SIAMO IN CAPITOLO!

Dalla nostra Casa Generalizia a Nepi, ci arrivano i saluti delle sorelle che dall’inizio del mese di maggio celebreranno l’Undicesimo Capitolo Generale delle Suore Missionarie della Consolata.  Madre Simona Bramibilla, superiora generale, ci spiega cosa è per noi questo evento.

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Forza e dolcezza

Lo stile educativo del Beato Giuseppe Allamano

Il Fondatore di Missionari e della Missionarie della Consolata passò praticamente tutta la vita coinvolto nell’educazione di se stesso e di altri…
  1. Introduzione

In questa breve riflessione vorremmo rivisitare lo stile allamaniano-consolatino di approccio alla persona. Ovviamente, non si pretende di esaurire qui la tematica, ma solo di riprendere una riflessione, già iniziata in diverse sedi, ma che meriterebbe di essere rilanciata, ampliata e approfondita.

Ci fermeremo a considerare brevemente alcune caratteristiche dello stile educativo dell’Allamano.

  1. L’Allamano: una vita come educatore

Il Fondatore di Missionari e della Missionarie della Consolata passò praticamente tutta la vita coinvolto nell’educazione di se stesso e di altri: come studente in formazione (1856-1877), come formatore in seminario (1873-1880), come professore (1882-1884), come Direttore del Convitto ecclesiastico per due anni e formatore del clero diocesano (1882-1926), pastore o “pedagogo spirituale” (1880-1926), formatore iniziale e permanente di missionari (1901-1926), formatore iniziale e permanente di missionarie (1910-1926). Insomma, una vita a contatto con le problematiche, le sfide e la bellezza del compito educativo. L’Allamano ha senz’altro qualcosa da dirci.

3. Gli ideali proposti

L’Allamano non ha mai fatto sconti sugli ideali: li ha proposti sempre, in modo chiaro ed inequivocabile. L’ideale missionario è per lui e per chi da lui fu formato il “denominatore unificante di tutta la formazione e di tutti gli aspetti della vita” che “pervade tutto, caratterizza e qualifica lo studio, gli interessi, le letture, le celebrazioni, gli esercizi della vita spirituale”: “Noi dovremmo avere per voto di servire le missioni anche a costo della vita”.

[…]la proposta chiara e inequivocabile di ideali/valori non negoziabili è un punto fondamentale dell’educazione, e non solo dell’educazione prettamente vocazionale, ma umana e cristiana in generale.
Non fare sconti sugli ideali oggi (ma anche ieri) può non essere così facile né immediato. Eppure, la proposta chiara e inequivocabile di ideali/valori non negoziabili è un punto fondamentale dell’educazione, e non solo dell’educazione prettamente vocazionale, ma umana e cristiana in generale. Basti pensare a che cosa può capitare ad un bambino che si trova a crescere con educatori che non sanno dire chiari sì e chiari no in base a qualche criterio oggettivo, ma si barcamenano cercando di accondiscendere, di volta in volta, ai propri bisogni o ai bisogni dell’infante, o a qualche compromesso tra i due. Un terreno educativo di questo tipo si presta con facilità a coltivare squilibri di personalità, più che uno sviluppo di un sé sano e maturo.

L’Allamano si rivolgeva ad aspiranti missionari, per cui l’ideale proposto assumeva i colori e modalità espressive adatte a chi aveva già fatto una scelta vocazionale precisa. Ma l’ideale missionario racchiude dentro di sé ed esplicita in modo singolare il seme dell’ideale di vocazione umana e cristiana che può essere proposto a tutti, qualsiasi sia il cammino di vita scelto. Si tratta della chiamata ad uscire da sé, a muoversi dalla propria posizione nel cosmo/universo per dilatare la visione, la comprensione, la capacità di amare e di fare. Questo ideale, mi pare, può e deve essere proposto anche oggi, in ogni cammino educativo cristiano, senza sconti.

[L’educatore] sa sfidare senza scoraggiare, perché il suo intervento non parte solo da un sentire emotivo, ma da un contatto più profondo e pieno con il vissuto altrui, il proprio e i valori che vive e propone[…]
  1. Presenza e assenza

Quanto appena detto ci rimanda ad una caratteristica peculiare dell’Allamano, ma anche dei suoi figli e figlie nell’approccio alla persona e ai popoli: la “presenza”. Non una qualsiasi presenza, ma una presenza, appunto, pedagogica, che sa cogliere e rispettare i ritmi di crescita dell’altro e sa “esserci” o scomparire a seconda dello stadio in cui l’altro si trova. Una presenza di chi non pretende di proporsi come salvatore dell’altro, nell’intento di risolvergli tutti i problemi, ma che nemmeno lo abbandona a se stesso con la scusa di un malinteso “rispetto”. Ciò implica una sufficiente ed esperiente conoscenza dell’umano e dello spirituale, che porta l’educatore ad una capacità di vera vicinanza ed intimità ed insieme di distanza e di riguardo per lo spazio dell’altro. In altre parole, una cosa è essere vicini, un’altra è ficcare il naso nelle faccende altrui. Una cosa è “esserci” per aiutare l’altro laddove ha bisogno e anche per imparare da lui, un’altra è aver bisogno di essere per forza utili all’altro. Una cosa è porsi accanto ed accompagnare, accettando di essere anche noi dei cercatori, un’altra è pretendere di sostituirsi all’altro o di avere tutte le soluzioni alle sue domande.

Nell’Allamano, questo andirivieni tra vicinanza e distanza, presenza e assenza, tra sì e no, si manifesta anche nel suo tratto assieme soave e forte, caratteristica spesso riportata dai testimoni:

“Come Fondatore e Superiore nostro, era impareggiabile, forte e soave nello stesso tempo. Si interessava di tutto e di tutti: scendeva anche ai più minuti particolari, e nello stesso tempo non era né pesante, né assoluto. Lasciava libera l’iniziativa delle Superiore subalterne…”

“Il suo tratto [appare] sempre buono e paterno, ma riservato e contenuto”

L’ascolto sottintende la capacità di silenzio per far spazio alle voci che sussurrano (o gridano) dentro e fuori di sé, poter distinguere la provenienza di tali voci e giudicare la validità delle loro proposte in ordine ad una decisione sul percorso da intraprendere.

La presenza dell’Allamano potrebbe essere qualificata, in termini attuali, come “empatica”: egli possiede la capacità di sentire con l’altro, di intenerirsi, commuoversi, identificarsi con la persona; allo stesso tempo, possiede la capacità di distanziarsi dall’altro per coglierlo in modo più pieno e rispettoso della sua totalità. In questo modo, sa sfidare senza scoraggiare, perché il suo intervento non parte solo da un sentire emotivo, ma da un contatto più profondo e pieno con il vissuto altrui, il proprio e i valori che vive e propone, il tutto unificato nell’esperienza viva della relazione con Dio che gli dilata gli orizzonti dello spirito, del cuore e della mente, portandolo ad una sempre più articolata comprensione dell’umano e dello spirituale, perciò ad interventi educativi illuminati e sentiti come una benefica sfida alla speranza.

“Nel correggere aveva molto tatto e bontà, e nello stesso tempo era forte e soave. Diceva poche parole, ma chiare e decise. Soprattutto non era mai scoraggiante, pur combattendo energicamente il difetto”

Una missionaria racconta di un fatto che risale alla prima guerra mondiale, quando il nutrimento era scarso e il pane razionato:

“due postulanti, entrate appena da qualche giorno, passando in panetteria, mi chiesero il pane varie volte dicendo che avevano fame. Per un po’ di volte mi prese compassione e gliene diedi, ma passando per caso il nostro venerato Padre dalla panetteria, gli raccontai la cosa chiedendogli come dovevo fare.

Allora mi disse […]: «continua pure e darglielo, quando lo domandano, per un po’ di giorni, ma, adagio adagio, farai loro capire che non si può; ma non mortificarle; aumenterai però la porzione a tavola, perché non voglio che soffrano»”

Raggiungere l’altro laddove egli si trova è premessa irrinunciabile per accompagnarlo. Premessa che può realizzarsi solo nell’ascolto attento della persona.

