Israele ieri, oggi e domani…

è difficile spiegare la Terra Santa…

È difficile far comprendere cosa sia oggi la Terra Santa a chi non ci abbia mai messo piede. È complicato persino spiegare cosa rappresenti per i Cristiani e, in generale, per le tre grandi religioni monoteiste, quel travagliato angolo di Medio Oriente dove si intrecciano e spesso compenetrano sei Stati come Libano, Siria, Giordania, Israele, Palestina ed Egitto: una tela intricata di fede, politica, cinismo, arrivismo e sangue, tanto sangue, versato…

Ma oggi cosa è Israele o, come dicono qui, Medinat Yisrael? Non bastano di certo i numeri a spiegarlo, ma un po’ aiutano. Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo.

Una pianura costiera mediterranea e la zona delle colline della Galilea che sono fertili e ricche di acque, con al centro l’Altopiano della Giudea e a mezzogiorno il Negev, la regione semidesertica, che si estende, con una forma quasi triangolare, dalla zona immediatamente a sud di Beer Sheba fino al Golfo di Aqaba, verso le terre di Lawrence d’Arabia.

Il confine orientale scorre esattamente lungo il serpeggiare del Giordano e il Wadi Araba e dal lago di Tiberiade corre giù sino al Mar Morto, la cui superficie si trova a 395 metri sotto il livello del mare, il punto di maggiore depressione della superficie terrestre.

La popolazione si concentra per lo più nelle grandi città, tanto più che qui c’è un popolare detto che suona più o meno così: “Ad Haifa si lavora, a Gerusalemme si prega ed a Tel Aviv… ci si diverte”; un modo anche per sottolineare le tre anime dell’Israele di oggi.

Haifa, cuore economico del Paese, che ha nell’industria tessile, elettronica ed alimentare, oltre che nell’altalenante turismo, i suoi punti di forza, sorge ai piedi del biblico monte Carmelo, anche se tutta la costa sino ad Acco/Acri è un susseguirsi di Krayot, le cittadine tutte attaccate le une alle altre.

Tel Aviv, la “città che non dorme mai”, fra spiagge dorate e una vita notturna famosa in tutto il mondo, è una realtà a sé stante, cosmopolita, simpaticamente caotica.

Tutt’altro mondo è quello che si presenta agli occhi del visitatore che giunga ai piedi di Gerusalemme, la città santa per le tre religioni.

Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo

MIGLIAIA DI ANNI DI STORIA

Secondo la tradizione ebraica, la creazione del mondo iniziò proprio a Gerusalemme 5767 anni fa con la pietra di fondazione del Monte Moriah, ove oggi sorge la “Cupola della Roccia” sulla Spianata sacra ai Musulmani.

Certo è che intorno al 2000 a. C. vi nacque un insediamento cananeo che fu conquistato intorno al 1000 da Davide, che lo trasformò nella propria capitale. Qui Salomone edificò il Primo Tempio, distrutto nel 586 a.C. da Nabucodonosor, che deportò gran parte del popolo ebraico a Babilonia.

Nel 538 a.C., il persiano Ciro conquistò Babilonia e permise agli Ebrei esiliati di ritornare a Gerusalemme, dove ricostruirono il Secondo Tempio: per quattro secoli Israele fu legata alle sorti prima dei Persiani e poi dei Greci, fino alla conquista romana.

È in questo periodo, intorno al 30 d.C., che si svolse la vicenda umana di Gesù, il “Cristo” atteso, ma che venne ben presto messo a morte dal Sinedrio, che iniziò anche a perseguitare i suoi seguaci, definiti “Cristiani”.

A seguito della rivolta anti-romana del 66 d. C., la repressione di Tito fu durissima e portò alla distruzione del Tempio ed alla cacciata degli Ebrei dalla città, ribattezzata poi Aelia Capitolina. Dopo il periodo bizantino, nel 638 i Musulmani conquistarono Gerusalemme e costruirono la Cupola della Roccia e la Moschea di Al Aqsa.

Meno di un secolo, dal 1099, durò il Regno Crociato, che realizzò anche una buona parte dell’attuale impianto architettonico del Santo Sepolcro, la grande chiesa che ancora oggi racchiude in sé il Calvario e l’Anastasis, prima della sconfitta da parte di Saladino nella battaglia di Hattin (1187).

A metà del XIII secolo fu poi la volta dei Mamelucchi, che estesero il proprio potere dall’Egitto, sino al 1517, quanto l’Impero Ottomano conquistò anche Gerusalemme, che per quattro secoli rimase sotto il dominio turco.

Nel primo Novecento, poi, il flusso degli Ebrei desiderosi di ritornare nella terra di Abramo, su impulso del movimento sionista, creato da Theodor Herzl verso la Palestina e alimentato dagli Ebrei dell’Europa Orientale (esposti a frequenti episodi anche violenti d’antisemitismo), fu costante.

Nel 1917, il movimento sionista ottenne il primo significativo risultato con la “Dichiarazione di Balfour”, con cui il Ministro degli Esteri inglese Arthur James Balfour impegnava il suo governo a sostenere gli Ebrei nella costituzione di un “focolare nazionale ebraico in Palestina”. Durante il Mandato Britannico sulla Palestina (1920-1948) gli Ebrei crebbero da 50.000 a 600.000 coloni e la coesistenza tra immigrati Ebrei e Arabi palestinesi divenne sempre più problematica.

Nel 1942, i leader sionisti proposero che uno Stato ebraico in Palestina diventasse parte integrante dell’ordine internazionale postbellico, ma fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico.

fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico

DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò una Risoluzione che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo in Palestina, con la città e la zona di Gerusalemme sotto l’amministrazione diretta dell’ONU.

Secondo il piano, lo Stato ebraico avrebbe compreso tre sezioni principali collegate da incroci extraterritoriali, mentre lo Stato arabo avrebbe avuto anche un’enclave a Giaffa.

Il 15 maggio 1948, il giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele, iniziò il primo conflitto arabo-israeliano: i Palestinesi rigettarono il piano di spartizione dell’ONU e una coalizione di Stati arabi, tra i quali Iraq, Giordania, Siria ed Egitto, attaccò Israele che riuscì a difendersi ed a respingere le truppe avversarie.

Nel 1956, sfruttando la crisi di Suez seguita alla nazionalizzazione del Canale da parte del Presidente egiziano Nasser, Israele attaccò l’Egitto, ma venne fermato dalla Comunità internazionale.

Nel 1964, sotto l’egida di Yasser Arafat, nacque l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che puntava a dare una rappresentanza ai Palestinesi, slegandoli dalla dipendenza dai Paesi arabi.

Nel 1967 scoppiò la guerra dei Sei Giorni con la quale, grazie ad una fulminea azione militare, Israele occupò la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, seguita, nel 1973, da una nuova fiammata, quando Egitto e Siria attaccarono Israele durante la festa ebraica dello Yom Kippur: la reazione israeliana fu immediata e portò all’occupazione del Sinai in Egitto e delle alture del Golan in Siria.

