LA VITA LOTTA CONTRO LA VENDETTA

La preoccupazione principale dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, sopprattutto delle organizzazioni umanitarie, era sul come fare il passaggio dal clima di guerra, di vendetta, al nuovo clima di pace, di riconciliazione e di perdono.

Introduzione

Dopo molti anni di lotta armata, il Mozambico raggiunge l’ indipendenza il 25 Giugno del 1975 A.D. Neanche un mese era passato da quel memorabile giorno, che già la pace celebrata, era di nuovo in pericolo. Effettivamente subito iniziarono le azioni dell’opposizione, in primo luogo con l’informazione attraverso la radio Kusupa e in seguito con le armi. Era l’inizio della seconda guerra, una lunga guerra civile che si è dilagata a tutta la Nazione, seminando dolore, vittime, vendetta e distruzione da tutte le parti. Solamente dopo 17 anni di lotte interne, il 4 ottobre del 1992, la guerra civile è terminata con gli accordi di pace firmati a Roma.

La preoccupazione principale dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, sopprattutto delle organizzazioni umanitarie, era sul come fare il passaggio dal clima di guerra, di vendetta, al nuovo clima di pace, di riconciliazione e di perdono. Si immaginava una transizione difficile e accompagnata da atti di vendetta privati. Grazie a Dio, al contrario dell’ aspettativa generale, almeno nel Niassa, non ci sono state notizie di atti di vendetta, ma la popolazione è entrata nel clima nazionale di pace con fluidità e con ferma volontà di mantenere la pace. Emblematico il seguente caso. Nella prima riunione del consiglio parrocchiale dopo l’accordo di pace, si sono presentati tutti gli animatori delle comunità delle due zone di guerra. Dalle comunità della zona Renamo è venuto anche un animatore che aveva partecipato a uno degli ultimi attacchi al villaggio di Maùa, durante il quale sono stati uccise molte donne con bimbi piccoli. Riconosciuto dagli animatori del villaggio, lo hanno chiamato a parte e in tono di pace e di rispetto gli suggeriscono di lasciare la riunione parrocchiale fino al prossimo consiglio.

Quale sarà stato il movente principale? La tradizione soltanto, o la presenza della fede Cristiana soprattutto? Oppure le due insieme?

Tutti, soprattutto noi stranieri, siamo rimasti stupiti nel costatare la serenità e fluidità del processo alla normalizzazione. Per questa ragione ho voluto indagare bene su ciò che propone la biosofia e biosfera sulla vendetta e sul perdono, scoprire i moventi culturali profondi che hanno motivato e guidato il popolo xirima al ritorno pacifico e incruento alla vita di pace. Quale sarà stato il movente principale? La tradizione soltanto, o la presenza della fede Cristiana soprattutto? Oppure le due insieme?

Già nelle prime settimane di pace ho avuto la possibilità di scoprire una ragione fondamentale. Arrivato nelle basi della Renamo ho percepito che i comandanti macua non erano equipaggiati come gli altri che venivano dalle provincie del Sud. Uno di questi ultimi mi ha dato la seguente spiegazione: “Padre, i macua non amano la guerra nemmeno sanno combattere in guerra, sono allergici ai conflitti violenti e sanguinari, preferiscono sedersi ai piedi delle autorità tradizionali e là discutere, dialogare fino a raggiungere il traguardo della pace.” Questo mi ha fatto ricordare un comizio del Presidente Samora Machel in Cuamba, nei primi anni dell’ Indipendenza, dove ha espresso lo stesso giudizio del comandante della Renamo riguardo il popolo macua, affermando che solo nelle zone macua la Frelimo non aveva ottenuto un appoggio incondizionato nella guerra della liberazione.

I macua non amano la guerra nemmeno sanno combattere in guerra, sono allergici ai conflitti violenti e sanguinari, preferiscono sedersi ai piedi delle autorità tradizionali e là discutere, dialogare fino a raggiungere il traguardo della pace.

Era già una buona pista che però meritava essere ben analizzata. ‘E stato quello che ho fatto, dando ai ricercatori del Centro il tema: winlela ikuhu/ikukuttua secondo la biosofia e biosfera xirima. Presento qui i principali argomenti.

1-La legge del taglione

La legge del taglione è ben conosciuta e lapidariamente formulata nel testo che segue e in parte anche psicologicamente analizzata: il vendicatore cerca di calmare, soddisfare il suo cuore, liberandosi dal peso delle offese che gli rodono il cuore. Anche la biosofia e biosfera xirima riconosce che a volte la vendetta è frutto di premeditazione e programmazione ben cosciente, mentre altre volte è una esplosione istintiva, impulsiva e non controllata.

Winlela ikuhu mpuwa mwa makholo ahu ti ottikixa matxipu: oruwaniwa olelo onattikiwa mweri womalo.

Omaniwa olelo onahokoloxera esimana ya omalo. Wotheriwa olelo onahokoloxera omalo.

Vendicarsi per i nostri antenati è restituire l’offesa ricevuta: La persona insultata oggi, restituirà lo stesso il prossimo mese;

Se picchiata oggi, restituirà lo stesso la prossima settimana; Se accusata oggi, restituirà lo stesso domani.

Mukhw’á apwexá nitho ná, ompwexeke nitho nawe.

Se un tuo parente ti strappa un occhio, tu a tua volta gli strappi il suo.

Winlela ikuhu maino: nakhuleya nimosa, nnomelela tho nikina, ti ottikixa isikula/matxipo, ti wemexa malaxi owatteya òviriwaka, ti ephatxe enottikixeraniwa.

Vendicarsi è come i denti: basta che uno cada che subito ne spunta un altro, è invertire l’inclinazione dell’ erba, è inframmezzare erba ostacolando il passaggio, è come il setaccio: si restituisce alternativamente.

La vendetta è far sparire il sentiero definitivamente, è rendere triste il cuore completamente.

Olelo kòhopahulani, omalo ti nyuwo.

Oggi sono stato io che ti ho offeso, domani sarai tu.

Ikuhu ori otxipiha mphito khuluwi,ti omaliha murima khuluwi.

La vendetta è far sparire il sentiero definitivamente, è rendere triste il cuore completamente.

Winlela ikuku ti opaka itthu sonanara mwayini.

Vendicarsi è fare del male di proposito.

Ikuhu khasinarumaniwa, khasinalaihaniwa nihiku, Ikuhu sinapakiwa motutuxa.

Le vendette non sono programmate, neanche si stabilisce il suo giorno, si realizzano d’improvviso.

2- Nakuhu – Il vendicatore

La biosofia e biosfera xirima non conosce soltanto la legge del taglione, conosce anche la persona vendicatrice, le sue azioni malefiche, il suo comportamento psicologico. Trattandosi di una attitudine pericolosa nella vita sociale del villaggio, i testi sono abbastanza lunghi nella descrizione degli aspetti negativi e delle conseguenze funeste. In sintesi, la connotazione del vendicatore agli occhi della biosofia e biosfera xirima è chiara e categorica: lui è uno stregone, la personificazione e incarnazione dello stregone.

Il vendicatore non ha compassione, non considera l’orfano, è invidioso, con lui non si scherza, lo si evita, non alloggia nella casa degli altri, è orgoglioso, è nervoso, parla da solo, è di lingua corta,

Makholo annèra: nakuhu wuma murima, mukhwiri onnèra hiho, khanamòva Muluku.

Nakuhu kharino ikharari, khanamòna ikwasuni, ori nanrima/nahatxe, khanathelaneya, onosempwa, khanahaya w’anene, t`owittottopa, t`owisunnuwiha, ti nemwanomwano, t`owùluma mekhá, t’òkhuveya nlumi, khanatxa ni akhw’awe, ohinìwa yoleliwa, onakhwa ni wereriwa, khanóve etthu, khanaphukeleya mulattu.

Gli antenati dicono: Il vendicatore è un perverso (malvagio), lo stregone si comporta così, perchè non ha paura di Dio.

Il vendicatore non ha compassione, non considera l’orfano, è invidioso, con lui non si scherza, lo si evita, non alloggia nella casa degli altri, è orgoglioso, è nervoso, parla da solo, è di lingua corta, è di poche parole non mangia con i vicini non ascolta ciò che gli viene detto, muore dal desiderio di essere confrontato, non ha paura di niente, il suo problema non ha soluzione.

Nakuhu khanattuwala nari khanlevelela, onlikana ni ole onriha makatxapha a mphakura: mutthu ole khanamutxa, orotapanyiwa/orotanyiwa.

Il vendicatore non dimentica e non perdona, è come colui che semina bucce di fagiolo, non li mangia, vuole solo provocare

Ìnlale ikuhu orimwilivela amalihaka mwinlelo awe nikhupanyo nawe nari ntokotoko .

Chi si è vendicato, ha voluto soddisfare il suo desiderio di vendetta, era troppa l’offesa ricevuta.

Il vendicatore non cammina sulla retta via e neppure si rallegra

Atthu òwinlela ikuhu sakumanelá, ikhotto khasinamala.

Se i vendicatori si incontrano, le lotte tra di loro sono interminabili.

Mukwaha wa nakuhu khonìwananeya, winlela ikuhu onasuwela weyo mekhá.

Il suo viaggio non è programmato il piano di vendetta lo conosce lui solo.

Naxariya khanakona mwinli mmosa ni nakuhu; ephiro ya naxariya khanavira nakuhu, nakuhu khanahakalala mphironi mwa naxariya.

Il giusto non dorme sulla stessa stuoia del vendicatore; il vendicatore non cammina sulla retta via

e neppure si rallegra

Effetti negativi della vendetta

Vari ikuhu, yottheka yèmenle’vo.

Dove c’è vendetta, lì rimane la colpa

Mpuwa wa makholo winlela ikuhu khonavaha exariya: onruha winaniha, munyakunyaku, winlaseya, otapana, orakaliha; onamwara omusi, ntthoko, onthamwene, murettele velaponi.

Per gli antenati vendicarsi non genera giustizia, causa inimicizia, confusione, pianto, disgrazia, mutilazioni, distrugge la parentela, l’amicizia, la pace nel villaggio.

Winlela ikuhu kahiyene exariya ni murettele, niwoko kula mutthu onèra: àkitepiha.

Dove c’è vendetta, non c’è famiglia, tutti sono nella sofferenza.

Vendicarsi non è giustizia né pace, perchè ognuno dice: Questo è troppo per me.

Vari ikuhu oyarana khuwavo,othene ari movelavelani.

Dove c’è vendetta, non c’è famiglia, tutti sono nella sofferenza.

Winlela ikuhu ottharaka murima t’oriheya atthu: onawìnlela ikuhu, omwara itthoko.

Vendicarsi, seguendo il cuore, allontanare le persone: Chi si vendica distrugge le famiglie.

Winleliwe ikuhu yòkhala enakhuma, siri itapha sa akhwiri,

Dove c’è vendetta, deve succedere qualcosa, sono le insidie degli stregoni.

La vendetta genera sofferenza distrugge tutta la vita della persona.

Vanihukuni winlela ikuhu oxeriha maitho: nakuhu ahakalalaka nowuma murima,

owinleliwa ikuhu ìkhupanyeraka.

A volte la vendetta causa pianto e il vendicatore ride sarcasticamente se la vittima si lamenta.

Ekukuttula ovoreiha murima, onanariha ekumi yothene ya mutthu.

La vendetta genera sofferenza distrugge tutta la vita della persona.

