Verità o profezia?

Il testo di Isaia è l’invito a una fiducia in Dio che non pretende di capire tutto, di tenere tutto sotto controllo, e neppure di vedere segni prodigiosi. È qualcosa di estremamente vicino allo spirito del vangelo.

Capita, a volte, che diamo a un episodio della nostra vita, a un brano letto, a una persona incontrata, un significato che poi, col passare del tempo, dobbiamo correggere con un altro sentito più appropriato. Può succedere, però, che a quel primo significato fosse stato legato un grande valore. Può accadere anche a brani biblici, e qui può diventare più difficile decidere come comportarsi riguardo ai due sensi possibili del testo, magari anche molto lontani tra di loro.

Tra gli episodi del genere, spicca nella storia dell’interpretazione biblica cristiana un passo del profeta Isaia.

Un re angosciato

Anche se gli elementi storici e le datazioni possono essere discusse, pare che nel capitolo 7 del libro di Isaia ci si ponga nei primissimi anni, forse mesi, del regno di Acaz, che vive certamente in un contesto storico difficile. Appena salito al trono, infatti, si trovò probabilmente in un gioco internazionale più grande di lui. Dal nord minacciava di scendere l’esercito assiro, tremendo e irresistibile. I re di Samaria e di Damasco, vicini di Giuda, cercano di fare fronte comune per provare a resistere con le armi, ma il giovane re non sembra convinto a lanciarsi in una guerra contro gli invincibili nemici di Mesopotamia. Il calcolo politico era probabilmente giusto, ma i vicini premevano e decisero di invadere la Giudea per sostituire il re con qualcuno disposto a collaborare.

Che fare? Cedere a Samaria e Damasco significava condannarsi a una probabile pessima fine militare (cosa che in effetti accadrà ai due vicini), ma resistere comportava di dover affrontare due vicini più forti di Giuda.

È in questo contesto che arriva il profeta a parlare al re, invitandolo sostanzialmente a confidare nella vicinanza divina.

Una promessa sfuggente

Il profeta è tanto sicuro dell’appoggio di Dio da spingersi a offrirne un segno al re. Questi, così, si trova ancora più vincolato nelle sue decisioni. Se chiede a Dio un segno e questo giunge, sarà costretto a seguire le indicazioni del profeta. Ma come potrebbe rifiutarsi? Se arriva un aiuto e non lo si accetta, l’esito è di rompere anche con chi quell’aiuto aveva offerto.

Ma è un segno in sintonia con ciò che Dio fa in tutta la Bibbia, nella quale non ama mai presentarsi in modo schiacciante, senza lasciare spazio alla libertà dell’uomo.

Acaz tenta di sottrarsi a questa stretta in un modo elegante: «Non chiederò un segno a Dio, non voglio tentarlo» (Is 7,12). Si tratta di un’espressione di fede, di per sé, per evitare di costringere Dio a esprimersi. Ma siccome Dio aveva già dichiarato la propria disponibilità, rifiutarne il segno implica di voler fare senza Dio, e si comprende l’ira del profeta, il quale, però, non se ne va sdegnato, ma offre lo stesso al re un segno: «Siccome non chiedi un segno, te lo darà Dio stesso: la almà concepirà e partorirà un figlio» (Is 7,14).

Chi è la almà? La parola, in ebraico, indicava una donna dalla sua prima mestruazione al suo primo parto. Si pensa che questa donna fosse la giovanissima regina del giovane re. La nascita di un erede avrebbe potuto essere il segno che Dio non abbandonava il regno, che garantiva una continuità alla dinastia. Certo, si trattava di un segno fragile, debole, perché il neonato avrebbe dovuto diventare grande, prima di poter essere utile. Ma è un segno in sintonia con ciò che Dio fa in tutta la Bibbia, nella quale non ama mai presentarsi in modo schiacciante, senza lasciare spazio alla libertà dell’uomo. Insomma, pare proprio che quel tipo di promessa sia in accordo con il carattere di Dio in tutta la sua storia con il popolo d’Israele. È un segno, non la sicurezza o la garanzia di salvezza, un semplice segno che può indicare che di Dio ci si può fidare.

Tempi e traduzioni…

Molti secoli dopo gli ebrei decidono di tradurre in greco il loro testo sacro, che ormai non è comprensibile a troppi credenti. Il lavoro è lungo e complicato, e comporta anche alcuni scogli particolarmente difficili. Ad esempio, come tradurre almà? Il greco (come peraltro l’italiano) non ha una parola che indichi esattamente la stessa cosa. I traduttori scelsero quindi di privilegiare la parola che sembrava più vicina, ossia parthenos, “vergine”.

L’esito non è però lo stesso: annunciare che la giovane donna avrebbe concepito e partorito un figlio maschio, se l’annuncio era rivolto alla regina, era una promessa non scontata ma relativamente facile da adempiere. Promettere che a concepire e partorire sarebbe stata una vergine implica di spostare l’accento dal non scontato al miracoloso. D’altronde, l’esistenza di Acaz e le minacce assire erano ormai lontane nel tempo, non significative per i lettori greci.

L’intervento divino, così, si sposta dal piano della storia a quello (apparentemente) della fine del mondo, di un darsi di Dio assolutamente straordinario e prodigioso. I lettori degli ultimi secoli prima di Cristo pensavano probabilmente che si trattasse di una promessa che non poteva compiersi nella storia, ma solo in paradiso o poco prima.

Ma quando i cristiani iniziano ad annunciare il vangelo, e insistono sul fatto che Giuseppe non sia il vero padre di Gesù, quel testo di Isaia torna a parlare in modo straordinario, come una profezia precisa di ciò che era accaduto nella nascita del Signore.

Chi ha ragione?

Per generazioni si dimenticò la prima interpretazione del testo di Isaia, che però ritornò in auge quando, negli ultimi secoli, si riprese a leggere i testi biblici con più attenzione alla storia e al modo antico di narrarla. Per i nostri tempi, però, la questione diventa spinosa.

Isaia 7,14 ci invita a confidare in Dio nonostante i segni fragili della sua presenza, ma insieme anche a restare aperti a un suo donarsi straordinario, miracoloso, che non entra in contraddizione con il suo stile più consueto ma piuttosto lo compie.

Non c’è dubbio che il primo modo di interpretare il testo di Isaia sia quello storicamente più probabile, in qualche modo quello vero. Ma non si può neppure dimenticare che tantissimi credenti di moltissime generazioni hanno creduto di vedere in quel brano un anticipo della nascita reale di Gesù: dobbiamo dire che si siano semplicemente sbagliati?

Conviene piuttosto ammettere che, come in un’opera d’arte, i testi biblici sopportano, e a volte addirittura pretendono, una lettura molteplice, a più livelli. Il testo di Isaia è l’invito a una fiducia in Dio che non pretende di capire tutto, di tenere tutto sotto controllo, e neppure di vedere segni prodigiosi. È qualcosa di estremamente vicino allo spirito del vangelo.

Nello stesso tempo, la maggior parte delle generazioni credenti che ci hanno preceduti hanno visto in quel testo la previsione straordinariamente precisa e prodigiosa della nascita di Gesù. Non si può negare che anche loro si pongano in piena sintonia con il vangelo, che in effetti, per bocca di Matteo e Luca, narra un concepimento straordinario di Gesù, non ad opera di Giuseppe.

C’è da scegliere? Forse no. Come in una poesia che ci parla della eleganza raffinata ma effimera di una rosa, ma nel contempo allude anche alla bellezza mondana che svanisce, così Is 7,14 ci invita a confidare in Dio nonostante i segni fragili della sua presenza, ma insieme anche a restare aperti a un suo donarsi straordinario, miracoloso, che non entra in contraddizione con il suo stile più consueto ma piuttosto lo compie.

Così resteremo aperti anche noi al darsi di Dio nella nostra vita in modalità in gran parte già suggerite, ma nello stesso tempo non prescritte in modo definitivo. Dio, come l’essere vivente che lui è, può sempre sorprenderci.

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Il principio e l’umano

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola…

Rispetto a ciò che potremmo immaginare, Gesù prende raramente posizione riguardo al matrimonio; quando lo fa, è perché è chiamato in ballo dai suoi avversari.

Che in un caso sembrerebbero davvero aver architettato (o essersi trovato tra mano…) un inganno fantastico.

Una trappola astuta

All’inizio del capitolo 8 del vangelo secondo Giovanni veniamo a sapere che scribi e farisei, volendo evidentemente mettere ancora alla prova Gesù, gli portano un caso scottante. Una donna adultera, sorpresa sul fatto.

In tutti i tempi ci sono persone che, molto spesso in assoluta buona fede, intendono difendere i principi e si vedono per questo costretti a punire le persone. La ragione è evidente: se è vero che una legge è buona e giusta, va fatta rispettare. La si può motivare, si può invitare ed esortare a rispettarla, ma se poi viene violata, occorrono le pene. Altrimenti, ritengono, tutto viene messo sullo stesso piano, relativizzato, ossia svenduto.

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola… Può darsi che i suoi avversari pensassero che così facendo si comportava da “populista”, che si faceva vedere buono soltanto perché non aveva responsabilità. E gli servono un piatto avvelenato.

Perché l’adulterio non era solo un peccato tra tanti: le violazioni contro il matrimonio, simbolo dell’amore di Dio per l’uomo, erano trattate in modo particolare duro. Chi veniva colto sul fatto doveva essere lapidato, la legge era chiara.

Quindi Gesù si trova di fronte a una scelta complicata: o condanna la donna, rispettando la legge ma giocandosi (così pensano) il favore della gente, oppure si mette contro Mosè, contro il volere di Dio. Chissà se è per questo che Gesù subito non risponde, mettendosi invece a scrivere per terra (da quando è stata scritta questa pagina, generazioni di commentatori si sono chiesti perché o che cosa scrivesse, e ancora ce lo chiediamo).

Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica.

Una risposta altrettanto astuta

Di fronte all’insistenza dei suoi avversari, che forse pensavano di averlo messo all’angolo, Gesù finalmente alza la testa e reagisce con una delle risposte più fulminanti dei vangeli: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv 8,7).

