3 gocce sconfiggono la siccità

La speranza si racchiude in tre gocce d’acqua

Gabriel è un giovane uomo, con una bella famiglia e un amore profondo verso la sua cultura originaria. Mi sta facendo pressione perché impari il quechua, ed io davvero voglio impararlo, ma alle volte mi manca il tempo. E così, sempre arriva con qualche libretto o programmino per il computer con la speranza che un giorno parli la sua amata lingua. Un altro bell’aspetto di Gabriel è che si interessa molto per la sua gente, e come buon leader ci presenta le difficoltà, e sa chiedere aiuto quando la situazione presenti bisogni urgenti.

Così è stato quando ci ha presentato il caso di Katariri: si tratta di una comunità piccola, in una zona montagnosa molto arida. I pochi che sono rimasti stringono i denti e cercano di sopravvivere, ma come si può senza acqua? La piccola scuola e le famiglie vicine da più di un anno non ricevono acqua, perché con la prolungata siccità le riserve idriche più superficiali si sono seccate.

“Hermanita” mi dice “la comunità è disposta a mettere olio di gomito, solo che hanno bisogno di un finanziamento per comprare i tubi e il cemento per raccogliere l’acqua un po’ più verso la cima dell’attuale sorgente”. Non chiedono molto, ma per loro davvero risulta impossibile raccogliere mille pesos. Non ci pensiamo tanto, e diciamo di sì: l’acqua è vita, e non si nega l’acqua a chi ha sete.

In poco tempo ci chiamano per dire: “I lavori sono finiti, adesso vi aspettiamo per l’inaugurazione”. Decidiamo per il 12 settembre, e ci chiedono la celebrazione della Parola. Non è la prima volta che andiamo a Katariri, ma questa volta conosciamo tutta la comunità, e rimaniamo in contemplazione di quei visi che da soli parlano di una vita dura, umile: le rughe, scolpite dal sole e dal vento, solcano facce di persone che sembrano molto più anziane della loro età anagrafica. Durante l’atto di inaugurazione, si mettono in fila, con l’immancabile cappello di feltro, e uno sguardo che non ha smesso di trasmettere dignità e voglia di vivere. Ogni volta è una contemplazione che mi fa cadere in ginocchio, davanti ai prediletti di Dio.

Ad un certo punto si presenta un signore che quest’anno è autorità originaria (un servizio gratuito alla comunità di coordinazione e lavoro per il bene comune). Presenta il lavoro svolto: ogni famiglia ha contribuito con il lavoro manuale per tre o dieci giorni. Questo significa scavare con il piccone, spostare pietre grandi, portare acqua per il cemento… lavoro duro, insomma. E alla fine, tira fuori dalla tasca due biglietti, uno da cinquanta pesos e uno da venti, e dice: “Questi sono i soldi che sono avanzati. Con questi compreremo altre cose per migliorare il lavoro”. Rimango senza parole: 70 pesos sono pochi, eppure nelle sue mani sembrano una ricchezza, e lo sono: in un mondo nel quale piangiamo la corruzione diffusa, ci sono uomini e donne semplici e onesti, e davvero quei 70 pesos diventeranno ricchezza per il bene della scuola e delle famiglie.

L’acqua scende cristallina dal rubinetto: i ragazzi vanno a bere felici. L’acqua è vita, l’acqua è vita! Durante il pranzo, un uomo ci spiega che il nuovo tubo porta tre gocce al minuto. Rimango a bocca aperta: nel mio immaginario piemontese, per lo meno penso a un rivolo d’acqua che riempe di qualche litro all’ora la cisterna… Ma oggi ho imparato che tre gocce possono sconfiggere la siccità che sta prostrando il paese. L’acqua è vita, e tre gocce d’acqua sono la speranza.

Suor Stefania Raspo, mc

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