Quello che la pedagogia di oggi identifica come il “principio di gradualità” è bellamente espresso in questo atteggiamento educativo dell’Allamano, il quale possiede una particolare capacità di

“essere fermo nei principi (fortier) e di adeguarli alla situazione concreta delle persone (suaviter), immedesimandosi nella loro situazione fisica (debolezze, necessità di salute), ma anche al carattere, e alle capacità di ognuno. Per questa comprensione, ammette che uno riesce a fare tanto e non di più, ad arrivare fino ad un certo punto e basta, oppure è in un momento in cui bisogna saper aspettare. Quindi, l’Allamano sa distinguere fra gli ideali e le mete da raggiungere e la capacità concreta di coloro che li devono raggiungere; e porta avanti gli obiettivi con pazienza e rispetto. Egli ha una straordinaria capacità di equilibrio tra proposte forti e comprensione delle capacità e della debolezza umana. Propone ideali altissimi, fino alle vette dell’eroismo, ma sa che non tutti possono arrivarci. Considera le persone come sono, sapendo attendere i tempi di maturazione che sono diversi. E quindi sa anche superare la regola, senza venir meno a ciò che è veramente importante e irrinunciabile.”

Uno degli atteggiamenti necessari allo sviluppo della capacità di presenza empatica è l’accettazione della parte femminile della propria personalità. L’Allamano aveva fatti suoi atteggiamenti femminili e materni, assorbiti certamente nel contatto con la madre e sviluppati nel rapporto continuo e profondo con la Consolata, considerata come fondatrice e posta a modello sia dei missionari sia delle missionarie.

“ La sua carità era di una squisitezza e finezza più che materne sapeva impreziosirla con tante delicatezze”.

  1. Ascolto e attenzione

Sono atteggiamenti intrinseci alla capacità di presenza empatica. Il Documento dell’Incontro di AMV – Pedagogia Allamaniana di America parla espressamente di “metodologia Allamaniana dell’ascolto”.  L’Allamano e i suoi figli e figlie pongono l’ascolto e l’attenzione alla realtà come pietra miliare del loro essere missionari. L’Allamano ha sempre valorizzato l’obbedienza, che implica proprio queste due qualità, applicate alla relazione con Dio, con gli altri, con se stessi, col cosmo.

La creazione di un rapporto di fiducia tra educatore e educando è basilare per realizzare un cammino educativo, ma essa non è pensabile senza il presupposto dell’affidabilità, dell’attendibilità e rettitudine.

L’ascolto sottintende la capacità di silenzio per far spazio alle voci che sussurrano (o gridano) dentro e fuori di sé, poter distinguere la provenienza di tali voci e giudicare la validità delle loro proposte in ordine ad una decisione sul percorso da intraprendere. Se vogliamo, possiamo rifarci qui all’ignaziano discernimento degli spiriti nell’ascolto delle mozioni interiori.

“La sua direzione si estendeva a tutte ed era per tutte, in modo che ciascuna portava l’impressione di essere l’oggetto della sua particolare attenzione”

“«Teneva l’occhio e l’orecchio attenti e vigili a quanto accadeva al di fuori…» (A. Cantono); «Ha sempre avuto una intuizione precisa dei bisogni del tempo», «Non conobbe vecchiezza» (Pinardi), proprio per questo suo «occhio vigile e penetrante»”

Nei confronti di se stessi, la capacità di ascolto attento è elemento necessario di una vita in discernimento. Nei confronti dell’altro, tale capacità diviene fondamentale per creare un ambiente pedagogico in senso lato. La possibilità di crescita, di cambio, di apertura (o ri-apertura) di percorsi spesso rallentati o bloccati da disavventure in campo relazionale, diviene reale proprio in una matrice relazionale sufficientemente attenta alla persona e al suo stadio di sviluppo umano e spirituale. Raggiungere l’altro laddove egli si trova è premessa irrinunciabile per accompagnarlo. Premessa che può realizzarsi solo nell’ascolto attento della persona. Nei riguardi del mondo, la capacità di ascolto attento è essenziale per cogliere i “segni dei tempi” e i semi di vita sparsi largamente nella natura, nella cultura, negli avvenimenti, dentro le pieghe della storia con le sue ombre e luci.

Le persone che si affidavano all’Allamano (ed erano tante e diverse!) potevano contare su questa certezza: egli mai le avrebbe tradite, strumentalizzate, utilizzate in qualche modo, anche “a buon fine”.
  1. Affidabilità, attendibilità, rettitudine

Dimostrava intolleranza per ogni doppiezza e persino per le restrizioni mentali. Parlando di queste diceva: ‘Non va bene. E’ un difetto delle comunità. Voglio in comunità spirito lindo netto chiaro; il vostro parlare sia come dice il Vangelo: Sì, sì, no, no… La spia non la voglio; non ho mai interrogato uno per sapere di un altro’”

Questa testimonianza basta ad illuminare un atteggiamento personale che si rivela sostanziale per qualsiasi processo pedagogico. La creazione di un rapporto di fiducia tra educatore e educando è basilare per realizzare un cammino educativo, ma essa non è pensabile senza il presupposto dell’affidabilità, dell’attendibilità e rettitudine.

Le persone che si affidavano all’Allamano (ed erano tante e diverse!) potevano contare su questa certezza: egli mai le avrebbe tradite, strumentalizzate, utilizzate in qualche modo, anche “a buon fine”. Egli era come roccia affidabile e sicura: pronto ad accogliere sempre, onesto e diretto nel confrontare e sfidare, scevro dalla ricerca di popolarità, plauso ed ammirazione, uomo di speranza e del nunc coepi contro ogni disfattismo, pessimismo o vittimismo rinunciatario.

  1. Energia e mitezza

E’ un altro binomio caratteristico dell’Allamano e dei suoi figli e figlie. Il nunc coepi ne è forse l’espressione più limpida. Ricominciare implica sia energia che mitezza/umiltà.

Chi non è sufficientemente energico, rimane a terra dopo una caduta. Ma rimane a terra anche chi non è sufficientemente umile da accettare le proprie ferite, eventualmente cercare qualche aiuto e rialzarsi per continuare il cammino.

Chi non è sufficientemente energico non accetta di assumersi responsabilità. Ma non le accetta nemmeno chi non è abbastanza mite /umile da caricarsi sulle spalle i propri (e spesso altrui) pesi.

Chi non è sufficientemente energico, rimane a terra dopo una caduta. Ma rimane a terra anche chi non è sufficientemente umile da accettare le proprie ferite, eventualmente cercare qualche aiuto e rialzarsi per continuare il cammino.

Chi non è sufficientemente energico non s’impegna nella collaborazione. Ma non vi si impegna nemmeno chi non è abbastanza mite / umile da accettare punti di vista differenti dai propri, da “perdere” qualche privilegio personale per fare spazio ad altri, da lasciare che altri gli insegnino qualcosa.

Chi non è sufficientemente energico non è intraprendente e creativo. Ma non lo è nemmeno chi non è abbastanza mite/umile da correre il rischio di sbagliare e fare “brutta figura”, di tirarsi addosso eventualmente la critica, la disapprovazione e l’incomprensione altrui.

E la lista potrebbe continuare.

Con Don Borio, l’Allamano lamentava:

“In casa nostra c’è più timore che amore, stanno lì come automi, senza iniziativa propria e con paura di parlare o fare per tema di sbagliare”

Non era questo lo stile che l’Allamano voleva, ma scioltezza, semplicità, schiettezza: “Sempre paternamente comprensivo delle debolezze che ognuno porta in sé, l’Allamano non sopportava l’apatia, l’indifferenza. Non vuole gente fiacca, lamentosa, apatica, mediocre”, forse perché sa bene che questi atteggiamenti sono tra i più deleteri alla crescita della persona e della comunità.

L’Istituto è una famiglia perché i vincoli che legano i membri non si esauriscono puramente in rapporti di “lavoro”, ma si fondano nella condivisione di un unico carisma, ed in ultima analisi nell’essere uno in Cristo.
  1. Spirito di famiglia

Che l’Allamano vedesse e sentisse l’istituto come famiglia, è fatto noto. Il clima familiare è una delle caratteristiche e premesse irrinunciabili del suo metodo formativo/educativo. Lo spirito di famiglia si materializza per lui nell’unione:

“formiamo un solo corpo morale e dovremmo avere tra noi l’unione che c’è tra le membra del corpo”; “ma unione fra tutti: uno per tutti e tutti per uno. Questo in una comunità è il più necessario. Dove non c’è questa unione è la rovina. Costi quel che costi, bisogna fare in modo che ci sia l’unione”

L’Allamano formava all’unione, alla collaborazione attiva e partecipe di tutti alla crescita verso il comune ideale. Tale collaborazione e unione richiede, ovviamente, una capacità sufficientemente matura di relazioni interpersonali vere che non si limita al “vogliamoci tutti bene” o all’esaltazione dello spirito di cameratismo, bensì si concretizza nella capacità di lavorare assieme in “unità d’intenti”, di condividere la vita. Credo che questo punto meriti una particolare considerazione, oggi. Proporre un’educazione improntata allo spirito di famiglia richiede un’approfondita riflessione sul significato che ad esso attribuiamo.

