Il vostro affetto mi ha cambiato la vita

Islam con la comunità intercongregazionale di suor Raquel


La vera jihad di un giovane, nel suo cammino verso la libertà

Sei mesi fa, quando dalla Caritas cittadina mi chiesero di far parte di un’equipe per accompagnarlo più da vicino, Islam era uno di quei ragazzi che l’opinione pubblica definisce come: giovani devianti, delinquenti, bulli violenti, ragazzi difficili, e addirittura ragazzi “perduti”, cioè senza redenzione!  In poche parole, egli era considerato una minaccia, un ragazzo non solo da evitare, ma, ancor peggio, da rinchiudere in qualche struttura per i suoi comportamenti antisociali.

Certo è che nonostante la sua giovane età, Islam ha alle sue spalle un passato con delle esperienze pesanti, con diverse entrate e uscite dal carcere, di consumo e spaccio di sostanze stupefacenti, e non poche volte è stato protagonista di risse violente nella città. Comunque, a dispetto di tutto questo, io vedevo in lui un ragazzo timoroso, ferito, che, in qualche modo, tentava di soffocare dentro il dolore che, forse, lo accompagna da quando è nato; sì, io vedevo, e vedo ancora, semplicemente un ragazzo, con un enorme bisogno di sentirsi accolto e voluto bene.

Islam è di origine Tunisina, suo padre morì a seguito di un infortunio sul lavoro quando lui aveva pochi mesi. Pochi anni dopo, la madre si è risposata e ha avuto altre due figlie. Purtroppo il suo nuovo compagno era un alcolista e un violento e sia Islam sia suo fratello maggiore Billel hanno subito continui abusi fisici, verbali ed emotivi. E noi sappiamo bene quanto l’abuso emozionale (tutti i tipi di abuso sono anche emozionali) strazia l’autostima di una persona e può compromettere notevolmente lo sviluppo psicologico e l’abilità di funzionare adeguatamente nella società.

Di conseguenza, i servizi sociali collocarono Islam in comunità. Così, dai dieci ai diciotto anni lui visse in diverse comunità per minori, le cui permanenze sono state sempre molto travagliate. Privato dalla figura paterna, quasi fin dalla nascita, gli venne poi a mancare quel grembo, quello spazio vitale che chiamiamo: casa, famiglia, affetti, relazioni, il quale è assolutamente necessario per lo sviluppo e la crescita della propria identità, dell’auto stima e del rispetto di sé. Come non capire allora, Islam e le sue continue fughe da se stesso, e la sua incessante ricerca di “qualcosa” o “qualcuno” che possano, in qualche modo, colmare quel vuoto che la solitudine e il non amore gli hanno scavato dentro?

Sei qualcuno se vesti in un determinato modo, se hai soldi (e non importa come li ottieni), o se frequenti certi ambienti. Cosi, tanti giovani, che come Islam, portano nel cuore quella tremenda voglia di gridare al mondo il loro esserci, son disposti a far di tutto pur di sentirsi accolti, accettati, inclusi; si sentono obbligati a conformarsi in tutto, in un mondo dove, purtroppo, la norma è il consumo e dove si vive circondati più da oggetti che da persone. Un mondo dove, ancora una volta, si sentono, traditi, abbandonati, soli! Abbandonati a se stessi, quindi, sconfinano in comportamenti antisociali e diventano violenti spesso per disperazione.

A proposito di ragazzi violenti e trasgressivi, San Giovanni Paolo II affermava che non esistono persone che sono delinquenti per natura né bambini che nascono con tendenze criminali. Anzi, assicurava, la delinquenza giovanile è, piuttosto, una risposta al mondo che ha dimenticato il suo dovere di prendersi cura di loro.

Nel mio servizio missionario tra i ragazzi di strada e i carcerati ho imparato che un ragazzo può perdere la bussola, ma può anche riprendere la strada verso casa, se qualcuno lo aspetta, lo sa accogliere, se qualcuno gli corre incontro con gesti autentici, concreti di prossimità. Quando, invece, un ragazzo, nonostante tutti i suoi sforzi, non incontra volti amici, tutto si fa più difficile. Magari torna in libertà, ma lo aspettano solo i problemi che aveva lasciato. Inoltre, lo stigma di essere un ex-carcerato lo fa ancora più vulnerabile e scuote la sua ormai fragile autostima e rispetto di sé.

Ed è proprio questo che succedeva a Islam, perciò, con Christian, responsabile del Centro di ascolto della Caritas cittadina e Salvo, assistente sociale della Casa don Puglisi, dove ospitavano la mamma di Islam e le sue sorelle – ora sono in semiautonomia – decidemmo di scommettere su Islam, sulle sue risorse e potenzialità di bene. Cercando, inoltre, di creare una rete di persone che diventassero per lui dei punti fermi, sui quali lui potesse contare sempre, e divenendo noi stessi suoi compagni di strada, anzi i suoi fratelli e sorella maggiori!

