Gesù e la donna. Gesù non berrà della sua acqua, la brocca non si riempirà della sua acqua. Il pozzo si offre semplicemente come luogo, come occasione, come opportunità all’espressione e allo sviluppo del desiderio, di una sete che gradualmente svelerà il suo oggetto. Niente di più e niente di meno. Non sembra averne male, il pozzo. Ha compiuto la sua missione, ha indicato alla donna la Sorgente vera e ha appagato il desiderio di Dio, di autocomunicarsi.

Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione ci ricordava: «Non c’è uomo o donna che, nella sua vita, non si ritrovi, come la donna di Samaria, accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di ritrovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza»3 .

«Occorre dare forma a comunità accoglienti, in cui tutti gli emarginati trovino la loro casa (…). Sta a noi oggi rendere concretamente accessibili esperienze di chiesa, moltiplicare i pozzi a cui invitare gli uomini e le donne assetati e li far loro incontrare Gesù, offrire oasi nei deserti della vita».4

Come possiamo moltiplicare i pozzi? Le nostre comunità sono di fatto questi pozzi presso cui il Cristo Viandante trova riposo e l’umanità incontra l’Acqua viva? Le nostre comunità intendono offrirsi come umili luoghi di incontro tra il Signore e la persona?

E se le nostre comunità non sono questi cenacoli o questi pozzi, che cosa sono? Come aiutarci a costruire comunità che siano pozzi di Giacobbe?

2. COSTRUIRE POZZI

Un pozzo non si improvvisa. E’ anzitutto frutto di un dono – l’acqua che corre nelle profondità della terra – poi di un paziente percorso di ricerca e di un tenace lavoro di scavo. Proviamo a considerare alcuni elementi della costruzione di una comunità-pozzo.

La sete: La costruzione del pozzo è un affare impegnativo. Nessuno si mette a scavare un pozzo se non è motivato dall’acqua che troverà. Prima del lavoro di scavo c’è la sete che mi spinge a cercare l’acqua. L’acqua è un bene vitale, l’acqua è vita, si scava alla ricerca della Vita. Il pozzo è un tunnel verso la vita. Il pozzo è un canale vuoto destinato a riempirsi di vita. La Vita che scorre, ecco il desiderio fondamentale che mette in moto il lavoro di costruzione di una comunità-pozzo. Quando percepisco in qualche modo l’irresistibile Presenza dell’Acqua viva, tutte le mie energie si dirigono lì. La somma delle nostre seti diventa una forza, la confessione della nostra assoluta dipendenza dall’Acqua diviene energia che spinge, che muove, che scava, che rimuove le pietre, che sa trovare modi per raggiungere la vita, che sa tendere l’orecchio per ascoltare il gorgoglio delle profondità, che sa allertare tutti i sensi per scoprire il passaggio sotterraneo del flusso vitale. Non si costruisce comunità senza questa tensione alla Vita. La vita che gorgoglia nell’altro, la vita che gorgoglia tra noi. Ho bisogno che i miei sensi siano ben affinati per percepirla, la vita: udirla, scorgerla, toccarla, gustarla, aspirarne il profumo. Purificare i sensi significa poi proprio questo: renderli sempre più fini, sempre più sensibili a cogliere il minimo segnale di vita! Come stanno i miei sensi? Che ne faccio? Cosa ascolto? Cosa vedo? Cosa gusto? Cosa tocco? Cosa fiuto? Il risultato dei sensi in allerta è la vigilanza. La vigilanza sulla vita. Il massimo del risveglio dei sensi è l’avvento: vegliare sulla vita che viene, che nasce. La finalità del pozzo non è un buco nel terreno, magari per nascondersi lì. E’ intercettare la vita. E’ accogliere in sé la vita. E’ divenire pieni di vita. Gravidi di Vita. E’ dare alla luce la vita, in me e nell’altro. Il desiderio appassionato della vita, la sete ardente della Vita: questo è l’inizio della costruzione della comunità-pozzo, grembo, culla, nido di vita.

Un pozzo non si improvvisa. E’ anzitutto frutto di un dono – l’acqua che corre nelle profondità della terra – poi di un paziente percorso di ricerca e di un tenace lavoro di scavo.

La terra. Questa benedetta terra che sta tra me e l’acqua che scorre là sotto. Questa terra che sta tra il mio desiderio e l’acqua della vita. Questa terra che custodisce l’acqua. Com’è questa terra? Occorre conoscerla, comprenderne la composizione per usare gli strumenti e le tecniche adatte allo scavo. La costruzione della comunità-pozzo ha bisogno di un po’ di geologia. La nostra terra umana, quella con cui il Signore ci ha plasmati, la nostra terra umana nelle viscere della quale scorre l’alito di vita (Cfr. Genesi 2,7)! La terra va scavata, il fuoco del desiderio apre in essa il canale del parto affinché la Vita venga alla luce. In me, nell’altro, tra noi, nelle nostre relazioni. Il dolore. Il dolore del travaglio. Il dolore della terra che si apre. Occorre rispettare i ritmi della terra, ogni tanto fermarsi e lasciarla rassodare un po’ prima di procedere ancora verso le profondità. A volte occorre bagnarla, la terra. Le lacrime, il sudore della fedeltà. La terra delle nostre relazioni umane, che si modellano, si trasformano in funzione di una fenditura che si approfondisce, relazioni che divengono rete di sostegno, parete conduttrice per l’emergere dell’acqua, contenitore sicuro della vita, strada verso la luce! Sì, la nostra terra lavorata diviene strada per la vita. La tenuta di un pozzo è data dalla solidità delle sue pareti, capaci di custodire uno spazio riempito di acqua. Il crollo delle relazioni, il collasso dei legami che reggono le pareti, significa la morte del pozzo. La tenuta delle pareti è preludio al zampillare della vita, al vagito dell’acqua che finalmente respira la luce.

La cura delle relazioni, la trasformazione evangelica dei legami, l’arte di lasciare che il desiderio di Dio modelli la nostra terra umana fino a renderla canale di acqua viva, costituiscono il percorso ascetico della fraternità/sororità.

Le pietre: qualcosa di duro ed impermeabile. Un blocco. Non si passa. Non c’è pervietà. Ostruzione. Occlusione del canale della vita. I normali mezzi di scavo non bastano più. Occorre fermarsi, conoscere le dimensioni, la consistenza, la posizione della pietra. La pietra forse è lì da millenni. Si è fatta un alloggio nella terra, la terra si è adattata alla presenza di questa struttura dura sviluppando formazioni geologiche particolari, l’ha incorporata. Vanno sondate, queste formazioni, vanno conosciute, va ricostruita la storia tra la terra e la pietra. Poi, si interviene. Le si scava attorno, la si circonda, la si estrae, magari diviene utile per rafforzare la parete o per costruire il bordo della bocca del pozzo. Non buttare via le pietre, solo assicurati che non divengano ostruzioni. Attenzione: non tutte le pietre vanno fatte saltare con la dinamite: il rischio è di far crollare le pareti del pozzo. Non avventarti contro le pietre, non pretenderle di eliminarle con la bacchetta magica! Lavorale, usale! Ma prima identificale e non cadere nella trappola di identificarti con qualcuna di esse!

Vediamo alcune possibili pietre d’inciampo nella costruzione del pozzo della comunità:

  1. La pietra dell’autosufficienza dice: «Non ho bisogno di nessuno, me la cavo da sola. Non mi abbasso a chiedere». Poi però diventa malata così tutte vanno a servirla. Ovviamente non è che lei ha bisogno, è che il Signore che le ha mandato la malattia, per cui non è colpa sua se necessita di attenzioni speciali, della stufetta particolare in camera, del cibo dietetico, del materasso anatomico, del golf di lana d’angora, del dentifricio per denti sensibili …

  2. La pietra della autoadorazione dice: «A me l’onore, la gloria e la ammirazione nei secoli dei secoli, amen”. Ha bisogno del piedistallo perché tutti vedano le sue opere buone, danza sul suo piedistallo perché tutti possano contemplare la sua grazia, fino a che un giorno distrattamente cade giù e si rompe in mille pezzi.

  3. La pietra della svalutazione dice: «Faccio io, faccio io… perché se lo fa qualcun altro non sono sicura che lo faccia bene quanto me». Poi si lamenta perché fa tutto lei e le altre fanno nulla. E parla sempre dell’importanza della fiducia (sì, quella che gli altri hanno il dovere di riporre in lei, ma che lei non sa donare agli altri).

  4. La pietra del vittimismo dice: «Poveretta me, a me capita sempre il peggio, eccomi, sono l’incarnazione della legge di Murphy!» (Se qualcosa può andar male, lo farà). Ha smesso di lavorare su di sé, perché tanto non c’è più speranza… si sente umiliata, predica l’umiltà e sembra che accetti i suoi limiti: ma questo non è vero perché non perde nessuna occasione per ricordare alle altre la sua situazione penosa, tutto il male che deve sopportare, le esperienze difficili e dure che ha subito… E, dopotutto, non è mica colpa sua, perché sono gli altri che l’hanno messa in tutte queste situazioni difficili, e gli altri non la capiscono, non si rendono conto della sua eroicità, del fatto che stanno vivendo con una martire che sopporta tutte queste persecuzioni…

  5. La pietra gemellata dice: «Solo tu mi puoi capire!» Ha una forte tendenza verso una relazione speciale con qualcuno della comunità o di fuori, una amicizia esclusiva. Vuole una amicizia a tempo pieno, e in questa amicizia gli altri non possono entrare. Lei e la sua amica diventano gemelle, perché solo la gemella può capire la profonda spiritualità dell’altra e le sue intuizioni profetiche…

  6. La pietra onnipotente dice: «Stai dalla mia parte e ti proteggerò!». Spesso combatte contro l’autorità, è molto influente in comunità, può essere apertamente aggressiva o sottilmente manipolatrice. A volte trova delle compagne, allora formano un gruppo di pietre onnipotenti che costruiscono muri massicci.

  7. La pietra del gossip dice: «Venite a me e vi svelerò i segreti della congregazione!» A volte segue il gruppo delle potenti in comunità. Negli incontri comunitari sta zitta, ma poi in corridoio e in camera… si trasforma in un social network efficacissimo nel trasmettere notizie di prima mano alle sorelle negli altri continenti. Normalmente cerca, e quasi sempre trova, altre come lei, allora fa alleanza con loro e si crea una rete mondiale di trasmissione che precede inesorabilmente anche il più tempestivo ufficio comunicazioni della congregazione. Quando arriva il bollettino interno, le notizie sono ormai tutte vecchie, già presentate su Facebook, Twitter, Instagram ecc. con i relativi approfondimenti e commenti.

    Purificare i sensi significa poi proprio questo: renderli sempre più fini, sempre più sensibili a cogliere il minimo segnale di vita! Come stanno i miei sensi?
  8. La pietra isola dice: «Niente ti turbi, niente ti spaventi, solo l’io basta»: per lei, la comunità è superficiale, immatura, infantile. Così, decide di vivere nel suo mondo, cercando di trovare un suo modo di crescere, di migliorare, di diventare santa. Questo modo può essere trovato nello studio, nel lavoro, nell’attività pastorale, dove può esprimersi pienamente, dove può usare tutte le energie che potrebbe invece spendere nelle relazioni con le altre. Esalta la preparazione, la cultura accademica, il ruolo professionale: la comunità deve rispondere ai bisogni del singolo. Spesso si chiude in camera e passa un mucchio di tempo lì dentro. E’ più una tecnica che una apostola.

