Cuori di vetro

Suor Marta Elena è una missionaria della Consolata argentina dai molti talenti, tra i quali spiccano due: la capacità di avvicinarsi all’altro e due mani da artista che creano cose meravigliose. Questi due aspetti si sono uniti in un’ alchimia speciale che dà come risultato un modo originale di donare la consolazione. Entriamo, perciò nel suo taller, nel suo laboratorio artistico e lasciamoci stupire…

Si sa, le donne molte volte portano il peso della famiglia e sono oggetto di violenze psicologiche e fisiche. Sono come cuori di vetro: belli e fragili allo stesso tempo, che bisogna prendere in mano con attenzione e cura, ma che non perdono la loro bellezza.

Da un po’ di tempo, suor Marta Elena si è specializzata nella lavorazione del vetro, e ha già prodotto alcune vetrate, oltre ad diversi oggetti. Nella casa di Mendoza, dove risiede da alcuni anni, ha fatto spazio a “cuori di vetro”, preparando un piccolo laboratorio artigianale dove insegna l’arte del vetro a donne in difficoltà. Da pezzi di bottiglia, e frammenti vitrei di ogni colore e dimensione, escono fuori orecchini, piatti, posaceneri, portaincenso… Ma questo è solo un pretesto: la vera finalità è creare uno spazio positivo per signore, alle volte molto giovani, che la vita non ha trattato molto bene.

Così ci racconta suor Marta Elena:

“La finalità del laboratorio è la creazione di uno spazio artistico contro la violenza, azione e prevenzione”.         Il taller ha generato un’attiva partecipazione tra le donne, di distinta condizione sociale. Ci sono donne giovani, altre più grandi, mamme di familia e mamme single, studenti. Con questa attività trovano la possibilità di esprimere desideri ed esperienze in un modo creativo e libero. In questo spazio di affetto, rispetto e ascolto, il lavoro artístico dà loro la possibilità di un incontro più profondo con sè stesse e di conseguenza aumenta l’ autostima.  Godono nel creare e manifestano molto entusiasmo e gioia scoprendo i propri personali talenti, e ciò che sono capaci di fare e produrre.  Loro stesse raccontano che gli incontri nel taller sono motivo di crescita nella fiducia di sè stesse e servono per alleviare i carichi emozionali, di trovare molta pace e forza. Lo considerano come una reale terapia per le loro vite. Alcune iniziano a chiedere un ascolto personale, che noi diamo molto volentieri”.

Oltre al lavoro del vetro, ci sono altre iniziative artistiche, quali il decoupage, la produzione di cestini di carta, lavori a maglia e oggettistica con materiale riciclabile. Una scuola di arte ha reso disponibili alcune student dell’ultimo anno affinchè facciano il loro tirocinio un giorno alla settimana per due mesi.

“E così, poco a poco ci stiamo organizzando, per poter rispondere ai bisogni più profondi delle donne, per migliorare la qualità della loro vita, la maggior parte di esse sono persone vulnerabili a livello affettivo, psicologico e fisico”.

Il luogo che accoglie il laboratorio artistico, grazie all’aiuto di varie famiglie che hanno aderito al progetto, è stato ristrutturato per rendere adatto lo spazio: sono state messe pareti in cartongesso, sono state cámbiate le lamiere del tetto,   abbiamo pitturato le pareti e aggiustato il pavimento, sono state messe porte e finestre, armadi e scaffali per porre i lavori.

“Manca ancora del materiale isolante per il tetto che, essendo di lamiera, nell’inverno lascia entrare il freddo, così come è necesario comprare una stufa”

Con le offerte giunte, è stato comprato anche il materiale per i lavori artistici, e si coltiva un sogno: “Con il tempo, comprare piccoli forni per le donne più bisognose, perché possano lavorare in casa nella produzione di bigiotteria in vetro”.

La finalità del taller sarà sempre l’arteterapia, ma non si chiudono le porte a sviluppi, piccoli e significativi, come questo… sognare fa bene al bene!

Suor Stefania Raspo e suor Marta Elena Ahumada, mc

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IL POZZO NELL’ANIMA

Desiderio e resistenza – verso una cultura dell’incontro

Papa Francesco non cessa di stimolare la chiesa e l’umanità a coltivare, promuovere, creare una cultura dell’incontro,

all’insegna della edificazione instancabile di ponti e non di muri. In questa riflessione vorrei provare ad esplorare due movimenti che coesistono nella costruzione “artigianale” di ponti relazionali che consentano a persone, popoli, esperienze, sapienze diverse, di incontrarsi. Si tratta di movimenti presenti in ogni paziente lavoro di tessitura delle relazioni, a cominciare dalla vita in comunità, pilastro centrale della vita religiosa missionaria ma anche di ogni vita cristiana: il movimento del desiderio e quello della resistenza.

Ci faremo aiutare da una immagine biblica: il pozzo di Giacobbe (Gv 4,1-42).

1. AL POZZO DI GIACOBBE

La storia la conosciamo bene.

«Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4, 5-7)

Una donna e la sua brocca vuota.

Una donna vuota.

Meglio, una donna svuotata dalla vita, da relazioni che sembravano anche riempirla momentaneamente, lasciandola poi più assetata di prima, il cuore riarso, lo sguardo spento, la speranza ormai usurata.

Quella brocca, sotto il sole di mezzogiorno, è la sua vita: in perenne ricerca di acqua e abituata a guadagnarsela, l’acqua, attraverso tanti mezzi: un secchio, una fune, e la forza per tirare su. Il rifornimento d’acqua si paga. Il pozzo ha il suo prezzo. Nessuno ti da niente per niente. Così dice la brocca vuota.

Una voce.

Non è quella della brocca.

E’ diversa.

Chiede a me da bere.

A una brocca vuota, quella voce chiede da bere.

Mette in dubbio la mia aridità.

Guarda a questa brocca come sorgente.

Non mi avevano mai guardata così.

Questa voce è acqua.

Questa voce mi inonda, diventa grande in me…

è Giudeo…è Signore… è profeta…è Messia?

E’ Acqua!

Si espande in me e io rinasco.

Mi riempie.

Tra me e la brocca vuota non c’è più nulla in comune.

La lascio.

Mi basta Lui

Lui è diventato grande in me, la mia brocca è piena di Lui.

Venite a vedere!”

E la Vita straripa.

Sì, eccola di nuovo, la samaritana, a risvegliare in coloro che incontra il desiderio dell’acqua viva

Dal Congresso della Vita Consacrata del 2004 la samaritana è diventata nostra fedele compagna di viaggio1. Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, nel Messaggio al Popolo di Dio, ci ripropose la samaritana al pozzo2. Sì, eccola di nuovo, la samaritana, a risvegliare in coloro che incontra il desiderio dell’acqua viva, a fare da spola dal pozzo al villaggio, fino a quando riesce a rendersi inutile: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42), diranno i suoi compaesani.

Tutto cominciò, o meglio, ri-cominciò per lei attorno a un pozzo, sotto il sole di mezzogiorno. Una brocca vuota, presso il pozzo, si incontra con un Giudeo stanco del viaggio: due fatiche a confronto. La fatica di una brocca inaridita dalle vicende della vita e la fatica di un Dio liberamente svuotato di sé. Il pozzo rappresenta per entrambi una fonte di ristoro: per il giudeo assetato, che chiede da bere, e per la brocca inaridita, che chiede di essere riempita, per l’ennesima volta, dopo essere stata per l’ennesima volta svuotata. Il pozzo è li, silenzioso, a testimoniare lo sviluppo del dialogo tra Gesù e la donna. Gesù non berrà della sua acqua, la brocca non si riempirà della sua acqua. Il pozzo si offre semplicemente come luogo, come occasione, come opportunità all’espressione e allo sviluppo del desiderio, di una sete che gradualmente svelerà il suo oggetto. Niente di più e niente di meno. Non sembra averne male, il pozzo. Ha compiuto la sua missione, ha indicato alla donna la Sorgente vera e ha appagato il desiderio di Dio, di autocomunicarsi.

Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione ci ricordava: «Non c’è uomo o donna che, nella sua vita, non si ritrovi, come la donna di Samaria, accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di ritrovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza»3 .

«Occorre dare forma a comunità accoglienti, in cui tutti gli emarginati trovino la loro casa (…). Sta a noi oggi rendere concretamente accessibili esperienze di chiesa, moltiplicare i pozzi a cui invitare gli uomini e le donne assetati e li far loro incontrare Gesù, offrire oasi nei deserti della vita».4

Come possiamo moltiplicare i pozzi? Le nostre comunità sono di fatto questi pozzi presso cui il Cristo Viandante trova riposo e l’umanità incontra l’Acqua viva? Le nostre comunità intendono offrirsi come umili luoghi di incontro tra il Signore e la persona?

E se le nostre comunità non sono questi cenacoli o questi pozzi, che cosa sono? Come aiutarci a costruire comunità che siano pozzi di Giacobbe?

2. COSTRUIRE POZZI

Un pozzo non si improvvisa. E’ anzitutto frutto di un dono – l’acqua che corre nelle profondità della terra – poi di un paziente percorso di ricerca e di un tenace lavoro di scavo. Proviamo a considerare alcuni elementi della costruzione di una comunità-pozzo.

La sete: La costruzione del pozzo è un affare impegnativo. Nessuno si mette a scavare un pozzo se non è motivato dall’acqua che troverà. Prima del lavoro di scavo c’è la sete che mi spinge a cercare l’acqua. L’acqua è un bene vitale, l’acqua è vita, si scava alla ricerca della Vita. Il pozzo è un tunnel verso la vita. Il pozzo è un canale vuoto destinato a riempirsi di vita. La Vita che scorre, ecco il desiderio fondamentale che mette in moto il lavoro di costruzione di una comunità-pozzo. Quando percepisco in qualche modo l’irresistibile Presenza dell’Acqua viva, tutte le mie energie si dirigono lì. La somma delle nostre seti diventa una forza, la confessione della nostra assoluta dipendenza dall’Acqua diviene energia che spinge, che muove, che scava, che rimuove le pietre, che sa trovare modi per raggiungere la vita, che sa tendere l’orecchio per ascoltare il gorgoglio delle profondità, che sa allertare tutti i sensi per scoprire il passaggio sotterraneo del flusso vitale. Non si costruisce comunità senza questa tensione alla Vita. La vita che gorgoglia nell’altro, la vita che gorgoglia tra noi. Ho bisogno che i miei sensi siano ben affinati per percepirla, la vita: udirla, scorgerla, toccarla, gustarla, aspirarne il profumo. Purificare i sensi significa poi proprio questo: renderli sempre più fini, sempre più sensibili a cogliere il minimo segnale di vita! Come stanno i miei sensi? Che ne faccio? Cosa ascolto? Cosa vedo? Cosa gusto? Cosa tocco? Cosa fiuto? Il risultato dei sensi in allerta è la vigilanza. La vigilanza sulla vita. Il massimo del risveglio dei sensi è l’avvento: vegliare sulla vita che viene, che nasce. La finalità del pozzo non è un buco nel terreno, magari per nascondersi lì. E’ intercettare la vita. E’ accogliere in sé la vita. E’ divenire pieni di vita. Gravidi di Vita. E’ dare alla luce la vita, in me e nell’altro. Il desiderio appassionato della vita, la sete ardente della Vita: questo è l’inizio della costruzione della comunità-pozzo, grembo, culla, nido di vita.

