Fatima: una profezia che continua

Nell’introduzione alla pubblicazione della terza parte del cosiddetto “Segreto di Fatima”, voluta da Papa Giovanni Paolo II nel 2000, l’allora Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede, mons. Tarcisio Bertone, affermava: “Fatima è senza dubbio la più profetica delle apparizioni moderne”.

Il “segreto” è il contenuto della rivelazione fatta dalla Madonna ai tre pastorelli il 13 luglio 1917, che i bimbi tennero celato, su indicazione della stessa Vergine; soltanto nel 1941, Lucia, ormai suora, per concessione celeste e obbedienza al Vescovo, ne descrisse nelle sue Memorie le prime due parti: ad una rapidissima ma terrificante visione dell’inferno, seguirono la richiesta, da parte di Maria, della devozione al suo Cuore Immacolato, la previsione di un conflitto sanguinoso e degli effetti disastrosi causati dal diffondersi dell’ateismo in Russia e nel mondo intero.

La terza parte, invece, fu messa per iscritto (e chiusa in una busta) da Lucia, il 3 gennaio 1944, sempre in obbedienza alla Madonna e al Vescovo di Leiria. Nel 1957 il Vescovo la trasmise in busta sigillata all’Archivio segreto del Sant’Ufficio e segreta rimase fino al 2000, quando, come si è detto, Giovanni Paolo II decise di renderla pubblica: si trattava della visione impressionante di un angelo dalla spada infuocata che esortava alla penitenza e di un “Vescovo vestito di bianco” – che i tre pastorelli intuirono essere il Papa – che insieme ad altri Vescovi, sacerdoti e religiosi, saliva su una ripida montagna verso una grande croce, avanzava carico di sofferenza (che i bimbi avvertirono con profonda intensità) tra mucchi di cadaveri e, giunto presso la croce, veniva ucciso, insieme a molti religiosi e laici.

La segretezza di cui è stata circondata questa rivelazione e la cautela con cui la Santa Sede ha deciso di diffonderla risultano comprensibili alla luce della drammaticità del suo contenuto, tanto più dopo l’attentato di cui fu vittima Giovanni Paolo II, il 13 maggio 1981, proprio il giorno in cui ricorreva il 64° anniversario della prima delle sei apparizioni della Madonna a Fatima. Il Papa stesso, nella prima udienza generale successiva al tragico evento, il 7 ottobre, espresse la sua gratitudine alla Vergine, dichiarando di aver avvertito la sua straordinaria protezione che si era “dimostrata più forte del proiettile micidiale” e donò al Santuario di Fatima uno dei proiettili che lo avevano colpito, ora incastonato nella corona della Vergine.

Seppure profondamente significativo, questo “segreto” ha finito per divenire oggetto di una curiosità morbosa, alimentata dal sensazionalismo dei media, e per acquistare un’eccessiva rilevanza rispetto alle altre apparizioni, tanto da essere identificato quasi con il messaggio stesso di Fatima. Non solo: ancora in tempi recenti sono state riproposte assurde ipotesi catastrofiche o “complottistiche” (come quella dell’esistenza di un “quarto segreto” che la Chiesa vorrebbe tenere celato perché scottante), benché, in occasione della divulgazione del “segreto”, l’allora cardinal Ratzinger, in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ne avesse offerto un illuminante commento teologico e avesse chiarito il significato di quell’annuncio di sofferenza per il Papa e la Chiesa. Egli aveva spiegato che “profezia”, in senso biblico, “non significa predire il futuro, ma spiegare la volontà di Dio per il presente e quindi mostrare la retta via verso il futuro”: il profeta è colui che, per uno speciale dono divino, “viene incontro alla cecità della volontà e del pensiero e chiarisce la volontà di Dio come esigenza ed indicazione per il presente”. Il carisma profetico si può quindi accostare al dono di leggere i “segni dei tempi”, valorizzato dal Concilio Vaticano II, per cui la finalità delle “visioni private” come quelle dei pastorelli di Fatima – importanti ma essenzialmente differenti dall’unica e definitiva Rivelazione di Dio in Cristo, alla cui luce vanno lette e interpretate – è “aiutarci a comprendere i segni del tempo e a trovare per essi la giusta risposta nella fede”.

Questa interpretazione del “terzo segreto” aiuta a recuperare la profondità della dimensione profetica delle apparizioni di Fatima, preservandole da letture riduttive che rischiano di banalizzarne il messaggio.

 

Sulla stessa linea si pone il libro di don Franco Manzi, Fatima, teologia e profezia, frutto di uno studio ampio e documentato, pubblicato quest’anno dalle Edizioni San Paolo. Egli offre una lettura delle visioni di Fatima in chiave profetico-apocalittica, cioè ne analizza criticamente il linguaggio simbolico, tipico delle profezie e apocalissi bibliche, e insieme tiene conto dei condizionamenti culturali e delle capacità di comprensione dei tre piccoli veggenti. Alla luce di questa interpretazione, gli stessi aspetti terrificanti o minacciosi delle visioni dei pastorelli risultano strumenti di cui lo Spirito Santo si serve per suscitare una risposta di conversione ed indirizzare al discernimento, poiché – scrive Manzi – “il fine della visione profetica di minaccia è che essa non si realizzi”.

