Diventando amici di Gesù

Le prenovizie argentine condividono un sogno divenuto realtà: ricominciare l’animazione dell’ Infanzia Missionaria, per fare conoscere ei piccoli Gesù e la passione per la missione

Il sogno di ricominciare l’ Infanzia Missionaria nel Collegio di Mendoza è cominciato a crescere nei nostri cuori all’inizio dell’anno 2017: tutto, in realtà, ci sembrava tanto lontano, però ci siamo lasciate entusiasmare da questo desiderio: siamo salite sulla barca delle “Pontifice Opere Missionarie” per realizzare questo sogno.  

In un primo momento ci siamo ritrovate con la sfida di entrare nella realtà del Collegio Santa Teresita, un luogo che si è dimostrato accogliente e di famiglia, dove ci hanno aperto le porte e altri si sono uniti a questo sogno: poco a poco si sono aggiunti membri all’equipaggio della nostra barca: alcuni studenti hanno risposto con entusiasmo alla proposta di diventare animatori, ma con il tempo si sono ritrovati con altri impegni da compiere e abbiamo avuto paura che il sogno non potesse realizzarsi.  Però, con nostra grande sorpresa, e con la grazia dello Spirito Santo, abbiamo potuto continuare la scommessa, e cinque giovani degli ultimi anni delle superiori, hanno iniziato a remare con noi nella barca, in compagnia dei Laici Missionari  Cristina, Oscar e Carina.

Ed è così che, dopo sei mesi di formazione e perseveranza, il 23 settembre il sogno si è realizzato, ed è iniziata l’avventura dell’Infanzia Missionaria, con la partecipazione di bambini dai sei ai nove anni, alunni del Collegio Santa Teresita. Con molta gioia e soddisfazione, il 29 settembre, alla vigilia della festa della Patrona del Collegio, Santa Teresa di Lisieux, le animatrici hanno ricevuto i simboli e si sono impegnate pubblicamente nel servizio ai bambini.

Così ci raccontano: “Quando abbiamo iniziato Infanzia, lo abbiamo fatto grazie all’entusiasmo che le coordinatrici dimostravano verso di noi, all’incoraggiamento e alle proposte interessanti che ci facevano. Avevamo 7 anni, eravamo bambine e ci interessava sapere che cos’era l’Infanzia Missionaria. Siamo state sempre parte del gruppo, da quando è iniziato fino al momento in cui si è sciolto. Non volevamo saperne nulla dell’idea che questo gruppo così bello finisse: le uscite creative, gli insegnamenti… Siamo felici di aver fatto parte di quel gruppo, abbiamo imparato tanto e sentiamo realmente Cristo nel nostro cuore. Oggi, dopo sei anni e mezzo, siamo più grandi e siamo capaci di formare i bambini, imparare da loro e loro da noi. Per quanto ciascuna di noi ha mille cose per la testa, vogliamo essere partecipi di questo progetto, continuare con l’aiuto di Dio e delle nostre coordinatrici, che dimostrano molta energia, hanno le pile cariche! Ci sentiamo soddisfatte e orgogliose!”

Tutto questo percorso non sarebbe stato possibile senza il sostegno affettuoso delle Missionarie della Consolata e della direzione del Collegio Santa Teresita, che con gioia ed entusiasmo, fin dall’inizio, si sono uniti in questa “pazzia missionaria”, che nel cuore continua a nutrire molti progetti futuri.

Muriel Leiva e Nadia Leitner, prenovizie

Share

TRASFORMARE IL MALE IN BENE…

Il coraggio di Ester sarà salvifico: il decreto di sterminio, già firmato, non può essere revocato, ma il re autorizza gli ebrei a difendersi dall’imminente attacco.

Studiose e studiosi l’hanno paragonata a Cenerentola. Anche Ester, infatti, è una giovane orfana che, con il matrimonio, viene inaspettatamente riscattata dalla miseria e dal silenzio. Ma se l’eroina delle fiabe ha pochi meriti personali (tranne che nella versione dello scrittore inglese Roald Dahl), la ragazza docile, obbediente e silenziosa della Bibbia ne ha da vendere. Capace, come sarà, di trasformarsi in colei che salverà il suo popolo dalla morte.

La storia, che si svolge nell’impero persiano durante la diaspora, è nota. Al termine di lunghissimi festeggiamenti, il potente re Assuero/Artaserse “che regnava dall’India fino all’Etiopia sopra centoventisette province” (Ester 1,1) invita a partecipare alla festa anche la moglie Vasti. La donna, però, rifiuta di presentarsi. Espulsa dalla corte (il suo no viene letto come un affronto), viene sostituita da Ester, scelta tra le più belle vergini del regno. La ragazza è ebrea, ma non lo dice. La sua identità verrà tenuta nascosta fino a quando Mardocheo (un suo parente), venuto a conoscenza di un complotto ordito dal visir Aman per sterminare gli ebrei, chiede alla regina di intercedere per il proprio popolo. Il rischio è molto alto, ma lei accetta. Il coraggio di Ester sarà salvifico: il decreto di sterminio, già firmato, non può essere revocato, ma il re autorizza gli ebrei a difendersi dall’imminente attacco. E onde evitare che si dimentichi la minaccia scongiurata, da Ester e Mardocheo viene fissata una festa annuale, Purim, che tutto Israele dovrà celebrare di generazione in generazione fino alla fine dei tempi.

Protagoniste del racconto sono dunque due regine. L’una, Vasti, è una figura per nulla delineata nel racconto: sappiamo solo che il re decide di convocarla “per mostrare al popolo e ai capi la sua bellezza” (1,11). Possiamo immaginare che la regina abbia rifiutato – con estremo coraggio – di farsi trattare come un oggetto, come trofeo da mostrare al pubblico. E se questo atteggiamento maschile, nella mentalità del tempo (e non solo!), poteva essere considerato normale, decisamente non normale è il no della donna. Il colpo di scena è forte. È un rifiuto inconcepibile nella dinamica tra maschile e femminile, tra potere e sottomissione. Ma è, al contempo, un rifiuto necessario ai fini della storia d’Israele: è grazie al no di questa donna, infatti, che può avverarsi la salvezza per un intero popolo a rischio di sterminio. Vasti esce dunque di scena in silenzio, con estrema dignità. Si ritroverà sola, ma non piegata.

Il colpo di scena è forte. È un rifiuto inconcepibile nella dinamica tra maschile e femminile, tra potere e sottomissione. Ma è, al contempo, un rifiuto necessario ai fini della storia d’Israele: è grazie al no di questa donna [la regina Vasti], infatti, che può avverarsi la salvezza per un intero popolo a rischio di sterminio.

L’altra protagonista è Ester, il cui omonimo libro insieme a quello di Rut e di Giuditta compone una trilogia di racconti sapienziali dal nome di donna. Ester è per definizione “la nascosta”, perché questo significa in ebraico il suo nome, ma lo è a tanti livelli.

