Israele ieri, oggi e domani…

è difficile spiegare la Terra Santa…

È difficile far comprendere cosa sia oggi la Terra Santa a chi non ci abbia mai messo piede. È complicato persino spiegare cosa rappresenti per i Cristiani e, in generale, per le tre grandi religioni monoteiste, quel travagliato angolo di Medio Oriente dove si intrecciano e spesso compenetrano sei Stati come Libano, Siria, Giordania, Israele, Palestina ed Egitto: una tela intricata di fede, politica, cinismo, arrivismo e sangue, tanto sangue, versato…

Ma oggi cosa è Israele o, come dicono qui, Medinat Yisrael? Non bastano di certo i numeri a spiegarlo, ma un po’ aiutano. Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo.

Una pianura costiera mediterranea e la zona delle colline della Galilea che sono fertili e ricche di acque, con al centro l’Altopiano della Giudea e a mezzogiorno il Negev, la regione semidesertica, che si estende, con una forma quasi triangolare, dalla zona immediatamente a sud di Beer Sheba fino al Golfo di Aqaba, verso le terre di Lawrence d’Arabia.

Il confine orientale scorre esattamente lungo il serpeggiare del Giordano e il Wadi Araba e dal lago di Tiberiade corre giù sino al Mar Morto, la cui superficie si trova a 395 metri sotto il livello del mare, il punto di maggiore depressione della superficie terrestre.

La popolazione si concentra per lo più nelle grandi città, tanto più che qui c’è un popolare detto che suona più o meno così: “Ad Haifa si lavora, a Gerusalemme si prega ed a Tel Aviv… ci si diverte”; un modo anche per sottolineare le tre anime dell’Israele di oggi.

Haifa, cuore economico del Paese, che ha nell’industria tessile, elettronica ed alimentare, oltre che nell’altalenante turismo, i suoi punti di forza, sorge ai piedi del biblico monte Carmelo, anche se tutta la costa sino ad Acco/Acri è un susseguirsi di Krayot, le cittadine tutte attaccate le une alle altre.

Tel Aviv, la “città che non dorme mai”, fra spiagge dorate e una vita notturna famosa in tutto il mondo, è una realtà a sé stante, cosmopolita, simpaticamente caotica.

Tutt’altro mondo è quello che si presenta agli occhi del visitatore che giunga ai piedi di Gerusalemme, la città santa per le tre religioni.

Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo

MIGLIAIA DI ANNI DI STORIA

Secondo la tradizione ebraica, la creazione del mondo iniziò proprio a Gerusalemme 5767 anni fa con la pietra di fondazione del Monte Moriah, ove oggi sorge la “Cupola della Roccia” sulla Spianata sacra ai Musulmani.

Certo è che intorno al 2000 a. C. vi nacque un insediamento cananeo che fu conquistato intorno al 1000 da Davide, che lo trasformò nella propria capitale. Qui Salomone edificò il Primo Tempio, distrutto nel 586 a.C. da Nabucodonosor, che deportò gran parte del popolo ebraico a Babilonia.

Nel 538 a.C., il persiano Ciro conquistò Babilonia e permise agli Ebrei esiliati di ritornare a Gerusalemme, dove ricostruirono il Secondo Tempio: per quattro secoli Israele fu legata alle sorti prima dei Persiani e poi dei Greci, fino alla conquista romana.

È in questo periodo, intorno al 30 d.C., che si svolse la vicenda umana di Gesù, il “Cristo” atteso, ma che venne ben presto messo a morte dal Sinedrio, che iniziò anche a perseguitare i suoi seguaci, definiti “Cristiani”.

A seguito della rivolta anti-romana del 66 d. C., la repressione di Tito fu durissima e portò alla distruzione del Tempio ed alla cacciata degli Ebrei dalla città, ribattezzata poi Aelia Capitolina. Dopo il periodo bizantino, nel 638 i Musulmani conquistarono Gerusalemme e costruirono la Cupola della Roccia e la Moschea di Al Aqsa.

Meno di un secolo, dal 1099, durò il Regno Crociato, che realizzò anche una buona parte dell’attuale impianto architettonico del Santo Sepolcro, la grande chiesa che ancora oggi racchiude in sé il Calvario e l’Anastasis, prima della sconfitta da parte di Saladino nella battaglia di Hattin (1187).

