Un processo che non finisce di stupire

Monsignor Luis Augusto Castro Quiroga, Missionario della Consolata, colombiano, è Arcivescovo di Tunja e Presidente della Conferenza Episcopale Colombiana. È inoltre uno tra i pochi Vescovi che ha sempre sostenuto con convinzione il processo di pace in Colombia, appoggiando il dialogo con la guerriglia e partecipandovi direttamente. Ci presenta brevemente i punti dell’Accordo di Pace.

Quattro anni fa, nell’Isola di Cuba, iniziò il dialogo tra il governo nazionale della Colombia, rappresentato da una delegazione numerosa, e la guerriglia delle Farc. Si definirono i seguenti punti:

  1. La politica agraria: in Colombia lo 0.6% dei Colombiani possiede il 60% della terra. Perciò il primo punto dell’accordo finale comprende la creazione del “Fondo di Terre” di carattere permanente da consegnare gratuitamente ai contadini senza terra o con disponibilità insufficiente.
  2. Partecipazione politica: si definirebbero i diritti e le garanzie per l’esercizio della opposizione politica in generale e in particolare per i nuovi movimenti che sorgeranno dopo la firma dell’accordo finale.
  3. Porre fine al conflitto: questo punto si riferisce alle componenti procedurali del cessate il fuoco e delle ostilità bilaterali (di ambedue le parti, governo e Farc) e definitivo, insieme alla consegna delle armi.
  4. Lotta al traffico di droga. Si è fatto notare che le coltivazioni della coca esistono per ragioni di povertà rurale, marginalità, mancanza di presenza dello Stato in quei territori e scarsità di servizi fondamentali, che garantiscano i diritti basici per i più poveri, tra gli altri aspetti. Ma la decisione delle due parti è quella di lottare per sradicare il narcotraffico.
  5. I diritti delle vittime nel contesto del processo di pace: l’accordo dell’Avana incorpora due insiemi di misure. Il primo insieme di accordi stabilisce un sistema integrale di verità, giustizia, riparazione e non ripetizione, composto da meccanismi giudiziari che avranno la funzione di ricerca e sanzione (giurisdizione speciale per la pace); inoltre meccanismi extragiudiziari complementari, come la “Commissione della verità”, che devono contribuire a stabilire le responsabilità, la ricerca delle persone scomparse e la riparazione dei danni causati. Ho avuto l’opportunità di accompagnare le vittime all’Avana diverse volte per dialogare con il tavolo delle negoziazioni e fui anche moderatore di questi dialoghi.
  6. Il monitoraggio del mantenimento degli impegni presi: dallo svolgimento di questa parte si vedrà se si è in presenza di un processo con effetti politici, economici, sociali e culturali trasformatori o di un semplice assorbimento sistematico della ribellione armata oppure di un avvenimento in più della storia nazionale senza nessun significato.

Per quattro anni si dialogò su questi sei punti e si giunse ad accordi importanti. Ciò agevolò il fatto che il governo e le Farc potessero firmare l’accordo di pace e di cessazione definitivo bilaterale del fuoco. La cerimonia ufficiale si realizzò il 26 settembre 2016 nella città di Cartagena, alla presenza dei Capi di Stato di alcune nazioni e altre autorità significative come il Segretario di Stato Vaticano, rappresentante del Papa. Avvenimento che ebbe grande ripercussione nel Paese perché ridusse immediatamente il numero dei morti, vittime della guerra.

Il Presidente colombiano Juan Manuel Santos e il capo della guerriglia FARC Timoleon Jimenez con il Presidente cubano Raul Castro

Forse sarebbe stato meglio che questa cerimonia fosse stata realizzata dopo il referendum. Effettivamente, il 2 ottobre si sono realizzate le votazioni dei Colombiani, i quali dovevano rispondere ad una sola domanda: “È d’accordo con il processo di pace disegnato per una pace stabile e duratura?”. Dopo tanti anni di guerra, tutti ci aspettavamo che la risposta fosse “Sì”, invece anche se per una minima differenza, la risposta della maggioranza è stata “No”. Questo vuol dire che si è rifiutato il processo che era stato tracciato.

Bisogna capire che quel “No” non significa un rifiuto della pace, ma soltanto il rigetto di quel cammino disegnato per raggiungere definitivamente la pace. Le ragioni del rifiuto dell’accordo sono di diverso genere, alcune vere, altre false ma presentate come vere.

Che cosa non è piaciuto a quanti hanno votato “No”? Forse, quello che rifiutavano di più queste persone è stata la giustizia transizionale, che era vista come un’impunità. Esse sono state vittime di un inganno, perché la giustizia transizionale, che è servita a risolvere molti conflitti armati nel mondo, è una vera giustizia. Per questo motivo si è stabilito negli accordi la creazione di tribunali per applicare la giustizia. Coloro che diranno la verità, saranno trattati con una misura più benevola, da 6 a 8 anni di detenzione, invece coloro che mentiranno potranno essere condannati fino a 20 anni di carcere.

Nel mondo cattolico ci sono state anche delle persone confuse. A queste era stato detto di votare no, perché l’accordo tracciato sosteneva l’ideologia del gender, affermazione che non era affatto vera. “Ciò che si era approvato era la ‘prospettiva’ del gender, che fu introdotta dalle donne, essendo loro la maggioranza delle vittime; accanto ad esse s’incorporò il rispetto per coloro che per ragioni di gender, sono state vittime della pulizia sociale” (F. De Roux).

L’intervento positivo del Presidente della Repubblica ha chiaramente espresso che la cessazione bilaterale del fuoco continua e che egli inviterà al dialogo tutte le forze politiche per trovare strade per la pace, nello stesso modo il Capo delle Farc intervenne per assicurare che anche loro continueranno nell’impegno per conseguire la pace e fare una politica del dialogo, senza le armi. Interventi che aiutarono a creare un clima di serenità tra i Colombiani.

Come presidente della Conferenza Episcopale e a nome di tutti i Vescovi, ho inviato a tutto il Paese un messaggio nel quale ho esortato: “Facciamo di questo momento una magnifica opportunità per lavorare insieme per la riconciliazione e la concordia dei Colombiani… Rinnoviamo il nostro proposito per ascoltare la voce di Dio e chiediamo la sua grazia per assumere le sfide di questa ora della storia”.

Successivamente il presidente Santos formò un team per avviare con i ribelli il lavoro di modifica dell’accordo.

Monsignor Luis Augusto Castro Quiroga

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Sull’esempio del camaleonte

Il camaleonte […] per lo Xirima è un paradigma eccezionale per l’adattarsi all’altro, per l’incontro di differenti culture e lingue, per accogliere l’altro.

Nel campo interculturale antropologico il popolo Xirima educa i suoi giovani con il modello di comportamento elaborato osservando attentamente il camaleonte Namanriya. Il fatto di camuffarsi di questo rettile sauri non ha il significato occidentale di mascherarsi della persona instabile, per lo Xirima è un paradigma eccezionale per l’adattarsi all’altro, per l’incontro di differenti culture e lingue, per accogliere l’altro.

L’ etimologia del nome “Namanriya” è molto significativa perché aiuta a comprendere tutte le connotazioni che la biosofia e biosfera Xirima vedono in questo animale. Namanriya è un sostantivo di prima classe, la classe di Dio, della persona e degli animali o cose importanti, è un derivato del verbo oriya che significa scoprire ciò che è nascosto/sconosciuto. Il nome significa scopritore, o rivelatore che vuol dire, il camaleonte assumendo il colore dell’ambiente in cui vive, ne rivela e indica le qualità conservate.

Il camaleonte avanza lentamente, con rispetto di se stesso e dell’ altro, con umiltà, modestia e bontà, rispetta il terreno di Dio sul quale cammina…
  1. Tempo

In primo luogo, il camaleonte esce dal suo ambiente camminando con cautela e lentamente: non vuole sbagliare, cioè offendere il mondo straniero che sta per visitare. Prima conclusione o teorema: la scoperta e piena conoscenza dell’altro richiedono tempo! La precipitazione è segno di auto-consapevolezza esagerata e autosufficienza: dare/parlare subito invece di ricevere/ascoltare. Il turismo superficiale e giornalistico pensa di conoscere tutto in un solo giorno e rendere immortale la sua conoscenza dell’altro nei (con i) suoi mezzi apparati ultra moderni.

