Quattro chiacchiere con… suor Natalina

Intervista a suor Natalina Stringari, missionaria della Consolata brasiliana

Quando senti la parola missione, qual é la prima cosa che ti viene in mente? 

Quando sento la parola missione, la prima cosa che mi viene in mente è l’annuncio di Gesù, del suo amore che salva, della sua misericordia e compassione verso tutti. Ma mi  vengono in mente anche le culture, le diversità, le ricchezze, le sofferenze, le speranze, le gioie di ogni popolo… Questi popoli che anche senza saperlo sono gia stati salvati da questo Amore del Figlio Gesù, ma bisogna che qualcuno Lo renda conosciuto.

Secondo te, qual é la priorità oggi della missione? 

Secondo me, la priorità della missione oggi, è che la Chiesa, nella persona di ogni battezzato, di ogni cristiano/cristiana, sia vicina a tutte le persone e sappia testimoniare, anzitutto con le sue scelte di vita e con i suoi atteggiamenti di rispetto, il Volto misericordioso di Gesù, del Padre. Questa deve essere la missione della Chiesa, verso tutti, senza la condizione della conversione, perché è la Salvezza che diventa condizione possibile di conversione, proprio perché la persona ha fatto l’esperienza di sentirsi accolta e amata incondizionatamente. Una Chiesa che non ostenta alcun potere, ma che è vicina alle persone, in umiltà e tenerezza; la missione non va vissuta nella potenza perché Gesù stesso si è rivelato, non con potenza, ma nella piccolezza, tenerezza e umiltà di un bambino, nel segno insignificante e nascosto del pane e del vino, nello spogliamento e fallimento della croce. Nel vivere la missione ogni cristiano/a, ogni missionario/a è chiamato ad aiutare le persone a scoprire questo volto di Gesù, ma è anche chiamato a scoprire nel volto di ogni persona quello di Gesù; a scoprire i Segni del Regno gia presente nelle stesse realtà dove vive la sua chiamata.

Raccontaci un episodio della tua vita missionaria che ti ha dato tanta gioia.

Mi è difficile identificare UN episodio che mi ha dato tanta gioia perché in questi 25 anni di vita missionaria ho perso il conto degli innumerevoli momenti di gioia che hanno segnato la mia vita, anche, talvolta in mezzo alle sofferenze e le difficoltà. Ma condivido uno particolarmente interessante: quando sono arrivata in Guinea Bissau, nell’anno 2000, sono stata subito destinata alla comunità di Bubaque, nelle isole Bijagos. Andavo con una ferma convinzione: in qualunque luogo sarei andata il Signore era già là, a precedermi e accogliermi per vivere con me questa “avventura missionaria”. Quando stavo arrivando, ancora sul barcone con il quale avevamo fatto alcune ore di viaggio sull’Atlantico, ho visto due mie consorelle e un gruppo di persone della comunità che mi aspettavano, con gioia, sulla sponda. In quel momento ho fatto l’esperienza dell’accoglienza e della certezza che il Signore mi aveva preceduta e ho detto tra me: “ecco Gesù mi aspetta  e mi accoglie attraverso queste sorelle e queste persone”, perché Egli si sta manifestando concretamente. E questa certezza mi ha riempito il cuore di gioia e gratitudine e mi ha accompagnato nel cammino, fino a oggi. Quando penso che alcune di quelle persone non erano cristiane mi stupisco ancor di più perché questo è un segno per noi Missionarie della Consolata chiamate a vivere la missione tra i non cristiani.

Se oggi, dopo 25 anni di consacrazione religiosa missionaria, potessi ritornare indietro all’inizio della tua vita missionaria, cosa non faresti? E cosa invece sicuramente rifaresti? 

Forse cercherei di non fare le cose che considero di aver fatto in modo sbagliato, sebbene so che anche questo fa parte del cammino, perché dagli errori o sbagli si impara di più che non quando le cose sembrano andare in modo perfetto. Poco a poco nella mia vita religiosa-missionaria ho scoperto che non dovevo essere perfetta per vivere con autenticità, ma piuttosto vivere in semplicità, intensità e gioia con sempre più coscienza che, parafrasando le parole di nostro Fondatore Allamano, “non stavo facendo un favore a Dio ma che invece è Lui che mi ha aggraziata con il dono della vocazione religiosa e missionaria”.

Dopo questi 25 anni di consacrazione continuerei la strada percorsa con la stessa fiducia e la stessa Grazia che ho avuto momento per momento. La missione ha cambiato la mia vita, mi ha sfidata a offrire il meglio di me stessa; il contatto con sorelle di diverse provenienze e con popoli e realtà culturali molto diverse della mia, ha arricchito la mia vita in un modo sorprendente. Di tutto questo sono riconoscente a Gesù, alla Consolata e a ogni persona che ho incontrato lungo il cammino.

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Il latte delle genti

La visione della vita, della persona, del cosmo, i modelli di pensiero, le configurazioni relazionali, il mondo affettivo-simbolico, insomma ciò che costituisce l’anima del popolo e che ne struttura l’esistenza trova il suo centro nella esperienza del sacro.

«Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio.

5Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti.

6Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore. […]

16Tu succhierai il latte delle genti, succhierai le ricchezze dei re.

Saprai che io sono il Signore, il tuo salvatore e il tuo redentore, il Potente di Giacobbe».

(Isaia 60,4-6.16)

L’esperienza di convivenza coi diversi popoli, di contatto con diverse esperienze del sacro, ha sicuramente allargato e approfondito in noi Missionarie della Consolata la comprensione del carisma ad gentes, che si traduce in una particolare visione di missione. Parlo di contatto con le diverse esperienze del sacro perché proprio l’esperienza del sacro costituisce il nucleo di ogni edificio culturale. La visione della vita, della persona, del cosmo, i modelli di pensiero, le configurazioni relazionali, il mondo affettivo-simbolico, insomma ciò che costituisce l’anima del popolo e che ne struttura l’esistenza trova il suo centro nella esperienza del sacro. L’accesso a questi livelli profondi della cultura, ossia il contatto con l’anima del popolo, è condizione imprescindibile per una evangelizzazione che possa chiamarsi tale: «Occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo, […] partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio»1, ci avverte Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi. Allora l’impegno di inculturazione è in definitiva un impegno di contatto spirituale col popolo, con la persona. Ma nel contatto spirituale la comunicazione non avviene a senso unico. Piuttosto, si tratta di uno scambio di doni, di una trasformazione reciproca, dell’arte di lasciare che lo Spirito costruisca ponti su cui le sapienze e le esperienze possano transitare ed incontrarsi. Si tratta in effetti di imparare a ricevere oltre che a dare, di imparare a succhiare, gustare, assaporare con gioia e gratitudine il latte delle genti!

…il nostro Istituto dagli anni ‘80 si è decisamente orientato ad una formazione interculturale, ossia in grado di promuovere la interazione tra sorelle di provenienze e culture differenti.

Se tutto questo è vero per l’evangelizzazione inculturata, lo è allo stesso modo per la grazia della interculturalità all’interno del nostro Istituto, grazia di trasformazione, grazia che ci nutre e ci fa crescere.