Solo nel 1979 l’Egitto firmò a Camp David, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, un accordo di pace bilaterale con Israele.

Nel 1982, giustificando l’intervento con la necessità di distruggere le basi dei terroristi palestinesi, Israele invase e occupò la parte meridionale del Libano.

Dal 1987 al 1992, i Palestinesi avviarono e resero sistematica la forma di resistenza popolare chiamata Intifada, che si concluse nel 1993, quando vennero firmati gli Accordi di Oslo e parve che il conflitto stesse finalmente per concludersi, ma i nodi principali restarono, purtroppo, irrisolti e furono rimandati a un secondo turno di negoziati: la nascita di uno Stato palestinese indipendente, il ritorno dei profughi palestinesi, il controllo delle scarse risorse idriche e lo status di Gerusalemme.

Nei Territori Occupati, che avrebbero dovuto diventare il futuro Stato palestinese, cominciò una forma di autogoverno guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese, a Presidente della quale venne eletto nel 1996 Yasser Arafat.

Purtroppo, dopo l’entusiasmo degli Accordi di Oslo, Israeliani e Palestinesi non riuscirono ad accordarsi sui punti ancora sul tappeto e nei Territori Occupati la tensione ricominciò a salire nel settembre 2000, a seguito della seconda Intifada, la cui scintilla fu la provocatoria “passeggiata” sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme dell’allora candidato Primo Ministro israeliano Ariel Sharon.

Con la morte del leader palestinese Arafat, avvenuta a Parigi l’11 novembre 2004, si ingenerarono nuovi elementi di instabilità nell’area e, nel 2006, le elezioni politiche in Palestina sancirono la vittoria di Hamas sui moderati di Fatah ed in estate, a seguito dell’incursione di alcuni terroristi hezbollah libanesi nell’Alta Galilea (durante la quale morirono sei soldati israeliani), Israele scatenò una forte reazione militare nel sud del Libano.

Gli USA provarono inutilmente a spingere per un accordo fra Israele e l’Autorità Palestinese ad Annapolis, ma le trattative si svilupparono da subito a rilento per l’indisponibilità da parte di Israele a discutere i temi chiave del conflitto: lo status di Gerusalemme e quello dei profughi palestinesi.

A fine 2008, in relazione al lancio massiccio di razzi da parte di Hamas, l’esercito israeliano lanciò l’offensiva denominata “Piombo Fuso”: la Striscia di Gaza venne bombardata per cinque giorni e successivamente invasa dall’esercito israeliano.

Nel 2009, le elezioni politiche in Israele sancirono la vittoria di misura del partito di destra Likud guidato da Benjamin Netanyahu, che divenne nuovo Primo Ministro, carica che ricopre ancora oggi.

Con l’accentuarsi della crisi siriana, il ruolo di Israele nello scacchiere mediorientale diventò sempre più complesso, anche in concomitanza con la presidenza americana di Barak Obama, apertamente contrario alla politica degli insediamenti portata avanti da Israele, ma pure duro con gli attentati palestinesi.

Il tentativo di portare avanti un percorso che preveda due Stati per due popoli, per poter avere, un giorno, una Gerusalemme dove tutti i figli di Abramo possano trovarsi in pace, purtroppo, resta ancora infruttuoso.

Fabrizio Gaudio

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Quattro chiacchiere con… suor Florence

Suor Florence, missionaria della Consolata keniana che vive in Tanzania, ci racconta la sua esperienza con i giovani

Suor Florence, cosa significa per te essere una Missionaria della Consolata?

Secondo me, essere una Suora Missionaria è una testimonianza e un’ esperienza della consolazione di Cristo: vissuta in prima persona e condivisa con gli altri, anche con persone di diverse religioni, come musulmani, protestanti e altri. La nostra presenza e interazione con il popolo tanzaniano, a partire dalla sua ricca cultura, offre un altro aspetto della consolazione. Uno riconosce la bellezza di questo paese e della sua gente già solo dal linguaggio, colmo di parole gentili che non possono essere tradotte senza perdere il loro significato. Un esempio è la parola “pole”, che significa “mi dispiace”, ma profondamente. Non c’è differenza di religione, a tutti esce spontaneamente. Questa mia esperienza quotidiana rafforza il mio proprio carisma e riempie di gioia il mio essere missionaria tra questo popolo amato e sostenuto da Dio.

E come hai conosciuto le Missionarie della Consolata?

E’ interessante ritornare a circa 20 anni fa, e chiedermi perché ho scelto di essere una Suora Missionaria della Consolata. Nella mia parrocchia di origine non c’erano suore, e solo incontravo religiose nella scuola che frequentavo, ed erano salesiane di don Bosco. Da ragazza ho ascoltato da un padre missionario della Consolata che c’erano delle donne forti e coraggiose che proclamavano la Buona Notizia di Cristo a chi ancora non la conosceva e non l’aveva ricevuta. E aggiunse a noi ragazzi: il Cristo che avete ricevuto non deve rimanere solo per voi, è da condividere agli altri…  Nel mio profondo ho sentito la gioia di poter essere come queste donne che io non conoscevo… Ho iniziato a cercarle e fortunatamente ho incontrato nella mia scuola suor Jo Marie, la prima missionaria della Consolata che ho conosciuto. Le ho fatto tante domande e lei pazientemente mi ha risposto.   Poi ho partecipato a incontri e ritiri dove le sorelle condividevano il loro carisma e la loro missione, e mi sono sentita sempre più motivata a diventare una di loro.  Mi piaceva la loro spiritualità, che ci trasmettevno in un modo molto semplice durante i ritiri, ed ero attratta dal fatto che lavoravano con ogni tipo di persona: bambini, giovani, anziani…. Se dovessi scegliere oggi di essere una missionaria della Consolata, certamente ripeterei la stessa scelta!

In questo momento, che lavoro stai facendo in Tanzania?

Adesso sto lavorando con i giovani che appartengono al movimento dei Giovani Studenti Cattolici del Tanzania, nella diocesi di Iringa. E’ un gruppo che riunisce giovani delle Scuole Superiori che hanno come obiettivo di far entrare Cristo nella loro vita di studenti. Vedo in essi una Chiesa giovane che dà speranza alla Chiesa del futuro. Sono organizzati a tre livelli: come scuola, come gruppo di cinque o sei scuole, e come gruppo diocesano, dove si celebra l’Eucaristia e si fanno altre attività. Lavoriamo in un team, siamo due suore e un sacerdote a livello di Diocesi, in collaborazione  con gli animatori (insegnanti e parroci) e con gli studenti leaders nei tre livelli menzionati.

Come sono i giovani tanzaniani?

I giovani studenti hanno una grande capacità, molta energia e grande entusiasmo. Sono fortemente impressionata per la loro organizzazione, la loro generosità e buona volontà di apprendere e condividere la loro esperienza con Dio.

