Sara

Sara… Una storia – moderna per tanti aspetti – fatta di sofferenza, di uso distorto della bellezza e di rapporti difficili, specie tra donne.

È una storia dura quella di Sara, una delle matriarche del popolo d’Israele. Una storia – moderna per tanti aspetti – fatta di sofferenza, di uso distorto della bellezza e di rapporti difficili, specie tra donne. Una storia sulla quale il Signore, intervenendo, proietta uno sguardo nuovo. E Sara dopo aver visto – ci racconta la Genesi – il suo nome cambiato da Dio da Sarai a Sara, sarà capace di trasformare il suo riso beffardo e amaro in un riso pieno di gioia. Eppure, tutto ciò non le basterà per superare davvero i suoi limiti.

La Bibbia ce la presenta per la prima volta nella genealogia di Terach, il padre di Abram, suo marito: “Sarai era sterile e non aveva figli” (Genesi 11, 30). Come in tutti i popoli antichi, anche in Israele la sterilità era un grave marchio, segno di maledizione per la donna che non solo per questo veniva rifiutata dalla famiglia e dalla società, ma si sentiva lei stessa avvolta in una cappa mortifera.

Come in tutti i popoli antichi, anche in Israele la sterilità era un grave marchio, segno di maledizione per la donna che non solo per questo veniva rifiutata dalla famiglia e dalla società, ma si sentiva lei stessa avvolta in una cappa mortifera.

Dopo la chiamata di Dio, il settantacinquenne Abram abbandona Carran e si mette in cammino, raggiungendo l’Egitto, dove però, essendo forestiero, teme per la sua vita. Chiede allora alla sua bellissima moglie di mentire agli Egiziani facendosi passare per sua sorella: “Di’, dunque, che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva grazie a te” (Genesi 12, 13). Nessuna risposta esplicita da parte di Sarai, che però gli resta accanto, come farà per tutta la vita; seppur vittima di un marito egoista, si sacrifica per lui. Come prevedibile infatti, la sua avvenenza sarà la sua condanna e la salvezza del marito: con Sarai condotta nell’harem del faraone, Abram verrà colmato di ogni sorta di regali.

Dio però non può lasciare impunita tanta viltà, ed ecco che l’inganno verrà scoperto. Marito e moglie proseguono dunque nel loro cammino, sempre insieme ma sempre feriti dalla sterilità. Abram, pur senza nominare Sarai, si lamenta davanti al Signore: “Ecco, a me non hai dato discendenza” (Genesi 15, 1-2), e anche la donna accusa con astio Dio per la mancanza di figli.

Una soluzione estrema per una donna disperata. Abram acconsente e Agar, la schiava di Sarai, resta incinta. Ma, come prevedibile, le cose invece di migliorare si complicano

Rispetto al marito, però, Sarai fa qualcosa in più: prende l’iniziativa e rivolgendosi ad Abram gli dice: “Il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli” (Genesi 16, 2). Non è follia: in base al diritto mesopotamico, infatti, una sposa sterile poteva riconoscere come propria la prole nata dal marito e dalla schiava, anche se non sappiamo se questa prassi fosse consolidata in Israele. Una soluzione estrema per una donna disperata. Abram acconsente e Agar, la schiava di Sarai, resta incinta. Ma, come prevedibile, le cose invece di migliorare si complicano: se la gravidanza rafforza la posizione della puerpera (“Quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei”, Genesi 16, 4), schiaccia ancor più Sarai, che reagisce maltrattando l’altra. Terrorizzata, Agar decide quindi di fuggire nel deserto, dove però incontra Dio che la convince a ritornare. Nasce così Ismaele, primogenito di Abram.

Il bimbo cresce, i rapporti in famiglia trovano presumibilmente un loro difficile equilibrio, finché dopo tredici anni Dio stabilisce un’alleanza con Abram: da quel momento si chiamerà Abramo, “padre di una moltitudine di popoli”, e anche Sarai cambierà nome e diventerà Sara, che in ebraico significa principessa. Il mutamento di nome indica qualcosa di intrinseco, di sostanziale: è un mutamento di destino e di atteggiamento verso il futuro. Dio, infatti, accompagna la sua decisione con una promessa: Abramo, ormai centenario, avrà un figlio da Sara (cfr. Genesi 17, 16).

Il mutamento di nome indica qualcosa di intrinseco, di sostanziale: è un mutamento di destino e di atteggiamento verso il futuro.

Quando Sara sente un ospite sconosciuto annunciare la sua gravidanza (“Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”, Genesi 18, 10), ride. È un riso beffardo, terribilmente amaro: “Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. L’ospite si arrabbia: “C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore?”. Sara a questo punto capisce chi veramente egli sia. È una scena potentissima: come hanno sottolineato tante bibliste, la conversazione non è più tra Dio e gli uomini, ma fra Dio e una donna.

Il riso di Sara è centrale nella narrazione proprio perché è un riso capace di trasformarsi. Il figlio in arrivo sarà chiamato Isacco che significa “figlio del riso”, ma non del primo beffardo riso, quanto piuttosto di quello che seguirà quando la promessa si farà realtà. “Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà riderà lietamente di me! (…). Chi avrebbe mai detto ad Abramo che Sara avrebbe allattato figli? Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia” (Genesi 21, 6-7). È la gioia vera, profonda, di una donna “smarcata” dal suo marchio, che vede compiersi il miracolo così terribilmente desiderato in decenni di umiliazioni e sofferenze.

Il racconto biblico però non finisce qui. La gioia della maternità, infatti, non riesce a liberare dalla gelosia e dalla meschinità Sara, che rimane una persona realisticamente umana.

La gioia della maternità, infatti, non riesce a liberare dalla gelosia e dalla meschinità Sara, che rimane una persona realisticamente umana.

Quando infatti ella vede Ismaele ridere con Isacco, comprende che nella casa di Abramo suo figlio non è il primogenito. Siamo in una società in cui la primogenitura è tutto e Sara non può accettare che suo figlio sia scavalcato dal figlio di una schiava. Di nuovo, dunque, la battagliera donna prende l’iniziativa, e di nuovo si rivolge ad Abramo pretendendo che scacci via “questa schiava e suo figlio”. Ancora una volta Abramo non fa sentire la sua voce, ma esegue.

Disconoscendo Ismaele come suo figlio, Sara pronuncia quelle che, nella Bibbia, sono le sue ultime parole. Non sappiamo altro di lei, se non che morirà a Ebron a 127 anni. Non sappiamo se si pentirà mai della sua durezza, di aver risposto a un dono di Dio con nuovo odio. Di certo, però, sappiamo che la storia di questa matriarca dell’Antico Testamento, che tanto ha sofferto, come donna, nella sua vita, è una storia terribilmente attuale. Perché specchio della nostra incapacità di lasciarci trasformare davvero dall’amore di Dio.

GIULIA GALEOTTI

Questo articolo è stato pubblicato su “Andare alle genti

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