Letteratura

Namanriya onnètta vakhani ni wittittimiha, wiyeviha,wisumaliha,n’ opixa mrima; khanruma muxwaxwa,onattittimiha ethaya ya Muluku, onèttantoko apwiya erowa omatta.

Il camaleonte avanza lentamente, con rispetto di se stesso e dell’ altro, con umiltà, modestia e bontà, rispetta il terreno di Dio sul quale cammina, per questo il suo procedere non fa rumore chiasso, fa pensare al nonno quando va nell’orto.

Ontthuna wàwehexexa an’ awe\sopattuxwa sothene,onòva/onasempa ottheka/ opwexa ekahi y’ anene,khantthuna milattu,nto èraka siso,ontthuna tho wona vatapannaya

Il camaleonte vuole osservare con attenzione i suoi figli – tutto ciò che ha generato, ha timore di trasgredire, vuole evitare gli sbagli, spaccare la pentola dell’altro, non vuole creare problemi, ma in questo modo vuole conoscere le difficoltà dell’altro.

La scoperta e conoscenza dell’altro esige spazio, analisi e percezione di tutte le dimensioni esistenziali…
  1. Spazio

Per questo oltre al procedere lentamente,il camaleonte mostra i globi dei suoi occhi e li li ruota in tutte le direzioni: avanti, indietro, in alto e in basso. Lui vuole conoscere pienamente le novità del mondo che sta esplorando.

Seconda conclusione/teorema: la scoperta e conoscenza dell’altro esige spazio, analisi e percezione di tutte le dimensioni esistenziali: geografia, storia, cultura arte, religiosità,teologia. Il criterio di ricerca classico della biosofia e biosfera xirima è passare là dove le cose si incontrano, dove il suo mondo culturale parla, attua e si realizza.

Letteratura

Osuwela ovira varaya’vo

Conoscere è passare là dove stanno le cose.

So Namatxentxa onnètta awehexexaka vothevene,tani? Namanriya.

Il camuffato cammina guardando in tutte le direzioni, chi è? Il camaleonte.

SoMulopwana tani maithoru annawerya oweha oholo, mukhwipi ni ottuli nariowo ahirukuununwe? Namanriya.

Chi è quell’individuo che camminando senza girarsi indietro riesce vedere davanti, ai lati e dietro? Il camaleonte.

Vowehexexa impari sothene sa olumwenku, namanriya ti musoma mwanene, okhala wera onvira awhexexaka varay’ vo itihu sothene mothene ni vothevene.

Osservando in tutte le direzioni del mondo, il camaleonte è l’alunno/sapiente per eccellenza, perché osserva tutto in tutte le parti.

Namanriya Muluku: khanawehera itthu okhopolomoha.

Il camaleonte è come Dio: non osserva (vede) le cose da una parte sola.

Il camaleonte è come Dio: non osserva (vede) le cose da una parte sola.
  1. Cambiamento del colore

In terzo luogo, il camaleonte, entro breve tempo, assume il colore dell’ambiente che lo circonda. Cambia colore, si adatta, imita, senza però sacrificare la sua personalità, che mantiene ben sicura (difesa) nel circolo chiuso della sua coda.

Terza conclusione/teorema: scoprire e conoscere l’altro, richiede non solo tempo e spazio, ma anche imitazione, adattamento( lingua, vestiti,cibi, usi e costumi … ) senza abdicare alla propria identità!

Da questo teorema ne deriva un corollario: il camaleonte possiede una straordinaria flessibilità o versatilità che diventa universale: si adatta a tutto, assume in sé la pluralità dell’altro, diventa paradigma della pluralità creatrice di Dio, della varietà della storia e della diversità del cuore umano. Non si tratta di instabilità e di inconsistenza di convinzioni, ma di grande capacità di adattarsi e assumere la diversità dell’ altro.

Letteratura

Namanriya witxentxa kahiyene wattana ikuwo.

Il camaleonte non cambia di colore per possedere molto.

Namanriya khanrera nlepa nimosà,ti mpuhi:khivo ekuwo ohinawaraiye,akuxaka makhalelo a sopattuxiwa sothene,ohikhanle nthalu ni nrima.

Il camaleonte non è di un solo colore, ma è tanto così ricco da poter indossare qualsiasi vestito, assumendo lo specifico di ogni creatura senza discriminazione o invidia.

Witxentxa wa namanriya khommala,ori ntoko otxentxeya wa ehuhu,ntoko murima wa mutthu, ntoko itthu sa Muluku.

La metamorfosi del camaleonte è senza fine, è come il cambiar del tempo, il cuore della persona, le cose di Dio.

Namanriya onnakuxa ikhalelo sovirikana, mene onakhala namanriya.

Il camaleonte pur assumendo colori diversi, rimane se stesso .

Il camaleonte non è di un solo colore, ma è tanto così ricco da poter indossare qualsiasi vestito, assumendo lo specifico di ogni creatura senza discriminazione o invidia.
  1. La coda retta (estesa)

Un’ altra caratteristica del camaleonte viene dalla sua coda. Come l’ape e come lo scorpione, non morde con la bocca ma con la sua coda, la sua forza offensiva e difensiva sta nella parte posteriore del suo corpo, nella sua coda, è lì che nasconde la sua identità misteriosa. La sua coda è un indicatore particolare. Se attraversa la strada a un viandante con la coda ben eretta è un avviso che deve tornare indietro. Lo xirima commenta cosi: il camaleonte sta per dirti: fai attenzione nel tuo andare avanti, dovrai prendere quello che sta dietro, perché l’ andare avanti non è avanzare ma retrocedere: il futuro è ritornare al passato.

Quarta conclusione/teorema: la conquista dell’altro è sempre un più completo riscatto del proprio passato: la scoperta e conoscenza dell’altro è sempre una riscoperta della propria identità e della storia, è manifestare in modo chiaro e preciso il contenuto/l’essenza del proprio DNA, nel codice e nella spirale genetica!

Letteratura

Namanriya khanluma ni mnwano,koma ni mwila.

Il camaleonte non morde con la bocca ma con la coda.

Mwila wa namanriya khonòkoleleya, yòkhala onavithalye.òkonlene mwila awe atuphaka ephiro,ti malavi,txonde,wiwe miruku sawe otthikele ottuli

Normalmente il camaleonte non tiene retta la sua coda, conserva lì i suoi segreti. Se la tiene retta attraversando la strada è un avvertimento che ammonisce, per favore, ascolta il suo consiglio, torna indietro.

Namanriya èntre:muroweke oholo,muttotte sottuli: ohola kahiyene ophiya,otthikelà ottuli.

Il camaleonte ha detto: affronta il futuro, raccoglierai il passato, perché andare avanti non è arrivare, ma ritornare indietro.

Normalmente il camaleonte non tiene retta la sua coda, conserva lì i suoi segreti. Se la tiene retta attraversando la strada è un avvertimento che ammonisce, per favore, ascolta il suo consiglio, torna indietro.
  1. Bocca e fiele

Un altro punto di riflessione e applicazione etica alla biosofia e biosfera si incontra osservando la bocca e il fiele del camaleonte. Se il camaleonte si incontra con una serpe, lotta con lei fino a paralizzarla, si allontana da lei per un momento poi ritorna per iniettarle il veleno/ vaccino che le dà la vita.

Quinta conclusione/teorema: la scoperta e conoscenza dell’altro esigono attenzione e cura, ogni incontro è significativo, ma è anche un confronto contrario e alternativo, alle volte implica perfino lotta che non deve, però, portare alla morte dell’altro ma alla sua vaccinazione preventiva e difensiva che è sinonimo di innestare nuovo vigore antropologico che lo porta a un grado maggiore di maturità, sostituendo la cultura della guerra con la cultura della pace, della convivenza pacifica.

Letteratura

Namanriya namuku ni khulukano a inowa sothene,niwoko onalamiha inowa sosthene,ti nikholo na inowa sothene.

Il camaleonte è il medico di tutte le serpi, perché le cura tutte, è il loro antenato.

Namanriya namaluka ni nakharari a nowa sothene, onamukumiha wamwe niwoko khanatthuna wera inowa siwaneke ni sivaneke.

Il camaleonte è il consigliere pieno di compassione per tutte le serpi, inietta loro il suo fiele, perché non vuole che lottino e si uccidano tra di loro.