Immagini della vendetta

Ikukuttula ikhove: ottuwaliha, nto sinòtxeleya.

La vendetta è come il sonno: cerca di far dimenticare, ma non riesce.

Ikuhu nsala nnamalela itthu sikina sùnttaka, sikina simelaka.

La vendetta è come il secchio della spazzatura: lì finiscono le cose; alcune marciscono e altre germinano.

La vendetta è come il secchio della spazzatura: lì finiscono le cose; alcune marciscono e altre germinano.

Ikuhu mwithe wa enowa: wopiha, oluma ni wiva.

La vendetta è come la tana della serpe: è pericolosa, morde e uccide.

Ikuhu khasinòneya, nto ovoreya mmurimani, ntoko nikhala noluttuwa na moro.

Le vendette non si vedono, ma fanno male al cuore come la brace ardente del fuoco.

3- Vendetta e la Giustizia giudiziaria

La biosofia e biosfera non è idealista neanche utopica, ma realista e saggia. Anche avendo condannato fortemente la persona vendicativa e le sue azioni, sa molto bene che il cuore della persona percorre i propri cammini, riconosce le sue fragilità, per questo dal suo realismo matriarcale “namùlico” del monte sacro, ricava due opportunità per togliere di mezzo le vendette e per fare giustizia alla vittima della vendetta.

In primo luogo, la biosofia e biosfera xirima offre il cammino giudiziale, sedersi sotto la tettoia con l’autorità per dialogare, trattare del problema per arrivare a una soluzione pacifica per l’ accusato e per la vittima. In questo si distingue l’allergia idiosincratica della biosofia e biosfera xirima verso la guerra, verso i conflitti sanguinari, verso le soluzioni individualistiche e egoistiche, insomma l’ aspetto fondamentale della cultura xirima essendo del cuore, del monte matriarcale, lunare e notturna, sceglie sempre la soluzione che garantisce la continuazione della vita, anche dopo alcune tragiche interruzioni. La tettoia della matriarca e del capo prima di essere un tribunale, è un luogo sacro, è un piccolo monte sacro che ha in sé l’autorità e sufficiente competenza di questo e dell’altro emisfero per riconciliare tutta la persona. Il vendicativo usurpa i poteri e i compiti sacri di altri.

Anche avendo condannato fortemente la persona vendicativa e le sue azioni, sa molto bene che il cuore della persona percorre i propri cammini, riconosce le sue fragilità

In secondo luogo, la biosofia e biosfera xirima approfitta del rito di iniziazione per denunciare e condannare le vendette, ripartendo innumerevoli consigli a tutti gli iniziati, castigando fortemente l’iniziato già incline alla vendetta.

Mwene òloka khanìnlela ikuhu muloko awe, t’onvaha miruku wera atthu ehìnlelaneke.

Il re saggio non si vendica nel suo popolo, al contrario è lui che consiglia di non praticare la vendetta.

Pwaro a mwene t`onamaliha ikuhu s’atthu.

È sotto la tettoia del re che finiscono le vendette tra il popolo.

Ikuhu mulattu: khonùntta, nto onimùntta nihiku nle pahi sinophukiwaya mmutthekoni mwa mwene.

Le vendetta sono discussioni che non marciscono, marciscono solo il giorno nel quale vengono discusse sotto la tettoia del capo.

Watthekeliwá, ohìnlele ikukuttula, sothesene sinùlummwa w`amwene, wàseke exariya mmutthekoni pahi.

Se vieni offeso, non vendicarti, perchè tutto si deve risolvere dal capo, cerca la giustizia solo in tribunale.

Winla ikuhu okhotta wuluma mulattu, ori wittana exariya, ikuhu simaleleke khuluwi mmutthekoni wa mwene.

Vendicarsi è negare risolvere il problema, è inimicarsi con la giustizia, le vendette devono finire una volta per tutte al tribunale del re.

Vendicarsi è negare risolvere il problema, è inimicarsi con la giustizia, le vendette devono finire una volta per tutte al tribunale del re.

Nakuhu onnùpuwela mmurimani mwawe omaliha mulattu ìnlelaka ikuku, nto Ikuhu sinnùnnuwiha mulattu, ti mmutthekoni mwa pwiyamwene ni mwene sintxipihiwaya’mo sotthekeliwa sothene.

Nel suo cuore il vendicatore pensa di terminare il problema con la vendetta, ma la vendetta peggiora il problema, è sotto la tettoia della matriarca e del re che finiscono tutte le offese.

Naxariya khanìnleliwa ikuhu, nto onnatthara ephiro yowùluma mulattu.

Il giusto non si vendica ma percorre un cammino per risolvere il problema.

Vanìnlelaniwaya ikuhu, mulattu wòkhala wothe, nakuhu mulattu awe opisa omala.

Dove c’è vendetta, c’è anche un problema, quello del vendicatore indugia a finire.

ikano

Anamwane òwinlela ikuhu annahawa omwalini.

I bambini vendicativi soffrono nell’iniziazione.

Winlela ikuhu wikuxa, ovirikanyiha ikano, ti ohùluma mulattu mmutthekoni

Vendicarsi è orgoglio, è contraddire le norme, è non rifiutare di trattare il reato in tribunale.

Makholo ahu yànàlela an’aya: muhiwìnleleni ikuhu yawo anottharattharani.

I nostri antenati educavano i loro figli dicendo: Non dovete vendicarvi in quelli che vi perseguitano

Gli antenati affermavano: tra il perdono e la vendetta, preferiamo sempre il perdono reciproco.

Makholo yànèra: muhiwinlele ikuhu amay`inyu nipele na amay’á ninnamaliha ikuhu.

Gli antenati dicevano: Non ti vendicare su tua madre, la mamma fa terminare la vendetta.

Khalai xapi khàpexiwa maitho, khawakhanle winlela ikuhu, nto olevelelana, makholo yàri òvilela ni òlevelela.

Nel passato non accecavano i passeri del miele non c’ era vendetta, ma perdono, gli antenati sopportavano e perdonavano.

Makholo annéra: olevelelana ni winlela ikuhu fatari olevelelana kwekwe

Gli antenati affermavano: tra il perdono e la vendetta, preferiamo sempre il perdono reciproco.

Atthu a khalai yànasuwela sa muholo: ohinlele ikuhu, olevele, olelo ti miyo kotthekelani, omale ti nyuwo.

Gli antenati prevedevano il futuro: non ti vendicare, ma perdona, oggi sono stato io ad offenderti

domani sarai tu.

Muhìnlele ikuhu, ekumi ennawana ekhotto ni ikuhu.

Non vendicarti, la vita lotta contro la vendetta.

Mwatthunaka wunnuwa omutthu womalela, ikuhu muhiyeke ottai mwekumini mwanyu.

Se vuoi crescere fino alla maturità, allontana la vendetta dalla tua vita

Asitith`inyu khanìnleliwa ikuhu, ari mukhoyi onawerya wotthukani, nsu naya ninnòpola ni ninnìva wothe.

I tuoi genitori non devono essere oggetto di vendetta, sono corde che ti legheranno la loro parola può salvare ma anche uccidere.

La persona che non hai mai visto non è oggetto di vendetta, perché ancora non conosci il suo cuore

Muretta khaninleliwa ikuhu, Mutthu ohitoko omòna, khanìnleliwa ikuhu, niwoko nlelo khonasuwela murim’awe; aletto khanìnleliwa ikuhu niwoko ari anamavira; naxikhola khonaphwanela omwinlela ikuhu, niwoko orwenle ohusera.

Il malato mai deve essere oggetto di vendetta. La persona che non hai mai visto non è oggetto di vendetta, perchè ancora non conosci il suo cuore; non vendicarti degli ospiti, perchè sono di passaggio non si deve fare vendetta all’alunno, perchè è venuto per imparare.

Vatthokoni asitithi ehiwìnlele ikuhu anamwane niwoko khasuwenle etthu.

Nella famiglia i genitori non si devono vendicare nei figli, perchè non ne sanno nulla.

Ntheli khannalipa ni ikuhu, niwoko wothelani onàsiwa omusi munyowani.

Il matrimonio non è stabile se c’è vendetta, perchè nel matrimonio si cerca nuova generazione.

Òhitheliwa khanìnleliwa ikuhu, siso tho mwara a mwanene.

La non sposata non è oggetto di vendetta, così come la sposa di un altro.

Mwakhalá a ephiro emosa wotothani muhiwìnleleke ikuhu asikhw’inyu: otapaniha.

Se camminate insieme per andare a caccia non vendicarti sui compagni, porta male.

L’offeso è il padrone tanto della vendetta quanto del perdono.

Wahokoloxeriwá ikuhu, ohinyonyiwe niwoko waropatxera, kula etthu eri ni ikuhu saya.

Quando sei vittima di una vendetta non ti innervosire perchè sei stato tu a iniziare: ogni cosa ha la sua vendetta.

Otthekeliwe ti mwanene winlela ikuhu nari olevelelana,

L’offeso è il padrone tanto della vendetta quanto del perdono.

Yohovela kheninleliwa ikuhu,Ikuhu kheninliwa ohitthekeliwe.

Il dubbio non è oggetto di vendetta, non si fa vendetta senza colpa.

Ikuhu khasinatakihaniwa niwoko novoreya.

Non ci si vendica per imitare, le vendette causano sofferenza

4- Ekuhu ni Muluku/Minepa

Vendetta compito esclusivo di Dio vendicatore.

La biosofia e biosfera oltre le due opportunità appena accennate per marginalizzare la piaga delle vendette, si appella soprattutto alla sua religiosità e teologia, offrendo così al vendicativo una terza opportunità: una motivazione per non vendicarsi. Giudicare secondo giustizia e in modo definitivo e completo è compito solo di Dio, solo lui conosce il cuore della persona, solo lui è il difensore assoluto e giusto.

Giudicare secondo giustizia e in modo definitivo e completo è compito solo di Dio, solo lui conosce il cuore della persona, solo lui è il difensore assoluto e giusto.

Oltre a questo, “Dio Namuli”, matriarca e generatrice della vita, buona e generosa, appoggia e preferisce il cammino del perdono e del dialogo giuridico che i suoi intermediari dell’aldilà e di qua cercano di sviluppare. Il vendicativo, pertanto, oltre ad essere fuori dalla legge, rischia anche di essere nemico di Dio, in altre parole è un empio che cotraddice il credo e l’ottimismo di base della teologia matriarcale namulica, per invadere il tempo e lo spazio del futuro che è esclusivamente tempo e spazio del Dio namulico.

Winlela ikuhu ti ottuwala wi Muluku ti mphuki mmosaru, mwanene ettuniya.

Vendicarsi è dimenticare che Dio è l’unico giudice vendicatore, padrone del mondo.

Winlela ikuhu ti otthuna owana ekhotto ni ikhaikhai sa wirimu, ti omukopela Muluku.

Vendicarsi è voler lottare con le verità del cielo, è indebitarsi con Dio.

Muluku nakuhú óloka: khanattuwala etthu, onnòna sothene sinèreya ni onathoriha ehuhu yaphiyá.

Dio è vindice giusto: non dimentica nulla, vede tutto quello che succede e giudica al momento opportuno.

Ikuhu sa Muluku khavo onasuwela,khavo onawerya wemexa nari osempa, ikukuttula sawe khasintthaweya.

Le vendette di Dio nessuno le conosce nessuno riesce a fermarle nè evitarle, si, dalle vendette di Dio non si fugge.

