UN PERENNE SCAMBIO DI DONI

…si può affermare che la lotta per l’indipendenza, invece di concludersi con la pace e l’unità del Paese, gli ha arrecato divisione: divisione che si è subito trasformata in guerra civile, protrattasi per vari anni fino agli accordi di pace, conclusi a Roma il 4 ottobre 1992, con la mediazione della Comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale Mozambicana.

Proponiamo in queste pagine l’intervista rilasciataci da Padre Giuseppe Frizzi, Missionario della Consolata, biblista, che ha tenacemente lavorato e donato la sua vita per più di 40 anni tra il popolo Macua in Mozambico.

Padre Frizzi, anzitutto grazie per aver accettato di condividere con i nostri lettori alcune delle tue esperienze nella missione del Mozambico. Sappiamo della lunga lotta di questo Paese per l’indipendenza dal potere coloniale, ottenuta nel 1975. Ma l’esultanza del popolo per questa vittoria durò a lungo o che cosa avvenne subito dopo?

Il Mozambico raggiunge l’indipendenza dal Portogallo solo il 15 giugno 1975, dopo una presenza coloniale di 500 anni e dopo vari anni di lotta armata. Ricordo bene quella data, erano i primi mesi nei quali mi trovavo in Mozambico e cercavo di ambientarmi. La gioia del popolo mozambicano, se all’inizio era esplosiva e incontenibile, pian piano si è andata spegnendo a causa principalmente delle imposizioni da parte di un regime marxista leninista, alieno dalla tradizione e dalle aspettative dei Mozambicani. Di modo che si può affermare che la lotta per l’indipendenza, invece di concludersi con la pace e l’unità del Paese, gli ha arrecato divisione: divisione che si è subito trasformata in guerra civile, protrattasi per vari anni fino agli accordi di pace, conclusi a Roma il 4 ottobre 1992, con la mediazione della Comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale Mozambicana.

… i missionari e le missionarie della Consolata, arrivando nel sud del Niassa, tra i Macua scirima, hanno denominato immediatamente la S. Messa come “Makeya” (raduno rituale di offerta) e Gesù “Namakeya”, sommo sacerdote. In altre parole, nonostante fossero figli/figlie e padri/madri del loro tempo, hanno fatto un salto di interculturalità tale che oggi forse non avremmo più il coraggio di fare…

Quali furono i più grossi disagi che voi Missionari avete dovuto affrontare lungo tutto quel periodo?

Le nazionalizzazioni delle scuole, degli ospedali e di altri settori promozionali da una parte e dall’altra, le restrizioni se non le persecuzioni del regime marxista provocarono immediatamente un grande esodo del personale missionario attivo in Mozambico, mentre per tutti coloro che vollero rimanere, fu un periodo difficile e di grandi umiliazioni nei vari comizi che i politici organizzavano contro la Chiesa. Per visitare le comunità cristiane bisognava armarsi di molta pazienza per ottenerne le “guias de marchas” (“permesso speciale” per poter andare in altre località). Insomma se da una parte corrispondeva a verità che la Chiesa ufficiale nel tempo coloniale aveva collaborato troppo con il colonialismo, dall’altra si dimenticava facilmente che il personale missionario aveva sempre non solo favorito ma persino preparato il processo dell’indipendenza. Lo sta a confermare palesemente il dato di fatto che la nuova leadership mozambicana proveniva in gran parte dalle scuole missionarie.

Quale fu il cammino che la Chiesa Cattolica Mozambicana assunse di fronte alla difficile situazione e in particolare quali scelte significative intrapresero i Missionari e le Missionarie della Consolata?

Se molte congregazioni missionarie optarono per l’esodo, il trio consolatino però, e cioè IMC-MC-LMC (Padri, Suore, Laici della Consolata), rimase in Mozambico, nelle posizioni che occupavano, sopportando le restrizioni del regime marxista. Anzi approfittò del tempo delle restrizioni e delle reclusioni urbane imposte per introdurre una nuova modalità di presenza missionaria che sintetizzerei così: non più evangelizzatori diretti di avanguardia, ma indiretti di retroguardia, fornendo alle comunità i testi/sussidi liturgici e catechetici necessari per continuare la loro sussistenza che ora diventava soprattutto autosussistenza. Nasceva così nella Chiesa locale mozambicana il miracolo pastorale delle piccole comunità ministeriali che gestirono la vitalità della fede cristiana con grande senso di responsabilità, con coraggio e anche alle volte con la prigionia spinta fino al martirio. È assai emblematico che al termine del regime marxista e della guerra civile, la Chiesa locale mozambicana sia uscita a testa alta, presentandosi alla Chiesa Universale con un volto qualitativo nuovo, con una ministerialità laicale paradigmatica.

Oserei dire che tu sei un pioniere dell’“evangelizzazione inculturata”: puoi spiegarci in che cosa consiste, come è nata e come si svolge oggi nelle diverse missioni del Mozambico e in particolare nella tua missione di Macua?

È assai emblematico che al termine del regime marxista e della guerra civile, la Chiesa locale mozambicana sia uscita a testa alta, presentandosi alla Chiesa Universale con un volto qualitativo nuovo, con una ministerialità laicale paradigmatica.

In primo luogo, sento il dovere e l’onestà di dire che c’è sempre stata in Mozambico una certa evangelizzazione “interculturata”. A me ha fatto impressione positiva, all’inizio della mia vita in missione, la costatazione che i missionari e le missionarie della Consolata, arrivando nel sud del Niassa, tra i Macua scirima, hanno denominato immediatamente la S. Messa come “Makeya” (raduno rituale di offerta) e Gesù “Namakeya”, sommo sacerdote. In altre parole, nonostante fossero figli/figlie e padri/madri del loro tempo, hanno fatto un salto di interculturalità tale che oggi forse non avremmo più il coraggio di fare: con quelle due parole hanno assunto in pieno le coordinate culturali e teologiche del popolo Macua scirima.

La mia esperienza in questo settore è partita da questa costatazione di coraggio, frutto di studio della lingua. Sappiamo che la lingua è la casa della cultura, della religiosità e della teologia di un popolo. Di formazione esegeta, subito ho avvertito l’importanza dei testi, ho cominciato a registrare mettendo per iscritto tutto quanto poteva arricchire il dizionario già esistente, ampliandolo con i proverbi, i racconti, i riti commemorativi e terapeutici. Ciò ha permesso di fare il successivo passo applicativo, costituito dalla traduzioni di testi catechetici (Catechismo), liturgici (Messalino Domenicale e il libro di Preghiere e Canti) e biblici (tutta la Bibbia commentata con i proverbi scirima e illustrata da artisti locali). Il punto finale è sfociato nelle pubblicazioni di un voluminoso dizionario bilingue Scirima-Portoghese e di una antologia bilingue che riassume i settori principali della biosofia e biosfera macua-scirima.

Prima ricevere e poi dare, in un perenne scambio di doni reciproci, insomma andare in missione con lo zaino vuoto (con solo il Kerigma, dice Gesù!) e riempirlo pian piano lì dove ti trovi a evangelizzare, per infine ritornare con lo zaino pieno, arricchendo e ampliando così l’orizzonte della Chiesa Universale.

Che cosa ha favorito la tua esperienza di inculturazione del Vangelo?

La mia esperienza è dovuta a diversi fattori provvidenziali concomitanti come, ad esempio, la “guerra civile” intesa come ritorno e rivendicazione delle tradizioni; la stabilità e continuità di cui ho sempre goduto: ho lavorato per più di 40 anni nella stessa etnia e ritengo che una certa stabilità sia indispensabile per poter scavare e sondare nel profondo dove un popolo conserva i suoi tesori unici e preziosi. Sono certo che la vera evangelizzazione interculturale è quella che attinge alle radici profonde e segrete di una cultura, alla sua linfa ascendente e discendente.

Infine ai teoremi dell’evangelista S. Luca che, come teorico e testimone della missione, ha posto il mietere nell’evangelizzazione come premessa e primizia fondamentale e cioè prima mietere ciò che Dio, padrone della messe e della missione, ha previamente fatto fruttificare nel cammino storico del popolo che si evangelizza, e poi seminare il Kerigma. Prima ricevere e poi dare, in un perenne scambio di doni reciproci, insomma andare in missione con lo zaino vuoto (con solo il Kerigma, dice Gesù!) e riempirlo pian piano lì dove ti trovi a evangelizzare, per infine ritornare con lo zaino pieno, arricchendo e ampliando così l’orizzonte della Chiesa Universale.

Accettando la nostra supplica formulata in conformità con la religiosità tradizionale, facendoci sognare sogni profetici consolatori, difendendoci e dissetandoci per tre e più giorni, suor Irene ha guadagnato a Nipepe un secondo titolo: se in Kenya è Nyaatha, la misericordiosa, a Nipepe è Pwiyamwene, la matriarca, la genearca.

Il miracolo dell’Acqua che portò la nostra amata suor Irene Stefani mc alla gioia della Beatificazione lo dobbiamo alla tua iniziativa di chiedere la sua intercessione in un momento di grave difficoltà. Perché hai scelto lei e non qualcun altro? Qual è stato l’impatto del miracolo sulla popolazione di Nipepe da allora fino ad oggi?

In certi momenti drammatici il cuore ti suggerisce spontaneamente quello che devi fare. Stavo leggendo in quel periodo la biografia di suor Irene Stefani: Gli scarponi della Gloria di suor Gian Paola Mina, mc; mi influenzava positivamente il suo stile missionario, soprattutto mi ha ispirato fortemente il fatto che padroneggiava bene la lingua del popolo, persino era giunta a tradurre il Vangelo domenicale in kikuyu perché i cristiani alla domenica, oltre ad udire il vangelo in latino, lo potessero assaporare anche nella propria lingua. Questa iniziativa, straordinaria per quei tempi, mi è suonata come un imperativo categorico che ha segnato definitivamente la mia avventura missionaria. Infine, al tempo dell’attacco di Nipepe, stavo guidando un catechistato con 52 famiglie, sapevo bene l’operato di suor Irene durante la Prima Guerra Mondiale e anche la sua collaborazione con i catechisti: nelle sue piste missionarie andava sempre accompagnata da loro. Posso dire che, istintivamente, ho avuto l’ispirazione di invocare la sua protezione. Di fatto, insieme ai tre catechisti l’abbiamo invocata, per di più seguendo il rito tradizionale della “Makeya” che consiste nel versare in terra farina di meliga, invocando Dio e gli antenati che in quel momento erano rappresentati per me e per i tre catechisti da suor Irene. Accettando la nostra supplica formulata in conformità con la religiosità tradizionale, facendoci sognare sogni profetici consolatori, difendendoci e dissetandoci per tre e più giorni, suor Irene ha guadagnato a Nipepe un secondo titolo: se in Kenya è Nyaatha, la misericordiosa, a Nipepe è Pwiyamwene, la matriarca, la genearca. Giustamente il vescovo di Lichinga, Dom Atanasio Amisse Canira, nel giorno del ringraziamento, ha voluto elevare la chiesa parrocchiale di Nipepe a santuario per la Beata Irene Stefani. Così ogni anno tutta la diocesi va in pellegrinaggio a Nipepe e invoca suor Irene come Pwiyamwene, che ascolta le preghiere in tutti gli stili e lingue formulate. Con i vari interventi miracolosi operati in Nipepe, la Beata ha dato testimonianza che il dialogo interculturale è accetto a Dio e che il trio consolatino, IMC-MC-LMC deve sussistere, rielaborando paradigmi e modalità missionarie in piena sintonia con l’orizzonte attuale che non è più coloniale come ai tempi di suor Irene, ma è universale, mondiale, globale.

suor GLORIA ELENA LÓPEZ MC

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Il sabotatore dei funerali

Il calau è un uccello quasi uguale all’ uccello Nampeya, ha una cresta sulla testa simile a una tomba.

Ephomopo nvusa, àhávitha amay’aye vamuru vaya.

L’uccello ephomopo/calau è sabotatore dei funerali, ha sotterrato sua madre nella sua testa.

Introduzione

Visitando le comunità, la prima cosa da fare è sedersi sotto la tettoia e scambiarsi le novità. All’ospite è richiesto che racconti le sue novità dall’ospitante, e questo a sua volta comunica le sue. Il saluto e lo scambio di notizie non è mai collettivo, ma è individuale, i pochi o i molti ospitanti tutti aspettano il proprio turno per formulare il saluto. E’ in questo momento che si arriva a conoscere non solo le buone notizie ma anche e soprattutto quelle negative, drammatiche come malattie che finiscono con la morte.

Ricordo una volta che un animatore mi ha impressionato nel vederlo triste, magro, senza la sua abituale buona disposizione e cordialità. Parlava piangendo della morte imprevista di sua madre. Ho cercato di consolarlo come già lo avevano fatto i suoi amici, ma le parole si vedeva che cadevano invano, non incontravano eco positiva di adesione. Più tardi un animatore mi ha spiegato la gravità della situazione, perché il parente del defunto non voleva più mangiare e neanche parlare, viveva una vita asociale e solitaria.

Alla fine mi ha invitato a dire qualche parola di conforto concludendo: “Le parli, Padre, perché lui sta diventando come l’uccello ephomopo che cammina con la tomba di sua madre sepolta nella testa”.

In quel momento non ho capito il senso dell’allusione all’uccello ephomopo. Ho segnato sul mio quaderno il nome, arrivato in casa, ho parlato con i ricercatori del Centro Xirima che subito mi hanno presentato il seguente aforisma che completa il suggerimento dell’animatore, perché lui

L’uccello ephomopo è sabotatore delle sepolture, ha seppellito sua madre nella sua testa

1. Ephomoko: descrizione biologica

Ephomopo/calau é un grande uccello, dal becco lungo, robusto e pungente, è di colore nero, dalla testa enorme e con piume, dal collo nudo dagli occhi rossi, è simile al nampeya, è sporadico, vola piangendo e lamentandosi, dal volo alto, abita sull’alto albero Khatxere, vive in colonie solo, è discriminatore.

I calau vanno insieme fino ad arrivare al mondo invisibile del Dio Namuli.

Il calau non si nutre di erba, ma di insetti, dei frutti del Khatxere, è mangiato essendo di carne buona.

Il calau non dorme per terra, ma si ferma nelle piante alte.

è simile al nampeya, è sporadico, vola piangendo e lamentandosi, dal volo alto, abita sull’alto albero Khatxere, vive in colonie solo, è discriminatore.

Il calau è simile all’uccello nampeya quando cova, la femmina si toglie le penne, si chiude lasciando un piccolo buco per far passare il becco e il cibo che il ephomopo maschio porta, alimentando così la sposa e gli uccellini; le piume del ephomopo femmina vanno crescendo con gli uccellini.

La testa del calau è simile alla tomba della persona.

Non ridere del becco del calau, perchè Dio è distributore, si, Dio distribuisce tutto a sua somiglianza.

Dove fanno il bagno i calau non manca il rumore.

Il calau è un uccello quasi uguale all’ uccello Nampeya, ha una cresta sulla testa simile a una tomba.

Il calau non cammina bene perchè ha un carico/cresta enorme sulla testa.

2- Ephomopo: Metafora

a. Ephomopo: l’uso del cappello

La prima applicazione o interpretazione della fisionomia del calau consiste nell’uso del cappello. Il maestro dell’iniziazione chiede agli iniziati chi è stato che ha portato l’uso del turbante, affinché loro sappiano che tale uso ha la sua origine teologica e la sua motivazione e giustificazione antropologica.

Chi ha portato l’uso del turbante? E’ stato il calau, non c’è creatura di Dio che non segue i consigli del Dio Namulico.

b. Ephomopo: metafora delle coppie

La seconda applicazione è vista nel comportamento speciale della coppia calau: Da una parte il calau maschio durante il periodo dell’incubazione delle uova e dopo il dischiudersi rimane fuori e solo per portare cibo alla sposa chiusa dentro la tana (nido) del tronco insieme con gli uccellini fino a che crescano e riescono a uscire fuori con la madre. Il comportamento del calau maschio rileva metaforicamente una delle principali attività (lavoro) del marito/padre nella famiglia: Oltre a fecondare, vestire e seppellire, lui deve essere capace di alimentare la sua sposa e tutti i figli che con lei genera.

In verità la morte ancora oggi è l’ evento degli eventi, al quale nessuno si sottrae: Si interrompe tutto e si lascia tutto e tutti, anche se questo costa e implica perdite consistenti.

Dall’altra parte, la calau femmina si chiude nella tana (nido) solo lasciando un buco per ricevere il cibo da parte del marito, si toglie le penne completamente e così assomiglia perfino fisicamente in tutto ai suoi uccellini, accompagnandoli nella crescita fino ad arrivare ad aprire l’apertura del nido e uscire con gli uccellini già adulti. Questo comportamento della femmina proclama comparativamente l’accentuata maternità nella biosofia e biosfera xirima, la madre arriva persino a identificarsi fisicamente con i figli in tutto e per tutto.

Il calau maschio alimenta la sua sposa e i suoi figli. Le coppie devono lavorare per alimentare i loro figli. Gli antenati dicono: alimentare è sposarsi.

c. Ephomopo nvusa: calau sabotatore delle sepolture

La terza applicazione del calau come metafora parte dalla sua cresta, vista come mini-tomba che porta sulla testa in conseguenza del suo comportamento di sabotatore delle sepolture. Nella iniziazione soprattutto dei giovani si insiste fortemente nel dovere di mai mancare ai funerali dei vicini, del villaggio, dei parenti lontani. In verità la morte ancora oggi è l’ evento degli eventi, al quale nessuno si sottrae: Si interrompe tutto e si lascia tutto e tutti, anche se questo costa e implica perdite consistenti. Nonostante questa norma è la forte insistenza durante l’iniziazione, ha però sempre chi incontra scuse per non appoggiare e aiutare nelle sepolture: A questo punto non mancherà chi gli ricorderà la storia del calau che, per essere sabotatore delle sepolture, quando gli muore la madre, non sapendo come seppellirla, finisce per metterla nella sua testa e così diventa un cimitero ambulante e cronico durante tutta la sua vita.

I ricercatori così come i maestri dell’iniziazione fanno emergere le conseguenze nefaste di tale comportamento negativo non solo dal punto di vista della solidarietà sociale, ma anche dal punto di vista psicologico e teologico.

In primo luogo dal punto di vista della solidarietà mancare sistematicamente alle sepolture è il gradino estremo di asocialità.

In secondo luogo, il calau per non slegarsi dalla tomba della madre, psicologicamente è un feto o un embrione ancora non nato, è un bambino cronico che mai si slega dall’utero e dalla dipendenza dalla madre, senza tagliare il cordone ombelicale non inizia il suo proprio cammino di maturità.

Infine, impedendo alla madre il grande viaggio di ritorno all’utero del Dio namulico, il calau vuole diventare lui stesso Namuli definitivo della madre, un sostituto del Dio namulico, la sua empietà è estrema.