Non si preoccupano di esprimere i loro talenti e di usarli. Ho osservato anche la loro apertura a farsi aiutare per crescere e per riconoscere le loro potenzialità. Ogni sabato visitiamo circa 600 studenti! Questo team è composto da due o tre studenti leaders, un sacerdote e una suora. Ogni membro del team condivide un tema che aiuti a sviluppare certe capacità da leadership e incoraggi la scoperta dei propri talenti.

I giovani si confrontano anche su temi che riguardano la società e sul contributo che possono dare al suo sviluppo. Il tema del 2017 è la cura della Madre Terra. Si impegnano a creare consapevolezza tra i loro compagni con iniziative pratiche come piantare alberi, fiori, pulire le strade e la loro stessa scuola. L’uso responsabile dell’acqua e dell’elettricità, solo per ricordarne alcune.

Le sfide che si presentano nel lavoro con i giovani sono varie, per esempio il fatto che la loro energia e curiosità per imparare molte cose li spinge a cercare nei mezzi di comunicazione le risposte. Sappiamo che la teconologia è importante, ma vediamo che questi mezzi sono diventati i loro insegnanti,  e molto volte i giovani perdono il loro tempo in queste cose invece di impiegarlo per lo studio.

Abbiamo anche notato che la liturgia da molti non è capita, a causa dei loro genitori che – super impegnati, non li ha mai portati alla Chiesa e non ha loro insegnato niente circa la fede e la preghiera. Cerchiamo quindi di introdurli a questa dimensione ecclesiale.  Gli studenti sono vincolati alla cultura, anche se a volte non ne fanno caso: per esempio la paura di andare contro le decisioni degli adulti e è molto forte, anche se queste non sono corrette. Quante volte non vengono alla Messa semplicemente perché i genitori glielo hanno proibito, o li fanno lavorare la domenica. Preferiscono essere puniti nella scuola piuttosto di mettersi in discussione con gli adulti di casa.

Qual é la gioia più grande che ti ha dato la missione?

La missione di Cristo porta gioia e riempe di senso, quando scopriamo che Cristo è il centro di tutto quello che facciamo. Sono felice si stare con i giovani, ho sperimentato la presenza di Dio in mezzo a loro, soprattutto quando desiderano sapere sempre di più su di Lui. Mi colpisce vedere come gli studenti sentono di appartenere alla Chiesa e che loro stessi sono la Chiesa. Come i giovani diventano missionari nelle loro scuole: individuano compagni bisognosi e cercano di aiutarli ogni mese, in una scuola li ho visti prendersi cura di compagni ciechi e sordi… Tutti questi esempi sono semi di fede che possono rompere muri di indifferenza.

L’apostolato con i giovani mi ha aiutato a godere la bellezza, l’amore, la semplicità e la creatività. Con la frase: “Prega per me ed io prego per te” abbiamo creato un legame di fiducia in Dio e tra di noi, e ce lo ripetiamo in ogni occasione che ci incontriamo.

 

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Si può amare solo quando si conosce chi è l’ altro, l’altra

si può amare quando si conosce chi è l’altro

Si può amare solo quando si conosce chi è l’ altro…[1]

Si arriva a questa genuinità d’ amore attraverso il cuore; in altre parole, si arriva ad una conoscenza dell’ altro/a nel senso biblico, ad una intimità e ad una unione profonda, rivelatrici;  nessuno puo’ essere conosciuto così dai suoi ruoli, non importa quanti e quanto importanti essi siano.

Nella sua vita, il Beato Giuseppe Allamano ha rivestito molti ruoli, ma lo conosceremo veramente se riusciremo a carpirne il cuore, e questo è fondamentale per poter iniziare un vero dialogo con lui che ci apra alla possibilità di capire, o meglio intuire, come agirebbe lui, nel ventunesimo secolo.

E’ nel suo rapporto con le persone ed è nel suo epistolario informale – lettere scritte e lettere ricevute – dove si rivela il suo cuore intenso, vorrei dire tenero; è qui che mostra l’ anima e chi  “legge può entrare in una comunione più facile, più vera, più viva.” [2]

Stralciamo qualche esempio:

Alla cognata Benedettina Turco Allamano rimasta vedova, con una bimba di due anni, per la morte – causata da polmonite acuta – dello sposo Ottavio, fratello più giovane del Beato:

“… Iddio, che si chiama Padre degli Orfani e Protettore delle vedove, ti ha ricevuto sotto la sua speciale assistenza e non mancherà di lenire i tuoi dolori con l’ abbondanza delle sue consolazioni. Io per me non voglio cercare altrove conforto che nel Cuore addolorato di Gesù e di Maria. Quivi solamente trovo quella pace che invano si spera di ottenere dagli uomini: questi possono dire belle parole, anche mescolare le loro alle nostre lacrime, ma solo Gesù sa mettere il dito sulla piaga che ci tormenta ed Egli solo ha il rimedio salutare che ci guarisce. Nel cuore dolcissimo di Gesù v’ e’ la spiegazione della catastrofe che ci colpì e che ad ogni tratto pare  un’ illusione; ma che pure è una realtà… Cara cognata, fatti coraggio in Dio, di cui puoi dire ora che sei tutta cosa sua, e ricordati del tuo aff.mo cognato…” [3]

“Carissima cognata, la triste notizia della malattia della bambina mi recò vivissimo dolore. Come si aggrava la mano di Dio su di noi, e mentre già ci pareva essere al colmo delle pene, un’ altra ben grande vi si aggiunse….” [4]

E’ nel suo rapporto con le persone ed è nel suo epistolario informale – lettere scritte e lettere ricevute – dove si rivela il suo cuore intenso, vorrei dire tenero

A don Innocenzo Pietro Cantarella – amico fin dal Seminario.

“…la tua lettera mi fu una delle più soavi consolazioni ne’ passati dolori;…il mio dolore, o caro, fu grande, più di quello che mi sarei creduto. Lasciar un fratello minore che mi considerava qual suo padre, suo consigliere anche nelle cose più delicate di coscienza,…che mi volle durante la breve malattia continuamente ai suoi fianchi, non potendo soffrire che mi fossi dilungato per brevi istanti, mentre degli altri, tranne che della giovane moglie, non si curava più che tanto,… pensa se non ferisse il mio cuore… anche Gesù pianse su Lazzaro morto…” [5]

Lettera ricevuta da Padre Mario Botta, IMC, da Addis Abeba, Ethiopia:

“ Le confesso che ho mai sentito di amarla tanto come ora, perchè mi ha aperto la via a lungo desiderata, che mi dà l’ occasione di offrire a Gesù veri fascetti di mirra che pure lasciano nel fondo dell’ anima una dolcezza ineffabile….Non posso che esternarle il mio cuore e dirle che voglio essere fedele fino alla morte…”. [6]

Lettere a Fratel Benedetto Falda, IMC:

“Carissimo Benedetto, dalle tue lettere rilevo che non perdi l’ allegria anche a dispetto delle malattie. Bravo, continua in questo spirito…Io spero che sarai ora guarito, e procurerai di esserlo usando i rimedi necessari…” [7]

“Sempre carissimo Benedetto, le tue lettere, un po’ scarse, mi sono carissime, specialmente       l’ ultima, con la quale mi parve di trovarci insieme nella mia camera il giorno che ti presentasti a me per la prima volta. Credimi che nei tuoi scritti si vede tutto il tuo cuore, e mi piacciono grandemente. So che di salute stai meglio, ma io voglio che guarisca perfettamente… procura di non stancarti troppo nel lavoro, non affanandoti, e avendo pazienza quando, ed e’ sovente, tutto non va a tuo gusto…” [8]

Sempre carissimo Benedetto, le tue lettere, un po’ scarse, mi sono carissime, specialmente       l’ ultima, con la quale mi parve di trovarci insieme nella mia camera il giorno che ti presentasti a me per la prima volta.