Un pozzo non si improvvisa. E’ anzitutto frutto di un dono – l’acqua che corre nelle profondità della terra – poi di un paziente percorso di ricerca e di un tenace lavoro di scavo.

La terra. Questa benedetta terra che sta tra me e l’acqua che scorre là sotto. Questa terra che sta tra il mio desiderio e l’acqua della vita. Questa terra che custodisce l’acqua. Com’è questa terra? Occorre conoscerla, comprenderne la composizione per usare gli strumenti e le tecniche adatte allo scavo. La costruzione della comunità-pozzo ha bisogno di un po’ di geologia. La nostra terra umana, quella con cui il Signore ci ha plasmati, la nostra terra umana nelle viscere della quale scorre l’alito di vita (Cfr. Genesi 2,7)! La terra va scavata, il fuoco del desiderio apre in essa il canale del parto affinché la Vita venga alla luce. In me, nell’altro, tra noi, nelle nostre relazioni. Il dolore. Il dolore del travaglio. Il dolore della terra che si apre. Occorre rispettare i ritmi della terra, ogni tanto fermarsi e lasciarla rassodare un po’ prima di procedere ancora verso le profondità. A volte occorre bagnarla, la terra. Le lacrime, il sudore della fedeltà. La terra delle nostre relazioni umane, che si modellano, si trasformano in funzione di una fenditura che si approfondisce, relazioni che divengono rete di sostegno, parete conduttrice per l’emergere dell’acqua, contenitore sicuro della vita, strada verso la luce! Sì, la nostra terra lavorata diviene strada per la vita. La tenuta di un pozzo è data dalla solidità delle sue pareti, capaci di custodire uno spazio riempito di acqua. Il crollo delle relazioni, il collasso dei legami che reggono le pareti, significa la morte del pozzo. La tenuta delle pareti è preludio al zampillare della vita, al vagito dell’acqua che finalmente respira la luce.

La cura delle relazioni, la trasformazione evangelica dei legami, l’arte di lasciare che il desiderio di Dio modelli la nostra terra umana fino a renderla canale di acqua viva, costituiscono il percorso ascetico della fraternità/sororità.

Le pietre: qualcosa di duro ed impermeabile. Un blocco. Non si passa. Non c’è pervietà. Ostruzione. Occlusione del canale della vita. I normali mezzi di scavo non bastano più. Occorre fermarsi, conoscere le dimensioni, la consistenza, la posizione della pietra. La pietra forse è lì da millenni. Si è fatta un alloggio nella terra, la terra si è adattata alla presenza di questa struttura dura sviluppando formazioni geologiche particolari, l’ha incorporata. Vanno sondate, queste formazioni, vanno conosciute, va ricostruita la storia tra la terra e la pietra. Poi, si interviene. Le si scava attorno, la si circonda, la si estrae, magari diviene utile per rafforzare la parete o per costruire il bordo della bocca del pozzo. Non buttare via le pietre, solo assicurati che non divengano ostruzioni. Attenzione: non tutte le pietre vanno fatte saltare con la dinamite: il rischio è di far crollare le pareti del pozzo. Non avventarti contro le pietre, non pretenderle di eliminarle con la bacchetta magica! Lavorale, usale! Ma prima identificale e non cadere nella trappola di identificarti con qualcuna di esse!

Vediamo alcune possibili pietre d’inciampo nella costruzione del pozzo della comunità:

  1. La pietra dell’autosufficienza dice: «Non ho bisogno di nessuno, me la cavo da sola. Non mi abbasso a chiedere». Poi però diventa malata così tutte vanno a servirla. Ovviamente non è che lei ha bisogno, è che il Signore che le ha mandato la malattia, per cui non è colpa sua se necessita di attenzioni speciali, della stufetta particolare in camera, del cibo dietetico, del materasso anatomico, del golf di lana d’angora, del dentifricio per denti sensibili …

  2. La pietra della autoadorazione dice: «A me l’onore, la gloria e la ammirazione nei secoli dei secoli, amen”. Ha bisogno del piedistallo perché tutti vedano le sue opere buone, danza sul suo piedistallo perché tutti possano contemplare la sua grazia, fino a che un giorno distrattamente cade giù e si rompe in mille pezzi.

  3. La pietra della svalutazione dice: «Faccio io, faccio io… perché se lo fa qualcun altro non sono sicura che lo faccia bene quanto me». Poi si lamenta perché fa tutto lei e le altre fanno nulla. E parla sempre dell’importanza della fiducia (sì, quella che gli altri hanno il dovere di riporre in lei, ma che lei non sa donare agli altri).

  4. La pietra del vittimismo dice: «Poveretta me, a me capita sempre il peggio, eccomi, sono l’incarnazione della legge di Murphy!» (Se qualcosa può andar male, lo farà). Ha smesso di lavorare su di sé, perché tanto non c’è più speranza… si sente umiliata, predica l’umiltà e sembra che accetti i suoi limiti: ma questo non è vero perché non perde nessuna occasione per ricordare alle altre la sua situazione penosa, tutto il male che deve sopportare, le esperienze difficili e dure che ha subito… E, dopotutto, non è mica colpa sua, perché sono gli altri che l’hanno messa in tutte queste situazioni difficili, e gli altri non la capiscono, non si rendono conto della sua eroicità, del fatto che stanno vivendo con una martire che sopporta tutte queste persecuzioni…

  5. La pietra gemellata dice: «Solo tu mi puoi capire!» Ha una forte tendenza verso una relazione speciale con qualcuno della comunità o di fuori, una amicizia esclusiva. Vuole una amicizia a tempo pieno, e in questa amicizia gli altri non possono entrare. Lei e la sua amica diventano gemelle, perché solo la gemella può capire la profonda spiritualità dell’altra e le sue intuizioni profetiche…

  6. La pietra onnipotente dice: «Stai dalla mia parte e ti proteggerò!». Spesso combatte contro l’autorità, è molto influente in comunità, può essere apertamente aggressiva o sottilmente manipolatrice. A volte trova delle compagne, allora formano un gruppo di pietre onnipotenti che costruiscono muri massicci.

  7. La pietra del gossip dice: «Venite a me e vi svelerò i segreti della congregazione!» A volte segue il gruppo delle potenti in comunità. Negli incontri comunitari sta zitta, ma poi in corridoio e in camera… si trasforma in un social network efficacissimo nel trasmettere notizie di prima mano alle sorelle negli altri continenti. Normalmente cerca, e quasi sempre trova, altre come lei, allora fa alleanza con loro e si crea una rete mondiale di trasmissione che precede inesorabilmente anche il più tempestivo ufficio comunicazioni della congregazione. Quando arriva il bollettino interno, le notizie sono ormai tutte vecchie, già presentate su Facebook, Twitter, Instagram ecc. con i relativi approfondimenti e commenti.

    Purificare i sensi significa poi proprio questo: renderli sempre più fini, sempre più sensibili a cogliere il minimo segnale di vita! Come stanno i miei sensi?
  8. La pietra isola dice: «Niente ti turbi, niente ti spaventi, solo l’io basta»: per lei, la comunità è superficiale, immatura, infantile. Così, decide di vivere nel suo mondo, cercando di trovare un suo modo di crescere, di migliorare, di diventare santa. Questo modo può essere trovato nello studio, nel lavoro, nell’attività pastorale, dove può esprimersi pienamente, dove può usare tutte le energie che potrebbe invece spendere nelle relazioni con le altre. Esalta la preparazione, la cultura accademica, il ruolo professionale: la comunità deve rispondere ai bisogni del singolo. Spesso si chiude in camera e passa un mucchio di tempo lì dentro. E’ più una tecnica che una apostola.

  9. La pietra dell’osservanza dice: «Si è sempre fatto così». Ha fatto la scelta di stare dalla parte di qualsiasi tipo di autorità e di tradizione, sempre e comunque. Sente il bisogno di approvazione della autorità, e lotta e si sforza per ottenerla, anche in modi eroici. E’ molto corretta, rispettosa, responsabile, obbediente. E’ pronta a dare la vita… per essere accettata dalla superiora e dalla comunità. Può non dare nessun problema alle superiore, ma lo dà alle altre a causa della sua rigidità, del perfezionismo in cui non c’è spazio per le differenze e per la novità…

  10. La pietra di oro falso dice: «Guardate a me e sarete raggianti». Capita che sia la preferita dalle superiore: è brillante, intelligente, fa tante cose bene, sembra avere una ottima relazione con chi è in autorità, è affidabile, obbediente, responsabile, è matura… e piano piano diventa la consigliera della superiora, la messaggera della superiora, l’amica della superiora… la superiora della superiora. Sotto tutta questa bella apparenza, può vivere un conflitto profondo, segretamente convinta di appartenere ad una specie superiore e che le altre non possono capirla perché lei si trova ad un altro livello in quanto capacità, intelligenza, intuizione, spiritualità, carisma. E’ una creatura che non sa veramente cosa sia l’amore, perché non si è mai data il permesso di coinvolgersi nei sentimenti: in realtà, non li ha mai affrontati in modo vero e realistico. Si tiene alla larga da ogni possibilità di fallimento: non riesce ad affrontarlo, e ha sviluppato un sacco di trucchi intelligenti per evitare qualsiasi tracollo. Il fallimento, l’insuccesso la terrorizzano: DEVE rimanere la pietra angolare.

Scavare: cioè passare attraverso la terra umana procedendo verso la profondità che custodisce l’acqua della vita. Quando si lavora agli scavi, si diventa del colore della terra! Ci si immerge nella terra, ci si seppellisce nella sua profondità, si va verso il buio. Esperienza di tomba. Di fossa, di morte! Discesa, assoluta discesa agli inferi. I miei inferi, quelli di colei che scava con me, i nostri inferi. Passaggio obbligato, quello degli inferi, nella strada verso l’acqua! Lo sa la samaritana, condotta a fare verità in sé, presso quel pozzo. E’ dura la discesa. Vorremmo fuggire. La terra accumulata in superficie comincia a scivolarci addosso, sensazione di crollo, di sepoltura. Vorrei saltar fuori dal pozzo, vorrei tornare da mia madre! Cercavo la vita, questa è una tomba. Passaggio obbligato, quello della tomba. La vita che cerchi è oltre la tomba. Accogli il tuo fango e quello altrui: se scavi è inevitabile che tu lo muova e che sporchi la tua immagine, quella che hai costruito con tanta fatica. Quel fango non è nulla di nuovo: è sempre stato lì sotto, ma prima non te ne accorgevi e adesso sì. Nel fango, impari la solidarietà, impari che sei povera, impari che non sei migliore degli altri. Nella tomba, cominci a imparare a vivere. Sì, il fango si rivela terapeutico. La logica del chicco di grano. La logica della pasqua. La costruzione della comunità-pozzo è un evento pasquale.

Rischiamo allora, in nome dell’ordine e della religiosa serenità, di abbracciare una dinamica dominante in molte società contemporanee: quella della eliminazione del povero, della rimozione, dell’allontanamento di chi ci inquieta.

