Verità o profezia?

Il testo di Isaia è l’invito a una fiducia in Dio che non pretende di capire tutto, di tenere tutto sotto controllo, e neppure di vedere segni prodigiosi. È qualcosa di estremamente vicino allo spirito del vangelo.

Capita, a volte, che diamo a un episodio della nostra vita, a un brano letto, a una persona incontrata, un significato che poi, col passare del tempo, dobbiamo correggere con un altro sentito più appropriato. Può succedere, però, che a quel primo significato fosse stato legato un grande valore. Può accadere anche a brani biblici, e qui può diventare più difficile decidere come comportarsi riguardo ai due sensi possibili del testo, magari anche molto lontani tra di loro.

Tra gli episodi del genere, spicca nella storia dell’interpretazione biblica cristiana un passo del profeta Isaia.

Un re angosciato

Anche se gli elementi storici e le datazioni possono essere discusse, pare che nel capitolo 7 del libro di Isaia ci si ponga nei primissimi anni, forse mesi, del regno di Acaz, che vive certamente in un contesto storico difficile. Appena salito al trono, infatti, si trovò probabilmente in un gioco internazionale più grande di lui. Dal nord minacciava di scendere l’esercito assiro, tremendo e irresistibile. I re di Samaria e di Damasco, vicini di Giuda, cercano di fare fronte comune per provare a resistere con le armi, ma il giovane re non sembra convinto a lanciarsi in una guerra contro gli invincibili nemici di Mesopotamia. Il calcolo politico era probabilmente giusto, ma i vicini premevano e decisero di invadere la Giudea per sostituire il re con qualcuno disposto a collaborare.

Che fare? Cedere a Samaria e Damasco significava condannarsi a una probabile pessima fine militare (cosa che in effetti accadrà ai due vicini), ma resistere comportava di dover affrontare due vicini più forti di Giuda.

È in questo contesto che arriva il profeta a parlare al re, invitandolo sostanzialmente a confidare nella vicinanza divina.

Una promessa sfuggente

Il profeta è tanto sicuro dell’appoggio di Dio da spingersi a offrirne un segno al re. Questi, così, si trova ancora più vincolato nelle sue decisioni. Se chiede a Dio un segno e questo giunge, sarà costretto a seguire le indicazioni del profeta. Ma come potrebbe rifiutarsi? Se arriva un aiuto e non lo si accetta, l’esito è di rompere anche con chi quell’aiuto aveva offerto.

Ma è un segno in sintonia con ciò che Dio fa in tutta la Bibbia, nella quale non ama mai presentarsi in modo schiacciante, senza lasciare spazio alla libertà dell’uomo.

Acaz tenta di sottrarsi a questa stretta in un modo elegante: «Non chiederò un segno a Dio, non voglio tentarlo» (Is 7,12). Si tratta di un’espressione di fede, di per sé, per evitare di costringere Dio a esprimersi. Ma siccome Dio aveva già dichiarato la propria disponibilità, rifiutarne il segno implica di voler fare senza Dio, e si comprende l’ira del profeta, il quale, però, non se ne va sdegnato, ma offre lo stesso al re un segno: «Siccome non chiedi un segno, te lo darà Dio stesso: la almà concepirà e partorirà un figlio» (Is 7,14).

Chi è la almà? La parola, in ebraico, indicava una donna dalla sua prima mestruazione al suo primo parto. Si pensa che questa donna fosse la giovanissima regina del giovane re. La nascita di un erede avrebbe potuto essere il segno che Dio non abbandonava il regno, che garantiva una continuità alla dinastia. Certo, si trattava di un segno fragile, debole, perché il neonato avrebbe dovuto diventare grande, prima di poter essere utile. Ma è un segno in sintonia con ciò che Dio fa in tutta la Bibbia, nella quale non ama mai presentarsi in modo schiacciante, senza lasciare spazio alla libertà dell’uomo. Insomma, pare proprio che quel tipo di promessa sia in accordo con il carattere di Dio in tutta la sua storia con il popolo d’Israele. È un segno, non la sicurezza o la garanzia di salvezza, un semplice segno che può indicare che di Dio ci si può fidare.