Ester, innanzitutto, vince e passa alla storia non perché è la regina di Persia (come si potrebbe inizialmente pensare), ma perché è la regina d’Israele. Figura misteriosa anche perché priva di padre e di madre, è proprio la sua condizione di orfana a darle una funzione messianica, quasi un Mosè in versione femminile, come tanti hanno sottolineato.

Nascosta non è solo Ester: un’altra caratteristica del racconto ebraico, infatti, è l’assenza di Dio. E se tale assenza è stata fonte delle più varie interpretazioni, ci piace pensare che ciò non significhi che Dio non ci sia, ma che Egli è nascosto: sta a noi cercarlo nei nomi, nelle parole e nella storia che viene raccontata.

Entrata in Carmelo per offrire la sua vita a Dio, Edith Stein la offrì anche per il popolo ebraico. Esattamente come fece Ester. “Non posso fare a meno di tornare sempre a pensare alla regina Ester, che fu presa dal suo popolo per intercedere davanti al re in favore del suo popolo – scrive Teresa Benedetta della Croce –. Io sono una piccola Ester, molto povera e impotente, ma il Re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso”.

Una storia che ha al centro un nodo fondamentale per l’umanità: salvare se stessi o salvare gli altri? E, nello specifico, tentare di salvare gli altri anche quando questo potrebbe significare condannare se stessi? Mardocheo coglie il nocciolo della questione quando va ad implorare l’aiuto della regina: “Non dire a te stessa che tu sola potrai salvarti nel regno, fra tutti i Giudei” (4,12). Sarebbe stato difficile colpevolizzare una ragazza spaventata dinnanzi a un compito tanto rischioso, ma il coraggio apparentemente inaspettato è qualcosa che le donne imparano presto a conoscere. Certo, la domanda successiva di Mardocheo parrebbe voler riportare Ester nell’ambito di un disegno divino (“Chi sa che tu non sia diventata regina proprio per questa circostanza?”: 4,14), ma la scelta se dire sì o no è un’opzione possibile. Un’opzione che in realtà Ester nemmeno contempla: dopo tre giorni di digiuno, a cui chiama tutto il popolo, rende nota la sua scelta. “Contravvenendo alla legge, entrerò dal re, anche se dovessi morire” (4,16). Il finale non è certo, la sua scelta sì.

Tra le donne che si sono ispirate a Ester ci piace ricordare la filosofa carmelitana morta ad Auschwitz. Un anno prima di finire in una camera a gas, infatti, Edith Stein scrisse per lei un componimento poetico intitolato Dialogo notturno. Entrata in Carmelo per offrire la sua vita a Dio, Edith Stein la offrì anche per il popolo ebraico. Esattamente come fece Ester. “Non posso fare a meno di tornare sempre a pensare alla regina Ester, che fu presa dal suo popolo per intercedere davanti al re in favore del suo popolo – scrive Teresa Benedetta della Croce –. Io sono una piccola Ester, molto povera e impotente, ma il Re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso”.

Ester è il prototipo delle grandi cose realizzate, con caparbia e coraggio, nel silenzio.

Piccola sorgente che divenne un fiume” (10,3), la definisce Mardocheo nella Bibbia. È probabilmente l’immagine che meglio coglie il messaggio, ancora attualissimo, di questa storia. Ester è il prototipo delle grandi cose realizzate, con caparbia e coraggio, nel silenzio. Umile (“Detesto l’insegna della mia alta carica, che cinge il mio capo nei giorni in cui devo comparire in pubblico”: 4,17) e semplice, prima nascosta e poi combattente, questa ragazza diventa donna muovendosi negli intrighi dei palazzi, uscendone trasformata per sé e per il suo popolo. Così, capace di trasformare il male in bene.

GIULIA GALEOTTI

questo articolo è stato pubblicato in Andare alle Genti

per informazioni sulla rivista o abbonamenti clicca qui

Share

Giovani coreani, studiosi e amanti della bellezza

Uno sguardo alle nuove generazioni della Corea del Sud

Di quali giovani parlare? Qui le cose cambiano rapidamente: chissà che tipo di giovani avremo fra 10 anni! Chi ha più di 50 anni, quando era giovane, ha dato tutto per il “miracolo economico” della Corea. I 40enni sono gli eroi della lotta contro la dittatura militare. I 30enni hanno avuto la vita più facile: la nazione era diventata ricca e le famiglie molto piccole. I 20enni hanno avuto la vita ancora più comoda ma adesso fanno fatica a trovare un lavoro e spesso rimandano matrimonio e figli perché l’economia non tira più come prima. Chi ha meno di 20 anni è sicuramente cresciuto con un telefonino in tasca e il computer davanti al naso.

Però, c’è un’esperienza che li accomuna tutti, e per quanto ne so, lo stesso capita per i Paesi di cultura confuciana (Cina, Giappone, Taiwan, Singapore, Hong Kong): la scuola!

Fino all’asilo i bambini possono fare quello che vogliono, nessuno li rimprovera. Ma dalla prima elementare vengono “intruppati” nel sistema e da quel momento è solo studiare, studiare e studiare. E fare tutto il possibile per essere ai primi posti. Qui l’educazione è intesa così: “L’allievo è un contenitore vuoto che deve essere riempito dal maestro!”. E la scuola normale non basta. Appena finito si va alle cosiddette “Accademie” per approfondire Inglese, Matematica, Piano, ed altro. È normale per uno studente coreano uscire di casa al mattino alle 7 e ritornare alla sera alle 10 o alle 11.

Molti anni fa, durante le mie prime esperienze di confessione in coreano, avevo capito che quando mi parlavano in modo comprensibile erano peccati normali, quando invece parlavano difficile con molti vocaboli di origine cinese erano cose grosse. Un giorno venne una ragazza e mi disse: “Io sono ko sam!”. Per stare sul sicuro le dissi: “Quella roba lì non farla mai più”! Che errore! Anche il più sprovveduto dei Coreani sa benissimo che ko sam vuol semplicemente dire: “Sto frequentando il terzo anno delle superiori e mi preparo all’esame di entrata all’università per cui non esco di casa, non vado con gli amici, non vado a Messa, e dal mattino alla sera solo studio!!!”. Dal mattino alla sera è un eufemismo: sulle pareti di molte scuole c’è questa scritta: “Più di 4 e non ce la fai!” Cioè: “se dormi più di 4 ore per notte quando prepari questo esame non ce la farai a passarlo!”.

Questo esame determina tutta la tua vita futura, chi sarai, quanto guadagnerai, che amici avrai. Accedere a una università di prestigio è come entrare in un club esclusivo, e indipendentemente dai risultati e dalle materie scelte, i membri della stessa università si aiutano tra loro, ti assumono nella loro ditta, ti aiutano a far carriera.