Zampillo: ti coglie lì, in mezzo al fango. Laggiù, nel profondo della fossa. Proprio al vertice negativo del movimento di discesa, qualcosa comincia a salire, da là sotto, dal fondo della voragine. Inaspettatamente, la vita zampilla e viene su. Ma non è subito limpida, pulita, si mischia alla nostra terra, la rende fango. Continua a scavare, e l’acqua della vita zampillerà con più forza, la dinamica della discesa si compirà nell’erompere del nuovo getto di vita. Ecco, la vita era la sotto, oltre il fango. Ecco, la terra dà alla luce la vita nascosta nel suo grembo.

***

Il pozzo è frutto di un dono – l’acqua – e di un lavoro, lo scavo. E’ frutto di una paziente e perseverante ricerca dell’elemento della vita. E’ frutto di mani che scavano in profondità, guidate dallo stesso gorgoglio dell’acqua. E’ passaggio attraverso la terra, è toccarla, è immergersi nella terra umana certi della vita che vi gorgoglia dentro. E’ affrontare le pietre del percorso e inventare strategie per utilizzarle al meglio o per farle saltare. E’ insomma disporsi a lasciare che il Vangelo penetri e trasformi gli stati più profondi del nostro cuore e trasfiguri i legami che ci uniscono, rendendoli effettivamente cristiani. Il pozzo comunitario è frutto di un Dono e di un paziente e tenace lavoro affinché il dono venga alla luce e possa essere offerto al viandante. Il pozzo diviene luogo in cui al movimento discendente dello scavo risponde il movimento ascendente dell’acqua, allo svuotamento (kenosi) paziente del canale risponde lo zampillo dell’acqua che rigenera il cuore umano.

Una comunità-pozzo allora è una comunità di persone evangelizzate e disponibili a un continuo processo di evangelizzazione, che:

  • Hanno sete

  • si sintonizzano verso il flusso dell’Acqua /Spirito

  • scavano pazientemente e tenacemente la strada verso l’acqua

  • identificano le pietre e le lavorano

  • sanno sporcarsi le mani col fango proprio e altrui

  • si stringono e si sostengono attorno a uno spazio sacro, vuoto di loro stesse e riempito dal flusso dell’acqua rigeneratrice (decentramento da se stessi e trasformazione evangelica delle relazioni)

La terra delle nostre relazioni umane, che si modellano, si trasformano in funzione di una fenditura che si approfondisce, relazioni che divengono rete di sostegno, parete conduttrice per l’emergere dell’acqua, contenitore sicuro della vita, strada verso la luce!

Allora la comunità diviene apertura che dà alla luce l’acqua, luogo di rigenerazione, oasi nel deserto della vita, pozzo presso il quale il Cristo ama sedersi per donare l’acqua viva al cuore umano assetato.

3. LA CURA DEL POZZO

Un pozzo va curato, pulito, mantenuto in buone condizioni affinché continui a essere canale di contatto tra l’acqua e la luce. Altrimenti un pozzo può ammalarsi. Varie possono essere le malattie che affliggono il pozzo comunitario. Vorrei solo segnalare, qui, quella della degenerazione o riduzione del desiderio, ossia della sete patologica. Avviene quando il desiderio, la sete dell’Acqua viva si ammala e così la comunità invece di cercare l’acqua viva laddove scorre, la cerca dove non scorre, imbattendosi anche in falde inquinate. Geremia ammoniva Israele:

«essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Ger 2,13).

Può capitare cioè che la comunità, anche senza rendersene del tutto conto, cominci a seguire come criterio del suo stare assieme non il Vangelo di Gesù ma le esigenze del gruppo, che vengono da dinamiche non evangelizzate. I legami allora, invece di avere una qualità evangelica, divengono funzionali alla soddisfazione delle varie “seti” delle persone che compongono la comunità, o almeno di quelle che hanno in essa maggiore influenza. Segnalo solo cinque tipi di sete patologica che possono trasformare il pozzo comunitario in cisterna screpolata5.

  • La sete del campo di battaglia: qui la dinamica sottostante è quella del fuggi/combatti (flight/fight), che dà origine a un gruppo guerriero. In questo gruppo siamo tutte assieme contro qualche tipo di nemico: il nemico può essere fuori dal gruppo, e noi ci sentiamo così unite perché abbiamo un nemico in comune. Qui il leader ha il compito di trovare un nemico da combattere. Se il leader non riesce a trovare un nemico fuori, i membri del gruppo “aiutano” il capo a trovarlo, anche dentro il gruppo: una volta che si è finalmente trovato un nemico, il gruppo trova coesione ed è pronto alla guerra…

  • La sete del biberon: che da origine a un gruppo tipo asilo infantile. Qui abbiamo lo scopo più o meno conscio di soddisfarci, gratificarci reciprocamente. Io sono qui per soddisfare i miei bisogni, e tu sei qui per lo stesso motivo. Può darsi che i nostri bisogni siano complementari, così ci troviamo molto bene assieme. Spesso la dinamica può prendere forma di una relazione mamma-bebè: qualcuna entra nel ruolo della mamma, altre nel ruolo della figlia. E’ proibito uscire da questi ruoli, altrimenti si tradiscono le aspettative del gruppo…

  • La sete della corte della regina: genera la dinamica servi/padroni, che implica la formazione di sottogruppi di gente potente che manipola più o meno inconsciamente gli altri. Gli altri devono obbedirli. Può darsi che la superiora ufficiale si trovi nel gruppo degli obbedienti, perché un’altra superiora, meno ufficiale, è stata “eletta” più o meno consciamente dal gruppo dei potenti. Questa nuova superiora, la “regina”, ha il compito di gratificare i bisogni dei potenti che l’hanno incoronata: se non ci riesce, viene buttata giù dal trono e rimpiazzata con un’altra.

  • La sete del gregge: qui c’è un leader tuttofare “eletto”, più o meno consciamente, dalla maggioranza. Questa maggioranza delega al leader il compito di mantenere i contatti con il mondo esterno, di prendersi le responsabilità, di curare e interessarsi di ciascuno dei membri, di essere sempre disponibile ad ascoltarli, di prendere le decisioni scomode. Intanto, ognuno nel gruppo può vivere pacificamente, fare le sue cose, organizzarsi la sua vita, la sua attività apostolica, curarsi di se stessa, della sua bellezza, della salute, dei parenti…

  • La sete della casa di riposo. Qui l’obiettivo principale è vivere in pace, serenità e tranquillità. E’ vietato “disturbare” gli altri. I membri sono molto preoccupati di sostenersi a vicenda, aiutarsi a vivere tranquilli. Il problema principale da risolvere è come evitare la solitudine e come ottenere incoraggiamento. I membri qui sono molto passivi, è assolutamente vietato sfidare l’altro, confrontarsi, correggersi. Il ritornello dell’inno ufficiale di questo gruppo suona così: «tu sei OK, tu sei brava, sei veramente in gamba, vai avanti così… e lasciami vivere a modo mio, ognuno viva come gli va, lei it be, let it be…» . Si può battezzare questa dinamica con la affascinante versione del “rispettare lo spazio sacro dell’altra, e anche il mio”.

Nel fango, impari la solidarietà, impari che sei povera, impari che non sei migliore degli altri. Nella tomba, cominci a imparare a vivere.

La relazione è luogo e spazio di vita: la nostra libertà ha la possibilità di accogliere questo dono e farlo fruttificare, oppure possiamo ridurre il desiderio alla ricerca di surrogati che non riusciranno a colmare la nostra sete e trasformeranno il pozzo delle nostre comunità in cisterna screpolata.

4. I POZZI DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Il Sinodo sulla nuova evangelizzazione, celebrato nell’ottobre 2012, ci invitava a porre attenzione a due espressioni della vita di fede particolarmente rilevanti nella nuova evangelizzazione: la contemplazione del Mistero e la vicinanza ai poveri.

Anche qui il pozzo di Giacobbe ci fa da Maestro. Proprio lì, presso il pozzo, viene rivelato alla samaritana il Mistero del Figlio di Dio, attraverso un processo graduale: è Giudeo, è Signore, è Messia…

Urge recuperare la dimensione contemplativa della nostra missione come persone consacrate, in quanto «solo da uno sguardo adorante sul mistero di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, solo dalla profondità di un silenzio che si pone come grembo che accoglie l’unica Parola che salva, può scaturire una testimonianza credibile per il mondo»6. Vi è ancora una certa tendenza a considerare la dimensione orante e contemplativa come qualcosa di diverso dalla missione. Si registra ancora una certa fatica nel considerare di fatto la preghiera, la contemplazione come dimensioni della missione, come vie della missione. Tale contemplazione si traduce necessariamente in apertura alla gente. Abbiamo bisogno di «luoghi dell’anima, ma anche del territorio, che richiamino a Dio; santuari interiori e templi di pietra, che siano incroci obbligati per il flusso di esperienze in cui rischiamo di confonderci. Spazi in cui tutti si possano sentire accolti, anche chi non sa bene ancora che cosa e chi cercare»7.

  • Riconosciamo le nostre comunità come questi «luoghi dell’anima e del territorio»?

Il pozzo è frutto di un dono – l’acqua – e di un lavoro, lo scavo. E’ frutto di una paziente e perseverante ricerca dell’elemento della vita.

L’altro segno di autenticità della nuova evangelizzazione ha il volto del povero. Non solo il povero “lontano”, quello “là fuori”, certamente degno di essere servito con la massima qualità evangelica, ma anche il povero “dentro”, quello vicino. Quale?

  • Il povero che è in noi, ciò che nella nostra persona ha bisogno di perdono, di aiuto, di guarigione; le nostre brocche vuote, insomma;

  • il povero che è la nostra Sorella che ci vive accanto e che sentiamo forse come un “peso”, un “ostacolo”, un “limite” al cammino personale e comunitario;

  • infine, il povero a cui abbiamo aperto il pozzo della nostra comunità, che abbiamo accolto nella nostra casa e non solo servito “là fuori”, il povero a cui abbiamo offerto un po’ di ombra nel cammino assolato nel deserto, il povero con cui siamo state capaci di condividere tempi, spazi e beni .

Questo povero, quello “dentro”, spesso ci disturba: sì, la nostra personale fragilità, il nostro fango ci disturba; ci disturba chi, vivendoci accanto, ci “obbliga” a “rallentare” il passo o a camminare in modo diverso da quello che prevedevamo; ci disturba il povero che accogliamo in casa, perché “turba” il ritmo dei nostri programmi, e spesso scuote le sicurezze umane su cui ci appoggiamo. Rischiamo allora, in nome dell’ordine e della religiosa serenità, di abbracciare una dinamica dominante in molte società contemporanee: quella della eliminazione del povero, della rimozione, dell’allontanamento di chi ci inquieta. Così, rimuoviamo da noi la benedizione, perché il povero è una benedizione:

«Ai poveri va riconosciuto un posto privilegiato nelle nostre comunità, un posto che non esclude nessuno, ma vuole essere un riflesso di come Gesù si è legato a loro. La presenza del povero nelle nostre comunità è misteriosamente potente: cambia le persone più di un discorso, insegna fedeltà, fa capire la fragilità della vita, domanda preghiera; insomma, porta a Cristo»8.