L’esortazione alla conversione, peraltro, è rivolta all’intera comunità dei credenti, perché le visioni profetiche, a differenza di quelle mistiche, non riguardano in primo luogo l’esperienza spirituale del veggente “ma sono primariamente finalizzate a comunicare un messaggio divino alla Chiesa in vista della sua edificazione”. Nello specifico, il messaggio di Fatima contiene un richiamo rivolto, attraverso l’amorevole mediazione di Maria, alla Chiesa universale – anche se in prima istanza si rivolge alla Chiesa portoghese – ad una conversione permanente, alla penitenza, alla preghiera e all’impegno di discernimento.

Si recupera in tal modo il valore ecclesiale delle visioni di Fatima e, contemporaneamente, se ne coglie la perenne validità, come già affermato in più occasioni da Papa Benedetto XVI: la Chiesa, infatti, è chiamata a continuare fino alla fine dei tempi la sua opera di mediazione della salvezza offerta a tutti gli uomini – anche attraverso la sofferenza – e la lotta contro il male; inoltre, l’invito a discernere i segni dei tempi costituisce un compito irrinunciabile per ogni cristiano, chiamato, in virtù del Battesimo, a partecipare alla missione profetica di Cristo.

Così Franco Manzi sintetizza la specificità profetica dell’evento-Fatima: “il messaggio dell’amore divino per ‘tutto’ il mondo è stato tramesso dallo Spirito tramite Maria con uno stile di amorevolezza e condiscendenza materna per quel ‘frammento’ delicatissimo di mondo costituito dai tre bambini profeti”.

Paola La Malfa

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O tutti o nessuno!


L’11 giugno 2016, nell’ambito delle iniziative per il Giubileo degli ammalati e disabili, il Settore per la catechesi dei disabili dell’Ufficio catechistico nazionale (UCN) ha promosso un Convegno dall’eloquente titolo: “… E tu mangerai sempre alla mia tavola! (2Sam 9,1-13)”.

Scopo del Convegno, organizzato per celebrare il 25° anno di istituzione del Settore, era di offrire, oltre ad una panoramica della realtà dei disabili in Italia, linee guida, spunti e materiale per promuoverne l’accoglienza e l’inclusione pastorale nelle parrocchie, associazioni e movimenti ecclesiali.

Il Papa, ricevendo in udienza i partecipanti: persone disabili, familiari, accompagnatori, volontari, anziché leggere il discorso preparato per l’occasione, ha preferito rispondere a braccio alle domande che gli venivano rivolte, creando immediatamente un clima di spontaneità e semplicità. E a chi gli ha chiesto quale consiglio volesse dare a un Parroco che si rifiuti di accogliere ed escluda dalla catechesi e dai Sacramenti i portatori di qualche diversità o disabilità, Papa Francesco ha risposto con foga: “Ma che consiglio può dare il Papa? Chiudi la porta della chiesa, per favore! O tutti o nessuno”.

Il Pontefice non ha negato che l’inclusione dei portatori di disabilità necessiti di accorgimenti particolari e richieda sensibilità e competenze non scontate da parte di sacerdoti, catechisti ed educatori, ma ha ribadito che non si deve perdere di vista, innanzi tutto, che “tutti abbiamo la stessa possibilità di crescere, di andare avanti, di amare il Signore, di fare cose buone, di capire la dottrina cristiana, e tutti abbiamo la stessa possibilità di ricevere i Sacramenti”. A questo proposito ha citato come modello l’esempio di Papa Pio X che, agli inizi del secolo scorso, stabilendo che fosse data la Comunione ai bambini, – decisione che fu giudicata scandalosa, perché andava contro la prassi pastorale di quel tempo – intuì che la diversa comprensione del Sacramento da parte del bambino non deve essere causa di rinvio o esclusione ma di una catechesi e di un accompagnamento particolari e fece “di una diversità un’uguaglianza”.

Al tema dell’educabilità alla fede e dell’ammissione ai Sacramenti delle persone disabili, Papa Francesco ha dedicato un’ampia riflessione nel suo discorso (reperibile sul sito del Vaticano), affermando che “spesso si giustifica il rifiuto dicendo: ‘tanto non capisce’, oppure: ‘non ne ha bisogno’. In realtà, con tale atteggiamento, si mostra di non aver compreso veramente il senso dei Sacramenti stessi, e di fatto si nega alle persone disabili l’esercizio della loro figliolanza divina e la piena partecipazione alla comunità ecclesiale”. Per superare questo atteggiamento occorre crescere nella consapevolezza che “il Sacramento è un dono e la liturgia è vita”, che chiede pertanto di essere vissuta, prima ancora che capita, e che è compito di ogni comunità cristiana accompagnare i disabili perché possano fare esperienza dell’amore del Padre e di Cristo nei Sacramenti.

