Il più sublime dei ministeri

Enkh-Joseph è il primo sacerdote cattolico della Mongolia. È stato ordinato nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo il 28 agosto 2016, alla presenza di quasi tutti i fedeli cattolici del Paese, oltre che di molti ospiti stranieri. La Chiesa Cattolica in Mongolia conta poco più di 1500 battezzati ed ha accolto con gioia questo evento storico.

La storia vocazionale di Enkh inizia in famiglia, quando le sue sorelle maggiori si avvicinano alla Chiesa e ricevono il battesimo. Nel giro di poco tempo si interessa anche lui della loro vicenda e comincia a frequentare la neo-istituita parrocchia della cattedrale di Ulaanbaatar. Quando l’abbiamo conosciuto noi era un ragazzino timido e gentile, che cominciava a porsi delle domande importanti. Suo papà era morto quando lui era piccolo e la mamma, quando sente del suo desiderio di entrare in seminario, rimane un po’ titubante; così Enkh accetta il suo consiglio di concludere prima l’università e si iscrive a un college di Ulaanbaatar. Il diploma arriva presto e a questo punto la mamma non oppone più resistenza. È pronto per il seminario: ma quale, visto che in Mongolia non ce ne sono? La diocesi coreana di Daejeon è in ottimi rapporti con la Prefettura Apostolica di Ulaanbaatar e così Enkh inizia il cammino di formazione presso quel seminario, reso più impegnativo a motivo della lingua diversa che il neo-seminarista doveva imparare; anche se adesso parla meglio di un Coreano, dicono. Più di sette anni di studio e finalmente il grande giorno.

L’evento – di portata storica – è stato preparato per mesi da un’apposita commissione. Visto che la capienza della cattedrale è di 600 posti, si è dovuto allestire uno spazio all’esterno e nella vicina palestra dei Salesiani, per consentire alla gente di seguire da vicino la liturgia. Erano presenti, oltre al vescovo locale mons. Wenceslao Padilla, il nunzio apostolico in Corea e Mongolia mons. Osvaldo Padilla e il vescovo della diocesi coreana di Daejeon, mons. Lazzaro You, insieme ad alcune autorità civili e religiose. Durante la cerimonia è stato molto toccante il momento in cui l’abate buddhista Choijamts, figura autorevole e ben nota del Buddhismo mongolo, ha voluto salutare il novello sacerdote e fargli scendere dal collo lungo le spalle una sciarpa azzura in segno di rispetto. Un gesto molto simbolico che parla al cuore della gente e dice dignità, riconoscimento, onore. Al termine della celebrazione è arrivato anche il sacerdote ortodosso della chiesa della Santissima Trinità di Ulaanbaatar, non lontana dalla cattedrale cattolica. Un altro gesto di grande significato, questa volta ecumenico: padre Alexey ha omaggiato don Enkh di un bassorilievo a icona, che rappresenta S. Nicola, venerato tanto dagli Ortodossi quanto dai Cattolici.

 

Il giorno seguente ha avuto luogo la prima Messa presieduta da don Enkh. Il clima era più raccolto, molta meno gente e più spazio ai sentimenti. Nell’omelia don Enkh ha voluto soffermarsi sul versetto biblico scelto per l’occasione: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). Oltre a sentirsi chiamato come il giovane Samuele (il brano tratto da 1Sam 3 era la prima lettura del giorno prima), Enkh ha ricordato il momento in cui ha sentito in maniera nuova la forza della croce: “Era il lunedì dell’Angelo dell’anno scorso; tutto avrebbe dovuto essere in festa, ma io non riuscivo a percepire la gioia della risurrezione. Riflettendo capii il motivo: non avevo voluto partecipare alla croce del Signore; ecco perché adesso non potevo provare l’immensa gioia della sua risurrezione…”. E si augurava di saper seguire il Signore sempre e comunque, per poter irradiare la Sua vita nel ministero sacerdotale.

Dalla piccola comunità di Arvaiheer erano in 15 e tutti hanno partecipato con molta commozione alla S. Messa del novello sacerdote. Chi, come Perliimaa-Rita, è arrivata alla fede ormai avanti negli anni, era ancora più felice nel vedere un giovane mongolo diventare prete; era convinta, come tutti del resto, che saprà raggiungere il cuore delle persone e contribuire in maniera decisiva al processo di inculturazione della fede in Mongolia. C’è anche un senso di soddisfazione nel constatare che “uno dei nostri ce l’ha fatta”: è la promessa di future vocazioni; altri, vedendo il suo esempio, ne seguiranno le orme. Per loro il momento forse più emozionante è stato quando il giorno della prima Messa don Enkh ha speso più di mezz’ora per imporre le mani su ognuno dei convenuti. “Vedere un sacerdote mongolo benedire la gente è stato molto commovente – confida Diimaa-Elizabeth – un gesto che fino ad ora avevamo visto compiere solo dai missionari ora lo compie un nostro giovane. È bello pensare che don Enkh sia diventato canale della benedizione divina”.

È quello che auguriamo anche noi a don Enkh: vivere il sacerdozio come lo visse il Beato Allamano, sempre docile allo Spirito che lo volle usare come conca dove la Grazia si posava e come canale che la lasciava scorrere sulla gente.

Comunità IMC e MC di Mongolia

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All’inizio erano bianchi

L’albinismo nella cultura macua-xirima

Vopatxerani vo Namuli atthu othene
yakhumale munapwereni.
All’inizio namulico tutte le persone
venivano dall’ albinismo (erano bianchi)

Introduzione

Viaggiando sempre in bicicletta, soprattutto di giorno con il cielo sereno e il sole che picchia senza pietà, anche la pelle di un europeo diventa scura a vista d’ occhio. Dopo un giorno di bicicletta da Maúa a Nipepe, sono arrivato a destinazione ben abbronzato e scherzando ho detto ai ragazzi che con qualche settimana in più sarei  diventato con la pelle uguale alla loro. Un anziano, ascoltando la mia Battuta, subito intervenne dicendo:

Vopatxerani vo Namuli othene hiyo
nakhumale munapwereni.

All’inizio namulico tutti venivano dall’ albinismo (erano bianchi).

Voleva dire che all’ inizio Dio creò tutti bianchi e, in verità,ogni neonato xirima nasce bianco, é solo dopo breve tempo che diventa scuro.

Come non sapevo ciò che significava il locativo  di interiorità “munapwereni”, mi hanno spiegato che si trattava delle persone che nascevano albini. Mi sono ricordato allora del fenomeno che in Europa è molto raro, in quanto che in Africa, anche nel Niassa, è abbastanza frequente incontrare in ogni villaggio casi di albinismo. Per  associazione spontanea ho pensato in un articolo di una rivista missionaria che denunciava la caccia agli albini per il commercio infame nel Tanzania.

Assalito dal dubbio  che tale commercio potesse succedere qui, non lontano dal territorio Tanzaniano, di proposito ho dato ai ricercatori il tema dell’albino per conoscere come è considerato e trattato dalla etnia xirima.

Ovviamente per intendere l’ albino nella biosofia e biosfera xirima sarà necessario prescindere dal concetto scientifico che considera l’albinismo una anomalia organica  congenita che consiste nella diminuizione,  carenza o mancanza totale di pigmento nella pelle della persona umana come anche degli animali.

Lo stesso fenomeno succede con gli alberi che per mancanza di clorofilla producono foglie bianche e non verdi.

per intendere l’ albino nella biosofia e biosfera xirima sarà necessario prescindere dal concetto scientifico che considera l’albinismo una anomalia organica congenita

1. Etimologia di napwere

Secondo alcuni ricercatori “napawere, sostantivo di prima classe, la classe del significato importante, è un derivato del verbo transitivo “opwera” che significa provocare, irritare, indisporre continuamente. Come sostantivo significa il molesto/noioso/fastidioso. In questo caso fa emergere il fatto sgradevole che l’ albino può avere cattivo odore e così indisporre i vicini.

Napwere onnahima opwera, oruha erisa
opwera khantthuna atthu,

L’albinismo significa indisporre, provocare cattiva sorte.
Le persone non vogliono molestie.

2. Onapwere xeni?
Che cos’ è l’ albinismo?

L’albinismo è conosciuto dalla  tradizione xirima, consiste nella pelle bianca e delicata, emana cattivo odore e facilmente (con infezione)infetto. Nonostante questo fenomeno fisico non esclude gli infetti dal convivio con la gente.

Makholo ahu ti yasuwenle onapwere,
mwa yawi napwere onahima ethatuwa y’atthu,
nto ti mutthu ntoko mutthu mukina,
ohiyanne makhalelo a nikhuli,
onakhala mutthu òttela ntoko ephepa,
wakuva woneya ntoko mwalaku òttela.

I nostri antenati conoscevano l’albinismo,
per loro l’ albinismo significa transformazione della persona,
però l’ albino è persona normale,
l’ unica differenza è la pelle,
è persona bianca come farina,
facile da vedere come una gallina bianca.

Napwere mutthu onlikana ntoko mukunya,
nikhuli nawe ti nottela, nowolowa,
norekeseya, nottettheya, nowakuva opereya:
maihi awe ntxalu, maitho awe òtxeremela,
maino awe khanattela, iyano sawe sinakhala sohuleya,
ntoko okhalano makhuli meli nari ikhalelo pili.

L’ albino è persona che si assomiglia all’ europeo,
la sua pelle è bianca, leggera e delicata,
si screpola facilmente e i suoi capelli sono gialli,
gli occhi luminosi, i suoi denti scuri,
la sua bocca semiaperta: è come se avesse due pelli
o due modi di esistere.

Eretta ya napwere eyareliwo, khemurette:
omuyara napwere khonsuweliwa,
napwere khanlattiha, yovaha ela khenthanliwa.
erutthu awe watta nihiriri, enotepa wunkha
ni yosareya makhwatta

La malattia dell’ albinismo viene dalla nascita, non c’ è rimedio,
non si sa come generare un albino,
non si  può imitare,
questo dono non si sceglie,
il corpo dell’ albino emana cattivo odore è purolento.

