Giovani coreani, studiosi e amanti della bellezza

Uno sguardo alle nuove generazioni della Corea del Sud

Di quali giovani parlare? Qui le cose cambiano rapidamente: chissà che tipo di giovani avremo fra 10 anni! Chi ha più di 50 anni, quando era giovane, ha dato tutto per il “miracolo economico” della Corea. I 40enni sono gli eroi della lotta contro la dittatura militare. I 30enni hanno avuto la vita più facile: la nazione era diventata ricca e le famiglie molto piccole. I 20enni hanno avuto la vita ancora più comoda ma adesso fanno fatica a trovare un lavoro e spesso rimandano matrimonio e figli perché l’economia non tira più come prima. Chi ha meno di 20 anni è sicuramente cresciuto con un telefonino in tasca e il computer davanti al naso.

Però, c’è un’esperienza che li accomuna tutti, e per quanto ne so, lo stesso capita per i Paesi di cultura confuciana (Cina, Giappone, Taiwan, Singapore, Hong Kong): la scuola!

Fino all’asilo i bambini possono fare quello che vogliono, nessuno li rimprovera. Ma dalla prima elementare vengono “intruppati” nel sistema e da quel momento è solo studiare, studiare e studiare. E fare tutto il possibile per essere ai primi posti. Qui l’educazione è intesa così: “L’allievo è un contenitore vuoto che deve essere riempito dal maestro!”. E la scuola normale non basta. Appena finito si va alle cosiddette “Accademie” per approfondire Inglese, Matematica, Piano, ed altro. È normale per uno studente coreano uscire di casa al mattino alle 7 e ritornare alla sera alle 10 o alle 11.

Molti anni fa, durante le mie prime esperienze di confessione in coreano, avevo capito che quando mi parlavano in modo comprensibile erano peccati normali, quando invece parlavano difficile con molti vocaboli di origine cinese erano cose grosse. Un giorno venne una ragazza e mi disse: “Io sono ko sam!”. Per stare sul sicuro le dissi: “Quella roba lì non farla mai più”! Che errore! Anche il più sprovveduto dei Coreani sa benissimo che ko sam vuol semplicemente dire: “Sto frequentando il terzo anno delle superiori e mi preparo all’esame di entrata all’università per cui non esco di casa, non vado con gli amici, non vado a Messa, e dal mattino alla sera solo studio!!!”. Dal mattino alla sera è un eufemismo: sulle pareti di molte scuole c’è questa scritta: “Più di 4 e non ce la fai!” Cioè: “se dormi più di 4 ore per notte quando prepari questo esame non ce la farai a passarlo!”.

Questo esame determina tutta la tua vita futura, chi sarai, quanto guadagnerai, che amici avrai. Accedere a una università di prestigio è come entrare in un club esclusivo, e indipendentemente dai risultati e dalle materie scelte, i membri della stessa università si aiutano tra loro, ti assumono nella loro ditta, ti aiutano a far carriera.

Tutta questa pressione e competitività, a cui si è aggiunto di recente il fenomeno del bullismo, è spesso causa di un grande numero di suicidi tra i giovani.

Ma non dimenticate che i giovani che escono da queste scuole saranno poi i dirigenti della Samsung, LG, Kia, Hyundai. E che questi giovani così legati alla loro terra e cultura diventeranno quegli imprenditori che non esitano un attimo a trapiantare la loro piccola azienda, se qui non è più competitiva, in Cina, Indonesia o America Latina.

 

Vincenzo, missionario oblato di Maria Immacolata, italiano, che lavora molto nel sociale, mi parlava dell’emergenza nascosta di almeno 200.000 ragazzi scappati di casa e mi descriveva la tipologia delle varie epoche. Un tempo c’era la generazione del “doposcuola”: ragazzi poveri che avevano bisogno di essere aiutati con lo studio per uscire dalla povertà. Quando la società si è arricchita, è arrivata la generazione del “rifugio”: ragazzini che magari scappavano di casa per conflitti familiari, ma ancora capaci di ascoltare l’autorità e di farsi aiutare, solo cercavano un rifugio (shelter) dove poter stare. Adesso c’è la generazione del “telefonino”: per loro è importante solo il momento presente. Perché studiare o sforzarsi di migliorare? Adesso vivo e il mio orizzonte è quello che posso godere in questo momento! Sì, questa è l’emergenza, ma non è lontanissima dal sentire del giovane medio.

I giovani coreani amano lo sport, e il baseball, che è lo sport più popolare, riempie gli stadi. Sono molto popolari le bands di teenagers che cantano e ballano, per non parlare delle telenovelas e dei film locali. Questi cantanti e attori sono popolarissimi anche nel resto dell’Asia, tanto che è stata coniata una nuova parola: Hallyu, cioè l’onda culturale coreana che si spande per l’Asia. E non dimentichiamo il Karaoke (qui si chiama Norepang!), uno dei divertimenti più popolari in Corea. E, in questo momento, quello che corrisponde alle nostre pizzerie sono i ristorantini di pollo fritto e birra, sempre pieni di giovani universitari.

In Italia tutti sono orgogliosi di sfoggiare la tintarella. Le ragazze coreane invece no. La sfida è essere più bianche delle altre. E allora quando splende il sole tutte in giro con l’ombrellino o un cappello a larghissime tese. E poi creme sbiancanti e creme antisolari. La bellezza qua è un valore importante, quindi le vedrete sempre truccate in modo impeccabile. Dal resto dell’Asia vengono in Corea per fare shopping di cosmetici locali che sono molto rinomati. E non parliamo della chirurgia plastica: molte volte il regalo dei 18 anni o per aver passato l’esame di ammissione all’università è proprio un ritocchino al naso, al mento o agli occhi!

E in Chiesa? Purtroppo adesso sembra di essere in Europa: i giovani sono molto rari. Fino al 2000 non era così. Ma poi, va’ a sapere, la denatalità (che è peggiore di quella italiana), il benessere o forse “la notte della cultura occidentale” è arrivata anche qui. Sta di fatto che dal 2000 le vocazioni religiose, una volta abbondanti, sono crollate drammaticamente, e anche quelle per il sacerdozio diocesano stanno mostrando segni di crisi.

Ma mai disperare, i Coreani possono essere tutto e il contrario di tutto, questo popolo ha fatto stupire il mondo in più di una circostanza, e sono sicuro che i nostri giovani sicuramente ci stupiranno!

P. Giampaolo Lamberto, IMC

questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Andare alle Genti

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