Il calau è pertanto un invertitore totale del sistema delle coordinate della biosofia biosfera xirima: – cimitero ambulante e cronico, in quanto che il cimitero normalmente non cammina, al limite è visitato nelle dovute opportunità;

  • sabota i funerali e disprezza la morte come se non esistesse, ma allo stesso tempo con la tomba della madre sulla testa fa vedere cronicamente l’esistenza concreta della morte;

  • ama la madre ma non si slega da lei neanche la lascia ritornare alla terra namulica, alla patria di tutti;

  • vive ma vuole convivere cronicamente con il cadavere della madre, celebra la vita e allo stesso tempo la morte cadaverica.

Il calau non conosce la morte, ha perso la fede nel Dio Namuli, perché ha sepolto la madre nella testa,

in verità il suo cimitero è sulla testa, il suo enorme becco è la pala del cimitero.

I ricercatori così come i maestri dell’iniziazione fanno emergere le conseguenze nefaste di tale comportamento negativo non solo dal punto di vista della solidarietà sociale, ma anche dal punto di vista psicologico e teologico.

Piangendo il calau invita al funerale della madre, lamentandosi per come seppellirla. Dato che non voleva aiutare nelle sepolture, quando è morta la madre la gente lo hanno lasciato solo a realizzare il seppellimento. Ora non sapendo come si seppellisce una persona, finisce per avvolgere la madre in una stuoia la carica e la seppellisce sulla sua testa, camminando con lei e piangendo la sua sofferenza, fino al tempo in che non sa deporre quel carico. Questo per gli antenati significa che sabotare le sepolture è male, perché si perde molte cose nelle sepolture, le braccia devono scavare, si sente dolore, ma all’alba si recupera subito, perché Dio restituisce tutto.

Il calau cammina con il cadavere della madre, non lascia la sua madre morta, cammina con lei e piange con il suo cadavere sulla testa, è sempre in lutto e senza cimitero, proibendo a sua madre di ritornare alla casa namulica.

Il nome del calau è: se io vengo, devo prenderle. Il denaro non scava la tomba, partecipare ai funerali è sofferenza, il defunto non si lascia agli altri.

La persona non cammina con la tomba come il calau. I cimiteri non camminano, ma sono visitati.

d. Ephomopo/calau: metáfora iniciática

Se viene il calau con la testa enorme non ridere di lui, perché porta la tomba di sua madre.

Gli antenati educano così gli iniziandi: dovete aiutarvi, non imitate il comportamento del calau, non produce amore neppure parentela, per piacere non sabotate i funerali, ma aiutatevi nei funerali.

Per i nostri antenati il calau è un uccello senza ragione, si comporta come un non iniziato, vagabondo, senza pietà, parziale e egoista, diventa un orfano/solitario, perchè ha giurato di non mai più sabotare i funerali, ma continua a sabotare.

Il calau sabotatore di funerali, è la persona che non segue i consigli, ha lasciato di aver fiducia nel Dio Namuli, è disobbediente, il suo comportamento non merita essere seguito.

Dove vive il calau, c’è anche un cattivo comportamento, perché cammina solo, stende la makeya da solo, è come un re che non educa bene, è come un regno dove non c’è coordinamento.

Il calau è come la persona che non ha religione, quando muore non si fa la preghiera, è simile anche alla persona che non visita e sabota la malattia: chi sabota, sabota se stesso.

Boicottare I funerali è uccidersi, è rinunciare di sapere, è disconoscere il futuro, è uccidere la tradizione degli antenati, porta discriminazione e discordia nella famiglia, diminuisce la parentela.

La ribellione o boicotaggio del calau è un problema grave circa la morte: non capisce che la morte esiste ed è inevitabile, rifiuta che la morte è il viaggio verso Dio Namuli, seppellendo il morto nella sua testa, nega e fa ritardare al defunto il grande viaggio attraverso l’ultima porta e così ritorni a casa, si, all’utero materno del Dio Namuli.

Morire è come la bibita dolce:

non c’é nessuno che la faccia.

La morte è la rete di Dio.

La morte è grande pioggia.

La morte è cammino di Dio.

La morte non si rinuncia.

La morte non rimane lontano dalle persone.

La morte sta nelle mani.

La morte è ortaggio di Dio.

La morte è l’ultima porta di Dio.

Morire è l’ultimo consiglio della persona.

Morire non da vergogna.

Morire è uscire dal mondo.

Morire è viaggiare.

Nel cimitero non si girano le spalle.

La ribellione o sabotaggio del calau

è un problema grave circa la vita anche:

il corpo mai è la casa della morte/tomba,

ma è la casa della vita,

è necessario che non marcisca con il cadavere,

perché la vita sta in una pentola,

è ricchezza che cade subito,

è come acqua: se cade, non si raccoglie;

è come sull’albero: non si dorme là a proprio agio,

è come una scorza del fiume: non si ha molto fiducia in essa.

Per i nostri antenati il calau è un uccello che insegna alla gente questa grande cosa: visitarsi e aiutarsi è garantire una sepoltura.

La tartaruga ha un cuore buono, visita, il calau ha un cuore cattivo, non visita. La tartaruga cammina con la sua casa e il calau anda con la tomba di sua madre. La tartaruga è esperta e il calau è insensato. Le cose degli antenati sono come la tartaruga, quelle di satana sono come il calau. La tartaruga è la testa di Dio, il calau è presa in giro di Dio.

Per i nostri antenati il calau è un uccello che insegna alla gente questa grande cosa: visitarsi e aiutarsi è garantire una sepoltura.

Per camminare sempre con la tomba della madre sulla testa il calau non vuole lasciar partire la madre perchè ritorni alla casa del Namuli, non vuole separarsi da lei, nonostante sia sabotatore di funerali, ringrazia Dio per vedere sempre la sua madre.

La ribellione del calau provoca la morte. La sua testa è come un cimitero, la sua morte non si comunica.

Boicottare la tomba è male, la casa grande è il cimitero.

Il sabotatore è educato quando stà in lutto, al sabotatore gli marcisce il cadavere, il sabotatore è la talpa.

3. Il calau e Dio

Boicottare i funerali oltre ad essere un atto che infrange il principio della solidarietà, è anche un atto di empietà, di mancanza di fede nel Dio Namulico che fa uscire tutto dal suo utero materno provvisoriamente per dopo chiamare tutto a ritornare al suo utero matriarcale. Impedendo alla madre il grande viaggio di ritorno all’utero namulico, il calau si torna lui stesso un namuli definitivo della madre, un sostituto del Dio Namuli, la sua empietà è estrema, perché lui si comporta come un sabotatore e un oppositore a tutto il sistema delle coordinate della biosofia e biosfera xirima.

Tuttavia, tipico della biosofia e biosfera xirima, il calau per essere stato generato dal Dio namulico con le peculiarità analizzate, ha il suo posto nel sillabario della vita xirima, non è stato generato così inutilmente. Dio gli ha affidato una missione, lo ha fatto maestro con l’impegno di insegnare e ricordare all’uomo il contrario di ciò che lui è e fa. Come nello stato liminale dell’iniziazione dove tutto è permesso purché non sia fatto nel tempo normale, anche il calau celebra nella liminalità cronica della sua esistenza i non valori che devono essere categoricamente evitati nella vita dell’uomo. La morte esiste, negare la morte sarebbe negare lo stesso Dio, l’origine e il ritorno verso là. Se la biosofia e la biosfera danno tanto rilievo ai funerali, è perché, prima di essere la morte un imperativo categorico, è un indicativo categorico al servizio della vita.

Il sabotaggio dei funerali è una cosa molto cattiva agli occhi dell’uomo ma sopratutto agli occhi di Dio.

Dio cresce per mezzo delle sepolture reciproche: i suoi figli ritornano a casa, all’utero matriarcale namulico.

Il calau è un uccello che cammina con il cadavere nella testa, rigetta il grande viaggio di ritorno a Dio.

Dio sa misurare tutto bene, conosce tutto quello che è stato generato da lui, condividendo in tutte le parti la sua immagine. Essendo lui grande maestro dell’iniziazione, intanto non dobbiamo ridere del comportamento del calau perché è stato Dio che gli ha fatto crescere la testa perché sia la tomba di sua madre, è Dio stesso che gli ha dato di sabotare le sepolture e camminare con il cadavere nella testa, perché rimanessimo ben iniziati, non assumessimo l’esempio del calau, non boicottassimo i funerali, ma ci aiutassimo e ci seppelissimo mutuamente e così non ci ritardassimo qui in questa terra nell’ultimo viaggio, ma ritornassimo alla sua dimora Namuli, nell’altra riva, senza ritardi e in pace.

Se il tuo compagno ha la testa grande, non ridere di lui: è Dio che gliel’ha data come il calau.

La tomba della madre del calau nella sua testa è come la testa di Gesù coronata di spine.

4. Il calau e la Fede cristiana

Il calau come metafora inserita nel contesto cristiano, oltre ad essere anche per il cristiano un paradigma liminale di valori importanti nella vita sociale, diventa un archetipo cristiano, o prototipo trascendente che trasfigura e sublima il tipo categoriale.

Gesù

Gesù non è stato sabotatore,perchè ha visitato Maria e Marta, quando erano in lutto del loro fratello Lazzaro.

Simone di Cirene non è stao sabotatore come il calau, perchè ha aiutato Gesù a caricare la croce.

Il peso nella testa del calau è pesantissimo, mentre Gesù disse: “Venite a me, voi tutti caricati di pesi eccessivi, perchè il mio peso è lieve”.

Gesù è il calau del NT, ha caricato sulla sua testa, si, nel suo corpo, la morte di tutti, superando e vincendo tutta la morte per sempre.

Il calau si lamenta per la morte della madre. Andando a Gerusalemme, Gesù si è lamentato per l’incredulità di Gerusalemme.

La tomba della madre del calau nella sua testa è come la testa di Gesù coronata di spine.

Fede cristiana e Chiesa

I calao mai si separano, vivono in colonia. Con questo ci insegnano la comunione parentesca che è come una cicatrice che non si compra. Gesù stando sulla croce ha detto a sua madre: “Madre, questo è il tuo figlio”, e al suo discepolo: “Questa è la tua madre”.

Caricare la tomba, nel cristianesimo significa caricare ognuno la sua propria croce.

Nel cristianesimo il calau intende criticare le persone senza religione, che contraddicono le parole di Dio, non offrono la decima, vogliono però essere aiutate.

Il cristiano non può essere un sabotatore di sepolture, deve sentire pena, visitare e aiutare, senza parzialità nel suo cuore, deve essere obbediente ai comandamenti di Dio e della Chiesa, pagare la decima annuale e mensile.

Il calau è come il cristiano che ha perso la fede e non frequenta la chiesa.

Sàtana è il sabotatore per antonomasia.

Il cristiano non può essere un sabotatore di sepolture, deve sentire pena, visitare e aiutare, senza parzialità nel suo cuore, deve essere obbediente ai comandamenti di Dio e della Chiesa, pagare la decima annuale e mensile.

Valutazione

L’ aforisma circa l’uccello ephomopo così come tutto il suo orizzonte biologico ha rivelato tutta la sua ricchezza simbolica e metaforica. Il calau è veramente una metafora feconda, può essere considerata il negativo fotografico del sistema delle coordinate della biosofia e biosfera xirima: è metafora del matrimonio dove la paternità e la maternità sono portati agli estremi della donazione e dedicazione per i figli; è metafora della solidarietà sociale, soprattutto nei momenti drammatici e tragici della malattia e della morte che attingono la famiglia sia ristretta che allargata; è metafora della maturità dell’uomo slegato e autonomo dalla madre, formula pertanto una critica latente al matriarcato quando si reduce al matriarcalismo; è metafora del Dio Namuli, vera matriarca e definitiva, non provvisoria e transitoria: del Namuli si esce momentaneamente per ritornare là definitivamente; è una testimonianza unica della centralità della morte come evento degli eventi antropologici e cosmici che mai si può manipolare, marginalizzare, tornare insignificante; è anche nell’orizzonte cristiano un paradigma molto originale della cristologia e dell’etica Cristiana.

p. Giuseppe Frizzi

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All’inizio erano bianchi

L’albinismo nella cultura macua-xirima

Vopatxerani vo Namuli atthu othene
yakhumale munapwereni.
All’inizio namulico tutte le persone
venivano dall’ albinismo (erano bianchi)

Introduzione

Viaggiando sempre in bicicletta, soprattutto di giorno con il cielo sereno e il sole che picchia senza pietà, anche la pelle di un europeo diventa scura a vista d’ occhio. Dopo un giorno di bicicletta da Maúa a Nipepe, sono arrivato a destinazione ben abbronzato e scherzando ho detto ai ragazzi che con qualche settimana in più sarei  diventato con la pelle uguale alla loro. Un anziano, ascoltando la mia Battuta, subito intervenne dicendo:

Vopatxerani vo Namuli othene hiyo
nakhumale munapwereni.

All’inizio namulico tutti venivano dall’ albinismo (erano bianchi).

Voleva dire che all’ inizio Dio creò tutti bianchi e, in verità,ogni neonato xirima nasce bianco, é solo dopo breve tempo che diventa scuro.

Come non sapevo ciò che significava il locativo  di interiorità “munapwereni”, mi hanno spiegato che si trattava delle persone che nascevano albini. Mi sono ricordato allora del fenomeno che in Europa è molto raro, in quanto che in Africa, anche nel Niassa, è abbastanza frequente incontrare in ogni villaggio casi di albinismo. Per  associazione spontanea ho pensato in un articolo di una rivista missionaria che denunciava la caccia agli albini per il commercio infame nel Tanzania.

Assalito dal dubbio  che tale commercio potesse succedere qui, non lontano dal territorio Tanzaniano, di proposito ho dato ai ricercatori il tema dell’albino per conoscere come è considerato e trattato dalla etnia xirima.

Ovviamente per intendere l’ albino nella biosofia e biosfera xirima sarà necessario prescindere dal concetto scientifico che considera l’albinismo una anomalia organica  congenita che consiste nella diminuizione,  carenza o mancanza totale di pigmento nella pelle della persona umana come anche degli animali.

Lo stesso fenomeno succede con gli alberi che per mancanza di clorofilla producono foglie bianche e non verdi.

per intendere l’ albino nella biosofia e biosfera xirima sarà necessario prescindere dal concetto scientifico che considera l’albinismo una anomalia organica congenita

1. Etimologia di napwere

Secondo alcuni ricercatori “napawere, sostantivo di prima classe, la classe del significato importante, è un derivato del verbo transitivo “opwera” che significa provocare, irritare, indisporre continuamente. Come sostantivo significa il molesto/noioso/fastidioso. In questo caso fa emergere il fatto sgradevole che l’ albino può avere cattivo odore e così indisporre i vicini.

Napwere onnahima opwera, oruha erisa
opwera khantthuna atthu,

L’albinismo significa indisporre, provocare cattiva sorte.
Le persone non vogliono molestie.

2. Onapwere xeni?
Che cos’ è l’ albinismo?

L’albinismo è conosciuto dalla  tradizione xirima, consiste nella pelle bianca e delicata, emana cattivo odore e facilmente (con infezione)infetto. Nonostante questo fenomeno fisico non esclude gli infetti dal convivio con la gente.

Makholo ahu ti yasuwenle onapwere,
mwa yawi napwere onahima ethatuwa y’atthu,
nto ti mutthu ntoko mutthu mukina,
ohiyanne makhalelo a nikhuli,
onakhala mutthu òttela ntoko ephepa,
wakuva woneya ntoko mwalaku òttela.

I nostri antenati conoscevano l’albinismo,
per loro l’ albinismo significa transformazione della persona,
però l’ albino è persona normale,
l’ unica differenza è la pelle,
è persona bianca come farina,
facile da vedere come una gallina bianca.

Napwere mutthu onlikana ntoko mukunya,
nikhuli nawe ti nottela, nowolowa,
norekeseya, nottettheya, nowakuva opereya:
maihi awe ntxalu, maitho awe òtxeremela,
maino awe khanattela, iyano sawe sinakhala sohuleya,
ntoko okhalano makhuli meli nari ikhalelo pili.

L’ albino è persona che si assomiglia all’ europeo,
la sua pelle è bianca, leggera e delicata,
si screpola facilmente e i suoi capelli sono gialli,
gli occhi luminosi, i suoi denti scuri,
la sua bocca semiaperta: è come se avesse due pelli
o due modi di esistere.

Eretta ya napwere eyareliwo, khemurette:
omuyara napwere khonsuweliwa,
napwere khanlattiha, yovaha ela khenthanliwa.
erutthu awe watta nihiriri, enotepa wunkha
ni yosareya makhwatta

La malattia dell’ albinismo viene dalla nascita, non c’ è rimedio,
non si sa come generare un albino,
non si  può imitare,
questo dono non si sceglie,
il corpo dell’ albino emana cattivo odore è purolento.

Napwere ti mutthu ntoko mutthu mukina, 
onnathela ni onnatheliwa.
amuyará mwan’awe, onakhala òripa.

L’ albino è persona normale, si sposa ed è sposata,
e se genera figli sono neri.

L’ albino è persona normale, si sposa ed è sposata, e se genera figli sono neri.

3. Mawoko a onaperuwe
Le cause dell’albinismo e il destino degli albini

Essendo logica per natura e credendo nel principio della casualità (il “per caso” è eresia costituzionale), anche nel caso dell’ albinismo, la biosofia e biosfera non lasciano di chiedersi e cercare le cause di questa metamorfosi, di questo cambiamento dal colore nero al colore bianco.

In primo luogo, il malessere degli albini proviene dalla forte luce del sole. Per mancanza di pigmento di difesa nella pelle soffrono più in estate, dominata dal sole, meno nel tempo delle piogge dovuto all’ombra delle nuvole e frescore della pioggia. Sono allergici al sole.

In secondo luogo, per la biosofia e biosfera xirima l’ albinismo ci rimanda alle cause morali, come disunione domestica, comportamenti sessuali irregolari. Per questo gli albini anticamente conducevano, e in parte anche oggi una esistenza di isolamento e segregazione, condannati a vivere soli quasi o come i lebbrosi.

Omuyara napwere ti wihuwa wa nikholo 
ti etathuwa wa nikholo.

Generare un albino è l’ originarsi dell’antenato,
è il trasformarsi dell’ antenato.

Napwere ti owitxentxa onatthara ehuhu ya eyakha. 
Elimwe onimwaleya/onimwathaleya niwoko na nsuwa.
Tthiri napwere khantthuna wopeliwa/omaniwa nsuwa,
ori mwinana a nsuwa, awehaka ntoko khanòna.
Ehuhu ene yele napwere onakhala ohawa ni osara makhwatta.
Asareya makhwatta onakhala owinkha.

L’albino cambia conforme il tempo dell’anno.
Nell’estate calda  gli si screpola la pelle per causa del sole.
In verità, all’albino non piace il sole, è suo nemico,
quando guarda, sembra che non riesca a vedere,
in questo stesso periodo stagionale lui soffre molto
e si riempie di piaghe purulente e di cattivo odore.