Ad Agnese Battaglia, MC:

Mia buona Agnese, hai ben ragione di dire di cuore il Deo Gratias: ed io mi unii teco a ringraziare il Signore che aprì gli occhi al padre e al fratello. D’ ora in poi non parliamone più, e tu non avere più di ciò alcuna pena…. Coraggio,  mia buona Agnese, io ti benedico… aff.mo in Gesù Cristo..” [9]

.

A Suor Margerita Demaria, MC

Cara Suor Margherita, ti ringrazio della tua lunga lettera e delle notizie, sebbene dolorose, che mi dai. Continua a scrivermi il bene e il male senza timore di farmi pena. Scrivi alla presenza di Dio non sotto l’ impressione del dolore: io saprò valutare le cose…. “ [10]

Gli esempi si potrebbero citare a centinaia, ma questi siano sufficienti a farci desiderare di scoprire il cuore di questo fratello, amico, padre spirituale, sacerdote di Dio. Affinare il proprio cuore per poter penetrare un po’ nel suo può richiedere una vita, ma lui ci direbbe, “importante è incominciare”; non credere  di conoscerlo per sentito dire o per qualche lettura saltuaria. Arriveremo piano piano a intuire come egli agirebbe oggi in un mondo così diametralmente opposto al suo… ne vedremo allora i veri valori e non saremo tentate di copiare le sue azioni o di usare le sue parole, che in una realtà diversa possono anche storpiare il vero senso che lui ha voluto trasmetterci.

Scrive Teilhard de Chardin: “Esiste ai nostri giorni un movimento religioso naturale potentissimo. Cristiani, preti, missionari pensiamo mai che per influenzarlo, per renderlo sovrannaturale (ed in questo consiste propriamente la conversione della Terra), bisogna assolutamente che noi partecipiamo al suo slancio, alle sue inquietudini, alle sue speranze? Fino a quando noi sembreremo voler imporre dall’ esterno ai moderni una Divinità precostituita, anche se fossimo immersi tra la folla, noi predicheremmo irrimediabilmente nel deserto….dobbiamo cercare con loro il Dio…che è ancora tra noi come se noi non lo conoscessimo…” [11]

. Ecco il cuore a cuore necessario, evidenziato dalla vita del Beato Allamano.

Penso che quest’ uomo di Dio (il Beato Giuseppe Allamano) si troverebbe in perfetta armonia con Papa Francesco,  quando afferma: “… l’ evangelizzazione opera nei limiti del linguaggio e delle circostanze. Costantemente cerca di comunicare con piu’ efficiacia la verita’ del Vangelo in ogni contesto specifico, senza rinunciare alla verità, alla bontà e alla luce che puo’ portare quando la perfezione non è possibile. Un cuore missionario è molto cosciente di questi imiti e si fa‘ “debole con i deboli… tutto a tutti” (1 Cor. 9:22). Non si chiude mai; mai si ritira nelle sue sicurezze, mai sceglie rigidezza o si mette sulle difese. E’ cosciente che deve crescere nel proprio approfondimento del Vangelo e nel discernere le vie dello Spirito e percio’ sempre opera il bene che puo’, anche se, nel corso di questo processo, si sporca le scarpe con il fango della strada.” [12]

entrare nel cuore dell’Allamano è per noi di capitale importanza

Entrare nel cuore del Beato Allamano è per noi di capitale importanza; non possiamo ignorare che “…le parole che nascono dalla mente sono un muro, quelle che nascono dal cuore sono un ponte.”  [13]

Suor Cecilia Clara Zamboni, mc

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La Consolata nella mia vita

Da donna a donna. Da figlia a Madre: una relazione che colma di presenza la vita.

20 giugno: è la festa della Madonna Consolata! Da devozione locale per il popolo piemontese, la Consolata è oggi madre di molti figli sparsi nel mondo, che l’hanno conosciuta attraverso missionari e missionarie della Consolata, e che ora fa parte della loro vita con molta significatività.

Ecco a voi, cari Lettori, un mosaico di testimonianze di donne che hanno trovato nella Consolata una Madre, una presenza, una fonte inesauribile di consolazione.

“La mia relazione con Maria Consolata inizia circa 25 anni fa. La “Madre della consolazione”, “Consolata e Consolatrice”: queste espressioni attiravano la mia attenzione fin dal primo momento. La madre di Gesù fu consolata e oggi consola i suoi figli… non sarà che pure mi vuole consolare? Mi facevo questa domanda… e una sera di 13 anni fa, quando mi ritrovai sola in una situazione molto dolorosa, senza sapere cosa fare, ho messo la mano nella tasca, e lì si trovava lei: un’immagine della Consolata. In quel momento ho capito le parole che tanto mi toccavano: lei era la consolazione di cui avevo bisogno, lei mi accompagnava nel silenzio da molto tempo. Oggi posso dire che mi sono consacrata a lei, oggi dico con orgoglio e molto amore che sono Laica Missionaria della Consolata grazie a lei. E ringrazio Dio perché mi ha dimostrato in modo concreto il suo amore: mi ha dato una Madre Consolatrice affinché anch’io possa consolare gli altri”. (Betty Lopez, missionaria della Consolata argentina)

“La Consolata per me è quella madre attenta verso sua figlia. La sua presenza nella mia vita è reale e concreta, è più vissuta che pensata, più del cuore che della testa. Ogni Lunedì vado alla cappella più vicina di casa: la Sacra Famiglia, per la condivisione della Parola. E’ situata in una periferia urbana dove i residenti provengono per lo più dal Nord del Mozambico. Ma più che pensare nella loro origine, è da ammirare la fede e la semplicità delle loro condivisioni, una fede veramente incarnata nella realtà quotidiana. Ogni settimana ritorno a casa contenta per aver condiviso e ricevuto da questo gruppo. Mi edifica pensare che attrvaerso questi mezzi che la consolazione si espande, così è stato per Maria: nella sua vita è stata portatrice di consolazione” (Suor Julia Wambui Muya, suora missionaria in Mozambico)

