Il sogno di poter annunciare Gesù

Mons. Padilla con un gruppo di cristiani

Venticinque anni fa, nel 1992, arrivavano in Mongolia i primi tre missionari cattolici per condividere la Buona Notizia di Gesù, dando così inizio alla Chiesa Cattolica più giovane del mondo. Uno dei tre sacerdoti è l’attuale vescovo della Mongolia, S. E. Wenceslao Padilla, (ma chiamato da tutti semplicemente Vescovo Wens), dalle Filippine. Riportiamo una breve intervista in cui il Vescovo ci racconta gli inizi della Chiesa in Mongolia, le sfide e i suoi sogni per il prossimo futuro.

A quale realtà avete dovuto far fronte al vostro arrivo in Mongolia?

Già il nostro viaggio ebbe qualche avventura. Arrivati a Pechino, avemmo la sorpresa che i voli per la Mongolia a quel tempo erano solo una volta alla settimana, allora si dovettero risolvere diverse difficoltà per poter restare per alcuni giorni a Pechino finché ci fosse l’aereo. Finalmente, dopo tante peripezie, riuscimmo a comprare i biglietti e raggiungere la Mongolia.

Arrivati nella capitale, la prima impressione fu quella di essere in un piccolo paesino di campagna, nonostante Ulaanbaatar avesse già un buon numero di abitanti. I palazzi, costruiti dai Sovietici, erano spogli, circolavano pochissime macchine per le strade e la piazza principale, che oggi è la più importante di tutta la Mongolia, era circondata da alcuni arbusti ed era il luogo dove la gente portava gli animali a pascolare. Le mucche, le capre, le pecore e i cavalli erano tutti lì a pascere tranquillamente. Faceva impressione perché sapevamo di essere nella capitale del Paese ma ci sentivamo come in mezzo ad un campo. Ci alloggiammo allora per alcuni giorni in un hotel finché il nostro appartamento fu pronto. Le nostre prime Messe le celebrammo in una stanza e i primi partecipanti furono alcuni stranieri che già vivevano qui. Erano negozianti o membri di alcune ambasciate o di organizzazioni che venivano ad aiutare in Mongolia in diversi campi. Così iniziammo ad avere i nostri primi contatti, sia con le autorità del Paese sia con altre organizzazioni internazionali. Quando finimmo la nostra sistemazione tutti e tre iniziammo lo studio della lingua.

Qual è la cosa più sorprendente che si ricorda dell’inizio della Chiesa in Mongolia?

Gli inizi furono molto semplici, in questo senso non c’è stato niente di sorprendente, iniziammo tutto da zero. Quello che mi stupiva era che i Mongoli incominciavano ad avvicinarsi alla Chiesa senza che noi avessimo intrapreso ancora nessuna attività di evangelizzazione. Fu così che organizzammo un programma che chiamammo “Vieni e vedi”, dove loro potevano iniziare a conoscerci partecipando ad alcune nostre attività. Erano portati dagli stranieri che erano cattolici mentre venivano alla Messa o in visita. Non si iniziò subito nessun lavoro pastorale, dovevamo essere molto attenti perché la Mongolia si era appena liberata dal comunismo e noi eravamo molto consapevoli di questo. Quello che facevamo era guardarci intorno e cercare di identificare delle possibilità per poter iniziare poi delle attività in relazione con la Chiesa. Fondamentalmente cercavamo di instaurare dei rapporti con tutti.

L’evangelizzazione vera e propria quando cominciò?

Non abbiamo dovuto aspettare molto. Quando i Mongoli che ci frequentavano cominciarono ad essere un po’ numerosi iniziammo a spiegare chi eravamo noi, cosa era la Chiesa e a rispondere alle diverse domande che ci facevano. Dovevamo adattarci alle dimensioni dell’assemblea affittando dei saloni sempre più grandi per poter ricevere più gente; cambiammo posto per sette volte finché venne costruito questo edificio dove oggi ha sede la Prefettura Apostolica. Gli inizi furono difficili, dovevamo discernere tutto da soli senza avere la controparte mongola per un confronto.

Quali erano le vostre maggiori paure?