  9. La pietra dell’osservanza dice: «Si è sempre fatto così». Ha fatto la scelta di stare dalla parte di qualsiasi tipo di autorità e di tradizione, sempre e comunque. Sente il bisogno di approvazione della autorità, e lotta e si sforza per ottenerla, anche in modi eroici. E’ molto corretta, rispettosa, responsabile, obbediente. E’ pronta a dare la vita… per essere accettata dalla superiora e dalla comunità. Può non dare nessun problema alle superiore, ma lo dà alle altre a causa della sua rigidità, del perfezionismo in cui non c’è spazio per le differenze e per la novità…

  10. La pietra di oro falso dice: «Guardate a me e sarete raggianti». Capita che sia la preferita dalle superiore: è brillante, intelligente, fa tante cose bene, sembra avere una ottima relazione con chi è in autorità, è affidabile, obbediente, responsabile, è matura… e piano piano diventa la consigliera della superiora, la messaggera della superiora, l’amica della superiora… la superiora della superiora. Sotto tutta questa bella apparenza, può vivere un conflitto profondo, segretamente convinta di appartenere ad una specie superiore e che le altre non possono capirla perché lei si trova ad un altro livello in quanto capacità, intelligenza, intuizione, spiritualità, carisma. E’ una creatura che non sa veramente cosa sia l’amore, perché non si è mai data il permesso di coinvolgersi nei sentimenti: in realtà, non li ha mai affrontati in modo vero e realistico. Si tiene alla larga da ogni possibilità di fallimento: non riesce ad affrontarlo, e ha sviluppato un sacco di trucchi intelligenti per evitare qualsiasi tracollo. Il fallimento, l’insuccesso la terrorizzano: DEVE rimanere la pietra angolare.

Scavare: cioè passare attraverso la terra umana procedendo verso la profondità che custodisce l’acqua della vita. Quando si lavora agli scavi, si diventa del colore della terra! Ci si immerge nella terra, ci si seppellisce nella sua profondità, si va verso il buio. Esperienza di tomba. Di fossa, di morte! Discesa, assoluta discesa agli inferi. I miei inferi, quelli di colei che scava con me, i nostri inferi. Passaggio obbligato, quello degli inferi, nella strada verso l’acqua! Lo sa la samaritana, condotta a fare verità in sé, presso quel pozzo. E’ dura la discesa. Vorremmo fuggire. La terra accumulata in superficie comincia a scivolarci addosso, sensazione di crollo, di sepoltura. Vorrei saltar fuori dal pozzo, vorrei tornare da mia madre! Cercavo la vita, questa è una tomba. Passaggio obbligato, quello della tomba. La vita che cerchi è oltre la tomba. Accogli il tuo fango e quello altrui: se scavi è inevitabile che tu lo muova e che sporchi la tua immagine, quella che hai costruito con tanta fatica. Quel fango non è nulla di nuovo: è sempre stato lì sotto, ma prima non te ne accorgevi e adesso sì. Nel fango, impari la solidarietà, impari che sei povera, impari che non sei migliore degli altri. Nella tomba, cominci a imparare a vivere. Sì, il fango si rivela terapeutico. La logica del chicco di grano. La logica della pasqua. La costruzione della comunità-pozzo è un evento pasquale.

Rischiamo allora, in nome dell’ordine e della religiosa serenità, di abbracciare una dinamica dominante in molte società contemporanee: quella della eliminazione del povero, della rimozione, dell’allontanamento di chi ci inquieta.

Zampillo: ti coglie lì, in mezzo al fango. Laggiù, nel profondo della fossa. Proprio al vertice negativo del movimento di discesa, qualcosa comincia a salire, da là sotto, dal fondo della voragine. Inaspettatamente, la vita zampilla e viene su. Ma non è subito limpida, pulita, si mischia alla nostra terra, la rende fango. Continua a scavare, e l’acqua della vita zampillerà con più forza, la dinamica della discesa si compirà nell’erompere del nuovo getto di vita. Ecco, la vita era la sotto, oltre il fango. Ecco, la terra dà alla luce la vita nascosta nel suo grembo.

***

Il pozzo è frutto di un dono – l’acqua – e di un lavoro, lo scavo. E’ frutto di una paziente e perseverante ricerca dell’elemento della vita. E’ frutto di mani che scavano in profondità, guidate dallo stesso gorgoglio dell’acqua. E’ passaggio attraverso la terra, è toccarla, è immergersi nella terra umana certi della vita che vi gorgoglia dentro. E’ affrontare le pietre del percorso e inventare strategie per utilizzarle al meglio o per farle saltare. E’ insomma disporsi a lasciare che il Vangelo penetri e trasformi gli stati più profondi del nostro cuore e trasfiguri i legami che ci uniscono, rendendoli effettivamente cristiani. Il pozzo comunitario è frutto di un Dono e di un paziente e tenace lavoro affinché il dono venga alla luce e possa essere offerto al viandante. Il pozzo diviene luogo in cui al movimento discendente dello scavo risponde il movimento ascendente dell’acqua, allo svuotamento (kenosi) paziente del canale risponde lo zampillo dell’acqua che rigenera il cuore umano.

Una comunità-pozzo allora è una comunità di persone evangelizzate e disponibili a un continuo processo di evangelizzazione, che:

  • Hanno sete

  • si sintonizzano verso il flusso dell’Acqua /Spirito

  • scavano pazientemente e tenacemente la strada verso l’acqua

  • identificano le pietre e le lavorano

  • sanno sporcarsi le mani col fango proprio e altrui

  • si stringono e si sostengono attorno a uno spazio sacro, vuoto di loro stesse e riempito dal flusso dell’acqua rigeneratrice (decentramento da se stessi e trasformazione evangelica delle relazioni)

La terra delle nostre relazioni umane, che si modellano, si trasformano in funzione di una fenditura che si approfondisce, relazioni che divengono rete di sostegno, parete conduttrice per l’emergere dell’acqua, contenitore sicuro della vita, strada verso la luce!

Allora la comunità diviene apertura che dà alla luce l’acqua, luogo di rigenerazione, oasi nel deserto della vita, pozzo presso il quale il Cristo ama sedersi per donare l’acqua viva al cuore umano assetato.

3. LA CURA DEL POZZO

Un pozzo va curato, pulito, mantenuto in buone condizioni affinché continui a essere canale di contatto tra l’acqua e la luce. Altrimenti un pozzo può ammalarsi. Varie possono essere le malattie che affliggono il pozzo comunitario. Vorrei solo segnalare, qui, quella della degenerazione o riduzione del desiderio, ossia della sete patologica. Avviene quando il desiderio, la sete dell’Acqua viva si ammala e così la comunità invece di cercare l’acqua viva laddove scorre, la cerca dove non scorre, imbattendosi anche in falde inquinate. Geremia ammoniva Israele:

«essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Ger 2,13).

Può capitare cioè che la comunità, anche senza rendersene del tutto conto, cominci a seguire come criterio del suo stare assieme non il Vangelo di Gesù ma le esigenze del gruppo, che vengono da dinamiche non evangelizzate. I legami allora, invece di avere una qualità evangelica, divengono funzionali alla soddisfazione delle varie “seti” delle persone che compongono la comunità, o almeno di quelle che hanno in essa maggiore influenza. Segnalo solo cinque tipi di sete patologica che possono trasformare il pozzo comunitario in cisterna screpolata5.

  • La sete del campo di battaglia: qui la dinamica sottostante è quella del fuggi/combatti (flight/fight), che dà origine a un gruppo guerriero. In questo gruppo siamo tutte assieme contro qualche tipo di nemico: il nemico può essere fuori dal gruppo, e noi ci sentiamo così unite perché abbiamo un nemico in comune. Qui il leader ha il compito di trovare un nemico da combattere. Se il leader non riesce a trovare un nemico fuori, i membri del gruppo “aiutano” il capo a trovarlo, anche dentro il gruppo: una volta che si è finalmente trovato un nemico, il gruppo trova coesione ed è pronto alla guerra…

  • La sete del biberon: che da origine a un gruppo tipo asilo infantile. Qui abbiamo lo scopo più o meno conscio di soddisfarci, gratificarci reciprocamente. Io sono qui per soddisfare i miei bisogni, e tu sei qui per lo stesso motivo. Può darsi che i nostri bisogni siano complementari, così ci troviamo molto bene assieme. Spesso la dinamica può prendere forma di una relazione mamma-bebè: qualcuna entra nel ruolo della mamma, altre nel ruolo della figlia. E’ proibito uscire da questi ruoli, altrimenti si tradiscono le aspettative del gruppo…

  • La sete della corte della regina: genera la dinamica servi/padroni, che implica la formazione di sottogruppi di gente potente che manipola più o meno inconsciamente gli altri. Gli altri devono obbedirli. Può darsi che la superiora ufficiale si trovi nel gruppo degli obbedienti, perché un’altra superiora, meno ufficiale, è stata “eletta” più o meno consciamente dal gruppo dei potenti. Questa nuova superiora, la “regina”, ha il compito di gratificare i bisogni dei potenti che l’hanno incoronata: se non ci riesce, viene buttata giù dal trono e rimpiazzata con un’altra.

  • La sete del gregge: qui c’è un leader tuttofare “eletto”, più o meno consciamente, dalla maggioranza. Questa maggioranza delega al leader il compito di mantenere i contatti con il mondo esterno, di prendersi le responsabilità, di curare e interessarsi di ciascuno dei membri, di essere sempre disponibile ad ascoltarli, di prendere le decisioni scomode. Intanto, ognuno nel gruppo può vivere pacificamente, fare le sue cose, organizzarsi la sua vita, la sua attività apostolica, curarsi di se stessa, della sua bellezza, della salute, dei parenti…

  • La sete della casa di riposo. Qui l’obiettivo principale è vivere in pace, serenità e tranquillità. E’ vietato “disturbare” gli altri. I membri sono molto preoccupati di sostenersi a vicenda, aiutarsi a vivere tranquilli. Il problema principale da risolvere è come evitare la solitudine e come ottenere incoraggiamento. I membri qui sono molto passivi, è assolutamente vietato sfidare l’altro, confrontarsi, correggersi. Il ritornello dell’inno ufficiale di questo gruppo suona così: «tu sei OK, tu sei brava, sei veramente in gamba, vai avanti così… e lasciami vivere a modo mio, ognuno viva come gli va, lei it be, let it be…» . Si può battezzare questa dinamica con la affascinante versione del “rispettare lo spazio sacro dell’altra, e anche il mio”.

Nel fango, impari la solidarietà, impari che sei povera, impari che non sei migliore degli altri. Nella tomba, cominci a imparare a vivere.

La relazione è luogo e spazio di vita: la nostra libertà ha la possibilità di accogliere questo dono e farlo fruttificare, oppure possiamo ridurre il desiderio alla ricerca di surrogati che non riusciranno a colmare la nostra sete e trasformeranno il pozzo delle nostre comunità in cisterna screpolata.

4. I POZZI DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Il Sinodo sulla nuova evangelizzazione, celebrato nell’ottobre 2012, ci invitava a porre attenzione a due espressioni della vita di fede particolarmente rilevanti nella nuova evangelizzazione: la contemplazione del Mistero e la vicinanza ai poveri.

Anche qui il pozzo di Giacobbe ci fa da Maestro. Proprio lì, presso il pozzo, viene rivelato alla samaritana il Mistero del Figlio di Dio, attraverso un processo graduale: è Giudeo, è Signore, è Messia…

Urge recuperare la dimensione contemplativa della nostra missione come persone consacrate, in quanto «solo da uno sguardo adorante sul mistero di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, solo dalla profondità di un silenzio che si pone come grembo che accoglie l’unica Parola che salva, può scaturire una testimonianza credibile per il mondo»6. Vi è ancora una certa tendenza a considerare la dimensione orante e contemplativa come qualcosa di diverso dalla missione. Si registra ancora una certa fatica nel considerare di fatto la preghiera, la contemplazione come dimensioni della missione, come vie della missione. Tale contemplazione si traduce necessariamente in apertura alla gente. Abbiamo bisogno di «luoghi dell’anima, ma anche del territorio, che richiamino a Dio; santuari interiori e templi di pietra, che siano incroci obbligati per il flusso di esperienze in cui rischiamo di confonderci. Spazi in cui tutti si possano sentire accolti, anche chi non sa bene ancora che cosa e chi cercare»7.

  • Riconosciamo le nostre comunità come questi «luoghi dell’anima e del territorio»?

Il pozzo è frutto di un dono – l’acqua – e di un lavoro, lo scavo. E’ frutto di una paziente e perseverante ricerca dell’elemento della vita.