Parla solo della prima pietra, non è necessario che siano tutti perfetti. Ma sembra ricordare che l’umanità è soggetta all’inciampo, e chi ha bisogno di misericordia non può che invocare misericordia non solo per sé.

E mentre Gesù abbassa di nuovo la testa e riprende a scrivere sulla sabbia (l’unica volta nei vangeli in cui si dica che Gesù scrive: non poteva utilizzare un materiale più duraturo?), uno alla volta tutti se ne vanno, incominciando dai più anziani, ossia da coloro che, si poteva immaginare, avevano avuto più tempo per perfezionarsi, per arrivare alla pienezza di una vita senza peccato; ma anche coloro che, dall’alto della loro esperienza, sapevano che non si sarebbe trovato nessuno in grado di lanciare quel primo sasso.

Il giudizio del perfetto

Dopo un po’ sulla scena restano soltanto Gesù e la donna. Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica. A ben vedere, gli avversari di Gesù avrebbero potuto accusarlo di non essere del tutto onesto: si può benissimo non essere perfetti pur sapendo che cosa sarebbe la perfezione, e non si può nascondere che il peso dei peccati è diverso, l’adulterio è un peccato ben grave. Ma intanto i suoi avversari sono spariti. In piazza, solo una donna colta in adulterio e Gesù. Il quale finalmente si alza in piedi, magari la guarda negli occhi: «Donna, e gli altri? Dove sono finiti? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». Certo, nessuno può dirsi perfetto, non ci voleva molto a capirlo. Anche la donna, di sicuro, quando ha sentito quella condizione, poteva essersi sentita salva. A meno che…

Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento.

In realtà, a ben pensare, e i lettori del vangelo lo sanno bene, in quella piazza una persona senza peccato c’era. Fin dall’inizio. E adesso è ancora lì, davanti alla donna. Se Gesù volesse, la prima pietra è sua. «Neanch’io ti condanno».

Sembra di sentirli, tutti i tutori dell’ordine, che si scagliano contro tanto lassismo, relativismo, leggerezza: «In questo modo si viola la legge di Dio, che non viene più rispettata. Dispiace essere duri, ma è la condizione per salvaguardare il principio della fedeltà nel matrimonio. Se si inizia a perdonarne una, come si potrà poi difendere la legge buona?»

«Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). Ecco il secondo colpo di genio, che quasi non si nota, come nei fuoriclasse. Non peccare più. Con due frasi Gesù è riuscito a dire, insieme, che l’adulterio è peccato, che non è una leggerezza, che non è bene. Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento. Tu hai peccato, donna, non hai fatto il tuo bene, non è bene ciò che hai compiuto. Ma io non ti condanno. Solo, non peccare più, vivi nella pienezza, e sappi di essere stata accolta e perdonata comunque.

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Come in principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara.

Secondo i vangeli Gesù rimanda esplicitamente ai primi capitoli di Genesi quando lo vengono ad interrogare riguardo a una questione che era discussa tra i rabbini del suo tempo: in quali casi è lecito ripudiare la propria moglie (Mt 19, 3-9)?

Contesto

Il vangelo dice che dei farisei si avvicinano a Gesù “per metterlo alla prova”. Non è detto che l’intenzione fosse del tutto cattiva. Di fatto, il modo con cui entrano nel discorso assomiglia moltissimo a come i rabbini impostavano i loro confronti. L’abitudine non era di porre direttamente la domanda, ma di arrivarci da lontano: la persona colta avrebbe già capito dove portava il discorso e sarebbe arrivata direttamente al dunque. Insomma, provano a vedere se Gesù può ragionare con un dottore della legge alla pari.

Può anche darsi che l’intenzione fosse invece più cattiva: Gesù si era presentato in veste molto misericordiosa, guarendo molti (Mt 19,1-2), e forse vogliono costringerlo a prendere una posizione su una questione controversa, mettendosi così inevitabilmente contro qualcuno, qualunque cosa dica.

La questione

Il tema era effettivamente dibattuto. Secondo la legge ebraica, qualora il marito trovasse nella moglie qualche motivo di lamentela, poteva ripudiarla e la donna avrebbe dovuto tornare alla casa di suo padre, a patto che questi la riaccogliesse. (Non era però una possibilità concessa alla donna). Si discuteva su quale motivo fosse sufficiente per il ripudio.

Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Gesù, che aveva la fama di essere molto lassista nell’applicazione della legge, per una volta la rende più dura: in principio quella legge non c’era, Dio ha deciso di unire l’uomo e la donna per sempre, ed è solo la cattiveria dell’uomo ad aver spinto Mosè a introdurre quella norma. Il matrimonio è per sempre, e un secondo matrimonio è quindi un adulterio.

Il principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara. Dio ha fatto le cose bene, per far vivere bene l’uomo, e se l’uomo ha modificato le indicazioni di Dio non può che vivere male. Per migliorare la propria condizione l’uomo deve semplicemente tornare a comportarsi secondo ciò che Dio ha progettato all’inizio. A essere importante non è innanzi tutto rispettare Dio e la sua volontà, ma vivere bene, e questo è possibile se si segue ciò che Dio ha sognato per l’uomo fin dall’inizio.

Non è difficile vedere che, negando la possibilità di un divorzio, Gesù non ha voluto imporre un’altra legge dura e intollerabile (altrimenti anche lui si sarebbe esposto alla critica che muove ai dottori della legge: «Caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»: Lc 11,46). Quando Gesù si trova di fronte a persone che non sono state capaci di vivere all’altezza della legge, non le condanna, pur richiamandole a vivere secondo la legge, perché fa vivere bene (basti pensare all’adultera che salva dalla lapidazione: Gv 8,3-11). Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Il regno di Dio

Ma l’episodio in realtà non è finito. I discepoli di Gesù, infatti, iniziano a scuotere la testa: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10). Certo, se penso che con il matrimonio acquisto uno strumento per la gestione della casa, e scopro di non potermene liberare quando inizia a guastarsi, non mi conviene fare quella spesa. Ma Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

E infatti Gesù, rispondendo ai discepoli, ammette che si poteva trattare di qualcosa di difficile da capire. In quel mondo, in quella cultura, la donna non aveva autonomia, ed è comprensibile che si fatichi a capire che invece quell’autonomia ce l’ha, la deve avere, deve essere incontrata come persona.

E per provare a farsi capire ricorre a un esempio che forse anche nella storia della nostra chiesa, nell’intenzione di allargarne il senso, è stato un po’ stravolto: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli» (Mt 19,12). Oggi ci è normale pensare che questa frase parli di coloro che non si sposano, ma sarebbe un’idea abbastanza strana, dal momento che Gesù sta cercando di chiarire la sua idea di matrimonio.

È evidente che Gesù vuole dire altro. Chi è eunuco non può unirsi a una donna. E questo può succedere per limiti congeniti o provocati dagli uomini. Oppure anche per altri motivi, per “il regno dei cieli”. Questo regno dei cieli è il mondo, la vita, così come l’ha sognata Dio, come l’ha progettata lui. È la vita ideale per gli uomini, che da Dio sono stati creati. Magari una vita non spontanea, non proprio come ci verrebbe naturalmente, ma la migliore vita possibile per l’uomo.

Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Chi è libero può guardare le donne intorno a sé, può fare loro la corte e cercare di conquistarle (il punto di vista è del maschio, ma potremmo serenamente completarlo, oggi, applicandolo anche alle donne). Una volta che sia sposato, però, dovrebbe diventare come eunuco per le altre donne, non le può più cercare. Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Non è da tutti capirlo, ammette Gesù. Ma chi lo capisce, vive già in un anticipo di paradiso.

Angelo Fracchia

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Il primo assassino

Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

I primi tre capitoli della Genesi presentano l’immagine dell’uomo così come è pensata dai saggi religiosi di Israele. In questa presentazione spesso si taglia fuori il quarto capitolo, che pure è come una conseguenza.

L’essere umano era nella piena comunione con Dio, ne ha diffidato e ha iniziato a diffidare innanzi tutto della donna, “osso delle mie ossa” che gli era accanto. Ma le conseguenze della sfiducia non finiscono lì, hanno portato alla frattura tra Dio e la natura (Gen 3,17) e conducono alla stessa sfiducia tra fratelli, che sfocerà nel primo omicidio. Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

Ma quel capitolo, come spesso succede, è ancora più ricco e profondo di quanto non sembri.

Antefatto

L’Israele che scrive la Genesi è un popolo sedentario, che però continua a rimpiangere i tempi antichi in cui era pastore e nomade. Quindi, quando parla dei nomadi, pastori, raccoglitori e cacciatori, li guarda con una certa simpatia, mentre se pensa ai costruttori di città, artigiani e coltivatori, li sente più infidi.

Questo serve a dire che già nella presentazione dei personaggi, ci si aspetta che Caino sia il cattivo. La sensazione (sbagliata) che il racconto sia “ingenuo” come i vecchi western prosegue nei versetti 3-5: Dio “gradisce” l’offerta di Abele e non quella di Caino: perché?

Il lettore moderno si chiede perché Dio sia così ingiusto. Ma in realtà è una domanda che si fa anche il lettore antico, è un interrogativo che il narratore vuole che ci facciamo, per scomodarci, per costringerci a prendere posizione. Un po’ come, nel vangelo di Luca, la parabola del padre buono (o del figliol prodigo: Lc 15,11-32), dove è l’ultima parte a non finire, a dare fastidio e a essere il cuore della parabola: che cosa farà il fratello maggiore? È il lettore a doverlo decidere, e la parabola vuole proprio rivolgersi ai “fratelli maggiori” della chiesa, sicuramente buoni e a posto ma chiamati a porsi con Dio in un rapporto non di schiavitù.

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Anche qui, la domanda passa al lettore, che in fondo si può identificare con Caino: perché Dio dovrebbe accettare un’offerta e non l’altra? Verrebbe addirittura da dire che è colpa di Dio se Caino ha ucciso Abele. A leggere in profondità, si può però notare quanto di questo capitolo sia giocato sui dialoghi. Solo un personaggio non parla, ed è Abele; e Dio parla solo a Caino. Insomma, il racconto pare dire che Dio privilegia l’offerta di qualcuno, ma ad un altro parla. I due fratelli sono diversi, ma non significa che Dio non abbia un rapporto particolare con ognuno di loro. Occorre coglierlo, al di là dei preconcetti (qui il preconcetto è che Dio si esprima solo in un rapporto liturgico, solo nel culto, nella preghiera. E magari è un preconcetto che abbiamo anche noi).