Certamente, quello che ci spaventava di più era la lingua. Inoltre non conoscevamo la cultura, le tradizioni, né il posto. Nelle Filippine quando si parlava della Mongolia si diceva che erano gente feroce e dalla cartina si vedeva che era un Paese grande tra Cina e Russia. Avevamo paura del clima che nell’inverno è molto rigido, soprattutto perché venivamo da Paesi di clima tropicale. A me personalmente aiutò l’esperienza di freddo che avevo già avuto in Taiwan, un freddo che si sentiva tanto perché umido, e quindi sapere cosa fare nell’inverno.

Quali furono le vostre prime attività?

In quegli anni, dopo la caduta del comunismo, c’era tanta povertà e c’erano molti bambini che vivevano per la strada. Allora cominciammo a visitare la gente che viveva nei tombini del riscaldamento della città e portavamo loro da mangiare o qualcosa di caldo da bere. In seguito, con l’aiuto della Croce Rossa e il Ministero degli Affari Esteri, venimmo a conoscere le diverse situazioni di bisogno per poi intraprendere un’opera nostra, anche se allora non si poteva parlare di iniziare attività come “Chiesa Cattolica”. E comunque il nostro grande sogno era quello di portare la Buona Notizia e costruire la Chiesa.

Dopo 25 anni, che cammino ha fatto la Chiesa?

Poco per volta cominciarono ad arrivare altri gruppi di missionari e ciò ci diede tanta gioia. Nel 1995 arrivarono le Missionarie dell’Immacolato Cuore di Maria (ICM), nel 1996 le suore di San Paolo de Chartres (SPC), nel 1997 le Missionarie della Carità (MC) e un sacerdote Fidei Donum dalla Corea del Sud. Poi arrivarono i Padri Salesiani nel 2001 e i Missionari e le Missionarie della Consolata nel 2003. Con questi nuovi arrivi ci sentivamo più fiduciosi poiché ogni comunità arricchiva la missione con il suo carisma. La missione veramente cominciò a espandersi. Noi della Congregazione dell’Immacolato Cuore di Maria, che siamo più orientati al lavoro sociale, iniziammo un orfanotrofio per i bambini della strada, le suore SPC, orientate all’educazione, iniziarono scuole materne, le MC lavoravano con i più poveri e così via, la Chiesa si arricchì di opere in diversi ambiti sociali e in questo modo, cresceva e si consolidava. Oggi abbiamo 5 parrocchie con oltre mille battezzati. I missionari sono 72, provenienti da 22 nazionalità, inclusi i missionari laici. Siamo presenti non solo nella capitale Ulaanbaatar, ma anche in altre città come Darkhan e Erdenet nel nord, Zuunmod nel Centro e Arvaiheer nel Centro Sud.

Quale può essere la sfida più grande oggi per la Chiesa Cattolica in Mongolia?

Mantenere il lavoro che abbiamo iniziato e avere il diritto di continuare. Mi spiego, la legge in Mongolia impone tante regole che risultano per noi restrittive su tanti aspetti: ad esempio è difficile ottenere i permessi necessari per poter svolgere le nostre attività, e avere del personale qualificato per il lavoro che svolgiamo. Ad esempio, il Rainbow Centre, un progetto che serve bambini disabili, non può contare su personale specializzato; non essendoci permesso di far entrare più personale straniero, abbiamo solo lavoratori mongoli che sono maestri della scuola comune e che non hanno ricevuto la formazione in questo campo, perché in Mongolia non esistono ancora queste competenze. Sento che come Chiesa dobbiamo prepararci a rispondere ai bisogni della gente, specialmente dei più poveri. Per questo, per celebrare i 25 anni della Chiesa in Mongolia faremo un’Assemblea Generale per chiederci ancora una volta: “Quali sono i veri bisogni della gente?”.

Come vorrebbe vedere la Chiesa nei prossimi 25 anni?