  1. Per una inculturazione e interculturalità nel carisma

Vorrei condividere qui sei punti che, nella nostra esperienza di Missionarie della Consolata, risultano importanti per un cammino di inculturazione e interculturalità carismatica:

  1. Crescere insieme

  2. Curare il linguaggio

  3. Imparare a ricevere

  4. Scendere al cuore

  5. Scoprire la saggezza dell’ignoranza

  6. Mangiare alla stessa pentola

  1. Crescere insieme

L’amicizia sincera che nasce tra due sorelle di culture diverse costituisce il miglior antidoto al pregiudizio e al razzismo, che purtroppo può insinuarsi anche nei nostri ambienti.

Percorrere un cammino assieme, superarne le difficoltà e goderne assieme le gioie, ci rende “compagne”, ci rende più sorelle. La formazione iniziale vissuta in gruppi interculturali si rivela per noi come una delle maggiori occasioni di apertura all’altro, al diverso, perché questo diverso diventi “mio”: la mia sorella mi appartiene. E’ anche una occasione preziosissima di “raccolta”, di mietitura delle risonanze carismatiche riflesse e rielaborate a seconda delle diverse esperienze culturali e di rapporto col sacro. In questo senso, il nostro Istituto dagli anni ‘80 si è decisamente orientato ad una formazione interculturale, ossia in grado di promuovere la interazione tra sorelle di provenienze e culture differenti.

  1. Curare il linguaggio

Crescere assieme significa anche avere occasioni concrete per abbattere i pregiudizi. L’amicizia sincera che nasce tra due sorelle di culture diverse costituisce il miglior antidoto al pregiudizio e al razzismo, che purtroppo può insinuarsi anche nei nostri ambienti. Antidoto molto più efficace di molte conferenze sul tema. Se tua sorella, che ami, è cinese e tu non lo sei, difficilmente sarai disposta ad accettare pregiudizi sui cinesi. Imparerai anche a curare il linguaggio, troppo spesso succube di stereotipi e rivelatore di un pensare e sentire ancora colonizzato dal pregiudizio. Quando si parla di “noi” e “voi” e quindi di “loro”, si accende la spia di un problema. Che cosa differenzia i “loro” dai “noi”? Chi sono i “loro”? E i “noi” chi siamo? Che cosa o chi qualifica l’appartenenza?

L’accesso al cuore della persona significa anche l’accesso al suo cuore culturale. E se desideriamo davvero raggiungere gli strati più profondi della persona e del popolo, un atteggiamento imprescindibile è l’ascolto e la disposizione ad imparare.
  1. Imparare a ricevere

Coltivare quella squisita espressione di amore che è la recettività, l’accoglienza. Che poi è una prerogativa tutta femminile. Credo che la cura della femminilità consacrata e della dimensione femminile della missione sia uno dei fattori di inculturazione carismatica più potente2. Non per niente l’Incarnazione avviene in una donna. Il carisma lo vivo se diviene “mio”, se si fa carne in me. L’altro lo accolgo davvero se diviene “mio”, del mio sangue, appartenente davvero alla mia stessa famiglia. Allora sì, me ne prendo cura. E lascio che si prenda cura di me.

  1. Scendere al cuore

Se il carisma non scende al cuore, non diventa parte integrante del sistema che motiva la persona, che ne struttura l’esistenza… se il carisma non diviene in qualche modo la metafora che sostiene la vita della persona, allora la persona non lo ha interiorizzato. Non basta studiare il carisma, i documenti del Fondatore. Occorre che il carisma scenda al cuore, diventi il cuore della persona. Allora la persona lo inculturerà, perché dal tesoro del cuore della persona il carisma saprà trarre cose antiche e nuove e dare ad esse una luce inedita. Ovviamente, perché questo avvenga il cuore deve essere sufficientemente aperto e capace di lasciarsi trasformare nel senso della vita. L’accesso al cuore della persona significa anche l’accesso al suo cuore culturale. E se desideriamo davvero raggiungere gli strati più profondi della persona e del popolo, un atteggiamento imprescindibile è l’ascolto e la disposizione ad imparare. In un clima di ascolto vero, empatico, il cuore della persona e del popolo può aprirsi e fare emergere dal suo scrigno desideri, sogni, esperienze che interagiscono col carisma, arricchendolo di nuove espressioni e suggestioni e nel contempo guadagnando, nel contatto con esso, nuovo splendore.

Colui che viene da fuori, per il fatto stesso della sua diversità o estraneità, ha il potere di fare o suscitare domande che, altrimenti, rimarrebbero inesplorate.
  1. Scoprire la saggezza dell’ignoranza

L’ignoranza può giocare una parte fondamentale nel cammino di inculturazione e di multiculturalità carismatica. L’ignorare il mondo dell’altro (persona o popolo), la sua cultura, le metafore che sostengono la sua vita significa privarsi del contatto con il suo animo, e quindi precludersi la possibilità di una relazione significativa in senso evangelico e carismatico. D’altra parte, la propria ignoranza riconosciuta può essere posta felicemente al servizio di relazioni evangeliche che possono umilmente mediare il passaggio della grazia carismatica. L’ignorante, colui/colei che viene da fuori e non sa niente della cultura del luogo, ha infatti un vantaggio: quello di poter porre domande che chi è del luogo non farebbe mai, perché “ovvie” o sconvenienti. All’ignorante però queste domande sono concesse perché “viene da fuori” e lo si scusa. Colui che viene da fuori, per il fatto stesso della sua diversità o estraneità, ha il potere di fare o suscitare domande che, altrimenti, rimarrebbero inesplorate. A volte le domande apparentemente più semplici sono quelle che aprono strade nuove perché portano la persona (o l’Istituzione) a considerare ciò che, ritenuto “ovvio” o scontato, e assodato, non costituiva più, o non aveva mai costituito, oggetto di riflessione. Quanto abbiamo bisogno di chi “viene da fuori” per allargare la tenda personale, comunitaria e carismatica!

Il dialogo tra carisma e culture non è solo una necessità: è un’opportunità e un dono, un’occasione per scoprire le ricchezze originali che Dio ha posto in ogni popolo, riceverle nella pentola carismatica e condividerle col resto dell’umanità.
  1. Mangiare alla stessa pentola

Felicemente contaminata dal pensare Bantu-Macua, mi piace immaginare le nostre congregazioni come una cucina: tutte noi sedute attorno all’unica pentola, ognuno apportando qualche ingrediente di vita per cucinare una buona polenta che poi nutrirà tutti. Recita un proverbio Macua: «La pentola della polenta è una, le porzioni di polenta sono diverse». Per la cosmovisione bantu-africana, tutti veniamo dalla stessa «pentola», siamo composti della stessa «pasta», ci nutriamo della stessa vita. In una famiglia, non è pensabile cucinare la polenta in tante pentole diverse: la pentola a cui attingere è una, la farina la stessa, pur distribuendosi in porzioni distinte. La Chiesa, che si nutre dello stesso ed unico Pane di Vita, non può non riconoscersi in questa immagine, ed è chiamata a renderla sempre più reale e visibile, non solo a livello liturgico e celebrativo, ma anche a livello di strutture, di economia, di prassi pastorale, di stili di vita e di relazione. Ma questo vale anche per la nostra congregazione. L’inculturazione e la interculturalità carismatica sono una esigenza inderogabile se si vuole accogliere l’invito a mangiare alla stessa pentola. Il dialogo tra carisma e culture non è solo una necessità: è un’opportunità e un dono, un’occasione per scoprire le ricchezze originali che Dio ha posto in ogni popolo, riceverle nella pentola carismatica e condividerle col resto dell’umanità. Perdere l’occasione di entrare in contatto con l’esperienza umana e spirituale di un popolo, significa anche perdere l’occasione di entrare in contatto con un’esperienza di Dio unica e originale, data a quel popolo per essere condivisa ed arricchire, aumentare, trasformare la Vita di tutti coloro che sono disposti a «mangiare dalla stessa pentola». Qual è l’ingrediente proprio e originale che questo popolo può apportare alla congregazione? La sua esperienza di cammino con Dio, quale luce nuova getta sulla comprensione del carisma? Che cosa abbiamo ricevuto da questo popolo? Come questo popolo ci ha evangelizzato? Come ha contribuito alla vitalità del carisma?