La scoperta e conoscenza dell’altro esigono attenzione e cura, ogni incontro è significativo, ma è anche un confronto contrario e alternativo, alle volte implica perfino lotta che non deve, però, portare alla morte dell’altro ma alla sua vaccinazione preventiva e difensiva.
  1. Nikhatawu

Un altro insegnamento riguardo l’alterità lo Xirima lo deduce osservando il comportamento di una specie di camaleonte, chiamata nikhakatawu. Sul punto di partorire, si arrampica su un albero e di là si butta sfracellandosi: suicidandosi genera.

Il maestro dell’iniziazione subito commenta: è successo cosi quando Dio Madre ha voluto generare il mondo, ed è questo che succede quando una donna dà alla luce è questo che capita quando un Xirima va all’estero, o quando uno straniero viene a visitarlo .Nell’interculturalità è necessario un previo processo oblativo, di morte, il futuro inculturato comporta un suicidio, una rinuncia da parte di qualcuno, esige la donazione di un profeta vitale a favore del suo popolo, della sua utopia,del suo sogno.

Sesta conclusione/teorema: la scoperta e conoscenza dell’altro richiede anche morte, suicidio oblativo a favore di un futuro!

Letteratura

Nikhakatawu narupala nakhuvelaka oyara nnawele musulu wa mwiri nnlhiya nimarelaka vethi.Naphiya vathi vale nnopweya nisivaka,nnàyara anamwane awe enakhuma akumi.Nikhatawu ekum aya orupala ni okhwa.

La Nikhakatawu giunto il momento di partorire, si arrampica su un albero e di là si lancia sfracellandosi, morendo genera i figli che nascono vivi. La vita della Nikhakayawu è concepire e morire.

Nikhakatawu maye: khanòva okhwa.

La Nikhakatawa è una madre: non ha paura di morire.

Nell’interculturalità è necessario un previo processo oblativo, di morte, il futuro inculturato comporta un suicidio, una rinuncia da parte di qualcuno, esige la donazione di un profeta vitale a favore del suo popolo
  1. Camaleonte paradigma di Dio, di Gesù e di Maria

Dal tipo al prototipo

Per concludere, il camaleonte è, per la biosofia e biosfera xirima, non solo un animale che porta alle applicazioni metaforiche e etiche ora menzionate. In verità i teoremi enunciati espongono con innumerevoli varianti un sinfonico crescendo orchestrato in modo tale che il camaleonte diventa gradualmente un paradigma sempre più gravido di valori fino a diventare un paradigma di realtà e contenuti religiosi e teologici. Il camaleonte biologico è paradigma del camaleonte trascendente, cioè, di Dio.

Cosi si giunge al settimo e ultimo teorema dell’alterità: l’alterità, l’interculturalità incontra il suo principio genetico e fondante nella teologia, nella fede in Dio, nella religiosità. E’ solo in questo contesto che l’interculturalità, da attitudine opzionale antropologica, diventa un imperativo categorico teologico.

a. In primo luogo, una imitazione immagine di Dio (imitatio Dei). Tutto il comportamento del camaleonte è agli occhi della biosofia e biosfera xirima una immagine concreta di Dio, una manifestazione di Dio e una teologia su Dio. Il camaleonte diventa un attributo, un aggettivo qualificativo di Dio. Per la biosofia e biosfera xirima possiamo parlare positivamente di Dio camaleontico.

Letteratura

Namanriya onèttela ikhalelo sa Muluku.

Il camaleonte segue l’essenza/comportamento di Dio.

Muluku namanriyà: khankhulumuwa ni wetta ni wittittimiha.

Dio è come il camaleonte: non si stanca di agire con dignità.

Muluku namanriya:khanawehera okuhopolomoha.

Dio è imparziale/universale/ versatile come il camaleonte.

Muluku namanriya: yorera yothene ni yonanara yothene onokuxa mwerutthuni mwawe.

Dio è come il camaleonte: assume tutto il bello e il brutto nel suo corpo

Muluku nikhakatawu: khanòtxela ohùramela vathi/omoriwa ikharari.

Dio è la nikhakatawu: non desiste dall’abbassarsi/ dall’essere compassionevole.

Dio è come il camaleonte: assume tutto il bello e il brutto nel suo corpo.

b. In secondo luogo, una imitatio Christi. La biosofia e biosfera, incontrato il fermento cristiano, vedono nel comportamento del camaleonte un’altra imitazione, un’immagine di Gesù, una cristofania, un riverbero cristologico che rende spontaneo parlare di Gesù Cristo camaleontico con tutta la fluidità che la cultura e fede fornisce loro.

Letteratura

Yesu namanriya ari muloko mmosa.

Gesù e il camaleonte sono della stessa razza /natura.

Namanriya ti mwanene evanjelhu Ya makoholo ni ya Yesu kristu: ohikhalano nathalu.

Il camaleonte è proprio l ‘evangelista degli antenati e di Gesù Cristo: entrambi senza preferenze (imparziali, universali, globali).

Yesu namanriyà: onakuxa malepa othene a itthu siri elapo ya vathi, onatthara ekhaleloyamiloko sothene,kharino nthalu.

Gesù è come il camaleonte: assume i colori di tutte le cose di questa terra, segue la cultura di ogni popolo senza discriminazione.

Yesu nikhakatawù ivaherenre omwakoni mokhwani Niwoko nowòpola othene, anòniheraka mwemmo wa Muluku

Gesù è come la Nikhakatawù: si offre sul monte fino alla morte per salvare tutti noi, mostrandoci così il cuore di Dio.

Namanriya vowàvaha asikhw’awe wamwe Ti Yesu àvahalaiye òhuser’awe erutthu awe.

Il camaleonte dà il fiele ai suoi amici: è immagine di Gesù quando dà il suo corpo ai suoi discepoli.

Namanriya ori ethonyero ya Yesu Kristu Niwoko khanatthuna owanawana ni atthu.

Il camaleonte è icona di Gesù Cristo, in verità non vuole che ci sia guerra tra gli uomini.

Yesu apankiye votxani vomalihera miriya Apankaka okaristya: ti sawasawa witxentxa wa namanriya.

Nell’ ultima Cena Gesù ha fatto qualcosa di straordinario istituendo l’ Eucaristia: questo è come le metamorfosi del camaleonte.

Gesù è come il camaleonte: assume i colori di tutte le cose di questa terra, segue la cultura di ogni popolo senza discriminazione.

c. Per ultimo, imitatio Mariae: per la biosofia e biosfera xirima, una volta permeata dal fermento cristiano, vede/considera il camaleonte come paradigma della Madre di Gesù, Maria, diventando anche un archetipo mariologico. Questo può suonare un poco forzato ai nostri orecchi, ma non è così agli orecchi del cristiano xirima. Come il nome Namanriya, cosi il nome di Maria suona agli orecchi dei xirima come un nome derivato dallo stesso verbo “oriya”. Da qui pertanto, la spontanea applicazione del tipo al prototipo.

Ma oltre questo, il camaleonte, soprattutto la Nikhakatawa, è immagine paradigmatica di Maria di fronte a tutta l’umanità, soprattutto a tutte le donne, come matriarca universale e Madre dolorosa. La biosofia e biosfera xirima intende bene i testi mariologici di Luca e di Giovanni.

Letteratura

Amaye Marya nikihakatawù: nnahawa nayaraka.

La Madre Maria è la Nikhakatawu: partorisce soffrendo (dando alla luce soffre)

Amaye Mariya nikhakatawù: ari apwiyamwnene àthiyana othene.

La Madre Maria è la Nikhakatawu: è la matriarca di tutte le donne.

Sawasawa nikhakatawau, sawasawa asimaye othene,ohawa wawe wothene Mariya onawèrela an’ awe.

Come per la Nikhukutuwa, come per tutte le madri, così per la Madre Maria, la sua sofferenza è stata tutta per i suoi figli.

Il camaleonte, soprattutto la Nikhakatawa, è immagine paradigmatica di Maria di fronte a tutta l’umanità, soprattutto a tutte le donne, come matriarca universale e Madre dolorosa.

Conclusione

Il processo dell’alterità, dell’interculturalità vera e autentica non può essere solo un’esecuzione e un’opzione a livello filantropico e antropologico, a livello categorico e orizzontale, ma in ultima analisi è una metamorfosi, un metabolismo camaleontico ispirato e motivato da contenuti teologici.

Giuseppe Frizzi, IMC

centroxirima@gmail.com

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Il Padre

Dialogo da figlia a Padre

Quando Dio decise di creare il padre, cominciò con una struttura piuttosto alta e robusta.