L’altro segno di autenticità della nuova evangelizzazione ha il volto del povero. Non solo il povero “lontano”, quello “là fuori”, certamente degno di essere servito con la massima qualità evangelica, ma anche il povero “dentro”, quello vicino. Quale?

  • Il povero che è in noi, ciò che nella nostra persona ha bisogno di perdono, di aiuto, di guarigione; le nostre brocche vuote, insomma;

  • il povero che è la nostra Sorella che ci vive accanto e che sentiamo forse come un “peso”, un “ostacolo”, un “limite” al cammino personale e comunitario;

  • infine, il povero a cui abbiamo aperto il pozzo della nostra comunità, che abbiamo accolto nella nostra casa e non solo servito “là fuori”, il povero a cui abbiamo offerto un po’ di ombra nel cammino assolato nel deserto, il povero con cui siamo state capaci di condividere tempi, spazi e beni .

Questo povero, quello “dentro”, spesso ci disturba: sì, la nostra personale fragilità, il nostro fango ci disturba; ci disturba chi, vivendoci accanto, ci “obbliga” a “rallentare” il passo o a camminare in modo diverso da quello che prevedevamo; ci disturba il povero che accogliamo in casa, perché “turba” il ritmo dei nostri programmi, e spesso scuote le sicurezze umane su cui ci appoggiamo. Rischiamo allora, in nome dell’ordine e della religiosa serenità, di abbracciare una dinamica dominante in molte società contemporanee: quella della eliminazione del povero, della rimozione, dell’allontanamento di chi ci inquieta. Così, rimuoviamo da noi la benedizione, perché il povero è una benedizione:

«Ai poveri va riconosciuto un posto privilegiato nelle nostre comunità, un posto che non esclude nessuno, ma vuole essere un riflesso di come Gesù si è legato a loro. La presenza del povero nelle nostre comunità è misteriosamente potente: cambia le persone più di un discorso, insegna fedeltà, fa capire la fragilità della vita, domanda preghiera; insomma, porta a Cristo»8.

Sì, il povero ci benedice, ci evangelizza e ci rivela la misura autentica della nostra fede.

  • Che posto trova l’accoglienza del povero in noi e nelle nostre comunità?

Vi è ancora una certa tendenza a considerare la dimensione orante e contemplativa come qualcosa di diverso dalla missione. Si registra ancora una certa fatica nel considerare di fatto la preghiera, la contemplazione come dimensioni della missione, come vie della missione.

Lasciamo che la Samaritana stimoli ancora in ciascuna di noi consacrate e nelle nostre comunità il desiderio dell’Acqua Viva che si traduce in movimento, in cammino, in dialogo, in incontro rinnovato col Cristo che ci attende, sempre, al pozzo dell’oggi, per rilanciarci povere di noi stesse e ricche di Lui, verso il cuore umano assetato del Suo Amore!

Sr Simona Brambilla, MC

1 Cfr. AA.VV, Passione per Cristo passione per l’umanità, Congresso Internazionale della Vita Consacrata Roma 23-27 novembre 2004, Edizioni Paoline, Milano 2005.

2 Cfr. XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 1.

3 XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 1.

4 Idem, n. 3.

5Ci ispiriamo qui in qualche modo agli “Assunti di Base” (attacco-fuga, accoppiamento, dipendenza) studiati da W. R. Bion. Cfr. per esempio TURQUET, P.M., Leadership: the individual and the group. In GIBBARD G.S., HARTMANN J.J., MANN R.D. Analysis of Groups, San Francisco, Jossey Bass, 1974, pp. 305-327.

6 XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 12.

7 Ibidem.

8 Ibidem.

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Un cuore consolato

Concedi a noi un cuore consolato perché sappia dare consolazione alle genti

« La Vergine Consolata è ineffabile tenerezza materna, è dolcezza e sostegno sublime.
Dolore e consolazione sono i due estremi entro cui scorre l’esistenza umana.
Concedi a noi un cuore consolato
perché sappia dare consolazione alle genti,
perché sappia ben consolare gli afflitti,
condividere, comprendere, offrire, rinnovare.
Dal Paradiso, Madre, fa discendere e maturare in noi la Consolazione.
Inviacela perché rimanga in noi e operi ciò che salva e rallegra.
Siamo incapaci a coltivarla in noi ad esprimerla nel nostro comportamento,
nelle parole, nelle azioni.
Colmaci di consolazione non per noi soltanto, ma per tutti i fratelli (Isaia 61,10-11).
Dacci la capacità di comunicare con tutti,
di annunziare a tutti il Messaggio della Consolazione,
di ravvivare lo spirito degli umili,
di rianimare il cuore degli oppressi,
di mostrare a ciascuno il sentiero della Vita, gioia piena e piena fiducia nell’Ottimo Consolatore.
Che le mie, le nostre parole non impediscano ai semplici di raggiungere la Parola,
che dà vita e consolazione,
ma siano trasparenza e purezza: dialogo d’intesa, di Amore, di Bontà, di Consolazione.»

Che le mie, le nostre parole non impediscano ai semplici di raggiungere la Parola, che dà vita e consolazione

Questa splendida preghiera di Madre Nazarena Fissore (1907-1987), tratta dai suoi appunti personali, può costituire per noi, Missionarie della Consolata, un’occasione di immergerci nella freschezza sempre nuova del pozzo carismatico a cui il Fondatore ha attinto e dal quale ci ha generato.

“Dal paradiso, Madre, fa scendere e maturare in noi la Consolazione”! Quanto abbiamo bisogno, oggi come ieri, di Consolazione, Madre! Quanto il nostro cuore la desidera!

La Consolazione, una volta discesa, chiede di essere custodita affinché maturi. Il nostro cuore diviene spazio vivo e palpitante di maturazione, di crescita del Dono: il deposito – diceva il Fondatore, va custodito, aumentato. La Consolazione allora opera a partire da un cuore che se ne è lasciato colmare. Il flusso della Consolazione lo riempie, lo dilata in una diastole spirituale che è recettività lieta, grata, umile, fiduciosa. Allora il cuore consolato si trasforma in cuore consolatore, sussultando nella sistole del dono, irrorando salvezza e gioia.

Il flusso della Consolazione riempie il cuore, lo dilata in una diastole spirituale che è recettività lieta, grata, umile, fiduciosa. Allora il cuore consolato si trasforma in cuore consolatore, sussultando nella sistole del dono, irrorando salvezza e gioia.

E’ il pulsare della Vita! E’ il battito della Missione! E’ annunciare, ravvivare, rianimare, segnalare il sentiero della Gioia! Ed è tornare a dilatarsi per ricevere, accogliere, e traboccare di nuovo.

Le mie, le nostre parole siano trasparenza e purezza.

Le mie, le nostre parole come arterie vive che veicolano Vita. Canali dilatati dal sussulto del Dono. Niente di più. Niente di meno.

Non divengano mai vasi occlusi che rendono asfittico il cuore!

Non ostacolino il fluire della Consolazione verso tutte le “periferie esistenziali” (Papa Francesco)! Non complichino le strade diritte dei semplici!

Siano pure, siano trasparenti le nostre parole, i nostri gesti, i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri sguardi.

Le mie, le nostre parole come arterie vive che veicolano Vita. Canali dilatati dal sussulto del Dono. Niente di più. Niente di meno.

Trasparenza e purezza, riverbero della luce limpida e intensissima di Dio, attraverso il cuore cristallino di Maria e attraverso il cuore di ognuna di noi, quando si consegna alla dinamica del sussulto dello Spirito, quando è capace di digiuno da tutto ciò che ostacola il circolo della Consolazione, quando si scuote da una quiete che somiglia pericolosamente allo spegnersi del palpito della vita, quando sa rintracciare il flusso di Dio in tutte le cose e tutte le cose nel flusso di Dio.

Sì, concedi a noi, Madre Consolata, un cuore consolato come il tuo!

Suor Simona Brambilla, MC

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Forza e dolcezza

Lo stile educativo del Beato Giuseppe Allamano

Il Fondatore di Missionari e della Missionarie della Consolata passò praticamente tutta la vita coinvolto nell’educazione di se stesso e di altri…
  1. Introduzione

In questa breve riflessione vorremmo rivisitare lo stile allamaniano-consolatino di approccio alla persona. Ovviamente, non si pretende di esaurire qui la tematica, ma solo di riprendere una riflessione, già iniziata in diverse sedi, ma che meriterebbe di essere rilanciata, ampliata e approfondita.

Ci fermeremo a considerare brevemente alcune caratteristiche dello stile educativo dell’Allamano.

  1. L’Allamano: una vita come educatore

Il Fondatore di Missionari e della Missionarie della Consolata passò praticamente tutta la vita coinvolto nell’educazione di se stesso e di altri: come studente in formazione (1856-1877), come formatore in seminario (1873-1880), come professore (1882-1884), come Direttore del Convitto ecclesiastico per due anni e formatore del clero diocesano (1882-1926), pastore o “pedagogo spirituale” (1880-1926), formatore iniziale e permanente di missionari (1901-1926), formatore iniziale e permanente di missionarie (1910-1926). Insomma, una vita a contatto con le problematiche, le sfide e la bellezza del compito educativo. L’Allamano ha senz’altro qualcosa da dirci.

3. Gli ideali proposti

L’Allamano non ha mai fatto sconti sugli ideali: li ha proposti sempre, in modo chiaro ed inequivocabile. L’ideale missionario è per lui e per chi da lui fu formato il “denominatore unificante di tutta la formazione e di tutti gli aspetti della vita” che “pervade tutto, caratterizza e qualifica lo studio, gli interessi, le letture, le celebrazioni, gli esercizi della vita spirituale”: “Noi dovremmo avere per voto di servire le missioni anche a costo della vita”.

[…]la proposta chiara e inequivocabile di ideali/valori non negoziabili è un punto fondamentale dell’educazione, e non solo dell’educazione prettamente vocazionale, ma umana e cristiana in generale.
Non fare sconti sugli ideali oggi (ma anche ieri) può non essere così facile né immediato. Eppure, la proposta chiara e inequivocabile di ideali/valori non negoziabili è un punto fondamentale dell’educazione, e non solo dell’educazione prettamente vocazionale, ma umana e cristiana in generale. Basti pensare a che cosa può capitare ad un bambino che si trova a crescere con educatori che non sanno dire chiari sì e chiari no in base a qualche criterio oggettivo, ma si barcamenano cercando di accondiscendere, di volta in volta, ai propri bisogni o ai bisogni dell’infante, o a qualche compromesso tra i due. Un terreno educativo di questo tipo si presta con facilità a coltivare squilibri di personalità, più che uno sviluppo di un sé sano e maturo.

L’Allamano si rivolgeva ad aspiranti missionari, per cui l’ideale proposto assumeva i colori e modalità espressive adatte a chi aveva già fatto una scelta vocazionale precisa. Ma l’ideale missionario racchiude dentro di sé ed esplicita in modo singolare il seme dell’ideale di vocazione umana e cristiana che può essere proposto a tutti, qualsiasi sia il cammino di vita scelto. Si tratta della chiamata ad uscire da sé, a muoversi dalla propria posizione nel cosmo/universo per dilatare la visione, la comprensione, la capacità di amare e di fare. Questo ideale, mi pare, può e deve essere proposto anche oggi, in ogni cammino educativo cristiano, senza sconti.