Sì, il povero ci benedice, ci evangelizza e ci rivela la misura autentica della nostra fede.

  • Che posto trova l’accoglienza del povero in noi e nelle nostre comunità?

Vi è ancora una certa tendenza a considerare la dimensione orante e contemplativa come qualcosa di diverso dalla missione. Si registra ancora una certa fatica nel considerare di fatto la preghiera, la contemplazione come dimensioni della missione, come vie della missione.

Lasciamo che la Samaritana stimoli ancora in ciascuna di noi consacrate e nelle nostre comunità il desiderio dell’Acqua Viva che si traduce in movimento, in cammino, in dialogo, in incontro rinnovato col Cristo che ci attende, sempre, al pozzo dell’oggi, per rilanciarci povere di noi stesse e ricche di Lui, verso il cuore umano assetato del Suo Amore!

Sr Simona Brambilla, MC

1 Cfr. AA.VV, Passione per Cristo passione per l’umanità, Congresso Internazionale della Vita Consacrata Roma 23-27 novembre 2004, Edizioni Paoline, Milano 2005.

2 Cfr. XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 1.

3 XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 1.

4 Idem, n. 3.

5Ci ispiriamo qui in qualche modo agli “Assunti di Base” (attacco-fuga, accoppiamento, dipendenza) studiati da W. R. Bion. Cfr. per esempio TURQUET, P.M., Leadership: the individual and the group. In GIBBARD G.S., HARTMANN J.J., MANN R.D. Analysis of Groups, San Francisco, Jossey Bass, 1974, pp. 305-327.

6 XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 12.

7 Ibidem.

8 Ibidem.

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Crisi idrica: apolicalisse in Africa

Mentre il prezzo del petrolio viene artificialmente “gonfiato” per tenere in vita economie dipendenti da esso, si diffonde la consapevolezza che gli equilibri geopolitici di domani saranno sempre meno legati al possesso degli idrocarburi: a fare davvero la differenza, nel giro di pochi anni, saranno le risorse idriche.

Questo perché l’acqua, essenziale per ogni essere umano, è in via di diminuzione sulla terra. La scarsità idrica è originata non solo dalla carenza fisica della risorsa, ma anche dalla inadeguatezza degli impianti, dalle ineguaglianze nell’accesso all’acqua e dagli abusi di potere. Ma la stessa carenza fisica dell’acqua, fenomeno al quale gli idrologi danno spiegazioni talvolta contrastanti, può essere ricondotta, nel quadro di cambiamenti climatici quantificabili, o allo smodato e irrazionale sfruttamento ambientale perpetrato dall’uomo o a una mutazione naturale, indipendente dall’intervento umano, ma comunque devastante per alcune aree del mondo.

L’inaridimento di intere macro-regioni è già oggi all’origine di tesioni, conflitti, migrazioni che coinvolgono milioni di persone. E la situazione non può che peggiorare, a meno che da una concertazione politica su scala mondiale non giungano decisioni coraggiose e incisive.

Nel continente africano, al momento, la crisi idrica, abbinata a mal governo e rivalità politico-economiche fra Stati e blocchi di potere, sta assumendo proporzioni apocalittiche.

In particolare, si calcola che circa 25 milioni di persone soffrano fame e sete a seguito di due anni (2015-2016) di Niño e Niña, fenomeni atmosferici contrastanti caratterizzati da piogge torrenziali e arsure. Un vero flagello per Etiopia, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Eritrea, Kenya, Uganda, Mozambico. E se a qualcuno venisse naturale pensare che, in fondo, in Africa è sempre stato così, ricordiamo elementi del tutto inediti in questa crisi idrica rispetto al passato: innanzitutto, prendendo a modello il “caso etiope”, le aree colpite dalla siccità non sono quelle già desertiche, quanto piuttosto quelle fertili utilizzate dalla popolazione per agricoltura e allevamento di bestiame. Inoltre, fino al drammatico stop imposto dal flagello atmosferico, l’economia etiope cresceva al ritmo del +10% annuo e il Paese del Corno d’Africa era considerato una “tigre” al pari di Nigeria, Sud Africa e Angola. Non si può neanche dire che le autorità di Addis Abeba avessero sottovalutato il fattore acqua. L’obiettivo dell’indipendenza idrica era a tal punto in cima all’agenda etiope da spingere il Governo ad “imbarcarsi” in un’avventura di portata storica: la realizzazione della Grande diga del Rinascimento etiope (“Gerd”, per gli addetti ai lavori).

Il progetto “Gerd”, che dovrebbe essere completato nel 2018 con un investimento complessivo di 6,4 miliardi di dollari, rappresenta il più imponente sbarramento del pianeta: capace di contenere 70 km cubici di acqua, avrà un corpo centrale alto 175 metri e lungo circa 2 km. Inoltre, la diga permetterà di generare ogni anno 15 terawattora (1 Twh = 1.000.000.000.000 watt) di energia idroelettrica.

Un quantitativo capace di rispondere alle esigenze di un Paese in via di sviluppo come l’Etiopia e di tramutarlo in esportatore di energia su scala continentale. Ma ecco un punto su cui riflettere: una volta a regime, la diga farà sì che tutte le esigenze idriche del Paese siano soddisfatte grazie alla deviazione, a proprio vantaggio, delle acque del Nilo Azzurro. Ma tale operazione è stata decisa in modo unilaterale. Dunque, per l’Etiopia, la crisi idrica – davvero epocale – si risolverà a svantaggio di tutte le altre nazioni limitrofe.

Ecco perché: meno lungo del Nilo Bianco, ma decisamente più consistente per carico idrico, il Nilo Azzurro nasce dal lago etiope Tana, su di un altopiano; sceso a valle, esso piega verso Nord-Ovest ed entra in territorio sudanese. Unendosi al Nilo Bianco a Khartoum, dà vita al Nilo vero e proprio. Il responsabile delle grandi piene del Nilo, quelle che fecero la fortuna degli antichi Egizi fertilizzando zone altrimenti condannate all’arsura, è proprio il Nilo Azzurro, con il suo regime irregolare, tradizionalmente “generoso” nei mesi centrali dell’anno. Sbarrare le acque del Nilo Azzurro ha conseguenze funeste soprattutto per Egitto, Eritrea e Sudan: Paesi segnati da sovrappopolamento e tensioni inter-confessionali. E avversità climatiche come mai prima. Non stupisce dunque che le frizioni politiche fra Addis Abeba e gli altri Stati del bacino del Nilo siano aumentate negli ultimi due anni (il bacino idrografico del grande fiume include sette Paesi africani: in ordine puramente alfabetico Burundi, Egitto, Etiopia, Eritrea, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Ruanda, Sudan, Sudan del Sud, Tanzania e Uganda).

È del mese scorso la notizia secondo cui le autorità etiopi avrebbero sventato un attacco terroristico destinato a danneggiare gravemente l’infrastruttura, ormai in fase avanzata di realizzazione. Secondo una prima ricostruzione, i responsabili dell’assalto, 20 guerriglieri, sarebbero membri del Movimento di liberazione del popolo Benishangul Gumuz, un gruppo armato eritreo.

Al di là del singolo episodio, è evidente che i negoziati per la gestione comune delle acque del Nilo e la regolamentazione di chiuse e dighe non stanno dando risultati soddisfacenti; e che la tentazione di una “scorciatoia” armata avanza in alcune capitali africane. Peraltro, da parte egiziana, quando ancora era in carica il presidente Hosni Mubarak, indiscrezioni di un imminente intervento mirato contro le fondamenta della Gerd si susseguirono sulla stampa africana per settimane, a inizio 2011. Nel frattempo, più a Est, il Madagascar vive una tragedia solo in apparenza di segno opposto. Con piogge torrenziali e venti che hanno raggiunto anche i 270 chilometri orari, il ciclone Enawo nel marzo scorso ha colpito oltre 40 mila persone: infiltrati o distrutti, gli acquedotti non garantiscono più alla popolazione gli indispensabili rifornimenti di acqua potabile.

Una crisi idrica drammatica tanto quanto le altre, quindi, che si accanisce su gente già allo stremo.

Francesca Zoja

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Il sabotatore dei funerali

Il calau è un uccello quasi uguale all’ uccello Nampeya, ha una cresta sulla testa simile a una tomba.

Ephomopo nvusa, àhávitha amay’aye vamuru vaya.

L’uccello ephomopo/calau è sabotatore dei funerali, ha sotterrato sua madre nella sua testa.

Introduzione

Visitando le comunità, la prima cosa da fare è sedersi sotto la tettoia e scambiarsi le novità. All’ospite è richiesto che racconti le sue novità dall’ospitante, e questo a sua volta comunica le sue. Il saluto e lo scambio di notizie non è mai collettivo, ma è individuale, i pochi o i molti ospitanti tutti aspettano il proprio turno per formulare il saluto. E’ in questo momento che si arriva a conoscere non solo le buone notizie ma anche e soprattutto quelle negative, drammatiche come malattie che finiscono con la morte.

Ricordo una volta che un animatore mi ha impressionato nel vederlo triste, magro, senza la sua abituale buona disposizione e cordialità. Parlava piangendo della morte imprevista di sua madre. Ho cercato di consolarlo come già lo avevano fatto i suoi amici, ma le parole si vedeva che cadevano invano, non incontravano eco positiva di adesione. Più tardi un animatore mi ha spiegato la gravità della situazione, perché il parente del defunto non voleva più mangiare e neanche parlare, viveva una vita asociale e solitaria.

Alla fine mi ha invitato a dire qualche parola di conforto concludendo: “Le parli, Padre, perché lui sta diventando come l’uccello ephomopo che cammina con la tomba di sua madre sepolta nella testa”.

In quel momento non ho capito il senso dell’allusione all’uccello ephomopo. Ho segnato sul mio quaderno il nome, arrivato in casa, ho parlato con i ricercatori del Centro Xirima che subito mi hanno presentato il seguente aforisma che completa il suggerimento dell’animatore, perché lui

L’uccello ephomopo è sabotatore delle sepolture, ha seppellito sua madre nella sua testa

1. Ephomoko: descrizione biologica

Ephomopo/calau é un grande uccello, dal becco lungo, robusto e pungente, è di colore nero, dalla testa enorme e con piume, dal collo nudo dagli occhi rossi, è simile al nampeya, è sporadico, vola piangendo e lamentandosi, dal volo alto, abita sull’alto albero Khatxere, vive in colonie solo, è discriminatore.

I calau vanno insieme fino ad arrivare al mondo invisibile del Dio Namuli.

Il calau non si nutre di erba, ma di insetti, dei frutti del Khatxere, è mangiato essendo di carne buona.

Il calau non dorme per terra, ma si ferma nelle piante alte.

è simile al nampeya, è sporadico, vola piangendo e lamentandosi, dal volo alto, abita sull’alto albero Khatxere, vive in colonie solo, è discriminatore.

Il calau è simile all’uccello nampeya quando cova, la femmina si toglie le penne, si chiude lasciando un piccolo buco per far passare il becco e il cibo che il ephomopo maschio porta, alimentando così la sposa e gli uccellini; le piume del ephomopo femmina vanno crescendo con gli uccellini.

La testa del calau è simile alla tomba della persona.

Non ridere del becco del calau, perchè Dio è distributore, si, Dio distribuisce tutto a sua somiglianza.