Tempi e traduzioni…

Molti secoli dopo gli ebrei decidono di tradurre in greco il loro testo sacro, che ormai non è comprensibile a troppi credenti. Il lavoro è lungo e complicato, e comporta anche alcuni scogli particolarmente difficili. Ad esempio, come tradurre almà? Il greco (come peraltro l’italiano) non ha una parola che indichi esattamente la stessa cosa. I traduttori scelsero quindi di privilegiare la parola che sembrava più vicina, ossia parthenos, “vergine”.

L’esito non è però lo stesso: annunciare che la giovane donna avrebbe concepito e partorito un figlio maschio, se l’annuncio era rivolto alla regina, era una promessa non scontata ma relativamente facile da adempiere. Promettere che a concepire e partorire sarebbe stata una vergine implica di spostare l’accento dal non scontato al miracoloso. D’altronde, l’esistenza di Acaz e le minacce assire erano ormai lontane nel tempo, non significative per i lettori greci.

L’intervento divino, così, si sposta dal piano della storia a quello (apparentemente) della fine del mondo, di un darsi di Dio assolutamente straordinario e prodigioso. I lettori degli ultimi secoli prima di Cristo pensavano probabilmente che si trattasse di una promessa che non poteva compiersi nella storia, ma solo in paradiso o poco prima.

Ma quando i cristiani iniziano ad annunciare il vangelo, e insistono sul fatto che Giuseppe non sia il vero padre di Gesù, quel testo di Isaia torna a parlare in modo straordinario, come una profezia precisa di ciò che era accaduto nella nascita del Signore.

Chi ha ragione?

Per generazioni si dimenticò la prima interpretazione del testo di Isaia, che però ritornò in auge quando, negli ultimi secoli, si riprese a leggere i testi biblici con più attenzione alla storia e al modo antico di narrarla. Per i nostri tempi, però, la questione diventa spinosa.

Isaia 7,14 ci invita a confidare in Dio nonostante i segni fragili della sua presenza, ma insieme anche a restare aperti a un suo donarsi straordinario, miracoloso, che non entra in contraddizione con il suo stile più consueto ma piuttosto lo compie.

Non c’è dubbio che il primo modo di interpretare il testo di Isaia sia quello storicamente più probabile, in qualche modo quello vero. Ma non si può neppure dimenticare che tantissimi credenti di moltissime generazioni hanno creduto di vedere in quel brano un anticipo della nascita reale di Gesù: dobbiamo dire che si siano semplicemente sbagliati?

Conviene piuttosto ammettere che, come in un’opera d’arte, i testi biblici sopportano, e a volte addirittura pretendono, una lettura molteplice, a più livelli. Il testo di Isaia è l’invito a una fiducia in Dio che non pretende di capire tutto, di tenere tutto sotto controllo, e neppure di vedere segni prodigiosi. È qualcosa di estremamente vicino allo spirito del vangelo.

Nello stesso tempo, la maggior parte delle generazioni credenti che ci hanno preceduti hanno visto in quel testo la previsione straordinariamente precisa e prodigiosa della nascita di Gesù. Non si può negare che anche loro si pongano in piena sintonia con il vangelo, che in effetti, per bocca di Matteo e Luca, narra un concepimento straordinario di Gesù, non ad opera di Giuseppe.

C’è da scegliere? Forse no. Come in una poesia che ci parla della eleganza raffinata ma effimera di una rosa, ma nel contempo allude anche alla bellezza mondana che svanisce, così Is 7,14 ci invita a confidare in Dio nonostante i segni fragili della sua presenza, ma insieme anche a restare aperti a un suo donarsi straordinario, miracoloso, che non entra in contraddizione con il suo stile più consueto ma piuttosto lo compie.

Così resteremo aperti anche noi al darsi di Dio nella nostra vita in modalità in gran parte già suggerite, ma nello stesso tempo non prescritte in modo definitivo. Dio, come l’essere vivente che lui è, può sempre sorprenderci.

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Nello spezzare il pane…

Prime impressioni di suor Mercy, giovane MC keniana che oggi cammina con la gente della missione di Vilacaya, in Bolivia.

Per me la missione è un dono in cui mi si svela la presenza amorosa di Dio e sperimento profondamente che l’essere qui, tra questo Popolo, è un compito che Lui stesso mi ha affidato.