A metà del XIII secolo fu poi la volta dei Mamelucchi, che estesero il proprio potere dall’Egitto, sino al 1517, quanto l’Impero Ottomano conquistò anche Gerusalemme, che per quattro secoli rimase sotto il dominio turco.

Nel primo Novecento, poi, il flusso degli Ebrei desiderosi di ritornare nella terra di Abramo, su impulso del movimento sionista, creato da Theodor Herzl verso la Palestina e alimentato dagli Ebrei dell’Europa Orientale (esposti a frequenti episodi anche violenti d’antisemitismo), fu costante.

Nel 1917, il movimento sionista ottenne il primo significativo risultato con la “Dichiarazione di Balfour”, con cui il Ministro degli Esteri inglese Arthur James Balfour impegnava il suo governo a sostenere gli Ebrei nella costituzione di un “focolare nazionale ebraico in Palestina”. Durante il Mandato Britannico sulla Palestina (1920-1948) gli Ebrei crebbero da 50.000 a 600.000 coloni e la coesistenza tra immigrati Ebrei e Arabi palestinesi divenne sempre più problematica.

Nel 1942, i leader sionisti proposero che uno Stato ebraico in Palestina diventasse parte integrante dell’ordine internazionale postbellico, ma fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico.

fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico

DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò una Risoluzione che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo in Palestina, con la città e la zona di Gerusalemme sotto l’amministrazione diretta dell’ONU.

Secondo il piano, lo Stato ebraico avrebbe compreso tre sezioni principali collegate da incroci extraterritoriali, mentre lo Stato arabo avrebbe avuto anche un’enclave a Giaffa.

Il 15 maggio 1948, il giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele, iniziò il primo conflitto arabo-israeliano: i Palestinesi rigettarono il piano di spartizione dell’ONU e una coalizione di Stati arabi, tra i quali Iraq, Giordania, Siria ed Egitto, attaccò Israele che riuscì a difendersi ed a respingere le truppe avversarie.

Nel 1956, sfruttando la crisi di Suez seguita alla nazionalizzazione del Canale da parte del Presidente egiziano Nasser, Israele attaccò l’Egitto, ma venne fermato dalla Comunità internazionale.

Nel 1964, sotto l’egida di Yasser Arafat, nacque l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che puntava a dare una rappresentanza ai Palestinesi, slegandoli dalla dipendenza dai Paesi arabi.

Nel 1967 scoppiò la guerra dei Sei Giorni con la quale, grazie ad una fulminea azione militare, Israele occupò la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, seguita, nel 1973, da una nuova fiammata, quando Egitto e Siria attaccarono Israele durante la festa ebraica dello Yom Kippur: la reazione israeliana fu immediata e portò all’occupazione del Sinai in Egitto e delle alture del Golan in Siria.

Solo nel 1979 l’Egitto firmò a Camp David, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, un accordo di pace bilaterale con Israele.

Nel 1982, giustificando l’intervento con la necessità di distruggere le basi dei terroristi palestinesi, Israele invase e occupò la parte meridionale del Libano.

Dal 1987 al 1992, i Palestinesi avviarono e resero sistematica la forma di resistenza popolare chiamata Intifada, che si concluse nel 1993, quando vennero firmati gli Accordi di Oslo e parve che il conflitto stesse finalmente per concludersi, ma i nodi principali restarono, purtroppo, irrisolti e furono rimandati a un secondo turno di negoziati: la nascita di uno Stato palestinese indipendente, il ritorno dei profughi palestinesi, il controllo delle scarse risorse idriche e lo status di Gerusalemme.

Nei Territori Occupati, che avrebbero dovuto diventare il futuro Stato palestinese, cominciò una forma di autogoverno guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese, a Presidente della quale venne eletto nel 1996 Yasser Arafat.

Purtroppo, dopo l’entusiasmo degli Accordi di Oslo, Israeliani e Palestinesi non riuscirono ad accordarsi sui punti ancora sul tappeto e nei Territori Occupati la tensione ricominciò a salire nel settembre 2000, a seguito della seconda Intifada, la cui scintilla fu la provocatoria “passeggiata” sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme dell’allora candidato Primo Ministro israeliano Ariel Sharon.