  1. Seguendo la tartaruga

Un proverbio macua scirima dice: «La tartaruga viaggia con la sua casa». La gente scirima applica spesso questo proverbio a Dio e tutto ciò che gli appartiene: Dio ha la vita in se stesso, proprio per questo non ha fissa dimora, va ovunque e dorme dove si trova: la sua casa è dappertutto, e ovunque e con tutti si trova “a casa”. Una bella icona dell’inculturazione carismatica! Un carisma vivo non ha fissa dimora, e là dove arriva è a casa sua.

Un carisma che non sia esposto alle provocazioni delle diverse culture, che non sappia “imparare la lingua” di altri mondi impazzisce, come al tartaruga a cui vien imposto di reprimere la sua natura di essere camminante.

Il rapporto tra consacrato (o Istituto) e il popolo da cui viene accolto è di reciprocità: il carisma “passa” dal consacrato/Istituto al popolo ma il popolo restituisce una elaborazione carismatica originale, che reca l’impronta del «genio» del popolo stesso3. La tartaruga mangia la verdura del luogo in cui si trova e questa verdura la nutre e la fa crescere. L’inculturazione carismatica diviene allora vera fonte di rinnovamento: lo stimolo dato dal contatto con esperienze altre, i diversi modi di ricevere e restituire il patrimonio carismatico contribuiscono ad arricchirlo. Nelle parole di Cencini: «E’ questo scambio, questa comunione di viandanti che rende ricca la vita consacrata, impedisce il ristagno del suo sangue e apre i suoi polmoni all’aria pura, favorendo la circolazione della sua energia vitale»4. Un carisma che non sa inculturarsi è morto o sta per morire, malato di arresto cardio-circolatorio, asfittico, come una tartaruga a cui venga impedito di affacciarsi fuori dal suo guscio. Un carisma che non sia esposto alle provocazioni delle diverse culture, che non sappia “imparare la lingua” di altri mondi impazzisce, come al tartaruga a cui vien imposto di reprimere la sua natura di essere camminante. Sì, perché la natura di un carisma, essendo ecclesiale, è in sé missionaria, e chiede di muoversi, di pellegrinare, di incontrarsi con altre espressioni dello Spirito che danza nel mondo. Da questi incontri, il carisma ne esce rigenerato, rafforzato, cresciuto, moltiplicato, fecondo, variopinto, e sempre più se stesso, vigoroso, raffinato, purificato, in grado di restituire alla congregazione nuova vita e nuove prospettive.

Sr Simona Brambilla, MC

1 Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Roma 1975, n. 20.

2 Per approfondire il tema della dimensione femminile della missione, cfr. Brambilla, S., “La dimensione femminile della missione”, in: L’interculturalità: nuovo paradigma della missione. Atti del Convegno IMC sull’interculturalità – Roma, 4-7 dicembre 2009, Roma 2010, pp. 45-57.

3 Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Vita Consecrata, Roma 1996, n. 80.

4 Cencini, A., «Com’è bello stare insieme…» La vita fraterna nella stagione della nuova evangelizzazione, Milano 1996, 85-86.

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Vivaci, gioiosi, ricchi di energia

Suor Florence ci racconta come sono i giovani tanzaniani

Lavorando con i giovani della diocesi di Iringa, Tanzania, non si può fare a meno di constatare la forza delle parole di Papa Francesco contenute nel suo messaggio per la Giornata Mondiale Diocesana della Gioventù, laddove egli dice ai giovani che la Chiesa e la società hanno bisogno del loro coraggio, dei loro sogni e ideali. Per questo motivo la Chiesa cattolica del Tanzania considera i giovani come la Chiesa di oggi in processo di crescita e un segno di speranza per il futuro.

Attraverso il mio apostolato con i giovani, che consiste in un dare e ricevere scambievole e gioioso, posso testimoniare che il mondo dei giovani è pieno di sogni, di speranze, di rischi e di sfide ai quali solo la fede in Dio può dare la migliore risposta. Con questa consapevolezza, la Chiesa cattolica ha dato vita ad una organizzazione che si prende cura dei giovani nelle parrocchie, nelle scuole primarie e secondarie e nelle Università. A tutti questi livelli si può trovare del materiale adatto per l’insegnamento. Così, ad Iringa, noi stiamo lavorando come team nell’Ufficio diocesano per tutti gli studenti delle scuole secondarie e delle Università, dando priorità alla loro formazione umana e spirituale.

 

Incontriamo i giovani a scuola durante l’insegnamento della religione, durante le vacanze organizziamo incontri per loro e per il restante tempo essi sono coinvolti nei gruppi giovanili delle loro parrocchie. I giovani rispondono numerosi agli incontri organizzati per loro, con l’obiettivo di divenire ambasciatori di Cristo verso i loro coetanei. Oltre ad ascoltare conferenze su argomenti scelti molto accuratamente per loro, i giovani hanno un tempo in cui possono condividere la loro fede, così come loro la intendono.

Tutto ciò è molto interessante, perché i giovani fanno uso della Bibbia, citano il catechismo della Chiesa cattolica e, quando non raggiungono una risposta comune alle loro domande, interpellano i loro istruttori.

Una qualità che mi colpisce in loro è la pazienza. È davvero ammirevole il constatare come essi sanno attendere pazientemente quando qualcosa che desiderano non è disponibile al momento. In particolare quando il cibo non è pronto, essi si affacciano alla cucina per dire “pole”, cioè “mi dispiace che accada questo”. Questa bella attitudine è comune e molto presente in loro anche in altre circostanze.

Un’altra bella caratteristica è la generosità di quelli che tra di loro sono più abbienti, i quali percepiscono come una chiamata quella di aiutare i loro compagni che possiedono di meno.

In una scuola secondaria femminile, le ragazze si misero d’accordo con i proprietari del piccolo bar-ristorante, perché vendessero alle loro compagne più povere gli alimenti ad un prezzo abbordabile. I proprietari accettarono, vedendo il buon cuore e l’interessamento delle giovani per le loro compagne più bisognose.

I nostri giovani sono inoltre i primi a promuovere vocazioni religiose a scuola e sul lavoro. A questo scopo formano dei gruppi vocazionali, dove si prega per tutti i religiosi e, in particolare, si incoraggiano i giovani a fare questa scelta di vita.