Tutta questa pressione e competitività, a cui si è aggiunto di recente il fenomeno del bullismo, è spesso causa di un grande numero di suicidi tra i giovani.

Ma non dimenticate che i giovani che escono da queste scuole saranno poi i dirigenti della Samsung, LG, Kia, Hyundai. E che questi giovani così legati alla loro terra e cultura diventeranno quegli imprenditori che non esitano un attimo a trapiantare la loro piccola azienda, se qui non è più competitiva, in Cina, Indonesia o America Latina.

 

Vincenzo, missionario oblato di Maria Immacolata, italiano, che lavora molto nel sociale, mi parlava dell’emergenza nascosta di almeno 200.000 ragazzi scappati di casa e mi descriveva la tipologia delle varie epoche. Un tempo c’era la generazione del “doposcuola”: ragazzi poveri che avevano bisogno di essere aiutati con lo studio per uscire dalla povertà. Quando la società si è arricchita, è arrivata la generazione del “rifugio”: ragazzini che magari scappavano di casa per conflitti familiari, ma ancora capaci di ascoltare l’autorità e di farsi aiutare, solo cercavano un rifugio (shelter) dove poter stare. Adesso c’è la generazione del “telefonino”: per loro è importante solo il momento presente. Perché studiare o sforzarsi di migliorare? Adesso vivo e il mio orizzonte è quello che posso godere in questo momento! Sì, questa è l’emergenza, ma non è lontanissima dal sentire del giovane medio.

I giovani coreani amano lo sport, e il baseball, che è lo sport più popolare, riempie gli stadi. Sono molto popolari le bands di teenagers che cantano e ballano, per non parlare delle telenovelas e dei film locali. Questi cantanti e attori sono popolarissimi anche nel resto dell’Asia, tanto che è stata coniata una nuova parola: Hallyu, cioè l’onda culturale coreana che si spande per l’Asia. E non dimentichiamo il Karaoke (qui si chiama Norepang!), uno dei divertimenti più popolari in Corea. E, in questo momento, quello che corrisponde alle nostre pizzerie sono i ristorantini di pollo fritto e birra, sempre pieni di giovani universitari.

In Italia tutti sono orgogliosi di sfoggiare la tintarella. Le ragazze coreane invece no. La sfida è essere più bianche delle altre. E allora quando splende il sole tutte in giro con l’ombrellino o un cappello a larghissime tese. E poi creme sbiancanti e creme antisolari. La bellezza qua è un valore importante, quindi le vedrete sempre truccate in modo impeccabile. Dal resto dell’Asia vengono in Corea per fare shopping di cosmetici locali che sono molto rinomati. E non parliamo della chirurgia plastica: molte volte il regalo dei 18 anni o per aver passato l’esame di ammissione all’università è proprio un ritocchino al naso, al mento o agli occhi!

E in Chiesa? Purtroppo adesso sembra di essere in Europa: i giovani sono molto rari. Fino al 2000 non era così. Ma poi, va’ a sapere, la denatalità (che è peggiore di quella italiana), il benessere o forse “la notte della cultura occidentale” è arrivata anche qui. Sta di fatto che dal 2000 le vocazioni religiose, una volta abbondanti, sono crollate drammaticamente, e anche quelle per il sacerdozio diocesano stanno mostrando segni di crisi.

Ma mai disperare, i Coreani possono essere tutto e il contrario di tutto, questo popolo ha fatto stupire il mondo in più di una circostanza, e sono sicuro che i nostri giovani sicuramente ci stupiranno!

P. Giampaolo Lamberto, IMC

questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Andare alle Genti

per informazioni o abbonamenti, clicca qui

Share

Il principio e l’umano

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola…

Rispetto a ciò che potremmo immaginare, Gesù prende raramente posizione riguardo al matrimonio; quando lo fa, è perché è chiamato in ballo dai suoi avversari.

Che in un caso sembrerebbero davvero aver architettato (o essersi trovato tra mano…) un inganno fantastico.

Una trappola astuta

All’inizio del capitolo 8 del vangelo secondo Giovanni veniamo a sapere che scribi e farisei, volendo evidentemente mettere ancora alla prova Gesù, gli portano un caso scottante. Una donna adultera, sorpresa sul fatto.

In tutti i tempi ci sono persone che, molto spesso in assoluta buona fede, intendono difendere i principi e si vedono per questo costretti a punire le persone. La ragione è evidente: se è vero che una legge è buona e giusta, va fatta rispettare. La si può motivare, si può invitare ed esortare a rispettarla, ma se poi viene violata, occorrono le pene. Altrimenti, ritengono, tutto viene messo sullo stesso piano, relativizzato, ossia svenduto.

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola… Può darsi che i suoi avversari pensassero che così facendo si comportava da “populista”, che si faceva vedere buono soltanto perché non aveva responsabilità. E gli servono un piatto avvelenato.

Perché l’adulterio non era solo un peccato tra tanti: le violazioni contro il matrimonio, simbolo dell’amore di Dio per l’uomo, erano trattate in modo particolare duro. Chi veniva colto sul fatto doveva essere lapidato, la legge era chiara.

Quindi Gesù si trova di fronte a una scelta complicata: o condanna la donna, rispettando la legge ma giocandosi (così pensano) il favore della gente, oppure si mette contro Mosè, contro il volere di Dio. Chissà se è per questo che Gesù subito non risponde, mettendosi invece a scrivere per terra (da quando è stata scritta questa pagina, generazioni di commentatori si sono chiesti perché o che cosa scrivesse, e ancora ce lo chiediamo).

Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica.

Una risposta altrettanto astuta

Di fronte all’insistenza dei suoi avversari, che forse pensavano di averlo messo all’angolo, Gesù finalmente alza la testa e reagisce con una delle risposte più fulminanti dei vangeli: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv 8,7).

Parla solo della prima pietra, non è necessario che siano tutti perfetti. Ma sembra ricordare che l’umanità è soggetta all’inciampo, e chi ha bisogno di misericordia non può che invocare misericordia non solo per sé.

E mentre Gesù abbassa di nuovo la testa e riprende a scrivere sulla sabbia (l’unica volta nei vangeli in cui si dica che Gesù scrive: non poteva utilizzare un materiale più duraturo?), uno alla volta tutti se ne vanno, incominciando dai più anziani, ossia da coloro che, si poteva immaginare, avevano avuto più tempo per perfezionarsi, per arrivare alla pienezza di una vita senza peccato; ma anche coloro che, dall’alto della loro esperienza, sapevano che non si sarebbe trovato nessuno in grado di lanciare quel primo sasso.