Con la morte del leader palestinese Arafat, avvenuta a Parigi l’11 novembre 2004, si ingenerarono nuovi elementi di instabilità nell’area e, nel 2006, le elezioni politiche in Palestina sancirono la vittoria di Hamas sui moderati di Fatah ed in estate, a seguito dell’incursione di alcuni terroristi hezbollah libanesi nell’Alta Galilea (durante la quale morirono sei soldati israeliani), Israele scatenò una forte reazione militare nel sud del Libano.

Gli USA provarono inutilmente a spingere per un accordo fra Israele e l’Autorità Palestinese ad Annapolis, ma le trattative si svilupparono da subito a rilento per l’indisponibilità da parte di Israele a discutere i temi chiave del conflitto: lo status di Gerusalemme e quello dei profughi palestinesi.

A fine 2008, in relazione al lancio massiccio di razzi da parte di Hamas, l’esercito israeliano lanciò l’offensiva denominata “Piombo Fuso”: la Striscia di Gaza venne bombardata per cinque giorni e successivamente invasa dall’esercito israeliano.

Nel 2009, le elezioni politiche in Israele sancirono la vittoria di misura del partito di destra Likud guidato da Benjamin Netanyahu, che divenne nuovo Primo Ministro, carica che ricopre ancora oggi.

Con l’accentuarsi della crisi siriana, il ruolo di Israele nello scacchiere mediorientale diventò sempre più complesso, anche in concomitanza con la presidenza americana di Barak Obama, apertamente contrario alla politica degli insediamenti portata avanti da Israele, ma pure duro con gli attentati palestinesi.

Il tentativo di portare avanti un percorso che preveda due Stati per due popoli, per poter avere, un giorno, una Gerusalemme dove tutti i figli di Abramo possano trovarsi in pace, purtroppo, resta ancora infruttuoso.

Fabrizio Gaudio

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Rohingya, i “boat people” dimenticati dell’Asia

Non appaiono mai sui quotidiani, nessuna tv si occupa di loro, niente soccorsi in mare, nulla di nulla. Eppure anche loro stanno vivendo da anni uno dei drammi umanitari più pesanti del nostro tempo.

Sono i Rohingya, una minoranza etnica di origine indo-ariana di 900.000 unità, non riconosciuta dal governo, di religione musulmana ed originaria della Regione del Rakhine (dove sono circa un quarto della popolazione), sino agli anni Ottanta nota come Arakan, in Birmania, stretta fra il Golfo del Bengala ed il Bangladesh a nord: la loro presenza risalirebbe addirittura all’VIII secolo ed alcuni ritengono che siano gli antichi discendenti dei mercanti musulmani che si stabilirono nel Paese oltre mille anni fa.

Secondo le Nazioni Unite, ci sono altri ceppi di origine Rohingya anche in Arabia Saudita e Pakistan, oltre che in Bangladesh, ma è soprattutto in Birmania che rappresentano una delle minoranze più perseguitate al mondo.

Se, infatti, sino al XIX secolo avevano convissuto pacificamente con le popolazioni locali, dopo l’invasione dell’Arkan da parte dei Birmani e i successivi contrasti all’interno dell’ex Impero britannico, la situazione è andata peggiorando sino a quando, nel 1948, al momento della dichiarazione di Indipendenza, ai Rohingya non venne concesso il riconoscimento come “gruppo nazionale”. Un colpo durissimo a cui fece seguito, nel 1982, il diniego alla cittadinanza birmana, essendo considerati di origine… bangla!

Privati dei propri diritti fondamentali, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), oggi i Rohingya non hanno libertà di movimento all’interno della Birmania, non possono andare a scuola o curarsi negli ospedali del Paese, sono obbligati a non avere più di due figli e, come se non bastasse, non hanno diritto alla proprietà privata di terreni o abitazioni.

A peggiorare, se possibile, la situazione, nel giugno del 2012 la tensione è esplosa, dopo alcuni episodi di micro-criminalità che hanno coinvolto persone di etnia rohingya: la scintilla ha provocato i primi scontri fra i Rohingya e la maggioranza di religione buddista, che si è tradotta in ripetute violenze, provocate da veri e propri squadroni della morte che hanno portato a centinaia di vittime fra la minoranza.

Dopo che il governo birmano ha dichiarato lo stato d’emergenza, senza però di fatto intervenire in modo energico per far terminare le brutalità, i Rohingya hanno iniziato una vera e propria fuga di massa, cercando di abbandonare lo Stato di Rakhine per sottrarsi alle persecuzioni ed evitare di finire nelle mani di trafficanti e organizzazioni criminali.