I giovani incontrano, anche, sul loro cammino varie sfide. Quella più grande è l’instabilità dovuta alle molte attrazioni che il mondo della globalizzazione offre loro, per cui perdono molto del loro tempo dedicandosi a internet, ai vari chatting e radunandosi in club. Quelli che abitano nei villaggi invece si danno all’alcool, facendo divenire la Chiesa la seconda opzione.

I media influenzano molto i giovani nel loro modo di vestire ed in altre abitudini che non coincidono con la loro cultura, cosicché quando si ricordano loro i valori della fede, della morale, delle virtù cristiane e quelle della loro stessa cultura, alcuni non si lasciano convincere, temendo di essere considerati un po’ arretrati rispetto alle mode vigenti.

Riguardo la liturgia, essi pongono molta energia e interessamento nel cercare di introdurre i loro riti tradizionali in essa, ma ciò va a volte a scapito della serietà della liturgia stessa o è frutto di ignoranza. Ci sono altre credenze che interferiscono con la vita dei giovani e, per timore di andare contro le loro tradizioni culturali, essi finiscono per esserne condizionati. Alcuni sanno ciò che è giusto e ciò che invece è sbagliato, ma restano influenzati da credenze locali come stregonerie, maledizioni e rituali che non sono secondo la fede cristiana. Pochi di loro hanno il coraggio di trascurare queste credenze e affrontare le sfide della fede cristiana.

Un altro motivo di frustrazione per i giovani è la difficoltà, per alcuni, di non poter pagare le rette scolastiche oppure di non trovare un lavoro, al termine dei loro studi. Questo li tiene lontani dalla vita di società e anche dalla partecipazione a gruppi di giovani della loro età.

Per concludere, voglio sottolineare che i giovani tanzaniani sono generalmente vivaci, felici, con energie positive che fanno amare loro le danze e i canti ogni volta che si raggruppano tra di loro. Non importa il numero, la loro presenza si fa sempre sentire. È molto incoraggiante e motivante trovarsi insieme a loro. Essi irradiano pace e speranza per la Chiesa di domani. In questo mondo tecnologico, pur non possedendo gli strumenti moderni più sofisticati, i giovani non indietreggiano nel tentativo di costruire una società migliore e di crescere nella loro fede.

La mia presenza di consolazione in mezzo a loro costituisce per me una grande gioia, soprattutto nello scoprire le loro capacità e potenzialità, nel camminare con loro, volendo loro bene, ascoltando le loro esperienze di vita, prendendomi cura della loro formazione umana e spirituale, infondendo in essi una profonda confidenza in Dio.

sr Florence Wanjico Njagi, mc

questo articolo è stato pubblicato su Andare alle Genti

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Come in principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara.

Secondo i vangeli Gesù rimanda esplicitamente ai primi capitoli di Genesi quando lo vengono ad interrogare riguardo a una questione che era discussa tra i rabbini del suo tempo: in quali casi è lecito ripudiare la propria moglie (Mt 19, 3-9)?

Contesto

Il vangelo dice che dei farisei si avvicinano a Gesù “per metterlo alla prova”. Non è detto che l’intenzione fosse del tutto cattiva. Di fatto, il modo con cui entrano nel discorso assomiglia moltissimo a come i rabbini impostavano i loro confronti. L’abitudine non era di porre direttamente la domanda, ma di arrivarci da lontano: la persona colta avrebbe già capito dove portava il discorso e sarebbe arrivata direttamente al dunque. Insomma, provano a vedere se Gesù può ragionare con un dottore della legge alla pari.

Può anche darsi che l’intenzione fosse invece più cattiva: Gesù si era presentato in veste molto misericordiosa, guarendo molti (Mt 19,1-2), e forse vogliono costringerlo a prendere una posizione su una questione controversa, mettendosi così inevitabilmente contro qualcuno, qualunque cosa dica.

La questione

Il tema era effettivamente dibattuto. Secondo la legge ebraica, qualora il marito trovasse nella moglie qualche motivo di lamentela, poteva ripudiarla e la donna avrebbe dovuto tornare alla casa di suo padre, a patto che questi la riaccogliesse. (Non era però una possibilità concessa alla donna). Si discuteva su quale motivo fosse sufficiente per il ripudio.

Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Gesù, che aveva la fama di essere molto lassista nell’applicazione della legge, per una volta la rende più dura: in principio quella legge non c’era, Dio ha deciso di unire l’uomo e la donna per sempre, ed è solo la cattiveria dell’uomo ad aver spinto Mosè a introdurre quella norma. Il matrimonio è per sempre, e un secondo matrimonio è quindi un adulterio.

Il principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara. Dio ha fatto le cose bene, per far vivere bene l’uomo, e se l’uomo ha modificato le indicazioni di Dio non può che vivere male. Per migliorare la propria condizione l’uomo deve semplicemente tornare a comportarsi secondo ciò che Dio ha progettato all’inizio. A essere importante non è innanzi tutto rispettare Dio e la sua volontà, ma vivere bene, e questo è possibile se si segue ciò che Dio ha sognato per l’uomo fin dall’inizio.

Non è difficile vedere che, negando la possibilità di un divorzio, Gesù non ha voluto imporre un’altra legge dura e intollerabile (altrimenti anche lui si sarebbe esposto alla critica che muove ai dottori della legge: «Caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»: Lc 11,46). Quando Gesù si trova di fronte a persone che non sono state capaci di vivere all’altezza della legge, non le condanna, pur richiamandole a vivere secondo la legge, perché fa vivere bene (basti pensare all’adultera che salva dalla lapidazione: Gv 8,3-11). Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Il regno di Dio

Ma l’episodio in realtà non è finito. I discepoli di Gesù, infatti, iniziano a scuotere la testa: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10). Certo, se penso che con il matrimonio acquisto uno strumento per la gestione della casa, e scopro di non potermene liberare quando inizia a guastarsi, non mi conviene fare quella spesa. Ma Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

E infatti Gesù, rispondendo ai discepoli, ammette che si poteva trattare di qualcosa di difficile da capire. In quel mondo, in quella cultura, la donna non aveva autonomia, ed è comprensibile che si fatichi a capire che invece quell’autonomia ce l’ha, la deve avere, deve essere incontrata come persona.

E per provare a farsi capire ricorre a un esempio che forse anche nella storia della nostra chiesa, nell’intenzione di allargarne il senso, è stato un po’ stravolto: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli» (Mt 19,12). Oggi ci è normale pensare che questa frase parli di coloro che non si sposano, ma sarebbe un’idea abbastanza strana, dal momento che Gesù sta cercando di chiarire la sua idea di matrimonio.

È evidente che Gesù vuole dire altro. Chi è eunuco non può unirsi a una donna. E questo può succedere per limiti congeniti o provocati dagli uomini. Oppure anche per altri motivi, per “il regno dei cieli”. Questo regno dei cieli è il mondo, la vita, così come l’ha sognata Dio, come l’ha progettata lui. È la vita ideale per gli uomini, che da Dio sono stati creati. Magari una vita non spontanea, non proprio come ci verrebbe naturalmente, ma la migliore vita possibile per l’uomo.

Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Chi è libero può guardare le donne intorno a sé, può fare loro la corte e cercare di conquistarle (il punto di vista è del maschio, ma potremmo serenamente completarlo, oggi, applicandolo anche alle donne). Una volta che sia sposato, però, dovrebbe diventare come eunuco per le altre donne, non le può più cercare. Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Non è da tutti capirlo, ammette Gesù. Ma chi lo capisce, vive già in un anticipo di paradiso.

Angelo Fracchia

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Ricordi di una visita

le missionarie della Consolata alla Messa del Papa in Bogotá

Visitati dal messaggero di pace, gioia e speranza. Il Papa Francesco in Colombia

L’ ultima visita di un Sommo Pontefice in Colombia è stata con san Giovanni Paolo II, 31 anni fa. E come non festeggiare con tanta gioia l’arrivo del nostro caro Papà Francesco, il terzo Papa che ci visita, e questa volta è un Papa Latino americano! Ci sentiamo in famiglia e lo accogliamo a braccia aperte, musica, canti, danze, testimonianze, celebrazioni, con grande fervore e molta festa. Certo, c’è stato anche chi ha criticato la sua visita, però questo fa parte de la routine di un personaggio tanto importante.

Alla Messa celebrata nel Parco Bolivar abbiamo participato quattro missionarie della Consolata: suor Alicia, suor Luz Alba, suor Carmen Rosa e suor Inés. Le altre sorelle hanno accompagnato gli eventi alla televisione.

Sono stati 5 giorni nei quali abbiamo sperimentato, vissuto e goduto questa visita amica, semplice e vicina. In goni città visitata i temi erano specifici: in Bogotà: “La vita, la pace e Maria Madre della Vita”. In Villavicencio: “La riconciliazione”. In Medellìn: “La vocazione della nostra vita cristiana” e infine nella città di Cartagena: “Diritti umani e dignità nel mondo del lavoro”.  Pur nella diversità di temi, tutto il paese ha ascoltato il suo forte messaggio di unità e riconciliazione. Il titolo della visita era: “Diamo il primo passo”, e abbiamo potuto constatare che le sue parole consolatrici, fortificanti e incoraggianti, in questo proceso per ricostruire una nuova Colombia, così fortemente ferita e sofferente, calpestata dalla guerra.

Questa è una grande sfida, che inizia prima di tutto disarmando il cuore e allo stesso tempo essendo ponti di pace. Una delle frasi del Papa Francesco, non solo per noi colombiani, ma per tutta l’umanità, così dice: “Bisogna abbattere i muri della sfiducia e dell’odio promuovendo una cultura di riconciliazione e solidarietà. La riconciliazione si ottiene con lo sforzo di tutti, perché gli alberi stanno piangendo tanta violenza”.

CI invita a una riconciliazione integrale con Dio, con noi stessi, con l’altro e con la natura, che è la nostra casa comune. E’ in questo dialogo tra fratelli riconciliati che la pace può brillare: nelle tante testimonianze di vita di fratelli e sorelle abbiamo ascoltato e constatato come dare il primo passo. CI siamo emozionati e lo stesso Sommo Pontefice ha ringraziato per quello che stava ricevendo: tante lacrime, tanta speranza, la frase: “Dio perdona in me” e ha chiamato quei momenti: “Lezioni di alta teologia”.

Il Papa Francesco ha fatto come Gesù: “Lasciate che i bambini vengano a me”: quando genitori alzavano i bambini per salutarlo, il Papa li abbracciava con affetto, e quando ha visto due bambini vestiti da Papa, ha fatto fermare la Papamobile, è sceso, li ha abbracciati e li ha ascoltati dire: “Anch’io voglio essere Papa”. Ha incoraggiato i giovani a continuare il cammino, senza farsi schiavizzare dai vizi, e a andare a fondo dei propri problemi.

Parlando ai consacrati, li ha invitati a visitare le famiglie e a stare vicini alle situaizoni di dolore, a camminare insieme alla gente. Insomma, il suo messaggio si rivolgeva a tutti.

Si, abbiamo vissuto momento unici, indimenticabili, di fede forte e contagiosa, ogni messaggio presentaba consigli pratici che si sfidavano a impegnarci.

Come lo stesso Francesco ci ha detto: “Non lasciamoci rubare la speranza, la gioia, basta una persona buona per dare questo primo passo.  Non mettiamo ostacoli alla riconciliazione, l’atro è sacro, allora non abbiamo paura di volare in alto e sognare alla grande, portando l’abbraccio di pace al fratello più bisognoso e abbandonato”.  

Sr Inés Arciniegas Tasco, mc e sr Carmen Rosa Bernal, mc

 

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CHE BELLA SIGNORA!

Il 13 ottobre di quest’anno si celebra il centenario dell’ultima apparizione della Madonna, la sesta, ai tre pastorelli di Fatima: Lucia dos Santos e i cuginetti Francesco e Giacinta Marto, tutti nati ad Aljustrel, minuscola frazione di Fatima. Come spesso accade, la Madonna scelse per le sue apparizioni un luogo povero e dimenticato, la Cova di Iria, una zona poco distante dal paese di Fatima, in Portogallo. I depositari dei suoi messaggi sono, anche questa volta, delle persone semplici, umili e illetterate.

La Vergine Maria apparve sei volte ai pastorelli, ogni 13 del mese, da maggio ad ottobre del 1917, (tranne che nel mese di agosto, perché i bambini vennero “imprigionati” dal Sindaco dal 13 al 15; la visione avvenne il 19) col rosario in mano e presentandosi come la Madonna del Rosario. Era un momento cruciale per l’Europa, devastata dalla prima guerra mondiale. Maria chiese ai pastorelli se volevano “offrirsi” a Dio per la pace del mondo e per impetrare la conversione dei peccatori, che tanto “offendono il Cuore di Gesù e il mio stesso cuore”. I pastorelli risposero senza esitare: “Lo vogliamo”. Nelle sue apparizioni Maria apriva sempre le sue mani e riversava sui pastorelli una luce intensissima, la luce stessa di Dio.

Durante l’apparizione solo Lucia aveva conversato con la “Signora”, Giacinta aveva sì udito le parole, ma non aveva parlato; Francesco non aveva neppure udito quello che la “Signora” diceva. “Da dove venite?”, le aveva chiesto Lucia. “Il mio Paese è il Cielo”, aveva risposto la bella “Signora”, chiedendo loro di tornare in quel posto sei volte di seguito.

Francesco aveva allora 9 anni; in molte delle situazioni delle apparizioni a lui toccò l’ultimo posto, ma mai si lamentò di questo, riconoscendo con semplicità la cosa come normale. Di poche parole, il pastorello ebbe nondimeno un grande influsso sull’atteggiamento delle due compagne, che lo vedevano serio e riflessivo in tutto, sempre pronto a scegliere le mansioni più umili.