Il giudizio del perfetto

Dopo un po’ sulla scena restano soltanto Gesù e la donna. Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica. A ben vedere, gli avversari di Gesù avrebbero potuto accusarlo di non essere del tutto onesto: si può benissimo non essere perfetti pur sapendo che cosa sarebbe la perfezione, e non si può nascondere che il peso dei peccati è diverso, l’adulterio è un peccato ben grave. Ma intanto i suoi avversari sono spariti. In piazza, solo una donna colta in adulterio e Gesù. Il quale finalmente si alza in piedi, magari la guarda negli occhi: «Donna, e gli altri? Dove sono finiti? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». Certo, nessuno può dirsi perfetto, non ci voleva molto a capirlo. Anche la donna, di sicuro, quando ha sentito quella condizione, poteva essersi sentita salva. A meno che…

Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento.

In realtà, a ben pensare, e i lettori del vangelo lo sanno bene, in quella piazza una persona senza peccato c’era. Fin dall’inizio. E adesso è ancora lì, davanti alla donna. Se Gesù volesse, la prima pietra è sua. «Neanch’io ti condanno».

Sembra di sentirli, tutti i tutori dell’ordine, che si scagliano contro tanto lassismo, relativismo, leggerezza: «In questo modo si viola la legge di Dio, che non viene più rispettata. Dispiace essere duri, ma è la condizione per salvaguardare il principio della fedeltà nel matrimonio. Se si inizia a perdonarne una, come si potrà poi difendere la legge buona?»

«Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). Ecco il secondo colpo di genio, che quasi non si nota, come nei fuoriclasse. Non peccare più. Con due frasi Gesù è riuscito a dire, insieme, che l’adulterio è peccato, che non è una leggerezza, che non è bene. Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento. Tu hai peccato, donna, non hai fatto il tuo bene, non è bene ciò che hai compiuto. Ma io non ti condanno. Solo, non peccare più, vivi nella pienezza, e sappi di essere stata accolta e perdonata comunque.

Share

Riconosciuto il Martirio di suor Leonella!

“Vogliamo esprimere tutta la nostra gratitudine al Signore che vuole farci dono del riconoscimento del martirio e della santità di un’altra delle sue figlie, Leonella! Oggi è il giorno del Grazie!

Grazie a Dio, alla Consolata, al Fondatore che ci donano la gioia di riconoscere in Sr. Leonella una sorella che ha vissuto in pienezza il nostro carisma, fino alla fine, nella testimonianza di una vita consegnata nel perdono!”

Con queste parole, Suor Simona e Padre Stefano, superiori generali degli Istituti Missionari della Consolata, esprimono la gioia di tutta la famiglia consolatina per la splendida notizia di mercoledì 8 novembre: Papa Francesco con un decreto ha riconosciuto ufficialmente il Martirio della Serva di Dio suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata, morta a Mogadiscio, Somalia, in odio della fede, il 17 settembre 2006.

Suor Leonella nasce a Rezzanello, in provincia di Piacenza, nel 1940. Entra nell’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata a 23 anni e dopo la prima formazione e gli studi infermieristici, è destinata alla missione del Kenya, dove lavora nel campo sanitario e nella formazione delle giovani che si preparano come infermiere. Sempre si è distinta per la sua generosità e l’entusiasmo, e per una continua ricerca di una risposta d’amore totale al Signore che lei amava profondamente.

Nel 2002 inizia il lavoro in Somalia nella scuola per infermieri sostenuta dal SOS: il sogno è dare speranza a un paese flagellato da decenni di Guerra, attraverso la formazione di giovani che possano avere cura delle mamme in gravidanza, dei bambini che nascono, dei malati da curare.

Nel 2006 il primo gruppo di studenti riceve il titolo di studio, destando sospetti e preoccupazioni tra i fondamentalisti islamici. Domenica 17 settembre, a mezzogiorno, un killer uccide Suor Leonella con sette colpi di pistola. Nel tentativo di salvarla, anche la guardia del corpo che la accompagnava muore. Le sue ultime parole sono state: “Perdono, perdono, perdono”.

Il Capitolo Generale del 2011 decide di presentare la causa del riconoscimento del martirio di suor Leonella: nel 2012 inizia il processo diocesano. Nel 2016 la potulatrice, suor Renata Conti, consegna la Positio alla Congregazione per le cause dei Santi. Quest’anno il Congresso dei Teologi riconosce il martirio in odium fidei a cui segue il riconoscimento del Congresso dei Cardinali. Ed ora, la lieta notizia del decreto di Papa Francesco! Bisogna ricordare che le cause dei martiri non hanno bisogno di un miracolo per giungere alla beatificazione, per questo il processo consiste nel riconoscimento della morte a causa dell’odio verso la fede cattolica.

 

Concludiamo con le parole dei Superiori Generali: “Che l’itinerario che ci porterà alla Beatificazione possa diventare per noi tutti occasione di rinnovato slancio missionario, nella semplicità, nella carità fraterna, nella gioia evangelica, nella radicalità del dono di vita implicito nella nostra vocazione missionaria ad gentes!”

Share

Insieme, nella stessa barca, verso l’altra riva

Fine dell’Istituto è la nostra santificazione e l’annuncio di Cristo ai non cristiani come partecipazione alla missione di Dio.

L’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata, fondato a Torino (Italia) il 29 gennaio 1910 dal sacerdote Giuseppe Allamano, è una Congregazione religiosa missionaria di diritto pontificio.

L’Allamano, immerso nella contemplazione del mistero di Gesù, Figlio missionario del Padre, sperimenta nell’energia dello Spirito Santo e nella tenerezza di Maria Consolata la gioia della salvezza. In questa grazia di consolazione sente l’urgenza di annunciare Cristo ai non cristiani. Dà inizio al nostro Istituto perché la salvezza, in Cristo Gesù, raggiunga i confini della terra.

Chiamate dallo Spirito Santo a partecipare al Carisma, dono di Dio a Padre Fondatore, noi missionarie della Consolata offriamo la vita per sempre a Cristo, nella missione ad gentes, ossia ai non cristiani, per l’annuncio di salvezza e consolazione.

Fine dell’Istituto è la nostra santificazione e l’annuncio di Cristo ai non cristiani come partecipazione alla missione di Dio.

Attente a cogliere le nuove sfide missionarie, cerchiamo di individuare e rispondere con coraggio e umiltà alle situazioni dei tempi nelle modalità definite dai Capitoli generali.

L’XI Capitolo generale delle Suore Missionarie della Consolata si è svolto dal 2 maggio al 7 giugno 2017 in Casa generalizia a Nepi (VT, Italia). Il 1 maggio il Card. João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, celebrava la solenne Eucarestia di apertura nella cappella di Casa generalizia. L’Eucarestia conclusiva, celebrata da P. Alberto Trevisiol, IMC, nostro confratello e Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana il 7 giugno, ben esprimeva la gratitudine, la meraviglia, la commozione per il percorso vissuto assieme, come famiglia in unità di intenti.

Il percorso di rinascita mira a un rinnovamento, a una rivitalizzazione della Congregazione, paragonata a una vite umile e fruttuosa che ha compiuto cento anni e, come ogni vite, necessita delle cure tenere e forti del vignaiolo, che si esprimono anche in sane e appropriate potature.

