L’ECO UMANO DELLO SPIRITO

Vorremmo iniziare questo nuovo sessennio tornando all’icona della Visitazione, da cui tutto è partito, per gustarne il dinamismo missionario e riassaporarne la valenza carismatica, oggi.

Le Suore Missionarie della Consolata hanno celebrato il loro XI Capitolo generale in maggio-giugno 2017. Rileggendo il sessennio appena concluso e guardando al nuovo sessennio che si apre, Suor Simona Brambilla, Superiora generale, rivisita l’icona evangelica della Visitazione.

Due donne, Maria e Elisabetta, sono state le nostre sapienti guide lungo il sessennio appena conclusosi, dal X Capitolo generale del maggio 2011 all’XI Capitolo generale del maggio 2017. Esse ci hanno accompagnato in un percorso di rivisitazione delle radici della preziosa vigna che è l’Istituto, al fine di promuoverne la crescita e la fecondità, in vista della qualità delle uve pregiate, stillanti il buon vino della Consolazione per tutti i popoli e in modo specifico per coloro che non conoscono il Cristo. Davvero il Buon Vignaiolo si è fatto presente, curando la Sua vigna con tenerezza e sollecitudine; la vite ha fremuto di commozione accogliendo le attenzioni di Colui/Colei che quando passa sussurra nella brezza leggera Parole che arrivano al cuore e lo risvegliano, lo rinvigoriscono, lo fanno sussultare. Vorremmo iniziare questo nuovo sessennio tornando all’icona della Visitazione, da cui tutto è partito, per gustarne il dinamismo missionario e riassaporarne la valenza carismatica, oggi.

«In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.  Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

Allora Maria disse: 

“L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre”.

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua».

(Lc 1,39-56)

Maria ed Elisabetta sperimentano la gioia profondissima di un incontro che coinvolge non solo le due donne, ma anche i figli della promessa, frutto delle loro viscere e di una Parola che, discesa dal Cielo si incarna, in modi del tutto diversi, nel tessuto umano di vite ordinarie segnate e trasfigurate dalla straordinarietà dell’avvento del Signore.

Il primo effetto della maternità di Maria è dunque il muoversi, l’andare, l’uscire da Nazaret per condividere la Gioia.

Maria si alza e va: divenuta sposa e madre, sospinta dallo Spirito che la riempie di Sé, Maria non trattiene la gioia, la consolazione! Adombrata da Dio, avvolta dalla sua tenerezza, eccola correre verso Elisabetta per condividere con lei l’Ombra benefica che la protegge, l’Abbraccio caldo che la sostiene, la Nube luminosa in cui è immersa. Sì, Maria stende il suo manto, la sua capulana, la sua kanga, il suo kitenge, dal suo aguayo, il suo sarong1 su sua sorella, moltiplicando la gioia, la pace, la shalom!

Il primo effetto della maternità di Maria è dunque il muoversi, l’andare, l’uscire da Nazaret per condividere la Gioia.

Arrivata alla casa di Elisabetta, vi entra. Che bello questo primissimo passo di avvicinamento all’altra! Maria, colma di Gioia, entra nella casa dell’altra, nel suo mondo, nella sua vita, bussando delicatamente alla porta e attendendo il permesso per accedere. Entra, Maria, non chiama fuori Elisabetta ma entra in casa sua e vi rimane, divenendo parte della famiglia, lasciando che le consuetudini, il linguaggio, le tradizioni, i sapori, i colori, gli aromi, i segreti di Elisabetta e Zaccaria penetrino nel suo animo, arricchiscano il suo bagaglio interiore mentre lei condivide la Pienezza! Sì, perché la Gioia che la riempie non esclude nessuno e non vanta autosufficienza, anzi, dilata il cuore di Maria agli spazi infiniti dell’accoglienza di Dio, alla Sua umile e appassionata sete dell’altro!