Napwere ti mutthu ntoko mutthu mukina, 
onnathela ni onnatheliwa.
amuyará mwan’awe, onakhala òripa.

L’ albino è persona normale, si sposa ed è sposata,
e se genera figli sono neri.

L’ albino è persona normale, si sposa ed è sposata, e se genera figli sono neri.

3. Mawoko a onaperuwe
Le cause dell’albinismo e il destino degli albini

Essendo logica per natura e credendo nel principio della casualità (il “per caso” è eresia costituzionale), anche nel caso dell’ albinismo, la biosofia e biosfera non lasciano di chiedersi e cercare le cause di questa metamorfosi, di questo cambiamento dal colore nero al colore bianco.

In primo luogo, il malessere degli albini proviene dalla forte luce del sole. Per mancanza di pigmento di difesa nella pelle soffrono più in estate, dominata dal sole, meno nel tempo delle piogge dovuto all’ombra delle nuvole e frescore della pioggia. Sono allergici al sole.

In secondo luogo, per la biosofia e biosfera xirima l’ albinismo ci rimanda alle cause morali, come disunione domestica, comportamenti sessuali irregolari. Per questo gli albini anticamente conducevano, e in parte anche oggi una esistenza di isolamento e segregazione, condannati a vivere soli quasi o come i lebbrosi.

Omuyara napwere ti wihuwa wa nikholo 
ti etathuwa wa nikholo.

Generare un albino è l’ originarsi dell’antenato,
è il trasformarsi dell’ antenato.

Napwere ti owitxentxa onatthara ehuhu ya eyakha. 
Elimwe onimwaleya/onimwathaleya niwoko na nsuwa.
Tthiri napwere khantthuna wopeliwa/omaniwa nsuwa,
ori mwinana a nsuwa, awehaka ntoko khanòna.
Ehuhu ene yele napwere onakhala ohawa ni osara makhwatta.
Asareya makhwatta onakhala owinkha.

L’albino cambia conforme il tempo dell’anno.
Nell’estate calda  gli si screpola la pelle per causa del sole.
In verità, all’albino non piace il sole, è suo nemico,
quando guarda, sembra che non riesca a vedere,
in questo stesso periodo stagionale lui soffre molto
e si riempie di piaghe purulente e di cattivo odore.

Eyita khaniwana ni nsuwa. makhwatta awe anovukuwa
niwoko na muttusi wa mahutte.
Eyita yakhuvela napwere onnatteliwa
Ehuhu ene yele onnatteliwa ni onakhala ohakalala,
niwoko onatthuna morirela.

Nel periodo delle piogge l’ albino non odia il sole,
perchè le sue piaghe diminuiscono, dovuto all’ ombra delle nuvole,
per questo in questo periodo stagionale lui è contento, perchè gode della frescura.

Khavo onatthuna okhala napwere,
onnètta ni wova, othanana ni ohawa kwekwe,
imaku/makhwatta awe khanimmala.
ti mutthu ohirammwa ni oharahariwa,
othanyiwa ni ohitthuniwa ni atthu,
opottha awe khommala.

A nessuno piace essere albino,
perchè cammina sempre con paura, con tristezza e sofferenza,
le sue ferrite non cicatrizzano mai,
è persona non stimata, perseguitata  disprezzata,
non amata dalla gente, non finisce mai la sua schiavitù.

Mpuwa mwa makholo ahu napwere orwiye
niwoko nohiwanana ni novanyihana anamuthelana,
mwaha woraruwa, niwoko nowàtxentxa alopwana.
Tivanto makholo yálelaya amusi aya
wera muhiraruweke munomuyara napwere, onkhala ntoko mutthu a makokho

Per i nostri antenati l’ albino è nato
perchè gli sposi non si capivano e discutevano tra di loro,
per l’ adulterio, per cambiare molti uomini.
Per questo gli antenati consigliavano
i loro parenti e non  essere adulteri,
perchè avrebbero generato albini e si tornavano lebbrosi.

Mpuwa wa makholo ahu napwere khalai khatxa ni atthu,
nto ànatxa mekhaiye, akhalaka owany’awe.
Siso olelo tho khantthuna okilathi ni atthu,
ni wàphwanyá atthu etheyaka, ononyonyiwa,
khanrapa ni atthu, ti oruttu kwekwe.

Secondo i nostri antenati
l’ albino anticamente non  mangiava con la gente,
ma mangiava da solo, rimanendo nella sua casa.
Così anche oggi lui non si siede con le persone,
e se incontra la gente che ride si arrabbia,
non entra nell’ acqua con la gente, è sempre indisposto.

Khalai okhwa wa napwere wánavila osuwela,
khakhwela vate nari khavithiwa ni akhwiye akina,
anavithiwa ahikhwiye ntoko namakokho,
attiyeliwene mukhukuni, tivanto ekhapuri awe ahóneyaya,
tthiri yàri orikarika wona. Muluku pahi t’asuwela okhwa ni ekhapuri ya napwere.

Anticamente era molto difficile sapere della morte di un albino,
perchè non moriva in famiglia
neanche si sotterrava con altri defunti,
ma era seppellito vivo come un lebbroso,
chiuso dentro la sua grotta,
per questo la sua tomba non era identificabile,
era difficile vederlo,
solo Dio sapeva della morte e la tomba di un albino.

A nessuno piace essere albino, perchè cammina sempre con paura, con tristezza e sofferenza, le sue ferrite non cicatrizzano mai

4. Ikhalelo pili sa onapwere
Ambivalenza e ambiguità dell’ albinismo

Il fenomeno fisico dell’ albinismo non esclude gli albini infetti dalla convivenza normale. La biosofia e biosfera xirima ripetutamente afferma che l’ albino è persona normale, nonostante la fragilità della sua pelle. Loda le mamme che accettano e rispettano figli albini come doni di Dio, condanna categoricamente chi elimina gli albini predicendo un altro albino come castigo.

Gli albini sono doni di Dio, doni speciali, dentro della normalità e allo stesso tempo fuori della normalità e pertanto è necessario rispettare questa sua dualità “namulica”, perchè vive in lui due mondi, l’emismero dell’aldilà e quello di quà (presente), di modo che per un lado l’albino è grazia, buona fortuna, rimedio benefico, per altro lato può tornarsi disgrazia, cattiva sorte e rimedio malefico. In questa ambivalenza e ambiguità vivono, prosperano e nello stesso tempo gli albini soffrono.

Napwere mutthu, asitith’awe anakhala oripa,
mene owo onakhuma mekhaiye, ntoko mutthu a mirirya.

L’albino è persona normale, i  suoi genitori sono neri,
ma lui nasce diverso, come persona speciale.

Napwere mutthu a miruku, owisumalihaxa,
owittittimiha, ohithonyeraka, ohikhulanana, onveka isumalihaka,
ekhalelo awe ti yowiwananeya,
ontthuna wetta ni akhw’awe,
othowela wiwa milattu sawe, ni onètta ni mikho sawe.

L’albino è persona saggia, casta, modesta, umile e pacifica,
chiede con rispetto (deferenza), di comportamento sociale,
cammina con il suo prossimo e vive con i  suoi tabù.

Asimaye òrera murina yàyará anapwere,
ti onàsivela ehakalalaka onyala,
niwoko àkhalano mahala matokotoko.
Omwiva/omuriha napwere ti yottheka
enamunanariha Muluku,
werá siso, onotthikela omuyara yowo.
Napwere khanatheiwa, wamutheyá onomuyara tho.

Le mamme dal cuore buono se generano un albino,
sono contente e si allegrano molto, perchè ricevono una grande grazia.
Uccidere o eliminare l’albino è peccato che offende Dio,
se tu lo fai, ritornerai a generare un altro albino.
Non si tiene poco conto dell’albino,
se lo fai, vai generarne un altro.

Vanano napwere onimwera olakaseya,
khanòneya sawasawa ehuhu ya khalai,
niwoko vanano makholo ahu àhòna phama omukhapelela napwere,
vanano onavara miteko sothene va valaponi,
ohithanyiwaka nari ohimusempaka sawasawa ehuhu ya khalai.

Attualmente l’albinismo sta diminuendo,
non è visibile/frequente come nel passato,
perchè ora gli anziani pensano bene di prendersi cura dell’albino,
ora lui fa tutti i lavori normali,
senza essere disprezzato e evitato (schivato) come nel passato.

Mwa Makholoni mwahu napwere mwerutthuni mwawe
òkhalano minepa mili:
munepa wa okumi, wa ankhili wa eparakha
ni tho munepa wa nikhupanyo.

Per i  nostri antenati
l’albino ospita nel suo corpo due spiriti
(è anfibio/ambivalente, doppio):
lo spirito della  vita e della sapienza
e anche lo spirito del  lamento/sofferenza.

Per i nostri antenati l’albino ospita nel suo corpo due spiriti: lo spirito della vita e della sapienza e anche lo spirito del lamento/sofferenza.

5. Napwere: naparakiha, namutatxihiha
Albinismo fonte di fortuna e di ricchezza

Omuyara napwere eparakha.
Naparakha òpatxera ti napwere.
Otheliwa ni napwere oruha eparakha.

Generare un albino è (buona) fortuna,
è grande fortuna,
sposarsi la donna con un albino è fortuna.

Napwere ehime ya muhakhu,
namathatxiriha a atthu.
tivanto onahaweleyaiye ilapo sikina,
wona wi yole onamuhawela onàsa othatxiri,
napwere erutthu awe yothene,
anyi impari sothene sa erutthu awe
siri mirette sinaruha othatxiri ni muhakhu.

L’albino è fonte di ricchezza, arricchisce le persone (gente),
per questo è cercato in altre terre (posti),
tutto il suo corpo, si, tutte le sue membra
sono medicine che danno profitto.

Napwere muthiyana otthuneyaxa ni alopwana,
mulopwana onamukoniha napwere
onomwara etthoko awe,
hapo napwere muthiyana osiva onyala.