L’XI Capitolo generale è stato da noi chiamato il Capitolo della rinascita; il tema era racchiuso infatti in un solo verbo: Rinascere!

Il Capitolo raccoglieva, celebrava e continuava il percorso di rinascita inaugurato durante la preparazione al centenario di fondazione dell’Istituto, celebratosi nel 2010, e rilanciato dal X Capitolo generale nel 2011. Il percorso di rinascita mira a un rinnovamento, a una rivitalizzazione della Congregazione, paragonata a una vite umile e fruttuosa che ha compiuto cento anni e, come ogni vite, necessita delle cure tenere e forti del vignaiolo, che si esprimono anche in sane e appropriate potature. Siamo attualmente 580 professe, di 15 diverse nazionalità, presenti in 17 Paesi in Africa, America, Asia e Europa. Il X Capitolo generale del 2011 aveva affidato alla Direzione generale due importanti mandati: la Rielaborazione delle Costituzioni e il Ridisegnare le Presenze (Ristrutturazione). Questi due processi hanno coinvolto tutto l’Istituto in questi ultimi sei anni. Le Sorelle hanno partecipato con impegno a questi percorsi di Famiglia che hanno richiesto il coinvolgimento di tutte e sono divenuti occasione di preghiera, riflessione, condivisione e trasformazione a livello personale, comunitario, di Circoscrizione, di Istituto. Nel 2014, il I Capitolo Straordinario ha approvato il testo aggiornato delle Costituzioni e ha lanciato la rielaborazione di altri tre documenti del Diritto proprio: il Direttorio generale, il Regolamento amministrativo e il Piano generale di formazione (Ratio formationis), che l’XI Capitolo generale ha riveduto e approvato dopo un cammino che ha coinvolto di nuovo tutto l’Istituto, a diversi livelli, in stile veramente sinodale. Il processo del Ridisegnare le nostre Presenze ha trovato nel I Capitolo Straordinario del 2014 una tappa fondamentale, che ha indicato strade e aperto prospettive. L’XI Capitolo generale ha valutato i passi realizzati e ha progettato quelli futuri. In particolare, l’ultimo Capitolo ha confermato i cammini tracciati dal Capitolo straordinario del 2014, che prevedevano l’accorpamento delle Circoscrizioni in Africa in un’unica Regione, l’accorpamento delle Circoscrizioni in America in una unica Regione, il ridimensionamento deciso e coraggioso delle nostre presenze e attività specialmente in Africa e America e il rafforzamento delle presenze in Asia, in fedeltà al nostro fine specifico: l’evangelizzazione dei non cristiani.

Dopo il Capitolo straordinario del 2014, sia in Africa sia in America si erano realizzati passi intermedi, con la unificazione di alcune Circoscrizioni. Il Capitolo della Rinascita ha valutato positivamente questi passi e offerto orientamenti per continuare il processo iniziato. La diminuzione numerica e di forze è stata per l’Istituto una… energia positiva in quanto ha risvegliato in noi il bisogno di “tornare al Centro”, ossia all’essenziale della nostra vocazione, al primato di Dio e al fine per cui siamo state fondate. Abbiamo così sentito il bisogno di percorsi di rinnovamento e ridisegnamento non soltanto perché stiamo numericamente diminuendo ma soprattutto perché l’Istituto mantenga e sviluppi nell’oggi la fedeltà al carisma originario, perché la vite centenaria continui a generare grappoli succosi e produrre vino buono. Oltre all’immagine della vite e del vignaiolo, un simbolo che ha accompagnato lo svolgersi del nostro Capitolo della Rinascita è stato quello della barca.

Abbiamo così sentito il bisogno di percorsi di rinnovamento e ridisegnamento non soltanto perché stiamo numericamente diminuendo ma soprattutto perché l’Istituto mantenga e sviluppi nell’oggi la fedeltà al carisma originario, perché la vite centenaria continui a generare grappoli succosi e produrre vino buono.

Raccogliendo il percorso di questi anni, così intenso, partecipato, comunionale, il Capitolo ha sentito il bisogno di onorare il contributo originale di ogni Sorella nelle diverse circostanze concrete in cui vive la missione, caratterizzate da gioie e dolori, speranze e fatiche, luci e ombre che si intrecciano a formare il meraviglioso capolavoro della vita di ciascuna e della vita della nostra Famiglia religiosa missionaria. Il Capitolo ha riconosciuto, con gratitudine e meraviglia, affermato e celebrato il Bene, la Benedizione che percorre, come Onda viva e vivificante, forte e soave, la nostra famiglia e la sospinge al largo, piccola e fragile barca affidata al vento dello Spirito, per «passare all’altra riva» (cfr. Mc 4,35-41).

Questa barca, che è l’Istituto, è la nostra casa, è la casa di tutte noi. È una casa in movimento, proprio perché è una barca e… nessuna barca è costruita per rimanere ancorata in un porto sicuro, bensì per solcare le acque! È la barca donataci da Dio per navigare il tempo e lo spazio, staccandosi da rive conosciute, sempre protesa verso rive “altre”, che il fluire dell’Onda e il soffio dello Spirito di volta in volta ci indicano e ispirano. La vela è Maria Consolata, nostra Madre tenerissima. È Lei, ieri come oggi, a intercettare il vento dello Spirito, a gonfiarsi del Suo sospiro e sospingerci verso altri lidi. Al timone c’è, come sempre, Padre Fondatore, uomo dallo sguardo acuto e penetrante, e dall’udito finissimo, capace di captare i gemiti e i sussurri delle acque e del vento, di riconoscere i segni delle stelle e di avvistare da lontano nuovi lidi verso cui dirigere la barca. Nella barca ci siamo tutte noi Sorelle, ma c’è anche e soprattutto il Dio-con-noi, il vero e unico Inviato nel quale, e solo nel Quale, anche noi siamo inviate. C’è Lui, il Signore delle acque e del vento, l’umile Pellegrino che ama viaggiare con noi e come noi, proprio sulla nostra fragile barca di legno, in pieno sole, al chiar di luna o nelle notti senza stelle, identificandosi con noi, con le nostre gioie e dolori, speranze e fatiche, luci e ombre, veglie e torpori, coi nostri gesti, le nostre parole, i nostri sogni, la nostra umanità consacrata, il nostro impasto vivo e vibrante di terra e cielo!

Siamo consapevoli di non essere inviate ad annunciare noi stesse, la nostra potenza, la nostra grandezza, bensì a manifestare in fragili vasi di argilla (cfr. 2 Cor 4,7) la potenza umile, la forza debole, la grazia vulnerabile dell’Amore che è una Persona.

