“… CON UN BICCHIERE DI WHISKY IN MANO”

È vero perché le piaghe fanno male, i poveri, i bisognosi, ma anche semplicemente i nostri vicini di casa, parenti, figli, genitori, confratelli, consorelle, ecc. sono a volte esigenti, ci complicano la vita, ci chiedono di occuparci di loro, di spendere il nostro tempo, i nostri soldi, le nostre energie.

“Non ci basterà più commentare i tragici fatti del mondo davanti alla televisione con un bicchiere di whisky in mano” è una delle frasi di Angelo Scola, l’arcivescovo uscente di Milano, che mi ha colpito di recente. Ancora più potente e vera è la constatazione di Papa Francesco quando dice che “a volte sentiamo la tentazione di mantenere una prudente distanza dalle piaghe del Signore”, dalla “carne sofferente degli altri”. È vero perché le piaghe fanno male, i poveri, i bisognosi, ma anche semplicemente i nostri vicini di casa, parenti, figli, genitori, confratelli, consorelle, ecc. sono a volte esigenti, ci complicano la vita, ci chiedono di occuparci di loro, di spendere il nostro tempo, i nostri soldi, le nostre energie. È più facile fare discussioni da salotto sui problemi del mondo; fare i cristiani “da divano” come denuncia Papa Francesco.

Due anni fa, ho seguito con molta attenzione le beatificazioni di due persone a me care: suor Irene Stefani, Missionaria della Consolata, e Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, che furono beatificati nello stesso giorno, sabato 23 maggio 2015. Nell’omelia della celebrazione di Oscar Romero, il card. Angelo Amato ha pronunciato parole bellissime e toccanti, citando sant’Agostino: ‘Il Vangelo mi spaventa. Nessuno più di me desidera una vita sicura e tranquilla. Nulla è più dolce per me che scrutare il tesoro divino. D’altra parte, predicare, ammonire, correggere, edificare è un grande peso, una grave responsabilità. È un compito difficile’. In effetti, per Agostino, come vescovo, la sua ragione di vita si trasforma in una passione per i suoi fedeli e i suoi sacerdoti. E chiede al Signore di dargli la forza di amare eroicamente, sia attraverso il martirio sia per affezione. Queste parole e queste sensazioni possono essere dette con la stessa intensità e sincerità dell’arcivescovo Romero, che amava i suoi fedeli e suoi sacerdoti con affetto, fino al martirio, dando la vita come un’offerta di riconciliazione e di pace”.

2….“il Vangelo mi spaventa”, diceva sant’Agostino. Gesù lo diceva al Getsemani con altre parole, in Matteo 26,39: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu”. Il Vangelo è esigente, ci fa paura perché Gesù chiede tutto, e non scherza.

Ecco il punto, “il Vangelo mi spaventa”, diceva sant’Agostino. Gesù lo diceva al Getsemani con altre parole, in Matteo 26,39: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu”. Il Vangelo è esigente, ci fa paura perché Gesù chiede tutto, e non scherza. “Chi vuole venire dietro a me prenda la sua croce e mi segua”. Il beato Giuseppe Allamano indicava questo parlando di Giuseppe Cottolengo: “San Giuseppe Cottolengo avrebbe potuto starsene tranquillo. Era canonico al Corpus Domini e poteva condurre una vita non faticosa: dire il suo Breviario, passeggiare, leggere il giornale, andarsene a cena senza preoccupazioni… E invece sapete quello che ha fatto. Anch’io potrei starmene tranquillo: andrei in Coro, poi me ne andrei a pranzo, poi leggerei la gazzetta, poi mi metterei a riposo… e poi… e poi me ne morirei da folle! È questa la vita che si deve fare? Siamo destinati ad amare il Signore e dobbiamo fare il bene, il maggior bene possibile!”.

Gesù e gli apostoli sono sempre in movimento; l’episodio narrato in Marco lo dice abbastanza chiaro: “Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: ‘Venitevene ora in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un poco’. Difatti, era tanta la gente che andava e veniva, che essi non avevano neppure il tempo di mangiare” (Mc 6,30-31).

Nel servizio del Signore, e dunque nel servizio ai fratelli e sorelle, anche se qualche volta è faticoso e ci chiede impegno, si trova la nostra identità di cristiani, la nostra vera gioia e pace.

Invece, Gesù ci dice che chi vorrà salvare la propria vita la perderà, e chi perderà la propria vita per causa sua la salverà. Papa Francesco ci parla della gioia del Vangelo, di donare se stessi annunciando un Vangelo della misericordia, portando addosso a noi la “puzza” del gregge. Nel servizio del Signore, e dunque nel servizio ai fratelli e sorelle, anche se qualche volta è faticoso e ci chiede impegno, si trova la nostra identità di cristiani, la nostra vera gioia e pace. Una delle frasi più significative di Papa Benedetto XVI penso possa ben concludere questa nostra breve riflessione: “Ciò che i padri hanno chiamato perseverantia, il resistere pazientemente nella comunione con il Signore attraverso le vicissitudini della vita… la costanza anche sulle monotone vie del deserto che occorre attraversare nella vita, nella pazienza di procedere sempre uguale quando il romanticismo della prima ora diminuisce e rimane soltanto il puro e profondo “sì” della fede. È proprio così che si forma il vino buono, è proprio così che si apprende l’amore per il Signore e l’immensa gioia dell’averlo trovato”.

NICHOLAS MUTHOKA, IMC

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25 anni di missione in Guinea Bissau

Ricordi di 25 anni di consolazione e annuncio in Guinea Bissau, paese dell’Africa occidentale. 