Dietro il mancato intervento del governo di Naypyidaw, secondo quanto riportano diverse associazioni che operano in loco, ci sarebbe l’intenzione di sfruttare il nazionalismo della popolazione locale a maggioranza buddista per scacciare i Rohingya dalla regione: una vera e propria pulizia etnica strisciante e passata sotto silenzio, secondo l’organizzazione non governativa “Human Rights Watch” che si occupa della difesa dei diritti umani.

Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i diritti umani, è intervenuta più volte per domandare una “indagine rapida, imparziale ed esaustiva” sulla condizione del popolo rohingya, per fare chiarezza sulle violenze e sui trasferimenti forzati, ma ottenendo scarso seguito da parte del governo birmano.

Ad oggi sarebbero non meno di 300.000 i Rohingya già fuggiti dalla Birmania verso i precari e sovraffollati campi profughi sorti in Bangladesh o lungo il confine con la Thailandia, mentre almeno altri 100.000, ai quali vien impedito di lasciare il Paese, vivrebbero stipati in campi controllati dalle autorità birmane: il più grande è alle porte di Sittwe, capitale della regione del Rakhine, dove migliaia di persone, per lo più donne e bambini, vivono nell’indigenza, potendo contare solo sugli aiuti dell’ONU e delle ONG.

E da qui è nata, nel 2015, l’emergenza rappresentata dai nuovi “boat people” che, pur di fuggire, divengono preda dei trafficanti che li caricano su imbarcazioni che a mala pena tengono il mare e li trainano verso le coste di Malesia e Indonesia, che, ovviamente, li respingono: le Nazioni Unite li quantificano in non meno di 150.000 persone, senza contare le centinaia già morte affogate durante i viaggi e di cui non vi è traccia…

Da anni, uno dei maggiori punti di approdo dei migranti, la Malesia, è preoccupata dell’impatto che una crisi umanitaria legata all’immigrazione potrebbe avere sul settore del commercio e del turismo. Secondo i dati forniti dal governo di Kuala Lumpur, il Paese ospiterebbe già 150.000 migranti stranieri, di cui 45.000 di etnia Rohingya, ma secondo molti si tratterebbe di dati sottostimati.

Anche l’Indonesia è uno dei Paesi di arrivo dei profughi e se, in passato, Giacarta aveva avuto una politica di apertura nei confronti dei migranti, ora il nuovo governo del presidente Joko Widodo ha rafforzato i controlli, temendo un esodo umanitario come quello verificatosi in Vietnam negli anni Settanta. Immediata conseguenza è stato il fatto che i trafficanti, pur di evitare l’arresto, hanno iniziato ad abbandonare alla deriva in mare le imbarcazioni stracolme di Rohingya, lasciandole alla mercé delle tempeste tropicali…

In mezzo, la Thailandia: da sempre uno dei poli della tratta di esseri umani nel sudest asiatico ed i trafficanti hanno spesso utilizzato gli immensi territori inospitali dell’interno come veri e propri “parcheggi” per i profughi, in attesa di smistarli in Malesia e Indonesia o altrove.

E il tutto mentre le violenze e le sopraffazioni sui profughi in fuga si moltiplicano: sfruttamento come lavoratori nelle piantagioni, stupri, omicidi di massa da parte di esponenti della criminalità locale che restano per lo più impuniti.

Ad aggravare la situazione, se mai ce ne fosse bisogno, anche il silenzio assordante della leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la Pace nel 1991 Aung San Suu Kyi, il cui partito ha vinto le elezioni del novembre 2015.

Non una parola, non un intervento in favore della comunità musulmana, nonostante sia stata a sua volta prigioniera politica della giunta militare: in un Paese dove gli equilibri politici e sociali sono ancora delicatissimi, prendere posizione a favore di una minoranza odiata dalla gran parte della popolazione potrebbe essere troppo rischioso ed impopolare?

Fabrizio Gaudio

 

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Tonino bello, “profeta della pace”

Quando morì, il 20 aprile del 1993, divorato da un cancro implacabile, “don” Tonino Bello (tutti continuavano a chiamarlo così, anche dopo che fu nominato vescovo) aveva solo 58 anni. Eppure, lasciava dietro di sé una eredità di cui ancora oggi la Chiesa italiana ed il pacifismo internazionale, più in generale, beneficiano.