Per raggiungere Vilacaya (Bolivia) dall’Argentina, ho dovuto fare un viaggio lungo e faticoso, che durò all’incirca due giorni. Ma la mia determinazione ed entusiasmo sono stati decisivi per superare ogni fatica! Mentre oltrepassavo la frontiera dall’Argentina alla Bolivia, ho iniziato a sentire che era proprio questa la mia missione ed ero molto felice ed emozionata di poter arrivare in questo luogo. La prima sfida che ho dovuto affrontare è stata quella dell’altitudine, e per questo ho innalzato a Dio la mia preghiera chiedendo il suo sostegno. E posso affermare che grazie ad essa sto superando tante difficoltà e paure, nella certezza che il Signore è con me. Insieme alla preghiera, m’incoraggia anche il fatto di essere in una comunità di Sorelle, che mi hanno accolta con grande amore e fraternità.

Vilacaya è un luogo circondato da colline che si intrecciano tra di loro e, anche se hanno poca vegetazione e sono sassose, secche e fredde, sono di una bellezza inaudita. La gente di Vilacaya è molto accogliente, gentile, amabile e generosa. Sfortunatamente la Bolivia, in generale, da alcuni anni soffre le conseguenze del cambio climatico che ha provocato l’attuale crisi idrica; ciò sta portando molta gente ad emigrare.

Al momento mi dedico alla visita delle comunità di Vilacaya, insieme alle mie consorelle, e sento che la gente ci riceve con tanta gioia. Quando hanno saputo che io sarei rimasta con loro, sono stati molto felici, nonostante una volta una donna mi abbia chiesto: “Perché hai deciso di rimanere in Vilacaya dove il clima è così sfidante?” Ed io le ho risposto: “Perché mi piace tantissimo la gente di Vilacaya”. Ella ha sorriso ed è stata felice. In quel momento ho sperimentato che la nostra presenza in quella zona è un segno di consolazione e speranza per la gente.

Uno tra i tanti aspetti che caratterizzano questo Popolo è appunto quello dell’accoglienza, che si manifesta particolarmente attraverso l’invito a mangiare insieme, che per loro è un mezzo che aiuta a tessere relazioni, che porta all’accettazione e alla riconciliazione. È quindi una loro prassi quella di invitare a mangiare l’ospite dopo una visita, oppure i partecipanti ad una celebrazione. È un modo per esprimere apprezzamento, ospitalità e generosità. Questo gesto riporta alla mia memoria il passo biblico dei discepoli di Emmaus che avevano camminato con il Signore come fosse uno straniero, ma invitandolo a rimanere con loro per condividere la cena, hanno potuto scoprire la sua vera identità. Il fatto di condividere insieme il cibo con la gente è di per sé un momento sacro, nel quale Cristo si rivela a noi come a quei discepoli. Perciò io gioisco pienamente ogni volta che ho l’opportunità di condividere questi momenti insieme ai Vilacayani, giacché si spezza non solo il pane, ma è l’occasione per conoscerci ed arricchirci vicendevolmente.

Ammiro la loro organizzazione in comunità, dove si lavora seriamente per l’interesse comune e si protegge e cura la vita di ogni persona, prendendo sempre attraverso il dialogo, le decisioni da realizzare per ogni situazione. Riescono inoltre ad ampliare i loro circoli per dare il benvenuto ai visitatori, per proteggerli e prendersi cura di loro. Sono stata molto edificata un giorno che la polizia era entrata nella nostra casa, per verificare dove vivevamo e per fare le pratiche dei miei documenti. Quando essi entrarono nella nostra casa, molta gente si avvicinò per proteggerci, perché avevano pensato che qualcosa di grave fosse successo, e gli stessi poliziotti uscendo si sono meravigliati nel vedere tutta quella gente! Questo è stato un segno di quanto la gente ci ama, apprezza e protegge.

L’esperienza che sto vivendo mi aiuta a capire che essere missionaria della Consolata è una scuola continua di apprendistato dove imparo ad essere consolata dal Signore per poter consolare con quella stessa consolazione che da Lui ricevo. Sto imparando tante cose sia dalle mie consorelle più esperte di missione, che dalla stessa gente, che ha una cultura tanto bella e tanto ricca.

suor Mercy Mabuti, mc

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La piccolezza di Dio

… proviamo a chiederci anche se qualcuno di noi sceglierebbe di divenire piccolo quanto Dio. Cioè, di scendere, di svuotarsi, di annientarsi per amore.