[…]formare allo e nello spirito di famiglia adulta implica per gli educatori una particolare sensibilità alla qualità delle relazioni e la consapevolezza che quello relazionale è il terreno in cui si gioca di fatto l’educazione: non si educa se non in relazione.
In primo luogo, nell’immaginario delle persone, il termine famiglia può evocare diverse esperienze, non sempre assimilabili e non sempre del tutto positive per la crescita. Chi ha qualche esperienza pedagogica sa bene quali conseguenze può avere sulle persone (e sul loro modo di relazionare) il vissuto di dinamiche familiari eccessivamente invischiate o, al contrario, segnate da disgregazione. Occorre chiarire allora, spesso attraverso cammini lunghi e pazienti con le persone che si accostano alle nostre congregazioni, che l’immagine di famiglia proposta dall’Istituto non si sovrappone e non deve sovrapporsi necessariamente all’immagine che la persona porta dentro.  L’Istituto è una famiglia perché i vincoli che legano i membri non si esauriscono puramente in rapporti di “lavoro”, ma si fondano nella condivisione di un unico carisma, ed in ultima analisi nell’essere uno in Cristo. Questo conferisce una qualità particolare ai rapporti fra i membri, che vivono un senso d’appartenenza carismatica. Tale tipo di familiarità sfida e confronta certi modelli familiari (accennati sopra negli estremi della famiglia invischiata e di quella disgregata) che gli individui possono portarsi dietro: la famiglia proposta è una famiglia di persone adulte e corresponsabili pur nella diversità di compiti e servizi, non da padri/madri e figli/figlie, né da nonni/e e nipoti, né da individui che in comune abbiano solo, o quasi, il domicilio.

In secondo luogo, formare allo e nello spirito di famiglia adulta implica per gli educatori una particolare sensibilità alla qualità delle relazioni e la consapevolezza che quello relazionale è il terreno in cui si gioca di fatto l’educazione: non si educa se non in relazione. Questo dovrebbe dirci qualcosa rispetto alla preparazione degli educatori a tutti i livelli: il sapere, anche il sapere teologico, si può imparare dai libri. La vita, a tutti i livelli, si sviluppa solo in una matrice relazionale.

Sr. Simona Brambilla, MC

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Fatti di pace… ricostruire il tessuto sociale

L’esperienza di pace nell’educazione della Ciudadela Amazónica del Caguán 

La Colombia vive un momento storico unico per la costruire e consolidazione graduale della pace e la convivenza con possibilità e opportunità produttive e umanitarie che rispondano alla diversità e particolarità delle differenti regioni del paese in interazione e cooperazione con altri paesi del mondo.

L’educazione e formazione fondata su valori umani, potenziare tutte le dimensioni della persona e la preparazione di qualità occupa uno spazio centrale nella costruzione di nuove condizioni per una società rinnovata e una pace reale.

In questo contesto, nasce la Cittadella Giovanile Amazzonica Don Bosco, un’opera educativa del Vicariato apostolico di San Vicente del Caguán, fondata nel 1994 da Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, oggi arcivescovo di Tunga, e dal padre salesiano Carlos Julio Aponte. Si trova proprio al cuore della regione del Caguán (la regione amazzonica colombiana) e la sua finalità è la formazione dei contadini affinché diventino agenti di cambio, come leaders nel lavoro e nella crescita umana e spirituale.

Radio Echi del Caguán

Se si può contare su un sostegno finanziario, è fattibile raggiungere la popolazione con potenzialità e situazioni particolari che adeguatamente guidata, costituisce la base di una nuova società in questo tempo di post conflitto e costruzione della Pace.

Come istituzione educativa, la Cittadella Amazzonica conta sul riconoscimento a livello municipale e dipartamentale nell’area della teconologia, convertendosi in una esperienza educativa innovatrice, che coniuga la formazione accademica normale e la educazione non formale e informale, preparando tecnici capaci di trasformare la realtà sociale e le relazioni agroindustriali e agroforestali per uno sviluppo sostenibile delle loro regioni, con un senso umano e solidale.

Il Progetto Educativo della Cittadella offre una preparazione per Tecnico in trasformazione di Alimenti, e si tratta di uno spazio dove si forma a livello intellettuale, culturale, tecnico e umano i giovani affinché siano loro stessi a guidare, organizzare e fortificare i loro progetti di vita come lavoratori agricoli.

Dalle necessità dell’oggi è nato un altro programma di studi che si orienta all’informatica, per permettere ai giovani di usare le potenzialità dell’informatica ed essere così più competitivi nella produzione agricola e nell’allevamento.

Questa istituzione educativa giovanile, nei suoi processi di formazione, cerca di ricostruire il tessuto sociale attraverso l’accompagnamento psico-sociale delle famiglie degli studenti , attraverso incontri ludici e pedagogici che fortifichino l’aspetto educativo integrale, in una regione tanto colpita dalle conseguenze di una situazione sociale difficile.

 

Mezzi importanti per concretizzare tutto questo sono stati la “Azione Culturale Popolare” e le “Scuole digitali contadine”. Queste ultime hanno permesso di concretizzare corsi di alfabetizzazione digitale, leadership, associazione e impresa, ecologia, pace e postconflitto, adattamento al mondo climatico e convivenza pacifica. Gli studenti stessi realizzano processi di formazione e accompagnamento delle famiglie e comunità, arrivando2016, all’incirca 2000 persone.

Circa al lavoro missionario, è evidente la dimensione di consolazione, caratteristica del nostro carisma di Missionarie della Consolata, in quanto ci troviamo in un luogo che esige un’azione costante e un accompagnamento ai giovani e alle loro famiglie, con la possibilità di coinvolgere altri enti e persone in progetti di solidarietà e cooperazione missionaria.

Sr. Rubiela Orozco Gómez, MC

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C’è un volto del Risorto?

Una prima sorpresa, a leggere i vangeli, è notare quante ricostruzioni diverse [della risurrezione] ci offrano.
In questi giorni ricordiamo e annunciamo la risurrezione di Gesù. E inevitabilmente proviamo a immaginarla, a fantasticare su che cosa potrebbe accadere nella nuova vita che ci è promessa. Certo, sono i vangeli a parlarne, e sembrerebbe preferibile guardare a loro per capirci qualcosa. Anche se…

Testimonianze incoerenti

Una prima sorpresa, a leggere i vangeli, è notare quante ricostruzioni diverse ci offrano. Ad esempio, a scoprire la tomba vuota sono due donne (Mt 28,1), tre (Lc 24,10 e Mc 16,1, ma i nomi non coincidono) o la sola Maria Maddalena (Gv 20,1)? E al sepolcro trovano un giovane (Mc 16,5), un angelo (Mt 28,2), due uomini in vesti sfolgoranti (Lc 24,4) o nessuno, come in Giovanni (più tardi però compaiono due angeli: 20,12? Per non parlare di quello che accade dopo: per Matteo Gesù appare prima alle donne (28,8-10) e poi ai discepoli (28,16-20), per Luca a due discepoli in viaggio verso Emmaus (24,13-34) e poi agli apostoli (24,36-43), per Giovanni dapprima a Maria Maddalena (20,11-18), poi, in due volte successive, nel cenacolo agli apostoli (20,18-29) e quindi ancora sul lago (capitolo 21). Marco, poi, ci dice addirittura che le due donne che trovano la tomba vuota se ne vanno spaventate senza dire niente a nessuno (16,7-8)!

Una prima osservazione sembrerebbe chiara: i quattro evangelisti non si sono messi d’accordo. A essere più attenti, però, sappiamo che per lo più almeno tre degli evangelisti raccontano le vicende in modo tanto simile da farci intuire che qualcuno di loro potrebbe aver copiato l’opera altrui. Almeno in questo caso, perché non copiare ciò che c’era scritto?

A rileggere più volte questi racconti, però, viene il sospetto che anche in questa estrema incoerenza gli evangelisti vogliano dirci qualcosa.

A rileggere più volte questi racconti, però, viene il sospetto che anche in questa estrema incoerenza gli evangelisti vogliano dirci qualcosa. In fondo, non è quello che fa Luca nella sua unica opera (il vangelo e gli Atti degli Apostoli sono stati pensati insieme, come un libro solo)? Troviamo infatti Gesù che ascende al cielo il giorno stesso di Pasqua (Lc 24,51) ma anche quaranta giorni dopo (At 1,9). Evidentemente Luca voleva suggerire qualcosa al lettore, e precisamente che non importava tanto la data dell’uscita di Gesù da questo mondo, ma il fatto che ormai non potesse più essere incontrato, anche se è il Vivente.