Allora un angelo che era li vicino gli chiese: “Ma che razza di padre è questo? Così grande non potrà avvicinare i piccoli e giocare con loro…”

Dio sorrise e rispose: “ E’ vero, ma se lo faccio piccolo come un bambino, i bambini non avranno nessuno su cui alzare lo sguardo”.

 

Si, si deve alzare lo sguardo , per poter contemplare questo GIGANTE che è PADRE FONDATORE,  Beato GIUSEPPE ALLAMANO.

Fisicamente lui non era un gigante, anzi era esile, con poca salute, ma nella fede e nell’amore; nella volontà e nell’impegno di santità è più che un gigante (1 Tess.4,3 : Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione). La volontà dell’Allamano era una forza indomita e sempre protesa alla ricerca della Volontà di Dio, così che al termine della sua vita terrena ha potuto dire: “ Ho sempre fatto la volontà di Dio”. Lui l’ha sempre ricercata e quando non vedeva chiaro aspettava, si consigliava in un processo di discernimento mai interrotto, per cogliere quello che dava maggior gloria a Dio. ( Mi sono fatto tutto a tutti, per far tutti salvi ! 1° Cor 9,22) Si perché l’ Allamano è convinto che” Dio vuole che tutti siano salvi e giungano alla conoscenza della verità”( s.Paolo: 1° Timoteo2,4).

Alzo lo sguardo al Padre…..

Fin da ragazzo vuole consacrare la sua vita a Dio e quando i suoi fratelli lo vogliono distogliere dall’idea di entrare in seminario subito, lui risponde che Dio lo chiama ora e non sa quando e se, lo chiamerà ancora fra qualche anno. Questo è stato per me una grande forza quando nel momento della  mia decisione avevo la stessa difficoltà da parte della mia famiglia. Così ho dato loro, la stessa risposta: “ Non so se Dio mi chiamerà ancora fra due anni”.

Avere qualcuno su cui alzare lo sguardo…..

Ho conosciuto l’Allamano sin da giovane leggendo la sua vita e mi aveva dato un senso di paternità tenera e cordiale. Si, questi atteggiamenti sono caratteristici di Lui: un padre con un corpo esile, ma con il  cuore grande! Un cuore di mamma.  Diceva: “Potevate avere uno migliore di me come padre, ma non uno che vi amasse di più”. Quando nel vivere la vita missionaria s’incontrano difficoltà e ci si chiede come continuare il cammino, Lui mi è stato vicino con la sua parola che meditavo assiduamente  e in un momento particolare mi lasciò il suo messaggio nel sonno. Quelle parole non le ho mai dimenticate.

Gli occhi del cuore lo vedono….

Un’altra volta ero con il gruppo delle giovani che si preparavano a diventare missionarie e anche in quel momento avevo bisogno di ispirazione e luce nell’accompagnare altre nel cammino di appartenenza e spirito di Famiglia nell’Istituto. Mi è sembrato di vederlo entrare in casa camminando col suo passo composto e tranquillo lungo il corridoio  e avvicinarsi a me fino a sentirmelo vicino, in un atteggiamento  incoraggiante, paterno e amabile. Padre Fondatore un Padre che non ha risparmiato premure per il nostro Istituto e ha riservato per noi un affetto paterno particolare.  Mi è stato più facile additare alle giovani la persona di Padre Fondatore

Si, in questi altri momenti è stato necessario alzare lo sguardo a lui che… Questa volta Padre si affaccia dal “puggiol”   =   balcone

Padre mi parlava da un balcone (Diceva quando era ancora su questa terra: “Da lassù mi affaccerò dal “puggiol” e vi benedirò”), mi disse:  “Coraggio, vai avanti! Io ti seguo e prego per te. Ti dono il mio spirito e ti voglio bene come alle prime sorelle. Coraggio, tu sei mia figlia prediletta”.

In Missione ho avuto modo d’invocarlo e vedere la sua opera in mezzo al popolo del Kenya: con i Laici missionari che si chiamavano “Allamano Men” e con il Centro dei bambini di strada che loro avevano fondato e sponsorizzato, e che chiamavano  “Allamano Boys Centre”.  Con questi Laici e altri benefattori, fondavamo il Centro delle Bambine di strada, per l’Anno Santo 2000. Era un progetto difficile, ma l’Allamano intercedeva. Dicevano infatti: “La realizzazione di questo Centro sarà il miracolo che lo porterà alla canonizzazione ”

suor Mariangela

L’ultimo cronologicamente, ma molto importante per me. Due anni fa non ero con voi, ma con la mia mamma grave. Arrivai come a quest’ora a casa. Lei già non parlava più e sembrava non conoscere più. Quando sentì la mia voce, mamma aprì gli occhi, mi sorrise e mi diede un bacio. Ritornò nel suo sopore con un febbrone che nulla lo faceva abbassare e respirava male… rimasi sola con lei per quella notte e la seguente. Pregavo Padre Allamano, gli dicevo: “Preparala tu, accompagnala tu, presentala tu a Gesù”.  Il suo respiro da pesante si fece leggero e alle cinque del mattino del 16, festa di Padre, con un lungo respiro si “addormentò” nel Signore. Il suo volto divenne disteso e sereno, quasi senza rughe e ringiovanito di almeno 40 anni, e lei ne aveva 93,  così che tutti dicevano: ma come è bella sembra un angelo; sembra una Madonna; come l’avete fatta bella !….

GRAZIE PADRE ALLAMANO, TU ci  RIVELI la  TENEREZZA della PATERNITA’ di DIO, Sii benedetto! Per intercessione di Maria Consolata, si riveli la tua gloria che hai presso Dio Padre.   A te posso alzare lo sguardo, Tu mi sei Padre….

Tua figlia, Sr Mariangela Mesina m.c.

 

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Dio nella nostra vita

La “gloria”, nello stile dell’Antico Testamento, è vedere chi si è davvero.

La gloria di Dio

«Signore, mostrami la tua gloria» (Es 33,18)

È Mosè che parla, dopo aver incontrato Dio sul Sinai, dopo aver lottato con il faraone e con l’incredulità del popolo, dopo averlo portato al di là del mare nel deserto, averlo lasciato ai piedi del Sinai per salire a ricevere da Dio le due tavole della legge, dopo essere tornato scoprendo il vitello d’oro e aver pregato il Signore di far sopravvivere il popolo… A questo punto ecco la domanda, imprevista, di Mosè.

Imprevista può essere, ma certo comprensibile. La “gloria”, nello stile dell’Antico Testamento, è vedere chi si è davvero. La “gloria” di un atleta, ad esempio, può essere la sua medaglia di bronzo, il suo record personale, non perché ciò lo esalti, ma perché dice chi è e che cosa è stato capace di fare… La “gloria” di Dio non è la sua lode, il venerarlo, ma è la natura stessa di Dio. Mosè chiede a Dio di poterlo vedere, di poter capire chi è. Ne avrebbe il diritto, dopo aver fatto per lui tanta fatica. Ma è poi anche il desiderio di ogni innamorato, che vuole sempre contemplare il volto dell’amato, la richiesta di ogni mistico.

«Dio, se ci sei, fammi capire che cosa vuoi, che cosa progetti… Fammi capire perché tanta ingiustizia, tanta sofferenza… Mostrati, facci vedere chi sei davvero».

Anche noi, magari con meno meriti di Mosè e con parole diverse, chiediamo a volte la stessa cosa: «Dio, se ci sei, fammi capire che cosa vuoi, che cosa progetti… Fammi capire perché tanta ingiustizia, tanta sofferenza… Mostrati, facci vedere chi sei davvero». Oltre tutto noi potremmo pensare di non meritarcelo, ma sembra proprio che sia un privilegio che Mosè si è guadagnato…

Un Dio invisibile?

E invece no, Dio non lo concede. «Non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedere il mio volto e restare vivo» (Es 33,20).

Ci sembra veramente di trovarci davanti a un Dio spietato, insensibile. Forse persino un po’ ottuso. Perché mai bisognerebbe morire solo per averti visto? Non puoi fare in modo che ciò non accada? Non puoi fare un’eccezione almeno per un campione della fede come Mosè?

«Ti coprirò con la mia mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Es 33,22-23). Meglio di niente, certo, anche se dalle spalle non possiamo certo riconoscere una persona.