L’incredibile capacità di Dio di farsi piccolo: forse è ciò che riesce a stupirci di più, ad affascinarci, ad intenerirci e catturarci – tra stupore e incredulità – incantati davanti al presepe.

Tempo fa rimasi particolarmente colpita da una riflessione che il Vescovo di Civita Castellana, diocesi di appartenenza della nostra Casa Generalizia, ci offrì in occasione del pellegrinaggio della statua di San Michele Arcangelo alla parrocchia di Nepi. Partendo dal significato del nome Michele – “chi è come Dio” – Mons. Rossi si inoltrò nel mistero della grandezza di Dio, ma anche della sua piccolezza. Ci è piuttosto facile pensare che, certo, nessuno è come Dio perché Dio è grande, è infinito, mentre le creature sono piccole, finite.

Benedetta piccolezza di Dio, che scende in mezzo a noi! Benedetta piccolezza di Dio, che si fa bimbo per noi! Benedetta piccolezza di Dio che si fa pane e vino, cibo e bevanda per noi!

Dio è onnipotente, onnisciente, onni… mentre sarebbe assai presuntuoso applicare il prefisso “onni” a una creatura. E’ quindi evidente che nessuno è come Dio perché nessuno è grande quanto Lui. Però, ci aiutò a riflettere il Vescovo, proviamo a chiederci anche se qualcuno di noi sceglierebbe di divenire piccolo quanto Dio. Cioè, di scendere, di svuotarsi, di annientarsi per amore. Di farsi piccolo, piccolissimo, Lui, l’Infinito, di nascere in una grotta, di vivere in un minuscolo villaggio lavorando come falegname, essendo Dio. E di farsi Servo per amore, Colui che lava i piedi, Colui che perdona gli insulti e le offese, Colui che dona tutto se stesso e si consegna alla morte, e alla morte di croce. Chi è come Dio nella sua piccolezza?

Benedetta piccolezza di Dio, che scende in mezzo a noi! Benedetta piccolezza di Dio, che si fa bimbo per noi! Benedetta piccolezza di Dio che si fa pane e vino, cibo e bevanda per noi!

Vieni, Signore Gesù nella nostra piccolezza e rendila Tua. Tu, Infinito che sai raccoglierti  in un frammento di pane, feconda di Eterno ogni frammento della nostra esistenza! Tu, Verbo che ti congiungi alla carne, rendi la nostra umanità trasparenza dell’Invisibile! Tu, Creatore che dimori nella creatura, donaci un cuore puro che ti sappia vedere in ogni cosa! Tu, Onnipotente che gioisci per i tuoi piccoli, donaci la letizia dei piccoli che sanno gioire di Te!

Maranatha, vieni Signore Gesù!

Sr Simona Brambilla, MC

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Il mio cammino con la Consolata

Testimonianza di una giovane keniana, in cammino con la Consolata

Sono cresciuta  in un villaggio sperduto nel cuore dell’Africa, rinchiuso tra campi e  colline e lo ritengo una benedizione. Lì ci eravamo solo noi, la natura e gli animali domestici e selvatici, e si  viveva  felici. Già presto al mattino sentivi un chiaccherio di chi si avviava   salutando; il fumo si alzava  in armonia da diverse case;  mamma si svegliava  presto per iniziare la sua giornata.

Io mi affrettavo a correre in chiesa per servire la Messa. Ero innocente. Mi ero unita ai chierichetti  a undici anni col solo pensiero di aiutare il Sacerdote quando si lavava le mani e per essere a sua disposizione se aveva bisogno di qualche cosa sull’altare o dalla sacrestia.

Mi piaceva stare in chiesa specialmente con i miei cugini e miei amici dell’Infanzia Missionaria  e di un altro gruppo. Nel fine settimana spendevamo tutto il giorno nei locali della parrocchia e naturalmente ci passavamo alla sera dopo la scuola. Che cosa ci attirava? Non lo sapevamo e non ce lo chiedevamo neanche, ma eravamo sempre in parrocchia ogni sabato per pregare il rosario con gli animatori dell’Infanzia Missionaria. Non conscevamo l’Australia o l’Asia ma pregavamo per tutti i continenti.