Coloro che non cercano il bene dei colleghi devono sapere che Dio li vendicherà aumentado loro la gioia.

Muluku onnasuwela ikuhu sa kula mutthu, onnawìnlela àttharuxaka mamwene, ahinalamula phama sene.

Dio conosce le vendetta di ogni persona, si vendica dei nostri re che non governano bene.

Ale ahinàpankela yorera akhw’aya, esuweleke wi Muluku onowinlela ikuhu, àntxereraka mpuh’aya.

Coloro che non cercano il bene dei colleghi devono sapere che Dio li vendicherà aumentado loro la gioia.

Muluku nakuhu òrera murima ni òloka, khanamwìnlela ikuhu mutthu òhittheka.

Dio è vendicatore buono e giusto, non si vendica della persona innocente.

Òwinleliwa ikuhu pixa murima, t’onètta ni eparakha ya Muluku, t’onakhaviheriwa ni minepa, t’onètta ni atthu.

La vittima della vendetta è buona: cammina nella fortuna di Dio, è aiutato dagli spiriti, infine cammina con noi.

Ohìnlele ikukuttula, valaponi watta sorera, omuroromeleke Muluku Namuli, makholo arorwana o Namuli: pixa murima àhòna murima wa enenele.

Non vendicarti, nel mondo ci sono molte cose buone, possa tu aver fiducia in Dio Namuli, gli antenati sono venuti con lui dal Namuli, il benevolo ha visto persino il cuore della formica.

Non vendicarti, nel mondo ci sono molte cose buone, possa tu aver fiducia in Dio

Winlela ikuhu minepa, onamwasa nokhw`awe, minepa khanawananiwa, mwatthunaka otapana muveheke minepa, siri miluku sa Muluku Namuli.

Vendicarsi degli spiriti è cercare la proria morte, contro di loro non si lotta; se vuoi avere una sorte avversa disprezza gli spiriti che sono del Dio Namuli.

Minepa khaisininleliwa ikukuttula, mutholo khonìnleliwa ikuhu, niwoko ti empa ya minepa.

Gli spiriti non sono oggetto di vendetta, neppure il Mutholo, perchè è la casa degli spiriti.

Munepa onnawerya owínlela ikuhu akumi.

Lo spirito può vendicarsi sui vivi.

5- Ekuhu ni Ekristu

Vendetta e la fede Cristiana

Il fenomeno delle vendette, visto nell’orizzonte cristiano, riceve una condanna definitiva, dovuto a tutto il comportamento di Gesù che ha sempre perdonato e ha sempre condannato la vendetta: comportamento e insegnamento che è diventato per i suoi discepoli e per la Chiesa norma.

Da un lato Gesù ha perdonato e esige che suoi discepoli perdonino dall’altro alla fine dei tempi sarà lui il vendicatore finale della storia umana e cosmica. La vendetta finale trascendentale non sarà solo teologica ma anche cristologica.

Yesu

Gesù

Yesu khawìnlenle ikukuttula mutthu mmosaru, nto àhàvekelela àlevelelaka yamukhomenle.

Gesù non si è vendicato di nessuno, ma ha pregato perdonando i suoi crocifissori

Vendicarsi, non seguendo il nostro cuore, ma l ‘insegnamento di Gesù è abbracciarsi. In verità Gesù diceva: perdonate quelli che vi affliggono.

Yesu àhìnleliwa ikukuttuna ni Ayuda niwoko na evanjelyu awe.

Gesù è stato vittima della vendetta dei Giudei a motivo del suo insegnamento

Yesu àmwìnlela ikuhu Satana omwako Sinayi: Satana alokolelaka sawawe, Yesu àkhulaka sawawe tho.

Gesù si è vendicato di Satana sul monte Sinai: Satana esprimendo le sue opinioni

e Gesù contraddicendo con le proprie

Winlela ikuhu nihittharaka murim’ahu, nto nihusiho na Yesu, ti ovarana nyono: khweli Yesu ànèra:

mwàvekeleleke yawo anopahulani.

Vendicarsi, non seguendo il nostro cuore, ma l ‘insegnamento di Gesù è abbracciarsi. In verità Gesù diceva: perdonate quelli che vi affliggono.

Yesu t’awòmonle alipa a maronda mutempuluni mo Yerusalemu, ìnlelaka ikikuttula ovuwa wa empa ya Muluku.

Gesù ha scacciato i commercianti dal tempio di Gerusalemme, rivendicando così la Gloria della casa di Dio.

Yesu Kristu nakuhu a exariya àtthu yènre sorera nari sonanara: onorowa nihiku nomalihera owìnlela ikuhu ni wáthorihela atthu yakhontte malamulo awe, yawèrenle sonanara asikhw’aya

Gesù Cristo è giudice giusto di quelli che praticano il bene e il male: verrà nell’ ultimo giorno a giudicare coloro che hanno rinnegato i suoi comandamenti, e che hanno fatto del male al prossimo.

La vendetta tra i cristiani è una cosa brutta, è un peccato grave, è mancanza di amore/amicizia/perdono: il cristiano che si vendica non segue il Vangelo.

Ekristu ni Ekereja

Ikukuttyka/ikuhu/ikhunya mpuwa mwekristu ti etthu yohirera, ti yottheka etokwene, ti ohirino osivelana/onthamwene/nlevelelo: mkristu nakuhu khantthara Evanjelyu.

La vendetta tra i cristiani è una cosa brutta, è un peccato grave, è mancanza di amore/amicizia/perdono: il cristiano che si vendica non segue il Vangelo.

Wapatisiwá ottuwaleke ikuhu khuluwi, siriki mwettelo wa satana, sinavirikana ni mukhalelo wa ekristu..

Se sei stato battezzato, dimentica per sempre la vendetta, essendo una attitudine che viene da satana contraria alla fede Cristiana.

Ohìnlela ikuhu, eyo tiyo, olevelelana, kahiyene wova, mkristu t’òleva, òwìyeviha ni òvilela: onimùnnuwihiwa momweneni mwa wirimu.

Il non vendicarsi è perdonare, non è aver paura, perchè il cristiano che perdona, che è umile e paziente sarà esaltato nel Regno del Cielo.

Il non vendicarsi è perdonare, non è aver paura, perché il cristiano che perdona, che è umile e paziente sarà esaltato nel Regno del Cielo.

Mukereja khophwanenle winleja ikuhu, niwoko ti maye/pwiyamwene a ikano sorera: hatá satana khanawerya wìnlela ikuhu ekereja, ti empa ni erutthu ya Yesu.

Mai si devono attuare vendette nella Chiesa perchè Lei è la Matriarca di buoni consigli. Lo stesso Satana non riesce a vendicarsi nella Chiesa, perchè è la casa e il corpo di Gesù.

Olapa nsakramenti nla nnamaliha ikuhu sothene atthu yùpuwenlaya.

Il sacramento della confessione aiuta a bloccare tutte le vendetta programmate

Nakuhu Herode mwene owuma murima: àwínlela ikuhu anamwane o Bethelehemu.

Vendicativo è stato il crudele re Erode: si è vendicato persino nei bambini di Betlemme.

Mai si devono attuare vendette nella Chiesa perchè Lei è la Matriarca di buoni consigli.

La biosofia e biosfera xirima, se da un lato è realista e riconosce la drammaticità e la tragicità delle vendette, dall’altro, al fine e inizio, essendo della cultura e religiosità materna, non si può non condannare categoricamente la vendetta come azione abominevole non solo eticamente, ma soprattutto teologicamente, perché Dio Namuli è madre, è matriarca che dal suo utero molto fecondo vuole generare sempre più vita abbondante e la difende tassativamente, escludendo qualsiasi tentativo di minaccia come la vendetta.

p. Giuseppe Frizzi IMC

 

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Chiesa colombiana, prima mediatrice di pace

La Chiesa si trova in prima linea nel processo di pace e di riconciliazione in Colombia

La Chiesa si trova in prima linea nel processo di pace e di riconciliazione in Colombia, soprattutto grazie al fatto di essere riconosciuta come “Istituzione credibile”. Ciò nonostante, essa ha dovuto pagare un caro prezzo lungo tutti questi anni di violenza. Difatti tra le numerose vittime, furono uccisi anche due Vescovi: mons. Jesús Emilio Jaramillo, Vescovo della Diocesi di Arauca, nel 1989 e mons. Isaías Duarte Cancino, Arcivescovo di Cali, nel 2002, noto per la sua opposizione ad ogni forma di violenza e la sua dedizione alla promozione sociale. A questi si aggiungono numerosi sacerdoti, religiosi, religiose e semplici fedeli, uccisi per il solo motivo di trovarsi in una chiesa, come accaduto il 5 maggio 2002, quando una bomba lanciata vicino alla chiesa di Bojayá fece più di 100 morti, tra cui almeno una trentina di bambini. Spesso i Parroci sono stati minacciati dai gruppi criminali che governavano nelle zone di periferia.

La presenza della Chiesa colombiana ha un ruolo essenziale in ogni parte del Paese. La maggioranza delle parrocchie svolge un lavoro minuzioso per rendere possibile l’aiuto delle classi sociali ricche verso quelle più povere. In particolare promuove innumerevoli iniziative per portare avanti il prezioso e urgente ministero del perdono e della riconciliazione. Lungo questi anni sono sorti diversi progetti per questo scopo, alcuni tra i tanti sono: i Laboratori di pace, nati in collaborazione tra la diocesi del Magdalena Medio e la Compagnia di Gesù nel 1995, il cui obiettivo principale è quello di raggiungere uno sviluppo umano sostenibile, fatto di partecipazione ed equità per tutti e la costruzione di una cultura civica, in cui i diritti e i doveri siano garantiti e rispettati equamente.

Le Scuole di Pace e Riconciliazione, ES.PE.RE, fondate dal padre Leonel Narvaez Gómez, Missionario della Consolata, sono dei laboratori in cui si affrontano, in gruppo o comunità, le diverse situazioni di violenza e si cerca di far sì che ogni persona guarendo le ferite provocate da questa, faccia il passaggio da essere vittima a essere costruttrice del proprio benessere e della pace interiore, attraverso il perdono e la riconciliazione.

Il Circolo infantile di lettori, iniziato da suor Reina Amparo Restrepo, Missionaria della Consolata, con l’obiettivo di incoraggiare la popolazione infantile alla lettura di libri che formano, ricreano e pacificano, favorendo così un intrattenimento alternativo ai giochi bellici, particolarmente nelle zone più colpite dalla guerra come lo è San Vicente del Caguán (Caquetà).

In Colombia la gente ha fiducia nei leader ecclesiali, sia perché si mettono dalla parte dei poveri e degli ultimi, sia perché sono contrari alla corruzione. Da tutte le parti viene richiesto alla Chiesa l’indispensabile ruolo di mediatrice. Questa fiducia ha permesso di iniziare nel 2000 il dialogo con la guerriglia e di poter avere sempre un Vescovo che partecipasse ai dialoghi di pace. Negli ultimi anni è stato mons. Luis Augusto Castro, ritenuto un vero missionario di pace, ad accompagnare i dialoghi realizzati all’Avana, nonché il processo di selezione delle vittime che hanno partecipato alle trattative di pace. Queste ultime sono state molto accompagnate dalle istituzioni, ma come afferma lo stesso Mons. Castro: “in modo particolare dalla Chiesa, che ha avviato percorsi di perdono e riconciliazione, perché le persone sopravvissute al conflitto possano iniziare una storia nuova” (Agenzia Dire, www.dire.it).