[L’educatore] sa sfidare senza scoraggiare, perché il suo intervento non parte solo da un sentire emotivo, ma da un contatto più profondo e pieno con il vissuto altrui, il proprio e i valori che vive e propone[…]
  1. Presenza e assenza

Quanto appena detto ci rimanda ad una caratteristica peculiare dell’Allamano, ma anche dei suoi figli e figlie nell’approccio alla persona e ai popoli: la “presenza”. Non una qualsiasi presenza, ma una presenza, appunto, pedagogica, che sa cogliere e rispettare i ritmi di crescita dell’altro e sa “esserci” o scomparire a seconda dello stadio in cui l’altro si trova. Una presenza di chi non pretende di proporsi come salvatore dell’altro, nell’intento di risolvergli tutti i problemi, ma che nemmeno lo abbandona a se stesso con la scusa di un malinteso “rispetto”. Ciò implica una sufficiente ed esperiente conoscenza dell’umano e dello spirituale, che porta l’educatore ad una capacità di vera vicinanza ed intimità ed insieme di distanza e di riguardo per lo spazio dell’altro. In altre parole, una cosa è essere vicini, un’altra è ficcare il naso nelle faccende altrui. Una cosa è “esserci” per aiutare l’altro laddove ha bisogno e anche per imparare da lui, un’altra è aver bisogno di essere per forza utili all’altro. Una cosa è porsi accanto ed accompagnare, accettando di essere anche noi dei cercatori, un’altra è pretendere di sostituirsi all’altro o di avere tutte le soluzioni alle sue domande.

Nell’Allamano, questo andirivieni tra vicinanza e distanza, presenza e assenza, tra sì e no, si manifesta anche nel suo tratto assieme soave e forte, caratteristica spesso riportata dai testimoni:

“Come Fondatore e Superiore nostro, era impareggiabile, forte e soave nello stesso tempo. Si interessava di tutto e di tutti: scendeva anche ai più minuti particolari, e nello stesso tempo non era né pesante, né assoluto. Lasciava libera l’iniziativa delle Superiore subalterne…”

“Il suo tratto [appare] sempre buono e paterno, ma riservato e contenuto”

L’ascolto sottintende la capacità di silenzio per far spazio alle voci che sussurrano (o gridano) dentro e fuori di sé, poter distinguere la provenienza di tali voci e giudicare la validità delle loro proposte in ordine ad una decisione sul percorso da intraprendere.

La presenza dell’Allamano potrebbe essere qualificata, in termini attuali, come “empatica”: egli possiede la capacità di sentire con l’altro, di intenerirsi, commuoversi, identificarsi con la persona; allo stesso tempo, possiede la capacità di distanziarsi dall’altro per coglierlo in modo più pieno e rispettoso della sua totalità. In questo modo, sa sfidare senza scoraggiare, perché il suo intervento non parte solo da un sentire emotivo, ma da un contatto più profondo e pieno con il vissuto altrui, il proprio e i valori che vive e propone, il tutto unificato nell’esperienza viva della relazione con Dio che gli dilata gli orizzonti dello spirito, del cuore e della mente, portandolo ad una sempre più articolata comprensione dell’umano e dello spirituale, perciò ad interventi educativi illuminati e sentiti come una benefica sfida alla speranza.

“Nel correggere aveva molto tatto e bontà, e nello stesso tempo era forte e soave. Diceva poche parole, ma chiare e decise. Soprattutto non era mai scoraggiante, pur combattendo energicamente il difetto”

Una missionaria racconta di un fatto che risale alla prima guerra mondiale, quando il nutrimento era scarso e il pane razionato:

“due postulanti, entrate appena da qualche giorno, passando in panetteria, mi chiesero il pane varie volte dicendo che avevano fame. Per un po’ di volte mi prese compassione e gliene diedi, ma passando per caso il nostro venerato Padre dalla panetteria, gli raccontai la cosa chiedendogli come dovevo fare.

Allora mi disse […]: «continua pure e darglielo, quando lo domandano, per un po’ di giorni, ma, adagio adagio, farai loro capire che non si può; ma non mortificarle; aumenterai però la porzione a tavola, perché non voglio che soffrano»”

Raggiungere l’altro laddove egli si trova è premessa irrinunciabile per accompagnarlo. Premessa che può realizzarsi solo nell’ascolto attento della persona.

Quello che la pedagogia di oggi identifica come il “principio di gradualità” è bellamente espresso in questo atteggiamento educativo dell’Allamano, il quale possiede una particolare capacità di

“essere fermo nei principi (fortier) e di adeguarli alla situazione concreta delle persone (suaviter), immedesimandosi nella loro situazione fisica (debolezze, necessità di salute), ma anche al carattere, e alle capacità di ognuno. Per questa comprensione, ammette che uno riesce a fare tanto e non di più, ad arrivare fino ad un certo punto e basta, oppure è in un momento in cui bisogna saper aspettare. Quindi, l’Allamano sa distinguere fra gli ideali e le mete da raggiungere e la capacità concreta di coloro che li devono raggiungere; e porta avanti gli obiettivi con pazienza e rispetto. Egli ha una straordinaria capacità di equilibrio tra proposte forti e comprensione delle capacità e della debolezza umana. Propone ideali altissimi, fino alle vette dell’eroismo, ma sa che non tutti possono arrivarci. Considera le persone come sono, sapendo attendere i tempi di maturazione che sono diversi. E quindi sa anche superare la regola, senza venir meno a ciò che è veramente importante e irrinunciabile.”

Uno degli atteggiamenti necessari allo sviluppo della capacità di presenza empatica è l’accettazione della parte femminile della propria personalità. L’Allamano aveva fatti suoi atteggiamenti femminili e materni, assorbiti certamente nel contatto con la madre e sviluppati nel rapporto continuo e profondo con la Consolata, considerata come fondatrice e posta a modello sia dei missionari sia delle missionarie.

“ La sua carità era di una squisitezza e finezza più che materne sapeva impreziosirla con tante delicatezze”.

  1. Ascolto e attenzione

Sono atteggiamenti intrinseci alla capacità di presenza empatica. Il Documento dell’Incontro di AMV – Pedagogia Allamaniana di America parla espressamente di “metodologia Allamaniana dell’ascolto”.  L’Allamano e i suoi figli e figlie pongono l’ascolto e l’attenzione alla realtà come pietra miliare del loro essere missionari. L’Allamano ha sempre valorizzato l’obbedienza, che implica proprio queste due qualità, applicate alla relazione con Dio, con gli altri, con se stessi, col cosmo.

La creazione di un rapporto di fiducia tra educatore e educando è basilare per realizzare un cammino educativo, ma essa non è pensabile senza il presupposto dell’affidabilità, dell’attendibilità e rettitudine.

L’ascolto sottintende la capacità di silenzio per far spazio alle voci che sussurrano (o gridano) dentro e fuori di sé, poter distinguere la provenienza di tali voci e giudicare la validità delle loro proposte in ordine ad una decisione sul percorso da intraprendere. Se vogliamo, possiamo rifarci qui all’ignaziano discernimento degli spiriti nell’ascolto delle mozioni interiori.

“La sua direzione si estendeva a tutte ed era per tutte, in modo che ciascuna portava l’impressione di essere l’oggetto della sua particolare attenzione”

“«Teneva l’occhio e l’orecchio attenti e vigili a quanto accadeva al di fuori…» (A. Cantono); «Ha sempre avuto una intuizione precisa dei bisogni del tempo», «Non conobbe vecchiezza» (Pinardi), proprio per questo suo «occhio vigile e penetrante»”

Nei confronti di se stessi, la capacità di ascolto attento è elemento necessario di una vita in discernimento. Nei confronti dell’altro, tale capacità diviene fondamentale per creare un ambiente pedagogico in senso lato. La possibilità di crescita, di cambio, di apertura (o ri-apertura) di percorsi spesso rallentati o bloccati da disavventure in campo relazionale, diviene reale proprio in una matrice relazionale sufficientemente attenta alla persona e al suo stadio di sviluppo umano e spirituale. Raggiungere l’altro laddove egli si trova è premessa irrinunciabile per accompagnarlo. Premessa che può realizzarsi solo nell’ascolto attento della persona. Nei riguardi del mondo, la capacità di ascolto attento è essenziale per cogliere i “segni dei tempi” e i semi di vita sparsi largamente nella natura, nella cultura, negli avvenimenti, dentro le pieghe della storia con le sue ombre e luci.

Le persone che si affidavano all’Allamano (ed erano tante e diverse!) potevano contare su questa certezza: egli mai le avrebbe tradite, strumentalizzate, utilizzate in qualche modo, anche “a buon fine”.
  1. Affidabilità, attendibilità, rettitudine

Dimostrava intolleranza per ogni doppiezza e persino per le restrizioni mentali. Parlando di queste diceva: ‘Non va bene. E’ un difetto delle comunità. Voglio in comunità spirito lindo netto chiaro; il vostro parlare sia come dice il Vangelo: Sì, sì, no, no… La spia non la voglio; non ho mai interrogato uno per sapere di un altro’”

Questa testimonianza basta ad illuminare un atteggiamento personale che si rivela sostanziale per qualsiasi processo pedagogico. La creazione di un rapporto di fiducia tra educatore e educando è basilare per realizzare un cammino educativo, ma essa non è pensabile senza il presupposto dell’affidabilità, dell’attendibilità e rettitudine.

Le persone che si affidavano all’Allamano (ed erano tante e diverse!) potevano contare su questa certezza: egli mai le avrebbe tradite, strumentalizzate, utilizzate in qualche modo, anche “a buon fine”. Egli era come roccia affidabile e sicura: pronto ad accogliere sempre, onesto e diretto nel confrontare e sfidare, scevro dalla ricerca di popolarità, plauso ed ammirazione, uomo di speranza e del nunc coepi contro ogni disfattismo, pessimismo o vittimismo rinunciatario.

  1. Energia e mitezza

E’ un altro binomio caratteristico dell’Allamano e dei suoi figli e figlie. Il nunc coepi ne è forse l’espressione più limpida. Ricominciare implica sia energia che mitezza/umiltà.

Chi non è sufficientemente energico, rimane a terra dopo una caduta. Ma rimane a terra anche chi non è sufficientemente umile da accettare le proprie ferite, eventualmente cercare qualche aiuto e rialzarsi per continuare il cammino.

Chi non è sufficientemente energico non accetta di assumersi responsabilità. Ma non le accetta nemmeno chi non è abbastanza mite /umile da caricarsi sulle spalle i propri (e spesso altrui) pesi.

Chi non è sufficientemente energico, rimane a terra dopo una caduta. Ma rimane a terra anche chi non è sufficientemente umile da accettare le proprie ferite, eventualmente cercare qualche aiuto e rialzarsi per continuare il cammino.

Chi non è sufficientemente energico non s’impegna nella collaborazione. Ma non vi si impegna nemmeno chi non è abbastanza mite / umile da accettare punti di vista differenti dai propri, da “perdere” qualche privilegio personale per fare spazio ad altri, da lasciare che altri gli insegnino qualcosa.

Chi non è sufficientemente energico non è intraprendente e creativo. Ma non lo è nemmeno chi non è abbastanza mite/umile da correre il rischio di sbagliare e fare “brutta figura”, di tirarsi addosso eventualmente la critica, la disapprovazione e l’incomprensione altrui.

E la lista potrebbe continuare.

Con Don Borio, l’Allamano lamentava:

“In casa nostra c’è più timore che amore, stanno lì come automi, senza iniziativa propria e con paura di parlare o fare per tema di sbagliare”

Non era questo lo stile che l’Allamano voleva, ma scioltezza, semplicità, schiettezza: “Sempre paternamente comprensivo delle debolezze che ognuno porta in sé, l’Allamano non sopportava l’apatia, l’indifferenza. Non vuole gente fiacca, lamentosa, apatica, mediocre”, forse perché sa bene che questi atteggiamenti sono tra i più deleteri alla crescita della persona e della comunità.

L’Istituto è una famiglia perché i vincoli che legano i membri non si esauriscono puramente in rapporti di “lavoro”, ma si fondano nella condivisione di un unico carisma, ed in ultima analisi nell’essere uno in Cristo.
  1. Spirito di famiglia

Che l’Allamano vedesse e sentisse l’istituto come famiglia, è fatto noto. Il clima familiare è una delle caratteristiche e premesse irrinunciabili del suo metodo formativo/educativo. Lo spirito di famiglia si materializza per lui nell’unione:

“formiamo un solo corpo morale e dovremmo avere tra noi l’unione che c’è tra le membra del corpo”; “ma unione fra tutti: uno per tutti e tutti per uno. Questo in una comunità è il più necessario. Dove non c’è questa unione è la rovina. Costi quel che costi, bisogna fare in modo che ci sia l’unione”

L’Allamano formava all’unione, alla collaborazione attiva e partecipe di tutti alla crescita verso il comune ideale. Tale collaborazione e unione richiede, ovviamente, una capacità sufficientemente matura di relazioni interpersonali vere che non si limita al “vogliamoci tutti bene” o all’esaltazione dello spirito di cameratismo, bensì si concretizza nella capacità di lavorare assieme in “unità d’intenti”, di condividere la vita. Credo che questo punto meriti una particolare considerazione, oggi. Proporre un’educazione improntata allo spirito di famiglia richiede un’approfondita riflessione sul significato che ad esso attribuiamo.