Nel 1992 il nostro Istituto ebbe la gioia di aprire una nuova presenza in Africa Occidentale, e precisamente nella Guinea Bissau. Il 29 febbraio di quell’anno giunsero a Bissau le prime quattro missionarie della Consolata: suor Emma Piera Casali, italiana e reduce dal Mozambico, suor Ana Paula Foletto e suor Ortência Antunes Da Silva, brasiliane, insieme a suor Adriana Medina Medina, colombiana.

Al loro arrivo all’areoporto della capitale, furono accolte con molta cortesia e affetto dall’allora vescovo Mons. Settimio Arturo Ferrazzetta e dai suoi collaboratori. Le quattro missionarie rimasero a Bissau per alcuni mesi, impegnate nello studio della lingua e della cultura del Paese. Ebbero anche l’opportunità di visitare tutte le missioni di quella che era allora l’unica diocesi della Guinea. Il 2 aprile successivo fu posta la prima pietra della casa delle sorelle e il 4 agosto esse poterono inaugurare la nuova missione di Empada. Furono accolte con tanta gioia ed entusiasmo da tutta la popolazione: musulmani, rappresentanti dell’etnia biafada e delle religioni tradizionali, evangelici ed alcuni cattolici che si trovavano lì dal tempo della colonizzazione portoghese. Il 9 agosto Mons. Ferrazzetta, durante una solenne celebrazione, presentò ufficialmente alla gente le quattro missionarie della Consolata, le quali furono accolte da tutti, compresi i musulmani, con grande affetto e rispetto.

In un primo momento le Sorelle si dedicarono a visitare le famiglie, allo scopo di conoscere la popolazione e la realtà missionaria affidata alle loro cure pastorali. Nel 1997 furono celebrati a Empada i primi battesimi e matrimoni cristiani. Le Missionarie ringraziarono Dio e con tanta gioia accolsero questi primi frutti delle loro fatiche apostoliche. Qualche anno prima, nel 1994, esse avevano intrapreso alcune attività nel villaggio SOS di Bissau, ma attualmente non siamo più presenti in quest’opera.

Nel 2000 si verificò una nuova apertura, questa volta a Bubaque, una delle isole dell’arcipelago delle Bijagó, una missione davvero sfidante e attraente, che esige dalle Sorelle molto coraggio e determinazione per affrontare le traversate in mare con imbarcazioni molto fragili, per fare visita e portare aiuti alle popolazioni delle isole vicine.

L’anno 2006 ha segnato l’apertura dell’ultima missione, quella di Bor, alla periferia di Bissau, come sede della Delegazione e casa di accoglienza per le Sorelle provenienti dall’interno del Paese. La comunità di Bor svolge un intenso lavoro pastorale nella scuola, nella parrocchia e nell’evangelizzazione di centinaia di giovani e di bambini, che ogni giorno giungono qui per iniziare il loro cammino cristiano, attraverso il catecumenato.

splendidi giochi di luce (isole Bijagó)

Oggi, come missionarie della Consolata, cantiamo il nostro MAGNIFICAT, ringraziando e lodando il Signore per questi 25 anni della nostra presenza in Guinea. Sono state tante le persone che hanno potuto conoscere, attraverso il nostro apostolato, il nostro Redentore Gesù, la SS. Consolata e il Beato Giuseppe Allamano, nostro Fondatore, e che ora navigano con noi nella barca dell’Istituto. Sono tante le missionarie della Consolata che hanno lavorato ed ancora lavorano in questa terra di missione, provenienti da differenti Paesi e Continenti: Italia, Brasile, Colombia, Portogallo, Argentina, Mozambico, Kenya, Tanzania, Etiopia. Due di loro hanno già raggiunto la Patria celeste: suor Margarida Benedetti e suor Floralda Esteban Palencia.

Insieme a tutti gli abitanti della Guinea Bissau, le missionarie della Consolata qui presenti sognano un futuro migliore per questo popolo così sofferente e umiliato, un futuro di pace, frutto di miglioramenti nel campo dell’istruzione, della sanità e delle condizioni di vita in generale.

Le comunità cristiane cantano frequentemente un canto che nacque durante il tempo della guerra di liberazione:

“Libertà, libertà per tutto il popolo della Guinea.
Se desideriamo l’amicizia, dobbiamo unire i nostri cuori;
se cerchiamo l’unità, dobbiamo essere uniti nell’azione!
Oh, oh, Popolo della Guinea Bissau!

L’Africa è la nostra terra, terra di amore!
L’Africa è il nostro mondo, terra di valore!
L’Africa è la nostra madre, madre di amore!
L’Africa è il nostro mondo, di speranza e di ardore!”

suor Maria De Lourdes Pereira, mc

 

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Un paese piccolo e sconosciuto

Alla scoperta della Guinea Bissau, un paese dell’Africa Occidentale dove le Missionarie della Consolata lavorano da 25 anni.

La Guinea Bissau è un piccolo Paese dell’Africa Occidentale, con circa un milione e mezzo di abitanti e una costa marittima di 150 km estremamente articolata in una fitta rete di frastagliature. Al largo della capitale, Bissau, è situato l’arcipelago delle Bijagó, un centinaio di isole di varie dimensioni, tra le quali si distingue l’isola di Bubaque, sede di una nostra missione. Il Paese confina a nord col Senegal, a sud e a est con la Guinea, ad ovest con l’oceano Atlantico.

Precedentemente colonia portoghese, la Guinea Bissau proclamò l’indipendenza dal Portogallo il 24 settembre 1973, poi riconosciuta il 10 settembre 1974.