Il nome che Dio proclama di se stesso è «A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia» (Es 33,19).

E così accade: Dio pone Mosè in una fessura della roccia e gli passa davanti, coprendogli il volto con la mano e proclamando, nello stesso tempo, la propria gloria. La proclama, non gliela lascia vedere; la dice, anche se non lascia che la si veda in faccia. E questa gloria, la natura stessa di Dio, non è quella di un giudice giusto e severissimo, non è quella del creatore o del signore assoluto dell’universo. Il nome che Dio proclama di se stesso è «A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia» (Es 33,19). Un Dio liberissimo, autonomo, che non rende conto a nessuno. Ma anche un volto che, nel proclamare la propria libertà, riesce a dirla soltanto in positivo: parla di grazia e misericordia, non di castigo. Ciò che si può dire di Dio è bontà, misericordia, salvezza. Peccato solo non poterne vedere il volto!

Ma poi Dio passa, toglie la mano, e Mosè può vederne le spalle.

Il senso del racconto

L’Antico Testamento molto spesso fa teologia raccontando storie; è quello che fa anche Gesù, con le sue parabole e i suoi discorsi. Dobbiamo quindi provare a capire se per caso questa pagina voglia dirci qualcosa su Dio. Data la domanda di Mosè, è molto probabile.

E ciò che vuole dirci è nascosto tra le righe del testo; anzi, non è neppure troppo nascosto, si riesce a intuire bene.

Guardando indietro possiamo forse anche intuire la presenza di Dio sulle pagine della nostra vita. Anche là dove ci sembrava di essere stati lasciati da soli.

Quante volte nella nostra vita è solo guardandoci indietro che possiamo cogliere il valore di certi passaggi, di certe persone, di certi tempi di gioia o di fatica. Quando c’eravamo in mezzo coglievamo, certo, la fatica, a volte persino anche il bene che ricevevamo, ma il valore pieno del tempo vissuto lo capiamo soltanto quando lo ripensiamo a distanza, dopo che è passato. Guardando indietro possiamo forse anche intuire la presenza di Dio sulle pagine della nostra vita. Anche là dove ci sembrava di essere stati lasciati da soli.

Questo perché soprattutto per le questioni davvero importanti della nostra vita è necessario che siano passate, che siano chiuse, per riuscire a tracciarne un bilancio e capire a che cosa ci sono servite. È guardando indietro alla nostra vita, a tempi ormai sigillati, che possiamo anche vedere come Dio fosse all’opera. Ne vediamo le spalle. Solo quando Dio è passato riusciamo a capire che c’era, che era con noi. Anche a Mosè è capitato lo stesso.

È guardando indietro alla nostra vita, a tempi ormai sigillati, che possiamo anche vedere come Dio fosse all’opera. Ne vediamo le spalle.

Chi vede Dio, muore?

Ecco perché Dio rifiuta di mostrare il proprio volto a Mosè, di fargli vedere la sua gloria. Per cogliere la realtà autentica, completa, di Dio, occorrerebbe che la nostra storia con Dio fosse ormai conclusa. Occorrerebbe che Dio ci abbia rifiutato. O che la nostra vita sia ormai giunta alla fine. Ma Dio dice di non volerci rifiutare mai. Allora, non è che chi vedesse Dio morirebbe, ma che per vedere Dio completamente, per capire fino alla fine ciò che ha fatto nella nostra vita, per cogliere il suo volto, occorre essere morti, bisogna che la nostra vita abbia detto tutto ciò che doveva dire. Anche perché, ci lascia intuire Dio, finché non saremo arrivati alla fine dei nostri giorni lui continuerà a essere presente e parlare e camminare con noi.

Angelo Fracchia

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Colombia: una terra insolita

 

RIGOGLIOSA E FECONDA…

 La Colombia, ufficialmente “República de Colombia”, sorge all’estremo nord-ovest dell’America Latina; è una grande nazione, potrebbe contenere ben quattro volte l’Italia. La sua superficie è di 1.141.749 km² e la sua popolazione di circa 48 milioni di abitanti.

Un paese meraviglioso; si affaccia sull’Oceano Pacifico a ovest e sul Mar dei Caraibi, a nord.

Se di risorse idriche si tratta, è una delle nazioni più ricche del pianeta, con una grande quantità di fiumi, dove grandi e piccoli si divertono a fare il bagno insieme. E quando si ha voglia di prendere un po’ di sole, nessuno rifiuterebbe l’invito a recarsi in quelle irresistibili spiagge tropicali, dalla sabbia fine e calda.

Respirare aria pulita è possibile grazie a quel grande polmone verde che si trova al suo interno: l’immensa foresta amazzonica, che si estende per una superficie di 7 milioni di km². Vi è pure la grandiosa Cordigliera delle Ande (che raggiunge i 5.575 metri di altezza), con le sue eterne vette candide lungo la quale risiede più della metà della popolazione, incominciando da quella della capitale, Santa Fe de Bogotà, che si distende su un altopiano a 2640 metri di altezza. È una grande metropoli, moderna e multiculturale.

Foreste, montagne, pianure, altipiani… una diversità geografica che fa sì che la Colombia goda di un clima con pochi cambiamenti stagionali durante l’anno e una temperatura che varia in base alle precipitazioni. Nella Regione Andina, che è la più importante del Paese dal punto di vista demografico e abitativo, si alternano due stagioni delle piogge e due stagioni secche. Le regioni montane presentano prevalentemente tre zone climatiche: la “Tierra caliente” (sotto i 900 metri), la “Tierra templada” (da 900 a 2000 metri) e la “Tierra fría” (tra i 2000 e i 3000 metri di altitudine).

raccoglitori di caffé nella piantagione

I Dipartimenti di Antiochia, Caldas e Risaralda formano l’“Eje Cafetero” (zona del caffè), un luogo dalla terra fertile, dove si produce buon caffè (da esportazione!), cacao, granoturco, banana, canna da zucchero, cotone, fiori e una grande varietà di frutti.

Molteplici ed enormi sono le risorse minerarie del Paese come l’argento e l’oro, il rarissimo platino e i più pregiati smeraldi del mondo. Grande è inoltre la presenza di svariati minerali come ferro, rame, piombo, zinco, mercurio, nichel, oltre a bauxite e fosfati. E non mancano neppure i minerali energetici: dal petrolio al gas naturale e dal carbone all’uranio. Peccato che molte di queste ricchezze vengano sfruttate dalle multinazionali o rimangano nelle mani di pochi ricchi.

La Colombia è uno dei Paesi, insieme al Venezuela, con la più grande biodiversità del pianeta e per questo viene considerato un autentico paradiso terrestre.

 

CHI ABITA QUESTA TERRA?

La storia ci racconta che i primi abitanti della Colombia furono gruppi indigeni, provenienti dall’America centrale e settentrionale, i quali occuparono alcune aree della regione delle Ande, delle coste del Pacifico e dei Caraibi. Era una popolazione assai numerosa, circa tre milioni, divisi pressappoco in 80 gruppi etnici, appartenenti a otto famiglie linguistiche: i Muisca, i Caribe, gli Arawako, i Guahibo, i Tucano, gli Huitoto, i Tupi-guaraní ed i Puinabe tra gli altri. Di questi, la tribù più progredita era quella Muisca, della quale si conserva ancora oggi, nei musei e in altri centri culturali, gran quantità di opere d’arte. Essi avevano un senso straordinario della bellezza, che espressero attraverso l’oreficeria, da autodidatti nella lavorazione del prezioso metallo, per produrre delle sculture con un’infinità di dettagli talmente armonici da stupire chiunque oggi le ammiri. Attraverso queste figure seppero esaltare gli attributi più nobili del genere umano: la bellezza del corpo, l’ostentazione dei suoi atti nobili, il profondo significato delle sue cerimonie sociali e religiose e l’importanza dell’autorità. Producevano inoltre enormi quantità di gioielli con cui adornare se stessi: orecchini, anelli da naso, collane, diademi, che contrassegnavano la loro alta dignità ed il loro essere liberi e felici.

Con l’arrivo degli Spagnoli, a partire dal secolo XVI si ebbe pure l’influsso degli Africani, che i colonizzatori importarono come schiavi per portare avanti i lavori più pesanti nelle miniere, nelle piantagioni agricole, nel commercio fluviale e marittimo e in altri servizi domestici. Questa terra fu, dunque, testimone della più grande violazione dei diritti umani, quale fu la “tratta” delle persone, comprate e vendute come merce.