Un altro tema su cui il Papa si è soffermato nel suo discorso è quello del ruolo apostolico e missionario dei disabili, che devono essere valorizzati come protagonisti e non solo come destinatari della pastorale e dell’evangelizzazione; ciò presuppone, innanzi tutto, il riconoscimento del valore della loro presenza “come membra vive del Corpo ecclesiale e la consapevolezza che nella debolezza e nella fragilità si nascondono tesori capaci di rinnovare le nostre comunità cristiane”.

La Messa, dedicata ad ammalati e disabili, presieduta dal Papa in Piazza San Pietro, il 12 giugno, ha offerto un bellissimo esempio di celebrazione “inclusiva”: la presenza di bimbi con sindrome di down tra i ministranti, le letture tradotte da persone sorde nella lingua internazionale dei segni e, ancor più, il Vangelo messo in scena da persone con disabilità intellettiva, sono stati esempi di una liturgia celebrata non solo “per” ma “con” i disabili.

Gli eventi legati alla celebrazione del Giubileo degli ammalati e disabili, e in particolar modo il Convegno, hanno costituito anche una sorta di bilancio del cammino intrapreso dalla Chiesa, soprattutto a partire dagli anni del post-Concilio, per superare pregiudizi e stereotipi nei confronti della disabilità. La responsabile del Settore CEI per la catechesi dei disabili, Suor Veronica Donatello, ha ricordato, nel discorso di apertura del Convegno, il lungo lavoro di sensibilizzazione del tessuto ecclesiale nei riguardi dei disabili, anche intellettivi, l’impegno di sostegno delle famiglie e di accompagnamento dei cambiamenti sociali a partire dall’integrazione negli ambiti della scuola e del lavoro; ma ha indicato, come vero e proprio punto di svolta, la presa di consapevolezza dei disabili come soggetti attivi nella comunità ecclesiale  (ben sottolineata da Papa Francesco), che ha trovato piena formulazione nei documenti dell’UCN L’iniziazione cristiana alle persone disabili. Orientamenti e proposte (2004) e Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia (2014).

Si tratta di una svolta recente che è stata però preparata da intuizioni e iniziative profetiche di quanti, nella Chiesa, hanno saputo dare risposte ai bisogni più profondi di malati e disabili: penso in particolare alla figura di mons. Luigi Novarese (1914-1984), un sacerdote piemontese beatificato nel 2013.
Colpito, all’età di nove anni, da tubercolosi ossea, sperimentò che il superamento della malattia comporta un processo complesso che coinvolge non solo la dimensione fisica ma anche quella spirituale della persona e affinò una particolare sensibilità per la cura spirituale dei malati. Divenuto sacerdote, dedicò il proprio ministero a lottare contro l’emarginazione di malati e disabili: nonostante le forti opposizioni che incontrò nella Chiesa e nella società civile, fondò Associazioni per la valorizzazione e la promozione integrale della persona sofferente (come i Silenziosi Operai della Croce e il Centro Volontari della Sofferenza) e avviò corsi professionali per disabili; ma soprattutto, nel 1952, organizzò il primo corso di Esercizi spirituali per ammalati e disabili. Il successo di questa iniziativa e le richieste dei suoi malati di poter pregare in un ambiente idoneo lo indussero ad un’impresa per quei tempi pionieristica: la costruzione di una casa priva di barriere architettoniche (la Casa “Cuore Immacolato di Maria” a Re – Verbania, inaugurata nel 1960).

Papa Francesco ricevendo, il 17 maggio 2014, 5000 membri delle Associazioni da lui fondate, ha ricordato il suo motto programmatico: “Gli ammalati devono sentirsi autori del proprio apostolato”.

Paola Lamalfa

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La diaconia del dialogo

Il profilo di tre donne che, pur nella grande diversità di temperamenti, ruoli ecclesiali e vicende vissute, si sono poste al servizio del dialogo e della comunione

Edith Stein

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Edith Stein

Ebrea tedesca, filosofa, cattolica, monaca carmelitana col nome di Teresa Benedetta della Croce, uccisa nelle camere a gas di Auschwitz il 9 agosto 1942. Il 1° maggio 1987 viene beatificata da Giovanni Paolo II come martire per la fede; l’11 ottobre 1998 è proclamata santa e, l’anno successivo, compatrona d’Europa insieme a Santa Brigida di Svezia e a Santa Caterina da Siena.

Tra le poche testimonianze che abbiamo sui suoi ultimi giorni di vita, quella di un superstite che la vide al campo di smistamento di Westerbork, dove Suor Benedetta rimase alcuni giorni prima di essere trasferita ad Auschwitz, ne descrive il comportamento calmo e capace di donare consolazione ai suoi compagni di prigionia, e l’atteggiamento di cura amorevole verso quei bimbi che le madri, cadute in uno stato di disperata prostrazione, non riuscivano più ad accudire.