Eyita khaniwana ni nsuwa. makhwatta awe anovukuwa
niwoko na muttusi wa mahutte.
Eyita yakhuvela napwere onnatteliwa
Ehuhu ene yele onnatteliwa ni onakhala ohakalala,
niwoko onatthuna morirela.

Nel periodo delle piogge l’ albino non odia il sole,
perchè le sue piaghe diminuiscono, dovuto all’ ombra delle nuvole,
per questo in questo periodo stagionale lui è contento, perchè gode della frescura.

Khavo onatthuna okhala napwere,
onnètta ni wova, othanana ni ohawa kwekwe,
imaku/makhwatta awe khanimmala.
ti mutthu ohirammwa ni oharahariwa,
othanyiwa ni ohitthuniwa ni atthu,
opottha awe khommala.

A nessuno piace essere albino,
perchè cammina sempre con paura, con tristezza e sofferenza,
le sue ferrite non cicatrizzano mai,
è persona non stimata, perseguitata  disprezzata,
non amata dalla gente, non finisce mai la sua schiavitù.

Mpuwa mwa makholo ahu napwere orwiye
niwoko nohiwanana ni novanyihana anamuthelana,
mwaha woraruwa, niwoko nowàtxentxa alopwana.
Tivanto makholo yálelaya amusi aya
wera muhiraruweke munomuyara napwere, onkhala ntoko mutthu a makokho

Per i nostri antenati l’ albino è nato
perchè gli sposi non si capivano e discutevano tra di loro,
per l’ adulterio, per cambiare molti uomini.
Per questo gli antenati consigliavano
i loro parenti e non  essere adulteri,
perchè avrebbero generato albini e si tornavano lebbrosi.

Mpuwa wa makholo ahu napwere khalai khatxa ni atthu,
nto ànatxa mekhaiye, akhalaka owany’awe.
Siso olelo tho khantthuna okilathi ni atthu,
ni wàphwanyá atthu etheyaka, ononyonyiwa,
khanrapa ni atthu, ti oruttu kwekwe.

Secondo i nostri antenati
l’ albino anticamente non  mangiava con la gente,
ma mangiava da solo, rimanendo nella sua casa.
Così anche oggi lui non si siede con le persone,
e se incontra la gente che ride si arrabbia,
non entra nell’ acqua con la gente, è sempre indisposto.

Khalai okhwa wa napwere wánavila osuwela,
khakhwela vate nari khavithiwa ni akhwiye akina,
anavithiwa ahikhwiye ntoko namakokho,
attiyeliwene mukhukuni, tivanto ekhapuri awe ahóneyaya,
tthiri yàri orikarika wona. Muluku pahi t’asuwela okhwa ni ekhapuri ya napwere.

Anticamente era molto difficile sapere della morte di un albino,
perchè non moriva in famiglia
neanche si sotterrava con altri defunti,
ma era seppellito vivo come un lebbroso,
chiuso dentro la sua grotta,
per questo la sua tomba non era identificabile,
era difficile vederlo,
solo Dio sapeva della morte e la tomba di un albino.

A nessuno piace essere albino, perchè cammina sempre con paura, con tristezza e sofferenza, le sue ferrite non cicatrizzano mai

4. Ikhalelo pili sa onapwere
Ambivalenza e ambiguità dell’ albinismo

Il fenomeno fisico dell’ albinismo non esclude gli albini infetti dalla convivenza normale. La biosofia e biosfera xirima ripetutamente afferma che l’ albino è persona normale, nonostante la fragilità della sua pelle. Loda le mamme che accettano e rispettano figli albini come doni di Dio, condanna categoricamente chi elimina gli albini predicendo un altro albino come castigo.

Gli albini sono doni di Dio, doni speciali, dentro della normalità e allo stesso tempo fuori della normalità e pertanto è necessario rispettare questa sua dualità “namulica”, perchè vive in lui due mondi, l’emismero dell’aldilà e quello di quà (presente), di modo che per un lado l’albino è grazia, buona fortuna, rimedio benefico, per altro lato può tornarsi disgrazia, cattiva sorte e rimedio malefico. In questa ambivalenza e ambiguità vivono, prosperano e nello stesso tempo gli albini soffrono.

Napwere mutthu, asitith’awe anakhala oripa,
mene owo onakhuma mekhaiye, ntoko mutthu a mirirya.

L’albino è persona normale, i  suoi genitori sono neri,
ma lui nasce diverso, come persona speciale.

Napwere mutthu a miruku, owisumalihaxa,
owittittimiha, ohithonyeraka, ohikhulanana, onveka isumalihaka,
ekhalelo awe ti yowiwananeya,
ontthuna wetta ni akhw’awe,
othowela wiwa milattu sawe, ni onètta ni mikho sawe.

L’albino è persona saggia, casta, modesta, umile e pacifica,
chiede con rispetto (deferenza), di comportamento sociale,
cammina con il suo prossimo e vive con i  suoi tabù.

Asimaye òrera murina yàyará anapwere,
ti onàsivela ehakalalaka onyala,
niwoko àkhalano mahala matokotoko.
Omwiva/omuriha napwere ti yottheka
enamunanariha Muluku,
werá siso, onotthikela omuyara yowo.
Napwere khanatheiwa, wamutheyá onomuyara tho.

Le mamme dal cuore buono se generano un albino,
sono contente e si allegrano molto, perchè ricevono una grande grazia.
Uccidere o eliminare l’albino è peccato che offende Dio,
se tu lo fai, ritornerai a generare un altro albino.
Non si tiene poco conto dell’albino,
se lo fai, vai generarne un altro.

Vanano napwere onimwera olakaseya,
khanòneya sawasawa ehuhu ya khalai,
niwoko vanano makholo ahu àhòna phama omukhapelela napwere,
vanano onavara miteko sothene va valaponi,
ohithanyiwaka nari ohimusempaka sawasawa ehuhu ya khalai.

Attualmente l’albinismo sta diminuendo,
non è visibile/frequente come nel passato,
perchè ora gli anziani pensano bene di prendersi cura dell’albino,
ora lui fa tutti i lavori normali,
senza essere disprezzato e evitato (schivato) come nel passato.

Mwa Makholoni mwahu napwere mwerutthuni mwawe
òkhalano minepa mili:
munepa wa okumi, wa ankhili wa eparakha
ni tho munepa wa nikhupanyo.

Per i  nostri antenati
l’albino ospita nel suo corpo due spiriti
(è anfibio/ambivalente, doppio):
lo spirito della  vita e della sapienza
e anche lo spirito del  lamento/sofferenza.

Per i nostri antenati l’albino ospita nel suo corpo due spiriti: lo spirito della vita e della sapienza e anche lo spirito del lamento/sofferenza.

5. Napwere: naparakiha, namutatxihiha
Albinismo fonte di fortuna e di ricchezza

Omuyara napwere eparakha.
Naparakha òpatxera ti napwere.
Otheliwa ni napwere oruha eparakha.

Generare un albino è (buona) fortuna,
è grande fortuna,
sposarsi la donna con un albino è fortuna.

Napwere ehime ya muhakhu,
namathatxiriha a atthu.
tivanto onahaweleyaiye ilapo sikina,
wona wi yole onamuhawela onàsa othatxiri,
napwere erutthu awe yothene,
anyi impari sothene sa erutthu awe
siri mirette sinaruha othatxiri ni muhakhu.

L’albino è fonte di ricchezza, arricchisce le persone (gente),
per questo è cercato in altre terre (posti),
tutto il suo corpo, si, tutte le sue membra
sono medicine che danno profitto.

Napwere muthiyana otthuneyaxa ni alopwana,
mulopwana onamukoniha napwere
onomwara etthoko awe,
hapo napwere muthiyana osiva onyala.

La donna albino è molto cercata dagli uomini,
l’uomo se vuole relazioni con una albina
distrugge la sua famiglia, perchè lei soddisfa molto.

Napwere: epahu ni murette sonanara

Albinismo: cattiva sorte (maledizione) e medicina malefica

Napwere ekhalelo awe wopiha:
anamwane ohimukhovelela aviraka anomova.
napwere omuronya omwene,
vantxipalexa omwara itthoko,
niwoko napwere muthiyana ori otikana ni osiva onyala
wàpwaha athiyana akina, vokumna ni alopwana

L’albina è pericolosa,
i bambini che non sono abituati,
hanno paura quando passa un albino.
L’albino non merita il  regno (reinado), sopprattutto distrugge la famiglia,
perchè la donna albina è più intense (gradevole) e piacevole
che le altre donne negli incontri con gli uomini.

Vankonaiye napwere, murette mutokotoko.
erutthu yothene ya napwere
ti yotthuneya ilapo sikina
ntoko otthanka ni Kenya,
niwoko ti murette mutokwene.
ni ehako ya anamathelana.

Dove dorme l’albino, è luogo di grande medicina,
tutto il suo corpo è cercato da altre nazioni
come nel Tanzania e nel Kenya,
perchè è grande medicina, è indovina (adivinha) per gli sposi.

Generare un albino è (buona) fortuna, è grande fortuna, sposarsi la donna con un albino è fortuna.

6. Napwere ni Muluku Namúli
Albinismo e Dio namùlico

L’ ambivalenza e ambiguità dell’albinismo è anche evidenziato dai testi di tematiche teologiche.

In primo luogo si arriva a far ricordare che all’ inizio namulico Dio ha generato figli bianchi, segno che ancora oggi continua, perchè i neonati sono così quando vengono alla luce.

Ma i testi tardano a dichiarare che gli albini sono figli di Dio, sono solamente manifestazione della forza misteriosa di Dio, sono sopprattutto doni di Dio, un dono ambivalente e nello stesso tempo ambiguo ma sempre un dono che Dio dà e che l’uomo deve ricevere con rispetto, non pensando di eliminarlo.

Direttamente o indirettamente, latente  o manifesto, la biosofia e biosfera xirima con i  suoi testi ripetuti insistentemente denunciano un comportamento che serpeggia nel commercio nascosto in questi giorni, denunciato chiaramente in Tanzania: l’ abuso,  la vendita, l’ eliminazione della vita degli albini per fabbricare medicine di profitto. Questo fenomeno spiega perchè, anticamente come ancora oggi si afferma, è difficile conoscere la tomba dell’ albino: è una espressione eufemistica per dire che gli albini erano e sono schiavi, vittime di speculazione lucrativa immorale, morti a causa del loro corpo, che è usato per fabbricare medicine, per finalità illecite e disoneste.

Torna evidente l’ ambiguità che avvolge tutti i  testi teologici attorno all’ albinismo. Da una parte sottolinea la dimensione della manifestazione (ieròfana) del fenomeno albinico, dall’altra questa dimensione favorisce dello sfruttamento dei commercianti, perchè essendo una metamorfosi che Dio ha dato all’ uomo, questo cede facilmente alla tentazione di fare commercio lucrativo e disonesto.

Vopatxerani vo Namuli atthu othene
akhumale munapwereni.

All’inizio namùlico tutte le persone
venivano dall’ albinismo (erano bianchi).

Napwere mutthu a Muluku.
mwana ni yovaha ya Muluku.
onnìnnuwa ni ikuru sa Muluku.

L’ albino è creatura di Dio, è figlio e dono di Dio,
cresce con la forza di Dio.

Omwíva napwere Muluku omunanara,
niwoko omwìva mutthu ti yottheka yohileveleleya.
Alavilavi yamuyará napwere,>
annàsa omwìva, emutthekelaka Muluku.
Ohimutheyé maye omuyanre napwere
khatthunale, Muluku t’otthunne
ni onattittimiha sothene opattuxalaiye.
Napwere nihimuthanye,
niwoko ori mwana a Muluku, ti yovaha ya Muluku,
oyara onavaha Muluku.

Uccidere un albino scontenta Dio,
perchè uccidere una persona è peccato imperdonabile.
I cattivi se generano un albino, cercano di ucciderlo offendendo così Dio.
Pertanto non rida la madre che ha generato un albino,
lei non l’ ha voluto, è stato Dio che lo ha voluto,
lei rispetti tutto quello che Lui ha creato.
Non disprezzare un albino,
perchè è figlio di Dio, è un dono di Dio,
generare è un dono di Dio.

Muluku Namuli pahi
t’onasuwela okhwa wa napwere,
onètta ni ontthuniwa ni minepa.

Solo Dio namùlico sa della morte di un albino,
cammina ed è amato dagli spiriti.

Kula erukulu yòkhala ni mukhalelo aya,
ekina enàttela wàyara anapwere,
ekina anàtta anamakokho,
Muluku sopattuxa sawe khanavaha etthu emosá.
Avahá etthu ele kahiyene ohasula,
ntoko napwere ovahiwe ni Muluku
ni ipwi ahùluvanle yeyo eri yovaha ya Muluku,
kahiyene malavi nari otapaniwa,
Opanke Muluku khavo onavanya.

Ogni famiglia ha le sue caratteristiche,
una con molti albini, altre con molti lebbrosi,
perchè Dio non da una cosa sola alle sue creature.
Nel caso che le dia, non è per far soffrire,
come un albino che riceve da Dio capelli bianchi prima di invecchiare,
è un dono di Dio, non castigo o maledizione,
perchè quello che Dio fa, nessuno  osi  criticare.

Napwere esyó ya Muluku
mpattuxa sothene.
Napwere eyoniheró etokotoko ya Muluku,
wera atthu óripa akunyá.

L’ albino è seme di Dio, generatore di tutto,
l’ albino è grande manifestazione di Dio,
nel modo che il nero diventa bianco.

Ekumi yothene ya napwere ti yomòva Muluku,
khweli Muluku khannanariwa ni napwere.

La vita dell’ albino è piena del timore a Dio,
in verità Dio mai si arrabbia con l’ albino

L’ albino è seme di Dio, generatore di tutto, l’ albino è grande manifestazione di Dio, nel modo che il nero diventa bianco.

6. Albinismo e la fede cristiana

La sofferenza che accompagna tutta la vita degli albini, l’ isolamento nel quale sono condannati a vivere, la sua morte misteriosa, l’ abuso e perfino  il delitto contro la sua vita per guadagni immorali, ricordano al cristiano xirima soprattutto nel periodo  liturgico della Quaresima, quando pensa intensamente nella passione di Gesù. Le viene spontaneo identificare il destino dell’ albino con quello di Gesù, l’ albino di Dio per antonomasia, come il testo relazionato a Maria lo sa esprimere magnificamente: Maria è l’ albina di Dio perchè potesse generare l’ albino di Dio, Gesù.

Anche e sopratutto nel contesto cristiano si denuncia apertamente o di nascosto l’ ingiustizia in relazione agli albini, di modo che i  testi sono un’ allerta e una denuncia di un male reale ma ancora nascosto e non ben percepito e denunciato come tale.

 

Yesu- Gesù

Oharahariwa ni okaporo wa napwere
onlikana ni ole wa Yesu, asondiwe ahitthenke,

La persecuzione e la schiavitù dell’ albino
è simile a quella di Gesù, perseguitato senza colpa.

 

Okhwa wa napwere ti wothananiha.
Ntoko okhwa wa Yesu vamuttandani.

La morte dell’ albino è lamentevole,
come la morte di Gesù sulla croce.

 

Ekhapuri ya napwere
khenathatanyihiwa ni ikhapuri sikina,
ntoko Yesu Kristu asunkiwe munikhukuni mekhaiyeru.

La tomba dell’ albino non si unisce alle altre,
come Gesù Cristo è stato sepolto da solo in una grotta.

 

Napwere athipeliweru, ekhapuri awe khentthuttu.
siso tho Yesu kristu ari mutthu a marikarika,
mukhapurini mwawe khaphwanyiwe,
t’ovinyerenrihiwe mokhwani.

La tomba dell’ albino si può aprire, ma non si incontra nulla,
così anche Gesù Cristo, persona delle meraviglie,
nella sua tomba non è stato incontrato,
perchè è stato ressuscitato dalla morte.

 

Erutthu ya napwere ti erutthu ene yele
anakoso othene anasasaya,
siso tho Yesu ti mutthu ohaweleya ni atthu
wera àvuluxe ni àlamihe.

Il corpo dell’ albino è quello
che sopratutto cercano tutti i commercianti,
così come Gesù è la persona
che tutti vogliono perchè li salvi e li curi.

 

Napwere mutthu osiveliwa ni anamuhakhu,
vahera Yesu àsiveliwa ni atthu òhawa ni tho òthanyiwa.

L’abino è persona desiderata dai ricchi,
così come Gesù è apprezzato
dalle persone povere e disprezzate.

 

Mwekristuni Yesu Cristu khanikhuli, ori ntoko napwere.
Yesu ti atthu a makhuli othene a elapo ya vathi .

Per la fede cristiana Gesù Cristo non ha il colore della pelle,
è come l’ albino, è di tutte le pelli del mondo.

Napwere naparakha t’ottharatthariwa.
Napwere namahala nlitti nawe khannixa:
siso yamukhumelela Yesu.

L’ albino essendo una persona di buona fortuna è ricercato,
essendo buono riceve una tomba in superfice,
così come è successo con Gesù.

 

Napwere naparakha,
siso tho Yesu Kristu naparakha àtthu othene.

L’ albino è persona di buona fortuna,
così anche Gesù Cristo è la buona fortuna per tutti.

Per la fede cristiana Gesù Cristo non ha il colore della pelle, è come l’ albino, è di tutte le pelli del mondo.

 

Maria

Eparakha ya onapwere ennùpuxera mahala othene,
ethatuwa yele etokotoko Maria yàkhenlaiye ni Muluku, wera amuyare napwere /naparakhiha/
namathatxiriha a Muluku, Yesu Kristu.

La fortuna dell’ albinismo fa ricordare  tutti i  favori,
tutta quella grande trasformazione che Maria ha ricevuto da Dio
per dare alla luce Gesù Cristo, l’ albino di Dio,
l’ autore della buona fortuna e della ricchezza di Dio.

 

Mwekristuni onapwere onlikana nihiku na Pentekoste:
nihiku na eparakha ni nothatxiriha
savaha sa Munepa Wottela.

Nel cristianesimo l’ albinismo è come il giorno di Pentecoste,
giorno di buona fortuna arricchito dai doni dello Spirito Santo.

Mwekristuni makhwatta a napwere
anùpuxera makhwatta a Lazaro.

Nella fede Cristiana le piaghe dell’albino fanno ricordare
le piaghe di Lazzaro.

P. Giuseppe Frizzi, imc

Centro Xirima

 

 

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LA VITA LOTTA CONTRO LA VENDETTA

La preoccupazione principale dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, sopprattutto delle organizzazioni umanitarie, era sul come fare il passaggio dal clima di guerra, di vendetta, al nuovo clima di pace, di riconciliazione e di perdono.