Conosciamo la fragilità della barca, le venature e i nodi del suo legno, le crepe e anche le falle da cui filtra acqua e che abbisognano di essere riparate. No, non ci spaventa questa fragilità, anzi! Siamo certe che proprio quando siamo deboli, è allora che siamo forti, non di noi stesse ma di Colui che è la nostra forza (cfr. 2 Cor 12, 9-10), la nostra gioia, la nostra vita! Siamo consapevoli di non essere inviate ad annunciare noi stesse, la nostra potenza, la nostra grandezza, bensì a manifestare in fragili vasi di argilla (cfr. 2 Cor 4,7) la potenza umile, la forza debole, la grazia vulnerabile dell’Amore che è una Persona. Egli ci avvolge e ci riveste di Sé senza annullare la nostra fragilità, ci rende sempre più Sue e, attirandoci sempre più profondamente in Lui, ci immerge in modo sempre più effettivo nei solchi dell’umanità, nelle ferite del cosmo, della storia e del cuore umano, nel contatto vero – umanissimo e divino – con «la carne di Cristo»1, con «le piaghe di Cristo»2 in noi stesse e nei fratelli e sorelle che incontriamo, per sprigionare dai nostri fragili vasi la fragranza del Suo Profumo, per liberare dalle crepe della nostra creta l’olio della Sua Consolazione!

La barca del nostro Istituto da più di cento anni naviga gli oceani, si stacca da tante rive conosciute e cerca «le isole lontane» (cfr. Is 66,19) seguendo la rotta indicata dalla Stella.

Questa barca umile e fragile, abitata dal Signore, è la casa di tutte noi. Sì, nella barca dell’Istituto dimoriamo e cresciamo, da lei usciamo di buon mattino per incontrare l’altro, per raccogliere il grano maturo dell’esperienza di Dio tra i popoli e per seminare il kerigma. In lei rientriamo la sera per ritrovarci insieme, per il dialogo intimo con Lui, per continuare la navigazione e raggiungere altre rive. In lei, nella barca dell’Istituto, ci incontriamo e riconosciamo Sorelle attorno a Colui che la abita, attorno alla vela della Consolata, attorno al Padre timoniere.

Conosciamo la fragilità della barca, ma conosciamo anche la forza misteriosa della Stella! La barca del nostro Istituto da più di cento anni naviga gli oceani, si stacca da tante rive conosciute e cerca «le isole lontane» (cfr. Is 66,19) seguendo la rotta indicata dalla Stella. Il nostro esperto timoniere è un Padre dallo sguardo sempre puntato all’orizzonte, sì, ma anche rivolto in alto, lassù, per individuare i segnali misteriosi che dalle profondità del Cielo indicano la via. La Stella apparsa oltre cento anni fa non ci ha mai abbandonato. A volte, la notte buia e caliginosa ha cercato di nascondercela, ma Lei è sempre riapparsa, trapassando con la Sua Luce fedele le nebbie più fitte. Come i Magi, anche noi sussultiamo di gioia al vederla! È la Stella del Carisma, capace di far trasalire di esultanza la nostra anima! Quante volte, nella nostra umile barca, immerse nel mare del tempo e dello spazio, sospinte dall’Onda e dal Vento, abbiamo sentito il nostro cuore vibrare di commozione alla Luce della Stella, al percepire ciò che risponde pienamente a quanto iscritto nel «codice genetico» del nostro spirito, ciò che ci identifica come Missionarie della Consolata, ciò che risveglia in noi le migliori energie, ciò che ci rilancia in uscita!

Sì, la Stella del Carisma brilla su di noi e ci conduce, fa risplendere la nostra piccola barca della Sua luce, ci rende sempre più belle, più vere, più donne, più sorelle, più spose e più madri, aprendo la nostra umanità alla fecondità inaudita dello Spirito…

Quante volte nelle visite, negli incontri, nei Capitoli, in questo Capitolo generale abbiamo sentito posarsi su di noi, passare tra noi, infiammare il nostro cuore il raggio caldo, inconfondibile, della Stella del Carisma! Allora, come per incanto, i nostri cuori si sono uniti, le nostre differenze sono diventate passi di danza di una melodia condivisa, le nostre voci hanno cantato la polifonia della comunione! Lungo il viaggio, l’equipaggio della nostra barca diventa sempre più “uno” e nei cuori cresce un senso del “noi” sempre più solido. Non c’è più posto per il “voi” e il “loro” all’interno di un equipaggio affiatato. I membri sono uniti dal desiderio dell’unica meta, e dalla stessa barca che abitano, di cui tutti sono responsabili; la Stella che seguono intreccia la vita di donne consacrate di diversa età, formazione, cultura, origine, esperienza e personalità nella tela viva, colorata, preziosissima della comunione. È il miracolo della Stella! Sì, la Stella del Carisma brilla su di noi e ci conduce, fa risplendere la nostra piccola barca della Sua luce, ci rende sempre più belle, più vere, più donne, più sorelle, più spose e più madri, aprendo la nostra umanità alla fecondità inaudita dello Spirito:

«Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,

la gloria del Signore brilla sopra di te.

Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,

nebbia fitta avvolge i popoli;

ma su di te risplende il Signore,

la sua gloria appare su di te. (…)

Alza gli occhi intorno e guarda:

tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano,

le tue figlie sono portate in braccio.

Allora guarderai e sarai raggiante,

palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,

verrà a te la ricchezza delle genti».

(Is 60, 1-2.4-5)

Sr Simona Brambilla, MC

1 Cfr. Papa Francesco, Veglia di Pentecoste con i movimenti, le nuove comunità, le associazioni e le aggregazioni laicali, Roma, 18 maggio 2013.

2 Cfr. Papa Francesco, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, Roma, 3 luglio 2013: «Dobbiamo toccare le piaghe di Gesù, dobbiamo accarezzare le piaghe di Gesù. Dobbiamo curare le piaghe di Gesù con tenerezza. Dobbiamo letteralmente baciare le piaghe di Gesù». La vita di san Francesco, ha ricordato il Papa, è cambiata quando ha abbracciato il lebbroso perché «ha toccato il Dio vivo e ha vissuto in adorazione». «Quello che Gesù ci chiede di fare con le nostre opere di misericordia — ha concluso il Pontefice — è quello che Tommaso aveva chiesto: entrare nelle piaghe».

Share

Fatima: una profezia che continua

Nell’introduzione alla pubblicazione della terza parte del cosiddetto “Segreto di Fatima”, voluta da Papa Giovanni Paolo II nel 2000, l’allora Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede, mons. Tarcisio Bertone, affermava: “Fatima è senza dubbio la più profetica delle apparizioni moderne”.

Il “segreto” è il contenuto della rivelazione fatta dalla Madonna ai tre pastorelli il 13 luglio 1917, che i bimbi tennero celato, su indicazione della stessa Vergine; soltanto nel 1941, Lucia, ormai suora, per concessione celeste e obbedienza al Vescovo, ne descrisse nelle sue Memorie le prime due parti: ad una rapidissima ma terrificante visione dell’inferno, seguirono la richiesta, da parte di Maria, della devozione al suo Cuore Immacolato, la previsione di un conflitto sanguinoso e degli effetti disastrosi causati dal diffondersi dell’ateismo in Russia e nel mondo intero.