[…]formare allo e nello spirito di famiglia adulta implica per gli educatori una particolare sensibilità alla qualità delle relazioni e la consapevolezza che quello relazionale è il terreno in cui si gioca di fatto l’educazione: non si educa se non in relazione.
In primo luogo, nell’immaginario delle persone, il termine famiglia può evocare diverse esperienze, non sempre assimilabili e non sempre del tutto positive per la crescita. Chi ha qualche esperienza pedagogica sa bene quali conseguenze può avere sulle persone (e sul loro modo di relazionare) il vissuto di dinamiche familiari eccessivamente invischiate o, al contrario, segnate da disgregazione. Occorre chiarire allora, spesso attraverso cammini lunghi e pazienti con le persone che si accostano alle nostre congregazioni, che l’immagine di famiglia proposta dall’Istituto non si sovrappone e non deve sovrapporsi necessariamente all’immagine che la persona porta dentro.  L’Istituto è una famiglia perché i vincoli che legano i membri non si esauriscono puramente in rapporti di “lavoro”, ma si fondano nella condivisione di un unico carisma, ed in ultima analisi nell’essere uno in Cristo. Questo conferisce una qualità particolare ai rapporti fra i membri, che vivono un senso d’appartenenza carismatica. Tale tipo di familiarità sfida e confronta certi modelli familiari (accennati sopra negli estremi della famiglia invischiata e di quella disgregata) che gli individui possono portarsi dietro: la famiglia proposta è una famiglia di persone adulte e corresponsabili pur nella diversità di compiti e servizi, non da padri/madri e figli/figlie, né da nonni/e e nipoti, né da individui che in comune abbiano solo, o quasi, il domicilio.

In secondo luogo, formare allo e nello spirito di famiglia adulta implica per gli educatori una particolare sensibilità alla qualità delle relazioni e la consapevolezza che quello relazionale è il terreno in cui si gioca di fatto l’educazione: non si educa se non in relazione. Questo dovrebbe dirci qualcosa rispetto alla preparazione degli educatori a tutti i livelli: il sapere, anche il sapere teologico, si può imparare dai libri. La vita, a tutti i livelli, si sviluppa solo in una matrice relazionale.

Sr. Simona Brambilla, MC

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LA DIMENSIONE FEMMINILE DELLA MISSIONE

Itthu sothene sinnètta pili pili. Tutte le cose vanno due a due. (Proverbio macua)

Introduzione

In questa comunicazione vorrei offrire semplicemente alcune riflessioni stimolate dall’esperienza di vita con la gente Macua Scirima nel distretto di Maúa e dintorni e dalla collaborazione con missionarie e missionari della Consolata che condividono la fede con questo popolo, nel nord del Mozambico.

Uno dei passi biblici in cui l’animo Macua può riconoscersi immediatamente, trovandovi rispecchiato il proprio orizzonte matriarcale, matrilineare e matrilocale, è il seguente: «l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne» (Gen 2, 24). Per la cosmovisione macua, l’uomo-maschio è un essere in movimento, è colui che lascia il nido femminile materno per pellegrinare alla ricerca di un’altra donna, a cui tornare. La metafora del viaggio di uscita e di ritorno ad una Donna-Madre caratterizza la visione del mondo e la sapienza originale macua: l’onnipresente archetipo femminile/materno, la rielaborazione sfaccettata del mito cosmogonico del monte Namuli, è cantata a più voci nel vivere, nel pensare, nel sentire e nell’agire del popolo e delle persone.

A Maúa, i dialoghi con tante persone, lo studio dei testi della sapienza originale, la partecipazione alla vita della gente, la condivisione con i confratelli e le consorelle sono state per me un’occasione preziosa di approfondimento del senso della missione consolatina; felicemente contaminata dalla prospettiva macua mi sono ritrovata a gustare e valorizzare in modo inedito la dimensione femminile e materna della missione, che il nostro carisma di figli e figlie della Consolata evidenzia in modo tutto particolare1.

La trasformazione della relazione con Dio raramente avviene attraverso lo studio accademico della teologia o del catechismo. C’è bisogno di raggiungere lo strato affettivo, i modelli relazionali, e questo è possibile attraverso una comunicazione che sappia ascoltare ed articolare il linguaggio degli affetti e dei simboli.

Compenetrazione

La questione dell’interazione tra dato genetico e ambiente (derivazione dell’antico binomio natura – cultura, nature – nurture) continua a stimolare la riflessione di molti studiosi dell’umano. Un’importante esponente della psicoanalisi contemporanea come Ana-Maria Rizzuto, trattando di tale interazione nella formazione della personalità, propone il concetto di compenetrazione2. A somiglianza della compenetrazione tra gamete maschile e femminile che è all’origine del nuovo individuo, la continua compenetrazione tra l’individuo e l’ambiente che lo circonda ne plasma la personalità in modo irripetibile. La compenetrazione tra individuo e ambiente si riflette anche nell’organizzazione anatomica e fisiologica cerebrale: gli stimoli ambientali sono in grado di influenzare lo sviluppo dei circuiti neuronali. Si può dunque dire a ragione che l’ambiente plasma il cervello3. L’ambiente umano che circonda la persona, formato dalle relazioni significative che essa instaura, viene come impresso nell’organizzazione psichica attraverso la formazione di schemi di esperienza che rimangono attivi nell’individuo. In tal modo, «coloro che si prendono cura di noi e il nostro ambiente diventano intrinseci al nostro stesso essere»4. L’interazione del bambino con gli adulti che si prendono cura di lui ha dunque un’influenza fondamentale nel plasmare i suoi modelli relazionali, modelli che si attivano anche nella relazione con Dio. Tali modelli non riescono ad essere raggiunti e trasformati semplicemente da uno stimolo cognitivo, perché la loro natura risiede nelle esperienze affettive, che possiedono un linguaggio diverso. In altre parole, la trasformazione della relazione con Dio raramente avviene attraverso lo studio accademico della teologia o del catechismo. C’è bisogno di raggiungere lo strato affettivo, i modelli relazionali, e questo è possibile attraverso una comunicazione che sappia ascoltare ed articolare il linguaggio degli affetti e dei simboli.

Dio stesso partecipa allo sviluppo della persona seguendo questa legge: egli imprime in noi la sua immagine, un po’ come avviene per i genitori

La compenetrazione degli esseri, a livello fisico, psichico, razionale e spirituale, sembra configurarsi come una legge essenziale dello sviluppo umano. Dio stesso partecipa allo sviluppo della persona seguendo questa legge: egli imprime in noi la sua immagine, un po’ come avviene per i genitori; quindi diventa il Dio-con-noi nella compenetrazione di due nature in un’unica Persona. Infine, si fa nostro nutrimento nell’eucaristia, anticipando la festa nuziale preparata nei cieli5.

Che cosa c’entra tutto questo con la missione?

Mi pare che qui si possano fare alcune osservazioni:

  1. La missione è un processo relazionale che trasforma: essa parte da Dio che si proietta fuori di sé e cambia la nostra storia, perché ama; non si trattiene lassù nei cieli ma scende in una carne umana. Per questa compenetrazione di due nature, la storia si trasforma per sempre.

  2. L’evangelizzazione, se autentica, non si limita a raggiungere gli strati intellettuali della persona e del popolo, ma scende, sprofonda e penetra nell’humus affettivo e simbolico, là dove trovano radice le forze e le motivazioni che orientano la vita. Allora il Vangelo arricchisce e trasforma le radici della persona e della cultura e nel contempo diviene vivo della vita della persona e della cultura che incontra.

  3. Ogni compenetrazione suppone l’incontro di differenze in movimento. Vi è un movimento di proiezione all’esterno: i verbi andare, scendere, penetrare, inoltrarsi, esplorare, varcare i confini denotano la dinamica maschile della compenetrazione. Vi è un movimento di recezione all’interno: i verbi ricevere, recepire, accogliere, ospitare, custodire, includere, denotano la dinamica femminile della compenetrazione.

L’evangelizzazione, se autentica, non si limita a raggiungere gli strati intellettuali della persona e del popolo, ma scende, sprofonda e penetra nell’humus affettivo e simbolico, là dove trovano radice le forze e le motivazioni che orientano la vita.

Ora, il mandato della Chiesa è di annunciare ma anche di accogliere l’annuncio: nella Chiesa si riconosce la dimensione petrina e quella mariana, ossia una dinamica maschile e una dinamica femminile. Il maschile è atto che si proietta all’esterno, il femminile è struttura ontologica: non è il verbo ma il seno in cui si incarna6. Frizzi, analizzando il testo di Lc 10,5-7 nota che nella missione da una parte troviamo chi dà il kerigma e riceve l’ambiente culturale e dall’altra chi dà l’ambiente culturale e riceve il kerigma7. Nella dinamica dell’incarnazione, che è alla radice della missione, da una parte, Dio dà il Verbo e riceve la carne, dall’altra parte l’umanità riceve il Verbo e dà la carne: avviene qui una trasformazione della carne e del Verbo; il Verbo diventa qualcosa che prima non era, diventa carne8, mette la tenda fra noi, si manifesta, ed ora l’umanità può udire, vedere, toccare il Verbo della vita (cf. 1 Gv 1,1-3).

Mi pare che l’inculturazione del Vangelo altro non faccia che riflettere la danza di questi due movimenti nella compenetrazione dell’elemento maschile e di quello femminile della missione, nell’armonia tra l’annuncio e l’accoglienza, tra la semina e la mietitura della messe matura da ricevere nel granaio, tra l’andare con la semente da gettare e il ritornare portando i covoni (cf. Sal 126,6), tra il varcare i confini e l’ospitare la novità, tra il dare e il ricevere la Vita.

La via femminile

Il femminile rimanda a un’origine, a un ritorno, allo sprofondamento nel tempo mitico che diviene occasione di rilancio, rinascita, attualizzazione dell’atto cosmogonico originario in cui, nel contatto con la scaturigine della vita, è ri-creata la realtà personale e collettiva.

Vorrei precisare che, quando parlo dell’elemento femminile della missione, non intendo riferirmi solo alla donna, ma voglio indicare la dimensione femminile dell’esperienza umana, che solitamente si concentra e si manifesta in modo più pieno ed evidente nella donna ma che, insieme alla dimensione maschile, gioca una parte fondamentale nella vita di qualsiasi persona o gruppo9.

Nell’orizzonte vitale Macua, l’abbiamo visto, l’elemento femminile dell’esperienza umana vibra e risuona con una forza che per le culture di impronta patriarcale suona nuova e provocante. Il femminile rimanda a un’origine, a un ritorno, allo sprofondamento nel tempo mitico che diviene occasione di rilancio, rinascita, attualizzazione dell’atto cosmogonico originario in cui, nel contatto con la scaturigine della vita, è ri-creata la realtà personale e collettiva.

La vibrazione macua si acutizza nell’accostamento a certi testi biblici assai vicini, per forma e contenuti, alla letteratura originaria del popolo, per esempio ai proverbi e agli enigmi tradizionali. Un testo come quello di Proverbi 30,18-19 non può non infiammare la sensibilità macua:

Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo in una giovane donna.