Nel suo ritorno a casa il figlio minore (Lc. 15, 11-32) ha trovato sì un Padre Misericordioso, ma non ha trovato un fratello, dice don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano. Capita anche oggi. Per ragazzi decisi veramente a cambiare non è facile, usciti dal carcere, trovare nuovi fratelli maggiori. E l’esperienza ci insegna che si cambia e si è spinti a uscire dal vortice della criminalità e dell’esclusione se ci si sente attratti da un progetto, se sul cammino trovi persone disposte a sostenere con te nuovi passi.

E in questi mesi, posso attestare, Islam è, davvero, cambiato tantissimo! O meglio, sta diventando sempre più se stesso, sta divenendo, cioè, sempre più Figlio di Chi non ha mai smesso di essergli Padre! Non è stato però un cambio fulmineo, miracoloso, anzi, è stato, ed è tuttora, un percorso faticoso, in salita, è la “vera Jihad” come lui ben definisce, questa sua lotta per restare sulla via della nuova vita! Però, lui sa di non essere più da solo; sa che ora ci sono dei “Mosè”, ossia persone che pregano e fanno il tifo per lui, ma sopratutto sa di poter incondizionatamente contare su due fratelli maggiori che, con infinita pazienza, fermezza e gentilezza, camminano al suo fianco, al suo ritmo; sostenendolo quando zoppica, aspettandolo quando rimane indietro, cercandolo quando fugge, per farlo sentire, sempre, e indipendentemente della sua condotta, voluto bene!

Qualche giorno fa abbiamo celebrato il suo ventitreesimo compleanno. La mamma, con gli occhi perlati di lacrime, diceva che era la prima volta che qualcuno faceva festa per lui. Prima del taglio della torta abbiamo chiesto a Islam di fare un discorso, e lui, visibilmente commosso, disse: Grazie per il vostro affetto, mi avete cambiato la vita!

La strada è ancora lunga. Ci sono ancora tante ferite da rimarginare. Islam deve, pertanto, continuare col suo percorso per imparare ad accettare fino in fondo la propria storia, per riconciliarsi con essa, con la famiglia, con se stesso e con Dio. Ma io sono fiduciosa, credo che ormai Islam abbia compreso che anche se il viaggio della libertà è assai impegnativo, è, comunque, altrettanto appassionante se si ha il coraggio di rientrare in se stessi, di scoprirsi “figlio” e di “tornare a casa”: c’é un Padre che lo aspetta da sempre!

suor Raquel Soria, mc

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PACE, UN BENE MINACCIATO

Siamo invitati tutti, a partire da coloro che hanno gravi e dirette responsabilità politiche, a scegliere le vie del dialogo e del negoziato per risolvere le controversie…

Il 1º gennaio 2017 celebriamo la 50º Giornata Mondiale della Pace, che fu istituita dal Beato Paolo VI nel 1967 e celebrata il 1º gennaio 1968 per la prima volta.

Il tema che Papa Francesco ha scelto per l’occasione è “La nonviolenza: stile di una politica per la pace”, nella convinzione che soltanto con tale scelta radicale sia possibile evitare quella minaccia tenebrosa che lui stesso ha chiamato “terza Guerra Mondiale a pezzi”.

Siamo invitati tutti, a partire da coloro che hanno gravi e dirette responsabilità politiche, a scegliere le vie del dialogo e del negoziato per risolvere le controversie, affinché gli inevitabili conflitti non degenerino in violenza, in scontri armati o in vere e proprie guerre.

Assumere la pace come bene supremo – e dimenticarlo sarebbe una follia (diceva San Giovanni XXIII) – significa agire politicamente secondo una precisa gerarchia di valori che mette al primo posto la vita, la libertà, la giustizia, il diritto e l’eguale dignità di ogni essere umano senza discriminazioni e adotta la nonviolenza come metodo politico per costruire una società più giusta e solidale. Oggi sull’umanità incombono minacce davvero allarmanti di cui vogliamo richiamare quelle che, a nostro avviso sono tra le più diffuse e avvertite dalla popolazione: le minacce della guerra, del terrorismo, quella ecologica, migratoria e digitale.

Non a caso, si parla di guerre dimenticate, ma forse ancora di più di scontro di civiltà. Sono guerre che ogni giorno mietono vittime soprattutto tra i civili: donne, anziani, bambini.