Al nome originario fu aggiunto quello della capitale, Bissau, per evitare la confusione con il vicino Stato della Guinea, ex colonia francese.

La Guinea Bissau risulta essere tra i 20 Paesi più poveri del mondo. L’economia è fragile, pur possedendo il Paese buone risorse minerarie (petrolio, bauxite e fosfati), che non vengono sfruttate a causa della mancanza di infrastrutture e di mezzi finanziari; la guerra civile del 1998-99 ha ulteriormente impoverito il Paese.

Economia

L’economia è basata su coltivazioni di tipo estensivo, che non considerano le reali necessità alimentari del Paese; ne sono un esempio le colture del “cajù”, da noi noto come anacardio. Si tratta di un albero, originario del Brasile nord orientale, largamente coltivato nelle regioni tropicali di tutto il mondo, per il suo frutto e il suo seme (noce di anacardio). Il nome deriva dal greco kardia (cuore), per la forma del frutto. Questo consiste in una parte carnosa (in realtà falso frutto) e di un frutto secco, posto all’estremità della parte carnosa, che è commestibile. La sua esportazione costituisce la principale voce dell’economia guineense, anche se il crollo della domanda, causato dalla concorrenza dei Paesi asiatici, preoccupa i coltivatori locali. Altre piaghe, come le locuste, sono un ulteriore ostacolo alla raccolta e commercializzazione di questo prodotto.

Un’altra fonte di sostentamento e lavoro è rappresentata dalla pesca. I Guineensi sono molto rispettosi della natura: la pesca è controllata ed è fatto divieto di pescare pesci “criança”, cioè non adulti, e in quantità superiore al fabbisogno quotidiano. In caso di pesche abbondanti si getta nuovamente in mare il pesce in eccesso, anche perché è impossibile conservarlo.

Il riso costituisce la fonte primaria di alimentazione in Guinea, ma la sua produzione interna non è in grado di soddisfare le esigenze alimentari dell’intera popolazione.

 

Clima

Il clima è tropicale, caldo-umido tutto l’anno, con due stagioni: quella secca e quella piovosa. In questa seconda stagione le piogge sono molto intense, soprattutto da luglio a settembre, quando provocano diffusi allagamenti. Normalmente la temperatura è sui 30°, ma si possono toccare anche i 40°.

Religione

La religione più diffusa nel Paese è quella tradizionale africana, a cui aderisce più del 50% della popolazione, seguita da quella musulmana con il 35% di fedeli e da quelle cristiane con il 15% di membri. Nella religione tradizionale si crede in un unico Dio, che è al di sopra di tutto e di tutti. Tra Dio e gli uomini esistono delle entità che governano la vita del villaggio: gli spiriti. Lo spirito assoluto è quello della pioggia, perché da lui dipendono la fecondità della terra e la buona riuscita del raccolto. Secondo la religione animista non è possibile interpellare direttamente gli spiriti, se non attraverso la mediazione di una persona che in ogni villaggio è designata per tale funzione. Nel Paese è praticato anche il culto degli antenati, che godono di molta considerazione, tanto che vengono rivolte loro richieste di aiuto, invocazioni e si svolgono riti sacrificali.

Per quanto riguarda la religione islamica, essa compare in Guinea Bissau già intorno all’XI secolo, diffondendosi rapidamente. Con l’arrivo dei Portoghesi, i Guineensi sono invece venuti a contatto con il Cristianesimo.

Etnie

Tra le varie etnie presenti nel Paese, i Balanta sono il gruppo numericamente più rappresentato. Essi sono prevalentemente dediti all’agricoltura e sono specializzati nella coltivazione dell’anacardio e del riso. Il lavoro nelle risaie coinvolge tutti i componenti del villaggio ed ognuno assume un ruolo specifico e determinante per la buona riuscita del raccolto.

Un’altra etnia importante è quella dei Bijagó, che vivono prevalentemente nell’arcipelago omonimo (vedi “Andare alle genti”, 3-4; 5-6, 2016).

Nella zona di Empada troviamo i Biafada, che sono musulmani; mentre in quella di Bor sono presenti i Pepeis.

I Fula sono tra i gruppi etnici più conosciuti in tutta l’Africa. In Guinea sono per la maggior parte allevatori. Ad essi si deve l’introduzione e la diffusione della religione islamica in Africa Occidentale.

I Meticci discendono quasi tutti dagli abitanti di Capo Verde o da unioni tra Guineensi e Portoghesi.

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“Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”

GIORNATA MONDIALE DELLA PACE. Messaggio di Papa Francesco

1°. Gennaio 2018

“Osservando i migranti e i rifugiati, questo sguardo saprà scoprire che essi non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono. Saprà scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti” (Papa Francesco)

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Auguri di buon Natale e di un felice Anno Nuovo ai nostri lettori!

E’ NATALE, Cristo è nato per noi, come non esultare insieme per celebrare questo grande mistero d’AMORE. Oggi la salvezza entra nei nostri cuori e ci rende persone nuove.  Oggi il Signore viene in ciascuno di noi, nasce in noi e ci fa rinascere.   Lasciamoci incontrare da Lui che è venuto nel mondo per abitare in noi, e per essere il nostro Salvatore. Lasciamoci trovare, toccare, accarezzare, e abbracciare dalla tenerezza che salva.

Affidiamo a Maria ogni realtà che viviamo perché come Lei ha accolto nel suo grembo il Dio che si è fatto carne possiamo anche noi accoglierlo e contemplare questo miracolo della bontà divina, che dilata i nostri orizzonti e i nostri cuori.