Che cosa vorrebbero allora dirci i quattro vangeli sulla risurrezione? Quali costanti troviamo?

La tomba vuota

Un elemento unisce tutti i vangeli: la tomba è vuota. Anzi, è un punto di partenza che è condiviso anche dai nemici di Gesù e dei cristiani, tanto da invitare le guardie a testimoniare il falso ma senza contestare che il cadavere di Gesù non sia più lì (Mt 28,11-15). D’altronde, nello stesso vangelo di Matteo troviamo i discepoli che, seppure davanti a Gesù risorto, dubitano (28,17).

Anche per il cristiano oggi, ci sono dei contesti “oggettivi” in cui possiamo cogliere che Dio in qualche modo si offre, ma dobbiamo essere noi a interpretarli…

È un primo aspetto: nella risurrezione di Gesù, nella risposta che il Padre dà alla croce, c’è qualcosa di oggettivo, di toccabile. Ma nello stesso tempo, questo non ne dice ancora il senso. La tomba è vuota, è vero: ma è vuota perché Gesù è risorto o perché il suo cadavere è stato rubato?

Anche per il cristiano oggi, ci sono dei contesti “oggettivi” in cui possiamo cogliere che Dio in qualche modo si offre, ma dobbiamo essere noi a interpretarli, potremmo ritenerli semplicemente un inganno o una coincidenza.

La risposta del Padre

E se il credente può lasciarsi sfiorare dalla possibilità che la tomba sia vuota perché Gesù è vivo, questo significa che Dio non ha visto in lui nulla di blasfemo. Nel Nuovo Testamento sono due le formule utilizzate: a volte si dice che Gesù è risuscitato, come nessun uomo può fare, il che lascia intendere che Gesù non sia soltanto un uomo; altre volte si afferma invece che Gesù è stato risuscitato dal Padre, il quale così facendo testimonia che le pretese di Gesù di essere colui che conosce Dio meglio di tutti non erano pretese da pazzo o da bestemmiatore, ma erano fondate.

la risurrezione dice che Gesù aveva ragione e che si può credere a tutto ciò che, in parole ed opere, aveva fatto conoscere su Dio durante la sua vita.

Insomma, la risurrezione dice che Gesù aveva ragione e che si può credere a tutto ciò che, in parole ed opere, aveva fatto conoscere su Dio durante la sua vita.

Ma la risurrezione dice su Dio anche un’altra cosa. Durante la passione il Padre aveva taciuto, aveva lasciato che gli uomini si esprimessero facendo a suo Figlio ciò che volevano. Quando però suo Figlio è morto, sepolto e la tomba è stata sigillata (Mt 27,66), quando la storia ha finito di parlare, può finalmente parlare Dio. E ciò che Dio dice è vita, vita piena in un corpo che non patisce più i condizionamenti della malattia, della morte e del limite.

Come riconoscerlo?

Un’altra caratteristica che ritroviamo in tutti i vangeli è però anche la fatica di riconoscere Gesù. Maria Maddalena (Gv 20,14-15), i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-16), persino i discepoli (Gv 21,4) lo vedono ma non lo riconoscono. Come abbiamo già detto, l’elemento oggettivo, “storico”, deve essere interpretato, bisogna mettersi in gioco.

E ciò che Dio dice è vita, vita piena in un corpo che non patisce più i condizionamenti della malattia, della morte e del limite.

Quando però Gesù cerca di farsi riconoscere, e persino quando viene “identificato” dagli angeli alla tomba vuota, viene presentato come il crocifisso. Se noi avessimo dovuto farci riconoscere da qualcuno che non vediamo da tempo, avremmo probabilmente ricordato avvenimenti vissuti insieme a coloro da cui volevamo farci riconoscere. Gesù, e gli angeli, rimandano invece alla croce. Se voglio conoscere il Gesù risorto, glorioso, devo guardare il Gesù che muore soffrendo, il Gesù che mostra l’amore di Dio fino in fondo. Se voglio intuire la gloria divina, devo guardare l’abisso dell’umiliazione e della sofferenza umana. Dio non si è solo incarnato una volta, continua a essere coinvolto nella storia umana: il volto del risorto è il crocifisso.

Anche quando Luca, nell’episodio dei discepoli di Emmaus, suggerisce che per riconoscere Gesù, oltre a scoprirlo nella legge e nei profeti, occorre vederlo spezzare il pane, ossia nell’eucaristia, non dice qualcosa di diverso: l’eucaristia è il memoriale di Gesù che si offre per noi, il pane e il vino diventano corpo e sangue, si rimanda sempre alla concretezza della croce.

Se voglio conoscere il Gesù risorto, glorioso, devo guardare il Gesù che muore soffrendo, il Gesù che mostra l’amore di Dio fino in fondo.

Che cosa fa il risorto?

Immaginiamoci al posto di Gesù. Le autorità religiose ci hanno condannati a morte ingiustamente e i nostri amici sono scappati. Risorgiamo: che cosa facciamo? Probabilmente ci verrebbe da andare al sinedrio, a mostrarci vivi e vincitori, per far loro capire, mortificandoli un po’, che si erano sbagliati; e poi andremmo forse a ricordare a Pietro e ai discepoli quello che avevano giurato («Non ti rinnegheremo mai!») solo poche ore prima.

E invece no. Gesù va dai suoi, solo dai suoi, e si presenta dicendo «Pace a voi» (Lc 24,36; Gv 20,19-21) o «Non temete» (Mt 28,5.10). Gesù risorto riallaccia i rapporti umani, si dedica principalmente a questo. La vita piena, lascia intendere Gesù, è innanzi tutto vivere in armonia e pace le relazioni umane.

La vita piena, lascia intendere Gesù, è innanzi tutto vivere in armonia e pace le relazioni umane.

Ci capita sicuramente di immaginare che cosa potrebbe essere la nostra risurrezione. Ebbene, ascoltando il vangelo intuiamo almeno che a risorgere saremo noi, con il nostro corpo, la nostra storia e la nostra identità, ma anche che ci ritroveremo innanzi tutto con le persone che nella nostra vita sono state significative… e anche dopo, sarà una vita di relazioni umane piene e senza fraintendimenti.

Angelo Fracchia

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Rohingya, i “boat people” dimenticati dell’Asia

Non appaiono mai sui quotidiani, nessuna tv si occupa di loro, niente soccorsi in mare, nulla di nulla. Eppure anche loro stanno vivendo da anni uno dei drammi umanitari più pesanti del nostro tempo.

Sono i Rohingya, una minoranza etnica di origine indo-ariana di 900.000 unità, non riconosciuta dal governo, di religione musulmana ed originaria della Regione del Rakhine (dove sono circa un quarto della popolazione), sino agli anni Ottanta nota come Arakan, in Birmania, stretta fra il Golfo del Bengala ed il Bangladesh a nord: la loro presenza risalirebbe addirittura all’VIII secolo ed alcuni ritengono che siano gli antichi discendenti dei mercanti musulmani che si stabilirono nel Paese oltre mille anni fa.

Secondo le Nazioni Unite, ci sono altri ceppi di origine Rohingya anche in Arabia Saudita e Pakistan, oltre che in Bangladesh, ma è soprattutto in Birmania che rappresentano una delle minoranze più perseguitate al mondo.

Se, infatti, sino al XIX secolo avevano convissuto pacificamente con le popolazioni locali, dopo l’invasione dell’Arkan da parte dei Birmani e i successivi contrasti all’interno dell’ex Impero britannico, la situazione è andata peggiorando sino a quando, nel 1948, al momento della dichiarazione di Indipendenza, ai Rohingya non venne concesso il riconoscimento come “gruppo nazionale”. Un colpo durissimo a cui fece seguito, nel 1982, il diniego alla cittadinanza birmana, essendo considerati di origine… bangla!

Privati dei propri diritti fondamentali, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), oggi i Rohingya non hanno libertà di movimento all’interno della Birmania, non possono andare a scuola o curarsi negli ospedali del Paese, sono obbligati a non avere più di due figli e, come se non bastasse, non hanno diritto alla proprietà privata di terreni o abitazioni.