Vorrei vederla cresciuta, non tanto nei numeri ma nella qualità, specialmente nella qualità di coloro che si convertono al Cattolicesimo. Oggi osserviamo che non pochi dei nuovi battezzati attratti dal fascino della società consumista e materialista rimangono credenti superficiali, mai riuscendo a conoscere che cosa significa essere cristiani fino in fondo. Anche tra quelli battezzati agli inizi ci sono tanti che si sono allontanati. Perciò il nostro lavoro è aiutare, specialmente coloro che sono già battezzati, ad approfondire la propria fede. E riguardo ai non ancora battezzati dobbiamo aiutarli a interiorizzare la fede nel profondo del loro cuore, perché comprendano realmente che cosa è la nostra religione: cosa significa avere fede in Dio e negli altri, cos’è la misericordia, il perdono, l’amore, e tutto quello che fa parte della nostra fede. Bisogna non solo che sia capito ma deve anche essere sentito e praticato. Non penso ad una Chiesa trionfalistica della quale tutti i Mongoli faranno parte, è sufficiente avere un po’ di lievito che aiuti a fermentare la pasta, che aiuti la società ad avere un’etica morale, che abbia rispetto per la vita umana e onori Dio. Sogno una Chiesa che si diffonda nel più profondo della nostra società.

suor Sandra Garay, MC

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Un’altra importante “prima volta”

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L’ordinazione del primo sacerdote mongolo

Ritornando dopo tre anni in un luogo, è normale trovare novità. Si notano cambi in tante cose, nella città, nella gente… forse un po’ meno nel paesaggio. Mi rendo conto con sorpresa che la Mongolia ha cambiato molto rapidamente: in Ulaan Baatar, la capitale dove ho vissuto per vari anni, alcuni luoghi mi risultano completamente sconosciuti, molti edifici sono stati sostituiti da nuovi, le strade sono migliorate e… quasi non ci sono buche! Ci sono momenti in cui mi sento in un’altra città. Il cambio è così grande che persino coloro che sono rimasti sentono che si devono sforzare per riadattarsi.

12-fr-enkhe-receives-the-greeting-of-buddist-khambalam-dambajavPoco dopo il mio ritorno, un evento di grande singolarità si somma alla lista delle cose nuove, tanto per me come per coloro che sono in Mongolia da tempo: la prima ordinazione sacerdotale di un mongolo nella Chiesa Cattolica. Si, la Mongolia in vari modi dà la possibilità di avere molte e notevoli “prime volte”: la prima volta che si battezza un gruppo di mongoli, la prima volta che arriva una congregazione missionaria, la prima volta che si celebra la Messa in un certo luogo, la prima volta che una comunità celebra la Pasqua, la prima volta che si consacra un vescovo e ora, la prima volta che si ordina un sacerdote mongolo: Enkhe Baatar Joseph.

Ricordo come se fosse ieri quando Enkhe, appena finite le superiori, circa 12 anni fa, ha chiesto di entrare in seminario. Per tutti fu un’esperienza mista di gioia e preoccupazione, forse un poco più la seconda. Era molto giovane, appena 18 anni, i suoi genitori non erano cristiani e della sua famiglia solo sua sorella frequentava la Chiesa Cattolica. Ci chiedevamo: se sarà sacerdote, la sua famiglia lo appoggerà? E una società con un cristianesimo di solo 0,2% della popolazione, lo accetterà? In quel tempo solo c’erano 500 battezzati cattolici (10 anni dopo sono solo poco più del doppio). E la nostra Chiesa, sarà sufficiente matura per sostenere il suo sacerdote? Ma Enkhe si rende conto davvero di che cosa significa essere sacerdote?

05-prayer-during-the-rite-of-consacrationDal di fuori le cose si vedono sempre incomplete, non si può vedere quello che Dio opera nell’interiorità dell’altro. Quante volte non ci diamo neppure conto di quello che Dio fa in noi! In realtà, gli interrogativi che si presentavano non erano su Enkhe e sulla sua chiamata, erano piuttosto su Dio. Questa novità interpellava la nostra fede: possiamo credere che Dio fa parte anche di questa storia, di questo desiderio? E fu così che, come altre volte, sia come Chiesa che come singoli, fummo chiamati a fare un nuovo atto di fiducia: fiducia che Enkhe era veramente chiamato, fiducia che la Chiesa era sufficientemente matura per avere i propri leaders, e fiducia che è Dio chi guida i passi e i cammini di ciascuno.

Quando Enkhe comunicò alla famiglia la sua decisione di esser sacerdote trovò una grande opposizione, soprattutto da parte di sua madre, poiché egli era l’unico figlio maschio. La famiglia gli chiese di continuare gli studi ed avere una professione, questo gli avrebbe dato una certa sicurezza per il futuro, nel caso in cui, con il tempo, potesse cambiare idea. Questo, invece, per Enkhe significava aspettare, sentirsi chiamato e non poter rispondere, sentire un fuoco dentro e non poter correre. Senza accantonare il suo desiderio, accettò le condizioni della sua famiglia e si iscrisse a Biologia.