Personaggio tutt’altro che facile e per nulla incline al compromesso, Antonio Bello nasce ad Alessano, in provincia di Lecce, il 18 marzo 1935. È figlio non solo di un maresciallo dei Carabinieri, che muore quando il figlio ha solo 5 anni, e di una fiera casalinga, ma soprattutto di una Puglia che ben conosce la fatica del viver quotidiano. Una terra che sperimenta la connivenza con la malavita, come ricorderà in una sua omelia: “Il lavoro di un manovale onesto vale più del lavoro di un chirurgo disonesto. Mi sembra già di vedere la fierezza dipingersi sul volto dei miei poveri”.

Entrato in seminario giovanissimo, è ordinato sacerdote ad appena 22 anni. Dopo una esperienza come assistente dei giovani seminaristi, a fine anni Settanta diventa parroco prima della chiesa del S. Cuore di Ugento e poi di quella di Tricase, nel Salento. Nel frattempo, è anche redattore del periodico “Vita Nostra” ed inizia a redigere i primi frammenti di quella che sarà la sua sterminata serie di scritti.

…uno dei suoi primi atti, che suscita grande scalpore, è quello di aprire il palazzo vescovile ad alcune famiglie sfrattate di Molfetta.

Se nel 1980 scrive alla Congregazione per i Vescovi, che lo vorrebbe già nominare pastore di una diocesi, chiedendo di rinunciare alla nomina per “insufficienza” e “indegnità”, nell’82 non può dire di no alla nuova richiesta; uno dei suoi primi atti, che suscita grande scalpore, è quello di aprire il palazzo vescovile ad alcune famiglie sfrattate di Molfetta. In seguito, all’interno dell’edificio, farà realizzare alcuni mini-appartamenti per ospitare “gli ultimi”. È anche al fianco di chi rischia di perdere il lavoro: memorabile è la sua visita a sorpresa agli operai delle acciaierie di Giovinazzo, in lotta per evitare la chiusura della fabbrica.

Moltissimi sono anche i suoi scritti religiosi e teologici, rivolti in particolare alla riscoperta della fede autentica: singolare è una breve nota del 1968 nella quale don Bello biasima una fede fatta di “tante piccole devozioni che ci immergono in una spiritualità chiusa, gretta, egoista e senza slanci”.

Inventa la definizione, felicissima, di “Chiesa del grembiule”: come spiega in un suo testo, “l’accostamento della stola con il grembiule a qualcuno potrà apparire un sacrilegio, eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo che, per la ‘messa solenne’ celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il maestro si cinse ai fianchi” prima della lavanda dei piedi.

Dopo la nomina a Vescovo, don Tonino intensifica anche il suo impegno a favore della non violenza e fonda la “Casa della Pace” che oggi porta il suo nome.  Partecipa a Comiso alla marcia contro l’installazione degli “euromissili” nucleari Cruise in Sicilia, si batte contro il presidio degli aerei F16 a Gioia del Colle, chiede chiarezza sulla questione dei missili a medio raggio Jupiter ospitati negli anni Sessanta in Puglia, si schiera contro l’incremento delle spese militari ipotizzate dal Governo di Bettino Craxi: posizioni che gli comportano aspre critiche ed anche un richiamo del cardinal Ugo Poletti, presidente della CEI.

Ma don Tonino non si ferma: nel 1985 viene nominato Presidente nazionale di Pax Christi, succedendo a monsignor Bettazzi, e promuove nuove campagne per il disarmo, per l’obiezione di coscienza e per quella fiscale alle spese militari.

Ma don Tonino non si ferma: nel 1985 viene nominato Presidente nazionale di Pax Christi, succedendo a monsignor Bettazzi, e promuove nuove campagne per il disarmo, per l’obiezione di coscienza e per quella fiscale alle spese militari. In un’Arena di Verona gremita, durante uno storico Convegno sulla Pace, nel febbraio 1986, tiene un discorso indimenticabile, partendo dal versetto del Vangelo di Matteo “Beati gli operatori di pace”, urlando il suo “In piedi, dunque, costruttori di pace, e sarete chiamati Figli di Dio!”.

Con l’approssimarsi della Guerra del Golfo, quella di monsignor Bello rimane sino all’ultimo una delle poche, ed inascoltate, voci non violente, al punto che fu accusato addirittura di incitare alla diserzione.