LA MINACCIA DELLA GUERRA

Stiamo parlando di una realtà più che di una minaccia. Infatti se pensiamo a Paesi come la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, la Nigeria, la Somalia, il Pakistan, la Palestina, l’Ucraina e tanti altri è proprio così. Non a caso, si parla di guerre dimenticate, ma forse ancora di più di scontro di civiltà. Sono guerre che ogni giorno mietono vittime soprattutto tra i civili: donne, anziani, bambini. Un elemento che vede oggi la convergenza dell’America e della Russia è la lotta contro l’ISIS, lo stato islamico che si auto-definisce “califfato” e che appare a tutti come la più pericolosa delle minacce. Ci sarebbe però da chiedersi chi abbia venduto all’ISIS le armi di cui dispone.

C’è infatti un’evidente contraddizione tra l’impegno di eliminare le guerre e la volontà di continuare a trarre redditizi guadagni attraverso il commercio delle armi. Anche l’Italia, purtroppo, non è affatto estranea a questo traffico. Papa Francesco insiste costantemente sulla necessità di fermare la guerra, di far tacere le armi, di disarmare i cuori e le mani degli uomini, di puntare sulla via del negoziato e della diplomazia.

LA MINACCIA DEL TERRORISMO

In Italia e in Europa la minaccia che la gente comune avverte come più pericolosa della stessa guerra è il terrorismo, soprattutto quello di matrice islamica, che rinvia sempre all’ISIS, ad Al-Qaeda o ad altri gruppi terroristici che operano in Nigeria (Boko Haram), in Somalia (Al-Shabaab) o altrove.

Purtroppo l’imprevedibilità degli attentati terroristici è all’ordine del giorno, come dimostrano quelli già avvenuti in Francia e in Belgio, in Tunisia e in Kenya, in Turchia e in Bangladesh, in America, ecc. Non vi è dubbio che il terrorismo produca grande insicurezza tra i cittadini e faccia crollare le previsioni sul turismo, e la partecipazione della popolazione agli appuntamenti di piazza o nei locali pubblici.

Sono necessari nuovi stili di vita improntati alla sobrietà e scelte coraggiose da parte della comunità internazionale su problemi globali e strutturali

LA MINACCIA ECOLOGICA

Di questa minaccia Papa Francesco si è occupato puntualmente nella sua Enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015), dove si afferma che la Terra è “ferita” e che serve una conversione ecologica. Dobbiamo prendere coscienza che quella ecologica è una crisi antropologica legata al nostro modello di sviluppo non più sostenibile e al paradigma tecnocratico dominante.

Sono necessari nuovi stili di vita improntati alla sobrietà e scelte coraggiose da parte della comunità internazionale su problemi globali e strutturali, come recentemente è avvenuto nella Conferenza di Parigi (13 dicembre 2015) dove i rappresentanti di 195 Paesi hanno raggiunto uno storico accordo sul clima, impegnandosi a ridurre le emissioni di ozono per contrastare il surriscaldamento climatico.

LA MINACCIA MIGRATORIA: CHI È VERAMENTE MINACCIATO?

Si calcola che oggi nel mondo i migranti siano complessivamente 230 milioni. La classifica delle aree geografiche con il maggior numero di migranti vede ai primi due posti l’Europa (173 milioni) e l’Asia (171 milioni), seguite a distanza dall’America del Nord (53 milioni), dall’Africa (19 milioni), dall’America Latina e Caraibi (9 milioni) e dall’Oceania (8 milioni). Di fronte a questa situazione globale, stupisce che in Italia tante persone siano convinte che solo il nostro Paese sia alle prese con la questione migratoria e con le politiche di integrazione. Si fa fatica nel nostro Paese a capire che esiste il dramma dei profughi e dei rifugiati e che gli immigrati hanno diritto di essere accolti e tutelati secondo i criteri stabiliti dalla comunità internazionale. La Chiesa ha sempre avuto una particolare attenzione per questo problema, come dimostra il fatto che il 15 gennaio 2017 si è celebrata la 103ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che ha avuto come tema: “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”.

Di fronte a questa situazione globale, stupisce che in Italia tante persone siano convinte che solo il nostro Paese sia alle prese con la questione migratoria e con le politiche di integrazione.