Sono gli ultimi gesti che ci sono stati tramandati di questa donna che ha accolto il disprezzo e l’annientamento di se stessa in totale solidarietà con il popolo ebreo cui apparteneva, e nell’unione più profonda con il Dio rifiutato e crocifisso.

La conclusione della sua esistenza è anche il punto di arrivo di un itinerario segnato dalla tensione verso l’“altro” e la sua verità. Infatti, benché nata in una famiglia ebrea profondamente osservante, Edith si era allontanata nella prima adolescenza dalla pratica religiosa; furono il suo percorso di ricerca, prima intellettuale (fin dai suoi studi fenomenologici con Husserl, sull’empatia come processo esperienziale interiore che mette in relazione con l’alterità) e poi spirituale, e il confronto con amici protestanti a condurla fino alla scoperta della fede e all’incontro, in Cristo, con l’“assolutamente Altro”. Ricevuti il Battesimo e la Prima Comunione il 1 gennaio 1922, a 31 anni, desiderò subito dedicarsi alla vita contemplativa, ma le fu concesso di seguire la sua vocazione solo nel 1933 – anno dell’ascesa di Hitler al potere e della promulgazione delle leggi razziali –  quando entrò nel Carmelo di Colonia, dopo anni dedicati agli studi filosofici e teologici, all’attività di conferenziera e all’insegnamento.

Fu lei stessa a dichiarare di essersi sentita profondamente ebrea dopo il suo Battesimo: la sua, quindi, non fu tanto una conversione dall’ebraismo al cattolicesimo, quanto dall’indifferenza religiosa alla fede in Cristo. Nel testamento spirituale che scrisse il 9 giugno 1939, si dichiarò disposta ad accogliere qualsiasi morte Dio intendesse riservarle, per la salvezza del suo popolo, della Germania e per la pace nel mondo.

Divenne così anche una figura-ponte tra le due fedi: “eminente figlia d’Israele e figlia fedele della Chiesa”, come la definì Giovanni Paolo II nell’omelia per la sua canonizzazione.

 

Madeleine Delbrêl

madeleine-delbrelA diciott’anni scriveva: “Dio è morto, viva la morte!”, proclamando il suo ateismo e l’assurdità dell’esistenza umana. Due anni dopo, nel marzo 1924, vive l’esperienza folgorante dell’incontro con Dio e inizia un cammino di conversione: “Ero stata e sono rimasta abbagliata da Dio. Mi era, come mi resta, impossibile mettere sulla stessa bilancia Dio da un lato e dall’altro tutti i beni del mondo” (Noi delle strade).

Da allora la sua intelligenza e vivacità, il suo talento di scrittrice e poetessa, la sua formazione di infermiera e assistente sociale furono messe completamente al servizio di Dio, nella Chiesa.

Abbandonata l’idea, anche per obblighi familiari, di entrare nel Carmelo, nell’ottobre del 1933, con due compagne di scoutismo, partì per Ivry-sur-Seine, sobborgo industriale di Parigi e roccaforte del comunismo, dove le condizioni massacranti di vita e di lavoro alimentavano l’anticlericalismo e l’ateismo più radicali. La scelta di Madeleine e delle sue compagne – rivoluzionaria per quei tempi – fu vivere i consigli evangelici in una vita laicale, completamente immersa nel mondo, condividendo in tutto la vita della gente comune. Fondarono così la prima di quelle che sarebbero state chiamate le “Équipes della Carità”.

La certezza che la mosse è che essere, con la Chiesa, laddove la volontà di Dio chiama, in qualunque situazione e con qualunque mansione, è autentica missione; e il luogo privilegiato per la missione è proprio quello che appare più lontano da Dio, e dunque più assetato e bisognoso di salvezza. Il mondo diviene così dunque luogo di santificazione in cui immergersi come in Dio stesso e l’ateismo dei fratelli la condizione più favorevole per l’annuncio evangelico. “Quello che ci interessa – scrisse in Città marxista, terra di missione – è che un Dio amato da noi e che ama ciascun uomo per primo, ciascun uomo possa, come noi, incontrarlo”.

Morì improvvisamente, il 13 ottobre 1964, pochi giorni prima del compimento dei 60 anni.

È in corso il suo processo di beatificazione.

 

Maria Vingiani

 p-12aIn un incontro diocesano di formazione ecumenica, tenuto a Torino il 15 novembre 1997, Maria Vingiani introdusse il suo intervento sul tema “Dialogo con gli Ebrei”, con queste parole chiare e decise: “Direte che il tema del dialogo con gli Ebrei non c’entra con la vocazione cristiana; e invece tutto il mio intervento, se riuscirò ad essere oggettiva, dovrà significare soltanto questo: non c’è vocazione cristiana – testimoniare Cristo e vivere per lui nella storia e nella Chiesa – se non nella chiamata a dialogare con il popolo ebreo, la radice, il luogo d’innesto della vita cristiana”.