“Sinceramente, non sono stata mai molto “mariana”… la mia fede è cresciuta a contatto con la Parola e nella relazione con Gesù Cristo. Alle volte mi facevo qualche scrupolo… essere missionaria della Consolata e non essere mariana… E poi, semplicemente, l’ho incontrata: mi trovavo lontana dalla mia missione tanto amata, e ne soffrivo molto. Sapevo il perché del distacco, ma il cuore piangeva. Ed ecco che, non sapendo che altro fare, le ho detto: “Maria, prendimi come tua figlia e proteggimi!”. Subito, mi sono sentita avvolta dal suo manto, mi sono sentita in braccio a lei, mi sono sentita figlia. Finalmente, e davvero, DELLA Consolata!” (Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata in Bolivia)

 

 

 

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DIO MI ASSOMIGLIA

Di fronte a questo quadro della divinità e dell’umanità gli ebrei reagiscono scrivendo i propri miti di origine, nei quali vedono un Dio solo che con la sua sola parola («”Sia la luce”; e la luce fu»: Gen 1,3) dà origine a tutto

C’era un precetto del mondo ebraico che stupiva particolarmente gli antichi e che ha lasciato piccole tracce persino nelle nostre chiese, ossia il divieto di farsi un’immagine di Dio (si trova direttamente nel Decalogo!). Tra le ragioni di tale divieto una affonda le radici direttamente nella creazione, ed è probabilmente la più interessante.

La composizione della Genesi

Prima di arrivare al punto conviene però ricordare brevemente come è probabile che sia nato il testo della Genesi. È probabile che questo testo sia stato composto dopo che gli ebrei, conquistati dall’impero babilonese (nel 587 a.C.), si videro deportare nella lontana capitale mesopotamica le élite economiche, politiche, religiose e culturali del paese. I deportati non si scoraggiarono e decisero che la loro fedeltà al Dio dei padri doveva continuare, e per far ciò bisognava non dimenticare di essere un popolo solo, reso tale dalla fedeltà all’unico Dio degli antenati e che si riconosceva in un solo progenitore, Giacobbe/Israele. Dopo aver raccolto tutte le storie che lo riguardavano (e che sono concentrate in Genesi 25-49), quegli autori ritennero però opportuno che tale storia fosse preceduta da un racconto che chiarisse meglio che a mantenere legati al Dio d’Israele non erano il rispetto formale di regole (né, peggio, inganni e violenza, che sembrerebbero, a prima vista, guidare l’esperienza di Giacobbe), ma quella fiducia in Dio che anche Giacobbe vive, anche se non è sempre facile vederlo: ecco che a quei capitoli vennero premesse le vicende riguardanti un personaggio che con tutta chiarezza aveva fatto della fiducia in Dio la propria linea guida, e che si era chiamato Abramo. Qui risaliva la storia ideale del popolo ebraico.

L’uomo dovrebbe essere per il creato ciò che Dio è per l’uomo.

Ma quegli autori non erano ancora soddisfatti e ritennero che, anche se quasi tutta la Bibbia riguardava gli ebrei, il discorso dovesse partire dall’umanità intera. Ecco nascere i primi undici capitoli della Genesi, che non vogliono essere la cronaca dei primi secoli di vita del mondo ma una riflessione sull’umanità di sempre.

Dei credenti sfrontati

Quei dotti furono spinti a scrivere una riflessione simile di certo anche da ciò che vedevano e leggevano intorno a sé. La Mesopotamia, e Babilonia in particolare, erano infatti il centro non solo del potere politico ed economico del tempo, ma anche di quello culturale e religioso, di fronte al quale gli ebrei mostrano un coraggio e una libertà impensabili.

Loro erano infatti qualche centinaia di persone che venivano da una lontana, piccola e poverissima regione, sconosciuta ai più, nella quale avevano vissuto in una cittadina il cui centro religioso più solenne, il tempio, era una costruzione in legno lunga trenta metri e larga dieci. A Babilonia costoro trovarono una città sterminata, piena di acqua, di ricchezze e di templi nei quali erano conservati scritti risalenti a quasi tre millenni prima. Di fronte a tutto ciò, gli ebrei ne furono affascinati (la maggior parte di loro non abbandonerà più Babilonia) ma obiettano sul ritratto delle divinità e quindi dell’uomo che se ne ricava. Come se dicessero: «Va bene tutto il resto, ma Dio ve lo spieghiamo noi».

Dio (e l’uomo) secondo i babilonesi

I miti babilonesi ragionavano infatti già sull’origine del mondo e dell’uomo, che immaginavano venire dal lavoro di diverse divinità. Gli dei babilonesi si dividevano in divinità “superiori” e altre “inferiori”, a loro volta divisibili in dei più buoni o più cattivi e che lavoravano per nutrire le divinità più nobili. A un certo punto però gli dei “inferiori” decidono di plasmare l’uomo, perché lavori al posto loro. Le divinità più “positive”, che avevano creato la luce, la terra, il sole, danno vita all’uomo, mentre quelle più negative, che avevano formato le tenebre, il mare, la luna, danno origine alla donna.

Chi conforma la propria vita su quella di Dio non diventa meno uomo, ma semmai di più e meglio.

L’uomo è insomma al mondo per lavorarlo al posto degli dei, cercando di non dare loro troppo fastidio. Sempre quei miti raccontavano infatti che quando gli uomini si erano moltiplicati troppo, il loro chiasso disturbava il sonno degli dei, che mandarono una volta il diluvio, un’altra la peste, la carestia… E la donna era ancora peggio dell’uomo…

Un Dio solo, e buono

Di fronte a questo quadro della divinità e dell’umanità gli ebrei reagiscono scrivendo i propri miti di origine, nei quali vedono un Dio solo che con la sua sola parola («”Sia la luce”; e la luce fu»: Gen 1,3) dà origine a tutto: alla luce, alle acque, alla terra e al mare, al sole e alla luna, che non sono divinità ma semplici strumenti per calcolare il tempo (Gen 1,16), e poi piante ed esseri viventi… Dopo ogni tappa si ferma e contempla: «Dio vide che era cosa buona».

A un certo punto cambia però il tono. Il Signore non ordina più che qualcosa sia, ma si coinvolge in prima persona: «Facciamo l’uomo, a nostra immagine e secondo la nostra somiglianza» (Gen 1,26). L’idea è quella di una “copia conforme”, che dovrebbe semplicemente rimandare all’originale, potrebbe prenderne il posto. Non uno schiavetto chiamato a lavorare al posto di Dio, ma una copia conforme di quel modello, con la sua stessa dignità. Per questo lo pone a “dominare” sul resto del creato: non a spadroneggiare, ma a esserne alla guida, con responsabilità e attenzione. L’uomo dovrebbe essere per il creato ciò che Dio è per l’uomo.

Ecco perché non bisogna farsi immagini di Dio: perché l’immagine di Dio nel mondo esiste già, è l’uomo che vive.