La donna albino è molto cercata dagli uomini,
l’uomo se vuole relazioni con una albina
distrugge la sua famiglia, perchè lei soddisfa molto.

Napwere: epahu ni murette sonanara

Albinismo: cattiva sorte (maledizione) e medicina malefica

Napwere ekhalelo awe wopiha:
anamwane ohimukhovelela aviraka anomova.
napwere omuronya omwene,
vantxipalexa omwara itthoko,
niwoko napwere muthiyana ori otikana ni osiva onyala
wàpwaha athiyana akina, vokumna ni alopwana

L’albina è pericolosa,
i bambini che non sono abituati,
hanno paura quando passa un albino.
L’albino non merita il  regno (reinado), sopprattutto distrugge la famiglia,
perchè la donna albina è più intense (gradevole) e piacevole
che le altre donne negli incontri con gli uomini.

Vankonaiye napwere, murette mutokotoko.
erutthu yothene ya napwere
ti yotthuneya ilapo sikina
ntoko otthanka ni Kenya,
niwoko ti murette mutokwene.
ni ehako ya anamathelana.

Dove dorme l’albino, è luogo di grande medicina,
tutto il suo corpo è cercato da altre nazioni
come nel Tanzania e nel Kenya,
perchè è grande medicina, è indovina (adivinha) per gli sposi.

Generare un albino è (buona) fortuna, è grande fortuna, sposarsi la donna con un albino è fortuna.

6. Napwere ni Muluku Namúli
Albinismo e Dio namùlico

L’ ambivalenza e ambiguità dell’albinismo è anche evidenziato dai testi di tematiche teologiche.

In primo luogo si arriva a far ricordare che all’ inizio namulico Dio ha generato figli bianchi, segno che ancora oggi continua, perchè i neonati sono così quando vengono alla luce.

Ma i testi tardano a dichiarare che gli albini sono figli di Dio, sono solamente manifestazione della forza misteriosa di Dio, sono sopprattutto doni di Dio, un dono ambivalente e nello stesso tempo ambiguo ma sempre un dono che Dio dà e che l’uomo deve ricevere con rispetto, non pensando di eliminarlo.

Direttamente o indirettamente, latente  o manifesto, la biosofia e biosfera xirima con i  suoi testi ripetuti insistentemente denunciano un comportamento che serpeggia nel commercio nascosto in questi giorni, denunciato chiaramente in Tanzania: l’ abuso,  la vendita, l’ eliminazione della vita degli albini per fabbricare medicine di profitto. Questo fenomeno spiega perchè, anticamente come ancora oggi si afferma, è difficile conoscere la tomba dell’ albino: è una espressione eufemistica per dire che gli albini erano e sono schiavi, vittime di speculazione lucrativa immorale, morti a causa del loro corpo, che è usato per fabbricare medicine, per finalità illecite e disoneste.

Torna evidente l’ ambiguità che avvolge tutti i  testi teologici attorno all’ albinismo. Da una parte sottolinea la dimensione della manifestazione (ieròfana) del fenomeno albinico, dall’altra questa dimensione favorisce dello sfruttamento dei commercianti, perchè essendo una metamorfosi che Dio ha dato all’ uomo, questo cede facilmente alla tentazione di fare commercio lucrativo e disonesto.

Vopatxerani vo Namuli atthu othene
akhumale munapwereni.

All’inizio namùlico tutte le persone
venivano dall’ albinismo (erano bianchi).

Napwere mutthu a Muluku.
mwana ni yovaha ya Muluku.
onnìnnuwa ni ikuru sa Muluku.

L’ albino è creatura di Dio, è figlio e dono di Dio,
cresce con la forza di Dio.

Omwíva napwere Muluku omunanara,
niwoko omwìva mutthu ti yottheka yohileveleleya.
Alavilavi yamuyará napwere,>
annàsa omwìva, emutthekelaka Muluku.
Ohimutheyé maye omuyanre napwere
khatthunale, Muluku t’otthunne
ni onattittimiha sothene opattuxalaiye.
Napwere nihimuthanye,
niwoko ori mwana a Muluku, ti yovaha ya Muluku,
oyara onavaha Muluku.

Uccidere un albino scontenta Dio,
perchè uccidere una persona è peccato imperdonabile.
I cattivi se generano un albino, cercano di ucciderlo offendendo così Dio.
Pertanto non rida la madre che ha generato un albino,
lei non l’ ha voluto, è stato Dio che lo ha voluto,
lei rispetti tutto quello che Lui ha creato.
Non disprezzare un albino,
perchè è figlio di Dio, è un dono di Dio,
generare è un dono di Dio.

Muluku Namuli pahi
t’onasuwela okhwa wa napwere,
onètta ni ontthuniwa ni minepa.

Solo Dio namùlico sa della morte di un albino,
cammina ed è amato dagli spiriti.

Kula erukulu yòkhala ni mukhalelo aya,
ekina enàttela wàyara anapwere,
ekina anàtta anamakokho,
Muluku sopattuxa sawe khanavaha etthu emosá.
Avahá etthu ele kahiyene ohasula,
ntoko napwere ovahiwe ni Muluku
ni ipwi ahùluvanle yeyo eri yovaha ya Muluku,
kahiyene malavi nari otapaniwa,
Opanke Muluku khavo onavanya.

Ogni famiglia ha le sue caratteristiche,
una con molti albini, altre con molti lebbrosi,
perchè Dio non da una cosa sola alle sue creature.
Nel caso che le dia, non è per far soffrire,
come un albino che riceve da Dio capelli bianchi prima di invecchiare,
è un dono di Dio, non castigo o maledizione,
perchè quello che Dio fa, nessuno  osi  criticare.

Napwere esyó ya Muluku
mpattuxa sothene.
Napwere eyoniheró etokotoko ya Muluku,
wera atthu óripa akunyá.

L’ albino è seme di Dio, generatore di tutto,
l’ albino è grande manifestazione di Dio,
nel modo che il nero diventa bianco.

Ekumi yothene ya napwere ti yomòva Muluku,
khweli Muluku khannanariwa ni napwere.

La vita dell’ albino è piena del timore a Dio,
in verità Dio mai si arrabbia con l’ albino

L’ albino è seme di Dio, generatore di tutto, l’ albino è grande manifestazione di Dio, nel modo che il nero diventa bianco.

6. Albinismo e la fede cristiana

La sofferenza che accompagna tutta la vita degli albini, l’ isolamento nel quale sono condannati a vivere, la sua morte misteriosa, l’ abuso e perfino  il delitto contro la sua vita per guadagni immorali, ricordano al cristiano xirima soprattutto nel periodo  liturgico della Quaresima, quando pensa intensamente nella passione di Gesù. Le viene spontaneo identificare il destino dell’ albino con quello di Gesù, l’ albino di Dio per antonomasia, come il testo relazionato a Maria lo sa esprimere magnificamente: Maria è l’ albina di Dio perchè potesse generare l’ albino di Dio, Gesù.

Anche e sopratutto nel contesto cristiano si denuncia apertamente o di nascosto l’ ingiustizia in relazione agli albini, di modo che i  testi sono un’ allerta e una denuncia di un male reale ma ancora nascosto e non ben percepito e denunciato come tale.

 

Yesu- Gesù

Oharahariwa ni okaporo wa napwere
onlikana ni ole wa Yesu, asondiwe ahitthenke,

La persecuzione e la schiavitù dell’ albino
è simile a quella di Gesù, perseguitato senza colpa.

 

Okhwa wa napwere ti wothananiha.
Ntoko okhwa wa Yesu vamuttandani.

La morte dell’ albino è lamentevole,
come la morte di Gesù sulla croce.

 

Ekhapuri ya napwere
khenathatanyihiwa ni ikhapuri sikina,
ntoko Yesu Kristu asunkiwe munikhukuni mekhaiyeru.

La tomba dell’ albino non si unisce alle altre,
come Gesù Cristo è stato sepolto da solo in una grotta.

 

Napwere athipeliweru, ekhapuri awe khentthuttu.
siso tho Yesu kristu ari mutthu a marikarika,
mukhapurini mwawe khaphwanyiwe,
t’ovinyerenrihiwe mokhwani.

La tomba dell’ albino si può aprire, ma non si incontra nulla,
così anche Gesù Cristo, persona delle meraviglie,
nella sua tomba non è stato incontrato,
perchè è stato ressuscitato dalla morte.

 

Erutthu ya napwere ti erutthu ene yele
anakoso othene anasasaya,
siso tho Yesu ti mutthu ohaweleya ni atthu
wera àvuluxe ni àlamihe.

Il corpo dell’ albino è quello
che sopratutto cercano tutti i commercianti,
così come Gesù è la persona
che tutti vogliono perchè li salvi e li curi.

 

Napwere mutthu osiveliwa ni anamuhakhu,
vahera Yesu àsiveliwa ni atthu òhawa ni tho òthanyiwa.

L’abino è persona desiderata dai ricchi,
così come Gesù è apprezzato
dalle persone povere e disprezzate.

 

Mwekristuni Yesu Cristu khanikhuli, ori ntoko napwere.
Yesu ti atthu a makhuli othene a elapo ya vathi .

Per la fede cristiana Gesù Cristo non ha il colore della pelle,
è come l’ albino, è di tutte le pelli del mondo.

Napwere naparakha t’ottharatthariwa.
Napwere namahala nlitti nawe khannixa:
siso yamukhumelela Yesu.

L’ albino essendo una persona di buona fortuna è ricercato,
essendo buono riceve una tomba in superfice,
così come è successo con Gesù.

 

Napwere naparakha,
siso tho Yesu Kristu naparakha àtthu othene.

L’ albino è persona di buona fortuna,
così anche Gesù Cristo è la buona fortuna per tutti.

Per la fede cristiana Gesù Cristo non ha il colore della pelle, è come l’ albino, è di tutte le pelli del mondo.

 

Maria

Eparakha ya onapwere ennùpuxera mahala othene,
ethatuwa yele etokotoko Maria yàkhenlaiye ni Muluku, wera amuyare napwere /naparakhiha/
namathatxiriha a Muluku, Yesu Kristu.