In questo periodo i collaboratori del Centro Studi Scirima di Maúa si stanno immergendo nella contemplazione di questo testo, approfondendone il senso e i risvolti e lasciando che esso stimoli le profondità del cuore: sarà interessante conoscere che cosa emergerà da questo contatto tra la Parola biblica e la sensibilità macua scirima, e apprezzare ancora una volta, come già successo tante altre in passato, come la Parola rivelata nella Scrittura e la Sapienza del popolo, lasciate interagire, trovino punti di intesa ed illuminino prospettive e scenari altrimenti inimmaginabili.

In qualche modo, la giovane donna rappresenta per l’uomo una via, rappresenta per l’uomo ciò che il cielo è per l’aquila, ciò che la roccia è per il serpente e ciò che l’alto mare è per la nave.

Ma anche se non siamo Macua, possiamo cogliere da questo testo qualche provocazione. Il testo di Proverbi in questione è stato l’oggetto della lectio magistralis che il Card. Angelo Scola ha tenuto nel giugno del 2008 al festival biblico di Vicenza, da cui possiamo trarre qualche spunto. L’Autore dei Proverbi confessa la propria incapacità di comprendere alcune «vie»: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare e la via dell’uomo in una giovane donna. In qualche modo, la giovane donna rappresenta per l’uomo una via, rappresenta per l’uomo ciò che il cielo è per l’aquila, ciò che la roccia è per il serpente e ciò che l’alto mare è per la nave. Le tre immagini – del cielo, della roccia, dell’alto mare – veicolano un’impressione rispettivamente di ampiezza e spazio, di compattezza e stabilità, di profondità e mistero10. La donna, enigma che sfugge alla comprensione, è presentata come via, ed una via che in qualche modo riunisce/coniuga in sé le dimensioni dell’ampiezza e dello spazio, della compattezza e della stabilità, della profondità e del mistero. La via del femminile non è qualcosa da capire con la ragione cerebrale, a cui si sottrae, ma piuttosto è una realtà da abitare (spazio), come un’aquila fa col cielo, è una realtà della quale si sente l’inequivocabile presenza (solidità), come un serpente che sperimenta la compattezza della roccia con la quale il suo corpo è a diretto contatto, è una realtà nella quale immergersi e lasciarsi andare (profondità), come una nave si lascia sostenere dal mare. L’incontro dell’aquila col cielo, del serpente con la roccia, della nave con l’alto mare, della mascolinità con la femminilità costituiscono l’occasione del movimento, la vittoria sulla staticità, l’inizio di qualcosa di nuovo che cammina nella storia. Un autorevole esegeta contemporaneo come Paul Beauchamp, commentando questo testo, arriva a dire che «L’enigma che sorpassa gli altri, secondo i Proverbi, è “la strada dell’uomo attraverso la donna” (Prov. 30, 18s), ossia è ciò che fa passare l’uomo attraverso l’immagine di colei che sta al suo inizio e che lo fa uscire da essa quando nasce, il che fa dell’incontro tra i due al tempo stesso un ricominciamento e qualcosa di nuovo. [] L’esperienza della Sapienza è legata a quella della differenza dei sessi. Là dove l’uomo ritrova la propria sorgente e da cui esce un altro uomo, là è il luogo di elezione della Sapienza»11. Beauchamp probabilmente non è mai stato a Maúa, eppure il suo pensiero in questo punto enuclea uno dei pilastri fondanti della visione del mondo che il popolo Macua coltiva da millenni.

Nel Monte Sacro, il Namuli, dalla forma esterna fallica e dalle grandi e profonde caverne in cui scorrono misteriose acque, il femminile e il maschile convivono come polarità in relazione dentro un’unica e variegata, solenne e umile, stabile eppur sempre danzante realtà.

La dialettica ed il paradosso segnano profondamente la mentalità macua, allergica ad un approccio esclusivo e naturalmente aperta alla coesistenza degli opposti, refrattaria alle pretese di appiattimento delle polarità, duale e non dualista. Nel Monte Sacro, il Namuli, dalla forma esterna fallica e dalle grandi e profonde caverne in cui scorrono misteriose acque, il femminile e il maschile convivono come polarità in relazione dentro un’unica e variegata, solenne e umile, stabile eppur sempre danzante realtà. L’incontro tra il maschile e il femminile è via: via di comunicazione tra i due mondi, quello visibile e quello invisibile, ponte di connessione tra i due margini del fiume che segna il confine tra l’orizzonte umano e quello di Dio e delle creature spirituali, tra il giorno e la notte, tra il tempo presente e il tempo mitico delle origini.

La donna, Namuli vivente, è porta tra i due mondi, grotta di coniugazione tra i due emisferi, caverna primordiale da cui la vita esce e a cui ritorna per trasformarsi e rigenerarsi. L’incontro sessuale è morire per vivere, è ritorno al Namuli, terra e casa materna, viaggio alle origini, all’utero generatore laddove si trova il grande rimedio della vita. La vita nasce dall’incontro/comunicazione tra i due emisferi: ella varca le soglie dell’aldilà per entrare nell’aldiquà. Ma anche la morte è incontro tra i due emisferi, passaggio della vita nel suo viaggio di ritorno. L’incontro sessuale, in questo senso, segue la stessa dinamica della morte/rinascita: è un varcare la soglia del mondo invisibile, rientrare al Namuli ed essere di nuovo dati alla luce; è accoglienza di chi ritorna e ospitalità generativa. La sessualità allora condensa, esalta e celebra la polifonia delle polarità del mondo duale macua: uscire/ritornare, notte/giorno, tempo mitico e tempo presente (khalai/nanano), uccidere/generare, morire/vivere, uomo/donna, terra/cielo, sole/luna, roccia/acqua, negativo/positivo, aldilà/aldiquà, lotta/unione12. Lì, nell’incontro tra il maschile e il femminile, si apre la via alla Sapienza, al ritorno, al ricominciamento, alla novità.

La luna, nel mondo scirima, condensa i significati relazionali legati ai luoghi d’ombra di cui la notte è somma espressione.

Come la luna

La sapienza tradizionale macua scirima non ha scritto saggi teorici sul femminile. Ha elaborato però tanti proverbi sulla luna. Ne gustiamo alcuni13:

Muthiyana òwani okhwa ni ovinyerera: ti xeni? Mweri. Una donna in casa muore e resuscita, che cos’è? La luna.

Yoriheya ohiyu enàsiwa ni mweri. L’oggetto perduto si cerca di notte alla luce della luna.

Mweri wari wowuma murima, khanònaka itheneri. Se la luna avesse il cuore cattivo non vedremmo le stelle.

Mweri onathaliha itthu sa Muluku. La luna comunica le cose di Dio.

Mweri elolá ehinatutha mmaithoni Muluku opankiyaiye. La luna è uno specchio fatto da Dio che non acceca.

Mweri mutokwené: onaririha mirima sothene sipattuxiwe vathi vá. La luna è importante/grande: rinfresca tutti i cuori creati su questa terra.

Nsuwa ni mweri mutokwené mweri. La luna è più grande del sole.

Omwene wa mweri wàreru, miri khasinùma. Nel regno della luna, nonostante ella brilli, gli alberi non seccano.

Mweri erimarima ya itthu sothene s’ohiyu. La luna è il nucleo cardiale dell’universo notturno (di tutte le cose della notte).

Mweri ori Namuli mutokwene athiyana yale avahiwe oyara. La luna è il grande Namuli: le donne lo ricevettero per generare.

Mweri onahima muthiyana òpatxera variyari vasimaye. La luna è la prima donna tra le madri.

Mweri muttuxí w’atthu akumi ni akhwiye. La luna è l’ombra dei vivi e dei morti.

Vahikhanle mweri, sothene khasinawerya otxentxeya. Senza la luna non si riesce a modificare nulla.

Mweri enukú ya ekumi. La luna è seme di vita.

Akina annaweha mweri wirimu, akinaku arino mweri mmurimani. Alcuni contemplano la luna nel cielo, altri hanno la luna nel cuore.

La luna, nel mondo scirima, condensa i significati relazionali legati ai luoghi d’ombra di cui la notte è somma espressione14. La luna, di fatto, è il cuore delle realtà notturne, l’ombra dei vivi e dei morti, perciò dei due emisferi vitali e ponte comunicativo delle cose di Dio. Essa è inequivocabilmente donna, grande Namuli generatrice di vita. Per questo la luna è più grande del sole. La luna conosce fasi, conosce momenti di presenza e momenti di assenza; ella è maestra della gradualità, delle sfumature, di ciò che non è completamente chiaro ma nemmeno completamente oscuro, del mistero. La sua luce, a differenza di quella solare, illumina senza bruciare, anzi, ha il potere di rinfrescare/calmare i cuori. Il sole, quando sorge, spegne le stelle. La luna, al contrario, brilla nella notte e la sua luce, riverberandosi nelle stelle, valorizza ed esalta il loro splendore. Il sole è talmente luminoso che non lo si può guardare. La luna si può guardare, godere dello spettacolo del cielo stellato e, al suo chiarore, lasciarsi ispirare. La luna diviene allora uno specchio in cui la realtà può riflettersi senza esserne abbagliata. Al suo chiarore discreto si cerca ciò che si era perduto: la luna lascia quello spazio di ambiguità e libertà perché chi cerca possa non solo vedere ma anche immaginare. Per questo, senza la luna non è possibile alcuna trasformazione: una trasformazione che avviene non solo perché si è visto qualcosa, ma anche perché lo si è immaginato, sognato, desiderato, in qualche modo creato e alla luce discreta dello specchio lunare, trovato. La luna provvede così quello spazio di «gioco» in cui il cambio può avvenire perché ciò che è cercato viene in qualche modo non solo trovato ma anche creato interiormente. La luna costituisce allora una presenza trasformante e terapeutica. Essa si pone quale ponte tra i due emisferi, mediatrice di messaggi altrui e della luce altrui: ella, di fatto, non brilla di luce propria, ma riflette la presenza di un altro astro, che è sorgente della luce.

La luna provvede così quello spazio di «gioco» in cui il cambio può avvenire perché ciò che è cercato viene in qualche modo non solo trovato ma anche creato interiormente. La luna costituisce allora una presenza trasformante e terapeutica.

Ma la luna non si trova solo in cielo: c’è chi ce l’ha nel cuore e in qualche modo diviene luna per il pellegrino in viaggio su strade spesso aride e assolate. Un pellegrino che, alla luce discreta dell’astro della notte, può accorgersi che il Namuli, il Monte Sacro meta del suo andare, non va solo trovato là fuori ma anche generato dentro. E che il viaggio a cui è chiamato è, di fatto, un «gioco serio» di trasformazione interiore che chiede sì di guardare al Namuli, ma soprattutto di calarlo nel cuore.

Allora, per il Scirima, il principio namulico si configura anche nella relazione con l’altro e con l’Altro: si tratta di un andare e un venire, un prendere distanza e un riavvicinarsi, un po’ come il ragno (ranttasi) che tesse la sua tela tra realtà diverse, unendole in una nuova composizione. Un po’ come le termiti che lavorano all’interno del loro termitaio (eruwa) uscendo per spedizioni alimentari o riproduttive per immancabilmente tornarvi e continuare il loro lavoro di costruzione e trasformazione dell’utero che le ha generate15.

La relazione si rivela una realtà potente e trasformante: l’altro non è solo là fuori ma è anche profondamente dentro. Il Namuli al quale il pellegrino era diretto chiede ora di trovare uno spazio interiore; il Namuli che chiama ed accoglie il pellegrino si fa egli stesso pellegrino e chiede ora di essere ricevuto interiormente, in uno scambio reciproco di doni. Non ci sarà più solo un pellegrino del Namuli, ma anche un Namuli del pellegrino. Allora, il cantico della reciprocità potrà innalzarsi nell’ombra notturna, al chiarore discreto della luna che custodisce il mistero dell’incontro.

Il dialogo interculturale, nella sua espressione più profonda, è dialogo tra i valori che danno senso alla vita, valori custoditi nei miti e nelle metafore basilari che costituiscono il cuore della dinamica culturale ma anche della dinamica personale; è la possibilità di porre sulla mensa della stessa umanità il prezioso tesoro di ciò che dà significato e direzione all’esistenza,

Conclusione

Tutte le culture sono sostenute da metafore e miti di base che formano le strutture portanti dell’edificio culturale e che, coscientemente o no, orientano la vita emozionale e influenzano le scelte della persona e della collettività. Questo fatto non è privo di conseguenze dal punto di vista del dialogo interculturale e dell’evangelizzazione inculturata.