LA MINACCIA DIGITALE

Com’è noto, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno prodotto quella che oggi viene chiamata “rivoluzione digitale” che abbraccia anche la sfida mediatica e la cyber-cultura. È una minaccia difficile da percepire come tale, perché può anche essere interpretata come una grande opportunità. Ma non tutti i nativi digitali danno prova di comportamenti responsabili, basti pensare al cyber-bullismo, al sexting, ed esistono già oggi vari reati informatici che vengono compiuti ai danni di minori inconsapevoli e sprovveduti, dell’identità dei cittadini, così come dei loro averi e dei loro beni.

di ANTONIO NANNI

Questo articolo è  stato pubblicato in Andare alle Genti

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Pagine di missione

Semplici esperienze raccolte nel quotidiano, nella missione della regione amazzonica in Colombia e Venezuela

Su richiesta del vescovo di Puerto Leguizamo–Solano, nella regione amazzonica della Colombia, due Missionarie della Consolata si sono preparate al Natale con la comunità contadina di Peñas Rojas, sulle rive del fiume Caguán. Ecco il racconto di suor Aura:

“Il 12 dicembre sono partita da Bogotá verso la missione de La Tagua, lì mi trovai con le sorelle Angela e Idefonsia, il giorno seguente ebbi l’opportunità di fare un salto a Puerto Leguizamo, per visitare e conoscere la missione. Il 15 era programmato il viaggio a Peñas Rojas con suor Idefonsia. Alle 10.30 ci mettemmo in viaggio in questi grandi e belli paesaggi. Quando siamo arrivate la comunità già ci aspettava, ci accolsero molto bene.

Il giorno seguente ci mettemmo al lavoro per organizzare il Presepio nella cappella della comunità, le signore e i bambini ci aiutarono affinché rimanesse bello: qui portava i muschio, legnetti, erba e altre cose che avevano raccolto. Al pomeriggio abbiamo dato così inizio alla Novena: i primi due giorni la partecipazione fu molto positiva, ma poi il lunedì chi andava al campo, chi al lavoro… rimase così un gruppo significativo di 20 persone, tra bambini e adulti.

Il lunedì e martedì abbiamo invitato i bambini al mattino, proponendo loro disegni da colorare, figure da modellare con il pongo: avevano molta creatività, e questo arricchì il Presepio, dandogli più vita e bellezza. I giorni seguenti abbiamo visitato le famiglie nella comunità.

Posso dire che abbiamo trascorso alcuni giorni molto sereni con le persone del villaggio, cantando, pregando, partecipando alla Novena. L’ambiente era preparato per quando gli altri ritornarono dal lavoro per celebrare insieme la Vigilia di Natale. La mia preghiera e il mio rendimento di grazie per questa opportunità di prepararmi con questa gente all’arrivo di Gesù: a te, Signore, chiedo che tu possa incarnarti in questi luoghi tanto lontani e sconosciuti, portando molta pace, salute, speranza e gioia a tutta queste persone”.

 
La vita della comunità di Tencua, nella foresta amazzonica del Venezuela è fatta di piccole cose, come l’accoglienza cordiale. Così testimonia Mons. Jonny Reyes, nuovo vescovo del Vicariato:

“Le ore trascorse in Tencua sono state molto intense, fraterne, costruttive, e cariche di speranza. Davvero, mi sono sentito accolto molto bene per suor Eleusa e suor Pierina: con loro ho mangiato e riso, pregato e riflettuto, visitato alcune comunità e celebrato… Mi è piaciuto tanto vedere sorelle così gioiose, semplici, libere, di preghiera e con un profondo senso di rispetto verso gli altri. Camminando e visitando con loro, ho potuto constatare la profonda conoscenza che hanno di queste culture Yekuanas y Sénemas e del cammino da portare avanti con loro, sapendo assumere la gradualità, la pastorale del poco e del dettaglio, la pastorale della vicinanza e della solidarietà.  Ho imparato molto in questi due giorni, e non solo perché era la prima volta che visitavo questa zona dei fiumi Manapiare-Ventuari, ma anche per la postura delle sorelle e dei leaders delle comunità”.

MC della Regione Colombia Venezuela

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LA DIMENSIONE FEMMINILE DELLA MISSIONE

Itthu sothene sinnètta pili pili. Tutte le cose vanno due a due. (Proverbio macua)

Introduzione

In questa comunicazione vorrei offrire semplicemente alcune riflessioni stimolate dall’esperienza di vita con la gente Macua Scirima nel distretto di Maúa e dintorni e dalla collaborazione con missionarie e missionari della Consolata che condividono la fede con questo popolo, nel nord del Mozambico.

Uno dei passi biblici in cui l’animo Macua può riconoscersi immediatamente, trovandovi rispecchiato il proprio orizzonte matriarcale, matrilineare e matrilocale, è il seguente: «l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne» (Gen 2, 24). Per la cosmovisione macua, l’uomo-maschio è un essere in movimento, è colui che lascia il nido femminile materno per pellegrinare alla ricerca di un’altra donna, a cui tornare. La metafora del viaggio di uscita e di ritorno ad una Donna-Madre caratterizza la visione del mondo e la sapienza originale macua: l’onnipresente archetipo femminile/materno, la rielaborazione sfaccettata del mito cosmogonico del monte Namuli, è cantata a più voci nel vivere, nel pensare, nel sentire e nell’agire del popolo e delle persone.