La fortuna dell’ albinismo fa ricordare  tutti i  favori,
tutta quella grande trasformazione che Maria ha ricevuto da Dio
per dare alla luce Gesù Cristo, l’ albino di Dio,
l’ autore della buona fortuna e della ricchezza di Dio.

 

Mwekristuni onapwere onlikana nihiku na Pentekoste:
nihiku na eparakha ni nothatxiriha
savaha sa Munepa Wottela.

Nel cristianesimo l’ albinismo è come il giorno di Pentecoste,
giorno di buona fortuna arricchito dai doni dello Spirito Santo.

Mwekristuni makhwatta a napwere
anùpuxera makhwatta a Lazaro.

Nella fede Cristiana le piaghe dell’albino fanno ricordare
le piaghe di Lazzaro.

P. Giuseppe Frizzi, imc

Centro Xirima

 

 

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Cercatori d’acqua

Quando la solidarietà ha il sapore dell’acqua

Non c’è dubbio: il problema dell’acqua ci preoccupa molto qui in Bolivia. Soprattutto la parte occidentale del paese, che corrisponde alle valli e altipiano andini, hanno avuto una caduta nella quantità di precipitazioni degli ultimi quattro anni, e non c’è bisogno dei dati di una stazione meteorologica per rendersene conto: nella nostra breve memoria storica in Vilacaya (quattro anni e mezzo) lo abbiamo constatato, ogni anno le piogge iniziano più tardi e terminano presto, mettendo a dura prova le risorse idriche, sempre più scarse.

E’ in questa situazione critica che si sono presentati nel nostro piccolo paesino di campagna Andrea e Roberto, due geologi italiani che fanno parte della ONLUS “La Lokomotiva” che ha come ideale: “Acqua potabile per tutti”. Li abbiamo conosciuti in Italia e con la nostra congregazione già hanno realizzato un pozzo in Mozambico.

Appena arrivati in loco si sono dati da fare: dopo un lunghissimo viaggio intercontinentale, non sono nemmeno andati a riposare e ci hanno chiesto di condividere le nostre impressioni e di dare le prime informazioni sul luogo. Da subito li abbiamo sentiti come gente di casa, e credo che anche loro si sono sentiti a loro agio. La nostra gente era molto emozionata e vibrante di aspettative per il loro lavoro: davvero l’acqua è vita, e lo sa bene chi deve usarla con il contagocce a causa della desertificazione imperante.

A turno gli uomini si sono messi a disposizione per accompagnarli lì dove Andrea e Roberto lo richiedessero. Su e giù per il letto del fiume, lì dove prima c’erano sorgenti che si sono prosciugate, e poi ai pozzi esistenti per calcolare il livello e la portata dell’acquifero. Nel mentre le donne si sono impegnate a far trovare loro saporite empanadas, bibite e quant’altro.

Mi sono, poco per volta, rilassata: l’incontro con altre culture è arricchente ma può anche dare origine a scontri. I due “gringos” si sono dimostrati particolarmente aperti alle novità e sommamente rispettosi (più passa il tempo, e più mi sento una mamma iperprotettiva della mia gente!)

Alle volte li accompagnavo, ed ho scoperto un mondo molto affascinante che studia le rocce, il terreno, misurazioni con strumenti altamente tecnologici e altre con stratagemmi molto semplici, come una bottiglia d’acqua mezza piena appesa ad un filo. Un giorno, risalendo il fiume a piedi, da una parte si trovavano i due geologi guardando la conformazione della valle, i sedimenti e quant’altro. Dall’altra il signor Hugo che mi diceva: “Mio nonno diceva: quando c’è questa pianta, sotto c’è l’acqua… quando affiora il sale dal terreno, è perché sotto c’è umidità…” e così via, trovandomi così tra due mondi diversi che si sfioravano: la scienza che per secoli ha affinato le sue competenze, e la sapienza originaria che – da millenni – osserva la natura e sa coglierne i segni. Due mondi separati? Non proprio: durante la mattinata sorge da una parte il desiderio di Hugo di sapere più cose, e l’interesse di Andrea e Roberto verso le conoscenze del popolo. Iniziamo così a sognare una serie di incontri in cui le due risorse, i due mondi, si possano incontrare scambiarsi le proprie ricchezze.

Il risultato di poco più di una settimana di studio è stato presentato alla comunità originaria una domenica sera. Con proiezioni e fotografie, con spiegazioni in italiano che traducevo (quasi) simultaneamente in spagnolo, Andrea e Roberto hanno condiviso le loro impressioni, ben consapevoli che questo tempo di siccità prolungata è molto delicato e che qualsiasi tipo di intervento dovrà fare i conti con tale situazione. La gente è molto attenta, pende dalle labbra dei due stranieri, nell’attesa di avere buone notizie di un futuro meno difficile. Certo, non ci sono bacchette magiche e soluzioni definitive, ma allo stesso tempo la speranza si fa più solida. “Sentiremo la vostra mancanza!” dice un uomo, quando li saluta calorosamente. Quasi mi commuovo: in poco tempo si è creata una relazione allo stesso tempo semplice, immediata e genuina.

Anche noi li salutiamo con il cuore colmo di riconoscenza per il tempo che hanno speso nella nostra piccola e sperduta Vilacaya e per la loro presenza positiva e fraterna. Sperando che l’ideale de La Lokomotiva si concretizzi per la nostra gente: acqua per tutti, anche in Vilacaya.

Suor Stefania Raspo, MC

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La Chiesa ideale

Riflessione biblica sulla Chiesa sognata da Luca negli Atti degli Apostoli

 

Il Gesù che sale al cielo, lasciando apparentemente soli i suoi discepoli, affida a loro la prosecuzione della sua opera. Gesù non sarà più fisicamente presente nella storia, ma a rappresentarlo, a farlo conoscere, a farlo incontrare, sarà la Chiesa, il “corpo di Cristo” (1 Cor 12,28; Ef 4,11). Uno dei libri del Nuovo Testamento ne narra i primi passi, facendo notare come si allarghi a comprendere tutti coloro che fino ad allora erano stati esclusi dalla comunità dei credenti: i samaritani (At 8,5-8), gli eunuchi (At 8,26-39), i pagani tutti (At 15, a partire da un centurione romano: At 10!).

Luca, l’autore di quegli Atti degli Apostoli che narrano le vicende della prima chiesa, racconta nei particolari soprattutto un filone ecclesiale, quello che vede come protagonista Paolo di Tarso, ma, quasi a dare il tono preciso di come leggere le sue storie, o ad aiutare qualche lettore un po’ pigro, riassume le informazioni fondamentali in quattro riepiloghi, o riassunti.

 

Luca, quasi a dare il tono preciso di come leggere le sue storie, o ad aiutare qualche lettore un po’ pigro, riassume le informazioni fondamentali in quattro riepiloghi, o riassunti.

I sommari degli Atti

Questi quattro riepiloghi sono detti dagli studiosi “sommari”. In realtà, però, non sono semplicemente delle sintesi di quello che è stato detto. Di fatto si tratta di modelli ideali, non di come la Chiesa era ma di come avrebbe dovuto essere. Che non si tratti semplicemente di riassunti della realtà è dimostrato ad esempio da ciò che Luca narra dopo il terzo di questi sommari. Dopo aver detto che tutti mettevano in comune quello che avevano, narra che un levita di Cipro di nome Barnaba vendette un campo e ne depose il ricavato ai piedi degli apostoli. Ma se lo facevano tutti, che bisogno c’è di dire che lo fa anche Barnaba? La spiegazione più semplice è che in realtà non erano tutti a farlo, anche se secondo Luca avrebbero dovuto farlo.

Da una parte, quindi, i sommari degli Atti potrebbero sembrarci un po’ scorretti, perché ci presentano come realtà vera quello che è il sogno dell’autore. Dall’altra però così Luca può presentarci il mondo della Chiesa come dovrebbe essere; in più, ci fa vedere che le cose iniziano già ad essere come sarebbe l’ideale che fossero. Non saranno stati tutti a mettere in comune i beni, ma qualcuno aveva già iniziato a farlo…

Proprio perché sono un quadro ideale, poi, i sommari, presi insieme, ci mostrano che cosa, secondo Luca, dovrebbero essere i cristiani. Dovrebbero essere quelli che celebrano benissimo la liturgia? che sono impeccabili nella morale? che sanno a memoria la Bibbia? O altro ancora?

 

i sommari, presi insieme, ci mostrano che cosa, secondo Luca, dovrebbero essere i cristiani

Una prima panoramica

Iniziamo intanto a vedere dove troviamo questi sommari.

Il primo è posto subito dopo l’ascensione di Gesù al cielo, nel primo capitolo degli Atti: vi si dice solo che i discepoli continuavano a riunirsi là dove erano abituati ad incontrarsi, nel cenacolo a Gerusalemme, e si offre il loro elenco (At 1,12-13: per alcuni questo non è un sommario, ma di fatto sembra proprio essere un primo riepilogo, anche se più essenziale).

Il secondo viene subito dopo la notizia delle prime conversioni, ed essendo il più lungo ed importante ci dedicheremo al suo ascolto con più calma tra poco (At 2,42-48).

Quindi, dopo averci presentato la prima persecuzione contro gli apostoli, per ora senza conseguenze gravi, Luca ci dice che tutti i credenti erano in piena sintonia nei sentimenti e nella vita, e condividevano anche i beni, pensando che niente fosse di proprietà privata (è il sommario che introduce Barnaba, il levita di Cipro che vende un campo mettendone a disposizione i soldi ricavati: At 4,32-35).

Infine troviamo la comunità che cresce perché molti si convertono, mentre i discepoli guariscono molti malati (At 5,12-16).

Insomma, troviamo che si parli molto della condivisione e vita comune dei primi cristiani, ma a partire da questi sommari non avremmo ancora capito se e come pregavano, come si comportavano, che cosa facevano. L’unica cosa chiara è che stanno insieme e si dedicano a guarire le persone inferme.