Nella sua dedizione è, però, anche molto critico ed intransigente con chi pacifista lo è solo a giorni alterni: “Dobbiamo impegnarci in scelte di percorso, in tabelle di marcia: non possiamo parlare di pace indicando le tappe ultime e saltando le intermedie! Se non siamo capaci di piccoli perdoni quotidiani fra individuo e individuo, tra familiari, tra comunità e comunità… è tutto inutile!”.

Nel frattempo, scopre di essere gravemente malato: una presa di coscienza che, però, non lo ferma, anzi lo stimola a continuare nella sua missione con ancora maggiore slancio.

“Dobbiamo impegnarci in scelte di percorso, in tabelle di marcia: non possiamo parlare di pace indicando le tappe ultime e saltando le intermedie! Se non siamo capaci di piccoli perdoni quotidiani fra individuo e individuo, tra familiari, tra comunità e comunità… è tutto inutile!”.

Ed è con questo spirito che organizza quella che sarà la sua ultima missione: andare in una Sarajevo allo stremo, durante la Guerra in Jugoslavia. Malgrado molti lo sconsiglino, vista la pericolosità dell’impresa e il suo stato di salute, sono quasi 550 le persone che partono con lui da Ancona il 7 dicembre 1992, esponenti della società civile, pacifisti, non credenti, accomunati da un sogno che don Tonino riassume nel proprio discorso, tenuto in un cinema di Sarajevo, sotto le bombe: “Noi siamo qui, probabilmente allineati su questa grande idea, quella della nonviolenza attiva. Noi qui siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà. Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati”.

I santi sono i grandi sognatori della Chiesa. E a questa categoria appartiene don Tonino”, ha dichiarato recentemente il vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, Vito Angiuli: forse è anche grazie a loro e alla loro fede che il percorso iniziato 2000 anni fa continua ancora…

di FABRIZIO GAUDIO

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Minori migranti: Solo un problema?

Nei primi cinque mesi del 2016 sono stati oltre 7.000 i minorenni non accompagnati arrivati in Italia.

Parlare di emergenza per quanto concerne l’immigrazione è ormai divenuta una tragica consuetudine e quello di “abituarsi” alle immagini di decine di disperati che affrontano viaggi massacranti è più che un rischio. Eppure un discorso a parte e, se si vuole, ancora più drammatico, è quello che concerne i migranti minori, spesso piccoli o piccolissimi.

Il più recente rapporto dell’UNICEF, con dati aggiornati al maggio scorso, afferma che nei primi cinque mesi del 2016 sono stati oltre 7.000 i minorenni non accompagnati arrivati in Italia. Secondo le statistiche, ormai otto minori migranti su dieci, fra quelli partiti dal nord Africa e arrivati in Europa, sarebbero non accompagnati. Non solo, la stessa fonte ipotizza che molte delle quasi 3.000 vittime registrate nel Mediterraneo tra gennaio e i primi giorni di giugno di quest’anno, siano stati proprio bambini.

Sono bambini e adolescenti che rischiano durante viaggi, lunghi spesso mesi, di essere vittime di trafficanti di esseri umani, spesso sotto il sistema di “pay as you go” (pagare per partire).

“Decine di migliaia di bambini affrontano il pericolo ogni giorno e centinaia di migliaia sono pronti a rischiare tutto”, è la denuncia di Marie Pierre Poirier, Coordinatore speciale dell’UNICEF per la crisi dei Rifugiati e dei migranti in Europa. Sono bambini e adolescenti che rischiano durante viaggi, lunghi spesso mesi, di essere vittime di trafficanti di esseri umani, spesso sotto il sistema di “pay as you go” (pagare per partire) e sia i ragazzi che le ragazze vengono non di rado aggrediti sessualmente e costretti a prostituirsi in Libia.

Anche Save the Children, dopo il caso di violenza sessuale capitato a Ragusa qualche tempo fa nei confronti di una ragazza sedicenne sbarcata da sola in Italia, senza familiari, ha alzato con forza la propria voce: “Bisogna rafforzare tutte le reti di protezione nei confronti dei minori stranieri non accompagnati che giungono in Italia e che, proprio perché soli, sono particolarmente vulnerabili”, ha ribadito Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

“Bisogna rafforzare tutte le reti di protezione nei confronti dei minori stranieri non accompagnati che giungono in Italia e che, proprio perché soli, sono particolarmente vulnerabili”.