Sono cresciuta conoscendo che Maria è la madre di Gesù e che ogni volta che pregavamo il rosario era contenta di noi e avrebbe chiesto a Dio di rispondere alle nostre preghiere. Amavo la Madonna tanto tanto. I suoi occhi misericordiosi, la tenerezza del suo volto mi attiravano.

Anche in casa, mia mamma aveva praticamente fatto diventare un santuario della Madonna la stanza di soggiorno, con le varie immagini della Madonna che vi erano appese. Qualche volta seduta sul sofà me ne stavo lì a gurdarle. Sapevo che era presente e ci proteggeva, intercedeva per noi. Provavo una gioia interiore ogni volta che pregavo il rosario.

Ero interessata a conoscere di più chi fosse la Madonna e il mio interesse divenne realtà quando nel 2008 entrai nella scuola secondaria  a Wamba tenuta dalle suore Misisonarie della Consolata. Là è dove ho posto le mie radici spirituali. Ho imparato tanto dalle tre suore che dirigevano la scuola nelle diverse attività: Suor Carletta Bondi, suor Anna Lucia Piredda e Suor Cesarina Mauri.  Lavoravano insieme senza sosta per il ben di ciascuna di noi e sapevano pregare.

Vedevo spesso suor Anna Lucia pregare il rosario mentre camminava su e giù per i corridoi o nel territorio della scuola. Lei era convinta del potere che il rosario aveva presso Dio. Negli incontri di Azione Cattolica, insisteva perché fossimo oneste e facessimo sempre il bene. Io la incontravo personalmente nel suo ufficio per essere da lei guidata. Mi ha aiutata a crescere nel bene, a sperare e a vedere il bene in tutti. Era come una mamma per me. Mi parlava molto della Consolata come Madre e il mio amore per la Madonna Consolata si approfondiva. Gradualmente venni a capire il vero significato del nome  Consolata.

Nel mio tempo libero visitavo la cappella e mi siedevo a guardare mia Madre e lei si rivelava a me nel silenzio. Pensavo alle misionarie presenti e passate e ai sacrifici che avevno fatto per portarci la buona notizia di consolazione fino ai più remoti angoli della brughiera, rispondendo ad  una chiamata, e mi chiedevo: “Se queste misisonarie non fossero venute avrei io potuto conoscere Gesù? Saprei il significato di consolazione?”  A volte mi veniva da piangere ripensando a suor Leonella Sgorbati, morta perché voleva consolare e confortare la gente così come Maria e Gesù. Pensavo anche a tanta gente sulla terra che sta soffrendo. Persone  oppresse, senza speranza, nelle tenebre. Allora desideravo di poterle raggiugere e parlare loro della Consolata, nostra madre. Dire loro che c’è Consolazione, che qualcuno pensa a loro e li ascolta. Volevo uscire dalla cappella e e raggiungere le terre più lontane per parlare della Consolazione.

Così dissi a suor Anna Lucia: “Io voglio farmi suora”. Lei, guardandomi fissa negli occhi,  mi rispose con un sorriso: “Per adesso impegnati a studiare. Dio si prende cura del resto fino a che arrivi il tuo tempo” .

Incominciai a frequentare le giornate di ritiro al centro di Spiritualità di Gitoro. Nel silenzio scoprii che c’è più gioia nel dare che nel ricevere; che portare Gesù Vera Consolazione richiede sacrificio. L’esempio di Maria che accettò la chiamata a portare la Consolazione al mondo e si fidò completamente di Dio, mi fu di aiuto a decidere che cosa volevo per la  mia vita. Incominciai a vedere che cosa ero disposta a lasciare per poter fare ciò che davvero desideravo.

Quando lasciai la scuola ero una persona che aveva ricevuto molto per la  mia vita. Posso affermare che nelle difficoltà, nelle sfide, nei dolori ho sempre saputo come affrontarli e consolare me stessa e gli altri attorno a me. Io ero sicura che mia Madre Maria era sempre presente per aiutarmi.