Mons. Luis Augusto Castro, presidente dei vescovi di Colombia

Nei giorni successivi al referendum, i Vescovi colombiani hanno tenuto una riunione straordinaria, alla fine della quale hanno inviato un messaggio invitando i cittadini a considerare la situazione attuale del Paese come un “tempo di responsabilità e di speranza”. In questo messaggio i Vescovi hanno assicurato che: “La Chiesa Cattolica non smetterà mai di annunciare la pace e di lavorare per essa” (Messaggio della Conferenza Episcopale di Colombia CEC, al popolo colombiano, 14.10.2016). L’episcopato ribadisce inoltre che: “La Chiesa, lontana da ogni legame di partito, continuerà a lavorare per il bene comune” ed invita il Presidente della Repubblica, Juan Manuel Santos, e le istituzioni dello Stato ad “accogliere le proposte provenienti da diversi settori della società per realizzare un ‘progetto di unità nazionale’ che dia delle risposte concrete ai molteplici problemi del Paese”. Tra le preoccupazioni principali, i Vescovi pongono: “la difesa della vita e della famiglia, l’educazione, la partecipazione politica, la solidità della democrazia e delle istituzioni, la lotta al narcotraffico, alla corruzione, l’impegno a superare le crisi del sistema sanitario, del sistema giudiziario, l’iniquità sociale e l’ideologia di genere”.

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Kintsugi: le cicatrici d’oro

In Giappone, quando un oggetto in ceramica si rompe, lo si ripara con l’oro, perché un vaso rotto può divenire ancora più bello di quanto già non lo fosse in origine.

È capitato a tutti un momento di distrazione e, l’oggetto in ceramica che ci era tanto caro, cade rovinosamente a terra e si rompe. Stupore, incredulità, dispiacere, poi, con rassegnazione raccogliamo i cocci e li buttiamo, seppure a malincuore, nella spazzatura, oppure li conserviamo racchiusi in una scatola. L’idea di provare a ricomporre ciò che è andato in frantumi magari ci sfiora, ma poi ci mettiamo una pietra sopra, perché convinti che un vaso rotto non potrà mai tornare come prima. Questo è ciò che accade, solitamente, in Occidente.

In Oriente invece, per la precisione, in Giappone, quando un oggetto in ceramica si rompe, lo si ripara con l’oro, perché un vaso rotto può divenire ancora più bello di quanto già non lo fosse in origine. La tecnica di riparare gli oggetti in ceramica, si chiama kintsugi, che significa: “kin” (oro) e “tsugi” (riunire, riparare, ricongiungere), letteralmente, “riparare con l’oro”.

La tecnica kintsugi, evidenzia le fratture, ma al contempo, le impreziosisce aggiungendo valore a ciò che si ripara.

Questa tecnica è stata inventata intorno al XV secolo, quando uno “shogun”, titolo attribuito nell’antico Giappone ai capi delle spedizioni belliche, dopo aver rotto la propria tazza da tè preferita, la inviò in Cina per farla riparare. Purtroppo le riparazioni all’epoca avvenivano con legature metalliche poco precise. La tazza sembrava perduta, ma il suo proprietario decise di ritentare la riparazione affidandola ad alcuni artigiani giapponesi, i quali, sorpresi dalla tenacia dello “shogun”, nel volere riavere la sua amata tazza, decisero di provare a trasformarla in un gioiello riempiendo le crepe con resina laccata e polvere d’oro.

Il racconto è plausibile, perché colloca la nascita del kintsugi, in un periodo molto fecondo, in Giappone, per l’arte, infatti, in quel periodo si sviluppò un movimento culturale, che diede origine alla cerimonia del tè (via del tè), all’ikebana (via dei fiori), al teatro e alla pittura con inchiostro cinese.

La tecnica kintsugi, evidenzia  le fratture, ma al contempo, le impreziosisce aggiungendo valore a ciò che si ripara. Il risultato è sorprendente: il manufatto rimane striato da linee d’oro che lo rendono diverso, pregevole e prezioso. La ceramica prende nuova vita attraverso le linee delle sue “cicatrici” impreziosite!

Il kintsugi suggerisce messaggi e paralleli suggestivi: non si deve buttare ciò che si rompe, perché la rottura di un oggetto non ne rappresenta la fine.

Il kintsugi suggerisce messaggi e paralleli suggestivi: non si deve buttare ciò che si rompe, perché la rottura di un oggetto non ne rappresenta la fine, ma si deve tentare di recuperarlo; le sue fratture possono diventare preziose.

C’è anche una delicata lezione simbolica, che l’antica arte giapponese del kintsugi, ci suggerisce, quella di accogliere il danno, le offese che causano le fratture e di non vergognarsi delle ferite che ognuno di noi può portare dentro di sé. La filosofia che è alla base del kintsugi, sottolinea che la vita non è composta solo di perfezione, ma anche di rottura e, come tale, va accolta. Una vera e propria metafora della vita, infatti, a chi non capita di subire rotture e ferite nel corso del proprio cammino?

In Occidente culturalmente si fa fatica ad accettare, a diventare consapevoli e a fare la pace con le proprie crepe, tanto del corpo, quanto dell’anima. Le ferite, le spaccature e le fratture sono percepiti come fragilità, imperfezione, additati e colpevolizzati: se è rotto è colpa di qualcuno. Se è rotto và buttato, o nel caso di una persona ferita, viene allontanata.

In Occidente culturalmente si fa fatica ad accettare, a diventare consapevoli e a fare la pace con le proprie crepe, tanto del corpo, quanto dell’anima.

Nella cultura orientale, invece, la vita porta insieme pienezza e rottura, ri-composizione e costante mutamento. Così, anche per le persone che hanno sofferto ed hanno ferite nel corpo e nell’anima è possibile valorizzare le proprie cicatrici acquistando una nuova bellezza e preziosità.

La sofferenza è parte della vita, se impariamo a sentirla e a riconoscerla, c’insegna, che siamo vivi; se poi è accolta, ci cambia, ci rende a volte più forti, a volte più saggi. In tutti i casi lascia un segno.

Elaborare una ferita è un procedimento lento, che necessita cura, pazienza e amore, ma garantisce risultati imprevisti e bellissimi, può rivelare aspetti nascosti, forme nuove e affascinanti.

Si scopre, così, che da un’imperfezione, da una crepa, può come per magia, nascere una forma nuova, unica, di perfezione estetica. Proprio come le nostre vite. Le “persone” che hanno sofferto possono diventare ancor più preziose. D’altronde, anche le perle nascono dal dolore, dalla sofferenza di un’ostrica ferita da un predatore, o da una lesione cicatrizzata.

Le “persone” che hanno sofferto possono diventare ancor più preziose.

I giapponesi che hanno inventato il Kintsugi lo hanno compreso più di sei secoli fa e lo ricordano sottolineandolo con l’oro. Pensate ancora che le ferite vadano nascoste? O sarebbe meglio, farle risplendere, proprio come si fa con l’arte del Kintsugi?

suor Maria Luisa Casiraghi

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Un prezioso regalo del Sole

La Scalinata dell’Inca sull’Isola del Sole, custodita da Mama Okllu e Mallku Kapac

PATRIMONIO DEI POPOLI:

Miti, leggende, racconti…: un invito a scoprire e gustare la bellezza e la ricchezza delle diverse espressioni culturali dei popoli tra i quali viviamo la nostra missione.

Per i turisti che attraccano all’Isola del Sole, nel Lago Titicaca (Bolivia), a quasi quattromila metri di altezza, ci sono due statue ad accoglierli: sono imponenti, un uomo e una donna vestiti secondo la tradizione Inca; i due affiancano una scala lunga e ripida, che porta a una fontana di acqua fresca. Si tratta di Mallku Kapac e Mama Okllu, i leggendari fondatori dell’Impero Inca, figli di Inti, il dio Sole. Ecco una leggenda quechua/aymara che racconta la loro storia, e non solo, narra anche l’origine di un alimento molto importante per i popoli andini: il mais.

Wiracocha, il supremo Dio, era molto arrabbiato: gli uomini che aveva creato per amore e a cui aveva insegnato l’arte e la scienza, si erano lasciati sedurre dal dio del Male, Supaya, e nel loro cuore erano cresciuti l’odio e l’invidia. Fece scendere neve e gelo, i campi diventarono sterili, nelle anime degli uomini rimase solo il dolore e il pianto. Rimasero solo rovine e silenzio dove prima fiorivano l’arte e la scienza. Con il tempo, gli esseri umani dimenticarono ogni tipo di virtù, diventarono cannibali e si comportavano come bestie. Fu un castigo che durò lunghi secoli, fu la notte dell’umanità!

Un giorno Inti, il figlio prediletto del Dio degli dèi Wiracocha, si avvicinò a suo padre e gli disse: “Padre mio, creatore di ogni cosa, dal cuore buono e magnanimo, ti supplica questo tuo figlio affinché si calmi la tua collera contro l’umanità, abbandonata nella Terra. Permetti che i miei due migliori figli scendano, si avvicinino alle persone e cerchino di ammansire quei cuori, guidandoli sulla via che corrisponde loro, come figli della tua Creazione”.

Wiracocha ascoltò suo figlio con calma, quindi gli rispose: “Figlio Inti, da oggi ti chiamerai il Benefattore e l’Incomparabile: le tue ragioni hanno commosso il mio cuore, non è un caso che sia tu il mio figlio prediletto, mio amato Inti. Che si compia il tuo desiderio: manda i tuoi figli, dopo averli educati nel bene e nel lavoro”.

E fu così che Inti trasportò su di un fulmine i suoi due figli Mallku Kapac e Mama Okllu, che lasciò nell’isola del Sole, nel grande lago Titicaca. Diede loro un bastone d’oro: “Prendete questo bastone: quando affonderà nel terreno, sarà il segno che in quel posto fonderete il vostro regno”.

I due, fratelli e sposi allo stesso tempo, iniziarono la ricerca del luogo della loro dimora: una barca di giunchi, diretta misteriosamente, solcò il lago e li lasciò sulle sue rive. Sulla terraferma, cominciarono il loro pellegrinaggio verso il nord. Camminavano senza posa, non evitavano la fatica, sopportando il freddo della notte e le asperità del terreno, scalavano montagne. Lanciavano il bastone aureo al suolo, in cerca del luogo predestinato, ma niente. Ormai erano passati diversi giorni, e nella bisaccia che avevano portato con sé era rimasto ben poco da mangiare.

“Non ti preoccupare, sorella mia e sposa mia”, disse Mallku Kapac, “so che nostro padre Inti non ci abbandonerà. Siamo suoi figli, e siamo qui perché lui ci ha inviato”, la sua voce era serena. Continuò: “Questo pomeriggio, prima che il Sole tramonti, parlerò a nostro Padre in ginocchio, abbi fede che ascolterà la nostra preghiera”.