Dove fanno il bagno i calau non manca il rumore.

Il calau è un uccello quasi uguale all’ uccello Nampeya, ha una cresta sulla testa simile a una tomba.

Il calau non cammina bene perchè ha un carico/cresta enorme sulla testa.

2- Ephomopo: Metafora

a. Ephomopo: l’uso del cappello

La prima applicazione o interpretazione della fisionomia del calau consiste nell’uso del cappello. Il maestro dell’iniziazione chiede agli iniziati chi è stato che ha portato l’uso del turbante, affinché loro sappiano che tale uso ha la sua origine teologica e la sua motivazione e giustificazione antropologica.

Chi ha portato l’uso del turbante? E’ stato il calau, non c’è creatura di Dio che non segue i consigli del Dio Namulico.

b. Ephomopo: metafora delle coppie

La seconda applicazione è vista nel comportamento speciale della coppia calau: Da una parte il calau maschio durante il periodo dell’incubazione delle uova e dopo il dischiudersi rimane fuori e solo per portare cibo alla sposa chiusa dentro la tana (nido) del tronco insieme con gli uccellini fino a che crescano e riescono a uscire fuori con la madre. Il comportamento del calau maschio rileva metaforicamente una delle principali attività (lavoro) del marito/padre nella famiglia: Oltre a fecondare, vestire e seppellire, lui deve essere capace di alimentare la sua sposa e tutti i figli che con lei genera.

In verità la morte ancora oggi è l’ evento degli eventi, al quale nessuno si sottrae: Si interrompe tutto e si lascia tutto e tutti, anche se questo costa e implica perdite consistenti.

Dall’altra parte, la calau femmina si chiude nella tana (nido) solo lasciando un buco per ricevere il cibo da parte del marito, si toglie le penne completamente e così assomiglia perfino fisicamente in tutto ai suoi uccellini, accompagnandoli nella crescita fino ad arrivare ad aprire l’apertura del nido e uscire con gli uccellini già adulti. Questo comportamento della femmina proclama comparativamente l’accentuata maternità nella biosofia e biosfera xirima, la madre arriva persino a identificarsi fisicamente con i figli in tutto e per tutto.

Il calau maschio alimenta la sua sposa e i suoi figli. Le coppie devono lavorare per alimentare i loro figli. Gli antenati dicono: alimentare è sposarsi.

c. Ephomopo nvusa: calau sabotatore delle sepolture

La terza applicazione del calau come metafora parte dalla sua cresta, vista come mini-tomba che porta sulla testa in conseguenza del suo comportamento di sabotatore delle sepolture. Nella iniziazione soprattutto dei giovani si insiste fortemente nel dovere di mai mancare ai funerali dei vicini, del villaggio, dei parenti lontani. In verità la morte ancora oggi è l’ evento degli eventi, al quale nessuno si sottrae: Si interrompe tutto e si lascia tutto e tutti, anche se questo costa e implica perdite consistenti. Nonostante questa norma è la forte insistenza durante l’iniziazione, ha però sempre chi incontra scuse per non appoggiare e aiutare nelle sepolture: A questo punto non mancherà chi gli ricorderà la storia del calau che, per essere sabotatore delle sepolture, quando gli muore la madre, non sapendo come seppellirla, finisce per metterla nella sua testa e così diventa un cimitero ambulante e cronico durante tutta la sua vita.

I ricercatori così come i maestri dell’iniziazione fanno emergere le conseguenze nefaste di tale comportamento negativo non solo dal punto di vista della solidarietà sociale, ma anche dal punto di vista psicologico e teologico.

In primo luogo dal punto di vista della solidarietà mancare sistematicamente alle sepolture è il gradino estremo di asocialità.

In secondo luogo, il calau per non slegarsi dalla tomba della madre, psicologicamente è un feto o un embrione ancora non nato, è un bambino cronico che mai si slega dall’utero e dalla dipendenza dalla madre, senza tagliare il cordone ombelicale non inizia il suo proprio cammino di maturità.

Infine, impedendo alla madre il grande viaggio di ritorno all’utero del Dio namulico, il calau vuole diventare lui stesso Namuli definitivo della madre, un sostituto del Dio namulico, la sua empietà è estrema.

Il calau è pertanto un invertitore totale del sistema delle coordinate della biosofia biosfera xirima: – cimitero ambulante e cronico, in quanto che il cimitero normalmente non cammina, al limite è visitato nelle dovute opportunità;

  • sabota i funerali e disprezza la morte come se non esistesse, ma allo stesso tempo con la tomba della madre sulla testa fa vedere cronicamente l’esistenza concreta della morte;

  • ama la madre ma non si slega da lei neanche la lascia ritornare alla terra namulica, alla patria di tutti;

  • vive ma vuole convivere cronicamente con il cadavere della madre, celebra la vita e allo stesso tempo la morte cadaverica.

Il calau non conosce la morte, ha perso la fede nel Dio Namuli, perché ha sepolto la madre nella testa,

in verità il suo cimitero è sulla testa, il suo enorme becco è la pala del cimitero.

I ricercatori così come i maestri dell’iniziazione fanno emergere le conseguenze nefaste di tale comportamento negativo non solo dal punto di vista della solidarietà sociale, ma anche dal punto di vista psicologico e teologico.

Piangendo il calau invita al funerale della madre, lamentandosi per come seppellirla. Dato che non voleva aiutare nelle sepolture, quando è morta la madre la gente lo hanno lasciato solo a realizzare il seppellimento. Ora non sapendo come si seppellisce una persona, finisce per avvolgere la madre in una stuoia la carica e la seppellisce sulla sua testa, camminando con lei e piangendo la sua sofferenza, fino al tempo in che non sa deporre quel carico. Questo per gli antenati significa che sabotare le sepolture è male, perché si perde molte cose nelle sepolture, le braccia devono scavare, si sente dolore, ma all’alba si recupera subito, perché Dio restituisce tutto.

Il calau cammina con il cadavere della madre, non lascia la sua madre morta, cammina con lei e piange con il suo cadavere sulla testa, è sempre in lutto e senza cimitero, proibendo a sua madre di ritornare alla casa namulica.

Il nome del calau è: se io vengo, devo prenderle. Il denaro non scava la tomba, partecipare ai funerali è sofferenza, il defunto non si lascia agli altri.

La persona non cammina con la tomba come il calau. I cimiteri non camminano, ma sono visitati.

d. Ephomopo/calau: metáfora iniciática

Se viene il calau con la testa enorme non ridere di lui, perché porta la tomba di sua madre.

Gli antenati educano così gli iniziandi: dovete aiutarvi, non imitate il comportamento del calau, non produce amore neppure parentela, per piacere non sabotate i funerali, ma aiutatevi nei funerali.

Per i nostri antenati il calau è un uccello senza ragione, si comporta come un non iniziato, vagabondo, senza pietà, parziale e egoista, diventa un orfano/solitario, perchè ha giurato di non mai più sabotare i funerali, ma continua a sabotare.

Il calau sabotatore di funerali, è la persona che non segue i consigli, ha lasciato di aver fiducia nel Dio Namuli, è disobbediente, il suo comportamento non merita essere seguito.

Dove vive il calau, c’è anche un cattivo comportamento, perché cammina solo, stende la makeya da solo, è come un re che non educa bene, è come un regno dove non c’è coordinamento.

Il calau è come la persona che non ha religione, quando muore non si fa la preghiera, è simile anche alla persona che non visita e sabota la malattia: chi sabota, sabota se stesso.

Boicottare I funerali è uccidersi, è rinunciare di sapere, è disconoscere il futuro, è uccidere la tradizione degli antenati, porta discriminazione e discordia nella famiglia, diminuisce la parentela.

La ribellione o boicotaggio del calau è un problema grave circa la morte: non capisce che la morte esiste ed è inevitabile, rifiuta che la morte è il viaggio verso Dio Namuli, seppellendo il morto nella sua testa, nega e fa ritardare al defunto il grande viaggio attraverso l’ultima porta e così ritorni a casa, si, all’utero materno del Dio Namuli.

Morire è come la bibita dolce:

non c’é nessuno che la faccia.

La morte è la rete di Dio.

La morte è grande pioggia.

La morte è cammino di Dio.

La morte non si rinuncia.

La morte non rimane lontano dalle persone.

La morte sta nelle mani.

La morte è ortaggio di Dio.

La morte è l’ultima porta di Dio.

Morire è l’ultimo consiglio della persona.

Morire non da vergogna.

Morire è uscire dal mondo.

Morire è viaggiare.

Nel cimitero non si girano le spalle.

La ribellione o sabotaggio del calau

è un problema grave circa la vita anche:

il corpo mai è la casa della morte/tomba,

ma è la casa della vita,

è necessario che non marcisca con il cadavere,

perché la vita sta in una pentola,

è ricchezza che cade subito,

è come acqua: se cade, non si raccoglie;

è come sull’albero: non si dorme là a proprio agio,

è come una scorza del fiume: non si ha molto fiducia in essa.

Per i nostri antenati il calau è un uccello che insegna alla gente questa grande cosa: visitarsi e aiutarsi è garantire una sepoltura.

La tartaruga ha un cuore buono, visita, il calau ha un cuore cattivo, non visita. La tartaruga cammina con la sua casa e il calau anda con la tomba di sua madre. La tartaruga è esperta e il calau è insensato. Le cose degli antenati sono come la tartaruga, quelle di satana sono come il calau. La tartaruga è la testa di Dio, il calau è presa in giro di Dio.

Per i nostri antenati il calau è un uccello che insegna alla gente questa grande cosa: visitarsi e aiutarsi è garantire una sepoltura.

Per camminare sempre con la tomba della madre sulla testa il calau non vuole lasciar partire la madre perchè ritorni alla casa del Namuli, non vuole separarsi da lei, nonostante sia sabotatore di funerali, ringrazia Dio per vedere sempre la sua madre.

La ribellione del calau provoca la morte. La sua testa è come un cimitero, la sua morte non si comunica.

Boicottare la tomba è male, la casa grande è il cimitero.

Il sabotatore è educato quando stà in lutto, al sabotatore gli marcisce il cadavere, il sabotatore è la talpa.

3. Il calau e Dio

Boicottare i funerali oltre ad essere un atto che infrange il principio della solidarietà, è anche un atto di empietà, di mancanza di fede nel Dio Namulico che fa uscire tutto dal suo utero materno provvisoriamente per dopo chiamare tutto a ritornare al suo utero matriarcale. Impedendo alla madre il grande viaggio di ritorno all’utero namulico, il calau si torna lui stesso un namuli definitivo della madre, un sostituto del Dio Namuli, la sua empietà è estrema, perché lui si comporta come un sabotatore e un oppositore a tutto il sistema delle coordinate della biosofia e biosfera xirima.