Il Signore vi benedica e giunga a ciascuno di voi il nostro più affettuoso augurio di BUON NATALE!

 

Madre Simona Brambilla, 

Superiora Generale,

Suore Missionarie della Consolata

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A scuola di carità

Le novizie ci raccontano la loro esperienza al Cottolengo di Torino: a scuola di carità, amore e passione verso i fratelli e sorelle bisognosi.

L’esperienza al Cottolengo per noi è stata una conferma della scelta di Dio per noi e la nostra scelta di essere religiose suore missionarie della Consolata. Siamo state colpite dall’amore e dalla passione con cui le lavoratrici e le sorelle si dedicano ad offrire i servizi ai malati senza risparmiare la loro forza. Il più grande comandamento: Amare Dio e il prossimo si sperimenta e vive in quel luogo.

La grazia di Dio non è mai mancata, perché con Lui abbiamo testimoniato che “i ciechi vedono, i sordi odono, i muti parlano gli storpi camminano”. È necessario stare con i ciechi perché solo i ciechi vedono realtà che non possono essere contemplate da coloro che hanno gli occhi. Per vederle è necessario stare con i ciechi perché solo i ciechi vedono. I sordi odono armonie che non possono essere ascoltate da coloro che hanno l’udito. Per sentirle bisogna mettersi in unità vitale con i sordi. I muti parlano una lingua che non è parlata da chi ha il linguaggio e sono essi che ci richiamano quella lingua che noi avevamo dimenticato e gli storpi ci conducono per le vie che avevamo smarrite.

Offrendo i nostri servizi ai malati, ai disabili e agli ospiti, come li chiamano, sentivamo le parole di Padre fondatore quando diceva alle prime sorelle che partivano per la missione, ‘ Voi non siete solo destinate per curare i corpi come fanno le altre suore negli ospedali; non solo per educare la mente come fanno nelle scuole, ma siete proprio per illuminare le anime e dar loro il battesimo. Ricordatevi della preziosità di questa grazia.’

Siamo entrate senza paura per donare e condividere la nostra vita con i poveri e gli abbandonati nella piccola casa della provvidenza al Cottolengo. Abbiamo ricevuto gratuitamente e ci siamo sentite chiamate di donare gratuitamente. Nella “ lavanda dei piedi ai discepoli”, come Gesù usava l’asciugamano per asciugare i piedi dei discepoli, anche noi dall’inizio abbiamo ricevuto il grembiule come segno del servizio. Il nostro servizio includeva, aiutare a fare i bagni, fare i letti, accompagnare ai servizi, imboccarli ad essere accanto accarezzando e ascoltando quello che avevano da dire.

Seguendo Gesù maestro della vita, siamo state guidate dal suo insegnamento ed esempio. “Perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.” (Gv 6:38), e ancora “sono venuto a gettare fuoco sulla terra e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato e come sono angosciato finché non sia compiuto!” (Lc. 12, 49-50). Queste parole sono state forti e chiave nel nostro servizio. Uscire da noi stesse per incontrare gli altri ai loro livelli. L’obbedienza era nostra pane di ogni minuto collaborando per il benessere delle persone. Eravamo pronte di fare e andare dove ci mandavano senza dire niente. L’ esperienza chiedeva tanta pazienza e umiltà perche ogni giorno le lavoratrici cambiavano, e noi lavoravamo con nuove persone. Ognuna di loro aveva il suo modo di fare le cose e cosi i servizi sono diventati la scuola della vita, dove ogni giorno era per imparare senza dire; ‘ ieri abbiamo fatto così.’ Il servizio chiedeva la disponibilità e flessibilità di fare qualsiasi lavoro.

Offrendo il nostro servizio lì, la domanda principale era, come offro il mio servizio che mi identifica come una suora missionaria della Consolata? Passando al santuario della  Consolata ogni giorno, chiedevamo a lei di darci il coraggio e la consolazione da portare con noi ai nostri angeli al Cottolengo.

A partire dalle parole di Isaia 40:1; ‘Consolate consolate il mio popolo” Abbiamo visto come è possibile fare evangelizzazione consolando le persone senza parole ma con piccoli gesti, con le carezze e la presenza, che cambiano le vite.

Ogni persona è creata da Dio e ha bisogno di affetto sia lo zoppo, il disabile, la malata, i sordi e i ciechi. I miracoli del Signore sono tanti perché tutte queste persone che lavorano lì hanno un dono speciale di comunicazione e vicinanza. Che cosa noi abbiamo che non abbiamo ricevuto da Dio? (1cor 4:7) Dobbiamo ringraziare Dio per i cinque sensi che abbiamo e tutti funzionano bene ricordando che tante persone non li hanno dalla loro nascita.

La vista- richiama l’attenzione a vedere i bisogni dei nostri fratelli e sorelle.

L’udito- imparare a parlare con chi è un po’ sordo, con voce alta e anche chinarsi davanti a loro.

Gusto- mangiare i cibi con gusto. Se è tempo di mangiare sentiamo il gusto dei cibi ricordando che ci sono delle persone che si sostentano con i cibi da tubi.

L’olfatto- Educarci a perseverare nel lavoro nonostante gli odori è non avere paura di sporcarci le mani come Papa Francesco sempre ripete, e prendere l’odore delle pecore.