In quel pomeriggio i due fratelli sposi arrivarono ai piedi di una montagna. Inti, il Padre Sole, dava gli ultimi raggi di luce alle valli, attraverso le fenditure delle rocce. Aprì le braccia verso i suoi figli amati e indicò loro una gola rocciosa, dietro cui in poco tempo sarebbe scomparso. Parlò così: “Figli miei, tra poco troverete riposo nel vostro lungo pellegrinaggio e i vostri cuori gioiranno al calore di una dimora stabile. Il vostro popolo già vi sta aspettando: dovrete avere pazienza, perché vivono nella tenebra, ma quando la luce illumini le loro menti, riconosceranno che io sono il loro padre. Andate, figli miei, ma prima raccogliete l’alimento che lascerò in questa gola rocciosa: sarà vostro alimento e ne porterete anche all’umanità come un dono del loro Padre Sole”.

il mais: alimento basico per il popolo andino

E mentre i due figli amati si trovavano ancora in ginocchio, Padre Inti si nascose dietro la montagna, lasciando scivolare dal suo manto aureo una cascata di mais. Con la forza di questo alimento e incoraggiati dalla presenza del Padre Sole, i due fratelli continuarono il viaggio, arrivando un giorno all’ingresso di una valle. “Mi sembra che siamo giunti al luogo predestinato” disse il fratello. Gettò il bastone d’oro che iniziò ad affondare nel terreno, fino a sparire. Grande fu lo stupore di entrambi: erano giunti a casa! In questo luogo sarebbe nata più tardi la città di Cuzco, centro dell’Impero Incaico.

Si guardarono attorno: la gente viveva in grotte come animali selvatici, mangiando la carne dei propri nemici. Mallku Kapac e Mama Okllu si avvicinarono e pazientemente, vincendo poco per volta la loro sfiducia, insegnarono il lavoro e la cultura. Lui insegnò a lavorare la terra e raccoglierne i frutti. Lei a filare la lana e tessere. Lui insegnò ad addomesticare gli animali e lei a cucinare. Lui fabbricò oggetti di ceramica e lei insegnò a coprire le nudità con decoro. Lui insegnò la giustizia, fomentò la virtù, insegnò la verità, predicò la parola di Inti e istituì la religione. Lei insegnò la bontà, la mansuetudine e l’obbedienza.

Fu così che i due fratelli e sposi fondarono l’Impero Inca, che più tardi sarebbe stato lo stupore del mondo intero, per la raffinata cultura, la scienza avanzata e l’immensa ricchezza e potere. Senza dimenticare il regalo del Padre Sole: il mais, alimento fondamentale, come pane quotidiano per i discendenti degli Incas e per molti altri popoli americani e – oggi – per molte popolazioni in tutte le parti del mondo.

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Guarigioni e demoni

… tutte le informazioni più importanti gli antichi tendevano a metterle all’inizio, perché fossero una specie di cartina per orientarsi in quello che seguiva

Il senso del panorama (Marco 1-3)

Siamo abituati a leggere la Bibbia a pezzettini, più o meno lunghi come le letture della messa, e questo soprattutto con i vangeli. Così è più semplice andare in profondità, cogliere i particolari. Può però accadere che in tal modo non cogliamo i disegni più ampi, come se girassimo in una città che conosciamo bene, ma di cui, vedendola in foto dall’alto, intuiamo improvvisamente che cosa è vicino a che cosa.

Proviamo quindi a guardare dall’alto un vangelo. Il primo a essere stato scritto, quello di Marco. E di guardarne soprattutto l’inizio. Noi solitamente concentriamo alla fine (di un racconto, di una presentazione, di una barzelletta…) tutte le informazioni più importanti. Gli antichi no, tendevano a metterle all’inizio, perché fossero una specie di cartina per orientarsi in quello che seguiva: chi leggeva sapeva già che cosa, in ciò che veniva dopo, davvero era importante.

Al cuore del rapporto con Dio c’era un rapporto personale e di fiducia: ci si fidava del Battista, come segno di una fiducia che si voleva porre in Dio.

Un’intuizione di partenza

All’inizio c’è l’incontro con Giovanni Battista. Questi era un profeta dall’aspetto un po’ pazzo, che riprendeva un po’ di idee e immagini della religione ebraica più antica (il deserto, il Giordano, il vivere con pochissimo…) e invitava a rimettersi in sintonia con Dio, dopo aver cambiato stile di vita, con una celebrazione che non si faceva nel tempio, non ubbidiva a delle regole ben scritte nella Bibbia, ma passava da lui. Al cuore del rapporto con Dio c’era un rapporto personale e di fiducia: ci si fidava del Battista, come segno di una fiducia che si voleva porre in Dio. Non la certezza, magari illusoria, che viene dal sapere di aver rispettato delle regole, ma la parola promettente di un profeta. E di fronte a questo, Gesù si mette in movimento, ne viene sedotto, capisce che questo è davvero un Dio affascinante.

I vangeli ci presentano in tanti modi diversi questo incontro un po’ sorprendente, ma lasciano trasparire l’idea di un’intuizione. Gesù intuisce di avere con Dio un rapporto che è unico: “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (Mc 1,11). È comprensibile che subito dopo Gesù si rifugi nel deserto, a digiunare e meditare, per capire un po’ bene che cosa gli è successo.

Il regno di Dio è il mondo così come Dio lo ha pensato, immaginato, sognato.

Un abbozzo di predicazione

Quando torna dal deserto, Gesù inizia a predicare. È la sua prima predicazione, e per certi versi è anche l’unica un po’ “generica”: altrove risponderà a polemiche, si impegnerà in parabole, ma sembra sempre in qualche modo reagire a delle provocazioni. Qui è solo lui che parla… e che cosa dice?

«Il tempo opportuno, l’occasione, si è riempita, si è maturata; il regno di Dio si è avvicinato: cambiate modo di pensare e credete alla bella notizia» (Mc 1,15). È come se ci fosse un frutto maturo, che adesso si può gustare appieno. E questo frutto è il “regno di Dio”. Un regno è dove comanda un re, che fa quello che vuole. Il regno di Dio è il mondo così come Dio lo ha pensato, immaginato, sognato. Nella storia Dio deve (vuole, in realtà!) scendere a patti con la libertà dell’uomo, ma se fosse solo per lui, farebbe così. Così come? Gesù non ce lo dice! Dice solo che dobbiamo cambiare testa (questo è il significato più profondo del “convertitevi”), trasformare il nostro modo di ragionare. Noi ci aspettiamo delle cose da Dio se solo gli daremo qualcosa, immaginiamo che castighi i malvagi e faccia vincere i buoni (chissà perché, ci sentiamo sempre tra i buoni che vinceranno!), ma Dio ci sorprende, non è come ce lo aspettiamo. Gesù invita a fare attenzione, perché questa novità sarà una bella notizia.

E poi? Che cosa ci spiega di più? Gesù smette di spiegare. O meglio, inizia a fare, che è un altro modo, molto più profondo e completo, di spiegare.

Gesù lo guarisce, e quell’indemoniato può tornare a vivere insieme agli altri, a essere uomo tra gli uomini (Mc 1,23-27).

Dei compagni e tante guarigioni

Dapprima chiama qualche discepolo (Mc 1,16-20). Fin dall’inizio, Gesù non sta da solo.

Poi inizia a guarire. Nella sinagoga dove si ferma a predicare c’è un indemoniato, una persona che sbraita e sbava e si strappa le vesti. Un pazzo, diremmo noi. E tanto noi come la gente di allora, davanti ad un pazzo, uno imprevedibile, ci spaventiamo, giriamo alla larga. Gesù lo guarisce, e quell’indemoniato può tornare a vivere insieme agli altri, a essere uomo tra gli uomini (Mc 1,23-27).

Poi Gesù si invita a casa di Simon Pietro, la cui suocera è malata, a letto. Anche lei Gesù guarisce, e lei subito si mette a servirli. Ci verrebbe quasi da sorridere, pensando che sarebbe stato meglio per la suocera di Pietro di aspettare il giorno dopo per guarire, così non avrebbe dovuto faticare tanto… Ma in realtà dimostreremmo di non aver capito. La culture in cui cresce Gesù è profondamente maschilista: la donna non poteva parlare in pubblico, non poteva possedere beni, non poteva uscire di casa se non accompagnata da un uomo della famiglia… L’unico luogo e momento in cui era lei al centro della comunità era quando ospitava in casa qualcuno. Lì il suo ruolo sociale poteva davvero esprimersi appieno… La donna che Gesù guarisce e che incomincia subito a servirlo, è proprio servendo che recupera la sua possibilità di essere donna tra gli uomini (Mc 1,29-31).

Viene poi un lebbroso a invocare Gesù. La lebbra era una malattia che, per regola religiosa, obbligava chi ne soffriva a vivere da solo, lontano dai paesi, ad annunciare da lontano il proprio arrivo perché tutti potessero nascondersi… Gesù lo guarisce e lo manda dai sacerdoti: non basterebbe guarirlo, c’è bisogno che i sacerdoti certifichino che può rientrare a vivere da uomo tra gli uomini (Mc 1,40-45).

A Gesù, evidentemente, non interessa che siamo in salute, ma che siamo capaci di vivere con gli altri. Viene a restituirci la capacità di vivere da esseri umani tra altri esseri umani.

Una guarigione sorprendente

Ovviamente la fama di Gesù si diffonde e tanti malati vengono a lui da ogni parte. A Cafarnao un giorno si raccoglie tanta gente che lui non riesce neppure più ad uscire di casa (Mc 2,1-12). Tra i tanti che vengono c’è anche un paralitico, portato in lettiga da quattro amici i quali, vedendo che non si riesce ad arrivare dal maestro, decidono di passare dai tetti bassi del Vicino Oriente antico, per raggiungere da lassù la casa dove è ospite Gesù, smontare il tetto di frasche e farlo calare direttamente nella sua stanza. Quanta disponibilità e fede! La reazione di Gesù è sorprendente: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Ma come? Non lo guarisce! Perché?

Proprio questo miracolo ci fa capire un po’ meglio quelli che precedono. Che cosa ha di diverso? Questo paralitico è malato come tanti altri, ma la malattia, per lui, non è un impedimento a vivere relazioni profonde con altri esseri umani. Ha quattro amici che faticano, si ingegnano, inventano soluzioni per lui; gli vogliono bene. E allora quella malattia non ha bisogno di essere eliminata. A Gesù, evidentemente, non interessa che siamo in salute, ma che siamo capaci di vivere con gli altri. Viene a restituirci la capacità di vivere da esseri umani tra altri esseri umani.

Gesù continua a guarire e sfidare leggi che impediscono di vivere pienamente insieme agli altri.

Rifiutandosi, in prima battuta, di guarire quel paralitico (che poi comunque se ne andrà da lì sulle sue gambe…), Gesù ci dice che l’importante è vivere appieno la vita, e che la vita piena è fatta di relazioni con altre persone. E suggerisce anche, tra l’altro, che il peccato potrebbe essere un impedimento altrettanto importante della lebbra o della pazzia per vivere con gli altri…

E i suoi discepoli?

Gesù continua a guarire e sfidare leggi che impediscono di vivere pienamente insieme agli altri. A un certo punto sembra ritenere che sia arrivato il momento giusto per istituzionalizzare una comunità di discepoli più stabile, i Dodici Apostoli (Mc 3,13-19). Dodici, come i patriarchi dell’Antico Testamento, che riassumevano in sé l’intero popolo d’Israele, perché devono essere un’immagine di tutti i cristiani. Il vangelo ci spiega anche quale sia il loro compito, ossia il compito di chiunque si dica cristiano.

Quello che Gesù chiede ai cristiani è allora semplicemente di stare con lui, per conoscerlo e farlo conoscere, e poi di eliminare tutto ciò che, nell’umanità, impedisce agli esseri umani di vivere in comunione con altri esseri umani.