A peggiorare, se possibile, la situazione, nel giugno del 2012 la tensione è esplosa, dopo alcuni episodi di micro-criminalità che hanno coinvolto persone di etnia rohingya: la scintilla ha provocato i primi scontri fra i Rohingya e la maggioranza di religione buddista, che si è tradotta in ripetute violenze, provocate da veri e propri squadroni della morte che hanno portato a centinaia di vittime fra la minoranza.

Dopo che il governo birmano ha dichiarato lo stato d’emergenza, senza però di fatto intervenire in modo energico per far terminare le brutalità, i Rohingya hanno iniziato una vera e propria fuga di massa, cercando di abbandonare lo Stato di Rakhine per sottrarsi alle persecuzioni ed evitare di finire nelle mani di trafficanti e organizzazioni criminali.

Dietro il mancato intervento del governo di Naypyidaw, secondo quanto riportano diverse associazioni che operano in loco, ci sarebbe l’intenzione di sfruttare il nazionalismo della popolazione locale a maggioranza buddista per scacciare i Rohingya dalla regione: una vera e propria pulizia etnica strisciante e passata sotto silenzio, secondo l’organizzazione non governativa “Human Rights Watch” che si occupa della difesa dei diritti umani.

Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i diritti umani, è intervenuta più volte per domandare una “indagine rapida, imparziale ed esaustiva” sulla condizione del popolo rohingya, per fare chiarezza sulle violenze e sui trasferimenti forzati, ma ottenendo scarso seguito da parte del governo birmano.

Ad oggi sarebbero non meno di 300.000 i Rohingya già fuggiti dalla Birmania verso i precari e sovraffollati campi profughi sorti in Bangladesh o lungo il confine con la Thailandia, mentre almeno altri 100.000, ai quali vien impedito di lasciare il Paese, vivrebbero stipati in campi controllati dalle autorità birmane: il più grande è alle porte di Sittwe, capitale della regione del Rakhine, dove migliaia di persone, per lo più donne e bambini, vivono nell’indigenza, potendo contare solo sugli aiuti dell’ONU e delle ONG.

E da qui è nata, nel 2015, l’emergenza rappresentata dai nuovi “boat people” che, pur di fuggire, divengono preda dei trafficanti che li caricano su imbarcazioni che a mala pena tengono il mare e li trainano verso le coste di Malesia e Indonesia, che, ovviamente, li respingono: le Nazioni Unite li quantificano in non meno di 150.000 persone, senza contare le centinaia già morte affogate durante i viaggi e di cui non vi è traccia…

Da anni, uno dei maggiori punti di approdo dei migranti, la Malesia, è preoccupata dell’impatto che una crisi umanitaria legata all’immigrazione potrebbe avere sul settore del commercio e del turismo. Secondo i dati forniti dal governo di Kuala Lumpur, il Paese ospiterebbe già 150.000 migranti stranieri, di cui 45.000 di etnia Rohingya, ma secondo molti si tratterebbe di dati sottostimati.

Anche l’Indonesia è uno dei Paesi di arrivo dei profughi e se, in passato, Giacarta aveva avuto una politica di apertura nei confronti dei migranti, ora il nuovo governo del presidente Joko Widodo ha rafforzato i controlli, temendo un esodo umanitario come quello verificatosi in Vietnam negli anni Settanta. Immediata conseguenza è stato il fatto che i trafficanti, pur di evitare l’arresto, hanno iniziato ad abbandonare alla deriva in mare le imbarcazioni stracolme di Rohingya, lasciandole alla mercé delle tempeste tropicali…

In mezzo, la Thailandia: da sempre uno dei poli della tratta di esseri umani nel sudest asiatico ed i trafficanti hanno spesso utilizzato gli immensi territori inospitali dell’interno come veri e propri “parcheggi” per i profughi, in attesa di smistarli in Malesia e Indonesia o altrove.

E il tutto mentre le violenze e le sopraffazioni sui profughi in fuga si moltiplicano: sfruttamento come lavoratori nelle piantagioni, stupri, omicidi di massa da parte di esponenti della criminalità locale che restano per lo più impuniti.

Ad aggravare la situazione, se mai ce ne fosse bisogno, anche il silenzio assordante della leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la Pace nel 1991 Aung San Suu Kyi, il cui partito ha vinto le elezioni del novembre 2015.

Non una parola, non un intervento in favore della comunità musulmana, nonostante sia stata a sua volta prigioniera politica della giunta militare: in un Paese dove gli equilibri politici e sociali sono ancora delicatissimi, prendere posizione a favore di una minoranza odiata dalla gran parte della popolazione potrebbe essere troppo rischioso ed impopolare?

Fabrizio Gaudio

 

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LA MISSIONE S’INCARNA NEI LIMITI UMANI

Il Vangelo manteneva tutta la sua forza di rigenerazione, ma il missionario e la sua gente presentavano invece innumerevoli limiti…

Cent’anni or sono, il missionario che partiva per la missione doveva equipaggiarsi di una buona dose di coraggio e buona volontà, poiché l’ambiente che lo avrebbe accolto gli avrebbe sicuramente riservato innumerevoli difficoltà e sfide. I territori verso cui si avviava erano ancora in gran parte inesplorati, le popolazioni parlavano lingue sconosciute, le malattie erano sovente micidiali. Egli possedeva un bagaglio di certezze che gli venivano dalla convinzione profonda che il Vangelo che portava con sé avrebbe sbaragliato ogni ostacolo o difficoltà che potesse incontrare. Così pensava anche la Congregazione di Propaganda Fide che, in occasione delle prime giornate missionarie mondiali degli anni 1930, in un linguaggio alquanto militaresco, scriveva delle “impavide legioni di eroici missionari” che solcavano terre e mari “per conservare le posizioni raggiunte e procedere a nuove avanzate sui campi delle battaglie evangeliche”.

Alla prova dei fatti, l’evangelizzazione apparve subito irta di difficoltà e ostacoli. Il Vangelo manteneva tutta la sua forza di rigenerazione, ma il missionario e la sua gente presentavano invece innumerevoli limiti: poter predicare la Parola di Dio in maniera comprensibile, impararare lingue nuove che poi non possedevano termini per tradurre le verità della nostra fede, culture e ambienti refrattari alla morale cristiana… Così il missionario imparava a farsi prudente, umile, paziente e attento alla cultura della gente.

La missione non era più presentata come conquista, mentre l’evangelizzazione diventava proposta e dialogo.

Nei decenni che precedettero e seguirono il Concilio Vaticano II, si aprì una nuova fase di riflessione sull’evangelizzazione. La missione non era più presentata come conquista, mentre l’evangelizzazione diventava proposta e dialogo. Il missionario si avvicinava alle culture dei popoli cui era inviato, con speciale attenzione, sempre più cosciente che ogni cultura presenta ricchezze e tesori da rispettare e apprezzare. L’evangelizzazione stessa andava imparando nuove dinamiche quali il dialogo, l’accoglienza dei valori altrui, l’inculturazione della Parola di Dio nell’indole di ogni popolo.

In tempi più recenti, incoraggiata dal magistero degli ultimi Papi, tutta la Chiesa prende coscienza di essere missionaria. “Missionaria” perché sente l’impellente bisogno di dire a tutti quella Parola che essa stessa ha imparato ad accogliere e da cui è stata “convertita”. Crollano allora le antiche frontiere della missione, perché ogni cristiano comprende che è allo stesso tempo oggetto e soggetto della missione di Cristo. Non esiste più un’Europa “cristiana” e ben strutturata, che parte per portare il Vangelo agli altri Continenti non cristiani. Le Chiese d’Europa, come tutte le altre Chiese, si sentono in stato di missione. Ogni comunità cristiana deve ora imparare ad accogliere con semplicità la Parola del Vangelo, cercare di viverla con coerenza e poi testimoniarla agli altri, sia con la vita sia con l’annuncio.

Crollano allora le antiche frontiere della missione, perché ogni cristiano comprende che è allo stesso tempo oggetto e soggetto della missione di Cristo.

Questa svolta nel concetto di missione porta a conseguenze profonde, che Papa Francesco ha saputo cogliere ed esprimere con molta efficacia nella sua esortazione apostolica post-sinodale Evangelii gaudium. Tutta l’esortazione, pur rifacendosi alle risoluzioni del Sinodo dei Vescovi sulla “Nuova Evangelizzazione” dell’ottobre del 2012, respira a pieni polmoni il nuovo clima ecclesiale del Vaticano II. Parla della Chiesa, popolo di Dio, in cammino verso le frontiere della società e del mondo per comunicare a tutti la gioia di essere discepoli di Cristo salvatore. Tutti i cristiani sono interpellati, perché tutti devono sentirsi protagonisti di questa nuova evangelizzazione. Essi devono però assumere l’atteggiamento di umiltà e pazienza con cui l’evangelizzatore deve sempre fare i conti, oggi più che mai, nel portare avanti un’evangelizzazione efficace. Egli deve, infatti, avere la determinazione del contadino che non smette di seminare e coltivare, pur sapendo che tanti fattori condizioneranno il risultato del suo lavoro. Ma alla fine il raccolto verrà, a volte abbondante, a volte in misura ridotta, e ripagherà ogni sforzo fatto.