Era mio desiderio trovare il modo di far sentire a molta gente  l’amore di Dio e attraverso il mio talento musicale potevo raggiungere la gente attraverso le mie esecuzioni, ma non ero soddisfatta. Sentivo il bisogno di fare di più per confortare la gente, di essere più vicina a loro.
Oggi sono felice mentre, passo dopo passo, sto entrando a far parte della famiglia della Consolata per portare luce e consolazione al nostro mondo. Gli esempi di suor Anna Lucia che mi è stata maestra di preghiera e guardando a Maria come alla nostra consolatrice e tenera madre che sempre ascolta i suoi figli, a suor Leonella che mi ha insegnato ad amare il vangelo e ad esser pronta a donare la vita come ha fatto Gesù, alla Beata Irene che ha piantato in me i semi dell’umiltà e della carità, e a tutte le suore missionarie della Consolata che  hanno seminato in me i semi della speranza, del coraggio e del sacrificio sento che sono luce sul mio cammino.

Per me “Consolazione” è una chiamata ad amare e a servire  perchè ho sperimentato l’abbondanza dell’amore di Dio nel mio cuore. Il servizio è conseguenza dell’amore. Accettare le diversità, vede-re del buono in ognuno, prendersi cura di chi ha bisogno, dare il meglio di noi stesse perché la gran-dezza è misurata dal modo con cui trattiamo gli altri, è questo che definisce “consolazione” per me.

Winnie Joan Naanyu, Ex Studente di: St. Teresa Girls Secondary School, Wamba, Kenya

 

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La prima donna profetessa.

Diventata adulta, Maria fu una donna notevole. La sua personalità si formò in seno alla sua famiglia dove la fede era una realtà quotidiana. I suoi genitori, armati di coraggio, d’amore e d’immaginazione s’opposero agli ordini di un tiranno e salvarono la vita al loro ultimogenito.
Esodo 15:19 – 20, Numeri 12:1- 15 , Numeri 20:1

Maria, ragazza intelligente, si vide affidare una missione molto importante dalla madre: in gioco era la vita di suo fratello minore. Compì questa missione con coraggio e con tatto, mettendo in contatto sua madre, una donna ebrea, con una principessa egiziana. Così suo fratello venne salvato, con un beneficio per la famiglia e per il popolo di Dio. Il bambino, Mosè, divenne il mediatore dell’antico patto, il profeta che parlava faccia a faccia con Dio. Diventata adulta, Maria fu una donna notevole. La sua personalità si formò in seno alla sua famiglia dove la fede era una realtà quotidiana. I suoi genitori, armati di coraggio, d’amore e d’immaginazione s’opposero agli ordini di un tiranno e salvarono la vita al loro ultimogenito. Dalla famiglia di Amram uscirono tre grandi capi: Mosè, Aaronne e Maria, che hanno servito la nazione nello stesso periodo. Più tardi, attraverso Michea, Dio dichiarò: “Sono Io infatti che ti ho condotto fuori dal paese d’Egitto, ti ho liberato dalla casa di schiavitù, ho mandato davanti a te Mosè, Aaronne e Maria.”  (Michea 6:4)

Quando Mosè condusse il suo popolo turbolente fuori dal paese d’Egitto, fu assistito da suo fratello Aaronne, il sommo sacerdote, e da sua sorella Maria, la profetessa. Più di una semplice sorella, fu una collaboratrice per Mosè ed assunse responsabilità di leader. Maria, nubile, venne chiamata da Dio a compiere un incarico straordinario. Ha avuto il privilegio di essere la prima donna profetessa.

In parole e in opere, proclamò la grandezza di Dio. La sua vita fu totalmente centrata sul suo amore per Dio e per il popolo. I suoi doni e la sua personalità furono troppo grandi per essere messi semplicemente al servizio della sua famiglia. Ci furono molte madri e molte mogli in Israele, ma una sola Maria. Dio le affidò una posizione elevata. Una nazione intera dipendeva anche da lei. L’incarico al quale si consacrò completamente le procurò grandi soddisfazioni. Aveva vissutoil passaggio del Mar Rosso. L’acqua che salvò il popolo di Dio vide l’annientamento dei suoi nemici. «Cantate al Signore, perché è sommamente glorioso, esclamò Mosè dopo l’avvenimento, ha precipitato in mare cavallo e cavaliere».  Gli uomini cominciarono ad intonare gioiosamente questo canto al quale le donne unirono le loro voci. Da quel giorno, tutte le vittorie eccezionali d’Israele furono celebrate attraverso il canto, seguendo l’esempio di Maria. E’ lei che lanciò l’usanza. Energica e dal carattere giovanile, con il timpano in mano, riprese il canto di Mosè. Incoraggiò le donne a danzare in onore di Dio, cantando con gioia: “Cantate al Signore, perché è sommamente glorioso”.