Tatto- Accarezzare, stringere la mano, aiutare…

Come anche  Padre fondatore dice, che mai andava a dormire con il pensiero che cosa mangerà domani perche lui sempre aveva fiducia nella divina provvidenza. Abbiamo visto quante persone di buona volontà  aiutano i poveri al Cottolengo nel servizio materiale. Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. (Mt 18:10)

Gesù si è fatto obbediente fine alla croce; il servizio umile è donare noi stessi agli altri senza scegliere il posto e il lavoro. Noi siamo chiamate come religiose a continuare la missione di Gesù. (Fil. 2) Umiliando noi stesse e cercando di avere i sentimenti di Gesù con preghiera siamo andate a condividere la nostra vita con gli altri entrando nella loro vita in diversi modi. Vogliamo chiedere al Signore perdono per tante volte che ci siamo lamentate senza consapevolezza.

“Andate; ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10:3) Siamo andate con cuori aperti per ricevere e donare.  Cuori aperti per imparare a fare qualsiasi servizio anche quello che mai abbiamo fatto nella nostra vita. Siamo tornate piene di gioia come i discepoli di Gesù e molto ricche nei nostri cuori. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo… Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!». La piccola casa del Cottolengo è stata una terra santa per noi e, per offrire i nostri servizi, dovevamo togliere i sandali dai nostri piedi  perché fossero  capaci  di toccare la carne di Cristo. (Esodo 3:1-6)

Novizie MC

 

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Giovani coreani, studiosi e amanti della bellezza

Uno sguardo alle nuove generazioni della Corea del Sud

Di quali giovani parlare? Qui le cose cambiano rapidamente: chissà che tipo di giovani avremo fra 10 anni! Chi ha più di 50 anni, quando era giovane, ha dato tutto per il “miracolo economico” della Corea. I 40enni sono gli eroi della lotta contro la dittatura militare. I 30enni hanno avuto la vita più facile: la nazione era diventata ricca e le famiglie molto piccole. I 20enni hanno avuto la vita ancora più comoda ma adesso fanno fatica a trovare un lavoro e spesso rimandano matrimonio e figli perché l’economia non tira più come prima. Chi ha meno di 20 anni è sicuramente cresciuto con un telefonino in tasca e il computer davanti al naso.

Però, c’è un’esperienza che li accomuna tutti, e per quanto ne so, lo stesso capita per i Paesi di cultura confuciana (Cina, Giappone, Taiwan, Singapore, Hong Kong): la scuola!

Fino all’asilo i bambini possono fare quello che vogliono, nessuno li rimprovera. Ma dalla prima elementare vengono “intruppati” nel sistema e da quel momento è solo studiare, studiare e studiare. E fare tutto il possibile per essere ai primi posti. Qui l’educazione è intesa così: “L’allievo è un contenitore vuoto che deve essere riempito dal maestro!”. E la scuola normale non basta. Appena finito si va alle cosiddette “Accademie” per approfondire Inglese, Matematica, Piano, ed altro. È normale per uno studente coreano uscire di casa al mattino alle 7 e ritornare alla sera alle 10 o alle 11.

Molti anni fa, durante le mie prime esperienze di confessione in coreano, avevo capito che quando mi parlavano in modo comprensibile erano peccati normali, quando invece parlavano difficile con molti vocaboli di origine cinese erano cose grosse. Un giorno venne una ragazza e mi disse: “Io sono ko sam!”. Per stare sul sicuro le dissi: “Quella roba lì non farla mai più”! Che errore! Anche il più sprovveduto dei Coreani sa benissimo che ko sam vuol semplicemente dire: “Sto frequentando il terzo anno delle superiori e mi preparo all’esame di entrata all’università per cui non esco di casa, non vado con gli amici, non vado a Messa, e dal mattino alla sera solo studio!!!”. Dal mattino alla sera è un eufemismo: sulle pareti di molte scuole c’è questa scritta: “Più di 4 e non ce la fai!” Cioè: “se dormi più di 4 ore per notte quando prepari questo esame non ce la farai a passarlo!”.

Questo esame determina tutta la tua vita futura, chi sarai, quanto guadagnerai, che amici avrai. Accedere a una università di prestigio è come entrare in un club esclusivo, e indipendentemente dai risultati e dalle materie scelte, i membri della stessa università si aiutano tra loro, ti assumono nella loro ditta, ti aiutano a far carriera.

Tutta questa pressione e competitività, a cui si è aggiunto di recente il fenomeno del bullismo, è spesso causa di un grande numero di suicidi tra i giovani.

Ma non dimenticate che i giovani che escono da queste scuole saranno poi i dirigenti della Samsung, LG, Kia, Hyundai. E che questi giovani così legati alla loro terra e cultura diventeranno quegli imprenditori che non esitano un attimo a trapiantare la loro piccola azienda, se qui non è più competitiva, in Cina, Indonesia o America Latina.

 

Vincenzo, missionario oblato di Maria Immacolata, italiano, che lavora molto nel sociale, mi parlava dell’emergenza nascosta di almeno 200.000 ragazzi scappati di casa e mi descriveva la tipologia delle varie epoche. Un tempo c’era la generazione del “doposcuola”: ragazzi poveri che avevano bisogno di essere aiutati con lo studio per uscire dalla povertà. Quando la società si è arricchita, è arrivata la generazione del “rifugio”: ragazzini che magari scappavano di casa per conflitti familiari, ma ancora capaci di ascoltare l’autorità e di farsi aiutare, solo cercavano un rifugio (shelter) dove poter stare. Adesso c’è la generazione del “telefonino”: per loro è importante solo il momento presente. Perché studiare o sforzarsi di migliorare? Adesso vivo e il mio orizzonte è quello che posso godere in questo momento! Sì, questa è l’emergenza, ma non è lontanissima dal sentire del giovane medio.