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Avviso

Dio parla a Caino prima della colpa: “Perché sei abbattuto? Se ti comporti bene, rialzerai” (v. 7). Il testo non chiarisce se Caino rialzerebbe il volto (cioè si rallegrerebbe), o se stesso… o anche l’offerta, che si “innalzava” al cielo.

“Se non ti comporti bene, il peccato è alla tua porta come un robez in agguato”. Questa strana parola ebraica non significa soltanto “accovacciato”, anzi converrebbe pensare a un tarlo… è un “rosicchiatore” in agguato alla porta, è chi consuma, lavora, erode lasciando la sensazione di poter essere trascurato perché non opera danni travolgenti.

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso.

“Verso di te è il suo desiderio, ma tu dominalo”. Sono le stesse parole di Gen 3,16, dove il desiderio/passione era un bene, perché era teso verso un pari, verso un altro essere umano. Qui il desiderio/passione è di chi è inferiore all’uomo, diverso… e infatti questo deve essere dominato (come faceva l’uomo con la donna, ma là si trattava di un errore).

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso. Occorre esserne consapevoli e gestirlo. E Dio è lì a consigliare, a raccomandare. Non fa il lavoro al posto dell’uomo, ma neppure se ne sta alla finestra a guardare. È coinvolto, pur non agendo al posto dell’uomo.

Fatto

Anche Caino parla ad Abele (anzi, a “suo fratello” Abele: si insiste moltissimo sulla fratellanza). Ma la sua parola non è un appello di comunicazione, è invece un invito a seguirlo per porre termine per sempre alla comunicazione. Ha qualcosa del bacio traditore di Giuda: ciò che dice solitamente l’affetto, diceva lì il desiderio di morte.

“E nei campi si alzò Caino verso suo fratello Abele”. Caino aveva tentato di far salire l’offerta. Dio gli aveva detto che avrebbe potuto sollevarla se avesse sollevato il volto, o se stesso. Caino preferisce sollevarsi sì, ma contro il fratello. Sono sempre gli stessi elementi della vita giocati contro o a favore della vita stessa, della comunione con il fratello e quindi con Dio.

Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

Sembra quasi dirci che una vita buona o cattiva non sono qualcosa di radicalmente diverso: la vita è questa, giocata più o meno negli stessi elementi, ma disponendoli nell’ordine e nei rapporti giusti.

Conseguenze

Anche Dio riparla a Caino, con (sostanzialmente) la domanda che aveva già fatto ad Adamo: “Dove?” “Dove è tuo fratello?”. Non è una semplice richiesta di informazioni. È un appello alla responsabilità. E la risposta di Caino suona come una condanna: “Sono forse il custode di mio fratello?”. Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

“La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” (v. 10): un altro appello, un’altra parola, anche se questa è muta. È una voce che non può più parlare. E questo suo mutismo è un appello e un’accusa.

Maledizione ma non rottura

Anche qui, come in Gen 3, c’è una maledizione come conseguenza del male. Ma è una maledizione ancora una volta sorprendente: è la terra (v. 11) a maledire Caino. Se in 3,17 Dio si separava dalla terra in conseguenza del peccato di Adamo, qui è l’uomo stesso, in conseguenza della propria colpa, a separarsi dalla terra. Non è una vera e propria maledizione dell’uomo: Dio non lo maledice. Dio non si separa dall’uomo, neanche dall’uomo assassino. È la terra a essere irrimediabilmente separata da Dio, se l’uomo non si riconcilierà con il proprio simile. La responsabilità umana nei confronti del creato diventa ancora più pesante. Se nell’immediato la conseguenza della frattura sembra ricadere su Caino (senza più radici nella terra, senza più frutti: v. 12; e forse per questo autore di una civiltà che la Genesi coglie come lontana dalla natura, dal bene: città v. 17, accampamenti v. 20, musicisti v. 21, forgiatori v. 22), più in profondità è un danno per la creazione. Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Di fronte al pessimismo di Caino (vv. 13-14), Dio ribadisce che anche la vita dell’assassino gli sta a cuore (v. 15). Non perché l’assassino sia buono, ma perché Dio è dalla parte della vita dell’uomo a prescindere. Disposto persino a separarsi in modo apparentemente definitivo dalla natura, per non dividersi dall’uomo.

Possiamo anche essere assassini fratricidi, ma Dio, pur senza giustificare o approvare il nostro gesto, non si separa da noi.

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Il male in mezzo a noi

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

Forse nella storia della Chiesa non esiste un capitolo biblico dalle conseguenze più pesanti che il terzo della Genesi. E non sempre, nell’usarlo, si è rispettato il testo di partenza. Può valere la pena di riprenderlo.

E questo da dove esce?

Ricapitoliamo la situazione: i primi capitoli della Genesi presentano l’umanità nelle sue caratteristiche di fondo, e all’inizio abbiamo l’uomo e la donna che vivono in un giardino, nella piena comunione con Dio e nell’armonia tra di loro («Entrambi erano nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). In questa situazione qualcosa interviene a rompere l’idillio.

«È forse vero…? Ma non è che in verità…?». La formulazione della domanda dice tanto. Infatti il serpente, nella sua prima domanda, in realtà sbaglia, in quanto ipotizza che Dio abbia vietato di cibarsi di tutti gli alberi, e la donna lo corregge. Ma il serpente suggerisce che il motivo vero della proibizione non sia il bene dell’uomo, ma il mantenere l’uomo distante da Dio. Là dove tutto sembra parlare della bontà di Dio, il serpente lascia intendere che sotto ci sia l’inganno.

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

La Genesi lascia intendere che questa sia la “colpa” di fondo dell’uomo. Non tanto qualche peccato (che semmai ne sarà la conseguenza), quanto il diffidare. “Se Dio mi dice così, è perché ha un suo interesse, che non coincide con il mio. In realtà Dio mi vuole fregare”.

Lo sguardo di un cristiano può amaramente sorridere di questa sfiducia di fondo, ricordando che ciò che in Gesù si promette all’uomo è esattamente di diventare come Dio, non però come frutto di un furto, ma di un dono ricevuto.

Che fa Dio? La maledizione

Di fronte alla sfiducia, che faremmo noi? Romperemmo la relazione. È ciò che Dio esprime parlando di “maledizione”. Maledire qualcuno, per Dio, significa esprimere il suo rifiuto di rapportarsi con lui.

La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto.

E, come ci potremmo attendere, Dio rompe i rapporti. Dapprima con il serpente, il quale non è chiamato per nome e si presenta più come un simbolo che come un individuo. È il simbolo del male, della sfiducia, del sospetto. Rispetto al serpente, Dio in tutta severità esprime la sua maledizione.

A pensarci bene, però, non si tratta di una cattiva notizia. La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto. Non importa che Dio sia stato sfiduciato, lui non risponde con la sfiducia.

Ma la riflessione della Genesi va oltre: «Porrò inimicizia tra la tua stirpe e la stirpe della donna». Chi ha scritto queste pagine ha appena detto che crede che l’uomo, comunque, sia nemico del serpente. L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3. E l’uomo non solo resta nemico del male: «Questa (la donna? la stirpe della donna? in fondo, comunque, entrambe) ti premerà la testa, e tu le premerai il calcagno» (Gen 3,15). C’è lotta e non si dice chi vincerà, ma non si può negare che la posizione del serpente sia peggiore: meglio rischiare un morso al piede, che di sentirsi schiacciare la testa.

Insomma, non solo l’uomo rimane buono e nemico del male, e probabilmente vincerà.

Una donna adulta

Poi Dio passa a sgridare la donna. Ma, sorpresa, non si parla di maledizione! Dio si rifiuta di rompere il suo rapporto con la donna, nonostante la sfiducia che si è visto riservare.

L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3.

E la prima delle due parole che Dio rivolge alla donna, poi, è particolare: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli» (Gen 3,16). A prima vista, si parla solo di punizione e di sofferenza. Solo che…

Solo che gli scritti non nascono mai fuori da un contesto culturale, che fa loro da sfondo e dà loro senso. Nel contesto culturale di chi ha scritto la Genesi, la donna non aveva autonomia, era proprietà del padre prima e del marito poi, e guadagnava dignità e affetto solo quando metteva al mondo un figlio maschio. “Condannare” la donna ad avere figli, insomma, non suonava affatto come una condanna, anzi come la sua realizzazione (se ho molti figli, con tutta probabilità ce ne saranno anche di maschi…). Certo, si dice il male, perché il dolore del parto non è un bene. Solo che in tutta la Bibbia si cita il parto come l’esempio di un dolore che serve, che è utile, addirittura che si dimentica, siccome il bene cui dà origine è così grande.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male. Ma anche a credere che il male ha la peggio, è meno importante, passa in secondo piano.

E poi Dio continua a parlare: «Verso il tuo uomo sarà il tuo desiderio, ma lui ti dominerà» (Gen 3,16). Viene da interpretare questa frase secondo lo stesso schema: il desiderio della donna verso l’uomo è buono, è bello. Il problema è che l’uomo risponde con il dominio e non con il desiderio. Ma, sul modello della prima parola, quella sulle gravidanze, viene da pensare che comunque anche questo male non avrà la meglio sul bene.

L’ascolto della parola detta ad Adamo confermerà questa ipotesi.

Anche l’uomo, nel suo piccolo…

Anche l’uomo ha mangiato del frutto, ha diffidato di Dio. Anche a lui Dio si rivolge, e stavolta torna la parola di maledizione: «Maledetto il suolo per causa tua» (Gen 3,17). Non viene maledetto l’uomo, ma il suolo. Dio rompe i rapporti con la terra, e se l’uomo vorrà porre la terra in relazione con Dio, dovrà fare da intermediario. Ma, di nuovo, Dio si rifiuta di interrompere il suo rapporto con l’uomo. E, sul modello della prima parola alla donna, lo condanna a ottenere con sudore il suo pane dalla terra. Ma qualunque essere umano, in tutta la storia, ha sempre ritenuto che riuscire ad ottenere dalla terra il pane, sia pure con fatica, sia proprio un successo. Certo, sarebbe bello non faticare, ma il male vero sarebbe non avere il pane.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male.