A questo uomo il Signore affida il compito di crescere e di moltiplicarsi, non ne è infastidito, vuole anzi che l’uomo viva e viva pienamente. E tutto ciò non è un progetto cresciuto male. Una volta compiuto il suo lavoro, Dio si ferma di nuovo a soppesarlo, e stavolta gli scappa un’espressione diversa: non vede più che è cosa buona, ma che è «molto buona» (Gen 1,31).

Che l’uomo sia immagine di Dio comporta intanto che quanto più l’uomo si avvicina a Dio e gli assomiglia, tanto più diventa se stesso. Chi conforma la propria vita su quella di Dio non diventa meno uomo, ma semmai di più e meglio. (E, secoli dopo, significherà anche che l’unico modo coerente per Dio di mostrarsi definitivamente non può che essere che farsi del tutto uomo: Dio non può che essere un uomo perfetto, e l’uomo perfetto è Dio). Ma significa anche che se voglio vedere Dio, devo guardare l’uomo. Ecco perché non bisogna farsi immagini di Dio: perché l’immagine di Dio nel mondo esiste già, è l’uomo che vive.

Ma nel frattempo gli autori di Genesi ci hanno anche riservato un’autentica sorpresa…

Maschio e femmina

«E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò…» (Gen 1,27). Se gli autori della Genesi si fossero fermati qui, il testo sarebbe già stato ricco e coraggioso. Tutto ciò che abbiamo detto prima sarebbe stato già vero. Ma non si sono accontentati: «A immagine di Dio lo (singolare) creò; maschio e femmina li (plurale) creò».

Non possiamo immaginare Dio solo come maschile, e neppure solo come femminile. Dio è entrambi. La sua immagine ci risulta più sfuggente, più sfumata, più ricca e profonda.

È un colpo di scena! Quando Leonardo da Vinci disegna l’uomo vitruviano, l’uomo ideale, disegna un maschio. Potrebbe sembrare scontato che il maschio riassuma in sé anche la femmina. Di sicuro lo era in una cultura, quella ebraica antica, che era fortemente maschilista. Ma gli autori biblici intuiscono che non è bene. «Maschio e femmina li creò». Immagine e somiglianza di Dio non è solo il maschio, ma anche la femmina. Anzi, i due insieme. Non possiamo immaginare Dio solo come maschile, e neppure solo come femminile. Dio è entrambi. La sua immagine ci risulta più sfuggente, più sfumata, più ricca e profonda. E la donna non è la brutta copia dello schiavetto degli dei, bensì è immagine e somiglianza di Dio esattamente come il maschio.

Intuizione che la cultura ebraica (ma anche quella cristiana!) per lunghissimi secoli non ha saputo tradurre in pratica, ma che ha intuito da molto presto. L’essere umano, maschio e femmina insieme, è ciò che posso vedere di Dio nel mondo. E quanto più assomiglieranno a Dio, tanto più umani saranno.

Angelo Fracchia

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Festa dei Popoli a Taranto

Come ogni anno, Taranto festeggia la convivenza dei Popoli

Torna a Taranto la Festa dei Popoli diocesana, manifestazione che, giunta alla quattordicesima edizione, si è tenuta nel pomeriggio di domenica, 14 maggio, presso la Concattedrale “Gran Madre di Dio” di Taranto, sul cui sagrato le comunità etniche allestirono stand culturali, artigianali, gastronomici, mostre, performance e spettacoli folkloristici con canti e musiche etniche.

La Festa dei Popoli diocesana 2017 è organizzata dall’Ufficio diocesano Migrantes di Taranto in collaborazione con diversi uffici diocesani, parrocchie, scuole, scout e associazioni locali: Stella Maris, Comunità Etniche, Missionari e Missionarie della Consolata, Caritas, A.S.E.R., Ufficio Missionario, Missionari Saveriani; l’iniziativa si avvale del patrocinio del Centro Servizi Volontariato Taranto.

Momento clou è la celebrazione eucaristica della Festa dei Popoli diocesana presieduta in Concattedrale, alle ore 16.30, da S.E. Monsignor Filippo Santoro, l’Arcivescovo di Taranto con il quale concelebrerono sacerdoti di diverse etnie presenti nella diocesi; polacca, rumena, albanese, nigeriana, ucraina, eritrea, congolese e cingalese; in questa particolare celebrazione, infatti, si inviterono i presenti ad esprimere la propria fede con i loro suoni e le loro tradizioni.
In seguito i partecipanti effettuarono sul sagrato una visita agli stand culturali con la degustazione dei prodotti tipici preparati dalle varie etnie, nonché assistettero a performance con canti e musiche etniche, intercalate da testimonianze vissute.

La Festa dei Popoli diocesana quest’anno ha come tema “Da sconosciuti a fratelli” e, come ha spiegato il direttore dell’Ufficio diocesano Migrantes, Marisa Metrangolo, «rappresenta un momento molto importante per la città in tema di integrazione, multietnicità e intercultura. È un fattore di coinvolgimento e di attrazione per l’intera cittadinanza, nonché un’ottima occasione per attutire eventuali tensioni sociali». È un fattore di coinvolgimento e di attrazione per l’intera cittadinanza, nonché un’ottima occasione per attutire eventuali tensioni sociali».

«Infatti anche in questa edizione la Festa dei Popoli diocesana – ha poi detto Marisa Metrangolo – si conferma come uno spazio di dialogo tra diverse culture e tradizioni dei popoli, entra in contatto diretto e personale con la “mondialità” che è presente tra noi. Promuove la cordiale convivenza e la reciproca integrazione».

Suor Mariangela Mesina, MC

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Un cuore consolato

Concedi a noi un cuore consolato perché sappia dare consolazione alle genti

« La Vergine Consolata è ineffabile tenerezza materna, è dolcezza e sostegno sublime.
Dolore e consolazione sono i due estremi entro cui scorre l’esistenza umana.
Concedi a noi un cuore consolato
perché sappia dare consolazione alle genti,
perché sappia ben consolare gli afflitti,
condividere, comprendere, offrire, rinnovare.
Dal Paradiso, Madre, fa discendere e maturare in noi la Consolazione.
Inviacela perché rimanga in noi e operi ciò che salva e rallegra.
Siamo incapaci a coltivarla in noi ad esprimerla nel nostro comportamento,
nelle parole, nelle azioni.
Colmaci di consolazione non per noi soltanto, ma per tutti i fratelli (Isaia 61,10-11).
Dacci la capacità di comunicare con tutti,
di annunziare a tutti il Messaggio della Consolazione,
di ravvivare lo spirito degli umili,
di rianimare il cuore degli oppressi,
di mostrare a ciascuno il sentiero della Vita, gioia piena e piena fiducia nell’Ottimo Consolatore.
Che le mie, le nostre parole non impediscano ai semplici di raggiungere la Parola,
che dà vita e consolazione,
ma siano trasparenza e purezza: dialogo d’intesa, di Amore, di Bontà, di Consolazione.»

