Il latte delle genti

La visione della vita, della persona, del cosmo, i modelli di pensiero, le configurazioni relazionali, il mondo affettivo-simbolico, insomma ciò che costituisce l’anima del popolo e che ne struttura l’esistenza trova il suo centro nella esperienza del sacro.

«Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio.

5Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti.

6Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore. […]

16Tu succhierai il latte delle genti, succhierai le ricchezze dei re.

Saprai che io sono il Signore, il tuo salvatore e il tuo redentore, il Potente di Giacobbe».

(Isaia 60,4-6.16)

L’esperienza di convivenza coi diversi popoli, di contatto con diverse esperienze del sacro, ha sicuramente allargato e approfondito in noi Missionarie della Consolata la comprensione del carisma ad gentes, che si traduce in una particolare visione di missione. Parlo di contatto con le diverse esperienze del sacro perché proprio l’esperienza del sacro costituisce il nucleo di ogni edificio culturale. La visione della vita, della persona, del cosmo, i modelli di pensiero, le configurazioni relazionali, il mondo affettivo-simbolico, insomma ciò che costituisce l’anima del popolo e che ne struttura l’esistenza trova il suo centro nella esperienza del sacro. L’accesso a questi livelli profondi della cultura, ossia il contatto con l’anima del popolo, è condizione imprescindibile per una evangelizzazione che possa chiamarsi tale: «Occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo, […] partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio»1, ci avverte Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi. Allora l’impegno di inculturazione è in definitiva un impegno di contatto spirituale col popolo, con la persona. Ma nel contatto spirituale la comunicazione non avviene a senso unico. Piuttosto, si tratta di uno scambio di doni, di una trasformazione reciproca, dell’arte di lasciare che lo Spirito costruisca ponti su cui le sapienze e le esperienze possano transitare ed incontrarsi. Si tratta in effetti di imparare a ricevere oltre che a dare, di imparare a succhiare, gustare, assaporare con gioia e gratitudine il latte delle genti!

…il nostro Istituto dagli anni ‘80 si è decisamente orientato ad una formazione interculturale, ossia in grado di promuovere la interazione tra sorelle di provenienze e culture differenti.

Se tutto questo è vero per l’evangelizzazione inculturata, lo è allo stesso modo per la grazia della interculturalità all’interno del nostro Istituto, grazia di trasformazione, grazia che ci nutre e ci fa crescere.

  1. Per una inculturazione e interculturalità nel carisma

Vorrei condividere qui sei punti che, nella nostra esperienza di Missionarie della Consolata, risultano importanti per un cammino di inculturazione e interculturalità carismatica:

  1. Crescere insieme

  2. Curare il linguaggio

  3. Imparare a ricevere

  4. Scendere al cuore

  5. Scoprire la saggezza dell’ignoranza

  6. Mangiare alla stessa pentola

  1. Crescere insieme

L’amicizia sincera che nasce tra due sorelle di culture diverse costituisce il miglior antidoto al pregiudizio e al razzismo, che purtroppo può insinuarsi anche nei nostri ambienti.

Percorrere un cammino assieme, superarne le difficoltà e goderne assieme le gioie, ci rende “compagne”, ci rende più sorelle. La formazione iniziale vissuta in gruppi interculturali si rivela per noi come una delle maggiori occasioni di apertura all’altro, al diverso, perché questo diverso diventi “mio”: la mia sorella mi appartiene. E’ anche una occasione preziosissima di “raccolta”, di mietitura delle risonanze carismatiche riflesse e rielaborate a seconda delle diverse esperienze culturali e di rapporto col sacro. In questo senso, il nostro Istituto dagli anni ‘80 si è decisamente orientato ad una formazione interculturale, ossia in grado di promuovere la interazione tra sorelle di provenienze e culture differenti.

  1. Curare il linguaggio

Crescere assieme significa anche avere occasioni concrete per abbattere i pregiudizi. L’amicizia sincera che nasce tra due sorelle di culture diverse costituisce il miglior antidoto al pregiudizio e al razzismo, che purtroppo può insinuarsi anche nei nostri ambienti. Antidoto molto più efficace di molte conferenze sul tema. Se tua sorella, che ami, è cinese e tu non lo sei, difficilmente sarai disposta ad accettare pregiudizi sui cinesi. Imparerai anche a curare il linguaggio, troppo spesso succube di stereotipi e rivelatore di un pensare e sentire ancora colonizzato dal pregiudizio. Quando si parla di “noi” e “voi” e quindi di “loro”, si accende la spia di un problema. Che cosa differenzia i “loro” dai “noi”? Chi sono i “loro”? E i “noi” chi siamo? Che cosa o chi qualifica l’appartenenza?