Ancora una volta, insomma, Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

Le tre dimensioni dell’uomo

Può essere interessante notare che le tre parole di Dio si occupano esattamente delle tre dimensioni che Genesi 2 aveva colto come fondamentali per l’uomo: verso il basso, ossia verso la creazione (la parola ad Adamo), alla pari (la seconda parola alla donna) e verso l’alto. Qui abbiamo una sorpresa, perché la Genesi a questo riguardo cita il rapporto tra le generazioni umane (qualcosa che effettivamente mi trascende, perché io condiziono chi mi viene prima e chi mi viene dopo, ma in ultimo ne vengo superato). Poteva sembrare scontato inserire, nella dimensione verso l’alto, il rapporto con Dio. E invece no. Quasi con un accenno laico, la Genesi qui non parla di Dio.

L’attenzione è preziosa: ciò che ha detto sulle tre dimensioni dell’uomo (verso l’alto, alla pari, verso il basso), che saranno condizionate da un male che comunque sarà presente ma che non avrà la meglio, non vale solo per il credente, ma per tutti gli esseri umani, anche se vorranno vivere senza Dio. La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

E può essere curioso notare che una cultura maschilista come quella che dà alla luce questo testo pensi che Dio abbia affidato alla donna due delle tre parole, mentre all’uomo consegna solo quella sul rapporto con il creato.

Un Dio incoerente

Il racconto è quasi alla fine, ma riserva un’ultima sorpresa. Dio deve mettere l’uomo e la donna fuori dal giardino. Quella fiducia che era scontata, immediata, infantile, non esiste più. L’uomo e la donna dovranno ricominciare a fidarsi di Dio, decidere di affidarsi a lui. È come se fossero diventati adulti. Sanno che nel mondo c’è anche il male, ma devono credere alla promessa che non vincerà.

Ma nel mandarli fuori, Dio si preoccupa ancora di loro. Quando tutto andava bene e si fidavano di Dio, si fidavano anche l’uno dell’altra e non avevano bisogno di nascondersi («Erano entrambi nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). Dopo aver smesso di fidarsi di Dio, iniziano a diffidare anche del compagno e decidono di porre qualche filtro, di non offrirsi più totalmente, senza nascondersi, e si coprono con foglie di fico (Gen 3,7). Ma quale protezione possono offrire delle foglie? Dio si preoccupa di dotare la prima coppia di tuniche di pelli.

La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

La natura, però, finora era stata completamente aliena da qualunque forma di violenza: persino gli animali che poi sarebbero stati carnivori, nella prima creazione erano tutti vegetariani (cfr. Gen 1,29-30). Il primo a uccidere è Dio…! E lo fa per l’uomo, che ha appena smesso di fidarsi di lui! Piuttosto che rompere il suo rapporto con l’uomo, Dio è disposto a mostrarsi incoerente e rompere la propria stessa legge!

 

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Creati 3D

[…] la Genesi ci sta dicendo che sulla terra non c’era la vita per due motivi: perché mancava la pioggia, dono di Dio, ma anche perché mancava un coltivatore.
Chi legge di seguito i primi due capitoli della Bibbia (affrontandola come se fosse un romanzo), resta probabilmente sconcertato e stupito. Nella prima pagina ha trovato un mondo completamente allagato, in cui le prime fatiche di Dio consistono nel dividere le acque dalle acque e di porre loro un limite; nella seconda, la terra è arida e riarsa. Nella prima pagina Dio fa tutto dal nulla, nella seconda si trova un mondo già quasi completo, che manca però del capolavoro. Nella prima pagina Dio parla e tutto succede, nella seconda si mette a impastare, prova, si accorge degli errori, li corregge… È molto probabile che siano state persone diverse a scriverle, ma è chiaro che chi le ha messe insieme pensava di poterlo fare. Evidentemente non immaginava che avremmo letto queste righe come una cronaca dell’inizio del mondo, ma come una spiegazione delle sue “coordinate di fondo”, di come funziona il mondo e l’uomo, o meglio di come dovrebbe funzionare per non guastarsi.

E da questo punto di vista il secondo capitolo della Genesi completa il discorso già iniziato.

C’è da creare un mondo

C’è dunque una terra arida e morta. Perché? Sorpresa! «Perché Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo» (Gen 2,5). Magari non ci accorgiamo subito di quanto ciò sia strano, ma, se rileggiamo bene, la Genesi ci sta dicendo che sulla terra non c’era la vita per due motivi: perché mancava la pioggia, dono di Dio, ma anche perché mancava un coltivatore. Ossia, ci potrà essere la vita solo quando i due, uomo e Dio, collaboreranno nella creazione. L’uomo crea insieme a Dio.

[…] come Dio è creatore, cioè è anche responsabile che questa creazione continui a vivere, la medesima responsabilità è condivisa dall’uomo, che è chiamato a prendersi cura di questa creazione, perché continui a vivere.
Se ci mettessimo a fare i filosofi, d’altronde, sembrerebbe quasi una conseguenza logica del primo capitolo: se l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26), ciò che Dio ha fatto finora è stato semplicemente di creare, dunque anche l’uomo è creatore.

Potremmo andare avanti, e affermare che, secondo la Genesi, come Dio è creatore, cioè è anche responsabile che questa creazione continui a vivere, la medesima responsabilità è condivisa dall’uomo, che è chiamato a prendersi cura di questa creazione, perché continui a vivere. Il mondo non si perfeziona senza l’opera dell’uomo. E se l’uomo non collabora, semplicemente è meno uomo.

Certo, la differenza tra Dio e l’uomo è che è ancora Dio a creare anche l’uomo (Gen 2,7). Ma una volta che l’uomo è creato, i due collaborano per tutto il resto.

Primi problemi

A questo punto, però, quando tutto sembra a posto, per la prima volta nella Bibbia si dice che qualcosa non va. E può stupire che a dirlo sia Dio. Ma come? Ha fatto tutto lui, come può esserci qualcosa che non funziona?

È come se gli autori biblici ci dicessero che persino Dio non può creare tutto in un attimo, con uno schiocco di dita. Anche lui ha bisogno di provare, di valutare, di accorgersi dei problemi, di correggerli, procedere… La cosiddetta “imperfezione” del nostro vivere non è qualcosa che ci allontani da Dio, anzi lui stesso l’ha condivisa.

La cosiddetta “imperfezione” del nostro vivere non è qualcosa che ci allontani da Dio, anzi lui stesso l’ha condivisa.

L’importante è accorgersi dei problemi. E qual è il problema che Dio vede? «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gen 2,18). Ma come? Non è solo! Ha Dio! Per secoli i mistici di tutte le religioni ci hanno detto che per l’uomo l’essenziale è parlare con Dio, ci siamo fatti sedurre dall’idea che i mistici siano i credenti perfetti, e la Genesi ci dice che quell’uomo che ha solo Dio con cui parlare (per cui non si farà neppure distrarre…) è da solo?

Sembra davvero strano, ma per capire meglio dobbiamo fare un passo fuori dal discorso, per ricordare come pensava quella cultura che ha scritto queste pagine. Il nostro mondo dice che tutti gli uomini hanno la stessa dignità e importanza, esalta molto la dimensione orizzontale, che può poi comportare dei problemi, come vedremo tra poco, ma che almeno sui rapporti umani è conquista importante. La cultura che ha prodotto tra l’altro anche la Genesi pensava invece che tutte le relazioni del mondo fossero gerarchiche: io sono più importante di alcuni e meno di altri, e la domanda implicita che mi pongo incontrando uno sconosciuto è chi dei due ha più dignità.

Ecco perché il secondo capitolo di Genesi deve arrivare a parlare delle tre dimensioni di fondo dell’uomo prendendola un po’ alla larga…

Un aiuto come in faccia a lui

Dio prende l’iniziativa di risolvere il problema presentando all’uomo tutti gli esseri viventi. Lo scopo è di trovare all’uomo «un aiuto come in faccia a lui» (o «che gli corrisponda», come traduce oggi, con più eleganza, la CEI: Gen 2,18). Ma l’uomo, davanti a tutti gli animali che gli sono posti davanti, non trova ciò che cerca. Dà loro il nome, cioè entra in relazione, ma entra in relazione come chi è più importante. È il genitore a dare il nome al figlio, non viceversa. E in tanti contesti umani che vogliono sottolineare che non sei più in relazione e dipendenza con tuo padre, ti viene cambiato il nome. Adamo è signore del creato, cioè è più importante e quindi chiamato a prendersene cura, ma questo non imposta una relazione alla pari.

Il nostro mondo dice che tutti gli uomini hanno la stessa dignità e importanza, esalta molto la dimensione orizzontale, che può poi comportare dei problemi, come vedremo tra poco, ma che almeno sui rapporti umani è conquista importante.

Ecco che cosa aveva intuito Dio. Ottimo che Adamo sia in rapporto con Dio stesso, che però non è alla pari: questa è una relazione che Adamo mantiene con l’alto, con ciò che lo supera. E ottimo anche che Adamo sia in relazione con il creato, con ciò che gli rimane inferiore. Ma queste due relazioni, che per l’antichità erano chiare, non sono tutto. L’uomo ha bisogno anche di una relazione alla pari. Senza le tre dimensioni, l’uomo è incompleto, e la sua situazione “non è buona”.

Il nostro mondo, la nostra cultura, valorizza molto il rapporto alla pari, ed è bene. Ma non è sufficiente. È questo il motivo per cui, quando ci rapportiamo con la natura, o non ci ricordiamo che esista o la trattiamo come se ci trovassimo davanti a esseri umani (cioè, non la consideriamo come qualcosa di inferiore a noi, di cui dobbiamo prenderci cura) e non sappiamo parlare del rapporto con ciò che ci supera, con la trascendenza, che siano le generazioni prima e dopo la nostra o che sia Dio stesso.

Finalmente, questa volta…!