Ebbene, come frutto di tutto ciò si ebbe la fusione dei diversi gruppi etnici, dando a questa bella terra un volto multietnico e multicolore, dove possiamo incontrare: meticci, indigeni, mulatti, bianchi e neri, e dove ciascuno di questi diventa una grande risorsa per la nazione.

 

ALLEGRI, AMABILI, ORIGINALI

le deliziose arepas

Ma, come sono i Colombiani? Che cosa li distingue come popolo? L’illustrissimo Gabriel García Márquez (Premio Nobel della Letteratura 1982), nella sua opera “El informe de los sabios” (“La relazione dei saggi”), evidenzia due doni naturali dei Colombiani: “la creatività, espressione superiore dell’intelligenza umana” e “una travolgente determinazione di ascesa personale”. Questi due mescolati ad “una astuzia quasi soprannaturale, e talmente utile sia per il bene come per il male”. A queste si aggiungono molte altre caratteristiche complesse e paradossali come la voglia di avventurarsi, il ricercare fortuna nonostante qualsiasi rischio, l’essere mai rassegnati a morire di fame: una bancarella di “arepas” (specie di focaccia fatta di mais) o di “buñuelos” (fritelle di formaggio, uova e farina di mais) può salvare la famiglia!

Eterni nostalgici della propria patria, quando da essa lontani; smisurati nell’amore… ma anche nell’odio, intuitivi, spontanei, veloci, lavoratori tenaci, entusiasti della vita. Dove c’è un Colombiano, è impossibile non accorgersene!

Gente amabile, semplice e accogliente, partecipe di una storia ricca di tradizioni e religiosità popolare, dalla fede viva e profonda. Che ama la famiglia, la cultura e l’incontro con altri popoli e tradizioni, che vibra al suono della musica, che prova il piacere della festa ed è sempre pronta a celebrare la vita. Una popolazione questa, ricca di manifestazioni folkloriche in tutti i campi: dalla musica e dalla danza al cibo e alle bevande, dalla letteratura e dall’architettura alla medicina e ai costumi e persino nel modo di ridere, di piangere, di morire, di vivere e di amare, i Colombiani sono originali!

suor Gloria Elena, mc

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UNA SCELTA PER LA VITA

La società di oggi propone incessantemente un profilo di essere umano perfetto, senza nessun difetto, senza difficoltà, per cui il dolore e la malattia sono esperienze che vengono sempre più oscurate, sottovalutate, se non ignorate. Però la malattia come esperienza di dolore e di limite è stata sempre una compagna di viaggio che coinvolge tutta la persona

In occasione della giornata Mondiale del Malato  (11 febbraio 2017) Papa Francesco insiste che “possiamo trovare nuovo slancio per contribuire alla diffusione di una cultura rispettosa della vita, della salute e dell’ambiente; un rinnovato impulso a lottare per il rispetto dell’integralità e della dignità delle persone, anche attraverso un corretto approccio alle questioni bioetiche, alla tutela dei più deboli e alla cura dell’ambiente”

Le Suore Missionarie della Consolata, fin dalla fondazione, si sono impegnate nel campo della salute, come scelta Evangelica, ad esempio di Gesù che cura e si prende cura del malato integrandolo nella comunità perché questa si assuma la responsabilità per la scelta per la vita.

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Tonino bello, “profeta della pace”

Quando morì, il 20 aprile del 1993, divorato da un cancro implacabile, “don” Tonino Bello (tutti continuavano a chiamarlo così, anche dopo che fu nominato vescovo) aveva solo 58 anni. Eppure, lasciava dietro di sé una eredità di cui ancora oggi la Chiesa italiana ed il pacifismo internazionale, più in generale, beneficiano.

Personaggio tutt’altro che facile e per nulla incline al compromesso, Antonio Bello nasce ad Alessano, in provincia di Lecce, il 18 marzo 1935. È figlio non solo di un maresciallo dei Carabinieri, che muore quando il figlio ha solo 5 anni, e di una fiera casalinga, ma soprattutto di una Puglia che ben conosce la fatica del viver quotidiano. Una terra che sperimenta la connivenza con la malavita, come ricorderà in una sua omelia: “Il lavoro di un manovale onesto vale più del lavoro di un chirurgo disonesto. Mi sembra già di vedere la fierezza dipingersi sul volto dei miei poveri”.

Entrato in seminario giovanissimo, è ordinato sacerdote ad appena 22 anni. Dopo una esperienza come assistente dei giovani seminaristi, a fine anni Settanta diventa parroco prima della chiesa del S. Cuore di Ugento e poi di quella di Tricase, nel Salento. Nel frattempo, è anche redattore del periodico “Vita Nostra” ed inizia a redigere i primi frammenti di quella che sarà la sua sterminata serie di scritti.

…uno dei suoi primi atti, che suscita grande scalpore, è quello di aprire il palazzo vescovile ad alcune famiglie sfrattate di Molfetta.

Se nel 1980 scrive alla Congregazione per i Vescovi, che lo vorrebbe già nominare pastore di una diocesi, chiedendo di rinunciare alla nomina per “insufficienza” e “indegnità”, nell’82 non può dire di no alla nuova richiesta; uno dei suoi primi atti, che suscita grande scalpore, è quello di aprire il palazzo vescovile ad alcune famiglie sfrattate di Molfetta. In seguito, all’interno dell’edificio, farà realizzare alcuni mini-appartamenti per ospitare “gli ultimi”. È anche al fianco di chi rischia di perdere il lavoro: memorabile è la sua visita a sorpresa agli operai delle acciaierie di Giovinazzo, in lotta per evitare la chiusura della fabbrica.

Moltissimi sono anche i suoi scritti religiosi e teologici, rivolti in particolare alla riscoperta della fede autentica: singolare è una breve nota del 1968 nella quale don Bello biasima una fede fatta di “tante piccole devozioni che ci immergono in una spiritualità chiusa, gretta, egoista e senza slanci”.

Inventa la definizione, felicissima, di “Chiesa del grembiule”: come spiega in un suo testo, “l’accostamento della stola con il grembiule a qualcuno potrà apparire un sacrilegio, eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo che, per la ‘messa solenne’ celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il maestro si cinse ai fianchi” prima della lavanda dei piedi.

Dopo la nomina a Vescovo, don Tonino intensifica anche il suo impegno a favore della non violenza e fonda la “Casa della Pace” che oggi porta il suo nome.  Partecipa a Comiso alla marcia contro l’installazione degli “euromissili” nucleari Cruise in Sicilia, si batte contro il presidio degli aerei F16 a Gioia del Colle, chiede chiarezza sulla questione dei missili a medio raggio Jupiter ospitati negli anni Sessanta in Puglia, si schiera contro l’incremento delle spese militari ipotizzate dal Governo di Bettino Craxi: posizioni che gli comportano aspre critiche ed anche un richiamo del cardinal Ugo Poletti, presidente della CEI.

Ma don Tonino non si ferma: nel 1985 viene nominato Presidente nazionale di Pax Christi, succedendo a monsignor Bettazzi, e promuove nuove campagne per il disarmo, per l’obiezione di coscienza e per quella fiscale alle spese militari.

Ma don Tonino non si ferma: nel 1985 viene nominato Presidente nazionale di Pax Christi, succedendo a monsignor Bettazzi, e promuove nuove campagne per il disarmo, per l’obiezione di coscienza e per quella fiscale alle spese militari. In un’Arena di Verona gremita, durante uno storico Convegno sulla Pace, nel febbraio 1986, tiene un discorso indimenticabile, partendo dal versetto del Vangelo di Matteo “Beati gli operatori di pace”, urlando il suo “In piedi, dunque, costruttori di pace, e sarete chiamati Figli di Dio!”.

Con l’approssimarsi della Guerra del Golfo, quella di monsignor Bello rimane sino all’ultimo una delle poche, ed inascoltate, voci non violente, al punto che fu accusato addirittura di incitare alla diserzione.

Nella sua dedizione è, però, anche molto critico ed intransigente con chi pacifista lo è solo a giorni alterni: “Dobbiamo impegnarci in scelte di percorso, in tabelle di marcia: non possiamo parlare di pace indicando le tappe ultime e saltando le intermedie! Se non siamo capaci di piccoli perdoni quotidiani fra individuo e individuo, tra familiari, tra comunità e comunità… è tutto inutile!”.