Tuttavia, tipico della biosofia e biosfera xirima, il calau per essere stato generato dal Dio namulico con le peculiarità analizzate, ha il suo posto nel sillabario della vita xirima, non è stato generato così inutilmente. Dio gli ha affidato una missione, lo ha fatto maestro con l’impegno di insegnare e ricordare all’uomo il contrario di ciò che lui è e fa. Come nello stato liminale dell’iniziazione dove tutto è permesso purché non sia fatto nel tempo normale, anche il calau celebra nella liminalità cronica della sua esistenza i non valori che devono essere categoricamente evitati nella vita dell’uomo. La morte esiste, negare la morte sarebbe negare lo stesso Dio, l’origine e il ritorno verso là. Se la biosofia e la biosfera danno tanto rilievo ai funerali, è perché, prima di essere la morte un imperativo categorico, è un indicativo categorico al servizio della vita.

Il sabotaggio dei funerali è una cosa molto cattiva agli occhi dell’uomo ma sopratutto agli occhi di Dio.

Dio cresce per mezzo delle sepolture reciproche: i suoi figli ritornano a casa, all’utero matriarcale namulico.

Il calau è un uccello che cammina con il cadavere nella testa, rigetta il grande viaggio di ritorno a Dio.

Dio sa misurare tutto bene, conosce tutto quello che è stato generato da lui, condividendo in tutte le parti la sua immagine. Essendo lui grande maestro dell’iniziazione, intanto non dobbiamo ridere del comportamento del calau perché è stato Dio che gli ha fatto crescere la testa perché sia la tomba di sua madre, è Dio stesso che gli ha dato di sabotare le sepolture e camminare con il cadavere nella testa, perché rimanessimo ben iniziati, non assumessimo l’esempio del calau, non boicottassimo i funerali, ma ci aiutassimo e ci seppelissimo mutuamente e così non ci ritardassimo qui in questa terra nell’ultimo viaggio, ma ritornassimo alla sua dimora Namuli, nell’altra riva, senza ritardi e in pace.

Se il tuo compagno ha la testa grande, non ridere di lui: è Dio che gliel’ha data come il calau.

La tomba della madre del calau nella sua testa è come la testa di Gesù coronata di spine.

4. Il calau e la Fede cristiana

Il calau come metafora inserita nel contesto cristiano, oltre ad essere anche per il cristiano un paradigma liminale di valori importanti nella vita sociale, diventa un archetipo cristiano, o prototipo trascendente che trasfigura e sublima il tipo categoriale.

Gesù

Gesù non è stato sabotatore,perchè ha visitato Maria e Marta, quando erano in lutto del loro fratello Lazzaro.

Simone di Cirene non è stao sabotatore come il calau, perchè ha aiutato Gesù a caricare la croce.

Il peso nella testa del calau è pesantissimo, mentre Gesù disse: “Venite a me, voi tutti caricati di pesi eccessivi, perchè il mio peso è lieve”.

Gesù è il calau del NT, ha caricato sulla sua testa, si, nel suo corpo, la morte di tutti, superando e vincendo tutta la morte per sempre.

Il calau si lamenta per la morte della madre. Andando a Gerusalemme, Gesù si è lamentato per l’incredulità di Gerusalemme.

La tomba della madre del calau nella sua testa è come la testa di Gesù coronata di spine.

Fede cristiana e Chiesa

I calao mai si separano, vivono in colonia. Con questo ci insegnano la comunione parentesca che è come una cicatrice che non si compra. Gesù stando sulla croce ha detto a sua madre: “Madre, questo è il tuo figlio”, e al suo discepolo: “Questa è la tua madre”.

Caricare la tomba, nel cristianesimo significa caricare ognuno la sua propria croce.

Nel cristianesimo il calau intende criticare le persone senza religione, che contraddicono le parole di Dio, non offrono la decima, vogliono però essere aiutate.

Il cristiano non può essere un sabotatore di sepolture, deve sentire pena, visitare e aiutare, senza parzialità nel suo cuore, deve essere obbediente ai comandamenti di Dio e della Chiesa, pagare la decima annuale e mensile.

Il calau è come il cristiano che ha perso la fede e non frequenta la chiesa.

Sàtana è il sabotatore per antonomasia.

Il cristiano non può essere un sabotatore di sepolture, deve sentire pena, visitare e aiutare, senza parzialità nel suo cuore, deve essere obbediente ai comandamenti di Dio e della Chiesa, pagare la decima annuale e mensile.

Valutazione

L’ aforisma circa l’uccello ephomopo così come tutto il suo orizzonte biologico ha rivelato tutta la sua ricchezza simbolica e metaforica. Il calau è veramente una metafora feconda, può essere considerata il negativo fotografico del sistema delle coordinate della biosofia e biosfera xirima: è metafora del matrimonio dove la paternità e la maternità sono portati agli estremi della donazione e dedicazione per i figli; è metafora della solidarietà sociale, soprattutto nei momenti drammatici e tragici della malattia e della morte che attingono la famiglia sia ristretta che allargata; è metafora della maturità dell’uomo slegato e autonomo dalla madre, formula pertanto una critica latente al matriarcato quando si reduce al matriarcalismo; è metafora del Dio Namuli, vera matriarca e definitiva, non provvisoria e transitoria: del Namuli si esce momentaneamente per ritornare là definitivamente; è una testimonianza unica della centralità della morte come evento degli eventi antropologici e cosmici che mai si può manipolare, marginalizzare, tornare insignificante; è anche nell’orizzonte cristiano un paradigma molto originale della cristologia e dell’etica Cristiana.

p. Giuseppe Frizzi

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Preghiera al porto

In questo periodo estivo, l’impegno particolare per i migranti e rifugiati è all’Hot Spot al porto di Taranto.

Sr. Vitalma lungo l’anno si recava già al porto di Taranto per la visita a bordo delle navi mercantili e  per  un momento di preghiera con l’equipaggio.

Da vari mesi l’impegno si è concentrato all’Hot Spot con i rifugiati. Anch’io mi sono aggiunta a queste visite all’Hot Spot ed è commovente incontrare questi nostri fratelli e sorelle provenienti da varie parti del mondo, ma soprattutto dall’Africa.

A noi è dato un permesso speciale per incontrare i cristiani. E’ molto bello vedere la loro fede viva, sentirli pregare e anche cantare. Tanti hanno molta nostalgia delle loro famiglie e della loro Terra, la preghiera dona loro consolazione e speranza!

Non possiamo fare molto: Ascoltiamo (in particolare la DONNA), preghiamo insieme e doniamo loro quel poco possibile come un’immagine della Madonna e una corona del Rosario. Il più è quello che riceviamo, il dono della loro fede viva  e della loro condivisione!

Portiamo nel cuore e nelle orecchie quelle preghiere in tante lingue diverse: inglese, francese, kiswahli, tigrino (Eritrea)… Oggi c’era un giovanotto dell’Eritrea che nella sua lingua (tigrino), cercava in tutti i modi di cantare e raccontarci la bellezza della liturgia cristiana della sua Terra! Era dispiaciuto che non sapevamo la sua lingua ma l’abbiamo incoraggiato dicendogli che avrebbe fatto prima lui cosi giovane ad apprendere la nostra!

Il più delle volte quando ritorniamo all’Hot Spot non troviamo più gli stessi volti perché sono già partiti per altri luoghi d’Italia o d’Europa, ma tutti hanno in sé una carica di speranza e di vita!!!

suor Maria Marangi, mc

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Il male in mezzo a noi

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

Forse nella storia della Chiesa non esiste un capitolo biblico dalle conseguenze più pesanti che il terzo della Genesi. E non sempre, nell’usarlo, si è rispettato il testo di partenza. Può valere la pena di riprenderlo.

E questo da dove esce?

Ricapitoliamo la situazione: i primi capitoli della Genesi presentano l’umanità nelle sue caratteristiche di fondo, e all’inizio abbiamo l’uomo e la donna che vivono in un giardino, nella piena comunione con Dio e nell’armonia tra di loro («Entrambi erano nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). In questa situazione qualcosa interviene a rompere l’idillio.

«È forse vero…? Ma non è che in verità…?». La formulazione della domanda dice tanto. Infatti il serpente, nella sua prima domanda, in realtà sbaglia, in quanto ipotizza che Dio abbia vietato di cibarsi di tutti gli alberi, e la donna lo corregge. Ma il serpente suggerisce che il motivo vero della proibizione non sia il bene dell’uomo, ma il mantenere l’uomo distante da Dio. Là dove tutto sembra parlare della bontà di Dio, il serpente lascia intendere che sotto ci sia l’inganno.

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

La Genesi lascia intendere che questa sia la “colpa” di fondo dell’uomo. Non tanto qualche peccato (che semmai ne sarà la conseguenza), quanto il diffidare. “Se Dio mi dice così, è perché ha un suo interesse, che non coincide con il mio. In realtà Dio mi vuole fregare”.

Lo sguardo di un cristiano può amaramente sorridere di questa sfiducia di fondo, ricordando che ciò che in Gesù si promette all’uomo è esattamente di diventare come Dio, non però come frutto di un furto, ma di un dono ricevuto.

Che fa Dio? La maledizione

Di fronte alla sfiducia, che faremmo noi? Romperemmo la relazione. È ciò che Dio esprime parlando di “maledizione”. Maledire qualcuno, per Dio, significa esprimere il suo rifiuto di rapportarsi con lui.

La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto.

E, come ci potremmo attendere, Dio rompe i rapporti. Dapprima con il serpente, il quale non è chiamato per nome e si presenta più come un simbolo che come un individuo. È il simbolo del male, della sfiducia, del sospetto. Rispetto al serpente, Dio in tutta severità esprime la sua maledizione.

A pensarci bene, però, non si tratta di una cattiva notizia. La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto. Non importa che Dio sia stato sfiduciato, lui non risponde con la sfiducia.

Ma la riflessione della Genesi va oltre: «Porrò inimicizia tra la tua stirpe e la stirpe della donna». Chi ha scritto queste pagine ha appena detto che crede che l’uomo, comunque, sia nemico del serpente. L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3. E l’uomo non solo resta nemico del male: «Questa (la donna? la stirpe della donna? in fondo, comunque, entrambe) ti premerà la testa, e tu le premerai il calcagno» (Gen 3,15). C’è lotta e non si dice chi vincerà, ma non si può negare che la posizione del serpente sia peggiore: meglio rischiare un morso al piede, che di sentirsi schiacciare la testa.

Insomma, non solo l’uomo rimane buono e nemico del male, e probabilmente vincerà.

Una donna adulta

Poi Dio passa a sgridare la donna. Ma, sorpresa, non si parla di maledizione! Dio si rifiuta di rompere il suo rapporto con la donna, nonostante la sfiducia che si è visto riservare.

L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3.

E la prima delle due parole che Dio rivolge alla donna, poi, è particolare: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli» (Gen 3,16). A prima vista, si parla solo di punizione e di sofferenza. Solo che…

Solo che gli scritti non nascono mai fuori da un contesto culturale, che fa loro da sfondo e dà loro senso. Nel contesto culturale di chi ha scritto la Genesi, la donna non aveva autonomia, era proprietà del padre prima e del marito poi, e guadagnava dignità e affetto solo quando metteva al mondo un figlio maschio. “Condannare” la donna ad avere figli, insomma, non suonava affatto come una condanna, anzi come la sua realizzazione (se ho molti figli, con tutta probabilità ce ne saranno anche di maschi…). Certo, si dice il male, perché il dolore del parto non è un bene. Solo che in tutta la Bibbia si cita il parto come l’esempio di un dolore che serve, che è utile, addirittura che si dimentica, siccome il bene cui dà origine è così grande.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male. Ma anche a credere che il male ha la peggio, è meno importante, passa in secondo piano.