Shalom! È la prima parola che Maria pronuncia. Semplice, densissimo e sconvolgente, shalom è l’annuncio che fa sussultare la creatura nel grembo di Elisabetta, e non solo. Con Giovanni sussulta ogni germe di vita nel cosmo, abbandonandosi all’ebbrezza della danza, trascinato dalla melodia che fluisce dal nucleo densissimo di quella parola: Shalom! «Il Verbo immenso che distende i cieli, a cui le stelle rispondono per nome e regge nella mano l’Universo»2 si lascia mediare dalla voce dolce e cristallina della Madre: Il saluto di Maria è somma benedizione, balsamo di vita, risveglio del desiderio assopito, consolazione per ogni cuore, invito alla danza della comunione!

La Pienezza è inarrestabile, la Gioia è contagiosa, lo Spirito è incontenibile: Elisabetta, travolta dall’esperienza del sussulto, diviene – lei pure – voce. Voce benedicente, voce della benedizione che tutto il creato eleva alla Madre e al Creatore che in Lei ama racchiudersi, accoccolarsi, nascondersi, rivelarsi: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! Il saluto di Maria innesca la polifonia benedicente del creato, riattiva in Elisabetta i canali attraverso cui tale polifonia scorre, prende carne e voce, si manifesta in parola e canto.

Elisabetta è l’eco umano dello Spirito, che ripete con voce di donna, sorella, madre, amica quanto Maria aveva sentito all’Annunciazione. Che bella questa reciprocità del dono!

In Elisabetta trova espressione lo stupore attonito dell’universo intero: A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Maria, uscita da Nazaret e entrata in casa di Elisabetta per condividere la Gioia, riceve da lei il dono del riconoscimento, della conferma. Elisabetta è l’eco umano dello Spirito, che ripete con voce di donna, sorella, madre, amica quanto Maria aveva sentito all’Annunciazione. Che bella questa reciprocità del dono! Annuncio suscita annuncio, gioia suscita gioia, vita suscita vita, in un interscambio fecondo, lietissimo, tutto umano e tutto divino!

E allora prorompe il Magnificat come canto di Maria per Dio ma anche come canto di Dio in Maria, perché il cuore divenuto dimora della Tenerezza non può fare altro che cantarLa. E allora, docile e ardente, il Verbo si lascia ancora una volta mediare dalla voce della Madre, il Soffio dal suo respiro, il Gemito inesprimibile dalla melodia: Magnificat! E allora, Maria diviene Porta di Misericordia, di Tenerezza, attraverso cui Dio consola la sua creatura con amore di madre.

L’icona della Visitazione si offre ancora a noi come icona missionaria e consolatina per eccellenza, che può felicemente accompagnare la nostra famiglia sui sentieri dell’ad gentes! Quanti elementi preziosi emergono e quanti ne emergerebbero ancora da una contemplazione più profonda di queste parole e immagini sacre!

Quanto Maria e Elisabetta hanno ancora da offrire a noi, Missionarie della Consolata, nel cammino di inesauribile scoperta della ricchezza del dono carismatico consegnato da Maria Consolata al Fondatore e in lui a ciascuna di noi!

Lasciamoci ancora guidare da loro, nella dinamica fecondissima e gioiosa dell’incontro, affinché questo sessennio possa essere occasione privilegiata di rinascita nei valori fondanti e di ritorno al Centro, quel Centro infuocato da cui tutto è cominciato e a cui tutto è chiamato a tornare, quel Centro densissimo che è comunione di Persone, vita che sempre sgorga e sempre rifluisce, quale Onda lieta, trasparentissima, incandescente, riconducendo tutto e tutti nel quieto mare del Suo stesso Amore!3 Amen!

sr. Simona Brambilla MC

1 La capulana, la kanga e il kitenge sono teli colorati usati soprattutto dalle donne in molte zone dell’Africa. Servono a… tutto! Come indumenti, come marsupio per portare il bimbo, come lenzuolo, come drappo, come tovaglia, come riparo dal sole e dal freddo, come fagotto in cui avvolgere le cose più svariate ecc. L’aguayo è un panno colorato che le donne indigene, soprattutto in Bolivia, Argentina e Perù, usano nei modi più svariati, similmente alla capulana. In varie zone dell’Asia e del Pacifico, ma anche del Corno d’Africa, il sarong riveste la stessa funzione.

2 Inno Mariano “Acqua di fonte cristallina”.

3 Cfr. Monastero Trappiste di Vitorchiano, Inno: “O Trinità Infinita”.

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