I giovani coreani amano lo sport, e il baseball, che è lo sport più popolare, riempie gli stadi. Sono molto popolari le bands di teenagers che cantano e ballano, per non parlare delle telenovelas e dei film locali. Questi cantanti e attori sono popolarissimi anche nel resto dell’Asia, tanto che è stata coniata una nuova parola: Hallyu, cioè l’onda culturale coreana che si spande per l’Asia. E non dimentichiamo il Karaoke (qui si chiama Norepang!), uno dei divertimenti più popolari in Corea. E, in questo momento, quello che corrisponde alle nostre pizzerie sono i ristorantini di pollo fritto e birra, sempre pieni di giovani universitari.

In Italia tutti sono orgogliosi di sfoggiare la tintarella. Le ragazze coreane invece no. La sfida è essere più bianche delle altre. E allora quando splende il sole tutte in giro con l’ombrellino o un cappello a larghissime tese. E poi creme sbiancanti e creme antisolari. La bellezza qua è un valore importante, quindi le vedrete sempre truccate in modo impeccabile. Dal resto dell’Asia vengono in Corea per fare shopping di cosmetici locali che sono molto rinomati. E non parliamo della chirurgia plastica: molte volte il regalo dei 18 anni o per aver passato l’esame di ammissione all’università è proprio un ritocchino al naso, al mento o agli occhi!

E in Chiesa? Purtroppo adesso sembra di essere in Europa: i giovani sono molto rari. Fino al 2000 non era così. Ma poi, va’ a sapere, la denatalità (che è peggiore di quella italiana), il benessere o forse “la notte della cultura occidentale” è arrivata anche qui. Sta di fatto che dal 2000 le vocazioni religiose, una volta abbondanti, sono crollate drammaticamente, e anche quelle per il sacerdozio diocesano stanno mostrando segni di crisi.

Ma mai disperare, i Coreani possono essere tutto e il contrario di tutto, questo popolo ha fatto stupire il mondo in più di una circostanza, e sono sicuro che i nostri giovani sicuramente ci stupiranno!

P. Giampaolo Lamberto, IMC

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Riconosciuto il Martirio di suor Leonella!

“Vogliamo esprimere tutta la nostra gratitudine al Signore che vuole farci dono del riconoscimento del martirio e della santità di un’altra delle sue figlie, Leonella! Oggi è il giorno del Grazie!

Grazie a Dio, alla Consolata, al Fondatore che ci donano la gioia di riconoscere in Sr. Leonella una sorella che ha vissuto in pienezza il nostro carisma, fino alla fine, nella testimonianza di una vita consegnata nel perdono!”

Con queste parole, Suor Simona e Padre Stefano, superiori generali degli Istituti Missionari della Consolata, esprimono la gioia di tutta la famiglia consolatina per la splendida notizia di mercoledì 8 novembre: Papa Francesco con un decreto ha riconosciuto ufficialmente il Martirio della Serva di Dio suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata, morta a Mogadiscio, Somalia, in odio della fede, il 17 settembre 2006.

Suor Leonella nasce a Rezzanello, in provincia di Piacenza, nel 1940. Entra nell’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata a 23 anni e dopo la prima formazione e gli studi infermieristici, è destinata alla missione del Kenya, dove lavora nel campo sanitario e nella formazione delle giovani che si preparano come infermiere. Sempre si è distinta per la sua generosità e l’entusiasmo, e per una continua ricerca di una risposta d’amore totale al Signore che lei amava profondamente.

Nel 2002 inizia il lavoro in Somalia nella scuola per infermieri sostenuta dal SOS: il sogno è dare speranza a un paese flagellato da decenni di Guerra, attraverso la formazione di giovani che possano avere cura delle mamme in gravidanza, dei bambini che nascono, dei malati da curare.

Nel 2006 il primo gruppo di studenti riceve il titolo di studio, destando sospetti e preoccupazioni tra i fondamentalisti islamici. Domenica 17 settembre, a mezzogiorno, un killer uccide Suor Leonella con sette colpi di pistola. Nel tentativo di salvarla, anche la guardia del corpo che la accompagnava muore. Le sue ultime parole sono state: “Perdono, perdono, perdono”.

Il Capitolo Generale del 2011 decide di presentare la causa del riconoscimento del martirio di suor Leonella: nel 2012 inizia il processo diocesano. Nel 2016 la potulatrice, suor Renata Conti, consegna la Positio alla Congregazione per le cause dei Santi. Quest’anno il Congresso dei Teologi riconosce il martirio in odium fidei a cui segue il riconoscimento del Congresso dei Cardinali. Ed ora, la lieta notizia del decreto di Papa Francesco! Bisogna ricordare che le cause dei martiri non hanno bisogno di un miracolo per giungere alla beatificazione, per questo il processo consiste nel riconoscimento della morte a causa dell’odio verso la fede cattolica.

 

Concludiamo con le parole dei Superiori Generali: “Che l’itinerario che ci porterà alla Beatificazione possa diventare per noi tutti occasione di rinnovato slancio missionario, nella semplicità, nella carità fraterna, nella gioia evangelica, nella radicalità del dono di vita implicito nella nostra vocazione missionaria ad gentes!”

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Quattro chiacchiere con… suor Natalina

Intervista a suor Natalina Stringari, missionaria della Consolata brasiliana

Quando senti la parola missione, qual é la prima cosa che ti viene in mente? 