 

Nei sommari troviamo che si parli molto della condivisione e vita comune dei primi cristiani

Una comunità

Atti 2,42-48

Possiamo allora tornare al sommario più ampio e più importante, che a prima vista sembra essere anche un po’ ripetitivo, perché alcune cose sono dette più volte. Prima di accusare Luca di distrazione, dobbiamo fare notare che è esattamente ciò che fanno i maestri o i genitori, che ripetono molte volte ciò che ritengono più importante, un po’ per essere sicuri che chi li ascolta non se ne dimentichi, e un po’ in quanto lo considerano fondamentale, e quindi torna loro in mente più spesso…

Ebbene, Luca ci dice che i fratelli ascoltavano con attenzione gli apostoli, “spezzavano il pane” e pregavano (2,42). È la prima volta che si parla della “frazione del pane”, che era quella preghiera che noi chiamiamo “messa” (anche se era ancora molto diversa dalla nostra…). Ascolto degli apostoli, frazione del pane e preghiere ricordano esattamente la nostra messa, con la Parola di Dio, l’eucaristia e le invocazioni.

Ma non si limitano a celebrare la messa, che peraltro viene citata per la prima volta. Si dice infatti che gli apostoli facevano prodigi e segni (2,43). Si aggiunge che tutti i credenti tenevano tutto in comune (2,44-45), per poi tornare a dire che pregavano e spezzavano il pane (2,46), godendo della simpatia di tutti (2,47), tanto è vero che il loro numero cresceva sempre di più (2,48).

Insomma, si direbbe che all’inizio e alla fine della presentazione occorra ricordare l’eucaristia, ma che per il resto (come frutto?) si debba insistere soprattutto sulla vita insieme e sulla condivisione.

Si direbbe che all’inizio e alla fine della presentazione occorra ricordare l’eucaristia, ma che per il resto (come frutto?) si debba insistere soprattutto sulla vita insieme e sulla condivisione

Tiriamo le somme

Se di eucaristia negli altri sommari non si parlava, abbiamo già incontrato spesso l’insistenza sulla vita in comune.

Certo, nel sommario più importante a essere fondamentale sembra davvero l’eucaristia, ma senza dimenticare la comunità, che anzi è molto sottolineata.

La comunità ideale di Luca, quella che resta modello per la chiesa di tutti i tempi e luoghi, è insomma una chiesa che “usa” la messa per nutrirsi e imparare a vivere quello che resta però il cuore della sua esistenza, ossia la vita comunitaria, il servizio agli altri, soprattutto se bisognosi e malati, nella condivisione di ciò che si ha a disposizione.

Se volessimo seguire l’esempio e le indicazioni di Luca si direbbe che il Dio di Gesù sarebbe disposto a chiudere un occhio di fronte alle nostre preghiere imperfette, magari fatte con un occhio mezzo chiuso, e forse addirittura anche di fronte a un comportamento non sempre secondo le regole (che in questi sommari non vengono mai citate), ma non tollererebbe l’egoismo di chi non si accorge del fratello e anzi non gli va incontro per mettere in comune tutto ciò di cui l’altro potrebbe aver bisogno.

Angelo Fracchia, biblista

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Il sogno di poter annunciare Gesù

Mons. Padilla con un gruppo di cristiani

Venticinque anni fa, nel 1992, arrivavano in Mongolia i primi tre missionari cattolici per condividere la Buona Notizia di Gesù, dando così inizio alla Chiesa Cattolica più giovane del mondo. Uno dei tre sacerdoti è l’attuale vescovo della Mongolia, S. E. Wenceslao Padilla, (ma chiamato da tutti semplicemente Vescovo Wens), dalle Filippine. Riportiamo una breve intervista in cui il Vescovo ci racconta gli inizi della Chiesa in Mongolia, le sfide e i suoi sogni per il prossimo futuro.

A quale realtà avete dovuto far fronte al vostro arrivo in Mongolia?

Già il nostro viaggio ebbe qualche avventura. Arrivati a Pechino, avemmo la sorpresa che i voli per la Mongolia a quel tempo erano solo una volta alla settimana, allora si dovettero risolvere diverse difficoltà per poter restare per alcuni giorni a Pechino finché ci fosse l’aereo. Finalmente, dopo tante peripezie, riuscimmo a comprare i biglietti e raggiungere la Mongolia.

Arrivati nella capitale, la prima impressione fu quella di essere in un piccolo paesino di campagna, nonostante Ulaanbaatar avesse già un buon numero di abitanti. I palazzi, costruiti dai Sovietici, erano spogli, circolavano pochissime macchine per le strade e la piazza principale, che oggi è la più importante di tutta la Mongolia, era circondata da alcuni arbusti ed era il luogo dove la gente portava gli animali a pascolare. Le mucche, le capre, le pecore e i cavalli erano tutti lì a pascere tranquillamente. Faceva impressione perché sapevamo di essere nella capitale del Paese ma ci sentivamo come in mezzo ad un campo. Ci alloggiammo allora per alcuni giorni in un hotel finché il nostro appartamento fu pronto. Le nostre prime Messe le celebrammo in una stanza e i primi partecipanti furono alcuni stranieri che già vivevano qui. Erano negozianti o membri di alcune ambasciate o di organizzazioni che venivano ad aiutare in Mongolia in diversi campi. Così iniziammo ad avere i nostri primi contatti, sia con le autorità del Paese sia con altre organizzazioni internazionali. Quando finimmo la nostra sistemazione tutti e tre iniziammo lo studio della lingua.

Qual è la cosa più sorprendente che si ricorda dell’inizio della Chiesa in Mongolia?

Gli inizi furono molto semplici, in questo senso non c’è stato niente di sorprendente, iniziammo tutto da zero. Quello che mi stupiva era che i Mongoli incominciavano ad avvicinarsi alla Chiesa senza che noi avessimo intrapreso ancora nessuna attività di evangelizzazione. Fu così che organizzammo un programma che chiamammo “Vieni e vedi”, dove loro potevano iniziare a conoscerci partecipando ad alcune nostre attività. Erano portati dagli stranieri che erano cattolici mentre venivano alla Messa o in visita. Non si iniziò subito nessun lavoro pastorale, dovevamo essere molto attenti perché la Mongolia si era appena liberata dal comunismo e noi eravamo molto consapevoli di questo. Quello che facevamo era guardarci intorno e cercare di identificare delle possibilità per poter iniziare poi delle attività in relazione con la Chiesa. Fondamentalmente cercavamo di instaurare dei rapporti con tutti.

L’evangelizzazione vera e propria quando cominciò?

Non abbiamo dovuto aspettare molto. Quando i Mongoli che ci frequentavano cominciarono ad essere un po’ numerosi iniziammo a spiegare chi eravamo noi, cosa era la Chiesa e a rispondere alle diverse domande che ci facevano. Dovevamo adattarci alle dimensioni dell’assemblea affittando dei saloni sempre più grandi per poter ricevere più gente; cambiammo posto per sette volte finché venne costruito questo edificio dove oggi ha sede la Prefettura Apostolica. Gli inizi furono difficili, dovevamo discernere tutto da soli senza avere la controparte mongola per un confronto.

Quali erano le vostre maggiori paure?

Certamente, quello che ci spaventava di più era la lingua. Inoltre non conoscevamo la cultura, le tradizioni, né il posto. Nelle Filippine quando si parlava della Mongolia si diceva che erano gente feroce e dalla cartina si vedeva che era un Paese grande tra Cina e Russia. Avevamo paura del clima che nell’inverno è molto rigido, soprattutto perché venivamo da Paesi di clima tropicale. A me personalmente aiutò l’esperienza di freddo che avevo già avuto in Taiwan, un freddo che si sentiva tanto perché umido, e quindi sapere cosa fare nell’inverno.

Quali furono le vostre prime attività?

In quegli anni, dopo la caduta del comunismo, c’era tanta povertà e c’erano molti bambini che vivevano per la strada. Allora cominciammo a visitare la gente che viveva nei tombini del riscaldamento della città e portavamo loro da mangiare o qualcosa di caldo da bere. In seguito, con l’aiuto della Croce Rossa e il Ministero degli Affari Esteri, venimmo a conoscere le diverse situazioni di bisogno per poi intraprendere un’opera nostra, anche se allora non si poteva parlare di iniziare attività come “Chiesa Cattolica”. E comunque il nostro grande sogno era quello di portare la Buona Notizia e costruire la Chiesa.

Dopo 25 anni, che cammino ha fatto la Chiesa?

Poco per volta cominciarono ad arrivare altri gruppi di missionari e ciò ci diede tanta gioia. Nel 1995 arrivarono le Missionarie dell’Immacolato Cuore di Maria (ICM), nel 1996 le suore di San Paolo de Chartres (SPC), nel 1997 le Missionarie della Carità (MC) e un sacerdote Fidei Donum dalla Corea del Sud. Poi arrivarono i Padri Salesiani nel 2001 e i Missionari e le Missionarie della Consolata nel 2003. Con questi nuovi arrivi ci sentivamo più fiduciosi poiché ogni comunità arricchiva la missione con il suo carisma. La missione veramente cominciò a espandersi. Noi della Congregazione dell’Immacolato Cuore di Maria, che siamo più orientati al lavoro sociale, iniziammo un orfanotrofio per i bambini della strada, le suore SPC, orientate all’educazione, iniziarono scuole materne, le MC lavoravano con i più poveri e così via, la Chiesa si arricchì di opere in diversi ambiti sociali e in questo modo, cresceva e si consolidava. Oggi abbiamo 5 parrocchie con oltre mille battezzati. I missionari sono 72, provenienti da 22 nazionalità, inclusi i missionari laici. Siamo presenti non solo nella capitale Ulaanbaatar, ma anche in altre città come Darkhan e Erdenet nel nord, Zuunmod nel Centro e Arvaiheer nel Centro Sud.

Quale può essere la sfida più grande oggi per la Chiesa Cattolica in Mongolia?