Nel frattempo, scopre di essere gravemente malato: una presa di coscienza che, però, non lo ferma, anzi lo stimola a continuare nella sua missione con ancora maggiore slancio.

“Dobbiamo impegnarci in scelte di percorso, in tabelle di marcia: non possiamo parlare di pace indicando le tappe ultime e saltando le intermedie! Se non siamo capaci di piccoli perdoni quotidiani fra individuo e individuo, tra familiari, tra comunità e comunità… è tutto inutile!”.

Ed è con questo spirito che organizza quella che sarà la sua ultima missione: andare in una Sarajevo allo stremo, durante la Guerra in Jugoslavia. Malgrado molti lo sconsiglino, vista la pericolosità dell’impresa e il suo stato di salute, sono quasi 550 le persone che partono con lui da Ancona il 7 dicembre 1992, esponenti della società civile, pacifisti, non credenti, accomunati da un sogno che don Tonino riassume nel proprio discorso, tenuto in un cinema di Sarajevo, sotto le bombe: “Noi siamo qui, probabilmente allineati su questa grande idea, quella della nonviolenza attiva. Noi qui siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà. Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati”.

I santi sono i grandi sognatori della Chiesa. E a questa categoria appartiene don Tonino”, ha dichiarato recentemente il vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, Vito Angiuli: forse è anche grazie a loro e alla loro fede che il percorso iniziato 2000 anni fa continua ancora…

di FABRIZIO GAUDIO

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America: tanti cammini, un solo cuore

il gruppo delle MC partecipanti all’incontro di Bogotá

 

L’incontro continentale America parla di molti sentieri ed un’unica passione per la missione 

Un tappeto coloratissimo ospita dei personaggi molto interessanti: un uomo davanti a un labirinto, perché la vita è così: sembra un percorso problematico, ma c’è un Centro e una Direzione, c’è il Grande Spirito, secondo la sapienza del popolo Pima degli Stati Uniti. E che dire dell’uomo pensante? Perché la persona è “testa”: è pensiero, riflessione, è importante per questo prendere il tempo necessario per pensare bene, a fondo. Come ha fatto una comunità Yecuana che ha detto al vescovo che aveva bisogno di dieci anni per prendere una decisione, davanti a una proposta che il prelato le faceva! Ecco lì una cuya: mezza zucca che per gli Yanomami è un attrezzo multiuso quotidiano, ma che nelle feste diventa il mezzo della condivisione e quindi simbolo della generosità, il valore supremo per questo popolo. E poi i copricapi dei Huitoto e dei Guaranì, segno della danza, della festa, dimensioni essenziali ed esistenziali dei due popoli. Infine, la statuetta in terracotta di una donna che allatta il figlio, messa su una bandiera coloratissima, rappresenta la Madre Terra che il popolo quechua rispetta e ama come la propria mamma.

i simboli che hanno accompagnato l’incontro

Con questi simboli che ci portano la sapienza e spiritualità dei popoli nativi di America abbiamo iniziato il nostro incontro continentale delle Missionarie della Consolata dell’America, ma come ben ha detto una sorella alla fine dell’incontro, non si è trattato solo di soprammobili, piuttosto abbiamo sentito la presenza viva dei nostri popoli, e il loro sostegno per il nostro cammino.

Eravamo 20 sorelle provenienti da Stati Uniti, Venezuela, Colombia, Brasile, Argentina e Bolivia, accompagnate da suor Natalina Stringari, consigliera generale, e per due settimane ci siamo riunite per condividere esperienze, riflessioni sul carisma e sulla missione che portiamo avanti. E’ stato un tempo di profonda ricchezza, che ci ha riempito di entusiasmo e dato molte luci: le sorelle che vivono con popoli nativi hanno avuto un tempo prolungato per raccontare la loro esperienza e le ricchezze della cultura originaria. Come gruppo, poi, ci siamo prese l’impegno di studiare a fondo un aspetto proprio della cultura ed elaborare un piccolo saggio, da condividere con il resto del gruppo via internet e in un futuro incontro. L’entusiasmo e l’amore che ciascuna ha trasmesso è stato contagioso ed ha moltiplicato la “voglia di missione” che già brucia nei nostri cuori. Davvero fa bene incontrarsi e “contagiarsi”!

le sorelle della Regione Amazzonica Brasiliana

Se è vero che le realtà sono molto diverse, in quanto due comunità (in Argentina e Bolivia) sono con popoli andini, tre con popoli amazzonici (in Colombia, Brasile e Venezuela) e due in riserve indigene (in Brasile e Stati Uniti), ci sono anche molti elementi in comune: anzitutto, la sapienza originaria ha caratteristiche simili ad ogni latitudine della Terra, soprattutto nel suo sguardo olistico che abbraccia tutta la realtà: umana, divina, della Natura, in armonia e complementarietà. Un altro elemento che unisce le nostre esperienze missionarie è il carisma, che determina lo stile della nostra presenza, che cerca di essere semplice e vicino alla gente. Il nostro Padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, e la nostra mamma Consolata, come anche la forza che ci dà l’Eucaristia, sono compagni di viaggio indispensabili per poter vivere la vita a fianco della nostra gente.

“Siamo arrivate da mille strade diverse”, dice un canto. Sembra proprio così anche per noi: siamo arrivate da tanti paesi diversi, da realtà di missione differenti. “Ora siamo un unico cuore” continua il canto, e sembra proprio scritto per noi: come Istituto stiamo camminando verso la unificazione delle nostre realtà di Continente in un’unica Circoscrizione. Sempre più unite, sempre più UNO. Questo incontro ha creato legami forti e significativi tra noi, rinnovando la passione per la missione e lo spirito di famiglia. America: abbiamo tanti cammini ma siamo un unico cuore.

Suor Stefania R., mc

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LA FORZA PER RADDRIZZARSI

In ogni tempo ed in ogni società ci sono categorie di persone che vivono piegate e curve, una condizione di sminuita umanità.
Lc 13,10-17

Il testo possiede una forza simbolica estremamente importante anche per noi oggi. Ci racconta la storia di una donna piegata che riceve da Gesù la forza per raddrizzarsi e diventare libera. In ogni tempo ed in ogni società ci sono categorie di persone che vivono piegate e curve, una condizione di sminuita umanità. La potenza liberatrice del Vangelo si vede in tutta la sua forza di annuncio della libertà.

Il testo racconta l’incontro tra Gesù e la donna curva (Luca 13, 10-17) e come lo sguardo e l’azione di Gesù abbiano trasformato la sua condizione. Le donne sono una presenza molto marginale in sinagoga: come mai è lì? Per abitudine? C’è stata portata? Ci si è trascinata con la speranza di un briciolo di sollievo da parte del Signore? Non sappiamo, non dice nulla, è lì1. Una infermità, una debolezza, una fragilità la rende curva, ma il termine può indicare molte cose che si oppongono alla “vita”, forse anche l’essere stimata meno di un bue o un asino. Spesso anche noi sentiamo ciò che ci abbatte, forse neppure sappiamo darle un nome; forse anche noi guardiamo in basso, a terra e non abbiamo il coraggio di alzare la testa di porci di fronte alla realtà di esigere rispetto, uguaglianza… Cosa ci rende curvi? Un peccato? Una omissione? Una ferita ricevuta o inferta? Cosa ci rende curvi, incapaci di guardare il futuro con speranza?

Vedere è scoprire l’altro/a, è riconoscere che l’altro esiste per me…

La guarigione è provocata dallo sguardo di Gesù, l’evento più importante nella narrazione è che Gesù vede (idein), la donna piegata e curva. Vedere è scoprire l’altro/a, è riconoscere che l’altro esiste per me…, Gesù vede con uno sguardo pieno di compassione la condizione di sofferenza dell’ultima fra gli ultimi…, per Gesù quella donna è la persona più importante che c’è nella Sinagoga…

Siamo in un giorno di sabato e Gesù è nella sinagoga insegnando la parola di Dio al popolo. Dopo averla vista Gesù la chiama. La donna è chiamata nella sua doppia condizione, di donna e di sofferente. La chiamata di Gesù penetra la condizione sconfortata della donna. Essa, infatti è piegata e può vedere soltanto la terra, non può guardare nessuno dall’altezza dei suoi occhi… Questa situazione ha un profondo significato socio-simbolico2. In quel tempo “tutte le donne” vivevano quella stessa condizione di essere piegate e curve, ossia di subordinazione assoluta, la malattia fisica che la piega si trasforma in segno del pregiudizio sociale del tempo che piega la donna e la rende appena più di oggetto o possesso dell’uomo. Inoltre, secondo le interpretazioni rabbiniche del tempo, essere umani consisteva nella capacità di vedere, parlare, discernere, d’interloquire con altri e con Dio. La donna non può pregare perché non può raddrizzarsi, ha la testa bassa, segno dell’umanità caduta e del peccato. Non può per se stessa mettersi in piedi….