Introduzione

Dopo molti anni di lotta armata, il Mozambico raggiunge l’ indipendenza il 25 Giugno del 1975 A.D. Neanche un mese era passato da quel memorabile giorno, che già la pace celebrata, era di nuovo in pericolo. Effettivamente subito iniziarono le azioni dell’opposizione, in primo luogo con l’informazione attraverso la radio Kusupa e in seguito con le armi. Era l’inizio della seconda guerra, una lunga guerra civile che si è dilagata a tutta la Nazione, seminando dolore, vittime, vendetta e distruzione da tutte le parti. Solamente dopo 17 anni di lotte interne, il 4 ottobre del 1992, la guerra civile è terminata con gli accordi di pace firmati a Roma.

La preoccupazione principale dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, sopprattutto delle organizzazioni umanitarie, era sul come fare il passaggio dal clima di guerra, di vendetta, al nuovo clima di pace, di riconciliazione e di perdono. Si immaginava una transizione difficile e accompagnata da atti di vendetta privati. Grazie a Dio, al contrario dell’ aspettativa generale, almeno nel Niassa, non ci sono state notizie di atti di vendetta, ma la popolazione è entrata nel clima nazionale di pace con fluidità e con ferma volontà di mantenere la pace. Emblematico il seguente caso. Nella prima riunione del consiglio parrocchiale dopo l’accordo di pace, si sono presentati tutti gli animatori delle comunità delle due zone di guerra. Dalle comunità della zona Renamo è venuto anche un animatore che aveva partecipato a uno degli ultimi attacchi al villaggio di Maùa, durante il quale sono stati uccise molte donne con bimbi piccoli. Riconosciuto dagli animatori del villaggio, lo hanno chiamato a parte e in tono di pace e di rispetto gli suggeriscono di lasciare la riunione parrocchiale fino al prossimo consiglio.

Quale sarà stato il movente principale? La tradizione soltanto, o la presenza della fede Cristiana soprattutto? Oppure le due insieme?

Tutti, soprattutto noi stranieri, siamo rimasti stupiti nel costatare la serenità e fluidità del processo alla normalizzazione. Per questa ragione ho voluto indagare bene su ciò che propone la biosofia e biosfera sulla vendetta e sul perdono, scoprire i moventi culturali profondi che hanno motivato e guidato il popolo xirima al ritorno pacifico e incruento alla vita di pace. Quale sarà stato il movente principale? La tradizione soltanto, o la presenza della fede Cristiana soprattutto? Oppure le due insieme?

Già nelle prime settimane di pace ho avuto la possibilità di scoprire una ragione fondamentale. Arrivato nelle basi della Renamo ho percepito che i comandanti macua non erano equipaggiati come gli altri che venivano dalle provincie del Sud. Uno di questi ultimi mi ha dato la seguente spiegazione: “Padre, i macua non amano la guerra nemmeno sanno combattere in guerra, sono allergici ai conflitti violenti e sanguinari, preferiscono sedersi ai piedi delle autorità tradizionali e là discutere, dialogare fino a raggiungere il traguardo della pace.” Questo mi ha fatto ricordare un comizio del Presidente Samora Machel in Cuamba, nei primi anni dell’ Indipendenza, dove ha espresso lo stesso giudizio del comandante della Renamo riguardo il popolo macua, affermando che solo nelle zone macua la Frelimo non aveva ottenuto un appoggio incondizionato nella guerra della liberazione.

I macua non amano la guerra nemmeno sanno combattere in guerra, sono allergici ai conflitti violenti e sanguinari, preferiscono sedersi ai piedi delle autorità tradizionali e là discutere, dialogare fino a raggiungere il traguardo della pace.

Era già una buona pista che però meritava essere ben analizzata. ‘E stato quello che ho fatto, dando ai ricercatori del Centro il tema: winlela ikuhu/ikukuttua secondo la biosofia e biosfera xirima. Presento qui i principali argomenti.

1-La legge del taglione

La legge del taglione è ben conosciuta e lapidariamente formulata nel testo che segue e in parte anche psicologicamente analizzata: il vendicatore cerca di calmare, soddisfare il suo cuore, liberandosi dal peso delle offese che gli rodono il cuore. Anche la biosofia e biosfera xirima riconosce che a volte la vendetta è frutto di premeditazione e programmazione ben cosciente, mentre altre volte è una esplosione istintiva, impulsiva e non controllata.

Winlela ikuhu mpuwa mwa makholo ahu ti ottikixa matxipu: oruwaniwa olelo onattikiwa mweri womalo.

Omaniwa olelo onahokoloxera esimana ya omalo. Wotheriwa olelo onahokoloxera omalo.

Vendicarsi per i nostri antenati è restituire l’offesa ricevuta: La persona insultata oggi, restituirà lo stesso il prossimo mese;

Se picchiata oggi, restituirà lo stesso la prossima settimana; Se accusata oggi, restituirà lo stesso domani.

Mukhw’á apwexá nitho ná, ompwexeke nitho nawe.

Se un tuo parente ti strappa un occhio, tu a tua volta gli strappi il suo.

Winlela ikuhu maino: nakhuleya nimosa, nnomelela tho nikina, ti ottikixa isikula/matxipo, ti wemexa malaxi owatteya òviriwaka, ti ephatxe enottikixeraniwa.

Vendicarsi è come i denti: basta che uno cada che subito ne spunta un altro, è invertire l’inclinazione dell’ erba, è inframmezzare erba ostacolando il passaggio, è come il setaccio: si restituisce alternativamente.

La vendetta è far sparire il sentiero definitivamente, è rendere triste il cuore completamente.

Olelo kòhopahulani, omalo ti nyuwo.

Oggi sono stato io che ti ho offeso, domani sarai tu.

Ikuhu ori otxipiha mphito khuluwi,ti omaliha murima khuluwi.

La vendetta è far sparire il sentiero definitivamente, è rendere triste il cuore completamente.

Winlela ikuku ti opaka itthu sonanara mwayini.

Vendicarsi è fare del male di proposito.

Ikuhu khasinarumaniwa, khasinalaihaniwa nihiku, Ikuhu sinapakiwa motutuxa.

Le vendette non sono programmate, neanche si stabilisce il suo giorno, si realizzano d’improvviso.

2- Nakuhu – Il vendicatore

La biosofia e biosfera xirima non conosce soltanto la legge del taglione, conosce anche la persona vendicatrice, le sue azioni malefiche, il suo comportamento psicologico. Trattandosi di una attitudine pericolosa nella vita sociale del villaggio, i testi sono abbastanza lunghi nella descrizione degli aspetti negativi e delle conseguenze funeste. In sintesi, la connotazione del vendicatore agli occhi della biosofia e biosfera xirima è chiara e categorica: lui è uno stregone, la personificazione e incarnazione dello stregone.

Il vendicatore non ha compassione, non considera l’orfano, è invidioso, con lui non si scherza, lo si evita, non alloggia nella casa degli altri, è orgoglioso, è nervoso, parla da solo, è di lingua corta,

Makholo annèra: nakuhu wuma murima, mukhwiri onnèra hiho, khanamòva Muluku.

Nakuhu kharino ikharari, khanamòna ikwasuni, ori nanrima/nahatxe, khanathelaneya, onosempwa, khanahaya w’anene, t`owittottopa, t`owisunnuwiha, ti nemwanomwano, t`owùluma mekhá, t’òkhuveya nlumi, khanatxa ni akhw’awe, ohinìwa yoleliwa, onakhwa ni wereriwa, khanóve etthu, khanaphukeleya mulattu.

Gli antenati dicono: Il vendicatore è un perverso (malvagio), lo stregone si comporta così, perchè non ha paura di Dio.

Il vendicatore non ha compassione, non considera l’orfano, è invidioso, con lui non si scherza, lo si evita, non alloggia nella casa degli altri, è orgoglioso, è nervoso, parla da solo, è di lingua corta, è di poche parole non mangia con i vicini non ascolta ciò che gli viene detto, muore dal desiderio di essere confrontato, non ha paura di niente, il suo problema non ha soluzione.

Nakuhu khanattuwala nari khanlevelela, onlikana ni ole onriha makatxapha a mphakura: mutthu ole khanamutxa, orotapanyiwa/orotanyiwa.

Il vendicatore non dimentica e non perdona, è come colui che semina bucce di fagiolo, non li mangia, vuole solo provocare

Ìnlale ikuhu orimwilivela amalihaka mwinlelo awe nikhupanyo nawe nari ntokotoko .

Chi si è vendicato, ha voluto soddisfare il suo desiderio di vendetta, era troppa l’offesa ricevuta.

Il vendicatore non cammina sulla retta via e neppure si rallegra

Atthu òwinlela ikuhu sakumanelá, ikhotto khasinamala.

Se i vendicatori si incontrano, le lotte tra di loro sono interminabili.

Mukwaha wa nakuhu khonìwananeya, winlela ikuhu onasuwela weyo mekhá.

Il suo viaggio non è programmato il piano di vendetta lo conosce lui solo.

Naxariya khanakona mwinli mmosa ni nakuhu; ephiro ya naxariya khanavira nakuhu, nakuhu khanahakalala mphironi mwa naxariya.

Il giusto non dorme sulla stessa stuoia del vendicatore; il vendicatore non cammina sulla retta via

e neppure si rallegra

Effetti negativi della vendetta

Vari ikuhu, yottheka yèmenle’vo.

Dove c’è vendetta, lì rimane la colpa

Mpuwa wa makholo winlela ikuhu khonavaha exariya: onruha winaniha, munyakunyaku, winlaseya, otapana, orakaliha; onamwara omusi, ntthoko, onthamwene, murettele velaponi.

Per gli antenati vendicarsi non genera giustizia, causa inimicizia, confusione, pianto, disgrazia, mutilazioni, distrugge la parentela, l’amicizia, la pace nel villaggio.

Winlela ikuhu kahiyene exariya ni murettele, niwoko kula mutthu onèra: àkitepiha.

Dove c’è vendetta, non c’è famiglia, tutti sono nella sofferenza.

Vendicarsi non è giustizia né pace, perchè ognuno dice: Questo è troppo per me.

Vari ikuhu oyarana khuwavo,othene ari movelavelani.

Dove c’è vendetta, non c’è famiglia, tutti sono nella sofferenza.

Winlela ikuhu ottharaka murima t’oriheya atthu: onawìnlela ikuhu, omwara itthoko.

Vendicarsi, seguendo il cuore, allontanare le persone: Chi si vendica distrugge le famiglie.

Winleliwe ikuhu yòkhala enakhuma, siri itapha sa akhwiri,

Dove c’è vendetta, deve succedere qualcosa, sono le insidie degli stregoni.

La vendetta genera sofferenza distrugge tutta la vita della persona.

Vanihukuni winlela ikuhu oxeriha maitho: nakuhu ahakalalaka nowuma murima,

owinleliwa ikuhu ìkhupanyeraka.

A volte la vendetta causa pianto e il vendicatore ride sarcasticamente se la vittima si lamenta.

Ekukuttula ovoreiha murima, onanariha ekumi yothene ya mutthu.

La vendetta genera sofferenza distrugge tutta la vita della persona.

Immagini della vendetta

Ikukuttula ikhove: ottuwaliha, nto sinòtxeleya.

La vendetta è come il sonno: cerca di far dimenticare, ma non riesce.

Ikuhu nsala nnamalela itthu sikina sùnttaka, sikina simelaka.

La vendetta è come il secchio della spazzatura: lì finiscono le cose; alcune marciscono e altre germinano.

La vendetta è come il secchio della spazzatura: lì finiscono le cose; alcune marciscono e altre germinano.

Ikuhu mwithe wa enowa: wopiha, oluma ni wiva.

La vendetta è come la tana della serpe: è pericolosa, morde e uccide.

Ikuhu khasinòneya, nto ovoreya mmurimani, ntoko nikhala noluttuwa na moro.

Le vendette non si vedono, ma fanno male al cuore come la brace ardente del fuoco.

3- Vendetta e la Giustizia giudiziaria

La biosofia e biosfera non è idealista neanche utopica, ma realista e saggia. Anche avendo condannato fortemente la persona vendicativa e le sue azioni, sa molto bene che il cuore della persona percorre i propri cammini, riconosce le sue fragilità, per questo dal suo realismo matriarcale “namùlico” del monte sacro, ricava due opportunità per togliere di mezzo le vendette e per fare giustizia alla vittima della vendetta.

In primo luogo, la biosofia e biosfera xirima offre il cammino giudiziale, sedersi sotto la tettoia con l’autorità per dialogare, trattare del problema per arrivare a una soluzione pacifica per l’ accusato e per la vittima. In questo si distingue l’allergia idiosincratica della biosofia e biosfera xirima verso la guerra, verso i conflitti sanguinari, verso le soluzioni individualistiche e egoistiche, insomma l’ aspetto fondamentale della cultura xirima essendo del cuore, del monte matriarcale, lunare e notturna, sceglie sempre la soluzione che garantisce la continuazione della vita, anche dopo alcune tragiche interruzioni. La tettoia della matriarca e del capo prima di essere un tribunale, è un luogo sacro, è un piccolo monte sacro che ha in sé l’autorità e sufficiente competenza di questo e dell’altro emisfero per riconciliare tutta la persona. Il vendicativo usurpa i poteri e i compiti sacri di altri.

Anche avendo condannato fortemente la persona vendicativa e le sue azioni, sa molto bene che il cuore della persona percorre i propri cammini, riconosce le sue fragilità

In secondo luogo, la biosofia e biosfera xirima approfitta del rito di iniziazione per denunciare e condannare le vendette, ripartendo innumerevoli consigli a tutti gli iniziati, castigando fortemente l’iniziato già incline alla vendetta.

Mwene òloka khanìnlela ikuhu muloko awe, t’onvaha miruku wera atthu ehìnlelaneke.

Il re saggio non si vendica nel suo popolo, al contrario è lui che consiglia di non praticare la vendetta.

Pwaro a mwene t`onamaliha ikuhu s’atthu.

È sotto la tettoia del re che finiscono le vendette tra il popolo.

Ikuhu mulattu: khonùntta, nto onimùntta nihiku nle pahi sinophukiwaya mmutthekoni mwa mwene.

Le vendetta sono discussioni che non marciscono, marciscono solo il giorno nel quale vengono discusse sotto la tettoia del capo.

Watthekeliwá, ohìnlele ikukuttula, sothesene sinùlummwa w`amwene, wàseke exariya mmutthekoni pahi.

Se vieni offeso, non vendicarti, perchè tutto si deve risolvere dal capo, cerca la giustizia solo in tribunale.

Winla ikuhu okhotta wuluma mulattu, ori wittana exariya, ikuhu simaleleke khuluwi mmutthekoni wa mwene.

Vendicarsi è negare risolvere il problema, è inimicarsi con la giustizia, le vendette devono finire una volta per tutte al tribunale del re.

Vendicarsi è negare risolvere il problema, è inimicarsi con la giustizia, le vendette devono finire una volta per tutte al tribunale del re.

Nakuhu onnùpuwela mmurimani mwawe omaliha mulattu ìnlelaka ikuku, nto Ikuhu sinnùnnuwiha mulattu, ti mmutthekoni mwa pwiyamwene ni mwene sintxipihiwaya’mo sotthekeliwa sothene.

Nel suo cuore il vendicatore pensa di terminare il problema con la vendetta, ma la vendetta peggiora il problema, è sotto la tettoia della matriarca e del re che finiscono tutte le offese.

Naxariya khanìnleliwa ikuhu, nto onnatthara ephiro yowùluma mulattu.

Il giusto non si vendica ma percorre un cammino per risolvere il problema.

Vanìnlelaniwaya ikuhu, mulattu wòkhala wothe, nakuhu mulattu awe opisa omala.

Dove c’è vendetta, c’è anche un problema, quello del vendicatore indugia a finire.

ikano

Anamwane òwinlela ikuhu annahawa omwalini.

I bambini vendicativi soffrono nell’iniziazione.

Winlela ikuhu wikuxa, ovirikanyiha ikano, ti ohùluma mulattu mmutthekoni

Vendicarsi è orgoglio, è contraddire le norme, è non rifiutare di trattare il reato in tribunale.

Makholo ahu yànàlela an’aya: muhiwìnleleni ikuhu yawo anottharattharani.

I nostri antenati educavano i loro figli dicendo: Non dovete vendicarvi in quelli che vi perseguitano

Gli antenati affermavano: tra il perdono e la vendetta, preferiamo sempre il perdono reciproco.

Makholo yànèra: muhiwinlele ikuhu amay`inyu nipele na amay’á ninnamaliha ikuhu.

Gli antenati dicevano: Non ti vendicare su tua madre, la mamma fa terminare la vendetta.

Khalai xapi khàpexiwa maitho, khawakhanle winlela ikuhu, nto olevelelana, makholo yàri òvilela ni òlevelela.

Nel passato non accecavano i passeri del miele non c’ era vendetta, ma perdono, gli antenati sopportavano e perdonavano.

Makholo annéra: olevelelana ni winlela ikuhu fatari olevelelana kwekwe

Gli antenati affermavano: tra il perdono e la vendetta, preferiamo sempre il perdono reciproco.

Atthu a khalai yànasuwela sa muholo: ohinlele ikuhu, olevele, olelo ti miyo kotthekelani, omale ti nyuwo.

Gli antenati prevedevano il futuro: non ti vendicare, ma perdona, oggi sono stato io ad offenderti

domani sarai tu.

Muhìnlele ikuhu, ekumi ennawana ekhotto ni ikuhu.

Non vendicarti, la vita lotta contro la vendetta.

Mwatthunaka wunnuwa omutthu womalela, ikuhu muhiyeke ottai mwekumini mwanyu.

Se vuoi crescere fino alla maturità, allontana la vendetta dalla tua vita

Asitith`inyu khanìnleliwa ikuhu, ari mukhoyi onawerya wotthukani, nsu naya ninnòpola ni ninnìva wothe.

I tuoi genitori non devono essere oggetto di vendetta, sono corde che ti legheranno la loro parola può salvare ma anche uccidere.

La persona che non hai mai visto non è oggetto di vendetta, perché ancora non conosci il suo cuore

Muretta khaninleliwa ikuhu, Mutthu ohitoko omòna, khanìnleliwa ikuhu, niwoko nlelo khonasuwela murim’awe; aletto khanìnleliwa ikuhu niwoko ari anamavira; naxikhola khonaphwanela omwinlela ikuhu, niwoko orwenle ohusera.

Il malato mai deve essere oggetto di vendetta. La persona che non hai mai visto non è oggetto di vendetta, perchè ancora non conosci il suo cuore; non vendicarti degli ospiti, perchè sono di passaggio non si deve fare vendetta all’alunno, perchè è venuto per imparare.

Vatthokoni asitithi ehiwìnlele ikuhu anamwane niwoko khasuwenle etthu.

Nella famiglia i genitori non si devono vendicare nei figli, perchè non ne sanno nulla.

Ntheli khannalipa ni ikuhu, niwoko wothelani onàsiwa omusi munyowani.