La terza parte, invece, fu messa per iscritto (e chiusa in una busta) da Lucia, il 3 gennaio 1944, sempre in obbedienza alla Madonna e al Vescovo di Leiria. Nel 1957 il Vescovo la trasmise in busta sigillata all’Archivio segreto del Sant’Ufficio e segreta rimase fino al 2000, quando, come si è detto, Giovanni Paolo II decise di renderla pubblica: si trattava della visione impressionante di un angelo dalla spada infuocata che esortava alla penitenza e di un “Vescovo vestito di bianco” – che i tre pastorelli intuirono essere il Papa – che insieme ad altri Vescovi, sacerdoti e religiosi, saliva su una ripida montagna verso una grande croce, avanzava carico di sofferenza (che i bimbi avvertirono con profonda intensità) tra mucchi di cadaveri e, giunto presso la croce, veniva ucciso, insieme a molti religiosi e laici.

La segretezza di cui è stata circondata questa rivelazione e la cautela con cui la Santa Sede ha deciso di diffonderla risultano comprensibili alla luce della drammaticità del suo contenuto, tanto più dopo l’attentato di cui fu vittima Giovanni Paolo II, il 13 maggio 1981, proprio il giorno in cui ricorreva il 64° anniversario della prima delle sei apparizioni della Madonna a Fatima. Il Papa stesso, nella prima udienza generale successiva al tragico evento, il 7 ottobre, espresse la sua gratitudine alla Vergine, dichiarando di aver avvertito la sua straordinaria protezione che si era “dimostrata più forte del proiettile micidiale” e donò al Santuario di Fatima uno dei proiettili che lo avevano colpito, ora incastonato nella corona della Vergine.

Seppure profondamente significativo, questo “segreto” ha finito per divenire oggetto di una curiosità morbosa, alimentata dal sensazionalismo dei media, e per acquistare un’eccessiva rilevanza rispetto alle altre apparizioni, tanto da essere identificato quasi con il messaggio stesso di Fatima. Non solo: ancora in tempi recenti sono state riproposte assurde ipotesi catastrofiche o “complottistiche” (come quella dell’esistenza di un “quarto segreto” che la Chiesa vorrebbe tenere celato perché scottante), benché, in occasione della divulgazione del “segreto”, l’allora cardinal Ratzinger, in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ne avesse offerto un illuminante commento teologico e avesse chiarito il significato di quell’annuncio di sofferenza per il Papa e la Chiesa. Egli aveva spiegato che “profezia”, in senso biblico, “non significa predire il futuro, ma spiegare la volontà di Dio per il presente e quindi mostrare la retta via verso il futuro”: il profeta è colui che, per uno speciale dono divino, “viene incontro alla cecità della volontà e del pensiero e chiarisce la volontà di Dio come esigenza ed indicazione per il presente”. Il carisma profetico si può quindi accostare al dono di leggere i “segni dei tempi”, valorizzato dal Concilio Vaticano II, per cui la finalità delle “visioni private” come quelle dei pastorelli di Fatima – importanti ma essenzialmente differenti dall’unica e definitiva Rivelazione di Dio in Cristo, alla cui luce vanno lette e interpretate – è “aiutarci a comprendere i segni del tempo e a trovare per essi la giusta risposta nella fede”.

Questa interpretazione del “terzo segreto” aiuta a recuperare la profondità della dimensione profetica delle apparizioni di Fatima, preservandole da letture riduttive che rischiano di banalizzarne il messaggio.

 

Sulla stessa linea si pone il libro di don Franco Manzi, Fatima, teologia e profezia, frutto di uno studio ampio e documentato, pubblicato quest’anno dalle Edizioni San Paolo. Egli offre una lettura delle visioni di Fatima in chiave profetico-apocalittica, cioè ne analizza criticamente il linguaggio simbolico, tipico delle profezie e apocalissi bibliche, e insieme tiene conto dei condizionamenti culturali e delle capacità di comprensione dei tre piccoli veggenti. Alla luce di questa interpretazione, gli stessi aspetti terrificanti o minacciosi delle visioni dei pastorelli risultano strumenti di cui lo Spirito Santo si serve per suscitare una risposta di conversione ed indirizzare al discernimento, poiché – scrive Manzi – “il fine della visione profetica di minaccia è che essa non si realizzi”.

L’esortazione alla conversione, peraltro, è rivolta all’intera comunità dei credenti, perché le visioni profetiche, a differenza di quelle mistiche, non riguardano in primo luogo l’esperienza spirituale del veggente “ma sono primariamente finalizzate a comunicare un messaggio divino alla Chiesa in vista della sua edificazione”. Nello specifico, il messaggio di Fatima contiene un richiamo rivolto, attraverso l’amorevole mediazione di Maria, alla Chiesa universale – anche se in prima istanza si rivolge alla Chiesa portoghese – ad una conversione permanente, alla penitenza, alla preghiera e all’impegno di discernimento.

Si recupera in tal modo il valore ecclesiale delle visioni di Fatima e, contemporaneamente, se ne coglie la perenne validità, come già affermato in più occasioni da Papa Benedetto XVI: la Chiesa, infatti, è chiamata a continuare fino alla fine dei tempi la sua opera di mediazione della salvezza offerta a tutti gli uomini – anche attraverso la sofferenza – e la lotta contro il male; inoltre, l’invito a discernere i segni dei tempi costituisce un compito irrinunciabile per ogni cristiano, chiamato, in virtù del Battesimo, a partecipare alla missione profetica di Cristo.

Così Franco Manzi sintetizza la specificità profetica dell’evento-Fatima: “il messaggio dell’amore divino per ‘tutto’ il mondo è stato tramesso dallo Spirito tramite Maria con uno stile di amorevolezza e condiscendenza materna per quel ‘frammento’ delicatissimo di mondo costituito dai tre bambini profeti”.

Paola La Malfa

questo articolo è stato pubblicato in Andare alle Genti

per informazioni sulla rivista o abbonamenti clicca qui

Share

La vicenda della figlia di Iefte (Giudici 11,29-40)

Il Vangelo ci invita al perdono, alla mitezza, alla pace, l’Antico Testamento, molto spesso, ci parla di guerre, di vendette, di condanne a morte, quindi è abbastanza diffusa la tendenza ad escluderlo dalla riflessione religiosa.

La vicenda della figlia di Iefte si colloca in un momento preciso della vita del popolo di Israele, tra l’uscita dall’Egitto e la prima Monarchia: il tempo del nomadismo. Si tratta di circa duecento anni in cui le dodici tribù di Israele si organizzarono con efficacia; ogni gruppo/tribù si dotò di un apparato militare e un gruppo di saggi, ed elesse una figura carismatica, il Giudice, che radunava in sé il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo. Si trattava di un vero leader chiamato a guidare la propria tribù: in tempo di pace era una figura di garanzia fra le parti, ma in tempo di guerra diventava capo supremo dell’esercito.