L’accesso al cuore della persona significa anche l’accesso al suo cuore culturale. E se desideriamo davvero raggiungere gli strati più profondi della persona e del popolo, un atteggiamento imprescindibile è l’ascolto e la disposizione ad imparare.
  1. Imparare a ricevere

Coltivare quella squisita espressione di amore che è la recettività, l’accoglienza. Che poi è una prerogativa tutta femminile. Credo che la cura della femminilità consacrata e della dimensione femminile della missione sia uno dei fattori di inculturazione carismatica più potente2. Non per niente l’Incarnazione avviene in una donna. Il carisma lo vivo se diviene “mio”, se si fa carne in me. L’altro lo accolgo davvero se diviene “mio”, del mio sangue, appartenente davvero alla mia stessa famiglia. Allora sì, me ne prendo cura. E lascio che si prenda cura di me.

  1. Scendere al cuore

Se il carisma non scende al cuore, non diventa parte integrante del sistema che motiva la persona, che ne struttura l’esistenza… se il carisma non diviene in qualche modo la metafora che sostiene la vita della persona, allora la persona non lo ha interiorizzato. Non basta studiare il carisma, i documenti del Fondatore. Occorre che il carisma scenda al cuore, diventi il cuore della persona. Allora la persona lo inculturerà, perché dal tesoro del cuore della persona il carisma saprà trarre cose antiche e nuove e dare ad esse una luce inedita. Ovviamente, perché questo avvenga il cuore deve essere sufficientemente aperto e capace di lasciarsi trasformare nel senso della vita. L’accesso al cuore della persona significa anche l’accesso al suo cuore culturale. E se desideriamo davvero raggiungere gli strati più profondi della persona e del popolo, un atteggiamento imprescindibile è l’ascolto e la disposizione ad imparare. In un clima di ascolto vero, empatico, il cuore della persona e del popolo può aprirsi e fare emergere dal suo scrigno desideri, sogni, esperienze che interagiscono col carisma, arricchendolo di nuove espressioni e suggestioni e nel contempo guadagnando, nel contatto con esso, nuovo splendore.

Colui che viene da fuori, per il fatto stesso della sua diversità o estraneità, ha il potere di fare o suscitare domande che, altrimenti, rimarrebbero inesplorate.
  1. Scoprire la saggezza dell’ignoranza

L’ignoranza può giocare una parte fondamentale nel cammino di inculturazione e di multiculturalità carismatica. L’ignorare il mondo dell’altro (persona o popolo), la sua cultura, le metafore che sostengono la sua vita significa privarsi del contatto con il suo animo, e quindi precludersi la possibilità di una relazione significativa in senso evangelico e carismatico. D’altra parte, la propria ignoranza riconosciuta può essere posta felicemente al servizio di relazioni evangeliche che possono umilmente mediare il passaggio della grazia carismatica. L’ignorante, colui/colei che viene da fuori e non sa niente della cultura del luogo, ha infatti un vantaggio: quello di poter porre domande che chi è del luogo non farebbe mai, perché “ovvie” o sconvenienti. All’ignorante però queste domande sono concesse perché “viene da fuori” e lo si scusa. Colui che viene da fuori, per il fatto stesso della sua diversità o estraneità, ha il potere di fare o suscitare domande che, altrimenti, rimarrebbero inesplorate. A volte le domande apparentemente più semplici sono quelle che aprono strade nuove perché portano la persona (o l’Istituzione) a considerare ciò che, ritenuto “ovvio” o scontato, e assodato, non costituiva più, o non aveva mai costituito, oggetto di riflessione. Quanto abbiamo bisogno di chi “viene da fuori” per allargare la tenda personale, comunitaria e carismatica!

Il dialogo tra carisma e culture non è solo una necessità: è un’opportunità e un dono, un’occasione per scoprire le ricchezze originali che Dio ha posto in ogni popolo, riceverle nella pentola carismatica e condividerle col resto dell’umanità.
  1. Mangiare alla stessa pentola