Il matrimonio non è stabile se c’è vendetta, perchè nel matrimonio si cerca nuova generazione.

Òhitheliwa khanìnleliwa ikuhu, siso tho mwara a mwanene.

La non sposata non è oggetto di vendetta, così come la sposa di un altro.

Mwakhalá a ephiro emosa wotothani muhiwìnleleke ikuhu asikhw’inyu: otapaniha.

Se camminate insieme per andare a caccia non vendicarti sui compagni, porta male.

L’offeso è il padrone tanto della vendetta quanto del perdono.

Wahokoloxeriwá ikuhu, ohinyonyiwe niwoko waropatxera, kula etthu eri ni ikuhu saya.

Quando sei vittima di una vendetta non ti innervosire perchè sei stato tu a iniziare: ogni cosa ha la sua vendetta.

Otthekeliwe ti mwanene winlela ikuhu nari olevelelana,

L’offeso è il padrone tanto della vendetta quanto del perdono.

Yohovela kheninleliwa ikuhu,Ikuhu kheninliwa ohitthekeliwe.

Il dubbio non è oggetto di vendetta, non si fa vendetta senza colpa.

Ikuhu khasinatakihaniwa niwoko novoreya.

Non ci si vendica per imitare, le vendette causano sofferenza

4- Ekuhu ni Muluku/Minepa

Vendetta compito esclusivo di Dio vendicatore.

La biosofia e biosfera oltre le due opportunità appena accennate per marginalizzare la piaga delle vendette, si appella soprattutto alla sua religiosità e teologia, offrendo così al vendicativo una terza opportunità: una motivazione per non vendicarsi. Giudicare secondo giustizia e in modo definitivo e completo è compito solo di Dio, solo lui conosce il cuore della persona, solo lui è il difensore assoluto e giusto.

Giudicare secondo giustizia e in modo definitivo e completo è compito solo di Dio, solo lui conosce il cuore della persona, solo lui è il difensore assoluto e giusto.

Oltre a questo, “Dio Namuli”, matriarca e generatrice della vita, buona e generosa, appoggia e preferisce il cammino del perdono e del dialogo giuridico che i suoi intermediari dell’aldilà e di qua cercano di sviluppare. Il vendicativo, pertanto, oltre ad essere fuori dalla legge, rischia anche di essere nemico di Dio, in altre parole è un empio che cotraddice il credo e l’ottimismo di base della teologia matriarcale namulica, per invadere il tempo e lo spazio del futuro che è esclusivamente tempo e spazio del Dio namulico.

Winlela ikuhu ti ottuwala wi Muluku ti mphuki mmosaru, mwanene ettuniya.

Vendicarsi è dimenticare che Dio è l’unico giudice vendicatore, padrone del mondo.

Winlela ikuhu ti otthuna owana ekhotto ni ikhaikhai sa wirimu, ti omukopela Muluku.

Vendicarsi è voler lottare con le verità del cielo, è indebitarsi con Dio.

Muluku nakuhú óloka: khanattuwala etthu, onnòna sothene sinèreya ni onathoriha ehuhu yaphiyá.

Dio è vindice giusto: non dimentica nulla, vede tutto quello che succede e giudica al momento opportuno.

Ikuhu sa Muluku khavo onasuwela,khavo onawerya wemexa nari osempa, ikukuttula sawe khasintthaweya.

Le vendette di Dio nessuno le conosce nessuno riesce a fermarle nè evitarle, si, dalle vendette di Dio non si fugge.

Coloro che non cercano il bene dei colleghi devono sapere che Dio li vendicherà aumentado loro la gioia.

Muluku onnasuwela ikuhu sa kula mutthu, onnawìnlela àttharuxaka mamwene, ahinalamula phama sene.

Dio conosce le vendetta di ogni persona, si vendica dei nostri re che non governano bene.

Ale ahinàpankela yorera akhw’aya, esuweleke wi Muluku onowinlela ikuhu, àntxereraka mpuh’aya.

Coloro che non cercano il bene dei colleghi devono sapere che Dio li vendicherà aumentado loro la gioia.

Muluku nakuhu òrera murima ni òloka, khanamwìnlela ikuhu mutthu òhittheka.

Dio è vendicatore buono e giusto, non si vendica della persona innocente.

Òwinleliwa ikuhu pixa murima, t’onètta ni eparakha ya Muluku, t’onakhaviheriwa ni minepa, t’onètta ni atthu.

La vittima della vendetta è buona: cammina nella fortuna di Dio, è aiutato dagli spiriti, infine cammina con noi.

Ohìnlele ikukuttula, valaponi watta sorera, omuroromeleke Muluku Namuli, makholo arorwana o Namuli: pixa murima àhòna murima wa enenele.

Non vendicarti, nel mondo ci sono molte cose buone, possa tu aver fiducia in Dio Namuli, gli antenati sono venuti con lui dal Namuli, il benevolo ha visto persino il cuore della formica.

Non vendicarti, nel mondo ci sono molte cose buone, possa tu aver fiducia in Dio

Winlela ikuhu minepa, onamwasa nokhw`awe, minepa khanawananiwa, mwatthunaka otapana muveheke minepa, siri miluku sa Muluku Namuli.

Vendicarsi degli spiriti è cercare la proria morte, contro di loro non si lotta; se vuoi avere una sorte avversa disprezza gli spiriti che sono del Dio Namuli.

Minepa khaisininleliwa ikukuttula, mutholo khonìnleliwa ikuhu, niwoko ti empa ya minepa.

Gli spiriti non sono oggetto di vendetta, neppure il Mutholo, perchè è la casa degli spiriti.

Munepa onnawerya owínlela ikuhu akumi.

Lo spirito può vendicarsi sui vivi.

5- Ekuhu ni Ekristu

Vendetta e la fede Cristiana

Il fenomeno delle vendette, visto nell’orizzonte cristiano, riceve una condanna definitiva, dovuto a tutto il comportamento di Gesù che ha sempre perdonato e ha sempre condannato la vendetta: comportamento e insegnamento che è diventato per i suoi discepoli e per la Chiesa norma.

Da un lato Gesù ha perdonato e esige che suoi discepoli perdonino dall’altro alla fine dei tempi sarà lui il vendicatore finale della storia umana e cosmica. La vendetta finale trascendentale non sarà solo teologica ma anche cristologica.

Yesu

Gesù

Yesu khawìnlenle ikukuttula mutthu mmosaru, nto àhàvekelela àlevelelaka yamukhomenle.

Gesù non si è vendicato di nessuno, ma ha pregato perdonando i suoi crocifissori

Vendicarsi, non seguendo il nostro cuore, ma l ‘insegnamento di Gesù è abbracciarsi. In verità Gesù diceva: perdonate quelli che vi affliggono.

Yesu àhìnleliwa ikukuttuna ni Ayuda niwoko na evanjelyu awe.

Gesù è stato vittima della vendetta dei Giudei a motivo del suo insegnamento

Yesu àmwìnlela ikuhu Satana omwako Sinayi: Satana alokolelaka sawawe, Yesu àkhulaka sawawe tho.

Gesù si è vendicato di Satana sul monte Sinai: Satana esprimendo le sue opinioni

e Gesù contraddicendo con le proprie

Winlela ikuhu nihittharaka murim’ahu, nto nihusiho na Yesu, ti ovarana nyono: khweli Yesu ànèra:

mwàvekeleleke yawo anopahulani.

Vendicarsi, non seguendo il nostro cuore, ma l ‘insegnamento di Gesù è abbracciarsi. In verità Gesù diceva: perdonate quelli che vi affliggono.

Yesu t’awòmonle alipa a maronda mutempuluni mo Yerusalemu, ìnlelaka ikikuttula ovuwa wa empa ya Muluku.

Gesù ha scacciato i commercianti dal tempio di Gerusalemme, rivendicando così la Gloria della casa di Dio.

Yesu Kristu nakuhu a exariya àtthu yènre sorera nari sonanara: onorowa nihiku nomalihera owìnlela ikuhu ni wáthorihela atthu yakhontte malamulo awe, yawèrenle sonanara asikhw’aya

Gesù Cristo è giudice giusto di quelli che praticano il bene e il male: verrà nell’ ultimo giorno a giudicare coloro che hanno rinnegato i suoi comandamenti, e che hanno fatto del male al prossimo.

La vendetta tra i cristiani è una cosa brutta, è un peccato grave, è mancanza di amore/amicizia/perdono: il cristiano che si vendica non segue il Vangelo.

Ekristu ni Ekereja

Ikukuttyka/ikuhu/ikhunya mpuwa mwekristu ti etthu yohirera, ti yottheka etokwene, ti ohirino osivelana/onthamwene/nlevelelo: mkristu nakuhu khantthara Evanjelyu.

La vendetta tra i cristiani è una cosa brutta, è un peccato grave, è mancanza di amore/amicizia/perdono: il cristiano che si vendica non segue il Vangelo.

Wapatisiwá ottuwaleke ikuhu khuluwi, siriki mwettelo wa satana, sinavirikana ni mukhalelo wa ekristu..

Se sei stato battezzato, dimentica per sempre la vendetta, essendo una attitudine che viene da satana contraria alla fede Cristiana.

Ohìnlela ikuhu, eyo tiyo, olevelelana, kahiyene wova, mkristu t’òleva, òwìyeviha ni òvilela: onimùnnuwihiwa momweneni mwa wirimu.

Il non vendicarsi è perdonare, non è aver paura, perchè il cristiano che perdona, che è umile e paziente sarà esaltato nel Regno del Cielo.

Il non vendicarsi è perdonare, non è aver paura, perché il cristiano che perdona, che è umile e paziente sarà esaltato nel Regno del Cielo.

Mukereja khophwanenle winleja ikuhu, niwoko ti maye/pwiyamwene a ikano sorera: hatá satana khanawerya wìnlela ikuhu ekereja, ti empa ni erutthu ya Yesu.

Mai si devono attuare vendette nella Chiesa perchè Lei è la Matriarca di buoni consigli. Lo stesso Satana non riesce a vendicarsi nella Chiesa, perchè è la casa e il corpo di Gesù.

Olapa nsakramenti nla nnamaliha ikuhu sothene atthu yùpuwenlaya.

Il sacramento della confessione aiuta a bloccare tutte le vendetta programmate

Nakuhu Herode mwene owuma murima: àwínlela ikuhu anamwane o Bethelehemu.

Vendicativo è stato il crudele re Erode: si è vendicato persino nei bambini di Betlemme.

Mai si devono attuare vendette nella Chiesa perchè Lei è la Matriarca di buoni consigli.

La biosofia e biosfera xirima, se da un lato è realista e riconosce la drammaticità e la tragicità delle vendette, dall’altro, al fine e inizio, essendo della cultura e religiosità materna, non si può non condannare categoricamente la vendetta come azione abominevole non solo eticamente, ma soprattutto teologicamente, perché Dio Namuli è madre, è matriarca che dal suo utero molto fecondo vuole generare sempre più vita abbondante e la difende tassativamente, escludendo qualsiasi tentativo di minaccia come la vendetta.

p. Giuseppe Frizzi IMC

 

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Sull’esempio del camaleonte

Il camaleonte […] per lo Xirima è un paradigma eccezionale per l’adattarsi all’altro, per l’incontro di differenti culture e lingue, per accogliere l’altro.

Nel campo interculturale antropologico il popolo Xirima educa i suoi giovani con il modello di comportamento elaborato osservando attentamente il camaleonte Namanriya. Il fatto di camuffarsi di questo rettile sauri non ha il significato occidentale di mascherarsi della persona instabile, per lo Xirima è un paradigma eccezionale per l’adattarsi all’altro, per l’incontro di differenti culture e lingue, per accogliere l’altro.

L’ etimologia del nome “Namanriya” è molto significativa perché aiuta a comprendere tutte le connotazioni che la biosofia e biosfera Xirima vedono in questo animale. Namanriya è un sostantivo di prima classe, la classe di Dio, della persona e degli animali o cose importanti, è un derivato del verbo oriya che significa scoprire ciò che è nascosto/sconosciuto. Il nome significa scopritore, o rivelatore che vuol dire, il camaleonte assumendo il colore dell’ambiente in cui vive, ne rivela e indica le qualità conservate.

Il camaleonte avanza lentamente, con rispetto di se stesso e dell’ altro, con umiltà, modestia e bontà, rispetta il terreno di Dio sul quale cammina…
  1. Tempo

In primo luogo, il camaleonte esce dal suo ambiente camminando con cautela e lentamente: non vuole sbagliare, cioè offendere il mondo straniero che sta per visitare. Prima conclusione o teorema: la scoperta e piena conoscenza dell’altro richiedono tempo! La precipitazione è segno di auto-consapevolezza esagerata e autosufficienza: dare/parlare subito invece di ricevere/ascoltare. Il turismo superficiale e giornalistico pensa di conoscere tutto in un solo giorno e rendere immortale la sua conoscenza dell’altro nei (con i) suoi mezzi apparati ultra moderni.

Letteratura

Namanriya onnètta vakhani ni wittittimiha, wiyeviha,wisumaliha,n’ opixa mrima; khanruma muxwaxwa,onattittimiha ethaya ya Muluku, onèttantoko apwiya erowa omatta.

Il camaleonte avanza lentamente, con rispetto di se stesso e dell’ altro, con umiltà, modestia e bontà, rispetta il terreno di Dio sul quale cammina, per questo il suo procedere non fa rumore chiasso, fa pensare al nonno quando va nell’orto.

Ontthuna wàwehexexa an’ awe\sopattuxwa sothene,onòva/onasempa ottheka/ opwexa ekahi y’ anene,khantthuna milattu,nto èraka siso,ontthuna tho wona vatapannaya

Il camaleonte vuole osservare con attenzione i suoi figli – tutto ciò che ha generato, ha timore di trasgredire, vuole evitare gli sbagli, spaccare la pentola dell’altro, non vuole creare problemi, ma in questo modo vuole conoscere le difficoltà dell’altro.

La scoperta e conoscenza dell’altro esige spazio, analisi e percezione di tutte le dimensioni esistenziali…
  1. Spazio

Per questo oltre al procedere lentamente,il camaleonte mostra i globi dei suoi occhi e li li ruota in tutte le direzioni: avanti, indietro, in alto e in basso. Lui vuole conoscere pienamente le novità del mondo che sta esplorando.

Seconda conclusione/teorema: la scoperta e conoscenza dell’altro esige spazio, analisi e percezione di tutte le dimensioni esistenziali: geografia, storia, cultura arte, religiosità,teologia. Il criterio di ricerca classico della biosofia e biosfera xirima è passare là dove le cose si incontrano, dove il suo mondo culturale parla, attua e si realizza.

Letteratura

Osuwela ovira varaya’vo

Conoscere è passare là dove stanno le cose.

So Namatxentxa onnètta awehexexaka vothevene,tani? Namanriya.

Il camuffato cammina guardando in tutte le direzioni, chi è? Il camaleonte.

SoMulopwana tani maithoru annawerya oweha oholo, mukhwipi ni ottuli nariowo ahirukuununwe? Namanriya.

Chi è quell’individuo che camminando senza girarsi indietro riesce vedere davanti, ai lati e dietro? Il camaleonte.

Vowehexexa impari sothene sa olumwenku, namanriya ti musoma mwanene, okhala wera onvira awhexexaka varay’ vo itihu sothene mothene ni vothevene.

Osservando in tutte le direzioni del mondo, il camaleonte è l’alunno/sapiente per eccellenza, perché osserva tutto in tutte le parti.

Namanriya Muluku: khanawehera itthu okhopolomoha.

Il camaleonte è come Dio: non osserva (vede) le cose da una parte sola.

Il camaleonte è come Dio: non osserva (vede) le cose da una parte sola.
  1. Cambiamento del colore

In terzo luogo, il camaleonte, entro breve tempo, assume il colore dell’ambiente che lo circonda. Cambia colore, si adatta, imita, senza però sacrificare la sua personalità, che mantiene ben sicura (difesa) nel circolo chiuso della sua coda.

Terza conclusione/teorema: scoprire e conoscere l’altro, richiede non solo tempo e spazio, ma anche imitazione, adattamento( lingua, vestiti,cibi, usi e costumi … ) senza abdicare alla propria identità!

Da questo teorema ne deriva un corollario: il camaleonte possiede una straordinaria flessibilità o versatilità che diventa universale: si adatta a tutto, assume in sé la pluralità dell’altro, diventa paradigma della pluralità creatrice di Dio, della varietà della storia e della diversità del cuore umano. Non si tratta di instabilità e di inconsistenza di convinzioni, ma di grande capacità di adattarsi e assumere la diversità dell’ altro.

Letteratura

Namanriya witxentxa kahiyene wattana ikuwo.

Il camaleonte non cambia di colore per possedere molto.

Namanriya khanrera nlepa nimosà,ti mpuhi:khivo ekuwo ohinawaraiye,akuxaka makhalelo a sopattuxiwa sothene,ohikhanle nthalu ni nrima.

Il camaleonte non è di un solo colore, ma è tanto così ricco da poter indossare qualsiasi vestito, assumendo lo specifico di ogni creatura senza discriminazione o invidia.

Witxentxa wa namanriya khommala,ori ntoko otxentxeya wa ehuhu,ntoko murima wa mutthu, ntoko itthu sa Muluku.

La metamorfosi del camaleonte è senza fine, è come il cambiar del tempo, il cuore della persona, le cose di Dio.

Namanriya onnakuxa ikhalelo sovirikana, mene onakhala namanriya.

Il camaleonte pur assumendo colori diversi, rimane se stesso .

Il camaleonte non è di un solo colore, ma è tanto così ricco da poter indossare qualsiasi vestito, assumendo lo specifico di ogni creatura senza discriminazione o invidia.
  1. La coda retta (estesa)

Un’ altra caratteristica del camaleonte viene dalla sua coda. Come l’ape e come lo scorpione, non morde con la bocca ma con la sua coda, la sua forza offensiva e difensiva sta nella parte posteriore del suo corpo, nella sua coda, è lì che nasconde la sua identità misteriosa. La sua coda è un indicatore particolare. Se attraversa la strada a un viandante con la coda ben eretta è un avviso che deve tornare indietro. Lo xirima commenta cosi: il camaleonte sta per dirti: fai attenzione nel tuo andare avanti, dovrai prendere quello che sta dietro, perché l’ andare avanti non è avanzare ma retrocedere: il futuro è ritornare al passato.

Quarta conclusione/teorema: la conquista dell’altro è sempre un più completo riscatto del proprio passato: la scoperta e conoscenza dell’altro è sempre una riscoperta della propria identità e della storia, è manifestare in modo chiaro e preciso il contenuto/l’essenza del proprio DNA, nel codice e nella spirale genetica!

Letteratura

Namanriya khanluma ni mnwano,koma ni mwila.

Il camaleonte non morde con la bocca ma con la coda.