Il suo carattere riservato gli faceva preferire di pregare da solo: spesso lasciava con una scusa le amiche e si ritirava in qualche luogo solitario, oppure in chiesa, vicino a “Gesù nascosto”, ove rimaneva ore ed ore a “pensare”, come lui stesso si esprimeva per indicare la preghiera. Ma a che cosa pensava il pastorello? “Io penso – diceva – a consolare Nostro Signore, che è afflitto a causa di tanti peccati”. Questa ansia di riparazione che si innestava su una natura così ben disposta alla compassione e al sacrificio, diverrà l’anima della vita spirituale di Francesco.

All’inizio del 1918 Francesco cadde gravemente ammalato, colpito dall’influenza detta “spagnola”. Verso i primi di aprile la sua salute peggiorò: volle confessarsi e ricevere la comunione. Lucia gli disse: “Francesco, questa notte tu andrai in paradiso; non dimenticarci”. “Non vi dimenticherò”, rispose egli debolmente.

Il giorno seguente lo passò pregando e chiedendo perdono a tutti. In tarda serata, improvvisamente disse alla mamma che lo assisteva: “Mamma, guarda che bella luce là, vicino alla porta…”. Poco dopo il piccolo pastorello di Aljustrel andò a contemplare in cielo quel “Gesù nascosto”, che aveva tanto amato in terra.

Giacinta, di appena 7 anni, era la più vivace dei tre bambini. Quando vide per la prima volta la S.Vergine, battendo le mani, esclamò, come fuori di sé: “Che bella Signora! Che bella Signora!”

L’apparizione del mese di luglio fu certamente quella che più si impresse nell’animo di Giacinta. Le parole della Madonna, che chiedeva sacrifici per i peccatori, e la visione dell’inferno nel quale essi cadono, polarizzarono tutti i suoi sentimenti e le sue aspirazioni. La bambina spensierata, giocherellona ed anche un po’ scontrosa, divenne da quel giorno riflessiva ed impegnata. Dopo le apparizioni, ella recitava il rosario lentamente, con grande attenzione, riuscendo ad ottenere, con il suo bel garbo, che tutte le sere fosse recitato anche in casa sua. Oltre alla preghiera, Giacinta si diede con grande impegno alla mortificazione, seguendo l’invito della Madonna. Ogni occasione era buona per fare sacrifici, come l’offerta della propria merenda ed anche del proprio pasto ad alcuni bambini poveri.

La visione dell’inferno l’aveva spaventata moltissimo: non per sé, che sapeva sarebbe andata in Paradiso perché la Madonna lo aveva promesso, ma per i peccatori. A volte esclamava: “Perché la Madonna non mostra l’inferno ai peccatori?… Se essi lo vedessero non farebbero più peccati e non vi cadrebbero”.

Già durante la malattia di Francesco, Giacinta era stata colpita dalla febbre spagnola. Ella tuttavia non fece pesare la propria infermità sui suoi cari, cercando di far convergere le loro attenzioni sul fratellino più grande di lei. Un giorno la pastorella disse a Lucia che la Madonna era venuta a visitarla nella sua stanzetta: “Ella mi ha detto che andrò a Lisbona, in un altro ospedale, che non rivedrò più né te, né i miei genitori e che, dopo aver sofferto molto, morirò da sola. Mi ha detto anche di non aver paura, perché ella stessa verrà a prendermi per il Cielo”. Giacinta, infatti, spirò a Lisbona il 20 febbraio del 1920.

Dopo quest’anno, dei tre pastorelli che avevano visto la Madonna, solo Lucia era rimasta su questa terra. A lei la Madonna, apparendole ancora una volta nel 1925, affidò il compito di diffondere nel mondo la devozione al suo Cuore Immacolato. Questa visione fu decisiva per il suo avvenire. Nel 1925 entrò fra le suore di Santa Dorotea e nel 1948 passò tra le Carmelitane Scalze di Coimbra, assumendo il nome di suor Maria del Cuore Immacolato, in omaggio alla missione a cui si sentiva chiamata. Lucia morì a Coimbra in tarda età, a 98 anni, nel 2005.

Come sappiamo, Francesco e Giacinta sono stati dichiarati santi, i primi bambini non martiri a salire sugli altari, il 13 maggio scorso. Anche per Lucia è stato avviato il processo di canonizzazione, la cui fase diocesana si è chiusa a Coimbra nel febbraio scorso.

di suor ANNAMARIA CERI

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Testimoniare la forza trasformatrice del Vangelo.

Papa Francesco ci invita a riflettere e pregare sulla missione al cuore della fede cristiana, dicendo che “il mondo ha essenzialmente bisogno del Vangelo di Gesù Cristo. Egli, attraverso la Chiesa, continua la sua missione di Buon Samaritano, curando le ferite sanguinanti dell’umanità, e di Buon Pastore, cercando senza sosta chi si è smarrito per sentieri contorti e senza meta. E grazie a Dio non mancano esperienze significative che testimoniano la forza trasformatrice del Vangelo”.

In occasione della giornata Missionaria Mondiale (22 ottobre, 2017) tanti cristiani nel mondo siamo in comunione gli uni gli altri, nella preghiera e nella condivisione delle esperienze missionarie, che testimoniano la gioia della fede e della vita trasformata con la forza del Vangelo.

Vediamo questa galleria fotografica delle Suore Missionarie della Consolata, in missione…risposta di fede alla chiamata di Dio.

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Amore e Missione

Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore…te li legherai alla mano come un segno…

“Mettimi come sigillo sul tuo cuore, Come sigillo sul tuo braccio; Perché forte come la morte è l’amore.” Cantico dei cantici 8, 6

Premessa:

Vorrei invitarvi a contemplare il quadretto che ci offre il Cantico dei Cantici 8,6 per scorgervi alcuni tratti caratteristici della nostra consacrazione per la Missione.

Il testo è un poema nuziale che canta la bellezza dell’amore donato e ricevuto, un amore che trova il suo compimento nel dono totale di sé fino alla morte. È un Cantico inclusivo di tutta la persona perché l’amore vero coinvolge tutto l’essere: corpo, sentimenti, intimità, anima e lo proietta verso l’infinito, nella ricerca dell’assoluto, del Dio solo.

Scopriamo il testo

Il versetto 6 del cap. 8 del Cantico dei Cantici si riferisce allo Shemà Israel, al comandamento più importante della legge di Israele. In Deuteronomio 6,6-8a leggiamo:

“Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore…te li legherai alla mano come un segno…”.

Ed anche in Proverbi (3,3): “Bontà e fedeltà non ti abbandonino; legale attorno al tuo collo, scrivile sulla tavola del tuo cuore….

La Sposa del Cantico dei Cantici chiede allo Sposo di metterla come sigillo sul suo cuore (il sigillo è un marchio indelebile che aderisce e non si cancella più). Chiede di farla partecipe della sua intimità, di confermarla nella fedeltà, di immergerla nella sua volontà, di renderla una cosa sola con Lui; implora di legarla al suo braccio perché possa tenerla sempre davanti agli occhi come sempre deve essere presente lo Shemà a Israele “… ti saranno come un pendaglio tra i tuoi occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt. 6,8b).

La Sposa domanda allo Sposo di renderla partecipe del suo mistero, di identificarla con il suo progetto e di sostenerla nella sua fedeltà.

In nessuna parte il Cantico aveva ancora definito l’amore con termini tanto intensi e belli come lo fa in questo versetto (8,6) in cui descrive la sua forza incontenibile, il suo carattere ineluttabile, il suo valore senza pari.