Durante questo tempo, nel silenzio e nella routine, continuava a crescere la sua relazione con Dio.

Enkhe racconta che all’inizio della sua chiamata, il desiderio era voler stare sempre con Dio, trascorrere la sua vita con Colui che gli dava tanto amor e gioia, e sentire che l’unico modo per realizzare questo era essere sacerdote.

09-bishop-wens-welcomes-the-newly-ordained-father-enkhePassa il tempo, matura e conosce di più la realtà della Chiesa in Mongolia, Enkhe sente che la sua chiamata era accompagnata da una missione, quella di annunciare al suo popolo questo amore di Dio che lui aveva avuto la fortuna di conoscere. E così Enkhe ripeteva nel suo cuore le parole del profeta Isaia: “Eccomi, Signore, mandami!” Il termine degli studi lo trovò con i suoi desideri rafforzati e con le sue intenzioni più profonde e più chiare. La famiglia, vedendolo sempre così determinato, accettò, e con la benedizione della sua Chiesa partì per la Corea del Sud, e lì entrò in seminario. Dopo otto anni di studio, lavoro e molta preghiera, ritorna alla sua cara terra per essere ordinato sacerdote.

L’ordinazione di Enkhe è stata una bellissima festa, di gioia profondamente sentita, di meraviglia e sorpresa. Credo che sia giusto dire che non è stata solo la festa di Enkhe, ma di tutta la Chiesa Cattolica Mongola, delle altre Chiese Cristiane qui presenti, dei fedeli buddisti, cioè: è stata la festa di tutto il popolo mongolo, perché l’ordinazione del primo sacerdote è il segno inconfondibile che Dio veramente abita nel cuore dei credenti. Significa che Dio ascolta i desideri della sua gente, che la chiama, la guida e la ama con un amore infinito. In Enkhe sacerdote, Dio abbraccia tutto il popolo mongolo e lo benedica con vita nuova.

Grazie, Padre Enkhe, per il tuo SI, per lasciarti guidare, per ascoltare la chiamata, per lasciarti amare da Dio.

suor Sandra Garay, MC

 

 

 

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Il Signore chiama in tanti modi

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Missionari e Missionarie della Consolata in Mongolia, in visita a un tempio buddista

L’attrazione verso il Sacro ed una chiamata ad essere missionaria ad gentes

Guardare in dietro per rivisitare la propria storia può essere un esperienza salutare e rinnovante. Cercare di trovare in qualche modo un filo conduttore, una sigla, una luce che dia un po’ di senso al proprio presente, doni prospettiva alle difficoltà del momento e ci confermi nella speranza che c’è un bene futuro che ci aspetta, ci può donare tanta pace e fiducia.

Certamente alla soglia dei cinquanta se si guarda indietro ci si accorge che si ha percorso un bel po’ di strada. Alcuni pezzi già non si vedono più, altri si son dimenticati, si ricorda qualche collina e qualche valle attraversati, ci sembra di risentire i fiumi rumorosi che ci hanno sfidato e quelli quieti che ci hanno dissetati.  Rimane però come testimone del lungo viaggio la polvere nelle scarpe e il vento amico che ogni tanto ritorna a soffiare, tal volte più freddo, tal volte più soave, ma che è sempre lo stesso.

Pretendere allora di raccontare la propria storia intesa come vocazione dicendo tutti i perché, come e quando, va al di là delle capacità di qualunque meticoloso narratore, che inoltre io non sono.  Riconosco d’altra parte che c’è ancora tanto di mistero per me.  Perciò ho pensato di condividere con voi alcuni ricordi della mia infanzia che continuano a riscaldare il mio cuore e danno qualche luce al mio essere quest’oggi Missionaria della Consolata.

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Sr Sandra con sr Giovanna Maria in Mongolia

Un carissimo ricordo della mia infanzia non è collegato a un evento ma a un periodo. A quel tempo vivevo in un piccolo paesino di montagna dove c’era una cappellina che aveva come parroco un vecchio Frate Francescano.  La catechesi allora era solo in vista alla preparazione sacramentale e i bambini che avevano ricevuto il sacramento pian piano perdevano l’abitudine di andare in chiesa.  Un gruppetto di noi però, dopo aver ricevuto la Prima Comunione, sotto l’attenta e affettuosa guida del vecchio Frate, impariamo a fare i chierichetti. Così che cominciamo a partecipare quasi quotidianamente alla Santa Messa.