E poi Dio continua a parlare: «Verso il tuo uomo sarà il tuo desiderio, ma lui ti dominerà» (Gen 3,16). Viene da interpretare questa frase secondo lo stesso schema: il desiderio della donna verso l’uomo è buono, è bello. Il problema è che l’uomo risponde con il dominio e non con il desiderio. Ma, sul modello della prima parola, quella sulle gravidanze, viene da pensare che comunque anche questo male non avrà la meglio sul bene.

L’ascolto della parola detta ad Adamo confermerà questa ipotesi.

Anche l’uomo, nel suo piccolo…

Anche l’uomo ha mangiato del frutto, ha diffidato di Dio. Anche a lui Dio si rivolge, e stavolta torna la parola di maledizione: «Maledetto il suolo per causa tua» (Gen 3,17). Non viene maledetto l’uomo, ma il suolo. Dio rompe i rapporti con la terra, e se l’uomo vorrà porre la terra in relazione con Dio, dovrà fare da intermediario. Ma, di nuovo, Dio si rifiuta di interrompere il suo rapporto con l’uomo. E, sul modello della prima parola alla donna, lo condanna a ottenere con sudore il suo pane dalla terra. Ma qualunque essere umano, in tutta la storia, ha sempre ritenuto che riuscire ad ottenere dalla terra il pane, sia pure con fatica, sia proprio un successo. Certo, sarebbe bello non faticare, ma il male vero sarebbe non avere il pane.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male.

Ancora una volta, insomma, Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

Le tre dimensioni dell’uomo

Può essere interessante notare che le tre parole di Dio si occupano esattamente delle tre dimensioni che Genesi 2 aveva colto come fondamentali per l’uomo: verso il basso, ossia verso la creazione (la parola ad Adamo), alla pari (la seconda parola alla donna) e verso l’alto. Qui abbiamo una sorpresa, perché la Genesi a questo riguardo cita il rapporto tra le generazioni umane (qualcosa che effettivamente mi trascende, perché io condiziono chi mi viene prima e chi mi viene dopo, ma in ultimo ne vengo superato). Poteva sembrare scontato inserire, nella dimensione verso l’alto, il rapporto con Dio. E invece no. Quasi con un accenno laico, la Genesi qui non parla di Dio.

L’attenzione è preziosa: ciò che ha detto sulle tre dimensioni dell’uomo (verso l’alto, alla pari, verso il basso), che saranno condizionate da un male che comunque sarà presente ma che non avrà la meglio, non vale solo per il credente, ma per tutti gli esseri umani, anche se vorranno vivere senza Dio. La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

E può essere curioso notare che una cultura maschilista come quella che dà alla luce questo testo pensi che Dio abbia affidato alla donna due delle tre parole, mentre all’uomo consegna solo quella sul rapporto con il creato.

Un Dio incoerente

Il racconto è quasi alla fine, ma riserva un’ultima sorpresa. Dio deve mettere l’uomo e la donna fuori dal giardino. Quella fiducia che era scontata, immediata, infantile, non esiste più. L’uomo e la donna dovranno ricominciare a fidarsi di Dio, decidere di affidarsi a lui. È come se fossero diventati adulti. Sanno che nel mondo c’è anche il male, ma devono credere alla promessa che non vincerà.

Ma nel mandarli fuori, Dio si preoccupa ancora di loro. Quando tutto andava bene e si fidavano di Dio, si fidavano anche l’uno dell’altra e non avevano bisogno di nascondersi («Erano entrambi nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). Dopo aver smesso di fidarsi di Dio, iniziano a diffidare anche del compagno e decidono di porre qualche filtro, di non offrirsi più totalmente, senza nascondersi, e si coprono con foglie di fico (Gen 3,7). Ma quale protezione possono offrire delle foglie? Dio si preoccupa di dotare la prima coppia di tuniche di pelli.

La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

La natura, però, finora era stata completamente aliena da qualunque forma di violenza: persino gli animali che poi sarebbero stati carnivori, nella prima creazione erano tutti vegetariani (cfr. Gen 1,29-30). Il primo a uccidere è Dio…! E lo fa per l’uomo, che ha appena smesso di fidarsi di lui! Piuttosto che rompere il suo rapporto con l’uomo, Dio è disposto a mostrarsi incoerente e rompere la propria stessa legge!

 

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Un amore donato e ricevuto

La nostra presenza di Suore Missionarie della Consolata in Mozambico, Paese dell’Africa australe che si affaccia sull’Oceano Indiano con una splendida costa lunga 2500 km, ha avuto inizio nel lontano 1927; quest’anno quindi ne vogliamo ricordare e celebrare il 90° anniversario.

Ci sarà di aiuto in questo nostro percorso il ricco volume di suor Dalmazia Colombo, pubblicato recentemente, dal titolo Fede e Missione. In esso l’autrice, missionaria della Consolata giunta in Mozambico per la prima volta nel 1964, ripercorre la storia delle nostre missioni in questo Paese, avvalendosi anche di testimonianze dirette delle sorelle che hanno svolto il loro apostolato missionario in Mozambico.

Le pioniere di questa missione sono giovani donne, tra le quali una, suor Benedetta Mattio, appena ventenne, piene di coraggio, pronte ad affrontare le difficoltà degli inizi con tanta fede ed entusiasmo, ma disponibili anche a lasciare tutto, quando “ordini” perentori chiedono loro di lasciare una missione per andare in un’altra.

Scrive suor Benedetta Mattio: “Nonostante la stanchezza per il lungo e disagiato viaggio marittimo, sui nostri volti si leggeva una gioia immensa per poter finalmente toccare il suolo mozambicano… Non immaginavamo però le avventure che ci attendevano prima di giungere alla meta”.

La meta era la missione di Miruru, situata nella valle dello Zambesi, in provincia di Tete, dove si trovavano i missionari della Consolata da due anni, essendo giunti in Mozambico alla fine del 1925. La loro collaborazione apostolica fu interrotta improvvisamente nel 1930, quando le missionarie dovettero trasferirsi per ordine del vescovo Mons. Rafael Maria da Assunçao, che era allora l’unico vescovo del Mozambico, nell’isola di Ibo, nella provincia di Cabo Delgado, dove avrebbero collaborato con i Padri Monfortani olandesi e francesi. In questo periodo la piccola comunità delle suore missionarie fu messa duramente alla prova dalla morte di una delle “pioniere”, suor Anania Tabellini, deceduta nel 1934 per tubercolosi polmonare, all’età di 30 anni.

In seguito, con l’arrivo di altre sorelle dall’Italia furono aperte le missioni di Mahate, Namuno e Nangololo. Nel 1942 la missione di Mahate venne chiusa e le sorelle si trasferirono a Montepuez, nella provincia di Porto Amelia (attuale Pemba).

Gli anni 1949-70 furono anni di intensa crescita dell’azione evangelizzatrice, caratterizzati dall’espansione crescente delle nostre comunità nelle province di Cabo Delgado, Niassa, Inhambane e Maputo (allora Lourenço Marques). Tutto ciò potè avvenire grazie a due eventi storici: la fine della seconda guerra mondiale, che favorì l’arrivo in Mozambico di nuove missionarie della Consolata, e l’applicazione piena dell’Accordo Missionario, che spianò le difficoltà tra le autorità civili portoghesi ed ecclesiastiche. Non si arrivò però “felicemente” al termine di questo periodo, perché già alla fine del 1961 ci furono le prime avvisaglie che preannunciavano la guerra di indipendenza dal Portogallo, scoppiata il 25 settembre 1965 a Cabo Delgado e terminata il 25 giugno 1975 con la creazione della Repubblica Popolare del Mozambico.

Mozambico: suor Dalmazia Colombo

Gli anni che seguirono, fino al 1992, furono per il Mozambico anni di trasformazioni e di eventi epocali: fine della guerra di liberazione, indipendenza, rivoluzione marxista-leninista, guerra civile e, finalmente, la pace siglata a Roma il 4 ottobre 1992, attraverso la mediazione della comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale mozambicana.

Ecco la testimonianza di una sorella brasiliana, suor Teresa José de Osti, che ci descrive i sentimenti delle comunità all’annunzio della raggiunta indipendenza del Paese: “Noi missionarie della Consolata, in comunione con tutto il popolo mozambicano, in quei primi mesi del 1975 aspettammo i giorni dell’indipendenza con molta gioia e timore. Gioia, perché era quanto di più degno e giusto ci potesse essere. Timore perché nelle commissioni di preparazione all’evento, si diceva di voler farla finita con i colonialisti, il che sembrava riferirsi ad ogni persona di razza bianca. Noi però rimanemmo vicine al popolo in particolare nella campagna di miglioramento dell’ambiente in preparazione al grande evento: pulizie generali, apertura di strade e di fosse biologiche per costruire servizi igienici. Rivedo ancora suor Rina Carla Salsa, con fratel Agostino Lanza, scavare una fossa ed estrarre la terra con un secchio. E in tutti i lavori l’équipe missionaria era sempre la prima ad arrivare sul posto ed eseguire i lavori insieme al popolo…”. La gioia dell’indipendenza durò poco, perché un mese dopo iniziò il calvario delle nazionalizzazioni, delle proibizioni, della lotta antireligiosa.

Infatti il primo Presidente del Mozambico, Samora Machel, avendo adottato un regime marxista-leninista, combatté duramente la Chiesa: tutte le opere dei missionari, incluse le loro stesse abitazioni e chiese, furono nazionalizzate e ai missionari fu proibito di fare opera di evangelizzazione. Alcuni di essi lasciarono il Paese, ma le nostre consorelle e confratelli, malgrado due rapimenti e mesi di prigionia di alcuni di loro, rimasero accanto al popolo, condividendone timori e speranze.

Nel 1977 si ebbero le prime avvisaglie della guerra civile, capeggiata dalla Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO), che si opponeva al partito vincitore, la FRELIMO, Movimento di Liberazione del Mozambico. In quello stesso anno si realizzò un evento molto importante per la Chiesa: la Prima Assemblea Nazionale di Pastorale a Beira, a cui parteciparono vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e semplici cristiani, per cercare il modo migliore di operare in quel periodo di grandi sfide per la Chiesa. Il modello proposto fu di “incamminarsi verso una Chiesa ministeriale, fondata su Cristo, Inviato e Servo, nella quale ogni membro assumeva la sua responsabilità in una comunità di servizio… una Chiesa-famiglia, di servizi reciproci, una Chiesa nel cuore del popolo che egli sente come ‘sua’”. La risposta a quanto proposto nell’Assemblea di Beira fu altrettanto rapida, profonda e condivisa. Da quel momento tutti gli sforzi pastorali si concentrarono nella formazione e nella crescita delle “Piccole comunità cristiane”, che si moltiplicarono spontaneamente su tutto il territorio. In questo periodo ebbero grande importanza i tre centri catechistici che erano stati aperti nel Paese, all’indomani del Concilio Vaticano II, i quali formarono i leader delle piccole comunità. Tra questi centri si distinse dolorosamente quello di Guiúa, nella diocesi di Inhambane, per l’eccidio di 24 catechisti da parte della Renamo, avvenuto il 22 marzo 1992. Il loro esempio di fedeltà e generosità continua ad accompagnare e ad ispirare il cammino della Chiesa mozambicana.