Rileggendo questo testo alla luce della nostra realtà di Donne consacrate per la missione con “un dono di intima amicizia e di comunione feconda, nella partecipazione al suo amore per il Padre e per l’umanità” (ET 13-15) possiamo capire la portata, la profondità e la carica di amore che ci è richiesta e alla quale abbiamo aderito con il nostro si incondizionato nella consacrazione religiosa missionaria.

Questo è l’Amore a cui siamo chiamate, un amore la cui misura è non aver misura alcuna! Amore sulla misura di quello di Gesù, il Figlio, che non si lascia scoraggiare dall’indifferenza, né vincere dalla meschinità o dal tradimento.

Guardando a Gesù percepiamo che il suo cuore ha un solo battito: il Padre e in Lui il suo Regno per questo ha scelto un amore che tutto sa perdere nella donazione di se stesso, poiché sceglie di prendere su di sé le tenebre del mondo e di sommergerle nell’oceano infinito della sua Tenerezza, nel fuoco della sua Passione per salvare ciò che era perduto e donare la Vita vera facendola scaturire dalla stessa morte.

Questo è l’Amore a cui siamo chiamate, un amore la cui misura è non aver misura alcuna! Amore sulla misura di quello di Gesù, il Figlio, che non si lascia scoraggiare dall’indifferenza, né vincere dalla meschinità o dal tradimento.

Siamo chiamate a un amore che è collaudato nel sacrificio, nella sofferenza, nella dimenticanza di sé, un amore che supera la tentazione della facilità, dello scansare gli ostacoli, dell’evitare le scelte difficili e impegnative, anche dolorose.

È un amore che non cede alla tentazione di adagiarsi, un amore che sa di aver bisogno sempre di purificazione per de-centralizzarsi, evitando pretese ed esigenze o l’egoistica ricerca di sé, il “possedere” l’altro/a come proprio… È un amore che lascia da parte “calcoli prudenti”, un amore che è fuoco e dono di noi stesse.

È la croce che assicura la fecondità dell’amore, non dimentichiamolo! E allora nasce la gioia, quella vera.

Un amore che dà tutto e chiede tutto, come quello di Gesù che a Cana celebra quella Vita che sul Calvario è donata senza riserve, fino all’ultima goccia di sangue. Fedele, fino alla fine. “Li amò sino alla fine” ci dice Giovanni (13,1). Gesù diminuisce, diventa debolezza senza limiti nel suo annientamento, ma nessun tradimento gli impedisce d’amare. Si mette nelle nostre mani. Spinge la fedeltà dell’amore fino alla fine, fino alla follia della Croce, alla follia dell’amore che si consegna senza misure…. Potremo noi cercare altri mezzi per vivere la Missione?

È la croce che assicura la fecondità dell’amore, non dimentichiamolo! E allora nasce la gioia, quella vera.

Anche Maria, la Madre del dolore, ritta ai piedi della croce, non tenta di dissuadere Gesù affinché si allontani dal cammino del calvario e non fugge impaurita, Lei, la Discepola che guardava ogni cosa nel suo cuore (Lc.2,51) che rimane fedele ai piedi del Crocifisso e che assume la stessa Passione del Servo sofferente, ci insegni la fedeltà fino alla fine, rimanendo vicino al Suo Figlio e a coloro che anche oggi sono crocifissi; ci insegni a riconoscere il Suo volto nei tanti volti sfigurati, superando nell’amore lo scandalo della Croce e la tentazione di cercare altre strade, diverse da quelle che Gesù ha scelto.

Abbiamo il coraggio di fare quello che Lui ci dirà? (cfr.Gv.2,5) O siamo troppo “nell’ordinario”? Se amiamo chi ci ama, che cosa facciamo di straordinario? (Mt.5, 46). Siamo segni di un modo diverso di vivere e di essere o siamo diventate innocue e tiepide, e il nostro fuoco riscalda poco? La nostra presenza pone domande, inquieta, oppure…non dà fastidio a nessuno?

Anche noi, come la Sposa del Cantico, con la consacrazione per la missione, abbiamo voluto immergerci nel cuore di Cristo, in quel cuore che ci è stato rivelato sulla croce: “Venuti poi da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv. 19,33).

Anche noi abbiamo assunto di partecipare alla sua passione d’amore per l’umanità, un amore che è forte come la morte.

La fedeltà a questo impegno richiede una risposta di amore intenso, incondizionato, richiede in noi lo sviluppo di energie capaci di donazione totale, di amore fino al martirio, fino al dono di tutte noi stesse a Gesù e alla Missione.

La fedeltà è una dimensione propria del cuore femminile, che sa stare accanto allo Sposo fin sotto la Croce, come Maria che ai piedi del Cristo Crocifisso genera l’umanità nuova ed accoglie nel suo cuore di Donna e di Madre il pianto e le angosce delle donne e degli uomini di tutti i tempi.

La fedeltà è una dimensione propria del cuore femminile, che sa stare accanto allo Sposo fin sotto la Croce, come Maria che ai piedi del Cristo Crocifisso genera l’umanità nuova ed accoglie nel suo cuore di Donna e di Madre il pianto e le angosce delle donne e degli uomini di tutti i tempi.

L’amore sponsale, in questo testo, ha la dimensione del dono di sé, del sacrificio della propria vita come sigillo di un amore che coinvolge tutte le energie umane e spirituali dell’essere. Assomiglia al dono di Gesù sulla Croce che offre tutto se stesso per l’umanità che ha redenta con il suo proprio sangue.

L’amore è forte come la morte: cosa suscita in me quest’affermazione?

Essere poste come sigillo sul Cuore del Figlio Crocifisso Risorto significa essere donne appassionate, protese verso un unico amore; significa essere donne vigilanti, in attesa del giorno nuovo nella certezza che il mistero si compie; significa partecipare pienamente dell’itinerario pasquale di Gesù: “Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro, di buon mattino, quand’era ancora buio (…) Gesù le disse: Maria essa allora voltatasi verso di Lui disse in ebraico Rabbunì che significa Maestro!, Gesù le disse: “…va dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro (Gv. 20,17)”. Maria, come la sposa del Cantico, ha intuito l’essenza del mistero sponsale racchiuso nel suo nome pronunciato dal Risorto, mistero sponsale che la coinvolge nella missione stessa di Cristo: “…va dai miei fratelli e dì loro…”

La Missione diventa così per Maria l’impegno di prolungare nel suo essere sposa la vita di Gesù, annunciare il “…mistero nascosto dai secoli in Dio” (1Col. 1,26), e partecipare al suo progetto di salvezza.

Anche noi come la sposa del Cantico abbiamo sigillato un patto di amore con la nostra consacrazione a Dio per la Missione. La sponsalità a cui ci chiama la nostra consacrazione vissuta “con cuore indiviso”, ci radica nel nostro dono di vita perché “…ci rende libere, capaci di fare nostre le speranze e le tristezze dei fratelli e di spenderci generosamente perché essi trovino in Dio la pienezza di vita ” (GS,1; Doc. Aparecida). La Missione diventa così, anche per noi, espressione della nostra sponsalità, della nostra fecondità, della nostra fedeltà. La nostra vita diventa prolungamento di quella di Gesù fino al dono totale, fino all’ultimo sì che ci introdurrà alla gioia dell’incontro: “(…) Arrivò lo Sposo e le Vergini che erano pronte entrarono con Lui alle nozze…” (Mt. 25,10).