Che le mie, le nostre parole non impediscano ai semplici di raggiungere la Parola, che dà vita e consolazione

Questa splendida preghiera di Madre Nazarena Fissore (1907-1987), tratta dai suoi appunti personali, può costituire per noi, Missionarie della Consolata, un’occasione di immergerci nella freschezza sempre nuova del pozzo carismatico a cui il Fondatore ha attinto e dal quale ci ha generato.

“Dal paradiso, Madre, fa scendere e maturare in noi la Consolazione”! Quanto abbiamo bisogno, oggi come ieri, di Consolazione, Madre! Quanto il nostro cuore la desidera!

La Consolazione, una volta discesa, chiede di essere custodita affinché maturi. Il nostro cuore diviene spazio vivo e palpitante di maturazione, di crescita del Dono: il deposito – diceva il Fondatore, va custodito, aumentato. La Consolazione allora opera a partire da un cuore che se ne è lasciato colmare. Il flusso della Consolazione lo riempie, lo dilata in una diastole spirituale che è recettività lieta, grata, umile, fiduciosa. Allora il cuore consolato si trasforma in cuore consolatore, sussultando nella sistole del dono, irrorando salvezza e gioia.

Il flusso della Consolazione riempie il cuore, lo dilata in una diastole spirituale che è recettività lieta, grata, umile, fiduciosa. Allora il cuore consolato si trasforma in cuore consolatore, sussultando nella sistole del dono, irrorando salvezza e gioia.

E’ il pulsare della Vita! E’ il battito della Missione! E’ annunciare, ravvivare, rianimare, segnalare il sentiero della Gioia! Ed è tornare a dilatarsi per ricevere, accogliere, e traboccare di nuovo.

Le mie, le nostre parole siano trasparenza e purezza.

Le mie, le nostre parole come arterie vive che veicolano Vita. Canali dilatati dal sussulto del Dono. Niente di più. Niente di meno.

Non divengano mai vasi occlusi che rendono asfittico il cuore!

Non ostacolino il fluire della Consolazione verso tutte le “periferie esistenziali” (Papa Francesco)! Non complichino le strade diritte dei semplici!

Siano pure, siano trasparenti le nostre parole, i nostri gesti, i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri sguardi.

Le mie, le nostre parole come arterie vive che veicolano Vita. Canali dilatati dal sussulto del Dono. Niente di più. Niente di meno.

Trasparenza e purezza, riverbero della luce limpida e intensissima di Dio, attraverso il cuore cristallino di Maria e attraverso il cuore di ognuna di noi, quando si consegna alla dinamica del sussulto dello Spirito, quando è capace di digiuno da tutto ciò che ostacola il circolo della Consolazione, quando si scuote da una quiete che somiglia pericolosamente allo spegnersi del palpito della vita, quando sa rintracciare il flusso di Dio in tutte le cose e tutte le cose nel flusso di Dio.

Sì, concedi a noi, Madre Consolata, un cuore consolato come il tuo!

Suor Simona Brambilla, MC

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Nuova Direzione Generale

L’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata ha la sua nuova Direzione Generale! 

Il Capitolo Generale che si sta volgendo in Nepi (VT) ha eletto la Superiora Generale e le quattro Consigliere che guideranno l’Istituto nel prossimo sessennio. Conosciamo adesso un po’ più da vicino le cinque Missionarie che fanno parte della Nuova Direzione Generale.

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Suor Simona Brambilla

Già Superiora Generale del sessennio che finisce, Suor Simona, italiana, ha vissuto la sua missione in Mozambico, tra il popolo Macua Xirima. Per il Dottorato in Psicologia ha scritto una tesi su questa cultura. Ha già prestato il suo servizio nella Direzione Generale come Consigliera dal 2005 al 2011.

Suor Lucia Bortolomasi

Suor Lucia, italiana, appartiene alla missione di Mongolia, che ha raggiunto con il primo gruppo nel 2003.

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Suor Cecilia Pedroza Saavedra

Suor Cecilia, colombiana, faceva parte della Direzione Generale uscente. Ha lavorato molti anni nella formazione iniziale e ha vissuto la sua missione in Kenya negli anni Novanta.

Suor Generosa Joan Iruma Ireri

Suor Generosa, keniota, era attualmente maestra delle Novizie nel Noviziato Internazionale in Italia. Ha vissuto la sua missione in Colombia e ha prestato il suo servizio come formatrice in Kenya e Italia.

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Suor Maria Conceição Nascimento da Silva

Suor Conceição, brasiliana, ha svolto il suo servizio nella formazione iniziale fino ad oggi. Attualmente lavorava in Brasile come formatrice.

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Occhi per vedere

“Io credo che se l’Allamano tornasse fisicamente e dovesse dirci qual è la prima cosa che dobbiamo fare, continuerebbe a dirci: ‘Abbiate cura della gente, abbiate a cuore la gente’”. (Dario Berruto, già Rettore del Santuario della Consolata)

 

Si è concluso da poco l’Anno Santo della misericordia nel quale, come ci ha ricordato papa Francesco, abbiamo potuto fare “l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica… La Chiesa è chiamata a curare le ferite impresse nella carne di tanti, a lenirle con l’olio della consolazione, a fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta”.

Le ultime parole mi hanno colpito, attirando proprio la “mia attenzione”. La misericordia della chiesa e la sua solidarietà verso “le periferie esistenziali” – sembra dire il Papa – scattano quando con occhio attento si guarda il mondo e le persone che lo abitano. Occhi non distratti o colpiti solo dall’apparenza, ma capaci di leggere dentro, di discernere la realtà e di comprenderne meccanismi e complicazioni che essa nasconde.

Occhi per vedere/capire, ma poi intervenire per “sanare” e cambiare le cose, la società, le persone.

Nella Chiesa, coloro che hanno avuto questi occhi e cuore aperto in modo superlativo vengono talvolta identificati col nome di “santi sociali”, cioè cristiani sul serio che, guardando la realtà con gli occhi di Dio, assumono la causa degli ultimi, degli “scarti” e si danno da fare per promuovere “la vita in abbondanza”, sognata e promessa da Gesù.

La città di Torino è particolarmente famosa per la lunga lista di questi “santi sociali” che, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, si diedero anima e corpo a combattere le piaghe sociali dell’epoca, difendere i diritti dei più fragili e far nascere opere che continuassero l’attenzione agli ultimi della società: torinese o italiana, ma anche più lontano, addirittura fino ai confini della terra.

I loro nomi sono noti, anzi notissimi, come san Giuseppe Cafasso, don Bosco, Cottolengo e Murialdo, la marchesa di Barolo, Faà di Bruno. Ed è una felice sorpresa vedere come la “bibbia” moderna dell’informazione on line, cioè Wikipedia, inserisca nella lista dei santi sociali pure il nostro beato Giuseppe Allamano, anche se con un rapido flash: “fondatore dei missionari della Consolata a favore dei più sfortunati nel mondo”.

Un santo, dunque, che ha spinto il suo sguardo attento non soltanto alla città in cui ha trascorso la vita, ma molto più in là, arrivando fino in Africa e, con la fondazione di due Istituti Missionari, è riuscito a proiettarsi oltre il suo tempo, raggiungendo altri popoli e continenti.