Dio, dunque, ha visto un problema, ha provato a risolverlo e ancora una volta ha fallito. Ma non si scoraggia. Il problema rimane, quindi va risolto. Addormenta Adamo. Ciò che succede adesso non dipende dall’uomo, che non è padrone di ciò che succede mentre è nel sonno. Dio gli estrae una costola e intorno a quella impasta la donna.

Dicono i rabbini medioevali, che spesso hanno il coraggio di mettersi a valutare l’operato di Dio come se fosse uno studente volenteroso ma a volte incapace, che qui Dio ha fatto davvero bene!

Dicono i rabbini medioevali, che spesso hanno il coraggio di mettersi a valutare l’operato di Dio come se fosse uno studente volenteroso ma a volte incapace, che qui Dio ha fatto davvero bene! Perché se avesse preso un osso del piede di Adamo, questi avrebbe potuto considerarsi superiore alla donna. Se lo avesse preso dalla testa, sarebbe stata la donna a potersi ritenere più importante. L’ha preso dal fianco, però, perché è vero che la donna è un aiuto come in faccia all’uomo, ma non proprio in faccia. Se infatti avesse preso dallo sterno, i due avrebbero potuto guardarsi alla pari, ma avrebbero solo potuto contemplarsi, il che sarebbe già stato buono ma non sufficiente. Ha preso dal fianco, perché i due siano alla pari ma, insieme, sostenendosi, camminino insieme in avanti, non si accontentino di ciò che sono.

Quando comunque Adamo si sveglia, pur ignorando ciò che i rabbini medioevali avrebbero detto di lui, ammette che finalmente, questa volta, Dio ce l’ha fatta! Questa donna è come l’uomo, «osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna (isshà, in ebraico) perché dall’uomo (ish) è stata tratta» (Gen 2,23). Non è più Adamo a darle il nome (non le è superiore) ma ammette che “sarà chiamata”, vale a dire da Dio. Anche lei è in rapporto dal basso verso l’alto con Dio, ma alla pari con l’uomo.

Una carne sola

L’annotazione finale di Adamo è culturalmente sorprendente. Non dobbiamo dimenticarci che questi scritti nascono in un contesto preciso, per il quale parlano. Restano preziosi anche per noi, a secoli di distanza, ma non sono scritti in primo luogo per noi. Il mondo al quale scrivono in primo luogo è un mondo in cui la donna non è autonoma, ma proprietà prima del padre e poi del marito. È il clan familiare il luogo in cui si cresce, ed è per questo che è preferibile che nascano dei maschi, perché restano nel clan, mentre le donne andranno ad arricchirne altri, dando loro dei figli.

Dire quindi che «per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre» (Gen 2,24) è affermare ciò che non succedeva. Ma chi scrive capisce che questo legame assolutamente alla pari è l’ideale per l’uomo…

Dire quindi che «per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre» (Gen 2,24) è affermare ciò che non succedeva. Ma chi scrive capisce che questo legame assolutamente alla pari è l’ideale per l’uomo, al punto da mettere in discussione tutti gli altri legami umani. Al punto di dire che sarà l’uomo a trasferirsi in casa della donna…

E poi sostiene che i due «saranno un’unica carne». Per il mondo ebraico l’uomo non è composto da anima e corpo, ma è un tutt’uno (ciò che dicono anche le nostre scienze umane contemporanee), anche se in questa unità si possono distinguere aspetti diversi. Solitamente il mondo ebraico identifica, tra questi aspetti, lo spirito (è la razionalità, i sentimenti e la capacità di progettare e decidere, che anche gli animali possiedono), l’anima (è il rapporto con il trascendente, con Dio, e secondo il mondo biblico solo l’uomo lo possiede) e la carne. Questa è la dimensione di maggiore fragilità dell’uomo, è ciò che lo costringe a doversi cibare, dissetare, dormire, che lo sottomette alle incomprensioni, alle malattie, alla morte. Ebbene, dei due non si dice che costituiranno un’unica anima (potranno anche avere rapporti diversi con il trascendente, restano autonomi…), né un unico spirito (potranno anche nutrire progetti e relazioni diverse…) ma un’unica carne: nei due che si rapportano alla pari, a diventare unica è la fragilità, la sofferenza, il limite. Mantengo i miei sogni, i miei progetti, ma la tua fatica è anche la mia fatica.

[…]nei due che si rapportano alla pari, a diventare unica è la fragilità, la sofferenza, il limite.
Questo significa anche, però, che secondo la Genesi il nucleo più autentico dell’uomo non è il suo rapporto con Dio (per quanto ciò sia sorprendente, in un testo religioso!) né i suoi progetti o realizzazioni, ma la sua fragilità. L’uomo è profondamente se stesso quando si mette di fronte al proprio limite.

Per il cristiano, ciò significa anche che se Dio vuole essere come noi, deve assumere fino in fondo la nostra fragilità, la carne dell’uomo.

Angelo Fracchia

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DIO MI ASSOMIGLIA

Di fronte a questo quadro della divinità e dell’umanità gli ebrei reagiscono scrivendo i propri miti di origine, nei quali vedono un Dio solo che con la sua sola parola («”Sia la luce”; e la luce fu»: Gen 1,3) dà origine a tutto

C’era un precetto del mondo ebraico che stupiva particolarmente gli antichi e che ha lasciato piccole tracce persino nelle nostre chiese, ossia il divieto di farsi un’immagine di Dio (si trova direttamente nel Decalogo!). Tra le ragioni di tale divieto una affonda le radici direttamente nella creazione, ed è probabilmente la più interessante.

La composizione della Genesi

Prima di arrivare al punto conviene però ricordare brevemente come è probabile che sia nato il testo della Genesi. È probabile che questo testo sia stato composto dopo che gli ebrei, conquistati dall’impero babilonese (nel 587 a.C.), si videro deportare nella lontana capitale mesopotamica le élite economiche, politiche, religiose e culturali del paese. I deportati non si scoraggiarono e decisero che la loro fedeltà al Dio dei padri doveva continuare, e per far ciò bisognava non dimenticare di essere un popolo solo, reso tale dalla fedeltà all’unico Dio degli antenati e che si riconosceva in un solo progenitore, Giacobbe/Israele. Dopo aver raccolto tutte le storie che lo riguardavano (e che sono concentrate in Genesi 25-49), quegli autori ritennero però opportuno che tale storia fosse preceduta da un racconto che chiarisse meglio che a mantenere legati al Dio d’Israele non erano il rispetto formale di regole (né, peggio, inganni e violenza, che sembrerebbero, a prima vista, guidare l’esperienza di Giacobbe), ma quella fiducia in Dio che anche Giacobbe vive, anche se non è sempre facile vederlo: ecco che a quei capitoli vennero premesse le vicende riguardanti un personaggio che con tutta chiarezza aveva fatto della fiducia in Dio la propria linea guida, e che si era chiamato Abramo. Qui risaliva la storia ideale del popolo ebraico.

L’uomo dovrebbe essere per il creato ciò che Dio è per l’uomo.

Ma quegli autori non erano ancora soddisfatti e ritennero che, anche se quasi tutta la Bibbia riguardava gli ebrei, il discorso dovesse partire dall’umanità intera. Ecco nascere i primi undici capitoli della Genesi, che non vogliono essere la cronaca dei primi secoli di vita del mondo ma una riflessione sull’umanità di sempre.

Dei credenti sfrontati

Quei dotti furono spinti a scrivere una riflessione simile di certo anche da ciò che vedevano e leggevano intorno a sé. La Mesopotamia, e Babilonia in particolare, erano infatti il centro non solo del potere politico ed economico del tempo, ma anche di quello culturale e religioso, di fronte al quale gli ebrei mostrano un coraggio e una libertà impensabili.

Loro erano infatti qualche centinaia di persone che venivano da una lontana, piccola e poverissima regione, sconosciuta ai più, nella quale avevano vissuto in una cittadina il cui centro religioso più solenne, il tempio, era una costruzione in legno lunga trenta metri e larga dieci. A Babilonia costoro trovarono una città sterminata, piena di acqua, di ricchezze e di templi nei quali erano conservati scritti risalenti a quasi tre millenni prima. Di fronte a tutto ciò, gli ebrei ne furono affascinati (la maggior parte di loro non abbandonerà più Babilonia) ma obiettano sul ritratto delle divinità e quindi dell’uomo che se ne ricava. Come se dicessero: «Va bene tutto il resto, ma Dio ve lo spieghiamo noi».

Dio (e l’uomo) secondo i babilonesi

I miti babilonesi ragionavano infatti già sull’origine del mondo e dell’uomo, che immaginavano venire dal lavoro di diverse divinità. Gli dei babilonesi si dividevano in divinità “superiori” e altre “inferiori”, a loro volta divisibili in dei più buoni o più cattivi e che lavoravano per nutrire le divinità più nobili. A un certo punto però gli dei “inferiori” decidono di plasmare l’uomo, perché lavori al posto loro. Le divinità più “positive”, che avevano creato la luce, la terra, il sole, danno vita all’uomo, mentre quelle più negative, che avevano formato le tenebre, il mare, la luna, danno origine alla donna.

Chi conforma la propria vita su quella di Dio non diventa meno uomo, ma semmai di più e meglio.

L’uomo è insomma al mondo per lavorarlo al posto degli dei, cercando di non dare loro troppo fastidio. Sempre quei miti raccontavano infatti che quando gli uomini si erano moltiplicati troppo, il loro chiasso disturbava il sonno degli dei, che mandarono una volta il diluvio, un’altra la peste, la carestia… E la donna era ancora peggio dell’uomo…

Un Dio solo, e buono

Di fronte a questo quadro della divinità e dell’umanità gli ebrei reagiscono scrivendo i propri miti di origine, nei quali vedono un Dio solo che con la sua sola parola («”Sia la luce”; e la luce fu»: Gen 1,3) dà origine a tutto: alla luce, alle acque, alla terra e al mare, al sole e alla luna, che non sono divinità ma semplici strumenti per calcolare il tempo (Gen 1,16), e poi piante ed esseri viventi… Dopo ogni tappa si ferma e contempla: «Dio vide che era cosa buona».