Maria aveva un temperamento da leader e le donne la seguivano volentieri. Queste ultime non potevano prevedere che i loro canti sarebbero diventati una sorgente inesauribile di conforto per loro durante il lungo viaggio nel deserto. Il cammino è più facile e la strada meno faticosa quando si canta. Quante volte ci vuole la spinta e tener presente la fedeltà di Dio. Il viaggio fu interminabile a causa della disobbedienza del popolo. Ma ognuno riprese coraggio cantando: “ha precipitato in mare cavallo e cavaliere”.

2. Maria, nubile, venne chiamata da Dio a compiere un incarico straordinario. Ha avuto il privilegio di essere la prima donna profetessa. In parole e in opere, proclamò la grandezza di Dio. La sua vita fu totalmente centrata sul suo amore per Dio e per il popolo.

Purtroppo la presunzione si insinuò in Maria. Il carattere forte divenne il suo punto debole. Le circostanze svelanola persona. L’avvenimento che avrebbe posto di manifesto quest’aspetto del carattere di Maria fu il secondo matrimonio di Mosè con una donna etiope. Tra l’altro i Cusiti non erano un popolo con cui fosse proibito sposarsi (Cfr. Esodo 34:11, 16).

E’ comprensibile che per Maria fosse stato difficile accettare la decisione di Mosè, uomo di Dio, di prendere in moglie una donna straniera. O forse Maria si è irritata semplicemente per la presenza di una nuova donna nella vita di Mosè… .Maria si sdegno grandemente nel veder suo fratello contrarre un’alleanza con una straniera, quando c’erano tante donne israelite disponibili. Vedeva forse la nuova moglie del fratello come una minaccia al suo ruolo femminile preminente nella conduzione d’Israele? La Scrittura ci lascia alcune domande senza risposta.

Mosè, il capo supremo e la guida degli Israeliti, era il fratello minore di Maria e lei fu contrariata dal suo comportamento. Maria s’inquietò per gli effetti che questa unione avrebbe avuto sul popolo, visto che in quel periodo della storia, la parentela aveva voce importante nella scelta del matrimonio. Da questo punto di vista, il suo malcontento potrebbe sembrare una reazione ragionevole e giusta da parte di una donna matura. Ma era ingannevole. Maria venne elevata da Dio, contemporaneamente ai suoi fratelli, al posto più alto mai occupato da una donna nel popolo, ma superò i limiti. Maria sopravvaluta la sua posizione e si considera uguale a Mosè scalzando la sua autorità. Pensò: E’ veramente Mosè il capo tra noi tre? Io e Aaronne non siamo forse suoi pari?

Questo atteggiamento di non accogienza dell’autorità stabilita è molto comune oggi, sia a livello sociale che nelle comunità religiose. Dio sceglie chi vuole e lo prepone alla comunità, lo nomina suo rappresentante, coordinatore/trice dei propri fratelli e sorelle e lo fa non per le virtù o le qualità umane di colore che sceglie ma per realizzare il suo piano di salvezza nei confronti di tutti.

A volte queste scelte non sono conformi ai desideri di coloro che sono sottoposti all’autorità delle persone scelte e da qui possono nascere diverse attitudini: o si accoglie la presone preposta con umiltà a senso di collaborazione o succede, come a Maria ed Aronne, che si critica e si crea il mal contento nella comunità. Infatti il movente di Maria non era l’interesse del popolo o quello di Mosè ma il considerare i loro ruoli come autorità definitiva. Aaronne, il più tranquillo dei tre, cedette al carattere dominante della sorella. Maria e Aaronne cercarono di soppiantare l’autorità di Mosè considerandola un’autorità semplicemente umana. Scalzando, in certo modo, il piano di Dio. Agendo così, misero in pericolo l’unità e l’avvenire della nazione, tentarono di opporsi alla rivelazione diretta di Dio e invece di pensare al benessere delle persone coinvolte, pensarono solo a loro stessi, e ciò fu loro fatale.