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Tra coraggio e paura

Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester è la protagonista del libro che porta il suo stesso nome e che insieme a quello di Tobia e di Giuditta costituiscono una trilogia inserita ubicata dopo i libri storici. Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester, una giovane donna ebrea, deportata da Gerusalemme durante l’invasione di Nabucodonosor re di Babilonia, orfana di padre e di madre è adottata dal cugino Mardocheo che “l’aveva presa come propria figlia” (2,7). Essi vivono a Susa, città di Babilonia, dove il re persiano usa trascorrere il tempo invernale. Ed è proprio nel corso di uno di questi soggiorni che sono collocati gli avvenimenti che sconvolgono la tranquilla vita di Ester.

Il re Assuero, Serse I per la storia, era un re persiano “che regnava dall’India fino all’Etiopia sopra centoventisette province” (1,1), vuole scegliere una moglie tra le ragazze del suo regno. Vengono quindi radunate tutte le vergini nel palazzo di Susa e tra queste anche Ester di cui è segreta la sua provenienza ebrea. Al momento della presentazione delle giovani il re Assuero è colpito da Ester “ragazza di presenza bellissima e di aspetto affascinante”, la scelse tra le altre giovani donne… “le pose in testa la corona regale e la fece regina” (2,7.17).

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v) e ha sempre conservato il suo cuore integro per il Signore “la tua serva non ha gioito di nulla se non di Te, Signore, Dio di Abramo” (4,17y). Ester è una giovane dal cuore semplice, chiamata a una missione più grande di lei.

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v)

Presto, però, la scena muta. Il nuovo ministro del re, Amàn esige che ognuno pieghi il ginocchio e si prostri dinanzi a lui che si considerava, dopo il Re il più grande dignitario. Mardocheo rifiuta perché “un Giudeo” si genuflette solo davanti a Dio Signore del cielo e della terra il cui nome è Signore dei Signori. Il ministro diviene furioso e convince il re ad emettere un editto reale con l’ordine di sterminare gli ebrei da eseguire in un giorno e in un mese che verrà definito dalle “sorti”, ossia dai “dadi”. È la fine per questo popolo già prostrato in una situazione di schiavitù. Ed è in questo momento che viene chiamata in soccorso Ester. Ella, la regina, deve intervenire presso il re per cambiarne il cuore informandolo sulla situazione di tradimento che si tramava alle sue spalle e che avrebbe, tra l’altro, portato alla distruzione del popolo ebreo.

La sua prima reazione, quale della donna saggia e prudente che conosce bene le regole stabilite dalla casa reale che proibiscono a tutti di presentarsi al re senza essere chiamati, pena la morte, è quella di angoscia: sa che è un’impresa quasi impossibile. L’invito si fa pressante ed ella allora comprende di essere stata scelta quale strumento del Signore per salvare il suo popolo dall’eccidio e obbedisce. Nell’umile verità di se stessa sa di non essere all’altezza di una simile impresa per questo si affida al braccio potente del Signore. Chiede a tutti i giudei di unirsi a lei nel digiuno e nella penitenza per tre giorni mentre il suo cuore si apre alla supplica verso il suo Dio, il Dio dei suoi padri “che ha scelto Israele da tutte le nazioni” per farne il suo popolo.

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio. Un’invocazione che scaturisce da un cuore credente e angosciato e che si fa voce di tutti i perseguitati e oppressi. E’ la preghiera di una donna afflitta, in preda al timore, ma allo stesso tempo, convinta del sostegno divino. È un inno alla potenza e all’amore misericordioso di Dio che ascolta sempre coloro che in Lui si rifugiano:

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio.

Mio Signore, nostro Re, tu sei l’Unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e che non ho altro soccorso se non Te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla nascita, nel seno della mia famiglia che Tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni come Tua eterna eredità. Ricordati, Signore, manifestati nel giorno del nostro dolore e dammi coraggio! Metti sulle mie labbra parole ben calibrate di fronte al leone e volgi il suo cuore contro verso chi ci combatte. Salvaci con la Tua mano e vieni in mio aiuto perché sono sola e non ho altri che Te, Signore!…Dio che domini tutti per la Tua potenza, ascolta la preghiera dei disperati, liberaci dalla mano degli empi e libera me dalla mia angoscia! (Dal capitolo IV del testo greco).

In questa preghiera Ester si confonde con il suo popolo e passa dal singolare al plurale perché la sua voce si trasforma in quella di tutti i suoi fratelli oppressi. Alla base di questa invocazione c’è la certezza dell’invincibilità dell’amore divino il quale interverrà operando un vero e proprio ribaltamento, come quello annunziato dai profeti per il ‘giorno del Signore’, l’empio che si era esaltato sarà umiliato, il perseguitato sarà intronizzato e glorificato, alla morte subentra la vita, allo sterminio la salvezza.

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio…

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio… Oggi la Chiesa ed ogni cristiano siamo chiamati a farci carico del dolore e della sofferenza degli uomini e le donne del nostro tempo…. Siamo chiamati a assumere, la fatica e il dolore dei più poveri, anche a rischio della nostra vita… Come Gesù che non ha rifiutato di prendere su di sé il peccato dell’umanità e ha donato la sua stessa vita… in riscatto per molti (cfr. Mt. 20,28).

Dopo aver invocato il “Dio che veglia su tutti e li salva” (5,1a), Ester si spoglia delle vesti della penitenza per ricoprirsi “di tutto il fasto del suo rango” e parte per la sua missione. “Il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore” (5,1b), ma sotto tanta bellezza c’era il cuore di una donna, umile e semplice, impegnata in una impresa più grande di lei, “stretto dalla paura” (5,1b). La regina, attraversate l’una dopo l’altra, tutte le porte, si trova alla presenza del re. Egli è seduto sul trono regale con un aspetto molto terribile. Alza il viso e guarda in un accesso di collera colei che entra alla sua presenza senza esserne invitata. La regina si sente svenire… e poggia la testa sull’ancella che l’accompagnava, ma Dio volge a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso balza dal trono, la prende tra le braccia, sostenendola finché non si riprende” (5,1d-e) Con alcune pennellate di grande maestria, l’autore biblico dipinge questo quadro in cui si alternano momenti di tenebre e di luce, sentimenti di coraggio e di paura, atteggiamenti di potere e slanci d’ amore. Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore. Il re, colpito dal gesto coraggioso della sua regina, si impegna a realizzare ogni suo desiderio ed ella chiede la vita per sé e per il suo popolo, mentre rivela al re il piano perverso del suo ministro Amman, che voleva distruggere e sterminare il popolo per perseguire il suo piano prevaricante nei confronti del re a cui si opponeva Mardocheo, ebreo e cugino di Ester. La storia termina con il trionfo del bene sul male, il “prepotente” è stato impiccato sull’albero preparato per la persona “onesta”.

Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore.

Ed è proprio Ester all’origine di questo ribaltamento delle sorti. Modello di fede in Dio e di amore per il suo popolo, ella era disposta a donare la vita per esso e grazie a questo suo amore, pronto al sacrificio fino in fondo, la verità ha trionfato e il bene ha vinto il male.

Per celebrare questo ribaltamento in Israele, fino ad oggi, è stata stabilita una festa detta purim, “ribaltamento”, fissata per il 15 Adar (cade più o meno nel mese si febbraio), dura un giorno ed è preceduta dal giorno di digiuno (digiuno di Ester). Il senso vero della festa è ricordare che Dio salva il suo popolo.

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Va’ in missione e campi cent’anni

suor Riccarda con suor Seraphine e suor Restituta

Quest’anno il nostro Istituto ha vissuto un fenomeno credo unico in tutta la sua storia: due Missionarie della Consolata hanno compiuto cent’anni, si tratta di suor Norberta Simoncelli, trentina, missionaria in Argentina, e suor Riccarda Gallo, piemontese, missionaria in Colombia.

Di queste vite longeve, più della metà è stata vissuta nella terra di missione: Suor Norberta è arrivata in Argentina con il secondo gruppo di sorelle, agli inizi della nostra presenza lì: era il 1951. Suor Riccarda è arrivata in Colombia nel 1950: quasi settant’anni fa.

Festeggiare i loro cento anni è stato non solo ringraziare Dio per il dono che è la loro vita, ma anche celebrare la nostra storia in questo Continente. Gli inizi, si sa, sono sempre impegnativi, le risorse sono misurate e allora… c’è bisogno di gente che non ha paura di rimboccarsi le maniche e mettere tutta se stessa perché il sogno di missione si realizzi. E così è stato: suor Norberta ha fondato la presenza nel Nord dell’Argentina. Quando le sorelle sono arrivate, dopo giorni di viaggio con la barca e con il treno, la gente le ha accolte con grande gioia. Dopo una festa organizzata da tutti, ecco che… vedono che le sedie che c’erano nella loro casa vengono portate via… e si trovano con alcune casse di legno multiuso, che servono da sedia e da tavolo a seconda del bisogno! Nonostante il clima caldo umido, suor Norberta e le sue compagne d’avventura hanno sempre dimostrato una grande passione per l’incontro e l’annuncio, visitando villaggi sperduti. Anni più tardi, fu la protagonista della leggendaria “equipe itinerante”: insieme ad un’altra sorella visitava le varie frazioni disperse della campagna, fermandosi due settimane. Lei come infermiera dava corsi basici di pronto soccorso, l’altra sorella insegnava alle donne taglio e cucito, il tutto unito alla catechesi per i bambini e gli adulti. Quando il gruppo era pronto, veniva il sacerdote e celebrava i Sacramenti. Bisogna ricordare che una costante della pastorale in America consiste in enormi spazi da percorrere e visitare e pochi agenti pastorali che si impegnano per arrivare a tutti, alle volte senza poterlo fare.

Suor Riccarda invece ha dato il meglio di sé nell’educazione: dopo sedici giorni di viaggio in nave, e due viaggi in aereo, la missionaria non ha perso tempo: degna figlia del Beato Allamano, dopo pochi giorni ha fondato l’istituzione educativa che oggi è il Collegio Consolata in Bogotá. Nei suoi anni di missione, suor Riccarda ha formato vari gruppi di giovani che si preparavano alla vita religiosa, ed ha persino accompagnato gli inizi di una congregazione colombiana: le suore di Nostra Signora della Pace.

I pionieri segnano una direzione e uno stile, passo dopo passo, goccia a goccia suor Norberta, suor Riccarda e le altre sorelle che ora vivono nell’abbraccio di Dio hanno tracciato una cammino. Ed oggi che potrebbero meritarsi giorni da pensionate… non ci pensano nemmeno: suor Riccarda continua a servire la sua comunità con il suo turno in portineria e suor Norberta è la prima a cantare per lodare Dio in ogni momento. Perché l’amore non va mai in pensione!

Celebrare i loro cento anni è dire grazie per questo lavoro umile, silenzioso del seminatore, e gioire del raccolto abbondante che oggi possiamo godere. E’ vedere incarnato cosa significa il PER SEMPRE che ciascuna di noi ha professato un giorno. GRAZIE, CENTENARIE!

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