A un certo punto cambia però il tono. Il Signore non ordina più che qualcosa sia, ma si coinvolge in prima persona: «Facciamo l’uomo, a nostra immagine e secondo la nostra somiglianza» (Gen 1,26). L’idea è quella di una “copia conforme”, che dovrebbe semplicemente rimandare all’originale, potrebbe prenderne il posto. Non uno schiavetto chiamato a lavorare al posto di Dio, ma una copia conforme di quel modello, con la sua stessa dignità. Per questo lo pone a “dominare” sul resto del creato: non a spadroneggiare, ma a esserne alla guida, con responsabilità e attenzione. L’uomo dovrebbe essere per il creato ciò che Dio è per l’uomo.

Ecco perché non bisogna farsi immagini di Dio: perché l’immagine di Dio nel mondo esiste già, è l’uomo che vive.

A questo uomo il Signore affida il compito di crescere e di moltiplicarsi, non ne è infastidito, vuole anzi che l’uomo viva e viva pienamente. E tutto ciò non è un progetto cresciuto male. Una volta compiuto il suo lavoro, Dio si ferma di nuovo a soppesarlo, e stavolta gli scappa un’espressione diversa: non vede più che è cosa buona, ma che è «molto buona» (Gen 1,31).

Che l’uomo sia immagine di Dio comporta intanto che quanto più l’uomo si avvicina a Dio e gli assomiglia, tanto più diventa se stesso. Chi conforma la propria vita su quella di Dio non diventa meno uomo, ma semmai di più e meglio. (E, secoli dopo, significherà anche che l’unico modo coerente per Dio di mostrarsi definitivamente non può che essere che farsi del tutto uomo: Dio non può che essere un uomo perfetto, e l’uomo perfetto è Dio). Ma significa anche che se voglio vedere Dio, devo guardare l’uomo. Ecco perché non bisogna farsi immagini di Dio: perché l’immagine di Dio nel mondo esiste già, è l’uomo che vive.

Ma nel frattempo gli autori di Genesi ci hanno anche riservato un’autentica sorpresa…

Maschio e femmina

«E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò…» (Gen 1,27). Se gli autori della Genesi si fossero fermati qui, il testo sarebbe già stato ricco e coraggioso. Tutto ciò che abbiamo detto prima sarebbe stato già vero. Ma non si sono accontentati: «A immagine di Dio lo (singolare) creò; maschio e femmina li (plurale) creò».

Non possiamo immaginare Dio solo come maschile, e neppure solo come femminile. Dio è entrambi. La sua immagine ci risulta più sfuggente, più sfumata, più ricca e profonda.

È un colpo di scena! Quando Leonardo da Vinci disegna l’uomo vitruviano, l’uomo ideale, disegna un maschio. Potrebbe sembrare scontato che il maschio riassuma in sé anche la femmina. Di sicuro lo era in una cultura, quella ebraica antica, che era fortemente maschilista. Ma gli autori biblici intuiscono che non è bene. «Maschio e femmina li creò». Immagine e somiglianza di Dio non è solo il maschio, ma anche la femmina. Anzi, i due insieme. Non possiamo immaginare Dio solo come maschile, e neppure solo come femminile. Dio è entrambi. La sua immagine ci risulta più sfuggente, più sfumata, più ricca e profonda. E la donna non è la brutta copia dello schiavetto degli dei, bensì è immagine e somiglianza di Dio esattamente come il maschio.

Intuizione che la cultura ebraica (ma anche quella cristiana!) per lunghissimi secoli non ha saputo tradurre in pratica, ma che ha intuito da molto presto. L’essere umano, maschio e femmina insieme, è ciò che posso vedere di Dio nel mondo. E quanto più assomiglieranno a Dio, tanto più umani saranno.

Angelo Fracchia

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La Chiesa ideale

Riflessione biblica sulla Chiesa sognata da Luca negli Atti degli Apostoli

 

Il Gesù che sale al cielo, lasciando apparentemente soli i suoi discepoli, affida a loro la prosecuzione della sua opera. Gesù non sarà più fisicamente presente nella storia, ma a rappresentarlo, a farlo conoscere, a farlo incontrare, sarà la Chiesa, il “corpo di Cristo” (1 Cor 12,28; Ef 4,11). Uno dei libri del Nuovo Testamento ne narra i primi passi, facendo notare come si allarghi a comprendere tutti coloro che fino ad allora erano stati esclusi dalla comunità dei credenti: i samaritani (At 8,5-8), gli eunuchi (At 8,26-39), i pagani tutti (At 15, a partire da un centurione romano: At 10!).

Luca, l’autore di quegli Atti degli Apostoli che narrano le vicende della prima chiesa, racconta nei particolari soprattutto un filone ecclesiale, quello che vede come protagonista Paolo di Tarso, ma, quasi a dare il tono preciso di come leggere le sue storie, o ad aiutare qualche lettore un po’ pigro, riassume le informazioni fondamentali in quattro riepiloghi, o riassunti.

 

Luca, quasi a dare il tono preciso di come leggere le sue storie, o ad aiutare qualche lettore un po’ pigro, riassume le informazioni fondamentali in quattro riepiloghi, o riassunti.

I sommari degli Atti

Questi quattro riepiloghi sono detti dagli studiosi “sommari”. In realtà, però, non sono semplicemente delle sintesi di quello che è stato detto. Di fatto si tratta di modelli ideali, non di come la Chiesa era ma di come avrebbe dovuto essere. Che non si tratti semplicemente di riassunti della realtà è dimostrato ad esempio da ciò che Luca narra dopo il terzo di questi sommari. Dopo aver detto che tutti mettevano in comune quello che avevano, narra che un levita di Cipro di nome Barnaba vendette un campo e ne depose il ricavato ai piedi degli apostoli. Ma se lo facevano tutti, che bisogno c’è di dire che lo fa anche Barnaba? La spiegazione più semplice è che in realtà non erano tutti a farlo, anche se secondo Luca avrebbero dovuto farlo.

Da una parte, quindi, i sommari degli Atti potrebbero sembrarci un po’ scorretti, perché ci presentano come realtà vera quello che è il sogno dell’autore. Dall’altra però così Luca può presentarci il mondo della Chiesa come dovrebbe essere; in più, ci fa vedere che le cose iniziano già ad essere come sarebbe l’ideale che fossero. Non saranno stati tutti a mettere in comune i beni, ma qualcuno aveva già iniziato a farlo…

Proprio perché sono un quadro ideale, poi, i sommari, presi insieme, ci mostrano che cosa, secondo Luca, dovrebbero essere i cristiani. Dovrebbero essere quelli che celebrano benissimo la liturgia? che sono impeccabili nella morale? che sanno a memoria la Bibbia? O altro ancora?

 

i sommari, presi insieme, ci mostrano che cosa, secondo Luca, dovrebbero essere i cristiani

Una prima panoramica

Iniziamo intanto a vedere dove troviamo questi sommari.

Il primo è posto subito dopo l’ascensione di Gesù al cielo, nel primo capitolo degli Atti: vi si dice solo che i discepoli continuavano a riunirsi là dove erano abituati ad incontrarsi, nel cenacolo a Gerusalemme, e si offre il loro elenco (At 1,12-13: per alcuni questo non è un sommario, ma di fatto sembra proprio essere un primo riepilogo, anche se più essenziale).

Il secondo viene subito dopo la notizia delle prime conversioni, ed essendo il più lungo ed importante ci dedicheremo al suo ascolto con più calma tra poco (At 2,42-48).

Quindi, dopo averci presentato la prima persecuzione contro gli apostoli, per ora senza conseguenze gravi, Luca ci dice che tutti i credenti erano in piena sintonia nei sentimenti e nella vita, e condividevano anche i beni, pensando che niente fosse di proprietà privata (è il sommario che introduce Barnaba, il levita di Cipro che vende un campo mettendone a disposizione i soldi ricavati: At 4,32-35).

Infine troviamo la comunità che cresce perché molti si convertono, mentre i discepoli guariscono molti malati (At 5,12-16).

Insomma, troviamo che si parli molto della condivisione e vita comune dei primi cristiani, ma a partire da questi sommari non avremmo ancora capito se e come pregavano, come si comportavano, che cosa facevano. L’unica cosa chiara è che stanno insieme e si dedicano a guarire le persone inferme.

 

Nei sommari troviamo che si parli molto della condivisione e vita comune dei primi cristiani

Una comunità

Atti 2,42-48

Possiamo allora tornare al sommario più ampio e più importante, che a prima vista sembra essere anche un po’ ripetitivo, perché alcune cose sono dette più volte. Prima di accusare Luca di distrazione, dobbiamo fare notare che è esattamente ciò che fanno i maestri o i genitori, che ripetono molte volte ciò che ritengono più importante, un po’ per essere sicuri che chi li ascolta non se ne dimentichi, e un po’ in quanto lo considerano fondamentale, e quindi torna loro in mente più spesso…

Ebbene, Luca ci dice che i fratelli ascoltavano con attenzione gli apostoli, “spezzavano il pane” e pregavano (2,42). È la prima volta che si parla della “frazione del pane”, che era quella preghiera che noi chiamiamo “messa” (anche se era ancora molto diversa dalla nostra…). Ascolto degli apostoli, frazione del pane e preghiere ricordano esattamente la nostra messa, con la Parola di Dio, l’eucaristia e le invocazioni.

Ma non si limitano a celebrare la messa, che peraltro viene citata per la prima volta. Si dice infatti che gli apostoli facevano prodigi e segni (2,43). Si aggiunge che tutti i credenti tenevano tutto in comune (2,44-45), per poi tornare a dire che pregavano e spezzavano il pane (2,46), godendo della simpatia di tutti (2,47), tanto è vero che il loro numero cresceva sempre di più (2,48).

Insomma, si direbbe che all’inizio e alla fine della presentazione occorra ricordare l’eucaristia, ma che per il resto (come frutto?) si debba insistere soprattutto sulla vita insieme e sulla condivisione.

Si direbbe che all’inizio e alla fine della presentazione occorra ricordare l’eucaristia, ma che per il resto (come frutto?) si debba insistere soprattutto sulla vita insieme e sulla condivisione

Tiriamo le somme

Se di eucaristia negli altri sommari non si parlava, abbiamo già incontrato spesso l’insistenza sulla vita in comune.