A Maúa, i dialoghi con tante persone, lo studio dei testi della sapienza originale, la partecipazione alla vita della gente, la condivisione con i confratelli e le consorelle sono state per me un’occasione preziosa di approfondimento del senso della missione consolatina; felicemente contaminata dalla prospettiva macua mi sono ritrovata a gustare e valorizzare in modo inedito la dimensione femminile e materna della missione, che il nostro carisma di figli e figlie della Consolata evidenzia in modo tutto particolare1.

La trasformazione della relazione con Dio raramente avviene attraverso lo studio accademico della teologia o del catechismo. C’è bisogno di raggiungere lo strato affettivo, i modelli relazionali, e questo è possibile attraverso una comunicazione che sappia ascoltare ed articolare il linguaggio degli affetti e dei simboli.

Compenetrazione

La questione dell’interazione tra dato genetico e ambiente (derivazione dell’antico binomio natura – cultura, nature – nurture) continua a stimolare la riflessione di molti studiosi dell’umano. Un’importante esponente della psicoanalisi contemporanea come Ana-Maria Rizzuto, trattando di tale interazione nella formazione della personalità, propone il concetto di compenetrazione2. A somiglianza della compenetrazione tra gamete maschile e femminile che è all’origine del nuovo individuo, la continua compenetrazione tra l’individuo e l’ambiente che lo circonda ne plasma la personalità in modo irripetibile. La compenetrazione tra individuo e ambiente si riflette anche nell’organizzazione anatomica e fisiologica cerebrale: gli stimoli ambientali sono in grado di influenzare lo sviluppo dei circuiti neuronali. Si può dunque dire a ragione che l’ambiente plasma il cervello3. L’ambiente umano che circonda la persona, formato dalle relazioni significative che essa instaura, viene come impresso nell’organizzazione psichica attraverso la formazione di schemi di esperienza che rimangono attivi nell’individuo. In tal modo, «coloro che si prendono cura di noi e il nostro ambiente diventano intrinseci al nostro stesso essere»4. L’interazione del bambino con gli adulti che si prendono cura di lui ha dunque un’influenza fondamentale nel plasmare i suoi modelli relazionali, modelli che si attivano anche nella relazione con Dio. Tali modelli non riescono ad essere raggiunti e trasformati semplicemente da uno stimolo cognitivo, perché la loro natura risiede nelle esperienze affettive, che possiedono un linguaggio diverso. In altre parole, la trasformazione della relazione con Dio raramente avviene attraverso lo studio accademico della teologia o del catechismo. C’è bisogno di raggiungere lo strato affettivo, i modelli relazionali, e questo è possibile attraverso una comunicazione che sappia ascoltare ed articolare il linguaggio degli affetti e dei simboli.

Dio stesso partecipa allo sviluppo della persona seguendo questa legge: egli imprime in noi la sua immagine, un po’ come avviene per i genitori

La compenetrazione degli esseri, a livello fisico, psichico, razionale e spirituale, sembra configurarsi come una legge essenziale dello sviluppo umano. Dio stesso partecipa allo sviluppo della persona seguendo questa legge: egli imprime in noi la sua immagine, un po’ come avviene per i genitori; quindi diventa il Dio-con-noi nella compenetrazione di due nature in un’unica Persona. Infine, si fa nostro nutrimento nell’eucaristia, anticipando la festa nuziale preparata nei cieli5.

Che cosa c’entra tutto questo con la missione?

Mi pare che qui si possano fare alcune osservazioni:

  1. La missione è un processo relazionale che trasforma: essa parte da Dio che si proietta fuori di sé e cambia la nostra storia, perché ama; non si trattiene lassù nei cieli ma scende in una carne umana. Per questa compenetrazione di due nature, la storia si trasforma per sempre.

  2. L’evangelizzazione, se autentica, non si limita a raggiungere gli strati intellettuali della persona e del popolo, ma scende, sprofonda e penetra nell’humus affettivo e simbolico, là dove trovano radice le forze e le motivazioni che orientano la vita. Allora il Vangelo arricchisce e trasforma le radici della persona e della cultura e nel contempo diviene vivo della vita della persona e della cultura che incontra.

  3. Ogni compenetrazione suppone l’incontro di differenze in movimento. Vi è un movimento di proiezione all’esterno: i verbi andare, scendere, penetrare, inoltrarsi, esplorare, varcare i confini denotano la dinamica maschile della compenetrazione. Vi è un movimento di recezione all’interno: i verbi ricevere, recepire, accogliere, ospitare, custodire, includere, denotano la dinamica femminile della compenetrazione.

L’evangelizzazione, se autentica, non si limita a raggiungere gli strati intellettuali della persona e del popolo, ma scende, sprofonda e penetra nell’humus affettivo e simbolico, là dove trovano radice le forze e le motivazioni che orientano la vita.