Mwila wa namanriya khonòkoleleya, yòkhala onavithalye.òkonlene mwila awe atuphaka ephiro,ti malavi,txonde,wiwe miruku sawe otthikele ottuli

Normalmente il camaleonte non tiene retta la sua coda, conserva lì i suoi segreti. Se la tiene retta attraversando la strada è un avvertimento che ammonisce, per favore, ascolta il suo consiglio, torna indietro.

Namanriya èntre:muroweke oholo,muttotte sottuli: ohola kahiyene ophiya,otthikelà ottuli.

Il camaleonte ha detto: affronta il futuro, raccoglierai il passato, perché andare avanti non è arrivare, ma ritornare indietro.

Normalmente il camaleonte non tiene retta la sua coda, conserva lì i suoi segreti. Se la tiene retta attraversando la strada è un avvertimento che ammonisce, per favore, ascolta il suo consiglio, torna indietro.
  1. Bocca e fiele

Un altro punto di riflessione e applicazione etica alla biosofia e biosfera si incontra osservando la bocca e il fiele del camaleonte. Se il camaleonte si incontra con una serpe, lotta con lei fino a paralizzarla, si allontana da lei per un momento poi ritorna per iniettarle il veleno/ vaccino che le dà la vita.

Quinta conclusione/teorema: la scoperta e conoscenza dell’altro esigono attenzione e cura, ogni incontro è significativo, ma è anche un confronto contrario e alternativo, alle volte implica perfino lotta che non deve, però, portare alla morte dell’altro ma alla sua vaccinazione preventiva e difensiva che è sinonimo di innestare nuovo vigore antropologico che lo porta a un grado maggiore di maturità, sostituendo la cultura della guerra con la cultura della pace, della convivenza pacifica.

Letteratura

Namanriya namuku ni khulukano a inowa sothene,niwoko onalamiha inowa sosthene,ti nikholo na inowa sothene.

Il camaleonte è il medico di tutte le serpi, perché le cura tutte, è il loro antenato.

Namanriya namaluka ni nakharari a nowa sothene, onamukumiha wamwe niwoko khanatthuna wera inowa siwaneke ni sivaneke.

Il camaleonte è il consigliere pieno di compassione per tutte le serpi, inietta loro il suo fiele, perché non vuole che lottino e si uccidano tra di loro.

La scoperta e conoscenza dell’altro esigono attenzione e cura, ogni incontro è significativo, ma è anche un confronto contrario e alternativo, alle volte implica perfino lotta che non deve, però, portare alla morte dell’altro ma alla sua vaccinazione preventiva e difensiva.
  1. Nikhatawu

Un altro insegnamento riguardo l’alterità lo Xirima lo deduce osservando il comportamento di una specie di camaleonte, chiamata nikhakatawu. Sul punto di partorire, si arrampica su un albero e di là si butta sfracellandosi: suicidandosi genera.

Il maestro dell’iniziazione subito commenta: è successo cosi quando Dio Madre ha voluto generare il mondo, ed è questo che succede quando una donna dà alla luce è questo che capita quando un Xirima va all’estero, o quando uno straniero viene a visitarlo .Nell’interculturalità è necessario un previo processo oblativo, di morte, il futuro inculturato comporta un suicidio, una rinuncia da parte di qualcuno, esige la donazione di un profeta vitale a favore del suo popolo, della sua utopia,del suo sogno.

Sesta conclusione/teorema: la scoperta e conoscenza dell’altro richiede anche morte, suicidio oblativo a favore di un futuro!

Letteratura

Nikhakatawu narupala nakhuvelaka oyara nnawele musulu wa mwiri nnlhiya nimarelaka vethi.Naphiya vathi vale nnopweya nisivaka,nnàyara anamwane awe enakhuma akumi.Nikhatawu ekum aya orupala ni okhwa.

La Nikhakatawu giunto il momento di partorire, si arrampica su un albero e di là si lancia sfracellandosi, morendo genera i figli che nascono vivi. La vita della Nikhakayawu è concepire e morire.

Nikhakatawu maye: khanòva okhwa.

La Nikhakatawa è una madre: non ha paura di morire.

Nell’interculturalità è necessario un previo processo oblativo, di morte, il futuro inculturato comporta un suicidio, una rinuncia da parte di qualcuno, esige la donazione di un profeta vitale a favore del suo popolo
  1. Camaleonte paradigma di Dio, di Gesù e di Maria

Dal tipo al prototipo

Per concludere, il camaleonte è, per la biosofia e biosfera xirima, non solo un animale che porta alle applicazioni metaforiche e etiche ora menzionate. In verità i teoremi enunciati espongono con innumerevoli varianti un sinfonico crescendo orchestrato in modo tale che il camaleonte diventa gradualmente un paradigma sempre più gravido di valori fino a diventare un paradigma di realtà e contenuti religiosi e teologici. Il camaleonte biologico è paradigma del camaleonte trascendente, cioè, di Dio.

Cosi si giunge al settimo e ultimo teorema dell’alterità: l’alterità, l’interculturalità incontra il suo principio genetico e fondante nella teologia, nella fede in Dio, nella religiosità. E’ solo in questo contesto che l’interculturalità, da attitudine opzionale antropologica, diventa un imperativo categorico teologico.

a. In primo luogo, una imitazione immagine di Dio (imitatio Dei). Tutto il comportamento del camaleonte è agli occhi della biosofia e biosfera xirima una immagine concreta di Dio, una manifestazione di Dio e una teologia su Dio. Il camaleonte diventa un attributo, un aggettivo qualificativo di Dio. Per la biosofia e biosfera xirima possiamo parlare positivamente di Dio camaleontico.

Letteratura

Namanriya onèttela ikhalelo sa Muluku.

Il camaleonte segue l’essenza/comportamento di Dio.

Muluku namanriyà: khankhulumuwa ni wetta ni wittittimiha.

Dio è come il camaleonte: non si stanca di agire con dignità.

Muluku namanriya:khanawehera okuhopolomoha.

Dio è imparziale/universale/ versatile come il camaleonte.

Muluku namanriya: yorera yothene ni yonanara yothene onokuxa mwerutthuni mwawe.

Dio è come il camaleonte: assume tutto il bello e il brutto nel suo corpo

Muluku nikhakatawu: khanòtxela ohùramela vathi/omoriwa ikharari.

Dio è la nikhakatawu: non desiste dall’abbassarsi/ dall’essere compassionevole.

Dio è come il camaleonte: assume tutto il bello e il brutto nel suo corpo.

b. In secondo luogo, una imitatio Christi. La biosofia e biosfera, incontrato il fermento cristiano, vedono nel comportamento del camaleonte un’altra imitazione, un’immagine di Gesù, una cristofania, un riverbero cristologico che rende spontaneo parlare di Gesù Cristo camaleontico con tutta la fluidità che la cultura e fede fornisce loro.

Letteratura

Yesu namanriya ari muloko mmosa.

Gesù e il camaleonte sono della stessa razza /natura.

Namanriya ti mwanene evanjelhu Ya makoholo ni ya Yesu kristu: ohikhalano nathalu.

Il camaleonte è proprio l ‘evangelista degli antenati e di Gesù Cristo: entrambi senza preferenze (imparziali, universali, globali).

Yesu namanriyà: onakuxa malepa othene a itthu siri elapo ya vathi, onatthara ekhaleloyamiloko sothene,kharino nthalu.

Gesù è come il camaleonte: assume i colori di tutte le cose di questa terra, segue la cultura di ogni popolo senza discriminazione.

Yesu nikhakatawù ivaherenre omwakoni mokhwani Niwoko nowòpola othene, anòniheraka mwemmo wa Muluku

Gesù è come la Nikhakatawù: si offre sul monte fino alla morte per salvare tutti noi, mostrandoci così il cuore di Dio.

Namanriya vowàvaha asikhw’awe wamwe Ti Yesu àvahalaiye òhuser’awe erutthu awe.

Il camaleonte dà il fiele ai suoi amici: è immagine di Gesù quando dà il suo corpo ai suoi discepoli.

Namanriya ori ethonyero ya Yesu Kristu Niwoko khanatthuna owanawana ni atthu.

Il camaleonte è icona di Gesù Cristo, in verità non vuole che ci sia guerra tra gli uomini.

Yesu apankiye votxani vomalihera miriya Apankaka okaristya: ti sawasawa witxentxa wa namanriya.

Nell’ ultima Cena Gesù ha fatto qualcosa di straordinario istituendo l’ Eucaristia: questo è come le metamorfosi del camaleonte.

Gesù è come il camaleonte: assume i colori di tutte le cose di questa terra, segue la cultura di ogni popolo senza discriminazione.

c. Per ultimo, imitatio Mariae: per la biosofia e biosfera xirima, una volta permeata dal fermento cristiano, vede/considera il camaleonte come paradigma della Madre di Gesù, Maria, diventando anche un archetipo mariologico. Questo può suonare un poco forzato ai nostri orecchi, ma non è così agli orecchi del cristiano xirima. Come il nome Namanriya, cosi il nome di Maria suona agli orecchi dei xirima come un nome derivato dallo stesso verbo “oriya”. Da qui pertanto, la spontanea applicazione del tipo al prototipo.

Ma oltre questo, il camaleonte, soprattutto la Nikhakatawa, è immagine paradigmatica di Maria di fronte a tutta l’umanità, soprattutto a tutte le donne, come matriarca universale e Madre dolorosa. La biosofia e biosfera xirima intende bene i testi mariologici di Luca e di Giovanni.

Letteratura

Amaye Marya nikihakatawù: nnahawa nayaraka.

La Madre Maria è la Nikhakatawu: partorisce soffrendo (dando alla luce soffre)

Amaye Mariya nikhakatawù: ari apwiyamwnene àthiyana othene.

La Madre Maria è la Nikhakatawu: è la matriarca di tutte le donne.

Sawasawa nikhakatawau, sawasawa asimaye othene,ohawa wawe wothene Mariya onawèrela an’ awe.

Come per la Nikhukutuwa, come per tutte le madri, così per la Madre Maria, la sua sofferenza è stata tutta per i suoi figli.

Il camaleonte, soprattutto la Nikhakatawa, è immagine paradigmatica di Maria di fronte a tutta l’umanità, soprattutto a tutte le donne, come matriarca universale e Madre dolorosa.

Conclusione

Il processo dell’alterità, dell’interculturalità vera e autentica non può essere solo un’esecuzione e un’opzione a livello filantropico e antropologico, a livello categorico e orizzontale, ma in ultima analisi è una metamorfosi, un metabolismo camaleontico ispirato e motivato da contenuti teologici.

Giuseppe Frizzi, IMC

centroxirima@gmail.com

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Rosso come la pioggia

L’insetto misterioso che annuncia il Natale

Seguire i segni di Dio è come vederlo, Dio non fa niente a caso, ma tutto ha un senso.

Mwana a Muluku khanamora epula ehitthunle

Il Figlio di Dio non cade finché comincia la pioggia grande (proverbio Macua xirima del Mozambico)

Introduzione

Erano i primi mesi della mia vita in Mozambico, e a quel tempo le novità che si presentavano ogni tanto richiamavano molto la mia attenzione. Ricordo ancora molto bene il pomeriggio in cui vidi per la prima volta un insetto totalmente rosso che era comparso in gran numero dopo la prima pioggia di fine Novembre, o inizio di Dicembre. La mia sorpresa crebbe ancora di più quando domandai il nome di quell’insetto e mi risposero: “Si chiama mwana a Muluku: Figlio di Dio”. Non nascosi il mio spavento davanti a un tale nome, reazione che non restò nascosta al mio interlocutore, che subito si apprestò a darmi la dovuta spiegazione: “Non ti sorprendere, Padre, perché Dio ci parla indirettamente con i suoi segni”, e aggiunse categoricamente:

“Otthara enenero omòna Muluku. Muluku kheyavo onapankaiye ya siyovene koma sothene ti sa ekhaikhai:

nèreke wettela inenero sawe.

Seguire i segni di Dio è come vederlo, Dio non fa niente a caso, ma tutto ha un senso. Il nostro compito è seguire i suoi segni”.

“Si chiama mwana a Muluku: Figlio di Dio”

Accettai la spiegazione, e dato che già era iniziato l’Avvento e la comunità si disponeva a preparare la Novena di Natale, l’apparizione di quell’insetto mi ha infuso il coraggio e ne parlai nelle Omelie come elemento concomitante alla preparazione del Natale di Gesù. Ogni anno, quando cade la prima pioggia, non perdo l’opportunità di andare alla ricerca del mwana a Muluku”.

Inoltre, con il passare degli anni ho cercato di acquisire tutto l’orizzonte semantico di questo insolito insetto, i cui dati principali tento ora di presentare sinteticamente.  Ci sono piccole varianti quando il popolo macua xirima parla del mwana a Muluku. La dizione più comune e originale è: mwana a Muluku (cfr. P Alessandro Valente, Dizionario Portoghese-Macua, Lisbona, 1974 p. 416), il significato rimane sempre lo stesso: figlio di Dio.

Descrizione biologica-biografica

1.1 Mwana a Muluku ni epula/Muluku mutthulo

                Il Figlio di Dio e la prima pioggia

Mwana a Muluku è un insetto rosso e vellutato che appare con le prime piogge, è considerato un segno meteorologico positivo di pioggia. E’ chiamato Figlio di Dio perché la biosofia e biosfera (= la cosmovisione) macua xirima crede che è Dio stesso che lo invia come messaggero positivo di un buon anno agricolo (cfr. P Alessandro Valente,  p. 416). Essere l’araldo della pioggia è la sua prima peculiarità. Se tarda a cadere, questo fatto allarma i contadini, e se non cade, è segnale sicuro di calamità.

Il figlio di Dio è precursore/araldo della pioggia

Mwaxitthu òxera amorelaka vathi ti mwana a Muluku mukumi.

L’ insetto rosso che cade sulla terra è il figlio del Dio vivo.

Mwana a Muluku ole khanamora epula ehitthunle,onatthuna etthaya yorirya yorumpwa.

Il figlio di Dio non cade prima che cominci la pioggia, preferisce la terra fredda e bagnata.

Mwana a Muluku ori ntoko kaveya: khanìpa epula ehikhuvenle.

Il figlio di Dio è come l’uccello Kaveya, non canta prima che si avvicini la pioggia.

Mwana a Muluku ti muholeli a epula.

Il figlio di Dio è precursore/araldo della pioggia

Mwana a Muluku ayeveru ti mwanene epula.

(Trombidium holosericum)

Il figlio di Dio nonostante sia piccolo, è il padrone della pioggia

Mwana a Muluku ti nvelo wa epula.

Il figlio di Dio è la scopa della pioggia

Mwana a Muluku txirope a epula.

Il figlio di Dio è Txirope della pioggia (la medicina principale)

Eruperu epula yintxipale ariki ahimonre mwana a Muluku, khenaye nlelo otthula.

Nonostante cada molta pioggia, fino a che il figlio di Dio non cada, non comincia ancora ufficialmente il tempo della pioggia.

Apisá omora mwana a Muluku, epula khenrupa phama.

Se tarda a cadere il figlio di Dio, la pioggia non cade bene.

Essendo un messaggero di Dio, compie la sua missione di annunciare il nuovo anno agricolo con la prima pioggia, e poi ritorna a Dio che lo ha inviato.

1.2  Omora — orowa, okhwa wa mwana a Muluku

                Caduta e uscita del figlio di Dio

Per il fatto di essere associato alla pioggia, la seconda peculiarità del mwana a Muluku è di cadere dal cielo e apparire improvvisamente nei campi o nei sentieri e, infine, di sparire improvvisamente, rimanendo la sua morte o la sua tomba sconosciuta, o meglio: rimane nelle mani di Dio, come afferma la biosofia e biosfera xirima.  Essendo un messaggero di Dio, compie la sua missione di annunciare il nuovo anno agricolo con la prima pioggia, e poi ritorna a Dio che lo ha inviato. Siccome arriva e sparisce improvvisamente/misteriosamente, è molto rispettato, non è mangiato né pestato, poiché è una presenza benefica nei campi e nei sentieri.

Mwana a Muluku khanòniwa arwaka ni arowaka: khanasuwanyeya onakhumaiye. Onòniwa anari vathi mmatta nari mmuseweni.

Il Figlio di Dio non è visto quando arriva e quando se ne va, nè si sa da dove viene, si vede per terra nel campo o per la strada.

Mwana a Muluku khanasuwanyeya onakhumaiye. onnalipiha imatta, niwoko onnarwa ni mirirya ni onnahokolowa ni mirirya,ti vanto ahinkhuriwaiye.

Il figlio di Dio non si sa da dove viene, fortifica i campi, poiché arriva e ritorna misteriosamente, per questo non si mangia.

Mutthu khanasuwela etthu onatxaiye mwana a Muluku: khantxa yowima ya mmatta.

La gente non sa cosa mangia il figlio di Dio, non mangia prodotti dei campi.

Mwana a Muluku khenasuwanyeya ekhapuri aweesuweliwe ni Mulukuru, onnavithiwa ni Muluku mwanene.

La tomba del figlio di Dio non si conosce, solo Dio la conosce, è sepolto da Dio stesso.

Questi animaletti non si sa come finiscono, non si vede dove terminano.

Mwana a Muluku amorá khanalekela, wakuva olakaseya, khanapisa okhwa ntoko  mutthu òrera murima,

onnakhwa waliwene

Il figlio di Dio quando cade non si trattiene, sparisce in fretta, muore in fretta come una buona persona, muore dopo la semina.

Axitthu ala omala waya khonasuwanyeya khanòneya onamalelaya.

Questi animaletti non si sa come finiscono, non si vede dove terminano.

Omwìva mwana a Muluku oruha otapana, ti mwikho, ti witthula/ohokoloxa epula.

Uccidere il figlio di Dio porta sfortuna, è tabù, è restituire la pioggia.

Mwana a Muluku khanathelihiwa ni anamwane.

Non si dice ai bambini di giocare con il figlio di Dio

Epula khenamuhokoloxa mwana a Muluku.

La pioggia non restituisce il figlio di Dio.

1.3 Oxera = ephome = omwene

Il colore rosso porpora del figlio di Dio, simbolo di regalità e del sangue/vita

… il colore rosso è sinonimo di sangue, che l’autorità sparge per il bene del popolo, sinonimo pertanto di autoimmolazione in favore del popolo.

La terza cosa specifica del figlio di Dio viene dal suo coloro porpora vellutata che prende il suo corpo, anche quando lo si pesta, esce acqua rossa. Il colore rosso rimanda a due concetti culturali. In primo luogo, il rosso è il colore dell’autorità, il re veste sempre o preferibilmente un cappello rosso. In secondo luogo, il colore rosso è sinonimo di sangue, che l’autorità sparge per il bene del popolo, sinonimo pertanto di autoimmolazione in favore del popolo.  Il figlio di Dio, arrivando tutto rosso, non fa che unire le due simbologie riferenti il colore rosse: lui viene, cade dal cielo come autorità divina che si immola affinché il popolo abbia una stagione e raccolto favorevoli. Essendo rosso il colore, la biosofia e biosfera xirima vede in lui un paradigma della donna, di tutto il significato del sangue mestruale: morte e vita, immolazione per la vita.