Certo, nel sommario più importante a essere fondamentale sembra davvero l’eucaristia, ma senza dimenticare la comunità, che anzi è molto sottolineata.

La comunità ideale di Luca, quella che resta modello per la chiesa di tutti i tempi e luoghi, è insomma una chiesa che “usa” la messa per nutrirsi e imparare a vivere quello che resta però il cuore della sua esistenza, ossia la vita comunitaria, il servizio agli altri, soprattutto se bisognosi e malati, nella condivisione di ciò che si ha a disposizione.

Se volessimo seguire l’esempio e le indicazioni di Luca si direbbe che il Dio di Gesù sarebbe disposto a chiudere un occhio di fronte alle nostre preghiere imperfette, magari fatte con un occhio mezzo chiuso, e forse addirittura anche di fronte a un comportamento non sempre secondo le regole (che in questi sommari non vengono mai citate), ma non tollererebbe l’egoismo di chi non si accorge del fratello e anzi non gli va incontro per mettere in comune tutto ciò di cui l’altro potrebbe aver bisogno.

Angelo Fracchia, biblista

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C’è un volto del Risorto?

Una prima sorpresa, a leggere i vangeli, è notare quante ricostruzioni diverse [della risurrezione] ci offrano.
In questi giorni ricordiamo e annunciamo la risurrezione di Gesù. E inevitabilmente proviamo a immaginarla, a fantasticare su che cosa potrebbe accadere nella nuova vita che ci è promessa. Certo, sono i vangeli a parlarne, e sembrerebbe preferibile guardare a loro per capirci qualcosa. Anche se…

Testimonianze incoerenti

Una prima sorpresa, a leggere i vangeli, è notare quante ricostruzioni diverse ci offrano. Ad esempio, a scoprire la tomba vuota sono due donne (Mt 28,1), tre (Lc 24,10 e Mc 16,1, ma i nomi non coincidono) o la sola Maria Maddalena (Gv 20,1)? E al sepolcro trovano un giovane (Mc 16,5), un angelo (Mt 28,2), due uomini in vesti sfolgoranti (Lc 24,4) o nessuno, come in Giovanni (più tardi però compaiono due angeli: 20,12? Per non parlare di quello che accade dopo: per Matteo Gesù appare prima alle donne (28,8-10) e poi ai discepoli (28,16-20), per Luca a due discepoli in viaggio verso Emmaus (24,13-34) e poi agli apostoli (24,36-43), per Giovanni dapprima a Maria Maddalena (20,11-18), poi, in due volte successive, nel cenacolo agli apostoli (20,18-29) e quindi ancora sul lago (capitolo 21). Marco, poi, ci dice addirittura che le due donne che trovano la tomba vuota se ne vanno spaventate senza dire niente a nessuno (16,7-8)!

Una prima osservazione sembrerebbe chiara: i quattro evangelisti non si sono messi d’accordo. A essere più attenti, però, sappiamo che per lo più almeno tre degli evangelisti raccontano le vicende in modo tanto simile da farci intuire che qualcuno di loro potrebbe aver copiato l’opera altrui. Almeno in questo caso, perché non copiare ciò che c’era scritto?

A rileggere più volte questi racconti, però, viene il sospetto che anche in questa estrema incoerenza gli evangelisti vogliano dirci qualcosa.

A rileggere più volte questi racconti, però, viene il sospetto che anche in questa estrema incoerenza gli evangelisti vogliano dirci qualcosa. In fondo, non è quello che fa Luca nella sua unica opera (il vangelo e gli Atti degli Apostoli sono stati pensati insieme, come un libro solo)? Troviamo infatti Gesù che ascende al cielo il giorno stesso di Pasqua (Lc 24,51) ma anche quaranta giorni dopo (At 1,9). Evidentemente Luca voleva suggerire qualcosa al lettore, e precisamente che non importava tanto la data dell’uscita di Gesù da questo mondo, ma il fatto che ormai non potesse più essere incontrato, anche se è il Vivente.

Che cosa vorrebbero allora dirci i quattro vangeli sulla risurrezione? Quali costanti troviamo?

La tomba vuota

Un elemento unisce tutti i vangeli: la tomba è vuota. Anzi, è un punto di partenza che è condiviso anche dai nemici di Gesù e dei cristiani, tanto da invitare le guardie a testimoniare il falso ma senza contestare che il cadavere di Gesù non sia più lì (Mt 28,11-15). D’altronde, nello stesso vangelo di Matteo troviamo i discepoli che, seppure davanti a Gesù risorto, dubitano (28,17).

Anche per il cristiano oggi, ci sono dei contesti “oggettivi” in cui possiamo cogliere che Dio in qualche modo si offre, ma dobbiamo essere noi a interpretarli…

È un primo aspetto: nella risurrezione di Gesù, nella risposta che il Padre dà alla croce, c’è qualcosa di oggettivo, di toccabile. Ma nello stesso tempo, questo non ne dice ancora il senso. La tomba è vuota, è vero: ma è vuota perché Gesù è risorto o perché il suo cadavere è stato rubato?

Anche per il cristiano oggi, ci sono dei contesti “oggettivi” in cui possiamo cogliere che Dio in qualche modo si offre, ma dobbiamo essere noi a interpretarli, potremmo ritenerli semplicemente un inganno o una coincidenza.

La risposta del Padre

E se il credente può lasciarsi sfiorare dalla possibilità che la tomba sia vuota perché Gesù è vivo, questo significa che Dio non ha visto in lui nulla di blasfemo. Nel Nuovo Testamento sono due le formule utilizzate: a volte si dice che Gesù è risuscitato, come nessun uomo può fare, il che lascia intendere che Gesù non sia soltanto un uomo; altre volte si afferma invece che Gesù è stato risuscitato dal Padre, il quale così facendo testimonia che le pretese di Gesù di essere colui che conosce Dio meglio di tutti non erano pretese da pazzo o da bestemmiatore, ma erano fondate.

la risurrezione dice che Gesù aveva ragione e che si può credere a tutto ciò che, in parole ed opere, aveva fatto conoscere su Dio durante la sua vita.

Insomma, la risurrezione dice che Gesù aveva ragione e che si può credere a tutto ciò che, in parole ed opere, aveva fatto conoscere su Dio durante la sua vita.

Ma la risurrezione dice su Dio anche un’altra cosa. Durante la passione il Padre aveva taciuto, aveva lasciato che gli uomini si esprimessero facendo a suo Figlio ciò che volevano. Quando però suo Figlio è morto, sepolto e la tomba è stata sigillata (Mt 27,66), quando la storia ha finito di parlare, può finalmente parlare Dio. E ciò che Dio dice è vita, vita piena in un corpo che non patisce più i condizionamenti della malattia, della morte e del limite.

Come riconoscerlo?

Un’altra caratteristica che ritroviamo in tutti i vangeli è però anche la fatica di riconoscere Gesù. Maria Maddalena (Gv 20,14-15), i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-16), persino i discepoli (Gv 21,4) lo vedono ma non lo riconoscono. Come abbiamo già detto, l’elemento oggettivo, “storico”, deve essere interpretato, bisogna mettersi in gioco.

E ciò che Dio dice è vita, vita piena in un corpo che non patisce più i condizionamenti della malattia, della morte e del limite.

Quando però Gesù cerca di farsi riconoscere, e persino quando viene “identificato” dagli angeli alla tomba vuota, viene presentato come il crocifisso. Se noi avessimo dovuto farci riconoscere da qualcuno che non vediamo da tempo, avremmo probabilmente ricordato avvenimenti vissuti insieme a coloro da cui volevamo farci riconoscere. Gesù, e gli angeli, rimandano invece alla croce. Se voglio conoscere il Gesù risorto, glorioso, devo guardare il Gesù che muore soffrendo, il Gesù che mostra l’amore di Dio fino in fondo. Se voglio intuire la gloria divina, devo guardare l’abisso dell’umiliazione e della sofferenza umana. Dio non si è solo incarnato una volta, continua a essere coinvolto nella storia umana: il volto del risorto è il crocifisso.

Anche quando Luca, nell’episodio dei discepoli di Emmaus, suggerisce che per riconoscere Gesù, oltre a scoprirlo nella legge e nei profeti, occorre vederlo spezzare il pane, ossia nell’eucaristia, non dice qualcosa di diverso: l’eucaristia è il memoriale di Gesù che si offre per noi, il pane e il vino diventano corpo e sangue, si rimanda sempre alla concretezza della croce.

Se voglio conoscere il Gesù risorto, glorioso, devo guardare il Gesù che muore soffrendo, il Gesù che mostra l’amore di Dio fino in fondo.

Che cosa fa il risorto?

Immaginiamoci al posto di Gesù. Le autorità religiose ci hanno condannati a morte ingiustamente e i nostri amici sono scappati. Risorgiamo: che cosa facciamo? Probabilmente ci verrebbe da andare al sinedrio, a mostrarci vivi e vincitori, per far loro capire, mortificandoli un po’, che si erano sbagliati; e poi andremmo forse a ricordare a Pietro e ai discepoli quello che avevano giurato («Non ti rinnegheremo mai!») solo poche ore prima.

E invece no. Gesù va dai suoi, solo dai suoi, e si presenta dicendo «Pace a voi» (Lc 24,36; Gv 20,19-21) o «Non temete» (Mt 28,5.10). Gesù risorto riallaccia i rapporti umani, si dedica principalmente a questo. La vita piena, lascia intendere Gesù, è innanzi tutto vivere in armonia e pace le relazioni umane.

La vita piena, lascia intendere Gesù, è innanzi tutto vivere in armonia e pace le relazioni umane.

Ci capita sicuramente di immaginare che cosa potrebbe essere la nostra risurrezione. Ebbene, ascoltando il vangelo intuiamo almeno che a risorgere saremo noi, con il nostro corpo, la nostra storia e la nostra identità, ma anche che ci ritroveremo innanzi tutto con le persone che nella nostra vita sono state significative… e anche dopo, sarà una vita di relazioni umane piene e senza fraintendimenti.

