Il primo assassino

Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

I primi tre capitoli della Genesi presentano l’immagine dell’uomo così come è pensata dai saggi religiosi di Israele. In questa presentazione spesso si taglia fuori il quarto capitolo, che pure è come una conseguenza.

L’essere umano era nella piena comunione con Dio, ne ha diffidato e ha iniziato a diffidare innanzi tutto della donna, “osso delle mie ossa” che gli era accanto. Ma le conseguenze della sfiducia non finiscono lì, hanno portato alla frattura tra Dio e la natura (Gen 3,17) e conducono alla stessa sfiducia tra fratelli, che sfocerà nel primo omicidio. Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

Ma quel capitolo, come spesso succede, è ancora più ricco e profondo di quanto non sembri.

Antefatto

L’Israele che scrive la Genesi è un popolo sedentario, che però continua a rimpiangere i tempi antichi in cui era pastore e nomade. Quindi, quando parla dei nomadi, pastori, raccoglitori e cacciatori, li guarda con una certa simpatia, mentre se pensa ai costruttori di città, artigiani e coltivatori, li sente più infidi.

Questo serve a dire che già nella presentazione dei personaggi, ci si aspetta che Caino sia il cattivo. La sensazione (sbagliata) che il racconto sia “ingenuo” come i vecchi western prosegue nei versetti 3-5: Dio “gradisce” l’offerta di Abele e non quella di Caino: perché?

Il lettore moderno si chiede perché Dio sia così ingiusto. Ma in realtà è una domanda che si fa anche il lettore antico, è un interrogativo che il narratore vuole che ci facciamo, per scomodarci, per costringerci a prendere posizione. Un po’ come, nel vangelo di Luca, la parabola del padre buono (o del figliol prodigo: Lc 15,11-32), dove è l’ultima parte a non finire, a dare fastidio e a essere il cuore della parabola: che cosa farà il fratello maggiore? È il lettore a doverlo decidere, e la parabola vuole proprio rivolgersi ai “fratelli maggiori” della chiesa, sicuramente buoni e a posto ma chiamati a porsi con Dio in un rapporto non di schiavitù.

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Anche qui, la domanda passa al lettore, che in fondo si può identificare con Caino: perché Dio dovrebbe accettare un’offerta e non l’altra? Verrebbe addirittura da dire che è colpa di Dio se Caino ha ucciso Abele. A leggere in profondità, si può però notare quanto di questo capitolo sia giocato sui dialoghi. Solo un personaggio non parla, ed è Abele; e Dio parla solo a Caino. Insomma, il racconto pare dire che Dio privilegia l’offerta di qualcuno, ma ad un altro parla. I due fratelli sono diversi, ma non significa che Dio non abbia un rapporto particolare con ognuno di loro. Occorre coglierlo, al di là dei preconcetti (qui il preconcetto è che Dio si esprima solo in un rapporto liturgico, solo nel culto, nella preghiera. E magari è un preconcetto che abbiamo anche noi).

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Avviso

Dio parla a Caino prima della colpa: “Perché sei abbattuto? Se ti comporti bene, rialzerai” (v. 7). Il testo non chiarisce se Caino rialzerebbe il volto (cioè si rallegrerebbe), o se stesso… o anche l’offerta, che si “innalzava” al cielo.

“Se non ti comporti bene, il peccato è alla tua porta come un robez in agguato”. Questa strana parola ebraica non significa soltanto “accovacciato”, anzi converrebbe pensare a un tarlo… è un “rosicchiatore” in agguato alla porta, è chi consuma, lavora, erode lasciando la sensazione di poter essere trascurato perché non opera danni travolgenti.

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso.

“Verso di te è il suo desiderio, ma tu dominalo”. Sono le stesse parole di Gen 3,16, dove il desiderio/passione era un bene, perché era teso verso un pari, verso un altro essere umano. Qui il desiderio/passione è di chi è inferiore all’uomo, diverso… e infatti questo deve essere dominato (come faceva l’uomo con la donna, ma là si trattava di un errore).

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso. Occorre esserne consapevoli e gestirlo. E Dio è lì a consigliare, a raccomandare. Non fa il lavoro al posto dell’uomo, ma neppure se ne sta alla finestra a guardare. È coinvolto, pur non agendo al posto dell’uomo.

Fatto

Anche Caino parla ad Abele (anzi, a “suo fratello” Abele: si insiste moltissimo sulla fratellanza). Ma la sua parola non è un appello di comunicazione, è invece un invito a seguirlo per porre termine per sempre alla comunicazione. Ha qualcosa del bacio traditore di Giuda: ciò che dice solitamente l’affetto, diceva lì il desiderio di morte.

“E nei campi si alzò Caino verso suo fratello Abele”. Caino aveva tentato di far salire l’offerta. Dio gli aveva detto che avrebbe potuto sollevarla se avesse sollevato il volto, o se stesso. Caino preferisce sollevarsi sì, ma contro il fratello. Sono sempre gli stessi elementi della vita giocati contro o a favore della vita stessa, della comunione con il fratello e quindi con Dio.

Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

Sembra quasi dirci che una vita buona o cattiva non sono qualcosa di radicalmente diverso: la vita è questa, giocata più o meno negli stessi elementi, ma disponendoli nell’ordine e nei rapporti giusti.

Conseguenze

Anche Dio riparla a Caino, con (sostanzialmente) la domanda che aveva già fatto ad Adamo: “Dove?” “Dove è tuo fratello?”. Non è una semplice richiesta di informazioni. È un appello alla responsabilità. E la risposta di Caino suona come una condanna: “Sono forse il custode di mio fratello?”. Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

“La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” (v. 10): un altro appello, un’altra parola, anche se questa è muta. È una voce che non può più parlare. E questo suo mutismo è un appello e un’accusa.

Maledizione ma non rottura

Anche qui, come in Gen 3, c’è una maledizione come conseguenza del male. Ma è una maledizione ancora una volta sorprendente: è la terra (v. 11) a maledire Caino. Se in 3,17 Dio si separava dalla terra in conseguenza del peccato di Adamo, qui è l’uomo stesso, in conseguenza della propria colpa, a separarsi dalla terra. Non è una vera e propria maledizione dell’uomo: Dio non lo maledice. Dio non si separa dall’uomo, neanche dall’uomo assassino. È la terra a essere irrimediabilmente separata da Dio, se l’uomo non si riconcilierà con il proprio simile. La responsabilità umana nei confronti del creato diventa ancora più pesante. Se nell’immediato la conseguenza della frattura sembra ricadere su Caino (senza più radici nella terra, senza più frutti: v. 12; e forse per questo autore di una civiltà che la Genesi coglie come lontana dalla natura, dal bene: città v. 17, accampamenti v. 20, musicisti v. 21, forgiatori v. 22), più in profondità è un danno per la creazione. Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Di fronte al pessimismo di Caino (vv. 13-14), Dio ribadisce che anche la vita dell’assassino gli sta a cuore (v. 15). Non perché l’assassino sia buono, ma perché Dio è dalla parte della vita dell’uomo a prescindere. Disposto persino a separarsi in modo apparentemente definitivo dalla natura, per non dividersi dall’uomo.

Possiamo anche essere assassini fratricidi, ma Dio, pur senza giustificare o approvare il nostro gesto, non si separa da noi.

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