Il mio primo impegno fu suonare le campane la domenica.  Ricordo come se fosse adesso come ero attaccata a quella corda tirando giù forte perché suonasse chiaro e contando bene quante volte per non inviare il messaggio sbagliato.  Dopo ho imparato a servire la Messa, compito proprio dei chierichetti e finalmente il lavoro in sacrestia per preparare l’altare. Per me le Messe più belle erano quelle feriali perché oltre ad essere brevi quasi sempre c’erano effettivamente solo bambini. Per chiamare a queste Messe, anche se durante la settimana, si suonavano le campane.  Noi bambini che giocavamo nei giardini delle nostre case all’ascolto del loro suono correvamo verso la cappellina. Eravamo un bel gruppetto e cercavamo di sederci tutti nelle prime due panche, i più piccoli ancora con le gambe pendolanti, mentre in vano tentavamo di metterci in silenzio per ascoltare la Messa.  Sentivamo che la cappellina era tutta nostra ed eravamo contenti di stare lì con il Signore che si faceva presente solo per noi.  Mi ricordo ancora con quale compenetrazione partecipavo allo svolgersi dell’Eucarestia perché sapevo che lì c’era Gesù.

Fuori dall’ambito della chiesa avevo un altro gruppo di amici molto vario.  Alcuni erano piccoli, altri erano più grandi, alcuni più vivaci, altri più creativi, alcuni specialisti in combinare pasticci e altri allenati in rimediarli. Non so come sia adesso, ma in quel tempo nel mio paese i bambini, soprattutto nei caldi pomeriggi dell’estate quando erano in vacanza dalla scuola, perché incapaci di riposare dovevano trovarsi da soli il modo di sconfiggere la noia senza disturbare gli adulti che dormivano la “siesta”. Mi ricordo che durante uno di quei giorni dopo pranzo, quando ero già un pochettino più grande, mi trovavo a leggere qualche storiella nel cortile di casa mia. All’improvviso, due dei miei fratelli arrivarono con una curiosa novità: due dei nostri amici si volevano “sposare.” Fino ad oggi non son riuscita a sapere se loro si volevano sposare o se li volevano sposare. Comunque, chiamata in causa e data la mia “vasta” conoscenza delle celebrazioni liturgiche, mi sono offerta a risolvere questa situazione.  E così, cercando di fare poco rumore, tutto il gruppo è venuto nel cortile di casa nostra e abbiamo preparato e celebrato questo matrimonio.  Due anelli di carta, una vecchia cassetta per altare, una sedia (non per sedersi ma per me perché chi celebra doveva essere alto), due testimoni e gli amici degli sposi.  La cerimonia è andata molto bene: solenne, puntuale e breve nonostante ci sia stata una piccola predica.  Finita la celebrazione e fatte le dovute congratulazioni tutti sono partiti per le loro rispettive famiglie.  Non era passata ancora un’ora che vedo ritornare i miei fratelli con un’altra inaspettata richiesta: gli sposini vogliono che io disfi il loro matrimonio. Dopo qualche secondo per riprendermi da questo imprevisto cambio di desiderio ho dato loro la mia risposta con molta serietà: “Il matrimonio non si può disfare, rimarranno sposati per il resto della loro vita.”  Mi fu poi riferito che la sposina non prese tanto bene la notizia e che il suo pianto fu così disperato che la sua mamma dovette intervenire.  Non so come l’abbia consolata.  Il certo è che quello è stato il primo e l’ultimo matrimonio che io ho celebrato.  Quando ci ripenso ancora mi fa sorridere!