Occhi per vedere/capire, ma poi intervenire per “sanare” e cambiare le cose, la società, le persone.

Un mare di gente

Il periodo storico in cui l’Allamano vive e opera è quello che vede il lungo e complicato travaglio di nascita della nuova nazione, l’Italia, ma anche lo sviluppo convulso dell’industrializzazione che trasforma il volto di Torino con la migrazione in massa dalle campagne verso la città, la nascita del mondo operaio e gli annessi, infiniti problemi, inerenti all’organizzazione sociale del lavoro e dei lavoratori.

Rettore del Santuario della Consolata, ha la fortuna di vivere immerso “in un mare di gente” che ogni giorno frequenta questo tempio, così caro ai Torinesi. Attraverso il ministero della confessione, ma soprattutto nei quotidiani incontri con persone di ogni ceto e condizione, tasta il polso della città, si lascia ferire dalle pene di cui viene a conoscenza, avverte il dramma di troppi che vivono in miseria, sfruttati o dimenticati da chi gestisce il potere pubblico anche se intriso, allora, di appassionato socialismo… respirando, insomma, quello che oggi chiameremmo “il disagio” di una città in crescita.

Non si accontenta, però, di ascoltare, consolare con belle parole o vuoti sermoncini. Si dà da fare, invece, per intervenire concretamente e ostinatamente con la sua saggezza, le sue intuizioni, la sua esperienza e anche… i suoi soldi, favorendo e sostenendo una miriade di “microprogetti” (si direbbe, oggi) di sviluppo e solidarietà: con le operaie della manifattura Tabacchi del Regio Parco, le tessitrici del cotonificio Poma o della fabbrica Brass, le erbivendole di Borgo Dora, persino le sarte (queste ultime, nella Torino del tempo, erano circa 20.000, spesso sottopagate o costrette a orari disumani).

Importante è l’interesse e il sostegno dell’Allamano per la stampa cattolica, prezioso strumento di formazione per la gente e i suoi dirigenti. Anche su questo piano, lui non è “generico”, ma precisa i confini della sua attività, sempre orientata alla promozione umana e cristiana. Testimonierà il suo immediato successore al santuario: “L’Allamano si può definire un pioniere della stampa cattolica perché, quando il giornale L’unità Cattolica venne trasportato a Firenze, egli intervenne subito e disse: L’Unità Cattolica va a Firenze per morirvi. Se l’Arcivescovo mi dà l’autorizzazione, in pochi giorni raccoglierò i fondi necessari per fondare un nuovo giornale!”. Raccoglie, infatti, circa centomila lire e viene fondato il nuovo giornale, L’Italia Reale.

È anche uno dei protagonisti nella fondazione de La Croix, il più famoso giornale cattolico europeo. Senza dimenticare che, con Giacomo Camisassa, suo braccio destro, darà il via a “La Consolata” (oggi “Missioni Consolata”): un modesto bollettino che, dalle notizie sul santuario mariano raccontate all’inizio della sua storia diventerà, in seguito, la voce delle missioni in Africa e delle attività dei missionari.

Attraverso il ministero della confessione, ma soprattutto nei quotidiani incontri con persone di ogni ceto e condizione, tasta il polso della città, si lascia ferire dalle pene di cui viene a conoscenza, avverte il dramma di troppi che vivono in miseria, sfruttati o dimenticati da chi gestisce il potere pubblico anche se intriso, allora, di appassionato socialismo… respirando, insomma, quello che oggi chiameremmo “il disagio” di una città in crescita.

Elevare l’ambiente

Questa attenzione del nostro fondatore alla società, alla gente, alle singole persone continua nello stile di evangelizzazione dei suoi missionari, fin dall’inizio. Arrivati in un Paese sconosciuto, così diverso per tradizioni culturali, valori e struttura sociale, vengono da lui sollecitati a “osservare e annotare” ciò che vedevano per poi “elevare l’ambiente” (oggi parleremmo di trasformazione sociale) e rendere questi nuovi popoli “più felici su questa terra”, attraverso – diremmo sempre oggi – la “promozione umana”.

Questi obiettivi, i suoi missionari tentano di realizzarli nel contatto quotidiano e diretto con la gente, attraverso soprattutto la “visita ai villaggi”. Fu questo un mezzo apostolico duro e faticoso, spesso carico di delusioni. Ma l’Allamano ci teneva troppo, avendo constatato quanto fossero importanti e insisteva continuamente perché i suoi missionari vi rimanessero fedeli quando la stanchezza spingeva a diminuirle. Indicava loro il metodo delle visite, che non dovevano ridursi a semplici passeggiate, ma a degli autentici incontri, dove i villaggi più bisognosi e gli ammalati avessero la precedenza. Le visite ai villaggi costituiranno, nel metodo missionario dell’Allamano, “gli occhi e il cuore” per leggere, capire e cambiare la realtà. Tanto che nella relazione presentata a Propaganda Fide, il 24 settembre 1908, scriveva: “Come conseguenza delle quotidiane visite ai villaggi, si notò una crescente trasformazione dell’ambiente pagano”.

Una vera immersione tra i poveri, nella quale si suscitava fiducia e con la fiducia si creava la disponibilità ad accogliere non solo il messaggio del Vangelo, ma anche la spinta per una vita migliore, più umana, più degna dei figli di Dio.

Una vera immersione tra i poveri, nella quale si suscitava fiducia e con la fiducia si creava la disponibilità ad accogliere non solo il messaggio del Vangelo, ma anche la spinta per una vita migliore, più umana, più degna dei figli di Dio.

Qualche anno fa, a Torino, in preparazione alla festa del beato Allamano, furono organizzate tre serate originali, dal titolo “Dialoghi con la città”. L’iniziativa era partita dalla constatazione che l’Allamano, Rettore della Consolata e fondatore di missionari, era stato un prete molto coinvolto nella realtà socio-ecclesiale della sua città, tanto da arrivare perfino a introdurre, nella formazione dei giovani sacerdoti freschi di ordinazione, lezioni sul lavoro e i problemi sociali.

Tra i vari relatori, c’era anche p. Ugo Pozzoli, attuale consigliere generale dei Missionari della Consolata, che volle presentare all’uditorio questo prete, aperto a tutti i problemi della gente di Torino del primo ’900, così: “Egli aveva l’occhio aperto per vedere, capire ed agire. Si impegnò per promuovere, incoraggiare, sostenere nuove forme, anche ardite, di presenza nel contesto della città. Oggi lui non c’è più, ma ci sono i missionari e le missionarie della Consolata con le loro comunità, dove questo spirito dell’Allamano ancora vive”.

Oggi lui non c’è più, ma ci sono i missionari e le missionarie della Consolata con le loro comunità, dove questo spirito dell’Allamano ancora vive”.

 P. GIACOMO MAZZOTTI, IMC, Postulatore generale
della causa di Canonizzazione del Beato Allamano

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