Quando sento la parola missione, la prima cosa che mi viene in mente è l’annuncio di Gesù, del suo amore che salva, della sua misericordia e compassione verso tutti. Ma mi  vengono in mente anche le culture, le diversità, le ricchezze, le sofferenze, le speranze, le gioie di ogni popolo… Questi popoli che anche senza saperlo sono gia stati salvati da questo Amore del Figlio Gesù, ma bisogna che qualcuno Lo renda conosciuto.

Secondo te, qual é la priorità oggi della missione? 

Secondo me, la priorità della missione oggi, è che la Chiesa, nella persona di ogni battezzato, di ogni cristiano/cristiana, sia vicina a tutte le persone e sappia testimoniare, anzitutto con le sue scelte di vita e con i suoi atteggiamenti di rispetto, il Volto misericordioso di Gesù, del Padre. Questa deve essere la missione della Chiesa, verso tutti, senza la condizione della conversione, perché è la Salvezza che diventa condizione possibile di conversione, proprio perché la persona ha fatto l’esperienza di sentirsi accolta e amata incondizionatamente. Una Chiesa che non ostenta alcun potere, ma che è vicina alle persone, in umiltà e tenerezza; la missione non va vissuta nella potenza perché Gesù stesso si è rivelato, non con potenza, ma nella piccolezza, tenerezza e umiltà di un bambino, nel segno insignificante e nascosto del pane e del vino, nello spogliamento e fallimento della croce. Nel vivere la missione ogni cristiano/a, ogni missionario/a è chiamato ad aiutare le persone a scoprire questo volto di Gesù, ma è anche chiamato a scoprire nel volto di ogni persona quello di Gesù; a scoprire i Segni del Regno gia presente nelle stesse realtà dove vive la sua chiamata.

Raccontaci un episodio della tua vita missionaria che ti ha dato tanta gioia.

Mi è difficile identificare UN episodio che mi ha dato tanta gioia perché in questi 25 anni di vita missionaria ho perso il conto degli innumerevoli momenti di gioia che hanno segnato la mia vita, anche, talvolta in mezzo alle sofferenze e le difficoltà. Ma condivido uno particolarmente interessante: quando sono arrivata in Guinea Bissau, nell’anno 2000, sono stata subito destinata alla comunità di Bubaque, nelle isole Bijagos. Andavo con una ferma convinzione: in qualunque luogo sarei andata il Signore era già là, a precedermi e accogliermi per vivere con me questa “avventura missionaria”. Quando stavo arrivando, ancora sul barcone con il quale avevamo fatto alcune ore di viaggio sull’Atlantico, ho visto due mie consorelle e un gruppo di persone della comunità che mi aspettavano, con gioia, sulla sponda. In quel momento ho fatto l’esperienza dell’accoglienza e della certezza che il Signore mi aveva preceduta e ho detto tra me: “ecco Gesù mi aspetta  e mi accoglie attraverso queste sorelle e queste persone”, perché Egli si sta manifestando concretamente. E questa certezza mi ha riempito il cuore di gioia e gratitudine e mi ha accompagnato nel cammino, fino a oggi. Quando penso che alcune di quelle persone non erano cristiane mi stupisco ancor di più perché questo è un segno per noi Missionarie della Consolata chiamate a vivere la missione tra i non cristiani.

Se oggi, dopo 25 anni di consacrazione religiosa missionaria, potessi ritornare indietro all’inizio della tua vita missionaria, cosa non faresti? E cosa invece sicuramente rifaresti? 

Forse cercherei di non fare le cose che considero di aver fatto in modo sbagliato, sebbene so che anche questo fa parte del cammino, perché dagli errori o sbagli si impara di più che non quando le cose sembrano andare in modo perfetto. Poco a poco nella mia vita religiosa-missionaria ho scoperto che non dovevo essere perfetta per vivere con autenticità, ma piuttosto vivere in semplicità, intensità e gioia con sempre più coscienza che, parafrasando le parole di nostro Fondatore Allamano, “non stavo facendo un favore a Dio ma che invece è Lui che mi ha aggraziata con il dono della vocazione religiosa e missionaria”.

Dopo questi 25 anni di consacrazione continuerei la strada percorsa con la stessa fiducia e la stessa Grazia che ho avuto momento per momento. La missione ha cambiato la mia vita, mi ha sfidata a offrire il meglio di me stessa; il contatto con sorelle di diverse provenienze e con popoli e realtà culturali molto diverse della mia, ha arricchito la mia vita in un modo sorprendente. Di tutto questo sono riconoscente a Gesù, alla Consolata e a ogni persona che ho incontrato lungo il cammino.

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CHE BELLA SIGNORA!

Il 13 ottobre di quest’anno si celebra il centenario dell’ultima apparizione della Madonna, la sesta, ai tre pastorelli di Fatima: Lucia dos Santos e i cuginetti Francesco e Giacinta Marto, tutti nati ad Aljustrel, minuscola frazione di Fatima. Come spesso accade, la Madonna scelse per le sue apparizioni un luogo povero e dimenticato, la Cova di Iria, una zona poco distante dal paese di Fatima, in Portogallo. I depositari dei suoi messaggi sono, anche questa volta, delle persone semplici, umili e illetterate.

La Vergine Maria apparve sei volte ai pastorelli, ogni 13 del mese, da maggio ad ottobre del 1917, (tranne che nel mese di agosto, perché i bambini vennero “imprigionati” dal Sindaco dal 13 al 15; la visione avvenne il 19) col rosario in mano e presentandosi come la Madonna del Rosario. Era un momento cruciale per l’Europa, devastata dalla prima guerra mondiale. Maria chiese ai pastorelli se volevano “offrirsi” a Dio per la pace del mondo e per impetrare la conversione dei peccatori, che tanto “offendono il Cuore di Gesù e il mio stesso cuore”. I pastorelli risposero senza esitare: “Lo vogliamo”. Nelle sue apparizioni Maria apriva sempre le sue mani e riversava sui pastorelli una luce intensissima, la luce stessa di Dio.