p.32Penso che l’amore e il gusto che oggi provo per il sacro e la liturgia hanno in qualche modo la sua radice nei vissuti della mia infanzia. Ancora oggi mi sento attratta dal mistero di Dio presente nei sacramenti, in speciale l’Eucarestia.  Crescendo però ho perso un po’ di quella freschezza e spontaneità e in cambio ho guadagnato in profondità e consapevolezza. In realtà è tanto il passato a illuminare il presente quanto il presente ha illuminare il passato. E’ tanto vero che gli echi della  infanzia mi aiutano ad approfondire le strade della missione oggi quanto la vita missionaria mi aiuta a rivalorizzare l’amore per l’Eucarestia appresso appresso da piccola. Infatti è stata la missione, specialmente quella in Mongolia, attraverso la quale il Signore mi ha donato una conoscenza maggiore del suo mistero.  Sono sempre più convinta che la esperienza di Dio e l’annuncio del suo Regno devono passare necessariamente attraverso la liturgia.  I sacramenti non solo nascondono ma anche rivelano il mistero di Dio.

Come si può spiegare chi è Dio a chi non lo conosce? Non si può. Si può raccontare che cosa ha fatto Dio e secondo quel che ha fatto possiamo dire chi pensiamo che Lui sia.  Ma spiegare chi è Dio, no.

mongolia-SANDRA2Quando abbiamo cominciato la missione di Arvaiheer in Mongolia abbiamo deciso che fin dall’inizio avremo accolto tutti i simpatizzanti alla celebrazione Eucaristica.  E’ lì che ho visto nascere la fede.  All’inizio chi non conosce si sente perso e fa fatica a seguire il rito.  Ma pian piano cominciano a percepire la presenza di qualcuno in mezzo a loro. Man mano che sono istruiti nella fede e aprono il loro cuore si accorgono che questa presenza li guarisce e li trasforma.  Un giorno, senza sapere bene come, riconoscono Dio nella loro vita.  Dio che si chiama Gesù, e che c’era già in mezzo a loro ma, come loro stessi dicono, non sapevano perché nessuno gliel’aveva mai detto. Quante volte ci hanno detto “come siete fortunati di aver conosciuto Gesù fin da piccoli, se anche noi l’avessimo conosciuto la nostra vita oggi sarebbe molto diversa.”  E così cresce in loro, giorno dopo giorno, il bisogno di andare a Messa e non solo le domeniche.  Anche oggi ad Arvaiheer, benché non ci sia una campana che chiama, ci sono quelli che imparano a sentirsi chiamati.  Hanno anche loro conosciuto che Dio c’è, che si chiama Gesù e li aspetta nell’Eucarestia.

Tornando al mio racconto, crescendo ho avuto l’opportunità di conoscere altre realtà, scoprire nuovi orizzonti, cambiai e i miei interessi diventarono più complessi.  La società, la famiglia e gli amici mi fecero capire che la mia ricchezza più grande era Gesù perché dava significato e valore alla mia vita.  E ho pensato che Dio allo stesso modo poteva dare senso e gioia alla vita di tutti e che purtroppo alcuni ancora non sapevano che c’era un Dio che si chiama Gesù perché probabilmente nessuno glielo aveva mai detto.  E mi sentì chiamata in un modo nuovo.  Poi si capisce come è andata a finire la mia storia.  Oggi ringrazio tanto il Signore per avermi chiamato a fare parte della famiglia Missionaria della Consolata.

Suor Sandra Garay, mc

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La storia di Gunche

L’incontro con il Dio sconosciuto, eppure presente da sempre nella vita di una donna mongola. 

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Gunche nacque nella campagna del nord della Mongolia, durante il regime comunista. Quando era piccola, suo padre era solito dirle: “Quando sarai grande, dovrai rispettare Dio, perché c’è un Dio che è il Signore del cielo e della terra, e tu devi rispettarlo. In Lui solo devi credere”. Comunque, il papà di Gunche non le spiegò mai dove si trovava questo Dio, o qual era il suo nome, probabilmente nemmeno lui lo sapeva.

 

mongolia_03Dio ti proteggerà sempre

La ragazza crebbe senza conoscere altro su Dio, solo sapeva che c’era. Gunche oggi ricorda che, anche se in quel tempo la religione era proibita, ogni tanto la gente parlava di Dio: egli esisteva, ed era buono, molto buono, ma non c’era ancora in Mongolia. Un giorno, un uomo anziano, amico di famiglia, molto stimato per la sua saggezza, le disse: “Non preoccuparti: Dio ti proteggerà sempre. Un giorno troverai una persona che ti condurrà sulla strada giusta.