La convinzione che il dialogo con l’ebraismo sia il punto di partenza imprescindibile per il cammino ecumenico è, infatti, la peculiarità del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche), un’Associazione interconfessionale di Laici di cui la Vingiani è stata la fondatrice e la Presidente fino al 1996.

Lei stessa racconta, in una memoria storica reperibile sul sito del SAE, il nascere della sua vocazione all’ecumenismo: la scoperta dolorosa e sconcertante per lei, giovane studente cattolica a Venezia, della disunione e ostilità tra cristiani; la chiamata, maturata nella preghiera e nello studio del movimento ecumenico europeo, a farsi carico di questa divisione per comprenderla e superarla. Erano gli anni successivi alla Seconda guerra mondiale quando, in clandestinità e a rischio di scomunica – ma sempre in dialogo obbediente con il Patriarca di Venezia, Piazza, che la autorizzò, non senza grande preoccupazione, a frequentare i luoghi di culto protestanti – la Vingiani iniziò ad organizzare incontri (lei unica cattolica) con alcuni Pastori protestanti e qualche laico evangelico: inizialmente su problemi socio-culturali della città – collegati anche al suo impegno di Assessore alle Belle Arti – poi, finito il tempo della clandestinità, su temi biblici. Il lavoro comune di studio e confronto sulla Parola di Dio, vissuto nel dialogo e nel servizio, fu il metodo più idoneo per combattere la tradizionale intolleranza reciproca e la contrapposizione tra membri di confessioni diverse. Ma furono l’incontro, il 16 settembre 1957, con Jules Isaac (lo storico ebreo che, persa quasi tutta la sua famiglia ad Auschwitz, dedicò la propria vita a far riabilitare il popolo ebreo nell’insegnamento cristiano) e la profonda amicizia che ne nacque, a spingerla ad imprimere nel cammino del gruppo l’impegno di riscoperta della comune radice biblica di ebrei e cristiani e la valorizzazione dell’ebraismo, coinvolgendo il presidente della comunità ebraica veneziana. Furono così poste le fondamenta di quello che a Roma (dove la Vingiani si trasferì negli anni del Concilio) sarebbe diventato il SAE, il cui statuto porta la data del 15 dicembre 1966.

Alla tenacia di Maria Vingiani si deve lo storico incontro, avvenuto nonostante resistenze curiali che sembravano insuperabili, tra Papa Giovanni XXIII e Jules Isaac, il 13 giugno 1960, che avviò il percorso di riavvicinamento tra Chiesa cattolica ed ebraismo, poi sancito dalla dichiarazione conciliare Nostra aetate.

Paola Lamalfa

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Quando la sposa è bambina

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I matrimoni precoci sono una violazione ai diritti umani.

La storia di Nojoud, la bambina yemenita che a 10 anni ha conquistato il tragico primato di più giovane divorziata al mondo, dopo che un tribunale le ha concesso di porre fine ad un matrimonio combinato con un aguzzino che aveva il triplo dei suoi anni, è stata raccontata in un libro autobiografico, scritto con la giornalista franco-iraniana Delphine Minoui (in Italia è edito da Piemme) e trasposta in versione cinematografica nel film La sposa bambina, proiettato nelle sale italiane lo scorso maggio.

La regista del film, Khadija Al-Salami, anch’ella yemenita e vittima di un matrimonio forzato subito in età infantile, racconta il dramma della bambina con delicatezza ed equilibrio, rendendo ragione delle motivazioni dei suoi genitori, responsabili e insieme vittime di un sistema culturalmente arretrato, con leggi e codici d’onore spietati ed inviolabili, in cui sono i più poveri ed indifesi ad avere la peggio. Così trova una spiegazione (non certo una giustificazione) la scelta del padre di Nojoud di darla in sposa per ricavarne una dote che viene usata per pagare qualche mese di affitto e, al tempo stesso, per proteggerla dal pericolo di subire la stessa sorte toccata alla sorella: questa, violentata da un giovane della tribù, era subito stata data in sposa al suo stupratore con un matrimonio riparatore e, tuttavia, era divenuta oggetto di continui pettegolezzi e critiche da parte della comunità, tanto che la famiglia era stata costretta ad abbandonare il proprio villaggio sui monti e a trasferirsi in città, dove i pochi soldi che si racimolavano con l’accattonaggio non bastavano a comprare il cibo per tutti né a pagare l’affitto di casa.

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La regista del film “Sposa bambina” Khadija Al-Salami, anch’ella vittima di un matrimonio forzato subito in età infantile, racconta il dramma della bambina con delicatezza ed equilibrio.