3. Questo atteggiamento di non accogienza dell’autorità stabilita è molto comune oggi, sia a livello sociale che nelle comunità religiose. Dio sceglie chi vuole e lo prepone alla comunità, lo nomina suo rappresentante, coordinatore/trice dei propri fratelli e sorelle e lo fa non per le virtù o le qualità umane di colore che sceglie ma per realizzare il suo piano di salvezza nei confronti di tutti.

Maria e Aaronne andando contro un uomo scelto da Dio rifiutano il progetto di Dio stesso!

Convocati a comparire davanti alla sua giustizia e la sua autorità per rendere conto, non ebbero alcuna scusa. Mosè il mediatore nominato da Dio, rappresenta il Salvatore che doveva venire, CristoGesù. Il rifiuto di Mosè rappresenta rifiutare il Messia; ecco il perché della gravità della situazione.

Quando Dio si rivolse a loro, nella sua collera, Maria venne colpita dalla lebbra. Era la malattia più temuta perché colpisce la vita tutta riducendolo la persona allo stato di morto vivente. Ed ecco che Maria è colpita da Dio con la maledizione della lebbra.

La donna che durante il corso degli anni aveva trascinato la folla esortandola a cantare le lodi di Dio, si trova evitata da tutti e decade dal suo ruolo di leader. La sua voce, al posto di lodare Dio si trova a dover gridare: “Impura, impura” a chiunque la incontrasse. Avrebbe finito la sua vita deforme a causa della malattia e in solitudine.

Maria si rese conto, con dolore, della dimensione del suo peccato agli occhi di Dio e si dispose a subire il castigo per poter essere ancora abilitata agli occhi del popolo.

Aaronne è stato il primo a reagire e a dimostrare di accettare il castigo. Aaronne disse a Mosè: “Ti prego, mio signore”, con il termine “signore” al posto di quello di “fratello” Aronne riconosce la autorità di Mosè, non farci portare la pena di un peccato che abbiamo stoltamente commesso e di cui siamo colpevoli.  Mosè, allora supplica Dio in favore della sorella.

4. Maria si trovava in alto nella scala sociale, occupava una posizione eccezionale per una donna con l’impegno che Dio le aveva affidato. Per tanto tempo in quella posizione onorò Dio; diede esempio di una vocazione fuori dal comune. Chi si comporta così è al riparo dall’errore. Purtroppo, Maria lasciò nel corso degli anni sempre meno il controllo della sua vita nelle mani di Dio, fino a voler prenderla completamente in mano.

Mosè si astiene da approvare il giudizio di Dio, e non accusa neppure i colpevoli, prega semplicemente il Signore, di liberare Maria dal suo male ed ottenne la sua liberazione, il tormento della sorella che doveva durare tutta la vita, fu ridotto a 7 giorni.

La condotta di Maria non fu solo un errore per se stessa, ma anche per il suo popolo. Il loro viaggio fu ritardato a causa del suo peccato. La nazione intera non poteva avanzare fino a quando Maria non fu ammessa. I 7 giorni di esilio furono sicuramente di grande riflessione. Si comprese, allora, che Dio nomina e dà autorità a coloro che Lui ha scelto. La Bibbia non riporta altri atti di ribellione da parte di Maria. Riporta solo il fatto che Maria morì prima dell’entrata del popolo nella terra promessa.

Maria si trovava in alto nella scala sociale, occupava una posizione eccezionale per una donna con l’impegno che Dio le aveva affidato. Per tanto tempo in quella posizione onorò Dio; diede esempio di una vocazione fuori dal comune. Chi si comporta così è al riparo dall’errore. Purtroppo, Maria lasciò nel corso degli anni sempre meno il controllo della sua vita nelle mani di Dio, fino a voler prenderla completamente in mano. Senza dubbio questo cambiamento avvenne in modo sottile che Maria non se ne rese conto. Un esame di coscienza onesto ed opportuno avrebbe potuto permetterle di non subire il giudizio di Dio e di non oltrepassare i limiti con un’opinione di sé troppo alta.

sr. Renata Conti MC

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