Ora, il mandato della Chiesa è di annunciare ma anche di accogliere l’annuncio: nella Chiesa si riconosce la dimensione petrina e quella mariana, ossia una dinamica maschile e una dinamica femminile. Il maschile è atto che si proietta all’esterno, il femminile è struttura ontologica: non è il verbo ma il seno in cui si incarna6. Frizzi, analizzando il testo di Lc 10,5-7 nota che nella missione da una parte troviamo chi dà il kerigma e riceve l’ambiente culturale e dall’altra chi dà l’ambiente culturale e riceve il kerigma7. Nella dinamica dell’incarnazione, che è alla radice della missione, da una parte, Dio dà il Verbo e riceve la carne, dall’altra parte l’umanità riceve il Verbo e dà la carne: avviene qui una trasformazione della carne e del Verbo; il Verbo diventa qualcosa che prima non era, diventa carne8, mette la tenda fra noi, si manifesta, ed ora l’umanità può udire, vedere, toccare il Verbo della vita (cf. 1 Gv 1,1-3).

Mi pare che l’inculturazione del Vangelo altro non faccia che riflettere la danza di questi due movimenti nella compenetrazione dell’elemento maschile e di quello femminile della missione, nell’armonia tra l’annuncio e l’accoglienza, tra la semina e la mietitura della messe matura da ricevere nel granaio, tra l’andare con la semente da gettare e il ritornare portando i covoni (cf. Sal 126,6), tra il varcare i confini e l’ospitare la novità, tra il dare e il ricevere la Vita.

La via femminile

Il femminile rimanda a un’origine, a un ritorno, allo sprofondamento nel tempo mitico che diviene occasione di rilancio, rinascita, attualizzazione dell’atto cosmogonico originario in cui, nel contatto con la scaturigine della vita, è ri-creata la realtà personale e collettiva.

Vorrei precisare che, quando parlo dell’elemento femminile della missione, non intendo riferirmi solo alla donna, ma voglio indicare la dimensione femminile dell’esperienza umana, che solitamente si concentra e si manifesta in modo più pieno ed evidente nella donna ma che, insieme alla dimensione maschile, gioca una parte fondamentale nella vita di qualsiasi persona o gruppo9.

Nell’orizzonte vitale Macua, l’abbiamo visto, l’elemento femminile dell’esperienza umana vibra e risuona con una forza che per le culture di impronta patriarcale suona nuova e provocante. Il femminile rimanda a un’origine, a un ritorno, allo sprofondamento nel tempo mitico che diviene occasione di rilancio, rinascita, attualizzazione dell’atto cosmogonico originario in cui, nel contatto con la scaturigine della vita, è ri-creata la realtà personale e collettiva.

La vibrazione macua si acutizza nell’accostamento a certi testi biblici assai vicini, per forma e contenuti, alla letteratura originaria del popolo, per esempio ai proverbi e agli enigmi tradizionali. Un testo come quello di Proverbi 30,18-19 non può non infiammare la sensibilità macua:

Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo in una giovane donna.

In questo periodo i collaboratori del Centro Studi Scirima di Maúa si stanno immergendo nella contemplazione di questo testo, approfondendone il senso e i risvolti e lasciando che esso stimoli le profondità del cuore: sarà interessante conoscere che cosa emergerà da questo contatto tra la Parola biblica e la sensibilità macua scirima, e apprezzare ancora una volta, come già successo tante altre in passato, come la Parola rivelata nella Scrittura e la Sapienza del popolo, lasciate interagire, trovino punti di intesa ed illuminino prospettive e scenari altrimenti inimmaginabili.

In qualche modo, la giovane donna rappresenta per l’uomo una via, rappresenta per l’uomo ciò che il cielo è per l’aquila, ciò che la roccia è per il serpente e ciò che l’alto mare è per la nave.