Ancora giovane, nel 1970, Gunche fu scelta per partecipare ad un corso di sei mesi sulla confezione di vestiti di lana, in Bulgaria. Un giorno, visitando la città dove studiava, entrò in un grande edificio e capì che si tratta di un luogo di lode: non sapeva che si trattava di una Chiesa, ma intese che era un luogo santo.

L’incontro con Dio e con sua madre

Entrando, vide una bellissima imagine di una madre con un bambino: era così toccante che pensò: questo deve essere il Dio buono di cui parla la mia gente, e Lei deve essere sua madre. Vicino alla Chiesa c’era un negozio: entrò e comprò una copia di quella immagine. Ritornando in Mongolia, soleva portare con sé l’immaginetta ovunque andava, e alle volte pregava pure al suo Dio sconosciuto.

Gunche si ammalò, a causa del lavoro che faceva, e non riuscì a guarire più. Allora si ricordò del vecchio uomo saggio , che un giorno le disse che Dio l’avrebbe protetta, e così pregò: guarì senza andare dal dottore e senza prendere medicine, sperimentando così che Dio era buono verso di lei, che egli era con lei. Ma ancora Gunche non conosceva Dio…

Qualche anno dopo, al lavoro, qualcuno le rubò l’immaginetta dalla borsa. La cosa la intristì tanto: pianse per giorni e giorni, la cercò ovunque, senza trovarla. Sentiva che aveva perso qualcosa di molto importante. Cercò in ogni dove, senza risultato, ma comunque non lasciò la ricerca: pensava che un giorno l’avrebbe ritrovata nuovamente.

Il ritorno della giovane donna

Nel 1996, quando la Mongolia era divenuta una nazione democratica, Gunche si ammalò di nuovo. Consumata dalla malattia, costretta a letto, sognò di stare sdraiata ai piedi di un albero quando una donna vestita di bianco le si avvicinò: Gunche si chiedeva come avesse fatto ad entrare nella sua camera, che era chiusa a chiave. Poi vide del fuoco che entrava dalla finestra. Il giorno dopo si svegliò, sentendosi molto bene e chiedendosi chi era quella giovane donna che aveva sognato.

Un paio di mesi dopo, alla TV stavano trasmettendo un programma che raccontava la storia di Gesù, e fu allora che Gunche capì che la ragazza che le era apparsa era Maria, e che lei l’aveva guarita. Perciò capì che l’unica cosa importante da cercare era Gesù, insieme a Maria, poiché sentiva che erano sempre insieme.

Il desiderio di conoscere Gesù

Il tempo passò, Gunche tornò a vivere nella capitale Ulaan Baatar con la sua famiglia. Doveva fare diversi lavori per mantenere gli studi di sua figlia. In segreto, continuava a coltivare il desiderio di conoscere Gesù. Nello stesso tempo sua figlia, senza che lei lo sapesse, era diventata cristiana: non glielo aveva mai detto per paura che la madre glielo proibisse.

Mongolia_02Dopo quattro anni, la figlia terminò gli studi e trovò lavoro, e così Gunche decise che era il suo momento di cercare una chiesa e conoscere Gesù. La figlia le chiese di andare nella stessa sua chiesa, e lei accettò: era la Parrocchia cattolica Santa Maria.

Arrivando nella chiesa, Gunche trovò la statua della Madonna: la stessa imagine che aveva comprato tanti anni prima, e siccome Maria vestiva una tunica, pensò che era la giovane donna del sogno durante la sua malattia. Che sorpresa! L’aveva ritrovata!

Dopo due anni di catecumenato, Gunche ricevette il Battesimo, ed ora è molto felice della sua scelta. Sa che Dio l’ha guidata in ogni momento, sa che Dio l’ha cercata in ogni istante. Come cristiana impegnata, fa servizio nell’apostolato di San Vincenzo,  “Dio ci purifica con il suo amore e per questo le nostre vite cambiano” dice con sicurezza: ha fatto esperienza della forza che il Signore dà per poter amare tutte le persone.

“Dio ci ama e ci accoglie come siamo, così noi dobbiamo dare agli altri l’amore che noi stessi abbiamo ricevuto. Questa è la cosa giusta da fare: amare gli altri con l’amore di Cristo”.

Suor Sandra Garay

Il sito della missione cattolica di Arvaikheer: clicca qui

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