Tra i molti giudici delle dodici tribù di Israele ne emerse uno, un uomo d’armi; il suo nome era Iefte; Iefte, da guerriero esperto attraversò Gàlaad e Manàsse, passò a Mizpa di Gàlaad e da Mizpa di Gàlaad raggiunse gli Ammoniti. Iefte fece voto al Signore e disse: «Se tu mi metti nelle mani gli Ammoniti, la persona che uscirà per prima dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io l’offrirò in olocausto». Quindi Iefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e il Signore glieli mise nelle mani. Egli li sconfisse da Aroer fin verso Minnit, prendendo loro venti città, e fino ad Abel-Cheramin. Così gli Ammoniti furono umiliati davanti agli Israeliti.

Poi Iefte tornò a Mizpa, verso casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con timpani e danze. Era l’unica figlia: non aveva altri figli, né altre figlie. Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: «Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi». Essa gli disse: «Padre mio, se hai dato parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici». Quindi, la giovane disse al padre: «Mi sia concesso questo: lasciami libera, per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità, con le mie compagne». Egli le rispose: «Va’!», e la lasciò andare per due mesi. Essa se ne andò con le compagne e pianse sui monti la sua verginità. Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli fece di lei quello che aveva promesso con voto. Essa non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: ogni anno le fanciulle d’Israele vanno a piangere la figlia di Iefte, per quattro giorni.

Le Sacre Scritture parlano al nostro cuore e alla nostra volontà; ma, mentre le parole di Gesù ci appaiono, con immediata evidenza, buone e degne di essere accettate, spesso le parole dell’Antico Testamento suonano al nostro orecchio: forti, dure e lontane. Il Vangelo ci invita al perdono, alla mitezza, alla pace, l’Antico Testamento, molto spesso, ci parla di guerre, di vendette, di condanne a morte, quindi è abbastanza diffusa la tendenza ad escluderlo dalla riflessione religiosa. Salvo poi che nella nostra condotta pratica ci comportiamo come Iefte che, ignorante sulla volontà di Dio, immolò la sua unica figlia.

Là dove l’uomo si fa un’immagine di ‘dio’ secondo il proprio pensiero e i propri interessi, si predispongono le prime tracce del fondamentalismo, e, come conseguenza immediata, si giunge all’assassinio.

Abbiamo il dovere di confrontarci con tutta la parola di Dio, comprese le pagine più dure. La lettura di Iefte, come dice il biblista Paolo De Benedetti, fa da ”contravveleno a una concezione intimistico-spiritualista di Dio”.

Ci sconvolge l’episodio della figlia di Iefte, sacrificata dal padre per il voto fatto a Dio di offrirgli in sacrificio chi fosse uscito da casa sua al ritorno dalla vittoria sugli Ammoniti.

Nel sacrificio di Isacco è Dio che chiede il sacrificio che alla fine non si compie, mentre nel caso della sfortunata figlia di Iefte il sacrificio si compie e viene proposto da Iefte stesso.

Iefte, nella sua ignoranza, che proviene, possibilmente, da una vita intera dedicata alla guerra, si rivolge ad un dio che non è quello dell’Alleanza ma ad un dio fatto ad immagine e somiglianza dell’uomo, un dio che, secondo Iefte, avrebbe accettato lo scambio tra la vittoria ed una vita umana.

Là dove l’uomo si fa un’immagine di ‘dio’ secondo il proprio pensiero e i propri interessi, si predispongono le prime tracce del fondamentalismo, e, come conseguenza immediata, si giunge all’assassinio. E quale assassinio: la stessa figlia! Nel nome di questo dio inferiore, che assomiglia molto all’uomo, non si può esitare nemmeno nella distruzione del proprio popolo, della propria gente, dei propri stessi cari… .

I fatti di cronaca di tutti i giorni parlano di questi fatti, dove il braccio armato del terrorismo internazionale immola i suoi stessi figli, raccontano la stessa drammatica vicenda. C’è un piccolo uomo con una coscienza piccola ed un dio assetato di sangue.

Il fatto è che questi ‘dei’ prodotti dall’uomo sono potentissimi; parlano e convincono le menti al successo e alla prevaricazione, alla violenza e al potere. Sono i frutti della estensione della coscienza malata dell’uomo. Mi pare di vedere molta attualità nella vicenda religiosa di Iefte, uomo che non sa niente di Dio, del suo amore, della sua misericordia, della sua tenerezza ma lo immagina così come è fatto lui: un dio grande, che può tutto, sta sopra gli uomini, vede, scruta, un dio esigente.

Iefte non ha conosciuto una vera esperienza di fede e di apertura al trascendente, ma una semplice esperienza religiosa verso un dio frutto della sua coscienza: si tratta di una esperienza religiosa bugiarda eppure tanto comune oggi nella nostra società.

L’ignoranza su Dio crea divinità mostruose assetate di sangue. L’ignoranza su Dio uccide la propria discendenza. L’ignoranza su Dio arma la propria mano contro il fratello, l’ignoranza su Dio è discriminante ed egoista.

La dove un uomo o una donna totalmente dediti al lavoro, al successo alla scalata sociale, dove un uomo e una donna, spezzano il proprio tempo al guadagno e ai soldi, inevitabilmente il loro Dio diventa un dio inferiore ed è di lui che parleranno ai loro figli…

Oggi, dove la comunicazione è efficace e velocissima, dove un’infarinatura generale sulle “cose della religione” è facilmente fruibile dalla T.V. dai libri e da internet, rischiamo di essere come Iefte, certo non assassini cruenti ma mortificatori delle speranze delle persone e in particolare dei giovani.

La dove un uomo o una donna totalmente dediti al lavoro, al successo alla scalata sociale, dove un uomo e una donna, spezzano il proprio tempo al guadagno e ai soldi, inevitabilmente il loro Dio diventa un dio inferiore ed è di lui che parleranno ai loro figli: un ‘dio’ piccolo, peggio se di carta come il denaro. C’è una forma di “omicidio” incruento della gioventù oggi, quando ad essi viene consegnato un dio identificato con cianfrusaglie: telefonini, computer, cose, cose, cose. Una caricatura del divino che non riempie il cuore e la vita…

Preghiamo il salmo 115

L’unico vero Dio

O Dio Tu sei l’unico Dio!

Gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo.

Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano.

Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano;

dalla gola non emettono suoni. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida. Israele confida nel Signore: egli è loro aiuto e loro scudo.

Confida nel Signore, chiunque lo teme: egli è loro aiuto e loro scudo. Vi renda fecondi il Signore, voi e i vostri figli. Noi, i viventi, benediciamo il Signore ora e sempre. Amen

sr. Renata Conti MC

Share