Ma anche se non siamo Macua, possiamo cogliere da questo testo qualche provocazione. Il testo di Proverbi in questione è stato l’oggetto della lectio magistralis che il Card. Angelo Scola ha tenuto nel giugno del 2008 al festival biblico di Vicenza, da cui possiamo trarre qualche spunto. L’Autore dei Proverbi confessa la propria incapacità di comprendere alcune «vie»: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare e la via dell’uomo in una giovane donna. In qualche modo, la giovane donna rappresenta per l’uomo una via, rappresenta per l’uomo ciò che il cielo è per l’aquila, ciò che la roccia è per il serpente e ciò che l’alto mare è per la nave. Le tre immagini – del cielo, della roccia, dell’alto mare – veicolano un’impressione rispettivamente di ampiezza e spazio, di compattezza e stabilità, di profondità e mistero10. La donna, enigma che sfugge alla comprensione, è presentata come via, ed una via che in qualche modo riunisce/coniuga in sé le dimensioni dell’ampiezza e dello spazio, della compattezza e della stabilità, della profondità e del mistero. La via del femminile non è qualcosa da capire con la ragione cerebrale, a cui si sottrae, ma piuttosto è una realtà da abitare (spazio), come un’aquila fa col cielo, è una realtà della quale si sente l’inequivocabile presenza (solidità), come un serpente che sperimenta la compattezza della roccia con la quale il suo corpo è a diretto contatto, è una realtà nella quale immergersi e lasciarsi andare (profondità), come una nave si lascia sostenere dal mare. L’incontro dell’aquila col cielo, del serpente con la roccia, della nave con l’alto mare, della mascolinità con la femminilità costituiscono l’occasione del movimento, la vittoria sulla staticità, l’inizio di qualcosa di nuovo che cammina nella storia. Un autorevole esegeta contemporaneo come Paul Beauchamp, commentando questo testo, arriva a dire che «L’enigma che sorpassa gli altri, secondo i Proverbi, è “la strada dell’uomo attraverso la donna” (Prov. 30, 18s), ossia è ciò che fa passare l’uomo attraverso l’immagine di colei che sta al suo inizio e che lo fa uscire da essa quando nasce, il che fa dell’incontro tra i due al tempo stesso un ricominciamento e qualcosa di nuovo. [] L’esperienza della Sapienza è legata a quella della differenza dei sessi. Là dove l’uomo ritrova la propria sorgente e da cui esce un altro uomo, là è il luogo di elezione della Sapienza»11. Beauchamp probabilmente non è mai stato a Maúa, eppure il suo pensiero in questo punto enuclea uno dei pilastri fondanti della visione del mondo che il popolo Macua coltiva da millenni.

Nel Monte Sacro, il Namuli, dalla forma esterna fallica e dalle grandi e profonde caverne in cui scorrono misteriose acque, il femminile e il maschile convivono come polarità in relazione dentro un’unica e variegata, solenne e umile, stabile eppur sempre danzante realtà.

La dialettica ed il paradosso segnano profondamente la mentalità macua, allergica ad un approccio esclusivo e naturalmente aperta alla coesistenza degli opposti, refrattaria alle pretese di appiattimento delle polarità, duale e non dualista. Nel Monte Sacro, il Namuli, dalla forma esterna fallica e dalle grandi e profonde caverne in cui scorrono misteriose acque, il femminile e il maschile convivono come polarità in relazione dentro un’unica e variegata, solenne e umile, stabile eppur sempre danzante realtà. L’incontro tra il maschile e il femminile è via: via di comunicazione tra i due mondi, quello visibile e quello invisibile, ponte di connessione tra i due margini del fiume che segna il confine tra l’orizzonte umano e quello di Dio e delle creature spirituali, tra il giorno e la notte, tra il tempo presente e il tempo mitico delle origini.

La donna, Namuli vivente, è porta tra i due mondi, grotta di coniugazione tra i due emisferi, caverna primordiale da cui la vita esce e a cui ritorna per trasformarsi e rigenerarsi. L’incontro sessuale è morire per vivere, è ritorno al Namuli, terra e casa materna, viaggio alle origini, all’utero generatore laddove si trova il grande rimedio della vita. La vita nasce dall’incontro/comunicazione tra i due emisferi: ella varca le soglie dell’aldilà per entrare nell’aldiquà. Ma anche la morte è incontro tra i due emisferi, passaggio della vita nel suo viaggio di ritorno. L’incontro sessuale, in questo senso, segue la stessa dinamica della morte/rinascita: è un varcare la soglia del mondo invisibile, rientrare al Namuli ed essere di nuovo dati alla luce; è accoglienza di chi ritorna e ospitalità generativa. La sessualità allora condensa, esalta e celebra la polifonia delle polarità del mondo duale macua: uscire/ritornare, notte/giorno, tempo mitico e tempo presente (khalai/nanano), uccidere/generare, morire/vivere, uomo/donna, terra/cielo, sole/luna, roccia/acqua, negativo/positivo, aldilà/aldiquà, lotta/unione12. Lì, nell’incontro tra il maschile e il femminile, si apre la via alla Sapienza, al ritorno, al ricominciamento, alla novità.

La luna, nel mondo scirima, condensa i significati relazionali legati ai luoghi d’ombra di cui la notte è somma espressione.

Come la luna

La sapienza tradizionale macua scirima non ha scritto saggi teorici sul femminile. Ha elaborato però tanti proverbi sulla luna. Ne gustiamo alcuni13:

Muthiyana òwani okhwa ni ovinyerera: ti xeni? Mweri. Una donna in casa muore e resuscita, che cos’è? La luna.