I compiti in realtà sono due, anche se il secondo è ancora diviso in due. Innanzitutto, devono «stare con lui», devono vivere la relazione con Gesù, uomo tra gli uomini. Poi, vuole «mandarli», e li manda a fare due cose: «a predicare», cioè ad annunciare il regno di Dio e Gesù, e «a scacciare i demoni». A questo punto siamo un po’ perplessi. Stare con lui, volendo possiamo farlo; predicare, sia pure con i nostri limiti, anche. Ma come possiamo scacciare i demoni? Sembra impossibile, a meno che…

I demoni che Gesù ha scacciato finora nel vangelo sono, sotto forme diverse, gli ostacoli perché gli uomini vivano pienamente insieme agli altri uomini. Quello che Gesù chiede ai cristiani è allora semplicemente di stare con lui, per conoscerlo e farlo conoscere, e poi di eliminare tutto ciò che, nell’umanità, impedisce agli esseri umani di vivere in comunione con altri esseri umani. Questi sono i nostri demoni.

Angelo Fracchia

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Kenya: una Chiesa del futuro

Dopo 29 anni di missione in Kenya, suor Sonia Lobo de Carvalho ha lasciato il Paese, perché destinata al Portogallo, dove continuerà la sua opera come animatrice missionaria vocazionale. La ringraziamo per il suo esempio di disponibilità e le auguriamo un fecondo apostolato in Europa.

Sono nata in Brasile, nella città di Apucarana, Stato del Paraná, ma quando ebbi quindici anni la mia famiglia si trasferì a Palmitópolis, presso Cafelandia, sempre nello stesso Stato. Fu lì che conobbi le missionarie della Consolata e nacque nel mio cuore la vocazione di divenire anch’io una di loro. Dopo alcuni anni di formazione trascorsi a San Paolo, fui inviata nelle missioni del Kenya. Il popolo keniese è sempre stato, in generale, pacifico. L’esperienza dei Paesi vicini ha dimostrato che la guerra porta con sé solo odio e distruzione. In seguito, però, alcuni leader cominciarono, sfortunatamente, ad istigare la gente più esaltata delle loro rispettive tribù e, dopo le elezioni presidenziali del 2007, la violenza si instaurò nel Paese, causando morte, distruzione e tanta sofferenza.

Nello stesso tempo la Chiesa cattolica si unì ad altre confessioni cristiane e a persone laiche per preparare un documento molto importante, che riguardava la terapia del perdono, con la convinzione che perdonare è difficile, ma non impossibile.

La gente cominciò a capire che il perdono è un atto della volontà, che diviene possibile quando si ama seguendo l’esempio di Gesù.

Il Kenya ha una popolazione di circa 40 milioni di abitanti, il 25% dei quali vive nelle grandi città, come Nairobi, Kisimu, Mombasa. Le donne rappresentano più del 50% della gente. Il Paese è composto da varie etnie, che, secondo me, costituiscono una ricchezza per la nazione. Purtroppo, però, esse risultarono un grande motivo di divisione, causata non dal popolo, ma da coloro che volevano perseguire i propri interessi.

La popolazione, dal punto di vista religioso, è composta di cristiani di varie denominazioni (38%); i cattolici sono il 28%. Vi sono poi i credenti delle religioni tradizionali (26%) e i musulmani (7%).

La Chiesa cattolica del Kenya è giovane e vibrante: giovane nella fede e nelle sue espressioni caratteristiche. Le celebrazioni domenicali sono molto festose, esuberanti e costituiscono una sincera manifestazione di fede convinta. È una Chiesa benedetta da molte vocazioni religiose e diocesane e ben inserita nei vari settori della società.

Nel campo della sanità e dell’educazione, il 40% delle istituzioni è ancora sotto la guida e il patrocinio della Chiesa cattolica e molti laici sono ben preparati e coinvolti. Il 95% del lavoro pastorale e di formazione umana è sotto la responsabilità del clero, dei religiosi e dei laici. Possiamo dire con certezza che tutto questo è dovuto ai missionari e alle missionarie che hanno portato al popolo l’annuncio del Vangelo. In questo dinamismo di dare, ricevere e donarsi, i missionari hanno seminato la fede in Gesù Cristo e per questo motivo abbiamo oggi in Kenya una Chiesa che è “in uscita”. Sono moltissimi i missionari e le missionarie keniesi presenti nei vari Paesi di almeno quattro continenti, come evangelizzatori e come buoni “samaritani”, capaci di rispondere alle varie situazioni di emergenza di tanti fratelli e sorelle.

Ho iniziato la mia missione a Meru, una cittadina vicina al Monte Kenya. Dapprima, siccome non conoscevo bene la lingua, comunicavo con la gente con un sorriso, un saluto, un gesto affettuoso. Così le persone finirono col soprannominarmi “Makena”, che vuol dire “persona felice”. Dopo aver lavorato a Marsabit, Nairobi e Mombasa, ritornai nella diocesi di Meru. Ho lavorato per molti di questi anni nel settore educativo e in quello dell’Animazione missionaria e vocazionale. Ultimamente ero impegnata nella formazione delle giovani che desideravano diventare missionarie della Consolata.

Un giorno una di queste giovani mi chiese: “Da dove attingi tutta questa energia che ti consente di continuare sempre disponibile e allegra nella missione che hai abbracciato fin dalla tua giovinezza?”. Io rispondo sempre che la mia disponibilità è nata da un’avventura di fede. Un’avventura che mi ha fatto sperimentare un Dio che mi ha guardata, mi ha scelta, mi ha chiamata e inviata ad evangelizzare. Questo Dio ha avuto fiducia in me e si è servito di me per farmi arrivare sempre più vicina a quei poveri ai quali mi ha inviata. È Lui che mi dà il coraggio di assumermi ogni giorno le responsabilità inerenti alla mia vocazione. Sfide? E chi non ne ha nella sua vita? Sono sempre tante. Affermare che non esistono è un’illusione; specialmente quando si parte per un Paese nuovo, esse appaiono subito numerose. Lasciare i propri genitori, i familiari, gli amici… Lasciare il proprio modo di vivere e, praticamente, assumerne un altro. Posso affermare che non esiste vita missionaria senza croce; ma, nello stesso tempo, dico che dopo la croce viene la resurrezione. Se sono arrivata fin qui, devo dire grazie alle preghiere di molte persone e alla fedeltà di Dio, perché “il suo amore per noi è immutabile e la sua fedeltà è eterna” (Sl 116,2).

Fiduciosa in questa fedeltà, continuo a coltivare i miei sogni, sapendo che Lui è con me.

Suor Sonia Lobo De Carvalho

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Sara

Sara… Una storia – moderna per tanti aspetti – fatta di sofferenza, di uso distorto della bellezza e di rapporti difficili, specie tra donne.

È una storia dura quella di Sara, una delle matriarche del popolo d’Israele. Una storia – moderna per tanti aspetti – fatta di sofferenza, di uso distorto della bellezza e di rapporti difficili, specie tra donne. Una storia sulla quale il Signore, intervenendo, proietta uno sguardo nuovo. E Sara dopo aver visto – ci racconta la Genesi – il suo nome cambiato da Dio da Sarai a Sara, sarà capace di trasformare il suo riso beffardo e amaro in un riso pieno di gioia. Eppure, tutto ciò non le basterà per superare davvero i suoi limiti.

La Bibbia ce la presenta per la prima volta nella genealogia di Terach, il padre di Abram, suo marito: “Sarai era sterile e non aveva figli” (Genesi 11, 30). Come in tutti i popoli antichi, anche in Israele la sterilità era un grave marchio, segno di maledizione per la donna che non solo per questo veniva rifiutata dalla famiglia e dalla società, ma si sentiva lei stessa avvolta in una cappa mortifera.

Come in tutti i popoli antichi, anche in Israele la sterilità era un grave marchio, segno di maledizione per la donna che non solo per questo veniva rifiutata dalla famiglia e dalla società, ma si sentiva lei stessa avvolta in una cappa mortifera.

Dopo la chiamata di Dio, il settantacinquenne Abram abbandona Carran e si mette in cammino, raggiungendo l’Egitto, dove però, essendo forestiero, teme per la sua vita. Chiede allora alla sua bellissima moglie di mentire agli Egiziani facendosi passare per sua sorella: “Di’, dunque, che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva grazie a te” (Genesi 12, 13). Nessuna risposta esplicita da parte di Sarai, che però gli resta accanto, come farà per tutta la vita; seppur vittima di un marito egoista, si sacrifica per lui. Come prevedibile infatti, la sua avvenenza sarà la sua condanna e la salvezza del marito: con Sarai condotta nell’harem del faraone, Abram verrà colmato di ogni sorta di regali.

Dio però non può lasciare impunita tanta viltà, ed ecco che l’inganno verrà scoperto. Marito e moglie proseguono dunque nel loro cammino, sempre insieme ma sempre feriti dalla sterilità. Abram, pur senza nominare Sarai, si lamenta davanti al Signore: “Ecco, a me non hai dato discendenza” (Genesi 15, 1-2), e anche la donna accusa con astio Dio per la mancanza di figli.

Una soluzione estrema per una donna disperata. Abram acconsente e Agar, la schiava di Sarai, resta incinta. Ma, come prevedibile, le cose invece di migliorare si complicano

Rispetto al marito, però, Sarai fa qualcosa in più: prende l’iniziativa e rivolgendosi ad Abram gli dice: “Il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli” (Genesi 16, 2). Non è follia: in base al diritto mesopotamico, infatti, una sposa sterile poteva riconoscere come propria la prole nata dal marito e dalla schiava, anche se non sappiamo se questa prassi fosse consolidata in Israele. Una soluzione estrema per una donna disperata. Abram acconsente e Agar, la schiava di Sarai, resta incinta. Ma, come prevedibile, le cose invece di migliorare si complicano: se la gravidanza rafforza la posizione della puerpera (“Quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei”, Genesi 16, 4), schiaccia ancor più Sarai, che reagisce maltrattando l’altra. Terrorizzata, Agar decide quindi di fuggire nel deserto, dove però incontra Dio che la convince a ritornare. Nasce così Ismaele, primogenito di Abram.

Il bimbo cresce, i rapporti in famiglia trovano presumibilmente un loro difficile equilibrio, finché dopo tredici anni Dio stabilisce un’alleanza con Abram: da quel momento si chiamerà Abramo, “padre di una moltitudine di popoli”, e anche Sarai cambierà nome e diventerà Sara, che in ebraico significa principessa. Il mutamento di nome indica qualcosa di intrinseco, di sostanziale: è un mutamento di destino e di atteggiamento verso il futuro. Dio, infatti, accompagna la sua decisione con una promessa: Abramo, ormai centenario, avrà un figlio da Sara (cfr. Genesi 17, 16).

Il mutamento di nome indica qualcosa di intrinseco, di sostanziale: è un mutamento di destino e di atteggiamento verso il futuro.

Quando Sara sente un ospite sconosciuto annunciare la sua gravidanza (“Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”, Genesi 18, 10), ride. È un riso beffardo, terribilmente amaro: “Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. L’ospite si arrabbia: “C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore?”. Sara a questo punto capisce chi veramente egli sia. È una scena potentissima: come hanno sottolineato tante bibliste, la conversazione non è più tra Dio e gli uomini, ma fra Dio e una donna.