La Missione diventa così per Maria l’impegno di prolungare nel suo essere sposa la vita di Gesù, annunciare il “…mistero nascosto dai secoli in Dio” (1Col. 1,26), e partecipare al suo progetto di salvezza.

Spunti di riflessione

Quando ripenso a queste realtà quali energie sento palpitare in me? Cosa significa per me essere posta come sigillo sul cuore di Cristo Sposo?

Oggi si parla di tempo di martirio, di tempo in cui è richiesta una presa di posizione di fronte al dilagare di una mentalità di disimpegno e di temporaneità, cosa mi dicono le parole: sponsalità, fedeltà, sigillo, amore forte come la morte?

Rivisito il mio dono sponsale, cosa sento in me?

So trovare spazi di intimità, di adorazione, di preghiera?

Cosa palpita in me?

Sr. Renata Conti MC

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In cammino con il popolo

Testimonianza di suor Innocenzia, missionaria della Consolata in Mozambico

La mia missione in Mozambico è iniziata nell’ottobre del 1981. Attualmente sono impegnata nella catechesi presso la parrocchia Nostra Signora di Fatima, a Montepuez, nella formazione dei catechisti e nella promozione della donna a livello parrocchiale e della Diocesi di Pemba. Accompagno inoltre nel loro cammino formativo i Laici Missionari della Consolata. Insieme al parroco e ad un animatore visitiamo le 65 comunità cristiane della nostra zona, soffermandoci soprattutto presso quelle famiglie che sono più bisognose.

Quest’anno festeggiamo il 90° anniversario della nostra presenza in Mozambico, dove le nostre prime sorelle giunsero nel 1927. Grazie al loro lavoro apostolico, incontriamo ancora oggi tante persone che hanno conservato la loro fede e che continuano ad impegnarsi nella Chiesa, in vari ministeri.

Le nostre sorelle hanno lavorato molto con i Padri Monfortani nelle diocesi di Cabo Delgado e Pemba, mentre nelle diocesi di Niassa, Nampula, Inhambane e Maputo hanno collaborato con i nostri confratelli della Consolata e con altre congregazioni. Sempre i missionari e le missionarie hanno seminato e continuano a seminare la Parola di Dio, promuovendo la fede, la speranza e la gioia tra la gente, anche in situazioni molto difficili e rischiose. Si sono impegnati molto nella promozione umana, morale e spirituale del loro popolo. Molte persone che oggi ricoprono cariche di responsabilità nella società hanno studiato nelle nostre missioni.

Durante la guerra civile le sorelle non hanno lasciato il Paese, ma sono rimaste vicine alla gente. Questa guerra, durata molti anni, ha causato la morte di molte persone, portato povertà al Paese e provocato la dispersione di tante famiglie.

La Chiesa mozambicana ha camminato con il popolo, lo ha accompagnato nelle varie situazioni in cui si è venuto a trovare e lo ha aiutato ad arrivare all’Accordo di Pace tra i partiti della Frelimo e della Renamo, firmato nell’ottobre del 1992. Da quel momento la gente ha cominciato a “respirare” la pace, un tesoro che tutti desiderano che continui per sempre, anche se essa dipende dal continuo dialogo e dall’intesa tra i partiti politici e presenta sempre delle sfide.

Il Mozambico è una terra molto ricca di minerali: oro, pietre preziose, grafite, marmo e, inoltre, gas e petrolio, tuttavia il popolo soffre molto per mancanza di lavoro, che porta con sé la povertà. Quest’anno, a causa della siccità in alcune province, come Cabo Delgado, si soffrirà anche la fame e i contadini sono molto preoccupati a questo riguardo.

Come ho già accennato, rientra nel nostro impegno pastorale la visita alle famiglie, che è una caratteristica del nostro metodo missionario. Quando le incontriamo, ascoltiamo innanzitutto le loro preoccupazioni e le loro gioie, cerchiamo di consolarle e di dare loro dei buoni consigli per un cammino di speranza, valutando le possibilità di ciascuna. Alcune ci ascoltano e cambiano vita. In genere, le nostre visite sono ben accolte e arrecano molta gioia. Si parla con libertà e ci si arricchisce a vicenda, ascoltando, animando e incoraggiando. Ci sono famiglie che hanno sete di ascoltare la Parola di Dio; altre che hanno bisogno di essere consigliate e consolate; alcune che hanno dei malati in casa e si sentono scoraggiate; altre che soffrono per incomprensioni familiari. Per noi è molto bello essere vicine a tutte loro.

Mi sta soprattutto a cuore Ntele una piccola comunità cristiana, in mezzo a tanti musulmani. Grazie al “Regulo” attuale, signor Jivado Gonçalves, responsabile di quella zona, è stata accettata la richiesta di due cristiani di vendere la loro terra, per costruire una chiesetta. Infatti nel passato i cristiani dovevano recarsi la domenica in un villaggio parecchio lontano per partecipare alla S. Messa. L’anno scorso anche noi missionarie ci siamo recate in questo villaggio, per visitare le famiglie e gli ammalati.

Quanta gente bisognosa, che ci ha accolto con tanta gioia, soprattutto i bambini che ci hanno accompagnato sempre! Quando la gente è ammalata, deve fare un lungo tragitto per recarsi al piccolo dispensario oppure, quando è necessario, raggiungere l’ospedale distrettuale. Ma pochi di loro hanno il denaro sufficiente per viaggiare e recarsi all’ospedale.

Nelle nostre visite abbiamo incontrato anche un uomo che vive da solo ed è considerato un malato mentale. Lavora nel suo piccolo orto, ma le scimmie gli mangiano tutto e spesso soffre la fame. Ci ha raccontato tutta la sua storia e, quando lo abbiamo salutato per andare via, ci ha ringraziato tanto della nostra visita e del poco cibo che gli avevamo portato e ci ha detto “Dio ama anche me!”

Visitare le famiglie mi dà tanta gioia e sento che è parte della mia missione, anche se non ho da dare loro quegli aiuti materiali di cui avrebbero bisogno. Le famiglie, da parte loro, sono in generale, molto accoglienti e generose. Offrono tutto quello che hanno: mandioca, arachidi, fagioli, dipendendo da quello che raccolgono nei loro orti.

Costituire una famiglia, peraltro, non è una cosa facile. Il sacramento del matrimonio oggi è una sfida per i giovani. Le coppie si uniscono molto tardi nel sacramento. La maggior parte della gente si sposa dopo aver già creato la famiglia. Inoltre ci sono spesso problemi tra marito e moglie: questa vorrebbe accedere al sacramento, mentre il marito ha difficoltà nell’accettarlo. Ci sono pochissimi matrimoni tra i giovani; ha fatto eccezione il nostro giovane catechista che aveva detto una volta: “Io non voglio convivere prima del matrimonio”. E così è stato. Quello fu un giorno di grande gioia per tutti.

suor Innocenzia Benjamin Mzena, mc

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