Ciò che più risulta sconcertante nel film è che quasi nessuno – neanche la madre – riesca a vedere in Nojoud una bambina, benché lei, appena può, corra a giocare con le sue amichette e giunga alla casa del marito stringendo a sé una bambola. L’eccezione è rappresentata dal giudice, che si intenerisce rivedendo in lei qualcosa della propria figlia e dall’avvocato donna che la difende. Gli argomenti che ella adduce, cioè che gli abusi sessuali e psicologici che la bambina ha subito non hanno alcun fondamento religioso e che il fisico minuto di Nojoud e il suo comportamento infantile denunciano chiaramente che non è pronta per sostenere l’impegno di un matrimonio e di eventuali gravidanze, non hanno tuttavia la forza di persuadere i due imputati del processo – il padre e il marito di Nojoud – che si appellano al fatto di aver solo seguito le norme tradizionali della loro tribù.

UN FENOMENO DIFFUSO IN TUTTO IL MONDO

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L’ONU ha posto l’abolizione dei matrimoni precoci tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030… nei Paesi in via di sviluppo 1 ragazza su 3 si sposa prima dei 18 anni, 1 su 9 prima dei 15.

Merito di questo film, sponsorizzato in Italia da Amnesty International, è di aver fatto conoscere il dramma dei matrimoni precoci (contratti cioè prima del raggiungimento del 18° anno di età), contro cui da anni si impegnano Organizzazioni intergovernative, ONG, reti internazionali e regionali e Agenzie delle Nazioni Unite (in particolare l’Unicef che nel 2001 ha pubblicato uno studio ampio e articolato sul matrimonio precoce, a cura del Centro Innocenti); l’ONU ha posto l’abolizione dei matrimoni precoci tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030.

Quello di Nojoud, infatti, non è purtroppo un caso isolato né raro: secondo i dati del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), ogni anno avvengono circa 13,5 milioni di matrimoni precoci (cioè circa 37000 al giorno); nei Paesi in via di sviluppo 1 ragazza su 3 si sposa prima dei 18 anni, 1 su 9 prima dei 15. I matrimoni precoci riguardano anche i ragazzi, ma il fenomeno è in percentuale prevalentemente femminile (82% contro il 18% maschile). È una pratica diffusa a livello mondiale, ma particolarmente frequente nell’Africa sub-sahariana, Medioriente e Asia meridionale. Si consideri che questi sono dati ufficiali e che il numero reale potrebbe essere di molto superiore, perché, data l’inadeguatezza o la totale assenza di sistemi di registrazione anagrafica, migliaia di matrimoni non vengono registrati oppure non si conosce esattamente l’età degli sposi (entrambi i casi comportano di per sé una violazione di diritti, perché un minore senza certificato di nascita o un coniuge senza un documento che attesti il matrimonio non godono di alcuna tutela).

LE CAUSE PRINCIPALI

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Il matrimonio può essere visto come un modo per proteggere le bambine e garantire loro stabilità economica e protezione, sotto il controllo del marito, da approcci e violenze sessuali e da gravidanze fuori dal matrimonio.

La povertà è una delle principali cause dei matrimoni precoci: una giovane figlia può essere un pesante onere economico, mentre un matrimonio – tanto più quando lo sposo è tenuto a corrispondere un compenso al padre della sposa – può diventare un mezzo di sopravvivenza economica. In più, il matrimonio può essere visto come un modo per proteggere le bambine e garantire loro stabilità economica e protezione, sotto il controllo del marito, da approcci e violenze sessuali e da gravidanze fuori dal matrimonio. Questo vale non solo nelle comunità più ancorate a valori tradizionali ma anche in contesti di particolare instabilità: un aumento significativo di matrimoni di adolescenti si sta verificando, per esempio, nei campi profughi siriani in Libano.

La pratica del matrimonio precoce dipende, però, prevalentemente da come si concepisce il ruolo e la struttura della famiglia, nonché gli ambiti di responsabilità dei suoi membri, sia all’interno del nucleo familiare sia nella comunità. Là dove le decisioni inerenti al matrimonio di figli e figlie spettano ai capifamiglia, la scelta di combinare un matrimonio tra una bambina ed un uomo adulto può risultare normale, tanto più in quelle società dove non esiste il concetto di adolescenza ed una ragazzina entrata nella pubertà, o giunta all’età ritenuta tradizionalmente “da marito”, viene automaticamente considerata una donna.

I DANNI DI UN MATRIMONIO PRECOCE

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I danni psicologici sono enormi: l’impossibilità di vivere il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza e la negazione della libertà che si accompagnano al matrimonio precoce hanno profonde conseguenze a livello di sviluppo personale.

Gli effetti negativi dei matrimoni precoci sono molti, in primo luogo per ciò che riguarda la salute: ai traumi legati ai rapporti sessuali forzati si aggiungono le gravidanze troppo precoci, quando il corpo non ha ancora raggiunto la piena maturità, che costituiscono un grave rischio per la sopravvivenza e la salute della madre e del bambino, durante la gravidanza ed il parto; inoltre, i neonati figli di madri adolescenti hanno statisticamente maggiore probabilità di scarsità di peso alla nascita, in genere collegata alla sottoalimentazione della madre, e minori possibilità di sopravvivenza nel primo anno di vita, perché una madre troppo giovane è immatura e impreparata a prendersi adeguatamente cura del figlio.