Papa Francesco ci ricorda alcuni limiti e condizionamenti umani con cui ogni evangelizzatore deve venire a patto e che, se affrontati positivamente, permetteranno alla Parola di Dio di radicarsi nell’animo e nella cultura di ogni popolo e individuo.

In realtà, oggi comprendiamo che le verità della nostra fede hanno bisogno di essere incarnate in espressioni diversificate e tali da poter essere comprese da tutti.

La dottrina cristiana non ha una formulazione unica da cui ogni persona, popolo e cultura possa attingere senza difficoltà. Conosciamo le infinite sfumature di linguaggio, di espressioni, d’immagini attraverso cui la verità del Vangelo passa alle persone che lo ascoltano. In passato si pensava che il Catechismo di S. Pio X, compendio di tutta la dottrina cristiana, potesse essere uno strumento valido per tutti i popoli e in tutte le culture. In realtà, oggi comprendiamo che le verità della nostra fede hanno bisogno di essere incarnate in espressioni diversificate e tali da poter essere comprese da tutti.

Ogni formulazione della fede rimane sempre, in buona parte, oscura, di non immediata comprensione, bisognosa di essere costantemente mediata. La comprensione del cuore, cioè l’amore – afferma il Papa – resta sempre e ovunque il cammino privilegiato per addentrarci nelle verità della fede. Bisogna allora che la Chiesa evangelizzi con il linguaggio e la tenerezza di una madre.

Bisogna allora che la Chiesa evangelizzi con il linguaggio e la tenerezza di una madre.

Ogni popolo sente l’esigenza di incarnare il Vangelo nella propria cultura. Fino a che ciò non accade, esso resta sempre una realtà estranea. Anche le Chiese di antica data devono rivedere certe espressioni religiose che sono parte della loro religiosità popolare, soprattutto quelle che – come afferma Papa Francesco – “non hanno più forza educativa come canali di vita” (EG 43).

Non solo le culture hanno una incidenza notevole sull’accoglienza delle verità del Vangelo e sulla comprensione esatta della fede cristiana. Anche le varie tappe della vita della persona necessitano di un accompagnamento appropriato e paziente affinché ognuno possa sentire la vicinanza di un Dio che opera in lui, al di là dai propri limiti, condizionamenti e anche peccati. Tutto ciò richiede agli evangelizzatori di diventare – in una ben nota espressione di Papa Francesco – “pastori con l’odore delle pecore, non gestori o intermediari” e compagni di cammino anche correndo il rischio di sporcarsi con il fango della strada.

Tutto ciò richiede agli evangelizzatori di diventare – in una ben nota espressione di Papa Francesco – “pastori con l’odore delle pecore, non gestori o intermediari”

Un’icona splendida di questo stile di evangelizzazione è Maria, che richiama all’umiltà, alla tenerezza e all’amore. Ella ha saputo “evangelizzare” partendo dalla cucina di Nazareth, passando per i sentieri polverosi della Palestina nella sequela del Figlio, fino ai piedi della croce in Gerusalemme. La quotidianità era il suo campo privilegiato di annuncio della “buona notizia”. Il suo cuore di madre non si chiudeva a nessuno e nessun umano condizionamento la frenava. E oggi noi le diciamo con Papa Francesco: “Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli, prega per noi. Amen. Alleluia” (EG 288).

p. PIERO TRABUCCO, IMC

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Andare alle Genti
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Quattro chiacchiere con… suor Alejandra

La gioia di annunciare Cristo alla gente

Suor Alejandra è una di quelle persone per cui l’età anagrafica conta veramente poco: ci ritroviamo ad un incontro: lei la decana del gruppo, io la più piccola. Eppure la giovinezza e l’entusiasmo di questa missionaria sono senza età. Ci fermiamo una mezz’oretta per fare quattro chiacchiere…

Come hai sentito la passione per la missione?

E’ una storia veramente bella! E’ una passione che mi ha messo nel cuore la mia mamma. I miei genitori hanno avuto 18 figli, io ero la quarta. Quando avevo 4 anni, un giorno in cui ero seduta vicino a mia mamma, la santa donna mi dice: “Ma lo sai, figlia mia, che ci sono brave ragazze che lasciano papà e mamma e vanno in Africa per battezzare i bambini? Lo sai che i bimbi senza Battesimo non vanno in Cielo…” (questa era la teologia di quel tempo…) Io non dissi nulla, ma queste parole scesero nel mio cuore, e rimasero l¿. Io ero una contadina, per andare alla scuola dovevo camminare due ore. Ho studiato fino a terza elementare, poi sono rimasta in casa per accudire ai miei fratellini. 

Quando ci siamo spostati nel villaggio, un giorno sono arrivati i Missionari della Consolata per fare la “pesca miracolosa” (si faceva così a quei tempi!) Nella mia regione di Caldas, avevano fondato un seminario e andavano nei villaggi in cerca di ragazzi che volessero entrare in seminario. Quando sono arrivati al mio villaggio, chiesero agli alunni della scuola se qualcuno voleva essere missionario, e mio fratello alzò la mano.  E così, dopo le lezioni, andarono a casa mia per parlare con i genitori. Mia mamma disse loro: “Non solo questo mio figlio, sceglietene altri, poiché questi miei figli non sono miei, sono di Dio” E mio fratello partì con loro. In quei giorni non ero presente nella casa. Dopo qualche tempo mio fratello mandò una rivista sulle missioni, e lì c’era la foto di due missionarie a cavallo, nel Caquetá. Il mio cuore saltò e pensai: “Sarò una di queste suore!” Ma non sapevo come dovevo fare per essere missionaria… però c’era un indirizzo: sono andata al negozio, ho comprato un foglio, una busta e una matita e… ho scritto. Dopo 15 giorni… che sorpresa! mi arrivò la risposta: suor Flavia, la superiora regionale, doveva andare al seminario di San Felix in Caldas, dove studiava mio fratello, e mi invitava a incontrarla. Ero sicura: già sarei partita per l’Africa insieme alla suora per battezzare i bambini. Chiesi a mia mamma di benedirmi, con la certezza che non sarei più tornata a casa.  Io, così timida, con gli occhi bassi… quando suor Flavia mi chiese: “Davvero vuoi andare in Africa?”, mi alzai in piedi e con sicurezza esclamai: “Si, Madre! Voglio andare in Africa per battezzare i bambini!” Il giorno seguente ritrovai di nuovo la madre che mi disse di vivere un tempo con le suore, lì in San Felix.

E che cosa è successo poi con l’Africa?

Ah, questa è un’altra frustrazione, il non essere andata in Africa… In quel tempo avevamo la missione in Caquetá, era veramente terra di missione, lontanissimo da Bogotá. Lì sono stata molti anni, fino a quando sono andata in Venezuela. Quando è venuta Madre Fernanda in Colombia, mi ha invitato ad andare in Etiopia, ma le ho risposto: “Ah, Madre! Perché ha aspettato tanto a dirlo! Ormai non mi sento più di imparare una lingua tanto difficile come l’amarico!” E allora mi mandarono a Tencua, per fondare la missione con gli Yecuana. E così mi è rimasta la frustrazione di non andare in Africa (ride)

Cosa ci puoi raccontare di questa “avventura” della fondazione di Tencua?

Ero già stata in Venezuela, nella Guajira, avevo fondato la nostra presenza lì con suor Teresa nel 1982. Lei è rimasta 12 anni, io ho dovuto ritornare in Colombia dopo un anno per un problema che c’era lì.  Però la Guajira è una realtà totalmente diversa da Tencua: sia nell’aspetto geografico come nel culturale. La Guajira è un deserto, Tencua è foresta amazzonica. La etnia Guayù è la maggioritaria in Venezuela, la Yecuana è la minoritaria, una delle più piccole. Il popolo guajiro centra la sua vita nella relazione con i defunti, in Tencua quando muore una persona dicono: “E’ finito” e quasi non parlano più della persona. Sono solo alcuni dati per descrivere la differenza di due realtà, una nel’estremo Nord e l’altra nell’estremo Sud del Paese.