E, purtroppo, le storie di questi bambini sono spesso assai simili nella loro drammaticità, come testimonia anche il recentissimo libretto A braccia aperte. Storie di bambini migranti, un delicato e riuscito tentativo di raccontare ai nostri figli le storie di altri piccoli come loro, assai meno fortunati: vicende come quella di Alex, fuggito da Sarajevo, o di Hazem, che dalla Siria bombardata arriva in Germania, o del giovane Hailè, giunto in Italia dall’Eritrea…

Ma come affrontare concretamente queste emergenze, anche a livello legislativo, così da poter disporre di mezzi più efficaci per contrastare i fenomeni di sfruttamento dei migranti minori?

Nel nostro ordinamento, le disposizioni in materia di minori stranieri non accompagnati sono contenute principalmente nell’ormai datato Testo unico in materia di immigrazione (D.Lgs. 286/1998), anche se specifiche disposizioni sulla loro accoglienza sono state previste dal recente Decreto 142/2015, con cui è stata recepita la Direttiva Europea 2013/33/UE relativa all’accoglienza dei richiedenti asilo. Alla Commissione Affari costituzionali della Camera è all’esame, da tempo, una proposta di legge di iniziativa parlamentare, avente come scopo proprio la modifica della normativa vigente sui minori stranieri non accompagnati presenti in Italia, con l’obiettivo di stabilire una nuova disciplina, che rafforzi le tutele nei loro confronti e ne garantisca un’applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale.

Ma quanti sono i minori stranieri oggi in Italia? Difficile dirlo. A novembre 2015, in occasione della 25ª Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, la Caritas di Roma ha presentato un dossier dal titolo Le difficili sfide dei minori stranieri non accompagnati nel percorso di crescita e di integrazione, da cui emerge, fra l’altro, che sarebbero stati più di 15.000 i minori stranieri non accompagnati presenti complessivamente nel territorio italiano a quella data, di cui quasi 5.600 avevano già fatto perdere le loro tracce, rendendosi irreperibili agli enti che li avevano in tutela.

Un dato drammaticamente in linea con quello di Europol, la polizia europea, secondo cui, solo nel 2015, sarebbero oltre 10.000 i minorenni stranieri non accompagnati svaniti nel nulla dopo il loro arrivo in Europa.

…solo nel 2015, sarebbero oltre 10.000 i minorenni stranieri non accompagnati svaniti nel nulla dopo il loro arrivo in Europa.

La maggior parte dei minorenni stranieri che si sarebbero resi irreperibili lo avrebbe fatto per immettersi nel mercato del lavoro in nero, fra commercio ambulante, dei mercati generali o dell’edilizia, oppure per emigrare in Francia, o, peggio ancora, per finire nel “giro” dello sfruttamento per fini sessuali o della piccola delinquenza.

È, dunque, sempre più necessario investire risorse per favorire l’integrazione e creare le condizioni per cui l’arrivo di queste nuove energie sociali rappresenti uno stimolo e un’occasione, per i minori migranti stessi e per la società che li ospita, di evolvere in meglio. Sono più che mai, quindi, indispensabili diverse ed integrate azioni a differenti livelli, politico, giuridico, sociale, educativo: studi che permettano in tempi brevi di rilevare i fattori di rischio e di elaborare strategie di intervento tempestive ed efficaci; campagne di informazione nei Paesi di provenienza; collaborazione tra i Paesi dell’UE per armonizzare le procedure di accoglienza ed assistenza.

…la mia frase preferita l’ha pronunciata uno dei rifugiati, un ragazzo: ‘Ricordati che non sono pericoloso, ma sono in pericolo’”.

A queste soluzioni si potrebbero affiancare forme di accoglienza individualizzate come l’affido familiare, soprattutto per i bambini più piccoli che necessitano di cure e di attenzioni specifiche o, ancora, lo snellimento delle procedure di trasferimento previste dal Regolamento Dublino III, nel caso in cui vi siano familiari presenti in uno Stato diverso da quello in cui sono arrivati.

Senza dimenticare mai, come ha detto recentemente Bono Vox, il leader del gruppo rock irlandese U2, che “la mia frase preferita l’ha pronunciata uno dei rifugiati, un ragazzo: ‘Ricordati che non sono pericoloso, ma sono in pericolo’”.

di FABRIZIO GAUDIO

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti, Luglio – Agosto

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