I danni psicologici sono enormi: l’impossibilità di vivere il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza e la negazione della libertà che si accompagnano al matrimonio precoce hanno profonde conseguenze a livello di sviluppo personale. Per le ragazze, in modo particolare, il matrimonio coincide con la perdita della possibilità di frequentare la scuola e con l’inizio di una vita di sottomissione nella famiglia del marito, in cui i tentativi di ribellione e di fuga sono puniti secondo le regole “d’onore” della comunità. Nel caso, poi, di abbandono o ripudio da parte del marito o di vedovanza, la mancanza d’istruzione rende difficile per le giovani trovare un lavoro per mantenersi e le espone al rischio di divenire vittime di sfruttamento e di commercio sessuale.

Il matrimonio precoce perpetua così un ciclo di povertà e di arretratezza che si ripercuote non solo sulle spose e sui loro bambini, ma sull’intera comunità di appartenenza.

STRATEGIE CONTRO I MATRIMONI PRECOCI

Un matrimonio contratto per costrizione, o in un’età in cui non si è in grado di esprimere un consenso consapevole o in cui non vi è parità tra i coniugi, costituisce una violazione dei diritti umani, dei diritti dell’infanzia e una forma di discriminazione contro le donne, e va contro una lunga serie di Dichiarazioni, Patti e Convenzioni, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La sensibilizzazione dell’opinione pubblica su questi diritti e il coinvolgimento dei responsabili nazionali ed internazionali per conformare ad essi le politiche e i programmi di governo è stata la prima strada intrapresa contro i matrimoni precoci. Ma spesso, in molti Paesi, gli interventi di tipo legislativo e giuridico a livello nazionale – compresa la revisione delle leggi civili sul matrimonio – non incidono sulle consuetudini delle comunità, che si attengono a tradizioni profondamente radicate nella cultura locale, per cui il matrimonio precoce può essere ufficialmente proibito, ma, in pratica, tollerato o addirittura approvato.

La carta vincente per incentivare a posticipare i matrimoni, anche in comunità molto tradizionaliste, si è rivelata quella dell’istruzione: i risultati più confortanti si sono ottenuti là dove si sono adottate strategie per incrementare la scolarizzazione delle bambine, per esempio attraverso gli incentivi economici alle famiglie, il coinvolgimento diretto delle comunità nella gestione delle scuole e la promozione di corsi informali per chi non ha accesso ai percorsi scolastici regolari.

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La carta vincente per incentivare a posticipare i matrimoni, anche in comunità molto tradizionaliste, si è rivelata quella dell’istruzione: i risultati più confortanti si sono ottenuti là dove si sono adottate strategie per incrementare la scolarizzazione delle bambine

Non a caso La sposa bambina termina con alcune scene di Nojoud a scuola, restituita, sia pure con i segni indelebili della violenza subita, ai giochi e agli impegni che ogni bambina della sua età dovrebbe poter vivere: l’immagine di Nojoud circondata dal gioioso girotondo delle sue compagne non è solo il simbolo della conclusione felice della sua storia, ma anche un messaggio di speranza e un auspicio per tutte le bambine e i bambini del mondo.

Paola La Malfa

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Rotte di speranza

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Dall’apello di Papa Francesco tanti gesti concreti di misericordia.

Sono ormai trascorsi molti mesi da quando Papa Francesco, richiamando l’attenzione sul dramma delle migliaia di persone costrette a lasciare i propri Paesi per fuggire alla guerra e alla fame, invitò parrocchie, comunità religiose, monasteri e santuari d’Europa “ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi”, come gesto in preparazione all’Anno Santo della Misericordia (Angelus del 6 settembre 2015). La risposta della Chiesa italiana ed europea non è mancata e continua ad offrire esempi di solidarietà concreta; in Italia, sulla base del Vademecum per l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, stilato dalla CEI ad ottobre dell’anno scorso, si sono attivati percorsi, nel pieno rispetto della legislazione vigente, per sensibilizzare e responsabilizzare le varie componenti ecclesiali in vista dell’accoglienza dei profughi che giungono nel nostro Paese: corsi preparatori presso le comunità e i consigli pastorali, individuazione e messa a norma delle strutture di accoglienza, progetti di collaborazione con le istituzioni e creazione di una rete di operatori volontari.

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In Italia circa 1500 strutture ecclesiali offrono accoglienza ad oltre 22000 persone, in modi diversificati

Stando al Dossier informativo di Caritas Italiana, al 15 aprile 2016, 1500 strutture ecclesiali offrivano accoglienza ad oltre 22000 persone, in modi diversificati: la maggior parte è stata accolta in strutture convenzionate con le Prefetture, equiparate ai Centri di Accoglienza Straordinaria (il 63%); il 19% in strutture di seconda accoglienza, finalizzate a percorsi di inserimento socio-economico (cosiddette strutture SPRAR), a carico del Ministero dell’Interno; una parte è stata accolta nelle parrocchie (16%), grazie a fondi delle diocesi; una piccola percentuale (2%) da famiglie, grazie a fondi privati o diocesani. Si tratta comunque di cifre provvisorie, che saranno aggiornate ad un anno dall’appello del Pontefice.