Durante l’apparizione solo Lucia aveva conversato con la “Signora”, Giacinta aveva sì udito le parole, ma non aveva parlato; Francesco non aveva neppure udito quello che la “Signora” diceva. “Da dove venite?”, le aveva chiesto Lucia. “Il mio Paese è il Cielo”, aveva risposto la bella “Signora”, chiedendo loro di tornare in quel posto sei volte di seguito.

Francesco aveva allora 9 anni; in molte delle situazioni delle apparizioni a lui toccò l’ultimo posto, ma mai si lamentò di questo, riconoscendo con semplicità la cosa come normale. Di poche parole, il pastorello ebbe nondimeno un grande influsso sull’atteggiamento delle due compagne, che lo vedevano serio e riflessivo in tutto, sempre pronto a scegliere le mansioni più umili.

Il suo carattere riservato gli faceva preferire di pregare da solo: spesso lasciava con una scusa le amiche e si ritirava in qualche luogo solitario, oppure in chiesa, vicino a “Gesù nascosto”, ove rimaneva ore ed ore a “pensare”, come lui stesso si esprimeva per indicare la preghiera. Ma a che cosa pensava il pastorello? “Io penso – diceva – a consolare Nostro Signore, che è afflitto a causa di tanti peccati”. Questa ansia di riparazione che si innestava su una natura così ben disposta alla compassione e al sacrificio, diverrà l’anima della vita spirituale di Francesco.

All’inizio del 1918 Francesco cadde gravemente ammalato, colpito dall’influenza detta “spagnola”. Verso i primi di aprile la sua salute peggiorò: volle confessarsi e ricevere la comunione. Lucia gli disse: “Francesco, questa notte tu andrai in paradiso; non dimenticarci”. “Non vi dimenticherò”, rispose egli debolmente.

Il giorno seguente lo passò pregando e chiedendo perdono a tutti. In tarda serata, improvvisamente disse alla mamma che lo assisteva: “Mamma, guarda che bella luce là, vicino alla porta…”. Poco dopo il piccolo pastorello di Aljustrel andò a contemplare in cielo quel “Gesù nascosto”, che aveva tanto amato in terra.

Giacinta, di appena 7 anni, era la più vivace dei tre bambini. Quando vide per la prima volta la S.Vergine, battendo le mani, esclamò, come fuori di sé: “Che bella Signora! Che bella Signora!”

L’apparizione del mese di luglio fu certamente quella che più si impresse nell’animo di Giacinta. Le parole della Madonna, che chiedeva sacrifici per i peccatori, e la visione dell’inferno nel quale essi cadono, polarizzarono tutti i suoi sentimenti e le sue aspirazioni. La bambina spensierata, giocherellona ed anche un po’ scontrosa, divenne da quel giorno riflessiva ed impegnata. Dopo le apparizioni, ella recitava il rosario lentamente, con grande attenzione, riuscendo ad ottenere, con il suo bel garbo, che tutte le sere fosse recitato anche in casa sua. Oltre alla preghiera, Giacinta si diede con grande impegno alla mortificazione, seguendo l’invito della Madonna. Ogni occasione era buona per fare sacrifici, come l’offerta della propria merenda ed anche del proprio pasto ad alcuni bambini poveri.

La visione dell’inferno l’aveva spaventata moltissimo: non per sé, che sapeva sarebbe andata in Paradiso perché la Madonna lo aveva promesso, ma per i peccatori. A volte esclamava: “Perché la Madonna non mostra l’inferno ai peccatori?… Se essi lo vedessero non farebbero più peccati e non vi cadrebbero”.

Già durante la malattia di Francesco, Giacinta era stata colpita dalla febbre spagnola. Ella tuttavia non fece pesare la propria infermità sui suoi cari, cercando di far convergere le loro attenzioni sul fratellino più grande di lei. Un giorno la pastorella disse a Lucia che la Madonna era venuta a visitarla nella sua stanzetta: “Ella mi ha detto che andrò a Lisbona, in un altro ospedale, che non rivedrò più né te, né i miei genitori e che, dopo aver sofferto molto, morirò da sola. Mi ha detto anche di non aver paura, perché ella stessa verrà a prendermi per il Cielo”. Giacinta, infatti, spirò a Lisbona il 20 febbraio del 1920.

Dopo quest’anno, dei tre pastorelli che avevano visto la Madonna, solo Lucia era rimasta su questa terra. A lei la Madonna, apparendole ancora una volta nel 1925, affidò il compito di diffondere nel mondo la devozione al suo Cuore Immacolato. Questa visione fu decisiva per il suo avvenire. Nel 1925 entrò fra le suore di Santa Dorotea e nel 1948 passò tra le Carmelitane Scalze di Coimbra, assumendo il nome di suor Maria del Cuore Immacolato, in omaggio alla missione a cui si sentiva chiamata. Lucia morì a Coimbra in tarda età, a 98 anni, nel 2005.

Come sappiamo, Francesco e Giacinta sono stati dichiarati santi, i primi bambini non martiri a salire sugli altari, il 13 maggio scorso. Anche per Lucia è stato avviato il processo di canonizzazione, la cui fase diocesana si è chiusa a Coimbra nel febbraio scorso.

di suor ANNAMARIA CERI

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