Mwana Muluku ti mwaxitthu òxeraxa ti mwene ontthuna oyeha ephom`awe niwoko na muloko awe.

Il figlio di Dio è un animaletto rosso, è come il re che sparge il suo sangue per il suo popolo

Mwana a Muluku ti mwaxitthu òxeraxa: mwene khanamwalano exapewu yoxera: yoxera ti enenero ya omwene ni omwene ti ephome.

Il figlio di Dio è un insetto totalmente rosso: il re non si separa mai dal suo cappello rosso, poiché il rosso è il segno del re: il re è sangue.

Il figlio di Dio è un animaletto rosso, è come il re che sparge il suo sangue per il suo popolo

Mwana a Muluku onamora asareñyene ephome: ti pixa murima, onnàkhulela ohawela.

Il figlio di Dio cade pieno di sangue: è buono, accettare di soffrire/immolarsi.

Omwìva mwaxitthu ole òxera onakhuma mahi òxera tho. Erutthu ya mwana a Muluku ori yoxera /ephome pahi.

Se uccidi quell’ insetto rosso, esce solo acqua rossa. Il corpo del figlio di Dio è solo rosso/sangue

Mwana a Muluku ephomeru,

ntoko ekumi ya muthiyana: ti ephomeru.

Il figlio di Dio è solo sangue, è come la vita della donna che è solo sangue.

Il figlio di Dio è un ospite: arriva di notte con il suo cibo, non importuna.

1.4          Ehuhu – Mapuro

                Il tempo e il luogo del figlio di Dio

Una quarta caratteristica del mwana a Muluku è di essere considerato un animale notturno che cade/esce/arriva di notte nel tempo esclusivo di Dio e dei suoi intermediari. Alcuni testi parlano della sua uscita o salita dalla terra umida e fresca dove viveva il suo letargo nel tempo dell’estate fredda. Ma il senso è lo stesso, il  mwana a Muluku viene dall’altro emisfero come araldo di Dio. La biosofia e biosfera xirima lo considera un ospite divino che non arriva a mani vuote, oltre alla pioggia porta il suo cibo, non causando problema a nessuno. All’alba è visibile dappertutto e il suo arrivo è motivo di gioia e consolazione. Questo ospite meteorologico non arriva solo dappertutto, ma arriva ogni anno in visita, o per lo meno le persone aspettano la sua venuta con ansia.

Mwana a Muluku ori muletto: onnarwa ohiyu ni yotx`awe: khanùkhula.

Il figlio di Dio è un ospite: arriva di notte con il suo cibo, non importuna.

Mwana a Muluku khanamora elimweonnakhuma eyita pahi, Ehuhu ene yela yaphiyá, annakhuma axana a Muluku antxipale.

Il figlio di Dio non cade nell’estate, esce solo nel tempo della pioggia, all’epoca in cui escono molti figli di Dio.

Il figlio di Dio è come la primavera: rallegra i contadini.

Mwana a Muluku onlikana ni iphovo: onnàhakalaliha anamalima.

Il figlio di Dio è come la primavera: rallegra i contadini.

Mwana a Muluku  khanamora eyakha emosá: mene onnamora kula eyakha:  ti ekumi ya eyakha yothene.

Il figlio di Dio non cade solo un anno, ma cade ogni anno: è la vita di ogni anno.

Mwana a Muluku onnamora ilapo sothene.  khanèmela nipuro nimosa, khanarwela onanariha nto oririha mirima sa elapo ya vathi.

Il figlio di Dio cade dappertutto: non è per un solo luogo, non viene per rovinare, ma per raffreddare i cuori di questo mondo.

Mwana a Muluku elimwe onakhala vathi onatthawa nsuwa.

Il figlio di Dio nell’estate rimane sotto terra: evita il sole.

  1. Interpretazione tradizionale, religiosa, civile ed etica

2.1- Mwana a Muluku epifanico, ierofano, teofano, teologico, Metereologo di Dio!

Tutte e quattro le caratteristiche del mwana a Muluku indicano la quinta come la più centrale e significativa. Agli occhi della biosofia e biosfera xirima il figlio di Dio è soprattutto un animale epifanico, portatore del sacro, teofanico e teologico, è un ponte tra il cielo e la terra che permette lo scambio di messaggi, in sintesi, un paradigma di intermediario che rivela e allo stesso tempo annuncia le cose di Dio, educando, soprattutto dando l’importante segno dell’arrivo della pioggia, considerata l’estremo segno della gioia, del sorriso di Dio verso il mondo e ogni persona. Se il figlio di Dio è figlio di Dio vivo, la pioggia è il nome, l’attributo più concreto e visibile e riconosciuto di Dio nella cultura e religiosità macua xirima.  Sia l’insetto come la pioggia concomitante hanno trovato nella semiotica macua xirima un’espressione unica e analoga: l’animaletto è mwana a Muluku = figlio di Dio, la pioggia è Muluku mutthulo = Dio inizio della pioggia. Per questo tutte le prerogative del mwana a Muluku hanno un riferimento a Dio. La pioggia è il dono di Dio stesso, per l’inizio della quale invia il  mwana a Muluku; egli è venuto dal cielo, invito da Dio, e cade nella terra nel tempo di Dio, cioè nel tempo notturno. Tutto in lui è rosso, cioè sangue di vita di Dio vivo, madre e matriarca, secondo la teologia xirima o, secondo la biosofia e biosfera xirima, è sangue di vita della donna. In conclusione, il mwana a Muluku è il meteorologo, l’araldo, il messaggero, uno degli innumerevoli intermediari/demiurghi di Dio.

Tutto in lui è rosso, cioè sangue di vita di Dio vivo, madre e matriarca, secondo la teologia xirima o, secondo la biosofia e biosfera xirima, è sangue di vita della donna.

Sa Muluku khasinvahiwa, mene nèreke wettela inenero sawe. Otthara inenero t’omóna Muluku mwanene, niwoko Muluku onnùluma ni inenero sawe. Ekwaha etokwene onahola mwana. Mwana a Muluku ti tthiri Mwana a Muluku mukumi, ti enenero awe enanihusiha sa omuluku, anyi, onnawònihera atthu othene sa Muluku

Le cose di Dio non sono date direttamente, noi dobbiamo seguire i suoi segni.  Seguire i segni è vedere Dio stesso, poiché Egli parla con i suoi segni. Il grande viaggio è il bambino che lo precede: il figlio di Dio è veramente figlio di Dio vivo, è segno che ci insegna le cose di Dio, si, mostra a tutti le cose di Dio.

Mwana a Muluku ti enenero ya otthuna wa Muluku. onònihera okumi wa Muluku ti ekhove ya Muluku ni ehotti ya Muluku. ti namarummwa awe onalaleya mitthenka sa Muluku

Il figlio di Dio è il segno dell’amore di Dio, rivela la vita di Dio, è la sua immagine e il suo arrivo, è il suo messaggero che annuncia i suoi ordini.

Dio apre la porta della pioggia inviandoci il figlio di Dio.

Omora wa mwana a Muluku ti okhuruwa wa mahi a wirimu.

La caduta del figlio di Dio è la discesa dell’acqua del Cielo.

Omora wa mwana a Muluku ti enenero ya olupanyiwa wa erimu ni vathi.

La caduta del figlio di Dio è il segno del legame del Cielo con la terra.

Muluku onnahula mulako wa epula vonirumihela Mwana a Muluku.

Dio apre la porta della pioggia inviandoci il figlio di Dio.

Otheya wa Muluku khonaphwaha epula.

Il sorridere di Dio non oltrepassa la pioggia (la pioggia è il sorriso estremo/superlativo di Dio)

2.2 Mwana a Muluku capo del contadino.

Il figlio di Dio è il capo dei contadini, è la cintura, la loro forza e sapienza. E’ il loro indovino ogni anno.

Il figlio di Dio viene dal cielo con la finalità di invitare il contadino xirima a riprendere il ritmo del lavoro agricolo, dopo il tempo secco, del riposo, dei viaggi, della caccia e della pesca. Il mwana a Muluku è il meteorologo di Dio che segna allo stesso tempo l’inizio di un nuovo ritmo liturgico cosmico e antropologico.  La pioggia che egli porta, produce una nuova metamorfosi di tutta la natura, in una o due settimane tutta la panoramica si presenta rivestita di nuova vita. Il contadino che non sa percepire il senso di questa comparsa del figlio di Dio, che non lo assume come suo capo e consigliere, oltre ad essere un pigro, è condannato a soffrire fame e indigenza.

Mwana a Muluku onnòperera olima ni wala, niwoko onnaruha epula/mahi: sotxa, milala

Il figlio di Dio muove a pulire il terreno e a seminare, poiché porta la pioggia/acqua: cibo e raccolto.

Mwana a Muluku ti kapitawu a anamalima othene. ti musako wa namalima ti ikuru ni ikano sa namalima

ti ehako ya namalima eyakha eri yothene

Il figlio di Dio è il capo dei contadini, è la cintura, la loro forza e sapienza. E’ il loro indovino ogni anno.

Mwana a Muluku khanìntaka ehipa, ti nvini wolima ti womola ikhove sa namalima, arukunuxaka murim’awe.

Il figlio di Dio non rompe la zappa, è il bastone della zappa per preparare il terreno, toglie il sonno al contadino.

Namalima ohinasuwela sa mwana a Muluku onnahala ottuli ontxa oresi.

Il contadino che non conosce ciò che significa il figlio di Dio, è un ritardato che mangia la sua pigrizia.

III. Mwana a Muluku nella fermatazione/metamorfosi cristiana

1- Cristologia

La singolarità e identità terminologica (=figlio di Dio), motorica (discesa e ascesa al cielo), la coincidenza e concomitanza cronologica e stagionale (inizio della pioggia nel tempo liturgico dell’Avvento/Natale), il colore rosso (simbolo di regalità che si immola per il popolo), tutti questi elementi diventano catalizzatori di innumerevoli applicazioni cristologiche. Praticamente non si tratta come negli altri saggi di applicazioni approssimative, in questo contesto si tratta quasi di un’identificazione immediata e totale, applicando il principio quiproquo dove la coincidenza dei termini porta a esplicitare la coerenza e convergenza tra l’immagine e l’evento significato.

Il mwana a Muluku è la parabola e metafora di Gesù stesso, por coincidenza terminologica, cronologica, soteriologica, terapeutica e simbolica.

Mutano kòmòna mwana a Muluku moyariwani mwa Yesu: yowo tho ayariwe epula mutthulo.

In quest’anno ho visto il figlio di Dio nell’epoca del Natale di Gesù: anche lui è nato nell’epoca della pioggia.

Vari osuwela sa mwana a Muluku wòkhala`vo oyariwa wa Yesu.

Dove si conosce il figlio di Dio, c’è la nascita di Gesù (l’apparire del figlio di Dio coincide con la nascita di Gesù)

Dove si conosce il figlio di Dio, c’è la nascita di Gesù

Ntoko Yesus siso mwana a Muluku

onnamora eyakha eri yothene, Muluku mutthulo.

Come Gesù, così il figlio di Dio cade ogni anno all’inizio della pioggia.

Omora wa mwana a Muluku  ti  ovuluxiwa w`atthu othene (epula). Oyariwa wa Yesu Kristu atthu othene àvuluwa.

La caduta del figlio di Dio è la salvezza di ogni persona (pioggia). Con la nascita di Gesù Cristo ogni persona è salvata.

Mwana a Muluku txirope a epula. Oyariwa wa Yesu Kristu ti openuxiwa w’atthu othene.

Il figlio di Dio è medicina efficace della pioggia, la nascita di Gesù è guarigione universale.

Mwana a Muluku khanòniwa arwaka ni arowaka: nto Yesu àhorwa elapo ya vathi, vaholo àtthikela w`Atith`awe va maithoni va ohuser’awe.

Del figlio di Dio non si sa l’arrivo nè la partenza. Gesù però è venuto in questa terra e infine è ritornato a suo Padre sotto gli occhi dei suoi discepoli.

Mwana a Muluku mwekristuni ti ephome Yesu aniyehelenlaiye.

Nella fede cristiana il figlio di Dio è il sangue che Gesù sparse per noi.

Il figlio di Dio scende dal Cielo: significa che Gesù scese dal cielo e non faceva nulla senza essere stato comandato da Dio.

Mwana a Muluku ti enenero ya Yesu Kristu: okhwa ni ovinyerera wawe.

Il figlio di Dio è come un segno di Gesù Cristo: della sua morte e risurrezione.

Mwana a Muluku t’onakhuruwa wirimu: enahima wera Yesu akhumme Wirimu. khavara etthu ahirummwale ni Muluku.

Il figlio di Dio scende dal Cielo: significa che Gesù scese dal cielo e non faceva nulla senza essere stato comandato da Dio.

Yesu Kristu ori mwanene okhala mwana a Muluku.

Gesù Cristo è veramente il figlio di Dio. (figlio di Dio in senso esclusivo).

Mwana a Muluku onnamora wera atthu erukunuxe murima emuttharaka Yesu.

Il figlio di Dio cade affinché la persona si converta seguendo Gesù.

Mwana a Muluku onrwa onisuweliha savaha sa Muluku, Yesu Kristu arwiye onisuweliha omwene wa Muluku.

Il figlio di Dio viene per far conoscere i doni di Dio, Gesù venne per annunciarci il Regno di Dio.

Mwana a Muluku mwaxitthu yoxera yole ti enenero yorwa ya epula Yesu, Mwana mmosaru a Muluku, ti enenero yorwa wa Omwene wa Wirimu.

Il figlio di Dio, quell’animaletto rosso, è segno della venuta della pioggia, Gesù, l’unico Figlio di Dio, è il segno della venuta del Regno di Dio.

Mwana a Muluku ti yotxa ya erutthu ahu, Yesu Kristu ti yotxa ni yowurya ya minepa sahu.

IL figlio di Dio è cibo per il nostro corpo, Gesù Cristo è cibo e bevanda per i nostri spiriti.

Il figlio di Dio non cade senza vento: è la venuta dello Spirito Santo.

2- Moro ni ephome – Fuoco e sangue pentecostali

Il fatto che il figlio di Dio scende dal cielo come la pioggia e si presenta tutto rosso, ricorda al cristiano xirima la discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste.

Mwana a Muluku onnakhuruwa wirimu kula eyakha ti enenero yokhuruwa Munepa Wottela

Il figlio di Dio scende ogni anno, è segno della discesa dello Spirito Santo.

Mwana a Muluku khanamora epheyo ehòpiye: ti orwa wa Munepa wottela.

Il figlio di Dio non cade senza vento: è la venuta dello Spirito Santo.

Mwana a Muluku amorá  atthu analapuwa eyakha yothene: mkristu womukhuruwelaya Munepa Wottela, onnalapuwa ephareya yoxera ya ekum’awe, sawasawa aanamwane a Israeli vamosá ni Moisesi.

Se cade il figlio di Dio, la gente passa favorevolmente tutto l’anno: il cristiano dopo aver ricevuto lo Spirito Santo passa con sicurezza il Mar Rosso della sua vita, come i figli di Israele con Mosé.

Mpuwani mwekristuni mwaxitthu ole yoxera, ori enenero ya moro wa Munepa Wottela

Dentro il cristianesimo quel animale rosso è segno del fuoco dello Spirito Santo.

Il figlio di Dio non cade prima che inizi la pioggia, questo è segno della catechesi: il catecumeno deve frequentare se vuole ricevere il Battesimo e conoscere Gesù, l’unico e vero Figlio di Dio.

3 Katekese, katekumenado, masakramenti – Catechesi, Catecumenato, Sacramenti

Il fatto che il  mwana a Muluku preannuncia e anche accompagna la prima pioggia, diventa per il cristiano xirima un paradigma per la catechesi inserita nel ritmo dell’anno liturgico che metaforicamente inizia con la venuta del  mwana a Muluku. Così il  mwana a Muluku è icona del catechista e del catechizzando, mentre la pioggia è ricevere i Sacramenti.

Mwana a Muluku ti muholeli a epula, Yohani Mbatiza ti muholeli a Yesu, ni arummwa a Yesu ti aholeli awe vothevene.

Il figlio di Dio è precursore della pioggia, Giovanni Battista è precursore di Gesù, gli apostoli sono suoi precursori in ogni parte.

Mukereja mwana a Muluku ori ntoko nvanjelista.

Nella Chiesa il figlio di Dio è come un evangelista.

Mwana a Muluku khanamora epula ehitthunle ti enenero ya ekatikese mkatekumeni ètteleke toko

atthuná wakhela obatizo ni omusuwela Yesu, Mwana mmosaru ni a ekhaikhai a Muluku.

Il figlio di Dio non cade prima che inizi la pioggia, questo è segno della catechesi: il catecumeno deve frequentare se vuole ricevere il Battesimo e conoscere Gesù, l’unico e vero Figlio di Dio.

Mwana a Muluku khanamora epula ehitthunle epula ti enenero ya masakramenti: obatiso, olipiha, okaristya, olapa

Il figlio di Dio non cade senza che cominci la pioggia: la pioggia è segno dei sacramenti: Battesimo, Cresima, Eucaristia, Confessione.

… il mutthu xirima (persona xirima) vede il suo mondo e lo interpreta contemplandolo inserito nel sistema delle sue coordinate culturali.

Valutazione finale

1- La descrizione biologica del mwana a Muluku con le rispettive interpretazioni a livello culturale e religioso è uno degli innumerevoli esempi di come il mutthu xirima (persona xirima) vede il suo mondo e lo interpreta contemplandolo inserito nel sistema delle sue coordinate culturali.  Vedendo il  mwana a Muluku l’occidentale esclama: guarda che bello! Lo vede slegato, come cosa isolata, in sé, senza metterlo in relazione, né interpretarlo nelle diverse implicazione cosmiche e antropologiche. Il mutthu xirima al contrario non lo vede solo, ma allo stesso tempo lo contempla simbioticamente e osmoticamente, sento subito l’immediata necessità di rileggerlo e capirlo in connessione con i fenomeni concomitanti e sincronici, arrivando alla significativa formulazione metaforica di estrema sintesi: quell’animale rosso è figlio di Dio.  La biosofia e biosfera (cosmovisione) xirima è radicalmente religiosa, teologica, nel senso che parla di Dio  namúlico (materno-matriarcale) in tutti i momenti e occasioni.

2- Come il mwana a Muluku, così anche la pioggia che egli annuncia, porta e accompagna, è l’altro teologumeno, persino diventa l’attributo più frequente nelle preghiere del mutthu xirima nel tempo in cui attende la venuta della pioggia e nel tempo che segue. Il Dio namulico è supplicato affinché la pioggia non tardi a venire, per rinfrescare, perché la pioggia sia di pace, in sintonia con il ritmo del lavoro, sia prevalentemente pioggia notturna e non diurna, che non sia pioggia di guerra con lampi, tuoni, inondazioni che causano la caduta delle case e altri danni. Essendo la pioggia un elemento vitale basico che rinnova e rinvigorisce tutto e tutti, la biosofia e biosfera xirima non esitano minimamente in chiamare la pioggia  Muluku mutthulo: Dio che da pioggia/inizio pioggia.