Quando mi dissero di andare a Tencua, ero molto felice: era un paese con la stessa lingua – perché la lingua è l’unica barriera che mi ostacola per andare in Asia (ride) – però mi adatto facilmente a qualsiasi situazione ambientale. E così, le due cha avevamo fondato la Guajira, abbiamo anche fondato Tencua! A noi si sono aggiunte suor Imelda e suor Paula.

Qual è la più grande gioia che ti ha dato la missione?  

Bene, poter comunicare Cristo alla gente, in ogni modo: implicito ed esplicito, è una gioia molto grande che posso sperimentare fino ad oggi: far conoscere Gesù. E un’altra grande gioia è aver costruito amicizia con la gente: loro mi vogliono bene e sanno che io voglio bene a loro.  Il popolo Yecuana è molto identificato con la propria cultura, è un popolo che va avanti, anche se molti vivono in città, quando ritornano seguono le loro tradizioni. Ogni tanto mi chiedo perché un indigena quando va in città deve cambiare mentre un Nordamericano, un europeo, può essere lo stesso in ogni luogo…

Oggi ci sono molte possibilità di studiare: un Yecuana ha studiato medicina e oggi è medico per la sua gente. E ce ne sono altri che si stanno preparando professionalmente.

Quanti sono i Yecuana?

Sono circa 6 mila persone, che vivono nell’Alto Orinoco, Alto Ventuari e Alto Caura. Nella nostra zona – l’Alto Ventuari – sono circa mille, divisi in 20 comunità. La più grande è Caacurì che conta 800 persone, le altre sono di 200, 100, 50 abitanti.  Il nostro territorio pastorale corrisponde al fiume Ventuari, dall’affluenza del fiume Manapiare fino alle sorgenti, alla frontiera con il Brasile. La sfida più grande da affrontare è che ci sono tre cascate che impediscono di risalire il fiume: bisogna lasciare la barca prima della cascata, caricare il motore e i vari bagagli, quindi camminare alcune ore nella foresta fino a ritrovare una barca al di sopra, per di più il fiume è pericoloso in questa zona. Oggi è molto difficile la visita alle comunità perché non si trova combustibile e i costi sono molto alti. Però non c’è un’alternativa per arrivare là.

E quante comunità ci sono in questa zona?

Quasi tutte: vicino a Tencua ce ne sono solo 6, le altre sono al di sopra delle cascate. Quando possiamo andare, stiamo fuori 15 giorni, però si può fare solo una o due volte all’anno, e per questo il cammino di evangelizzazione cammina lentamente. Facciamo laboratori per costruire amache o altri oggetti di artigianato, e naturalmente la catechesi.

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SEPOLCRO E ANNUNCIO

…ricorda l’evangelista Matteo, quasi ad annunciare qualcosa di nuovo per quel primo giorno della settimana, senza aspettare il sorgere del sole, Maria Maddalena e l’altra Maria si recano a far visita al sepolcro di Gesù.
Matteo 28, 1 - 10 Marco 16, 1 - 11  Luca 24, 1 - 11

Dopo gli eventi della morte e della deposizione del corpo di Gesù, dopo il Sabato, ricorda l’evangelista Matteo, quasi ad annunciare qualcosa di nuovo per quel primo giorno della settimana, senza aspettare il sorgere del sole, ma ancora all’albeggiare del giorno, Maria Maddalena e l’altra Maria si recano a far visita al sepolcro di Gesù.

Sono donne che hanno amato molto Gesù, per questo l’hanno seguito (Mt 27,56), donne che hanno saputo stare presso la croce e che hanno custodito negli occhi e nel cuore quel mistero di dolore contenuto nel sepolcro che occultava il corpo del maestro (Mt.27,61). Sono donne ferite dalla vita e rese ancora più vulnerabili dalla morte del Signore, ma sono donne tenaci, capaci di amore fedele, che sfidano il timore del potere delle armi. Matteo, infatti, narra che il sepolcro era custodito dai soldati (Mt.27,66), così le donne “dopo il sabato, all’albeggiare del giorno” (Mt.28,1) tornano al Sepolcro.

Contemplandole, in questo loro movimento ci è restituito tutto il nostro essere donne, il nostro modo di amare, di seguire, di stare, di perseverare, di sfidare ma è anche plasmato il nostro modo di essere vulnerabili e ferite e ci è suggerito di tornare, anche oggi a quel sepolcro per essere guarite, raccolte, salvate, consolate e mandate da  Lui.

E’ bellissima questa delicata premura che rende più preziosa ancora la loro dedizione, perché preparata con cura e tanto amore.

Guardando attentamente gli avvenimenti di quella mattina scopriamo che quelle donne che vanno al sepolcro a visitare il corpo di Gesù, ci rivelano in quale luogo è avvenuta la nostra chiamata, dove possiamo incontrare il Risorto e quale è la nostra missione.

 La sollecitudine per il corpo di Gesù

Colpisce la sollecitudine tutta femminile con cui quelle donne quella mattina andarono al sepolcro per comporre il corpo di Colui nel quale avevano riposto molte attese, molte speranze. Il corpo di un Uomo che le aveva curate, che le aveva messe in cammino, un Corpo che avevano visto maltrattato e umiliato, vilipeso e tradito.

Il Vangelo di Marco racconta che andando verso il luogo della sepoltura e si chiedevano come avrebbero potuto spostare la pietra che chiudeva il sepolcro, ma forse nel loro cuore avevano la certezza che non sarebbe certo bastata una pietra per sigillare l’amore che le legava a Lui.

Il Vangelo di Luca, invece, si sofferma a raccontare che queste donne avevano dedicato il sabato a preparare gli oli, gli aromi e gli unguenti con cui ungere il Corpo del Maestro. E’ bellissima questa delicata premura che rende più preziosa ancora la loro dedizione, perché preparata con cura e tanto amore.

Le donne, così come le descrive Matteo, arrivano al Sepolcro con gli oli ma senza la preoccupazione della pietra, sapevano infatti che vi erano le guardie e che non avrebbero potuto entrare nel sepolcro (cfr. Mt.27,66), quasi a dire che non hanno più niente che occupi i loro pensieri se non quel corpo vilipeso del loro Maestro.

Quel corpo è la voce degli ultimi, degli oppressi dei senza nome, degli esclusi… . Anche noi, come quelle donne, desideriamo ungere quel corpo per riaverlo pieno di speranza, di gioia, traboccante di vita in pienezza.

Quel corpo di Gesù di cui prendersi cura, per noi è l’umanità, una umanità ferita e sconcertata, una umanità umiliata e oltraggiata. Quel corpo è la voce degli ultimi, degli oppressi dei senza nome, degli esclusi… . Anche noi, come quelle donne, desideriamo ungere quel corpo per riaverlo pieno di speranza, di gioia, traboccante di vita in pienezza. Come per quelle donne anche la nostra vocazione più vera, più definitiva nasce lì: quando ci mettiamo in movimento per prenderci cura di quel corpo che ci ha amato, ci ha curato e che ancora lo vediamo sfigurato nel volto di tanti fratelli e sorelle che lo cercano. La nostra chiamata missionaria avviene in questo movimento di dono.

Il sepolcro vuoto

Il sepolcro e un luogo di morte e di desolazione, luogo per piangere e per custodire il ricordo. Il sepolcro è chiuso, le guardie erano state mandate per custodire il corpo: avevano il corpo ma non sapevano che la Parola era vivente. Gli Apostoli avevano raccolto la Parola di Vita del Signore, ma la paura li teneva ben lontani da qual Corpo crocifisso. Le donne, invece, che avevano visto e che custodivano nel cuore l’evento della crocifissione, coraggiosamente vanno al Sepolcro, portano nell’animo, anche se confusamente, la promessa non ancora resa palese dagli eventi di Pasqua. Il loro andare è l’impulso di cuori amanti.

Il sepolcro è un luogo che prova la nostra fede che non ha la pretesa di sostenere quella dei fratelli, ma desidera mettersi al loro fianco per accompagnarli nella ricerca.