Mantenere il lavoro che abbiamo iniziato e avere il diritto di continuare. Mi spiego, la legge in Mongolia impone tante regole che risultano per noi restrittive su tanti aspetti: ad esempio è difficile ottenere i permessi necessari per poter svolgere le nostre attività, e avere del personale qualificato per il lavoro che svolgiamo. Ad esempio, il Rainbow Centre, un progetto che serve bambini disabili, non può contare su personale specializzato; non essendoci permesso di far entrare più personale straniero, abbiamo solo lavoratori mongoli che sono maestri della scuola comune e che non hanno ricevuto la formazione in questo campo, perché in Mongolia non esistono ancora queste competenze. Sento che come Chiesa dobbiamo prepararci a rispondere ai bisogni della gente, specialmente dei più poveri. Per questo, per celebrare i 25 anni della Chiesa in Mongolia faremo un’Assemblea Generale per chiederci ancora una volta: “Quali sono i veri bisogni della gente?”.

Come vorrebbe vedere la Chiesa nei prossimi 25 anni?

Vorrei vederla cresciuta, non tanto nei numeri ma nella qualità, specialmente nella qualità di coloro che si convertono al Cattolicesimo. Oggi osserviamo che non pochi dei nuovi battezzati attratti dal fascino della società consumista e materialista rimangono credenti superficiali, mai riuscendo a conoscere che cosa significa essere cristiani fino in fondo. Anche tra quelli battezzati agli inizi ci sono tanti che si sono allontanati. Perciò il nostro lavoro è aiutare, specialmente coloro che sono già battezzati, ad approfondire la propria fede. E riguardo ai non ancora battezzati dobbiamo aiutarli a interiorizzare la fede nel profondo del loro cuore, perché comprendano realmente che cosa è la nostra religione: cosa significa avere fede in Dio e negli altri, cos’è la misericordia, il perdono, l’amore, e tutto quello che fa parte della nostra fede. Bisogna non solo che sia capito ma deve anche essere sentito e praticato. Non penso ad una Chiesa trionfalistica della quale tutti i Mongoli faranno parte, è sufficiente avere un po’ di lievito che aiuti a fermentare la pasta, che aiuti la società ad avere un’etica morale, che abbia rispetto per la vita umana e onori Dio. Sogno una Chiesa che si diffonda nel più profondo della nostra società.

suor Sandra Garay, MC

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Sorella Miriam

La figura biblica di Miriam, sorella di Mosé

Es 2,1-4

 

Nella sua prima apparizione biblica, Miriam non ha neppure un nome. E se è vero che ogni sillaba sacra non sia mai casuale, possiamo pensare che il suo vero nome, la sostanza della sua identità, fosse proprio quella di essere una “sorella”.

Ella è qui per spiegare ai lettori cosa significhi tale ruolo, specialmente quando una famiglia viva in cattività: cresciuta nel grasso grembo della nazione più ricca del mondo – l’Egitto del tempo – la famiglia di Levi si trovava costretta – ahimè! – a dover uccidere i propri figli, od a “nasconderli” dalle telecamere che l’occhio di Faraone aveva collocato in ogni angolo del suo Paese. Dovevano essere invisibili. E poco importava se fosse proprio quella gente di Levi, immigrata quattro secoli prima, a sostenere con le sue braccia di schiavitù, l’economia e la grandeur dell’Egitto.

Atroce ironia della storia, più che della sorte, destinata a ripetersi ancora, quella della “ricchezza matrigna” che, piuttosto di nutrire tutti i suoi figli, ne vizia alcuni, ipertrofizzandone i corpi e le menti, e ne scarta altri, in un numero infinitamente più grande, vietando alla maggior parte dell’umanità il diritto elementare dell’esserci.

La scena con cui si apre la storia di Miriam è sempre molto attuale: il “primo” mondo è fatto di apparenza e di prepotenza, di smalto di superficie e di tanta sotterranea violenza. Un mondo dei pochi, dei potenti, degli eletti, degli aventi diritto senza limite su ogni cosa: sia di ordine economico che sociale od etico. A qualcuno è dato tutto, ai più è dato nulla, vale a dire: si devono nascondere. Lo scarto deve stare nella discarica.

Questo era il quadro storico dell’Egitto della metà del secondo millennio avanti Cristo, in pieno fulgore. L’opulenza è come un’orsa affamata che mai può saziarsi. Ed al ritmo con cui può ingoiare il superfluo, similmente produce tonnellate di scarti, di reietti, di inaccettabili e inestetici corpi da “oscurare” e da buttare.

Deporre, esporre, custodire

All’inizio della storia di Miriam c’è una rivolta contro questo spietato ordine del mondo: “non potendo più tenerlo nascosto, lo deposero”, decisero, cioè, di “esporlo”. Grande fu la provocazione della madre di Mosè che non temette di lanciare la sfida agli Egiziani che andavano a bagnarsi sul Nilo: “saranno costretti a vedere la vita innocente sommersa, sotto la coltre della loro ipocrisia”, si sarà detta in cuor suo. Il corpo dei poveri, dei deboli, dei violati, dei non aventi diritto di asilo.

Il cestello su cui la madre depone suo figlio è ben in mostra ed anche il suo vagito sarà sonoro nel pianto e nell’urlo. Non sarà possibile far finta di non sentire. Chiunque passerà di là dovrà prendere una decisione: o soffocare il suo lamento, o raccogliere la sua querela.

La sorella lo sa e per questo resta a vigilare il cestello, mentre la madre torna a casa.

 Il suo coraggio nasce da un legame ancor più forte di un cordone ombelicale: quello dell’amore “fraterno” verso ogni creatura impotente. Ma nasce anche dalla vocazione profonda di ogni essere umano: quella di essere solidale, di custodire, di prendersi cura dell’altro.

Una vocazione che per primo Caino aveva tradito: “Dov’è tuo fratello?” gli aveva chiesto il Signore il giorno in cui egli aveva ucciso Abele. “Non lo so. Sono forse il custode di mio fratello?” aveva risposto l’omicida (cf Gn 4,9).

Non così avrebbe risposto Miriam. Ma c’è ancora un sigillo a tenere la sorella vicino alla culla spalmata di bitume, sulle rive del Nilo: il dovere di vedere e testimoniare quanto sarebbe accaduto. Se fossero venuti a sopprimerlo, ella sarebbe stata testimone nell’accusa per quell’omicidio; se, invece, fosse stato raccolto, ella avrebbe collaborato a tale atto di giustizia e di misericordia.

 

Il capolavoro di Miriam

Es 2,5-8

Es 2,9-10

Meraviglioso diventa il destino del piccolo esposto, quasi un sogno impossibile a credersi. Ma la figlia dell’uomo che aveva decretato la morte, obietta contro le sue leggi, a favore della vita. Ed ecco che si introduce veloce e puntuale la sorella, quella che non aveva perso di vista neppure per un attimo il cestello deposto nel suo cuore! Per riscattare la vita, infatti, bisogna essere almeno in tre: chi la legittima (la figlia del Faraone), chi la nutre (la mamma di Mosè) e chi se ne prende cura (la sorella).

Quest’ultima è l’anello decisivo che unisce la madre ebrea e la madre (adottiva) egiziana.

Tre donne alleate nell’istintiva e dovuta difesa della vita, nell’amore assoluto verso una creatura appena venuta al mondo, unica dignitosa ratio di ogni codice di convivenza umana.

Sentimenti, gesti, decisioni, “obiezioni di coscienza” che si oppongono all’orrore di un potere che schiaccia e disprezza l’umanità. Atti di coraggio ed animi senza paura nel condividere l’impegno ed il rischio, purché non si sciupi la bellezza dei bambini. Una cordata di fedeltà, attesa, pazienza, fiducia verso ogni creatura. Un’arca di grazia e di com-passione: tutto questo custodisce una “sorella”. È il capolavoro di Miriam.

Rosanna Virgili

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Un sogno di missione


Le nostre giovani ci raccontano il loro sogno di missione. Oggi “leggiamo” Muriel e Nadia dall’Argentina

Un momento con Dio nella missione

In una conversazione gradevole tra noi, parliamo della missione che abbiamo nel cuore, e ci ritroviamo a riconoscere che furono molti i fattori che ci hanno portato a vivere una vita missionaria, tra cui ci sono: la condivisione, il bisogno e l’Altra, cosceinti che tutto questo porta all’incontro del Dio vivo.

La condivisione sboccia dal profondo del cuore, ci permette di andare oltre ai nostri stessi limiti, tralasciando quelle cose che non costruiscono, e così uscire all’incontro degli altri. Molte volte ci sentiamo sfidate ad uscire dalla nostra struttura per aprirci al piano di Dio, che ci parla e ci invita costantemente all’annuncio, ci muove alla missione e ci propone di viverlo nella sua completezza.  Per questo Dio si serve di varie risorse, però soprattutto la libertà di ciascuna per potergli rispondere. San Paolo ci dice in una delle sue lettere: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” ed è così che sperimentiamo Dio nella nostra vita.

Muriel (al centro) e Nadia con sr Stefania

Il bisogno ci parla come alla cara Madre Teresa di Calcutta, e ci propone di abbandonarci pienamente in Dio, che è datore di vita, che è colui che provvede il necessario per arrivare all’Altro e ci dà forza per seguire, perché nel volto del fratello troviamo Cristo.  Ed è con questo pensiero che ci vengono alla mente nomi di persone che hanno scosso il nostro cammino con la loro testimonianza di vita donata alla missione senza riserve. Suor Leonella ci dice:  “Perdono, perdono, perdono” amando fino all’ultimo istante e vedendo con occhi umili il bisogno. Dopodiché, non c’è bisogno di tante altre parole.

Per questo la missione per noi è la vita condivisa, donata e spesa per tutti coloro che Dio ci mette nel nostro cammino. E’ vivere il giorno dopo giorno e imparare ad abbandonarci pienamente in Dio, che ci do la forza e ci invita ogni momento a riconoscerlo nel bisogno dei nostri fratelli.