Il riso di Sara è centrale nella narrazione proprio perché è un riso capace di trasformarsi. Il figlio in arrivo sarà chiamato Isacco che significa “figlio del riso”, ma non del primo beffardo riso, quanto piuttosto di quello che seguirà quando la promessa si farà realtà. “Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà riderà lietamente di me! (…). Chi avrebbe mai detto ad Abramo che Sara avrebbe allattato figli? Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia” (Genesi 21, 6-7). È la gioia vera, profonda, di una donna “smarcata” dal suo marchio, che vede compiersi il miracolo così terribilmente desiderato in decenni di umiliazioni e sofferenze.

Il racconto biblico però non finisce qui. La gioia della maternità, infatti, non riesce a liberare dalla gelosia e dalla meschinità Sara, che rimane una persona realisticamente umana.

La gioia della maternità, infatti, non riesce a liberare dalla gelosia e dalla meschinità Sara, che rimane una persona realisticamente umana.

Quando infatti ella vede Ismaele ridere con Isacco, comprende che nella casa di Abramo suo figlio non è il primogenito. Siamo in una società in cui la primogenitura è tutto e Sara non può accettare che suo figlio sia scavalcato dal figlio di una schiava. Di nuovo, dunque, la battagliera donna prende l’iniziativa, e di nuovo si rivolge ad Abramo pretendendo che scacci via “questa schiava e suo figlio”. Ancora una volta Abramo non fa sentire la sua voce, ma esegue.

Disconoscendo Ismaele come suo figlio, Sara pronuncia quelle che, nella Bibbia, sono le sue ultime parole. Non sappiamo altro di lei, se non che morirà a Ebron a 127 anni. Non sappiamo se si pentirà mai della sua durezza, di aver risposto a un dono di Dio con nuovo odio. Di certo, però, sappiamo che la storia di questa matriarca dell’Antico Testamento, che tanto ha sofferto, come donna, nella sua vita, è una storia terribilmente attuale. Perché specchio della nostra incapacità di lasciarci trasformare davvero dall’amore di Dio.

GIULIA GALEOTTI

Questo articolo è stato pubblicato su “Andare alle genti

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Auguri Donna!

…chi ha subito tanta violenza … ha bisogno di un gesto di accoglienza, solidarietà, rispetto e amore per ricominciare ad avere ancora fiducia nella vita, in se stessa, nelle istituzioni e in chi le sta accanto.

L’8 marzo di due anni or sono, ho partecipato nella scuola di Marymount di Roma ad una speciale funzione per ricordare l’impegno di Sr. Letizia Pappalardo della Congregazione del Sacro Cuore di Maria che per diversi anni, oltre che occuparsi degli studenti della prestigiosa scuole internazionale, ogni sabato visitava con altre religiose di diversi paesi e congregazioni il centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Scopo della visita a questo centro situato nelle vicinanze della Fiera di Roma era l’incontro con tante donne immigrate che purtroppo dopo aver subito ogni forma di violenza, sopruso e umiliazione sulle nostre strade si trovavano in un “carcere” in attesa di espulsione o meglio di deportazione nei loro paesi di origine da dove purtroppo erano fuggite dalla povertà e da altre forme di violenza fisica e psicologica.

Nell’ambito della giornata ho avuto modo di incontrare un bel gruppo di studenti delle classi superiori per dire a loro che la violenza esiste ancora in tanti modi e in tanti ambienti e che ciascuno di noi deve contribuire per creare una cultura del rispetto, della relazione vera, dell’accoglienza e riscoprire la bellezza e grandezza della dignità di ogni persona, specialmente di quelle donne che ancora oggi subiscono violenza, maltrattamenti e discriminazione. Ho parlato a loro della tratta di esseri umani, di compra-vendita, di una lunga catena formata da tanti anelli che formano la schiavitù di questo nostro secolo che si dice emancipato ma purtroppo ancora così violento contro la donna.

…ciascuno di noi deve contribuire per creare una cultura del rispetto, della relazione vera, dell’accoglienza e riscoprire la bellezza e grandezza della dignità di ogni persona, specialmente di quelle donne che ancora oggi subiscono violenza, maltrattamenti e discriminazione.

Ed è proprio la donna e più ancora la minorenne che è diventata l’anello più debole della catena, perché indifesa e vulnerabile sulla quale si può sfogare la violenza, l’ira, la gelosia e la rabbia. Si, la donna oggigiorno sembra essere considerata come una proprietà privata, un sopramobile che si può usare e buttare a piacimento e non invece come una compagna con cui condividere momenti lieti o tristi che la vita riserva ad ogni persona e soprattutto ad ogni famiglia.

L’idea della donna o più ancora della minorenne che si può comperare per poche migliaia di euro per poi farla fruttare 50-60-80 mila usando violenza fisica e psicologica, è ormai una triste realtà assai nota ma forse non ancora adeguatamente presa in considerazione e ci stiamo abituando a tanta violenza e discriminazione. Tra i tanti ricordi tristi di violenza vissuti sulla strada da tante giovani straniere ricordo una giovane mamma di 3 bambini, che dopo aver chiesto protezione alle nostre case di accoglienza senza terminare di pagare il suo debito di 42.000 Euro non ha avuto scampo. Il racket si è vendicato uccidendola barbaramente dando così un forte segnale anche alle altre vittime della tratta infame, specie per sfruttamento sessuale.

Si, la donna oggigiorno sembra essere considerata come una proprietà privata, un sopramobile che si può usare e buttare a piacimento e non invece come una compagna con cui condividere momenti lieti o tristi che la vita riserva ad ogni persona e soprattutto ad ogni famiglia.

Nelle nostre numerose comunità di accoglienza, sparse in tutta Italia, che vogliono essere case famiglia protette, in questi ultimi anni oltre alle donne straniere, vittime di tratta per sfruttamento sessuale, hanno trovato accoglienza, sostegno e amore anche tante donne italiane con i loro bambini per sfuggire alle minacce e alla violenza domestica di uomini che non accettano sconfitte o mediazione di conflitti. Per evitare che i continui conflitti si traducano in veri drammi della follia umana c’è bisogno di allontanare le mamme con i loro bambini. Questo è un nuovo volto della violenza domestica che si consuma il più delle volte in modo silenzioso e oscuro tra le mura delle nostre case a cui bisogna dare molta attenzione, comprensione e sostegno .

Purtroppo questo fenomeno non è solo italiano ma è una piaga che sta dilagando in tanti altri paesi. Alcuni mesi or sono ho ricevuto una richiesta dalla moglie del Governatore di uno dei Paesi del Nord America che chiedeva di poter visitare una delle nostre case famiglia per donne vittime di tratta ma soprattutto vittime di violenza domestica per vedere e capire come intervenire per ridurre le tragiche conseguenze di tanta violenza domestica anche nella loro situazione.

Per evitare che i continui conflitti si traducano in veri drammi della follia umana c’è bisogno di allontanare le mamme con i loro bambini. Questo è un nuovo volto della violenza domestica che si consuma il più delle volte in modo silenzioso e oscuro tra le mura delle nostre case…

Durante questa visita organizzata in una nostra casa famiglia avvenuta con il governatore, la moglie e tutto il seguito, visitando i vari ambienti dove ogni mamma aveva la sua cameretta, bella e accogliente con il lettino del bambino o dei bambini che dava il senso della privacy e della casa, così importante per ogni donna ospite, ci siamo imbattute in una giovane mamma straniera in attesa di un bimbo che ci ha raccontato la sua triste storia. Infatti dopo aver subito tanta violenza fisica per farla abortire da chi l’aveva messa incinta, non riuscendo nell’intento è stata letteralmente abbandonata sulla strada. Trovata di notte da una unità di strada, fu accolta nella comunità dove ha ritrovato una famiglia ed una casa. Commovente il nostro incontro con lei. Parlando in inglese anche se stentato la donna in lacrime mi chiedeva di ringraziare le suore che l’avevano accolta anche se lei era musulmana e noi cristiani, lei senza casa e senza famiglia e le suore le hanno dato una casa ed una famiglia, lei senza soldi e la comunità le offre tutto ciò di cui ha bisogno. Questo forte senso di riconoscenza di questa giovane mamma ha fatto breccia nei nostri visitatori che hanno costatato l’importanza di creare luoghi adatti per queste donne con i loro bambini per guarire dalle profonde ferite che si portano dentro e poter sperare in un futuro sereno per loro e per le loro creature.

La giornata della donna si riapproprierà del suo senso vero della ricorrenza, ricordandoci che ogni donna è un grande dono di Dio per la nostra umanità che ha bisogno di tenerezza, di amore, di gioia, di donazione e di vita

Soprattutto nella giornata della donna chi ha subito tanta violenza non ha bisogno di una mimosa o di un fiore qualsiasi bensì ha bisogno di un gesto di accoglienza, solidarietà, rispetto e amore per ricominciare ad avere ancora fiducia nella vita, in se stessa, nelle istituzioni e in chi le sta accanto. E questo “qualcuno” possiamo e dobbiamo essere tutte noi in modo e forme diverse.

La giornata della donna si riapproprierà del suo senso vero della ricorrenza, ricordandoci che ogni donna è un grande dono di Dio per la nostra umanità che ha bisogno di tenerezza, di amore, di gioia, di donazione e di vita per una vera complementarietà pur nella differenza di ruoli e responsabilità. Auguri, donna!

sr. Eugenia Bonetti, MC

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Quattro chiacchiere con… Suor Riccardina

Mi ritrovo seduta nel bel giardino della casa di spiritualità di Bogotá, in compagnia di suor Riccardina Silvestri, una missionaria della Consolata simpatica e vivace, che vibra per la missione e per l’amore alla sua gente. Vi condividiamo le quattro chiacchiere che abbiamo fatto…

Iniziamo con una provocazione: si può essere missionarie negli Stati Uniti?

Me l’han fatta tante, tante volte questa domanda! Io non mi sono mai chiesta se l’essere missionaria dipende da un posto. Quando sono andata per gli Stati Uniti la prima volta era per studiare e poi per andare in missione. Il fatto di essere qui, o il fatto di essere lì non mi ha toccato. Mi ha toccato in questo senso solamente: sognavo di andare a Roraima, dove mio fratello missionario aveva vissuto ed era morto, e siccome la mia vocazione è nata dalla sua scomparsa, questo era il mio sogno. Questa è stata l’unica delusione… Ma mai che abbia dubitato di essere missionaria negli Stati Uniti. Più tardi,  quando abbiamo riveduto il concetto di “missione come relazione”, missione che nasce dalla Trinità, nel Figlio missionario del Padre, ed io che sono missionaria di Gesù, allora mi ha ancora di più convinta che non è il posto che dà quel senso di essere missionaria, ma quello che hai dentro. Siamo in un posto dove noi possiamo veramente essere consolazione, e adesso le scelte che abbiamo fatto negli Stati Uniti, sono tutti nelle “rive” dove siamo chiamate ad attraccare la nostra barca: la riva degli abbandonati, del popolo oppresso che ha perso la propria identità. Non essendo tra i non cristiani, come indica il nostro carisma, penso che questo è il secondo posto dove proprio si realizza la chiamata missionaria.

Che risposte vi siete date, voi MC negli Stati Uniti, rispetto al modo in cui si può dare consolazione lì dove siete?