Angelo Fracchia

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Guarigioni e demoni

… tutte le informazioni più importanti gli antichi tendevano a metterle all’inizio, perché fossero una specie di cartina per orientarsi in quello che seguiva

Il senso del panorama (Marco 1-3)

Siamo abituati a leggere la Bibbia a pezzettini, più o meno lunghi come le letture della messa, e questo soprattutto con i vangeli. Così è più semplice andare in profondità, cogliere i particolari. Può però accadere che in tal modo non cogliamo i disegni più ampi, come se girassimo in una città che conosciamo bene, ma di cui, vedendola in foto dall’alto, intuiamo improvvisamente che cosa è vicino a che cosa.

Proviamo quindi a guardare dall’alto un vangelo. Il primo a essere stato scritto, quello di Marco. E di guardarne soprattutto l’inizio. Noi solitamente concentriamo alla fine (di un racconto, di una presentazione, di una barzelletta…) tutte le informazioni più importanti. Gli antichi no, tendevano a metterle all’inizio, perché fossero una specie di cartina per orientarsi in quello che seguiva: chi leggeva sapeva già che cosa, in ciò che veniva dopo, davvero era importante.

Al cuore del rapporto con Dio c’era un rapporto personale e di fiducia: ci si fidava del Battista, come segno di una fiducia che si voleva porre in Dio.

Un’intuizione di partenza

All’inizio c’è l’incontro con Giovanni Battista. Questi era un profeta dall’aspetto un po’ pazzo, che riprendeva un po’ di idee e immagini della religione ebraica più antica (il deserto, il Giordano, il vivere con pochissimo…) e invitava a rimettersi in sintonia con Dio, dopo aver cambiato stile di vita, con una celebrazione che non si faceva nel tempio, non ubbidiva a delle regole ben scritte nella Bibbia, ma passava da lui. Al cuore del rapporto con Dio c’era un rapporto personale e di fiducia: ci si fidava del Battista, come segno di una fiducia che si voleva porre in Dio. Non la certezza, magari illusoria, che viene dal sapere di aver rispettato delle regole, ma la parola promettente di un profeta. E di fronte a questo, Gesù si mette in movimento, ne viene sedotto, capisce che questo è davvero un Dio affascinante.

I vangeli ci presentano in tanti modi diversi questo incontro un po’ sorprendente, ma lasciano trasparire l’idea di un’intuizione. Gesù intuisce di avere con Dio un rapporto che è unico: “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (Mc 1,11). È comprensibile che subito dopo Gesù si rifugi nel deserto, a digiunare e meditare, per capire un po’ bene che cosa gli è successo.

Il regno di Dio è il mondo così come Dio lo ha pensato, immaginato, sognato.

Un abbozzo di predicazione

Quando torna dal deserto, Gesù inizia a predicare. È la sua prima predicazione, e per certi versi è anche l’unica un po’ “generica”: altrove risponderà a polemiche, si impegnerà in parabole, ma sembra sempre in qualche modo reagire a delle provocazioni. Qui è solo lui che parla… e che cosa dice?

«Il tempo opportuno, l’occasione, si è riempita, si è maturata; il regno di Dio si è avvicinato: cambiate modo di pensare e credete alla bella notizia» (Mc 1,15). È come se ci fosse un frutto maturo, che adesso si può gustare appieno. E questo frutto è il “regno di Dio”. Un regno è dove comanda un re, che fa quello che vuole. Il regno di Dio è il mondo così come Dio lo ha pensato, immaginato, sognato. Nella storia Dio deve (vuole, in realtà!) scendere a patti con la libertà dell’uomo, ma se fosse solo per lui, farebbe così. Così come? Gesù non ce lo dice! Dice solo che dobbiamo cambiare testa (questo è il significato più profondo del “convertitevi”), trasformare il nostro modo di ragionare. Noi ci aspettiamo delle cose da Dio se solo gli daremo qualcosa, immaginiamo che castighi i malvagi e faccia vincere i buoni (chissà perché, ci sentiamo sempre tra i buoni che vinceranno!), ma Dio ci sorprende, non è come ce lo aspettiamo. Gesù invita a fare attenzione, perché questa novità sarà una bella notizia.

E poi? Che cosa ci spiega di più? Gesù smette di spiegare. O meglio, inizia a fare, che è un altro modo, molto più profondo e completo, di spiegare.

Gesù lo guarisce, e quell’indemoniato può tornare a vivere insieme agli altri, a essere uomo tra gli uomini (Mc 1,23-27).

Dei compagni e tante guarigioni

Dapprima chiama qualche discepolo (Mc 1,16-20). Fin dall’inizio, Gesù non sta da solo.

Poi inizia a guarire. Nella sinagoga dove si ferma a predicare c’è un indemoniato, una persona che sbraita e sbava e si strappa le vesti. Un pazzo, diremmo noi. E tanto noi come la gente di allora, davanti ad un pazzo, uno imprevedibile, ci spaventiamo, giriamo alla larga. Gesù lo guarisce, e quell’indemoniato può tornare a vivere insieme agli altri, a essere uomo tra gli uomini (Mc 1,23-27).

Poi Gesù si invita a casa di Simon Pietro, la cui suocera è malata, a letto. Anche lei Gesù guarisce, e lei subito si mette a servirli. Ci verrebbe quasi da sorridere, pensando che sarebbe stato meglio per la suocera di Pietro di aspettare il giorno dopo per guarire, così non avrebbe dovuto faticare tanto… Ma in realtà dimostreremmo di non aver capito. La culture in cui cresce Gesù è profondamente maschilista: la donna non poteva parlare in pubblico, non poteva possedere beni, non poteva uscire di casa se non accompagnata da un uomo della famiglia… L’unico luogo e momento in cui era lei al centro della comunità era quando ospitava in casa qualcuno. Lì il suo ruolo sociale poteva davvero esprimersi appieno… La donna che Gesù guarisce e che incomincia subito a servirlo, è proprio servendo che recupera la sua possibilità di essere donna tra gli uomini (Mc 1,29-31).

Viene poi un lebbroso a invocare Gesù. La lebbra era una malattia che, per regola religiosa, obbligava chi ne soffriva a vivere da solo, lontano dai paesi, ad annunciare da lontano il proprio arrivo perché tutti potessero nascondersi… Gesù lo guarisce e lo manda dai sacerdoti: non basterebbe guarirlo, c’è bisogno che i sacerdoti certifichino che può rientrare a vivere da uomo tra gli uomini (Mc 1,40-45).

A Gesù, evidentemente, non interessa che siamo in salute, ma che siamo capaci di vivere con gli altri. Viene a restituirci la capacità di vivere da esseri umani tra altri esseri umani.

Una guarigione sorprendente

Ovviamente la fama di Gesù si diffonde e tanti malati vengono a lui da ogni parte. A Cafarnao un giorno si raccoglie tanta gente che lui non riesce neppure più ad uscire di casa (Mc 2,1-12). Tra i tanti che vengono c’è anche un paralitico, portato in lettiga da quattro amici i quali, vedendo che non si riesce ad arrivare dal maestro, decidono di passare dai tetti bassi del Vicino Oriente antico, per raggiungere da lassù la casa dove è ospite Gesù, smontare il tetto di frasche e farlo calare direttamente nella sua stanza. Quanta disponibilità e fede! La reazione di Gesù è sorprendente: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Ma come? Non lo guarisce! Perché?

Proprio questo miracolo ci fa capire un po’ meglio quelli che precedono. Che cosa ha di diverso? Questo paralitico è malato come tanti altri, ma la malattia, per lui, non è un impedimento a vivere relazioni profonde con altri esseri umani. Ha quattro amici che faticano, si ingegnano, inventano soluzioni per lui; gli vogliono bene. E allora quella malattia non ha bisogno di essere eliminata. A Gesù, evidentemente, non interessa che siamo in salute, ma che siamo capaci di vivere con gli altri. Viene a restituirci la capacità di vivere da esseri umani tra altri esseri umani.

Gesù continua a guarire e sfidare leggi che impediscono di vivere pienamente insieme agli altri.

Rifiutandosi, in prima battuta, di guarire quel paralitico (che poi comunque se ne andrà da lì sulle sue gambe…), Gesù ci dice che l’importante è vivere appieno la vita, e che la vita piena è fatta di relazioni con altre persone. E suggerisce anche, tra l’altro, che il peccato potrebbe essere un impedimento altrettanto importante della lebbra o della pazzia per vivere con gli altri…

E i suoi discepoli?

Gesù continua a guarire e sfidare leggi che impediscono di vivere pienamente insieme agli altri. A un certo punto sembra ritenere che sia arrivato il momento giusto per istituzionalizzare una comunità di discepoli più stabile, i Dodici Apostoli (Mc 3,13-19). Dodici, come i patriarchi dell’Antico Testamento, che riassumevano in sé l’intero popolo d’Israele, perché devono essere un’immagine di tutti i cristiani. Il vangelo ci spiega anche quale sia il loro compito, ossia il compito di chiunque si dica cristiano.

Quello che Gesù chiede ai cristiani è allora semplicemente di stare con lui, per conoscerlo e farlo conoscere, e poi di eliminare tutto ciò che, nell’umanità, impedisce agli esseri umani di vivere in comunione con altri esseri umani.

I compiti in realtà sono due, anche se il secondo è ancora diviso in due. Innanzitutto, devono «stare con lui», devono vivere la relazione con Gesù, uomo tra gli uomini. Poi, vuole «mandarli», e li manda a fare due cose: «a predicare», cioè ad annunciare il regno di Dio e Gesù, e «a scacciare i demoni». A questo punto siamo un po’ perplessi. Stare con lui, volendo possiamo farlo; predicare, sia pure con i nostri limiti, anche. Ma come possiamo scacciare i demoni? Sembra impossibile, a meno che…

I demoni che Gesù ha scacciato finora nel vangelo sono, sotto forme diverse, gli ostacoli perché gli uomini vivano pienamente insieme agli altri uomini. Quello che Gesù chiede ai cristiani è allora semplicemente di stare con lui, per conoscerlo e farlo conoscere, e poi di eliminare tutto ciò che, nell’umanità, impedisce agli esseri umani di vivere in comunione con altri esseri umani. Questi sono i nostri demoni.

Angelo Fracchia

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