Muriel Leiva e Nadia Leitner, prenovizie MC argentine

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La Donna della Risurrezione

I quattro Vangeli concordano tutti su un dettaglio di vitale importanza che riguarda la mattina di Pasqua: nelle prime ore del giorno, quando era ancora buio, le donne andarono alla tomba di Gesù.

Gv. 20,1-18

 

I particolari su quella visita mat­tutina, variano da Vangelo a Vangelo, ma la presenza delle donne è un dato costante. Come avviene con la presenza delle donne alla crocifissione di Gesù, la tradizione non si pone domande su que­sta ulteriore dimostrazione di fedeltà da parte loro. La accetta semplicemen­te come una parte essenziale della storia della risurrezione.

L’episodio di Maria Maddalena nel cap. 20 di Gv. è il più dettagliato dei quattro racconti sulle donne al sepolcro di Gesù. Si divide in due scene:

  • 20,1-10: Maria alla tomba vuota.
  • 20,11-18: Maria e Gesù risorto.

Primo momento: I vv. 20,1-10 affermano che Maria è la prima testimone della tomba vuota. Quando vi giunge, lei vede che la pietra che chiudeva il sepolcro è stata fatta rotolare via (20,1). Si mette a correre e da la notizia a Pietro e al discepolo prediletto (20,2). Fa presente quella che sembra essere l’unica spiegazione logica dei fatti: qual­cuno ha portato via dalla tomba il corpo di Gesù e non lo si ritrova. L’angoscia di Maria rispecchia lo sconvolgimento del mondo per la tomba vuo­ta: ancora oggi tanti studiosi ed esegeti discutono su questo dato di fatto. Finché la comunità non incontra Gesù risorto non vi sono categorie con cui comprendere la tomba vuota

Sulla base delle parole di Maria, Pietro e il discepolo prediletto corrono al sepolcro (20,3-4), entrano all’interno (20,5-8), ma si conosce sol­tanto la reazione del discepolo che Gesù amava. Il v. 8 afferma che egli: «vi­de, e credette». La sua fede è soltanto agli inizi infatti il racconto prosegue dicendo che non sapevano ancora della risurrezione (20,9). I disce­poli maschi, come Maria, non trovano parole nelle loro esperienze preceden­ti per descrivere la tomba vuota. Maria ha reso testimonianza al mistero perfino nella sua angoscia, mentre Pietro e il discepolo prediletto sono ri­masti silenziosi e ritornano al loro mondo di paura.

Il Secondo momento (20,11-18) ha inizio con Maria che si ritrova di nuovo alla tomba, sola e in lacrime.

 

Lei non ha paura, lei ama e rimane fedele anche nel buio e nel non senso delle situazioni, anche quando tutto sembra smarrirsi e perdere significato.

Come Pietro e il discepolo prediletto prima di lei, ella ora si china a guardare nel sepolcro. Chinarsi,  in greco è un verbo che esprime l’attitudine di chi entra nel mistero, quasi a significare che Maria è sollecitata ad entrare nella fede, e ad accogliere la pasqua del Cristo, anche se non vede, anche se non comprende.

In questo suo chinarsi a guardare il sepolcro vuoto, Maria si sente interpellata da due angeli, che le dicono: «Donna, perché piangi?» (20,13). L’appellativo «donna» è lo stesso termine che sarà usato da Gesù risorto per parlare a Maria in 20,15. Gli Angeli chiamandola “Donna” richiamano la sua identità più profonda e Maria guardando la tomba vuota risente la voce del maestro quando a era entrata nella casa di Simone per ungere il corpo di Gesù (Lc.7,36-50).

La donna del profumo in Luca 7 entra in scena in veste di emarginata, esclu­sa dal mondo sociale, dal sistema religioso, dal banchetto, dalla tavola, dal dialogo. Essa non ha nome, cultura, prestigio, influsso, autorità e, sicuramente, non dispone neppure di molti mezzi economici. La donna del profumo ha soltanto l’ardire e l’audacia di sfidare le strut­ture più potenti della società del suo tempo. Essa è sola. È peccatrice e lo sa. Gode di cattiva reputazione e lo sa. Non fa assegnamento su alcun gruppo di appoggio; neppure la legge la protegge. Ingaggia la sua rischiosa battaglia solamente con quello che ha: la sua umanità e la sua tenerezza. È una donna forte, capace di amore disinteressato. E chi ama rischia per l’amato. Ed è questo che alla fa. Il poco che ha lo rischia per Gesù. Infrange le norme e si addentra in recinti strettamente proibiti per lei. Tiene fronte agli sguardi d’accusa degli invitati; sopporta il giudizio intransigente di Simone, l’umiliazione e il disprezzo di tutti. Non giustifica il suo gesto altamente ambiguo. Ella rischia tutto per il Maestro.

La donna del profumo, manifesta il suo amore e la sua riconoscenza verso Gesù, usando il linguaggio del corpo.

Le viene più facile esprimersi così che con un discorso ben preparato. Ella non ha bisogno di parole. Le bastano i suoi gesti di tenerezza: baciare i piedi di Gesù, bagnarli con le sue lacrime, asciugarli con i suoi capelli e ungerli con il suo profumo. Gesti arbitrari, insoliti, se si guardano con gli occhi della logica, della legge, degli strati sociali. Ma la tenerezza rifiuta di entrare nei parametri intellettuali, etici o sociali. La tene­rezza non si apprende dalla legge ma dal cuore, non si valuta dalla giustizia ma dal perdono; non si spiega a partire dal di fuori ma dal di dentro. Per questo Simone manca di tenerezza. Come tanti altri, forse anche come noi…

E che cosa fa Gesù? Qual è il suo atteggiamento verso la donna? Anche Gesù travalica le strutture oppressive ed emarginanti della sua società per concedere alla donna quella piena dignità che Simone – rap­presentante dei farisei – le ha senza motivo negato. Gesù accoglie il suo amore e la sua riconoscenza, ne accetta le carezze, ne aspira il profumo, la guarda, parla con lei faccia a faccia, ne loda il gesto, ne perdona i peccati e le ridona la pace del cuore.

La donna entrata senza dignità e senza sostegni nella casa del fariseo,  ne esce con il riconoscimento della sua nobiltà di cuore, con il perdono.

Incontrarsi con Gesù è sempre un punto di partenza, una finestra aperta al futuro, uno stimolo di speranza, per questo Maria cerca Gesù alla tomba vuota.

La risposta di Maria agli Angeli assomiglia all’annuncio iniziale fatto a Pietro e al discepolo pre­diletto (20,2), ma con un’importante differenza. In 20,13 le sue parole sono più personali, parla del «mio Signore»; dice «non so dove l’hanno posto». Sono parole dettate dal suo dolore di donna che aveva instaurato con Gesù una relazione personale di dono. Maria cerca il corpo che pochi giorni prima aveva bagnato col profumo del suo amore riconoscente.

Dopo aver risposto agli angeli, Maria si volta indietro e vede Gesù “stante” Questo verbo è intraducibile perché non significa che stava in piedi, ma indica una presenza, «ma non sapeva che fosse Gesù» (20,14). La con­versazione che ha luogo fra Gesù e Maria alla tomba è una delle scene più commoventi di tutta la Scrittura (20,15).

Gesù parla a Maria, ripete la domanda degli Angeli sul perché piange e ne aggiunge un’altra: «Chi cerchi?» (20,15). Queste sono le prime parole pro­nunciate da Gesù risorto. La domanda «Chi cerchi?» sono state anche le prime pa­role dette da Lui nel suo ministero quando i seguaci di Giovanni il Battista si avvi­cinarono ed Egli chiese loro: «Che cercate?» (1,38). La domanda è un invito che introduce uno dei segni del discepolato in Giovanni: cercare Gesù. La ripetizione di tale interrogativo nel cap.20 stabilisce continuità fra Maria e i primi discepoli di Gesù. Cercare Gesù dovrebbe essere l’anelito di tutta la nostra vita!

 

Le domande di Gesù a Maria non penetrano il suo dolore e la sua angoscia. Il suo mondo è determinato dall’apparente dura realtà della tomba vuo­ta, e così chiede aiuto al «custode del giardino». Fermiamoci a cogliere il significato di questo giardino. Certamente vi è un riferimento al Cantico dei Cantici dove la sposa scende nel giardino per incontrare lo sposo (Cant. C. 4,12 ss.) e al giardino dell’Eden (gen. 3,8ss), L’iconografia russa pone ai piedi del giardino del Golgota la tomba di Adamo, Gesù nuovo Adamo che riporta la sposa (l’umanità, rappresentata da Maria) nella sua piena dignità nel giardino delle origini per riallacciare la relazione di amore tra Dio e la sua creatura.

Maria presa dalla sua angoscia domanda: «Signore, se tu l’hai portato via, dim­mi dove l’hai deposto, e io lo prenderò» (20,15). Maria non ha ancora colto il significato della tomba vuota, perciò suppone che la soluzione del mistero del cadavere scomparso debba essere sotto il suo controllo. Se il giardiniere le indicasse ciò che ha bisogno di sa­pere, potrebbe risolvere la situazione. Anche noi, a volte, vogliamo avere tutto sotto controllo, anche Dio, e risolvere tutto. Questo testo, invece, ci invita ad inoltrarci nel mistero di Dio, spoglie, come la sposa si presenta allo sposo spoglia di ciò che fa parte del proprio passato, per aprirci a una relazione più profonda, al nuovo di Dio che è la risurrezione.

La parola che il “Giardiniere” pronuncia cambia la vita di Maria per sem­pre. Gesù Risorto la chiama per nome e all’udire il suo nome pronunciato dalla voce di lui, Maria si gira di nuovo, però ora non avvista più il giardiniere ma vede Gesù, il suo maestro (20,16).

Maria, come la sposa del Cantico, ha intuito l’essenza del mistero sponsale racchiuso nel suo nome pronunciato dal Risorto. L’amore sponsale nasce quando la Parola diventa Parola in me, diventa presenza, relazione, intimità, diventa dono e totalità.