Per me la consolazione è come dice la famosa frase di Sant’Ireneo: “La gloria di Dio è la persona vivente” e  il fatto che il nostro motto sia: “Annunceremo la gloria alle nazioni” , vedo lì una connessione molto significativa, perché la persona vivente è quella persona che vive secondo il piano di Dio: una vita abbondante in tutti i sensi: dal punto di vista fisico, dal punto di vista spirituale, intellettuale… a tutti i livelli. La vera consolazione è contribuire lì dove sono (adesso sono nella Casa Regionale, prima ero in una Parrocchia, poi ero in una riserva indiana), con la mia vicinanza e con i servizi che loro accettano – perché non si può andare là e dire: “Adesso vi dico io cosa bisogna fare” – l’importante è essere presenza, essere con loro, e far capire loro in qualche modo la loro dignità. Questo è il modo essenziale per essere consolazione, per essere in qualche modo la persona che facilita questo diventare “fully alive”, completamente viva, non che stiracchia, che non riesce a sbarcare il lunario per se stesso e per i figli. Far percepire alla persona quanto sia importante. Quando abbiamo fatto questa scelta di una presenza tra i popoli nativi, era in questo contesto della persona con abbondanza di vita: per questo Gesù è venuto, perché abbiamo la vita in abbondanza. E allora lo accosto al nostro motto: la gloria di Dio è la persona completamente viva.

Quando avete iniziato in Sacaton, Arizona, tra il popolo Pima nella riserva indiana, quale è stata la tua prima impressione sia della realtà, sia del significato della vostra presenza lì?

Quando sono andata a Sacaton, ero veramente molto, molto felice. Quando siamo arrivate là in due, non c’era niente di pronto. Siamo andate in macchina, attraversando tutti gli Stati Uniti. La prima domenica quando eravamo già tutte e quattro, il responsabile della pastorale ci ha portate nelle quattro cappelle dove noi dovevamo servire. CI hanno presentato e ciascuna si è presentata. Erano semplici persone, alle volte erano un piccolo gruppo. Quello che a me ha toccato è come ci hanno accolto, con molta semplicità. La gente è molto riservata: i bambini chiaramente sono più espansivi, ma nel modo in cui ci hanno ricevute, io mi sono profondamente commossa: mi è passata davanti tutta la loro storia in mente. Non riuscivo nemmeno a parlare, mi scendevano le lacrime a quello che questa gente aveva sofferto. Per cui, la prima cosa che sentivo era: se potessi cancellare tutto il male che avete ricevuto da noi bianchi. Quello che abbiamo distrutto della loro identità… Man mano che venivamo a conoscenza, non sapevamo bene cosa fare, ma il Signore ci è venuto incontro: la mortalità è alta nella riserva, a causa della diabete, dei suicidi, degli incidenti stradali  e dei crimini, ci sono funerali quasi tutti i giorni. Per il popolo Pima la morte e il morto è tutto sacro: onorano le persone che sono morte con quattro sere di preghiera, e loro sono molto devoti del Rosario. Abbiamo cominciato ad andare a queste veglie, ed è stato il modo in cui siamo venute a conoscenza della gente, e anche del loro modo di concepire la morte, l’aldilà, dei loro riti che fanno, quindi abbiamo iniziato a capire qualcosa della gente. E poi praticamente vivere con loro: non abbiamo fatto nulla di più, non abbiamo mai dato aiuti. Abbiamo partecipare alle loro feste, aiutando in qualsiasi modo: aiutando a preparare i cibi, sbucciare le patate. E quando io sono venuta via da là, ho capito che questo era il modo migliore di stare con la gente: quando ho avvisato al responsabile della cappella che dovevo andare via, ha fatto un’espressione quell’uomo! E lui ha detto alla gente presente, alla fine della Messa: “Ci hanno rubato una delle nostre sorelle”. Quello mi ha colpito profondamente: non era nemmeno un anno e mezzo che io ero lì, e in qualche modo siamo riuscite a far capire che siamo sorelle: non siamo lì per insegnare, per dare, ma per camminare con loro. Quando mi hanno preparato un piccolo ricevimento per salutarmi, io ringraziando di una così bella sorpresa, mi sono sentita rispondere: “Ma sai, tu sei famiglia”.

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Il desiderio che l’altro sia

Quello che ci resta impresso è questa fretta di Maria, una fretta che è espressione della sua gioia

Lc 1, 36

Queste parole dell’angelo continuano a risuonare nel cuore di Maria, nel momento in cui ella decide di recarsi a visitare sua cugina Elisabetta. Il viaggio sarà abbastanza lungo, poiché la strada che da Nazareth, attraverso la Samaria o – più probabilmente – attraverso la valle del Giordano, portava nelle vicinanze di Gerusalemme, richiedeva tre o quattro giorni di viaggio.

Immaginiamoci questa ragazza pronta ad intraprendere in un viaggio abbastanza lungo e faticoso, animata unicamente dal desiderio di portare la gioia della nuova vita che è in lei e di condividere il mistero con questa sua parente, che sta vivendo qualcosa di molto simile in una età avanzata.

Quello che ci resta impresso è questa fretta di Maria, una fretta che è espressione della sua gioia: immaginiamoci questo viaggio compiuto con un cuore tutto proteso nel desiderio di donare, di donarsi – che è caratteristica tipica della giovinezza – nel desiderio che l’altro sia, che l’altro abbia vita. E questo a prescindere dalle realizzazioni concrete e dai progetti, anche belli e buoni, che si possono attuare; poiché ciò che rimane – mentre tutto il resto finisce – è appunto il cuore con cui si sono vissute le circostanze, ogni circostanza, della vita; e la fede, la speranza e la carità che ne animano il cammino. La vita deve essere proiettata in questo cammino di dono; anche se uno non dovesse poi mai riuscire a raggiungere quel luogo, quella persona, quello scopo preciso a cui tende, ciò che resta – ed è ciò che poi conta – è il cuore con cui si è fatto quel cammino, quel tratto di strada, quell’itinerario, che è la vita intera.

… poiché ciò che rimane – mentre tutto il resto finisce – è appunto il cuore con cui si sono vissute le circostanze, ogni circostanza, della vita; e la fede, la speranza e la carità che ne animano il cammino.

Maria è consolata, e la persona consolata è sempre disposta a consolare, perché irradia attorno a sé una gioia espansiva, che proviene dal suo Signore e che porta e comunica agli altri. Perciò la Visitazione – questo episodio in apparenza così scarno, in cui sembra che non avvenga nulla di particolare – resta un mistero veramente gioioso da contemplare.

“Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta” (Le 1, 40): basta quel saluto, semplice e spontaneo di Maria, perché la gioia espansiva del Signore si comunichi a tutti: “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo” (Lc 1, 41). Il verbo che indica il sussulto del bimbo viene da un termine greco che significa propriamente danzare, saltare: è il frullo di una vita nuova che si muove nel grembo della madre, ma è anche l’espressione di una gioia mossa dallo Spirito.

Proprio da questo moto del suo nascituro, illuminata dallo Spirito Santo, Elisabetta comprende allora il segreto di Maria ed esclama a gran voce le parole di esultanza, di benedizione e di tenero fervore, tramandate dal testo dell’evangelista Luca.

La preghiera di benedizione è quella più diffusa e ricorrente nel mondo ebraico; si benedice per qualunque gioia ed avvenimento della vita di tutti i giorni: per il risveglio e per il cibo, per la bellezza del mondo e per i doni della terra. Ma questa benedizione di Elisabetta risulta davvero profetica, contagiosa, mossa dallo Spirito, dilatata dallo stupore per il dono dell’altro e per la irripetibilità dell’altro.

La preghiera di benedizione è quella più diffusa e ricorrente nel mondo ebraico; si benedice per qualunque gioia ed avvenimento della vita di tutti i giorni: per il risveglio e per il cibo, per la bellezza del mondo e per i doni della terra.

La irripetibilità dell’altro/a: se soltanto la tenessimo più presente, anche un episodio, un semplice gesto di affetto, di simpatia, di comunione sarebbe occasione di festa, ci insegnerebbe a fare festa al fratello/sorella, per il dono autentico che rappresenta, come solo i poveri di certi paesi dimenticati o, peggio, sfruttati dalle grandi potenze del mondo, sanno fare.

Pensiamoci sul serio, partendo da questo mistero mariano, perché la grande sete e ricerca di occasioni di festa, presente nella nostra società e specialmente tra i giovani, trovi uno sbocco alternativo alle frustranti, consumistiche e spesso degeneranti proposte diffuse nel nostro costume sociale. Si tratta di una esigenza profonda, radicata nel cuore dell’uomo, estremamente seria, direi, perché reca in sé la nostalgia, che si portiamo dentro, della grande Festa – a cui saremo chiamati tutti – nel Regno, nella dimora del Padre celeste.

Doppia è poi la proclamazione profetica di Elisabetta:

“A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” (Lc 1, 43)

– dove la parola utilizzata per la prima volta nel testo lucano, sta ad indicare il Messia, ma con accenni alla sua trascendenza – e, ancora, un’esclamazione per la fede di Miryam: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. (Lc 1, 45)

… un semplice gesto di affetto, di simpatia, di comunione sarebbe occasione di festa, ci insegnerebbe a fare festa al fratello/sorella, per il dono autentico che rappresenta…

L’azione dello Spirito Santo illumina dunque Elisabetta sulla maternità messianica di Maria; qui gli orizzonti si amplificano enormemente, dilatandosi dalla loro storia personale – già di per sé prodigiosa – a quella del popolo d’Israele, fino a tutta l’umanità, di tutti i tempi, fino a noi. Così, del resto, opera il Signore, sempre partendo da una piccola storia individuale, per abbracciare poi il destino di un popolo e quello del mondo intero. E come parlando a nome di tutta la comunità cristiana, in quanto non si rivolge a Maria direttamente, ma ne parla in terza persona, Elisabetta esalta e benedice la sua fede: “Beata colei che ha creduto”.

Delicatissima questa osservazione di Elisabetta, che intuisce anche il travaglio spirituale di Maria, il suo salto nel buio ed il prezzo individuale del suo assenso, che ha abbattuto gli argini alla storia della Salvezza, aprendo spazi illimitati all’azione della Grazia, sul passato e sul futuro dell’umanità. Se riuscissimo anche lontanamente ad intuire gli sconfinati orizzonti di bene di ogni nostro – anche piccolo gesto di fede, certo l’esistenza acquisterebbe uno spessore diverso!

Molto più spesso, invece, ci ritroviamo a fare i conti con la nostra tendenza quasi congenita a ridurre, relativizzare ed immeschinire il valore e le conseguenze dei gesti gratuiti, della sofferenza nascosta, delle prove accettate. Diamo il nostro plauso ai grandi progetti ed alle vistose iniziative per la promozione dell’uomo e non ci soffermiamo a pensare al mistero di un Dio che vuole operare attraverso le nostre storie di ordinaria quotidianità che Egli ci chiama a vivere, però, con un cuore grande e contemplativo.

Diamo il nostro plauso ai grandi progetti ed alle vistose iniziative per la promozione dell’uomo e non ci soffermiamo a pensare al mistero di un Dio che vuole operare attraverso le nostre storie di ordinaria quotidianità che Egli ci chiama a vivere…

In Maria, Elisabetta ha riconosciuto anche la serietà di un ascolto costante della Parola, che le ha permesso di giungere ad un così ampio spessore di fede. Vivere restando alla presenza di Dio, ricondurre ogni azione, ogni momento del giorno ad un unico sentimento di unità profonda e di pace, questo è importante per portare agli altri il Signore e realizzare il Regno anche quaggiù – sulla terra. Ed insieme, ci propone e dispone a fare altrettanto; visitati, ci predispone a visitare e a portare ai fratelli la vita divina che è in noi, ad esplicarla nella gioia1.

sr. Renata Conti MC

1 Cfr. Testi vari in Qumram, 2016.

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