Il Dio namulico è supplicato affinché la pioggia non tardi a venire, per rinfrescare, perché la pioggia sia di pace, in sintonia con il ritmo del lavoro, sia prevalentemente pioggia notturna e non diurna, che non sia pioggia di guerra con lampi, tuoni, inondazioni che causano la caduta delle case e altri danni.

3- Nell’incontro con il kerigma cristiano, lo scambio di doni è superlativo, dovuto all’identità terminologica, cronologica e teologica. Questa ha permesso un ponte tra il metaforico e il reale, tra il visibile e l’invisibile, tra il presente e l’assente, tra il linguaggio narrativo e l’evento storico.

Giuseppe Frizzi, IMC

centroxirima@gmail.com

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Cosa dicono le pietre?

Le pietre del focolare in un dialogo della sera nel contesto del popolo Macua Xirima – Mozambico

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“Questa sera la pentola ha proposto di conversare sul banano.”

Anche questa sera la nonna accende il fuoco, colloca la pentola per la polenta (xima) sopra le pietre del focolare. Mentra aspetta che l’acqua si scaldi, la pentola sente le tre pietre del focolare che conversano tra loro piacevolmente. Lei gia conosce i loro nomi:  una si chiama Scienza, la seconda Fede e la terza Cultura. Di solito è la pentola che sceglie il tema della conversazione. Questa sera la pentola ha proposto di conversare sul banano.

"È Scienza, la pietra che per prima prende la parola, perché lei conosce e pretende conoscere tutto di tutto."
“È Scienza, la pietra che per prima prende la parola, perché lei conosce e pretende conoscere tutto di tutto.”

È Scienza, la pietra che per prima prende la parola, perché lei conosce e pretende conoscere tutto di tutto. Subito comincia con solennità e sapienza: “Tra gli scienziati si afferma che da 2000 anni la banana è la dieta base in Africa. Le sue proprietà nutrizionali non sono poche: è un’eccellente fonte energetica, superata solo dalla mandioca in valori di calorie, è da due a tre volte più produttiva dei cereali; ottima fonte di potassio e di vitamina C, povera di ferro e calcio e praticamente priva di proteine e di grassi. È relativamente facile la sua coltivazione, poiché è pianta di produzione perenne; dai suoi rizomi spuntano due fusti che in un tempo tra i 10 e  i 18 mesi producono un grappolo di banane. In Africa si conoscono circa 60 varietà di banani, non esistono in nessun altro luogo all’infuori dell’Africa: è il maggior agglomerato per la diversificazione tra le piante di banano nel mondo, prodotta grazie ad una attenta selezione dell’uomo. Queste sono partenocarpiche, cioè la produzione del frutto avviene a partire dai fiori femminili senza previa fecondazione. Per il fatto di non avere semi, l’energia è tutta incanalata alla massa dello stesso frutto che lo rende molto gustoso come fonte di alimento; senza semi il banano domestico si può riprodure con mezzi vegetativi, il rizoma/radice principale emette germogli cha maturano a misura che il fusto madre muore dopo aver prodotto i frutti.

Tra i biologi si discute circa la ‘culla’ originaria del banano: Asia o Africa? Gli Asiatici propongono l’Asia, ma gli Africani asseriscono che è l’Africa, dato che la diversità di varietà africane supera quelle dell’Asia, come lo testimonia la molteplicità di termini per indicare le varietà e le parti costitutive di questa pianta. Infine i progenitori selvatici del banano non esistono solo in Asia, ma anche in Africa: sono Makokopwiho e Manyipiri che producono semi.

"Dio è come il banano: genera senza intervento di agenti esterni"
“Dio è come il banano: genera senza intervento di agenti esterni”

Soddisfatta e orgogliosa, la pietra Scienza conclude la sua spiegazione dicendo: “Mie care colleghe, Fede e Cultura, qui vi ho comunicato tutto quanto si conosce riguardo al banano; sì potete essere certe che non ho dimenticato nulla, sono cosciente di aver esaurito il tema in tutte le sue componenti. Dovete sapere che la scienza non scherza: investiga e analizza tutto, e arriva infine a risultati definitivi e indiscutibili: non vi sembrano esaurienti? Sono certa che le mie due colleghe non hanno nulla da aggiungere alla mia relazione”.

Irritate per l’arroganza e la superbia della pietra Scienza, le altre due cominciarono ad agitarsi fino a mettere in pericolo la stabilità della pentola che subito intervenne dicendo:” Mie signore, state attente, altrimenti mi catapultate!”.

Ristabilito l’equilibrio della pentola, la pietra Fede chiede la parola:” Mia collega Scienza, complimenti per gli innumerevoli dati scientifici che ci ha condiviso, ma lei si è limitata a presentare dati e constatazioni mescolati a dubbi e opinioni che hanno il valore e la consistenza del vento. Soprattutto lei non ha nemmeno sognato di indicare la causa genetica, o l’architetto creatore che ideò il banano. Ora, lei Scienza, sa molto bene che nel campo scientifico tutto avviene per applicazione della legge di causalità: se non piove, (causa), non germina nulla (effetto); così, se non si semina, non si miete nulla, ecc. Lei perciò ha dimenticato l’altra faccia della medaglia del banano, limitandosi a presentarci la sua parte visibile, superficiale, orizzontale, ma l’altra, invisibile, profonda e verticale com’è? Chi è? Perché sarà che il banano è partenocarpico, si riproduce cioè, senza fecondazione? Certamente non si fece da sé in questo modo, ma ci fu Qualcuno che lo fece tale, avendo presente il modello sognato e realizzandolo.

"In parole semplici e immediate, vedo che il banano è immagine visibile di Qualcuno invisibile e immenso che può essere solo Dio."
“In parole semplici e immediate, vedo che il banano è immagine visibile di Qualcuno invisibile e immenso che può essere solo Dio.”

Esaminiamo bene questo punto. Veramente, il banano madre è partenocarpico, riproduce solo cloni identici a se stesso, germogli con il medesimo materiale genetico senza perdita di vigore né ricombinazione del codice gentico; da solo può generare tutto e sempre, è ‘eterno’, perenne, anzi, onnipotente. Qui entra in gioco la mia scienza teologica, la mia fede in Dio generatore di tutto e di tutti. In parole semplici e immediate, vedo che il banano è immagine visibile di Qualcuno invisibile e  immenso che può essere solo Dio. Giustamente i nostri antenati Macua Xirima spiegano questo punto invisibile affermando che Dio è come il banano: Dio è madre, è matriarca che dal monte Namuli generò e continua generare tutto e tutti con le sue uniche ed esclusive energie genetiche senza intervento di agenti esterni.

banana4Muluku enká: enayaraxa sopattuxiwa sothene mekhayaru.

“Dio è come il banano: genera senza intervento di agenti esterni.”

 Muluku kahiyene elupa, mene enká: enèttaka ni anamwan’awe.

“Dio non è un macaco solitario, ma un banano che cammina sempre con i figli.”

In sintesi, il banano è il tipo/timbro del prototipo che è Dio, suo generatore, e Dio è prototipo, è causa del tipo che è il banano. Collega Scienza, mi sta seguendo? Il banano è una fotografia del fotografo, è il vaso nelle mani della vasaia. Sia la fotografia o il vaso come il fotografo o la vasaia sono inseparabili come gemelli, anzi affermo che il fotografo e la vasaia devono essere menzionati per primi. Lei si è innamorata della fotografia dimenticandosi completamente del fotografo, ha parlato solo della pentola e nulla ha detto di chi la fece. Una conoscenza completa esige menzionare l’effetto e la rispettiva causa”.

La pietra Scienza rispose: “È vero, la collega Fede evidenzia un aspetto che io avevo completamente dimenticato, poiché il metodo scientifico guarda principalmente a quello che si vede e si sperimenta in superficie, non va oltre, al più profondo o al pù alto. Ora vedo che per comprendere bene il banano è necessario tener presente la sua causa, il suo generatore. Grazie! Forse la collega Cultura ha pure qualche cosa da dire per completare la mia descrizione scientifica come pure quella teologica della pietra Fede del focolare”.

La pietra Cultura non vuole lasciarsi sfuggire l’occasione per completare quella conversazione e interviene. Sì, senza dubbio ho anch’io qualche cosa da aggiungere a quanto disse la collega Scienza; forse affascinata dagli innumerevoli dati scientifici attinti dalle sue ricerche, ha dimenticato completamente quanto la collega Fede ha fatto supporre ma senza menzionare. Anch’io voglio ricordare che non esiste nulla generato da Dio senza una sua concreta finalità nel mondo in cui si vive in osmosi e simbiosi.

Nulla si compie senza motivo, come per semplice gioco.

"Il banano è simbolo di energia che non si estingue: muore solo parzialmente il fusto madre, poi germogliano i rizomi, i suoi figli."
“Il banano è simbolo di energia che non si estingue: muore solo parzialmente il fusto madre, poi germogliano i rizomi, i suoi figli.”

Nella pianta del banano tutto ha un significato e un’ applicazione; ogni sua parte, inferiore, centrale e superiore ha un significato culturale proprio per il mondo xirima. Oltre ad offrire un frutto provvidenziale per l’alimentazione, la pianta del banano è un libro aperto che parla e annuncia messaggi propositivi, insegna ed educa moralmente e civilmente.

Per esempio, il fatto di avere un fusto fascicolato, con guaine sovrapposte che proteggono il midollo, il fusto, ricco di acqua è simbolo della famiglia piccola e, allo stesso tempo è simbolo della famiglia allargata dove sono leggi fondamentali l’aiuto vicendevole, l’alimentazione condivisa, la crescita e il rispetto reciproco, l’osmosi e simbiosi di idee e di azioni.

L’acqua del fusto è garanzia di vita e di proliferazione come il monte Namuli, dal quale scaturisce acqua perenne. Essendo di produzione ‘eterna’, la pianta del banano è simbolo di continuità di tre generazioni: fusto, germogli, rizoma, cioè nonni, genitori, figli.

Il banano è simbolo di energia che non si estingue: muore solo parzialmente il fusto madre, poi germogliano i rizomi, i suoi figli. Per questa ragione il banano diventa, da una parte una farmacia di innumerevoli rimedi difensivi, preventivi, depurativi, una autentica panacea e, d’altra parte, è figura vicaria della vita che parzialmente si immola per generarne un’altra in continuità e successione, instancabilmente.

Sì, mia collega Scienza, il banano non è solo un albero che produce frutti deliziosi di grande valore alimentare, come lei ben disse, dal suo punto di vista biologico.

Sì, mia collega Fede, il banano non è soltanto un dito che indica e manifesta Dio come Matriarca genetica universale del Namuli, come lei affermò dal suo punto di vista teologico.

Il banano, oltre ad essere un coefficente biologico e una dimensione teologica, include un terzo coefficente, è la sua dimensione culturale etica. Sì, è simbolo culturale per il mondo domestico e civile, è modello della famiglia piccola e grande, è specchio della società locale e nazionale, e può essere perfino assunto come paradigma e parametro per un buon governo della patria. Ascoltate bene quello che i nostri antenati effermano e insegnano riguardo a questo tema:

Anamwane antxipale anakaweliwaniparari nimosá nimosá, ti xeni? Inka.

Molti bambini condividono la stessa e unica costola, Che significa questo? Banano e banana.

Ankhwa omwen’aya, ti xeni? Enka.

Muore per la sua autorità suprema, che cos’è? Banano

Otokwene mpuwa mw’enka: khammala’mo mahi.

L’autorità è come il fusto del banano: lì l’acqua non si esaurisce mai

A questo punto la conversazione fra le tre pietre del focolare fu inerrotta, poiché l’acqua nella pentola gia stava dando segni di ebollizione. La nonna cominciò a versare farina nella pentola mescolandola. Subito apparvero tanti nipotini e circondando la nonna aspettarono pazientemente il risultato positivo e costruttivo complementare e supplementare delle tre pietre del focolare chiamate Scienza, Fede e Cultura, che, ansiose di scambiarsi informazioni in un’altra conversazione nella prossima serata, conclusero, sintetizzando ognuna il proprio intervento:

 

A Ciência vê analisando,pentola2

La Scienza analizza

 

a Fé liga completando,

la Fede unisce completando

 

a Cultura aplica vivendo.

la Cultura applica vivendo

 

P. Giuseppe Frizzi, Missionário da Consolata – Centro Xirima, Maúa-Niassa, Moçambique

 centroxirima@gmail.com

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Il soffio vitale di un popolo

L’esperienza del Centro Culturale e Interreligioso IMC e MC di Maúa, Niassa, Mozambico

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Centro Studi Macua Xirima, Arte Macua: dipinto di Luìs Prisciliano

Oggi si parla molto di inculturazione e di interculturalità partendo da punti di vista diversi. Un missionario non è un antropologo animato da filantropia, ma è, anzitutto e soprattutto un discepolo di Gesù che vuole obbedire e dar compimento al suo mandato di fare suoi discepoli tutti i popoli della terra. È quanto cercano di attuare i Missionari e le Missionarie della Consolata fin da quando misero piede in terra mozambicana (1925).

Entrando in contatto con una popolazione, conoscendo la sua cultura e la sua lingua, da subito il missionario fa una meravigliosa costatazione: la gente parla del suo Dio, del suo percorso storico e riflessivo verso di lui. Incessantemente nei miti, nelle leggende, nei proverbi, nelle feste celebrative … il popolo narra le opere creatrici di Dio, dei suoi attributi terapeutici e delle sue norme etiche.

Il missionario, infatti, dando inizio al suo annuncio riconosce che Dio lì già sta di casa e vi sta da molto tempo. Il Padrone della messe ha preceduto il missionario. Prima di lui, Qualcuno/qualcuno (maiuscolo e minuscolo) ha ripulito/dissodato la machamba (il campo),  ha seminato buon seme che diede e continua a dare ottimi frutti. Se non vuole incorrere nell’errore che il Rabbino Gamaliele denunciava davanti ai suoi colleghi, di diventare nemici di Dio (Atti, 5,33-42), il missionario deve entrare in un dialogo serio e profondo con la religiosità di un popolo, con la sua teologia, non deve fare interculturalità antropologica, ma teologica. Dio ha preparato la strada al missionario, gli ha già dissodato il campo.

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P. Frizzi con una Missionaria della Consolata. Il dialogo e la collaborazione sono elementi fondamentali dell’esperienza del Centro Studi Macua Xirima.

Il primo lavoro del missionario non è quello di seminare, ma di raccogliere ciò che fu seminato da Dio e prodotto dall’inquietudine del cuore umano: quel seme, una volta raccolto e valutato dovrà essere fecondato dal Vangelo. Il missionario è in primo luogo un mietitore, solo in seguito diventerà seminatore.

Solo così la sua evangelizzazione evita di diventare colonialismo religioso, solo così è, fin dall’inizio evangelizzazione inculturata, o, meglio, interculturata, poiché si deve necessariamente interporre uno scambio di doni tra cultura evangelizzata e il Vangelo che si incultura.

L’evangelizzazione autentica non  è la recezione di un patrimonio, ma la celebrazione di un matrimonio, una simbiosi bipolare creatrice tra evangelizzazione e cultura di un popolo. Questa metodologia non è affatto moderna, è quella originaria di Gesù. Inviando i suoi discepoli ricorda loro in primo luogo che la messe è pronta e immensa, per questo li invia con il minimo necessario, cioè con l’essenziale (il Kerigma), poiché tutto il resto è già pronto e a disposizione per essere mietuto (cfr Lc 10, 1-24). È la stessa metodologia di Paolo all’areopago di Atene: dal teologico già esistente, ma allo stato latente, incubante e ricercato a tentoni al teologico allo stato patente  [chiaro ed evidente] e articolato nella pienezza del Vangelo.

Purtroppo questa metodologia fu abbastanza dimenticata nell’evangelizzazione moderna, condizionata come era dalle premesse dell’ideologia coloniale che, nella sua cecità etnocentrica pensava solo di dare e, praticamente, soltanto imponeva, creando povertà antropologica instancabilmente denunciata dagli stessi evangelizzati africani. Per questo motivo, dal Vaticano II, il missionario avverte la necessità di ricuperare parte del tempo perduto, parte del dialogo interculturale omesso, auspicando una Chiesa Locale matura e autentica, capace di cantare la pienezza del Vangelo con tutta quella creatività e vivacità che le offre la biosofia e la biosfera della sua religiosità originaria.

In conclusione, il binomio evangelizzazione e interculturalità è, per il missionario, in primo luogo un indicativo categorico ricettivo (mietere, raccogliere, ascoltare), in seguito un imperativo categorico operativo (seminare, evangelizzare), infine un optativo categorico evolutivo (Chiesa Locale di fede, speranza e carità autentica in cammino).

Sono queste le linee missionarie che guidarono i Missionari e le Missionarie della Consolata e con il tempo condussero le due famiglie consolatine a fare i seguenti passi concreti:

  1. a) studiare la lingua fino a conoscere riflessivamente la grammatica e infine comporre un dizionario abbastanza completo;
  2. b) preparare traduzioni a livello biblico (Bibbia), catechetico (Catechismo) e liturgico (Messale domenicale e libro di preghiere e canti
  3. c) creare gradualmente un Centro Studi Macua Xirima (CICMX) nella parrocchia di S. Luca, Maùa, Niassa. Questo Centro si impegnò:

(1) in primo luogo: a raccogliere materiale etnografico del popolo xirima come proverbi, racconti, indovinelli, riti terapeutici, riti di iniziazione;

(2) in secondo luogo a  cercare  mezzi per pubblicare una sintesi di tutto questo capitale culturale in un volume intitolato: Biosofia e Biosfera Xirima;

(3) in terzo luogo a promuovere  pure la produzione artistica xirima nel settore della pittura, della scultura e della musica affinché la sensibilità estetica xirima sia valorizzata e sia presente nell’evangelizzazione e nelle celebrazioni liturgiche;

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Arte Macua: l’interno di una Chiesa, decorato con argille naturali

(4) in quarto luogo a far conoscere la mondo-visione xirima con articoli pubblicati in riviste missionarie come Euntes Docete, Ad Gentes o in conferenze a livello accademico e internazionale;

(5) infine a organizzare corsi di lingua e di inserzione nella cultura xirima, che continuano fino a oggi.

Il CICMX ha le porte aperte a tutti coloro che desiderano conoscere di più il mondo culturale xirima e la Chiesa xirima.

I contatti con il centro sono possibili utilizzando il seguente indirizzo di posta elettronica: centroxirima@gmail.com

 

Padre Giuseppe Frizzi, Missionario della Consolata

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