Il dialogo interculturale, nella sua espressione più profonda, è dialogo tra i valori che danno senso alla vita, valori custoditi nei miti e nelle metafore basilari che costituiscono il cuore della dinamica culturale ma anche della dinamica personale; è la possibilità di porre sulla mensa della stessa umanità il prezioso tesoro di ciò che dà significato e direzione all’esistenza, di ciò che rappresenta l’originalità di un popolo e di una persona. Si tratta, insomma, di attuare la «convivialità delle differenze»16, di realizzare il sogno di Isaia in cui la ricchezza dei popoli viene su dromedari, cammelli e navi e si riversa nello spazio accogliente della città di Dio, dimora dell’umanità tutta, che si alimenta succhiando «il latte delle genti» (cf. Is 60, 4-16).

Ma raggiungere i valori di base del popolo, i miti, le configurazioni simboliche, le metafore portanti non è questione di tecnica e nemmeno solo di convivenza. E’ prima di tutto dono dell’Altro e dell’altro che hanno la libertà invitare o no l’evangelizzatore ad un passo oltre la soglia della conoscenza superficiale degli usi e costumi per accedere al cuore vitale dell’identità del popolo.

L’evangelizzazione inculturata non può prescindere dal dialogo interculturale e dal dialogo interreligioso, che ne rappresenta il cuore. Se la missione è questione di relazione trasformante – e trasformante nel profondo, fino alle radici17 – allora il Vangelo chiede di raggiungere gli strati più intimi e vitali della cultura e della persona. Ma raggiungere i valori di base del popolo, i miti, le configurazioni simboliche, le metafore portanti non è questione di tecnica e nemmeno solo di convivenza. E’ prima di tutto dono dell’Altro e dell’altro che hanno la libertà invitare o no l’evangelizzatore ad un passo oltre la soglia della conoscenza superficiale degli usi e costumi per accedere al cuore vitale dell’identità del popolo. Ed è anche compito dell’evangelizzatore che, cosciente della propria ignoranza rispetto al mondo dell’altro, con rispetto, empatia, gratitudine, meraviglia e desiderio di imparare, può accettare l’invito dell’altro ad entrare in casa sua.

Mentre, in ambito missionario e missiologico, la dimensione maschile del dialogo interculturale e dell’inculturazione del Vangelo è stata sufficientemente enfatizzata – i verbi come andare, varcare i confini, penetrare vengono spesso usati per parlare di evangelizzazione – non si può dire altrettanto della dimensione femminile, che si esprime nelle categorie dell’accoglienza, del ritorno, del ricevere, recepire, ospitare, includere, custodire.

Il carisma consolatino, in questo scambio di doni, si è arricchito di nuove sfumature nei missionari e missionarie che hanno avuto la grazia di entrare empaticamente in questo flusso vitale in cui ognuno si dispone a dare e a ricevere gratuitamente.

Per noi, missionari e missionarie della Consolata, che troviamo nella nostra Madre l’ispirazione per il nostro essere e per il nostro agire, la dimensione femminile della missione è (o dovrebbe essere) particolarmente rilevante18. La vita di molti missionari e missionarie della Consolata si è intrecciata con quella del popolo Macua e la felice e feconda compenetrazione di queste vite è forse una delle caratteristiche più belle della missione attuale in Maúa – e di quante altre esperienze missionarie consolatine! Le comunità cristiane di Maúa e dintorni hanno assunto una spiritualità eminentemente consolatina, che in qualche modo riesce ad esaltare e si lascia volentieri contaminare dalla spiritualità scirima imperniata sull’esperienza di Dio Madre e della vita come un viaggio di ritorno al Suo grembo tenero e forte, sempre gravido di vita. Il carisma consolatino, in questo scambio di doni, si è arricchito di nuove sfumature nei missionari e missionarie che hanno avuto la grazia di entrare empaticamente in questo flusso vitale in cui ognuno si dispone a dare e a ricevere gratuitamente: spiritualità consolatina e spiritualità scirima hanno potuto così stringere un’alleanza feconda, di cui possiamo oggi godere tanti saporosi frutti.

Sr Simona Brambilla, MC

1 Per il XI Capitolo generale IMC, «Lo stile materno della Consolata pervade e plasma il nostro essere e fare missione» (Istituto Missioni Consolata – XI Capitolo Generale, Atti Capitolari, São Paulo 2005, 14). Per il IX capitolo generale MC, la Missionaria della Consolata si riconosce come una «donna dai lineamenti di Maria Consolata, che si impegna a vivere con fede, in fiducioso abbandono nelle mani di Dio, diventando consolazione e trova in Lei il segreto per generare e promuovere la vita» (Istituto Suore Missionarie della Consolata – IX Capitolo generale, Atti Capitolari, São Paulo 2005, 9).

2 Cf. Rizzuto, A.-M., «Sviluppo: dal concepimento alla morte. Riflessioni di una psicoanalista contemporanea», in Manenti, A. – Guarinelli, S. – Zollner, H., ed., Persona e formazione. Riflessioni per la pratica educativa e psicoterapeutica, Bologna 2007, 49-72.

3 Cf. Rizzuto, A.-M., «Sviluppo: dal concepimento alla morte», 52.

4 Rizzuto, A.-M., «Sviluppo: dal concepimento alla morte», 53.

5 Cf. Rizzuto, A.-M., «Sviluppo: dal concepimento alla morte», 71.

6 Cf. Evdokimov, P., La donna e la salvezza del mondo, Milano 1980, 217. Per Evdokimov, «La Theotokos genera il “bambino santo”, offre la carne in cui viene a porsi il contenuto, la parola, la potenza, l’atto. […] L’uomo è chiamato a coltivare il giardino cosmico, a decifrare i nomi, a disegnare l’icona del Regno attraverso tutte le forme della cultura, ma questa icona, in cui la forma coincide con il contenuto, è la Vergine che tiene in braccio Gesù Bambino, è la “Donna avvolta di sole”, immagine umana del santo.» Ibidem, 217. 218.

7 Cf. Frizzi, G., «Fede e InculturazioneTeologia e Culture», relazione tenuta al Convegno IMC Interculturalità, nuovo paradigma della missione, Roma, 4 dicembre 2009.

8 Piero Coda, analizzando il prologo di Giovanni, evidenzia che il Logos, facendosi carne, è diventato qualcosa che prima non era: è diventato appunto «sarx». Cf. Coda, P., «Traccia n. 3» in Coda, P. – Donà, M., Il volto di Dio, la carne dell’uomo, Libro + CD Audio, Milano 2006, 35-51.

9 Carl Gustav Jung, studiando gli archetipi dell’inconscio collettivo, riconosce quelli dell’anima e dell’animus. Cf. per esempio Jung, C. G., L’io e l’inconscio, Torino 1967, 104-131.

10 Cf. Scola, A., «Il volto dell’uomo/donna», lectio magistralis tenuta al Festival Biblico di Vicenza, 2 giugno 2009, pubblicata in L’Osservatore Romano, 3 giugno 2009, 5.

11 Beauchamp, P., L’uno e l’altro testamento, Brescia 1985, 144-145, citato in Scola, A., «Il volto dell’uomo/donna», lectio magistralis tenuta al Festival Biblico di Vicenza, 2 giugno 2009, pubblicata in L’Osservatore Romano, 3 giugno 2009, 5.

12 Per un approfondimento di questo tema rimandiamo a Brambilla, S., Evangelizzare il cuore. L’evangelizzazione inculturata tra i Macua Scirima del Mozambico: uno studio antropologico e psicologico, Nepi 2009.

13 Frizzi, G., Murima ni Ewani Exirima. Biosofia e Biosfera Xirima, Maúa 2008, 75-78.

14 Cf. Brambilla, S., Evangelizzare il cuore. L’evangelizzazione inculturata tra i Macua Scirima del Mozambico: uno studio antropologico e psicologico, Nepi 2009, 164-188.

15 Cf. Brambilla, S., Evangelizzare il cuore. L’evangelizzazione inculturata tra i Macua Scirima del Mozambico: uno studio antropologico e psicologico, Nepi 2009, 104-106.

16 Cf. Bello, T., «In principio, la Trinità» in La famiglia come laboratorio di pace, Prato 10 settembre 1988. http://it.ismico.org/content/view/4255/169/ Accesso: 29.11.09.

17 Cf. Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Roma 1975, n. 20.

18 C’è una caratteristica della Consolata che attiene al suo nome e che costituisce una qualità della missione consolatina: la «nostra» madonna si chiama «Consolata», non «Consolatrice». E’ indubbio che i due aspetti, l’uno recettivo e l’altro attivo, non sono mutuamente esclusivi – sono anzi interdipendenti – ma è chiaramente il primo a qualificare la Vergine di Torino e i due Istituti di cui è patrona. «Consolata» dice capacità recettiva, esperienza di consolazione nell’accoglienza del Figlio, il Cristo Consolatore. La «Consolata» privilegia allora la dimensione tutta femminile, sponsale e materna dell’apertura all’Altro che prende dimora nel grembo della Vergine. La Consolata si propone come spazio umile in cui la Vita si fa carne, in cui si realizza l’incontro tra cielo e terra, in cui la compenetrazione tra umano e divino avviene. La Consolata diviene icona di una grazia carismatica e di uno stile di missione che può accompagnare da vicino il viaggio spirituale macua, così legato all’esperienza della maternità, offrendosi come «luogo» in cui l’incontro con Cristo si compia e trasformi il cuore della persona e della cultura.

 

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Chiamati all’amore

maddalena-e-il-risortoLa parola “vocazione” può essere intesa in diversi modi. Qui vogliamo riflettere sulla vocazione cristiana, la vocazione alla fede, ossia a un certo tipo di relazione con Dio, con gli altri e con tutto il creato.

Perché una relazione sia tale occorrono almeno tre elementi: un io, un Tu, uno spazio intermedio ove la relazione accade.

Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.” (Ap 3,30)

L’Apocalisse ci offre l’immagine di Qualcuno che bussa alla porta di un “tu” per offrirgli il dono della comunione, della intimità di vita rappresentata dalla cena. Si tratta di un Qualcuno che attende sulla soglia della porta una risposta. Una risposta che dipende dalla libertà del “tu”.

Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline. L’amato mio somiglia a una gazzella o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia dalle inferriate.” (Ct 2, 8-9)

Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore! La voce del mio amato che bussa: Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, mio tutto;” (Ct 5,2)

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Dio si muove. Si muove dentro, e il movimento interiore di Dio verso di te è il Suo desiderio.

Queste immagini del Cantico dei Cantici possono aiutarci a intuire che cosa capita nella esperienza di fede cristiana. Dio chiama. L’immagine non è quella di un Dio seduto da qualche parte lassù nel cielo che chiama qualcuno quaggiù sulla terra. E’ piuttosto l’immagine di un Qualcuno che si muove, che viene.

Dio si muove. Si muove dentro, e il movimento interiore di Dio verso di te è il Suo desiderio. Ti desidera, vuole rimanere con te, per questo lo hanno chiamato Emanuele, è il nome del suo desiderio verso di noi. Questo desiderio si fa carne in Gesù. Gesù è Dio che viene, che si muove, che ci cerca, che ama per primo.

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Dio bussa: non butta giù la porta, non scavalca il muro, si ferma sulla soglia e attende che gli si apra. Il Suo è un desiderio intensissimo e rispettosissimo dell’altro.

E’ importante comprendere così la “chiamata”, come desiderio di Dio per noi, un desiderio tanto intenso che si fa carne e pane. Perciò Dio non chiama una volta sola. Il verbo “chiamare” nell’esperienza di fede si coniuga sempre al presente, mai al passato, perché Dio ti desidera continuamente. Non ha mai smesso di desiderarti, perciò non ha mai smesso di chiamarti.