Quel sepolcro pesa sul loro animo come la pietra che impedisce ai loro occhi di vedere il corpo straziato del Maestro: è il sepolcro dell’ indifferenza, della infedeltà, della paura, è il sepolcro delle fatiche e delle sofferenze dell’umanità e della storia; è un luogo che interroga la nostra missione e ci costringe a continuare a cercare con ostinazione dove sono nascosti  i sepolcri in cui si celano i resti dell’umanità. Il sepolcro è un luogo che prova la nostra fede che non ha la pretesa di sostenere quella dei fratelli, ma desidera mettersi al loro fianco per accompagnarli nella ricerca. Il sepolcro vuoto costringe a fare silenzio per ascoltare il sussurro di quella Parola che dentro di noi è soffocata da mille altre urgenze e dal male che non smette di gridare. Ma qualche cosa interviene per dissipare quell’angoscia e quella paura, il sepolcro si presenta non più come un luogo di morte ma come la prova della Vita nuova, della Vita in abbondanza: “Voi non abbiate paura!” (Mt.28,5), non lasciatevi prendere dalla disperazione o dallo scoraggiamento: “So che cercate Gesù crocifisso; non è qui: è risorto, come aveva detto” (Mt. 28,6), ascoltate la sua Parola di salvezza.

Il Sepolcro vuoto diventa così il luogo dell’ incontro con il Risorto, Parola e Corpo spezzato, al quale stringersi con affetto e venerazione. Allora quel luogo prima sepolcro e poi spazio di incontro diventa la casa, diventa il cuore in cui anche noi siamo ospitate, lì si colloca la nostra appartenenza, li conosciamo che le distanze, le infedeltà, le perdite e persino la morte sono superate e vinte, lì la nostra vita si apre alla speranza; lì il Risorto ci genera come Missionarie, come donne dell’Annuncio, donne della Pasqua.

…il sepolcro si presenta non più come un luogo di morte ma come la prova della Vita nuova, della Vita in abbondanza: “Voi non abbiate paura!” (Mt.28,5), non lasciatevi prendere dalla disperazione o dallo scoraggiamento.

In questo andare…

L’Amore è più forte della morte e diventa nuova partenza accogliendo il Suo invito: “Presto andate dai miei fratelli e dite loro” (Mt.28,7). C’è una nuova urgenza che impegna definitivamente la vita di queste donne: la testimonianza e l’annuncio appassionato di quella Parola viva e Vivente.

Vi precede in Galilea: il Signore ci precede in questa nostra Galilea che è la nostra storia, in questo nostro quotidiano. E’ necessario aprire il cuore per riconoscere la sua presenza forte e tenera nelle pieghe della storia dei popoli a cui siamo inviate e “abbandonando in fretta il sepolcro con timore e gioia grande (…) corsero a dare l’annuncio ai suoi Discepoli” (Mt.28,8) Abbiamo visto il Signore!

Siamo sollecitate a continuare questa corsa…

sr. Renata Conti MC

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I’m albino

La condizione degli albini in Tanzania è stata, negli ultimi anni, estremamente allarmante. Era il 2008 quando è iniziata la vera e propria “mattanza” e io ero in Tanzania. Dal nord, dalle regioni più povere al confine con il lago Vittoria, si diffuse la credenza messa in scena da guaritori locali, che l’avere un amuleto di pelle o di organi di albino potesse portare fortuna e benessere per tutta la vita. Purtroppo questa credenza si diffuse in tutto il Paese tanto da provocare aggressioni agli albini e ai villaggi dove questi vivevano. James mi racconta: “Ero in giro per le strade di Dar es Salaam, mi hanno bloccato in tre e hanno provato a tagliarmi un dito del piede, ho ancora la cicatrice… meno male è arrivata una donna che si è messa a gridare”. Inizialmente si pensava che i guaritori avessero convinto di tale credenza la popolazione più ingenua, ma in realtà sembra che non fosse solo una convinzione di minatori e pescatori: una giornalista tanzaniana, corrispondente della BBC, per un suo articolo sul presunto coinvolgimento di importanti uomini della politica e della società civile sulla questione, e sull’enorme costo degli amuleti, fu minacciata pesantemente.

Anticamente gli albini venivano discriminati in quanto bianchi, ma chi vive in Tanzania da più di qualche decennio, ha visto come gli albini sono integrati nella società. Si sposano non necessariamente tra di loro, anzi raramente. Hanno figli bellissimi. Se hanno la possibilità, studiano e lavorano ricoprendo anche posti importanti. Ma la loro pelle si scioglie come neve al sole. Devono coprirsi, cospargersi di creme specifiche che il più delle volte non hanno e il problema è che sono ancor più poveri degli altri. L’albinismo provoca la parziale o mancata pigmentazione di melanina nella pelle, nei capelli e negli occhi, sviluppa tumori alla pelle che li deforma e una fortissima miopia che li porta, negli anni, alla cecità. L’unico ospedale per la cura del cancro in Tanzania è l’“Ocean Road” a Dar es Salaam, qui troviamo una sede dell’Associazione Nazionale degli albini che si occupa di sostegno e sensibilizzazione. Il Tanzania è lo Stato con la più alta percentuale di albini rispetto agli altri Stati africani: dei quasi cinquanta milioni di abitanti, gli albini supererebbero i trecentomila. Negli ultimi anni la questione degli albini ammazzati e scuoiati è diventata un fenomeno di giornalismo di massa, creando tour di “reporter e giornalisti” che arrivano in Tanzania senza alcuna conoscenza della cultura e del popolo, con il solo fine di cercare, scovare e documentare la violenza sugli albini. Sono nate migliaia di associazioni in ogni parte del mondo che raccolgono fondi per aiutare gli albini. Ma noi giornalisti abbiamo il dovere di raccontare anche quanti passi sono stati fatti dal Governo, dall’Associazione tanzaniana degli albini e dalla società civile dal 2008, per superare e fermare questo dramma: dalla sensibilizzazione nelle scuole e nei villaggi per smentire queste credenze all’aiuto medico-sanitario e alla solidarietà gratuita e straordinaria di cui solo i Tanzaniani sono capaci tra di loro e con il prossimo. Il mio reportage “I’m Albino” è nato per raccontare anche questo: come nonostante tutto gli albini rispondessero con un sorriso sperando in un futuro migliore perché in quanto Tanzaniani conoscevano la loro gente. Purtroppo ci sono ancora casi di aggressione ad albini, come ci sono casi di violenza sulle donne in Europa ogni giorno. Gli albini, grazie al grande aiuto delle migliaia di associazioni “salva-albini”, nascono e crescono amati dalle famiglie e vivono sereni, compatibilmente con la povertà della propria realtà.

Ho conosciuto Mariamu, una bellissima bambina albina di dodici anni, attraverso Erick, il mio amico responsabile degli albini dell’Udzungwa (nel sud del Tanzania). Mariamu, abbandonata alla nascita dalla madre, vive con la nonna che ha un grave tumore alla tiroide, sulle montagne di Ilamba. Sono andata nel suo villaggio con suor Ida Luisa Costamagna, Missionaria della Consolata ed Erik che voleva che conoscessimo la sua storia per aiutarla. Una timidezza e una dolcezza disarmanti. Due occhi curiosi e spaventati mi fissavano dal buco di una kanga (telo di cotone) con la quale si copriva il viso. È stato amore a prima vista. Ci sono våoluti mesi prima di arrivare a un sorriso liberatorio, spontaneo, e farle superare la rigida educazione tanzaniana quando si è in presenza di un adulto. Non aveva paura di noi, ma della nostra diversità ed era intimidita, come qualsiasi altro bambino. Mariamu è una bambina serena che come i suoi coetanei va a scuola, gioca e divide tutto con i suoi cugini e amici. Non mi chiede e non mi ha mai chiesto nulla, né lei, né sua nonna. Non mi racconta della sua quotidianità perché per lei è una cosa normale, come considera normale i bulli che ogni tanto la prendono in giro, perché lo fanno con tutte le bambine, mi dice.

L’anno scorso ero a Ilamba, da due settimane. La stagione delle piogge era arrivata dritta sparata senza sconti e senza pause. Mi svegliavo sotto secchiate d’acqua e andavo a letto sotto le stesse secchiate. La strada era una poltiglia di fango e si scivolava come su una lastra di sapone. A stento ero riuscita ad arrivare alla scuola materna delle suore per salutare i bambini che ormai mi conoscono da anni ma, nonostante volessi andare al villaggio vicino per salutare Mariamu, era impossibile. Un pomeriggio suor Ida mi telefona dicendomi di andare a casa loro. Arrivo armata di ombrello e k-way contro la pioggia e mi trovo davanti al sorriso di Mariamu, in una pozzanghera d’acqua, tanto era inzuppata. Aveva saputo che ero tornata ed era venuta a salutarmi. Inevitabilmente dopo un mega abbraccio l’ho inondata di domande: se avesse bisogno di qualcosa, se stava bene… e lei mi ha risposto che voleva solo salutarmi e sapere come stavo!

Romina Remigio

questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Andare alle Genti

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