Quando Maria ode la voce di Gesù Risorto, muta la sua prospettiva degli avvenimenti del giardino. Non vede più la tomba vuota come una manife­stazione di morte, ma come testimonianza del potere e delle possibilità della vita, diventa speranza di resurrezione. Ora la sua voce, la voce dell’Amato, chiama Maria a una nuova relazione a una nuova vita a una nuova missione.

La Missione diventa così per Maria l’impegno di prolungare nel suo essere sposa la vita di Gesù, annunciare il “…mistero nascosto dai secoli in Dio” (1Col. 1,26), e partecipare al suo progetto di salvezza.

Anche noi come la sposa, come la donna della risurrezione abbiamo ascoltato il nostro nome pronunciato da Gesù e abbiamo sigillato un patto di amore con la nostra consacrazione a Dio per la Missione.

 

La sponsalità a cui ci chiama il nostro voto di castità vissuta “con cuore indiviso”, ci radica in questa relazione di intimità e di vita perché “…ci rende libere, capaci di fare nostre le speranze e le tristezze dei fratelli e di spenderci generosamente perché essi trovino in Dio la pienezza di vita “ (Cost. 29).

La Missione diventa così, anche per noi, espressione della nostra sponsalità, della nostra fecondità, della nostra fedeltà.

 La nostra vita diventa prolungamento di quella di Gesù fino al dono totale, fino all’ultimo sì che ci introdurrà alla gioia dell’incontro: “(…) arrivò lo Sposo e le Vergini che erano pronte entrarono con Lui alle nozze…” (Mt. 25,10).

La parola di Gesù: «Ma va’ dai miei fratelli [e sorelle], e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro“» (20,17) trasforma Maria da Sposa in Missionaria e Lei corre dai discepoli con la notizia: «Ho vi­sto il Signore!» (20,18). L’annuncio di Maria Maddalena della presenza di Gesù Risorto è il cuore del Vangelo di Pasqua. Il suo smarrimento di fronte alla tomba vuota è stato mutato in testimonianza di una notizia di gioia[1].

  • Maria è la prima donna risorta,
  • È la prima testimone della Pasqua:
  • È la prima a vedere Gesù Risorto,
  • È la prima a nar­rare agli altri ciò che ha visto
  • È la prima discepola di Gesù Risorto.

Per la riflessione e la preghiera:

  1. Rileggo il testo.
  2. Entro nel mistero
  3. Sto accanto alla tomba vuota.
    1. So chinarmi per entrare nel mistero?
  4. Ripercorro la mia relazione con Gesù:
    1. È una relazione di sposa?
  5. Ripercorro i momenti e i luoghi della mia chiamata:
    1. Risento il mio nome pronunciato da Gesù
  6. Il mio annuncio parte dall’esperienza della mia sponsalità?

[1] Consulta anche, ‘La donna del profumo’ Carnelitani, 2007

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O tutti o nessuno!


L’11 giugno 2016, nell’ambito delle iniziative per il Giubileo degli ammalati e disabili, il Settore per la catechesi dei disabili dell’Ufficio catechistico nazionale (UCN) ha promosso un Convegno dall’eloquente titolo: “… E tu mangerai sempre alla mia tavola! (2Sam 9,1-13)”.

Scopo del Convegno, organizzato per celebrare il 25° anno di istituzione del Settore, era di offrire, oltre ad una panoramica della realtà dei disabili in Italia, linee guida, spunti e materiale per promuoverne l’accoglienza e l’inclusione pastorale nelle parrocchie, associazioni e movimenti ecclesiali.

Il Papa, ricevendo in udienza i partecipanti: persone disabili, familiari, accompagnatori, volontari, anziché leggere il discorso preparato per l’occasione, ha preferito rispondere a braccio alle domande che gli venivano rivolte, creando immediatamente un clima di spontaneità e semplicità. E a chi gli ha chiesto quale consiglio volesse dare a un Parroco che si rifiuti di accogliere ed escluda dalla catechesi e dai Sacramenti i portatori di qualche diversità o disabilità, Papa Francesco ha risposto con foga: “Ma che consiglio può dare il Papa? Chiudi la porta della chiesa, per favore! O tutti o nessuno”.

Il Pontefice non ha negato che l’inclusione dei portatori di disabilità necessiti di accorgimenti particolari e richieda sensibilità e competenze non scontate da parte di sacerdoti, catechisti ed educatori, ma ha ribadito che non si deve perdere di vista, innanzi tutto, che “tutti abbiamo la stessa possibilità di crescere, di andare avanti, di amare il Signore, di fare cose buone, di capire la dottrina cristiana, e tutti abbiamo la stessa possibilità di ricevere i Sacramenti”. A questo proposito ha citato come modello l’esempio di Papa Pio X che, agli inizi del secolo scorso, stabilendo che fosse data la Comunione ai bambini, – decisione che fu giudicata scandalosa, perché andava contro la prassi pastorale di quel tempo – intuì che la diversa comprensione del Sacramento da parte del bambino non deve essere causa di rinvio o esclusione ma di una catechesi e di un accompagnamento particolari e fece “di una diversità un’uguaglianza”.

Al tema dell’educabilità alla fede e dell’ammissione ai Sacramenti delle persone disabili, Papa Francesco ha dedicato un’ampia riflessione nel suo discorso (reperibile sul sito del Vaticano), affermando che “spesso si giustifica il rifiuto dicendo: ‘tanto non capisce’, oppure: ‘non ne ha bisogno’. In realtà, con tale atteggiamento, si mostra di non aver compreso veramente il senso dei Sacramenti stessi, e di fatto si nega alle persone disabili l’esercizio della loro figliolanza divina e la piena partecipazione alla comunità ecclesiale”. Per superare questo atteggiamento occorre crescere nella consapevolezza che “il Sacramento è un dono e la liturgia è vita”, che chiede pertanto di essere vissuta, prima ancora che capita, e che è compito di ogni comunità cristiana accompagnare i disabili perché possano fare esperienza dell’amore del Padre e di Cristo nei Sacramenti.

Un altro tema su cui il Papa si è soffermato nel suo discorso è quello del ruolo apostolico e missionario dei disabili, che devono essere valorizzati come protagonisti e non solo come destinatari della pastorale e dell’evangelizzazione; ciò presuppone, innanzi tutto, il riconoscimento del valore della loro presenza “come membra vive del Corpo ecclesiale e la consapevolezza che nella debolezza e nella fragilità si nascondono tesori capaci di rinnovare le nostre comunità cristiane”.

La Messa, dedicata ad ammalati e disabili, presieduta dal Papa in Piazza San Pietro, il 12 giugno, ha offerto un bellissimo esempio di celebrazione “inclusiva”: la presenza di bimbi con sindrome di down tra i ministranti, le letture tradotte da persone sorde nella lingua internazionale dei segni e, ancor più, il Vangelo messo in scena da persone con disabilità intellettiva, sono stati esempi di una liturgia celebrata non solo “per” ma “con” i disabili.

Gli eventi legati alla celebrazione del Giubileo degli ammalati e disabili, e in particolar modo il Convegno, hanno costituito anche una sorta di bilancio del cammino intrapreso dalla Chiesa, soprattutto a partire dagli anni del post-Concilio, per superare pregiudizi e stereotipi nei confronti della disabilità. La responsabile del Settore CEI per la catechesi dei disabili, Suor Veronica Donatello, ha ricordato, nel discorso di apertura del Convegno, il lungo lavoro di sensibilizzazione del tessuto ecclesiale nei riguardi dei disabili, anche intellettivi, l’impegno di sostegno delle famiglie e di accompagnamento dei cambiamenti sociali a partire dall’integrazione negli ambiti della scuola e del lavoro; ma ha indicato, come vero e proprio punto di svolta, la presa di consapevolezza dei disabili come soggetti attivi nella comunità ecclesiale  (ben sottolineata da Papa Francesco), che ha trovato piena formulazione nei documenti dell’UCN L’iniziazione cristiana alle persone disabili. Orientamenti e proposte (2004) e Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia (2014).

Si tratta di una svolta recente che è stata però preparata da intuizioni e iniziative profetiche di quanti, nella Chiesa, hanno saputo dare risposte ai bisogni più profondi di malati e disabili: penso in particolare alla figura di mons. Luigi Novarese (1914-1984), un sacerdote piemontese beatificato nel 2013.
Colpito, all’età di nove anni, da tubercolosi ossea, sperimentò che il superamento della malattia comporta un processo complesso che coinvolge non solo la dimensione fisica ma anche quella spirituale della persona e affinò una particolare sensibilità per la cura spirituale dei malati. Divenuto sacerdote, dedicò il proprio ministero a lottare contro l’emarginazione di malati e disabili: nonostante le forti opposizioni che incontrò nella Chiesa e nella società civile, fondò Associazioni per la valorizzazione e la promozione integrale della persona sofferente (come i Silenziosi Operai della Croce e il Centro Volontari della Sofferenza) e avviò corsi professionali per disabili; ma soprattutto, nel 1952, organizzò il primo corso di Esercizi spirituali per ammalati e disabili. Il successo di questa iniziativa e le richieste dei suoi malati di poter pregare in un ambiente idoneo lo indussero ad un’impresa per quei tempi pionieristica: la costruzione di una casa priva di barriere architettoniche (la Casa “Cuore Immacolato di Maria” a Re – Verbania, inaugurata nel 1960).

Papa Francesco ricevendo, il 17 maggio 2014, 5000 membri delle Associazioni da lui fondate, ha ricordato il suo motto programmatico: “Gli ammalati devono sentirsi autori del proprio apostolato”.

Paola Lamalfa

Questo articolo è stato pubblicato su Andare alle Genti

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Giovani, voi aspirate a “prendere il volo”

“Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose. Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell’esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza” (Papa Francesco, giornata mondiale della gioventù 2017)

Le Missionarie della Consolata accompagnando i giovani li aiutano ad essere protagonisti della propria  storia e capaci di decidere per il loro futuro.

Queste fotografie rispecchiano alcune delle nostre presenze tra i giovani.

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