Dio bussa: non butta giù la porta, non scavalca il muro, si ferma sulla soglia e attende che gli si apra. Il Suo è un desiderio intensissimo e rispettosissimo dell’altro.

Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore! La voce del mio amato che bussa: “Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, mio tutto; perché il mio capo è madido di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne”. “Mi sono tolta la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?”. (Ct 5,2-3)

Le nostre resistenze: nel Cantico, lei pone delle giustificazioni: è già a letto, si è messa in camicia da notte, si è già lavata i piedi… Le nostre giustificazioni davanti al desiderio di Dio: poi se mi sbaglio, poi se mi sporco, poi se non sono capace, poi se è troppo difficile, poi se non ce la faccio, poi se mi faccio male, poi se non capisco, poi sto bene così… poi questo letto è comodo, la mia vita così almeno la conosco, non sarà il massimo ma si sta anche benino qui… ecc. ecc.!

L’amato mio ha introdotto la mano nella fessura e le mie viscere fremettero per lui. Mi sono alzata per aprire al mio amato e le mie mani stillavano mirra; fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello.” (Ct 5,4-5)

La risposta: mi accorgo di questo amore, mi risveglio. Lui cerca la fessura da cui passare per farsi riconoscere, cerca lo spiraglio che gli lascio. Allora ecco il risveglio del mio desiderio, che mi fa risvegliare dal sonno e mi fa muovere dal letto in cui sono adagiata, dall’affezione alla mia camicia da notte e ai miei rituali, dagli anfratti rocciosi in cui mi sono nascosta. Esco di lì, ma non si tratta tanto un atto di volontarismo. No, è un atto di desiderio. Non un atto fatto di emozione del momento, ma di desiderio delle viscere.

Ho aperto allora all’amato mio, ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso. Io venni meno, per la sua scomparsa; l’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto. Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città; mi hanno percossa, mi hanno ferita, mi hanno tolto il mantello le guardie delle mura.” (Ct 5,6-7)

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Lui cerca la fessura da cui passare per farsi riconoscere, cerca lo spiraglio che gli lascio.

La risposta del tu è anch’essa un movimento. Prima c’è il movimento del risvegliarmi, accorgermi di Chi mi desidera così, accogliere questo desiderio. E poi c’è il movimento di uscita, di ricerca. Da chi era impigrita a letto e non voleva alzarsi, eccola qui, l’Amata, ad andare in giro sola di notte, disposta ad essere percossa, ferita, deprivata del mantello. Che trasformazione!

Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se trovate l’amato mio che cosa gli racconterete? Che sono malata d’amore! Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro, tu che sei bellissima tra le donne? Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro, perché così ci scongiuri?” (Ct 5,8-9)

Nell’Amata ormai non troviamo più nulla che sappia di autodifesa; non inveisce contro le guardie che la picchiano, unica sua preoccupazione è l’Amore, è il cercare l’Altro. L’amata lo cerca ovunque e questa sua ricerca un po’ pazza fa sorgere in altri delle domande. Ed ecco prorompere spontanea la descrizione/annuncio dell’Amato:

L’amato mio è bianco e vermiglio, riconoscibile fra una miriade. Il suo capo è oro, oro puro, i suoi riccioli sono grappoli di palma, neri come il corvo.” (Ct 5,10-11)

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Allora l’inviato diventa davvero simile a Gesù, Colui che viene a cercare la persona, a cercare i Figli per rivelare questo amore tenero e forte e per riunirli in questo amore di Dio Padre...

Sgorga dal cuore la proclamazione della bellezza di Lui. A questo punto il tu è pronto a diventare testimone, perché questo tu che è l’Amata è entrato nel movimento di Dio, quello della ricerca tenera ed appassionata, quello del risvegliare nella persona la consapevolezza che non è da sola, ma c’è un Padre/Madre che la cerca e la ama senza condizioni.

Nasce allora la passione, il movimento della persona inviata. Allora l’inviato diventa davvero simile a Gesù, Colui che viene a cercare la persona, a cercare i Figli per rivelare questo amore tenero e forte e per riunirli in questo amore di Dio Padre, Madre e Sposo. Questo è il senso della missione.

Che questo Avvento sia per ciascuno di noi occasione di incontro con l’Emanuele che viene, che ci cerca, che ci desidera e che ci invita a entrare nel Suo dinamismo di amore da cui sgorga la missione. Buon avvento!

Sr Simona Brambilla MC

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Siamo parenti

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Noi Missionari e Missionarie della Consolata «siamo per i non cristiani»: per questo siamo nati, per questo esistiamo.

Ho vissuto in Mozambico dal 2000 al 2002. Sì, un tempo molto breve, ma sufficiente a cambiarmi la vita. Abitavo a Maúa, nella provincia del Niassa, al nord del paese, nella terra del popolo Macua, condividendo la missione con consorelle, confratelli e tanta gente con cui abbiamo scambiato vita e consolazione. Ho sperimentato che la consolazione non va a senso unico ma a due sensi: a Maúa sono stata consolata e sono anche stata, per grazia gratuita di Dio, mediazione di consolazione. E questo non vale solo per Maúa: la missione è reciprocità e scambio, ovunque siamo.

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I Missionari e le Missionarie della Consolata sono nati per «andare», per muoversi in direzione dell’altro, per accoglierlo, ma anche per lasciarsi raggiungere dall’altro ed esserne accolti.

Noi Missionari e Missionarie della Consolata «siamo per i non cristiani»: per questo siamo nati, per questo esistiamo, per questo siamo arrivati in Africa tanti anni fa. La missione fra i non cristiani è «la ragion d’essere» degli Istituti. Nel linguaggio tipico del suo tempo, il Beato Giuseppe Allamano diceva che «[L’Istituto ha] il proprio fine speciale e secondario, che ne forma la caratteristica ed è la sua ragion d’essere: l’evangelizzazione degli infedeli»[1]. Questo dato, espresso quanto mai chiaramente e sinteticamente dal nostro fondatore, resta gravido di conseguenze ieri come oggi: siamo nati, siamo cresciuti e viviamo nell’orizzonte dei non cristiani[2]; questo orizzonte, per così dire, ci ha generati e continua ad essere per noi vitale. In un mondo religioso (e politico-sociale) che costruisce una frontiera tra i fedeli e gli infedeli, tra i pagani e i cristiani, l’Allamano, dalla sua esperienza di Dio e dal contatto con Maria Consolata, crea qualcosa di nuovo e inventa per noi il senso della missione[3]: muoversi verso l’altro, rivoluzionando le frontiere perché esse sono invenzioni umane destinate a variare a seconda delle paure, delle resistenze e delle insicurezze dell’essere umano. I Missionari e le Missionarie della Consolata sono nati per «andare», per muoversi in direzione dell’altro, per accoglierlo, ma anche per lasciarsi raggiungere dall’altro ed esserne accolti. I Missionari e Missionarie della Consolata hanno bisogno dell’altro per esistere. Il viaggio missionario è trasformazione: non solo del non cristiano, non solo di colui al quale è annunciato il Vangelo, ma anche del missionario. Nelle parole di Padre Trevisiol IMC: «Il fatto di essere cristiani e portatori del Vangelo è per noi il dato da cui partiamo e andiamo verso gli altri, mentre ci è più difficile scoprire quanto di essi è penetrato dentro di noi. Sì, noi siamo per gli infedeli, ma non saremo ciò che siamo senza di loro»[4].

Ora, che cosa c’entra tutto questo con l’esperienza tra il popolo Macua in Mozambico?

Noi, Missionari e Missionarie della Consolata, siamo arrivati tra i Macua Scirima di Maúa e dintorni negli anni ’40, quando la gente di là non era cristiana. Noi eravamo per loro ma noi avevamo bisogno di loro. Abbiamo camminato assieme, coi nostri errori, fragilità e limiti, ma anche con la nostra passione e la nostra voglia di conoscerci e di comunicare, e la vita ha cominciato a scorrere tra noi, aprendo canali di dialogo, rigenerandoci reciprocamente. Ci siamo accorti, lungo la storia, segnata da gioie e dolori – e da tanti anni di guerra – del mutuo bisogno di comunicazione e la reciprocità, la compenetrazione, sono diventate vita nella misura in cui è stato possibile accoglierci nella nostra alterità ma anche nella nostra consanguineità in quanto figli dello stesso Padre che per tutti – cristiani e non cristiani –  ha mandato il Figlio.

Negli anni in cui ho vissuto a Maúa, e nelle mie visite  quasi annuali successive, con un gruppo di persone del luogo, papà e mamme di famiglia, la maggioranza cristiani ed alcuni musulmani, abbiamo svolto una ricerca approfondendo la sapienza e la spiritualità originale del popolo, attraverso lo studio dei miti, dei proverbi, dei riti che fioriscono dal tesoro culturale Macua.  Una delle persone con cui ho più collaborato in questa ricerca è il signor Luis Prisciliano.

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… la reciprocità, la compenetrazione, sono diventate vita nella misura in cui è stato possibile accoglierci nella nostra alterità ma anche nella nostra consanguineità in quanto figli dello stesso Padre che per tutti – cristiani e non cristiani – ha mandato il Figlio.

Luís Prisciliano, di etnia Macua, originario della provincia di Cabo Delgado, Mozambico, è cresciuto e ha studiato presso una missione cattolica. Ha insegnato in questa zona per diversi anni in scuole di primo livello, dedicandosi all’arte, specie alla pittura, nei tempi liberi. Sentendosi poi chiamato alla vocazione di guaritore, ha trascorso lunghi periodi di pellegrinaggio ed apprendimento presso i santuari tradizionali, in foresta, tornando alla cittadina di origine in qualità medico tradizionale, professione praticata per diversi anni.  Si è quindi dedicato quasi completamente  al disegno e alla pittura, fino a quando per questioni di salute ha dovuto ritirarsi. Ha esposto alcune sue opere (olio su tela) alla Expo Missionaria di Roma in occasione del Giubileo dell’anno 2000. Ha collaborato alla illustrazione di pubblicazioni curate dal Centro Studi Macua Xirima di Maúa. Prisciliano è stato per me un prezioso interlocutore e maestro, alla cui sapienza, disponibilità, pazienza e capacità dialettica ho avuto la gioia e la fortuna di attingere a più riprese. Prisciliano ha lasciato questa terra per “tornare al Namuli” (il monte sacro della tradizione spirituale Macua), alcuni anni fa e ora gode del pieno abbraccio di Dio Padre e Madre.

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Prisciliano è stato per me un prezioso interlocutore e maestro, alla cui sapienza, disponibilità, pazienza e capacità dialettica ho avuto la gioia e la fortuna di attingere a più riprese.

Un pomeriggio di settembre dell’anno 2005, a Maúa, parlavo con Prisciliano che mi raccontava, in tono affettuoso e rispettoso, di quanto «strani» i missionari e le missionarie possano risultare per le loro abitudini, il loro modo di vivere, così diverso dalla gente del luogo. Tra me pensavo che veramente, dalla prospettiva macua, dovevamo apparire come un fenomeno esotico, coi nostri modi di parlare, di salutare, di mangiare, di rapportarci; chissà quante volte, riflettevo dentro di me, siamo riusciti ad essere grossolani e maleducati senza nemmeno rendercene del tutto conto. Gli chiesi come facessero a sopportarci così come siamo. Prisciliano, serio e pacato, mi spiegò che c’era una cosa importantissima che ci accomunava. Prese tra le mani il crocifisso che portavo al collo e disse più o meno queste parole: «Siete arrivati con questo, e questo basta. Tra questo e il Dio dei nostri antenati non c’è contraddizione. Siamo parenti».

Simona Brambilla MC

[1] L. Sales, La vita spirituale. Dalle conversazioni ascetiche del Servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, Torino 1963, 18.

[2] Cf. A. Trevisiol, «Noi siamo per gli infedeli», Documentazione IMC 60 (2002), 14

[3] Cf. A. Trevisiol, «Noi siamo per gli infedeli», 16.

[4] A. Trevisiol, «Noi siamo per gli infedeli», 18.

 

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