Gesù la vide, la chiama a sé e le dice: «Donna, sei liberata dalla tua malattia”.

Gesù non chiede di analizzare le cause del nostro essere senza orizzonti, lo vede prima che noi ce ne rendiamo conto pienamente, Egli ci guarda, ci chiama e ci libera.

Cosa rende curvi noi? Cosa rende curva l’umanità? Cosa ci impedisce di guardare oltre e sperare?

Fermiamoci a sentire il suo sguardo su di noi, la sua voce che pronuncia il nostro nome e lasciamo che questo sentire raggiunga le nostre profondità, là dove siamo più feriti, e allora risuonerà il suo “sei libero/a”, “alza lo sguardo”, “ricomincia”, “ raddrizzati” e “rendi gloria a Dio”.

Cosa rende curvi noi? Cosa rende curva l’umanità? Cosa ci impedisce di guardare oltre e sperare?

Gesù non si limita a guardare e a chiamare la donna, ora parla e dice “sei slegata”, il che significa ora sei libera, e a questa parola potente aggiunge il gesto definitivo dell’imporre le mani. Il risultato è che la donna, immediatamente si raddrizza, acquista la sua piena umanità e dignità, è liberata, diventa soggetto e persona, tutte le caratteristiche che le erano negate per la sua malattia e per la sua condizione di donna. Questo avviene notate, in sinagoga, nel luogo sacro e in giorno di sabato il giorno che la fede ebraica sacralizza per l’incontro con Dio. Ora la donna come risultato della liberazione prorompe in un canto di lode a Dio, finalmente può rivolgersi a Dio perché Gesù l’ha raddrizzata e non è più piegata su se stessa è riabilitata.

Ora la donna come risultato della liberazione prorompe in un canto di lode a Dio, finalmente può rivolgersi a Dio perché Gesù l’ha raddrizzata e non è più piegata su se stessa è riabilitata.

La reazione del capo della sinagoga merita un commentario dettagliato, si tratta apparentemente di un’obiezione ragionevole. Ribadisce la prassi ebraica del sabato, in questo giorno gli esseri umani si devono astenere di qualunque lavoro, mentre gli altri sei giorni sono da dedicare alle opere umane. In queste parole vi è implicita una doppia condanna di Gesù e della guarigione della donna.

Notate quanto sia sottile l’obiezione di questo capo della sinagoga. In primo luogo considera la guarigione avvenuta come opera e lavoro umano e dunque non è un’opera di Dio. L’azione compiuta da Gesù è lavoro umano e non opera di Dio (ergon tou Theou). Con questa interpretazione dell’opera consumata dentro della sinagoga si tenta di screditare Gesù, è potente sì, ma l’origine della sua potenza è puramente umana, egli non viene da Dio.

In secondo luogo è implicita anche la condanna religiosa, Gesù non compie ciò che è comandato per cui, non solo non è di origine divina ma opera contro la volontà di Dio, si nega che Gesù agisca in nome di Dio e seguendo la sua volontà. Come le trasgressioni del sabato implicano l’essere tagliati della sinagoga il responsabile della Sinagoga sta di fatto chiedendo la condanna di Gesù come trasgressore del comandamento del sabato3.

Una collettività che piega i diritti degli esseri umani, siano essi donne, stranieri, irregolari, è ammalata, l’oppressione e senza dubbio una malattia sociale che oggi minaccia la società odierna, deve sviluppare gli anticorpi per isolare e sconfiggere queste tendenze.

La reazione finale da parte sua e degli avversari di Gesù è di vergogna, sono stati sconfitti ma preparano la loro vendetta contro il giovane sovvertitore della loro società, sono pochi è vero ma sono potenti, hanno il potere politico e religioso dalla loro parte. Mentre il popolo, la stragrande maggioranza è con Gesù e si meravigliano e riconoscono che quelle opere sorprendenti e grandiose in favore no dei ricchi ma degli umili, degli sconfitti provengono da Dio. Ma loro sono poveri e destituiti di potere. Una collettività che piega i diritti degli esseri umani, siano essi donne, stranieri, irregolari, è ammalata, l’oppressione e senza dubbio una malattia sociale che oggi minaccia la società odierna, deve sviluppare gli anticorpi per isolare e sconfiggere queste tendenze.

La risposta di Gesù disinnesca la doppia obiezione. In primo luogo Gesù risponde all’obiezione che l’opera da lui compiuta sia una trasgressione del sabato. Chiama ipocrita il detto del capo sinagoga e quelli che la pensano come lui. Il detto di Gesù è eclatante, afferma che sono degli ipocriti perché tutti slegano i loro asini e buoi per darli da bere in giorno di sabato, mentre condannano che egli abbia slegato una figlia di Abramo tenuta legata dal demone (gli antichi pensavano nella connessione tra malattia e forze diaboliche). Gesù ha slegato, ha reso libera una figlia di Abramo (di Dio) perché possa lodare e benedire Dio il giorno di sabato. Era un’azione più urgente e necessaria di slegare una bestia, se autorizzate un lavoro per sostenere il bue e l’asino che senza acqua possono morire, quanto più dovevano autorizzare lo slegare una donna piegata da diciotto anni dalla sofferenza. A questa obiezione nulla possono controbattere, sono ammutoliti e sconfessati, Gesù non ha trasgredito il comandamento del sabato.

Gesù ha slegato chi era prigioniero del male, e questa è un’opera divina, salvare, dare la libertà.

Ma, Gesù risponde anche all’altra obiezione, cioè che la sua azione sia stata “un’opera o lavoro umano”. Gesù ha slegato chi era prigioniero del male, e questa è un’opera divina, salvare, dare la libertà. Gesù si è appropriato del luogo sacro e del giorno santo per la liberazione di una persona oppressa, per rendere libera la schiava dai legami sociali e dalla malattia che la schiacciava piegandole su se stessa, sulla condizione di donna obbligata a portare il proprio corpo piegato dalla dura legge patriarcale che la condannava ad essere oggetto e possesso dell’uomo.

Se dovessimo attualizzare il nostro testo, non c’è dubbio che è ancora pertinente e necessario proclamare come Gesù la libertà e l’uguaglianza delle donne, dei poveri e degli stranieri, tra essi i minimi sono quelli che non hanno documenti, a loro e per loro parla questo testo potente che denuncia ogni forma di oppressione e proclama la liberazione di ogni forma di schiavitù.

Renata Conti MC

1 Cfr. Martin Ibarra, Milano 2016.

2 Ibidem.

3 Ibidem.

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Evangelizzatori, che comunicano la gioia della fede

Giornata mondiale della vita Consacrata….

La Vita Consacrata comunica la gioia della fede a partire da una esistenza trasfigurata.

I consacrati sono messaggeri della gioia del Vangelo, uomini e donne che:

  • Annunciano la gioia del Vangelo che ha colmato la loro vita e trasformato il loro cuore.
  • Rispondono con generosità alle sfide di ogni tempo.
  • Offrono la vita per il Vangelo per annunciare a tutti la gioia del Regno.
  • Raggiungono tutte le periferie per incontrare i vicini e i lontani, senza escludere nessuno.
  • Entrati nel “dinamismo dell’uscita”, raggiungono il mondo intero per annunciare la gioia del Vangelo che è fonte di vita e di vita in abbondanza

“La speranza della Vita consacrata si fonda su Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia (cfr 2 Tm 1,12) e per il quale «nulla è impossibile» (Lc 1,37). È questa la speranza che non delude e che permetterà alla vita consacrata di continuare a scrivere una grande storia nel futuro, al quale dobbiamo tenere rivolto lo sguardo, coscienti che è verso di esso che ci spinge lo Spirito Santo per continuare a fare con noi grandi cose”   (Papa Francesco)

Le Suore Missionarie Della Consolata, donne consacrate messaggere del Vangelo…

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