Si potrà obiettare che questi sono numeri estremamente piccoli in confronto alle masse di persone che, dopo traghettamenti pericolosi organizzati da criminali, restano in attesa, in condizioni drammatiche, nei campi profughi sulle isole greche o ai confini con la Macedonia; o che esempi virtuosi di accoglienza non bastano a compensare scelte come la chiusura della rotta balcanica e l’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia (che prevede che, dal 20 marzo, siano rimandate in Turchia – Paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati – quanti hanno compiuto come “migranti irregolari” la traversata dalle coste turche alle isole greche); o che singole iniziative non possono colmare l’assenza di una riposta congiunta e solidale da parte dell’Europa a quella che Papa Francesco, in visita al campo profughi di Lesbo il 16 aprile scorso, ha definito “la catastrofe umanitaria più grande dopo la seconda guerra mondiale”.

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Il progetto dei corridoi umanitari costituisce attualmente l’unica possibilità legale e sicura di ingresso in Italia, attraverso il rilascio di un visto umanitario.

Per quanto piccole, tuttavia, non sono insignificanti le iniziative intraprese per difendere la vita delle persone e il loro diritto alla sicurezza (che – occorrerebbe ricordare – è diritto inalienabile di ogni individuo e non solo degli abitanti di alcuni Stati). Tra queste iniziative mi sembra particolarmente degna di nota quella dei cosiddetti corridoi umanitari aperti dall’Italia, che costituiscono un progetto pilota – il primo in Europa – e dimostrano come solidarietà e sicurezza possano andare di pari passo. Frutto di un Protocollo d’intesa tra Ministero degli Affari Esteri e Ministero dell’Interno italiani, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e Chiese valdesi e metodiste,(che consente di presentare successivamente domanda di asilo) per persone in “condizioni di vulnerabilità”, per esempio famiglie con bambini piccoli, donne sole con bambini, anziani, malati o disabili, vittime di persecuzioni e torture.

La selezione e il rilascio dei visti umanitari seguono criteri di estrema accuratezza: in una prima fase vengono stilati, dalle ONG o altri organismi e associazioni (ecclesiali e non) che operano direttamente nei capi profughi, degli elenchi di potenziali beneficiari del progetto, che vengono, in una successiva fase, trasmessi alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti, per permettere il controllo da parte del Ministero dell’Interno. Infine, i consolati italiani nei Paesi interessati rilasciano dei Visti con Validità Territoriale Limitata, per motivi umanitari.

Le organizzazioni promotrici (oltre a quelle sopra menzionate c’è la Comunità Papa Giovanni XXIII, attraverso il Corpo nonviolento di pace denominato “Operazione Colomba”, che opera nel campo profughi libanese di Tel Abbas) provvedono all’assistenza legale per i beneficiari dei visti, al finanziamento del viaggio in Italia, all’ospitalità e ad un percorso di integrazione nel nostro Paese, per cui l’iniziativa non comporta alcun costo per lo Stato italiano.

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La selezione e il rilascio dei visti umanitari seguono criteri di estrema accuratezza.

Il progetto prevede l’arrivo, in due fasi, di profughi – prevalentemente siriani – dal Libano (circa 600 persone), dal Marocco (150) e dall’Etiopia (250), per un totale di mille persone in 24 mesi.

In questo modo sono giunti in Italia due gruppi di profughi siriani (93 persone il 29 febbraio 2016 e 94 il 3 maggio), che sono stati successivamente accolti in diversi comuni: Bologna, Trento, Reggio Emilia, Aprilia, Roma… Nel Torinese, grazie alla collaborazione tra l’Ufficio Pastorale Migranti della Diocesi e la comunità della Parrocchia Santi Pietro e Paolo di Leinì – che ha messo a disposizione un appartamento e predisposto l’accoglienza ed un programma di integrazione – è stata accolta una famiglia di 10 persone, con due bimbi piccoli.

Questa iniziativa, che ha ricevuto il plauso di Papa Francesco, è un esempio di come la misericordia non sia sinonimo di generica compassione di fronte ad un disastro incontrollabile ma volontà di lottare perché il male che ha colpito queste persone possa essere arginato e vinto. I “corridoi umanitari” possono diventare il modello di risposte politiche solidali efficaci: a questo stanno lavorando alcuni europarlamentari (in particolare l’eurodeputata Cécile Kyenge) che si sono fatti promotori, attraverso una Risoluzione presso il Parlamento europeo, dell’iniziativa dei visti umanitari come canali legali di immigrazione.

Paola La Malfa

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti, Luglio – Agosto

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