Felicemente contaminata dal pensare Bantu-Macua, mi piace immaginare le nostre congregazioni come una cucina: tutte noi sedute attorno all’unica pentola, ognuno apportando qualche ingrediente di vita per cucinare una buona polenta che poi nutrirà tutti. Recita un proverbio Macua: «La pentola della polenta è una, le porzioni di polenta sono diverse». Per la cosmovisione bantu-africana, tutti veniamo dalla stessa «pentola», siamo composti della stessa «pasta», ci nutriamo della stessa vita. In una famiglia, non è pensabile cucinare la polenta in tante pentole diverse: la pentola a cui attingere è una, la farina la stessa, pur distribuendosi in porzioni distinte. La Chiesa, che si nutre dello stesso ed unico Pane di Vita, non può non riconoscersi in questa immagine, ed è chiamata a renderla sempre più reale e visibile, non solo a livello liturgico e celebrativo, ma anche a livello di strutture, di economia, di prassi pastorale, di stili di vita e di relazione. Ma questo vale anche per la nostra congregazione. L’inculturazione e la interculturalità carismatica sono una esigenza inderogabile se si vuole accogliere l’invito a mangiare alla stessa pentola. Il dialogo tra carisma e culture non è solo una necessità: è un’opportunità e un dono, un’occasione per scoprire le ricchezze originali che Dio ha posto in ogni popolo, riceverle nella pentola carismatica e condividerle col resto dell’umanità. Perdere l’occasione di entrare in contatto con l’esperienza umana e spirituale di un popolo, significa anche perdere l’occasione di entrare in contatto con un’esperienza di Dio unica e originale, data a quel popolo per essere condivisa ed arricchire, aumentare, trasformare la Vita di tutti coloro che sono disposti a «mangiare dalla stessa pentola». Qual è l’ingrediente proprio e originale che questo popolo può apportare alla congregazione? La sua esperienza di cammino con Dio, quale luce nuova getta sulla comprensione del carisma? Che cosa abbiamo ricevuto da questo popolo? Come questo popolo ci ha evangelizzato? Come ha contribuito alla vitalità del carisma?

  1. Seguendo la tartaruga

Un proverbio macua scirima dice: «La tartaruga viaggia con la sua casa». La gente scirima applica spesso questo proverbio a Dio e tutto ciò che gli appartiene: Dio ha la vita in se stesso, proprio per questo non ha fissa dimora, va ovunque e dorme dove si trova: la sua casa è dappertutto, e ovunque e con tutti si trova “a casa”. Una bella icona dell’inculturazione carismatica! Un carisma vivo non ha fissa dimora, e là dove arriva è a casa sua.

Un carisma che non sia esposto alle provocazioni delle diverse culture, che non sappia “imparare la lingua” di altri mondi impazzisce, come al tartaruga a cui vien imposto di reprimere la sua natura di essere camminante.

Il rapporto tra consacrato (o Istituto) e il popolo da cui viene accolto è di reciprocità: il carisma “passa” dal consacrato/Istituto al popolo ma il popolo restituisce una elaborazione carismatica originale, che reca l’impronta del «genio» del popolo stesso3. La tartaruga mangia la verdura del luogo in cui si trova e questa verdura la nutre e la fa crescere. L’inculturazione carismatica diviene allora vera fonte di rinnovamento: lo stimolo dato dal contatto con esperienze altre, i diversi modi di ricevere e restituire il patrimonio carismatico contribuiscono ad arricchirlo. Nelle parole di Cencini: «E’ questo scambio, questa comunione di viandanti che rende ricca la vita consacrata, impedisce il ristagno del suo sangue e apre i suoi polmoni all’aria pura, favorendo la circolazione della sua energia vitale»4. Un carisma che non sa inculturarsi è morto o sta per morire, malato di arresto cardio-circolatorio, asfittico, come una tartaruga a cui venga impedito di affacciarsi fuori dal suo guscio. Un carisma che non sia esposto alle provocazioni delle diverse culture, che non sappia “imparare la lingua” di altri mondi impazzisce, come al tartaruga a cui vien imposto di reprimere la sua natura di essere camminante. Sì, perché la natura di un carisma, essendo ecclesiale, è in sé missionaria, e chiede di muoversi, di pellegrinare, di incontrarsi con altre espressioni dello Spirito che danza nel mondo. Da questi incontri, il carisma ne esce rigenerato, rafforzato, cresciuto, moltiplicato, fecondo, variopinto, e sempre più se stesso, vigoroso, raffinato, purificato, in grado di restituire alla congregazione nuova vita e nuove prospettive.

Sr Simona Brambilla, MC

1 Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Roma 1975, n. 20.

2 Per approfondire il tema della dimensione femminile della missione, cfr. Brambilla, S., “La dimensione femminile della missione”, in: L’interculturalità: nuovo paradigma della missione. Atti del Convegno IMC sull’interculturalità – Roma, 4-7 dicembre 2009, Roma 2010, pp. 45-57.

3 Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Vita Consecrata, Roma 1996, n. 80.

4 Cencini, A., «Com’è bello stare insieme…» La vita fraterna nella stagione della nuova evangelizzazione, Milano 1996, 85-86.

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