Yoriheya ohiyu enàsiwa ni mweri. L’oggetto perduto si cerca di notte alla luce della luna.

Mweri wari wowuma murima, khanònaka itheneri. Se la luna avesse il cuore cattivo non vedremmo le stelle.

Mweri onathaliha itthu sa Muluku. La luna comunica le cose di Dio.

Mweri elolá ehinatutha mmaithoni Muluku opankiyaiye. La luna è uno specchio fatto da Dio che non acceca.

Mweri mutokwené: onaririha mirima sothene sipattuxiwe vathi vá. La luna è importante/grande: rinfresca tutti i cuori creati su questa terra.

Nsuwa ni mweri mutokwené mweri. La luna è più grande del sole.

Omwene wa mweri wàreru, miri khasinùma. Nel regno della luna, nonostante ella brilli, gli alberi non seccano.

Mweri erimarima ya itthu sothene s’ohiyu. La luna è il nucleo cardiale dell’universo notturno (di tutte le cose della notte).

Mweri ori Namuli mutokwene athiyana yale avahiwe oyara. La luna è il grande Namuli: le donne lo ricevettero per generare.

Mweri onahima muthiyana òpatxera variyari vasimaye. La luna è la prima donna tra le madri.

Mweri muttuxí w’atthu akumi ni akhwiye. La luna è l’ombra dei vivi e dei morti.

Vahikhanle mweri, sothene khasinawerya otxentxeya. Senza la luna non si riesce a modificare nulla.

Mweri enukú ya ekumi. La luna è seme di vita.

Akina annaweha mweri wirimu, akinaku arino mweri mmurimani. Alcuni contemplano la luna nel cielo, altri hanno la luna nel cuore.

La luna, nel mondo scirima, condensa i significati relazionali legati ai luoghi d’ombra di cui la notte è somma espressione14. La luna, di fatto, è il cuore delle realtà notturne, l’ombra dei vivi e dei morti, perciò dei due emisferi vitali e ponte comunicativo delle cose di Dio. Essa è inequivocabilmente donna, grande Namuli generatrice di vita. Per questo la luna è più grande del sole. La luna conosce fasi, conosce momenti di presenza e momenti di assenza; ella è maestra della gradualità, delle sfumature, di ciò che non è completamente chiaro ma nemmeno completamente oscuro, del mistero. La sua luce, a differenza di quella solare, illumina senza bruciare, anzi, ha il potere di rinfrescare/calmare i cuori. Il sole, quando sorge, spegne le stelle. La luna, al contrario, brilla nella notte e la sua luce, riverberandosi nelle stelle, valorizza ed esalta il loro splendore. Il sole è talmente luminoso che non lo si può guardare. La luna si può guardare, godere dello spettacolo del cielo stellato e, al suo chiarore, lasciarsi ispirare. La luna diviene allora uno specchio in cui la realtà può riflettersi senza esserne abbagliata. Al suo chiarore discreto si cerca ciò che si era perduto: la luna lascia quello spazio di ambiguità e libertà perché chi cerca possa non solo vedere ma anche immaginare. Per questo, senza la luna non è possibile alcuna trasformazione: una trasformazione che avviene non solo perché si è visto qualcosa, ma anche perché lo si è immaginato, sognato, desiderato, in qualche modo creato e alla luce discreta dello specchio lunare, trovato. La luna provvede così quello spazio di «gioco» in cui il cambio può avvenire perché ciò che è cercato viene in qualche modo non solo trovato ma anche creato interiormente. La luna costituisce allora una presenza trasformante e terapeutica. Essa si pone quale ponte tra i due emisferi, mediatrice di messaggi altrui e della luce altrui: ella, di fatto, non brilla di luce propria, ma riflette la presenza di un altro astro, che è sorgente della luce.

La luna provvede così quello spazio di «gioco» in cui il cambio può avvenire perché ciò che è cercato viene in qualche modo non solo trovato ma anche creato interiormente. La luna costituisce allora una presenza trasformante e terapeutica.

Ma la luna non si trova solo in cielo: c’è chi ce l’ha nel cuore e in qualche modo diviene luna per il pellegrino in viaggio su strade spesso aride e assolate. Un pellegrino che, alla luce discreta dell’astro della notte, può accorgersi che il Namuli, il Monte Sacro meta del suo andare, non va solo trovato là fuori ma anche generato dentro. E che il viaggio a cui è chiamato è, di fatto, un «gioco serio» di trasformazione interiore che chiede sì di guardare al Namuli, ma soprattutto di calarlo nel cuore.

Allora, per il Scirima, il principio namulico si configura anche nella relazione con l’altro e con l’Altro: si tratta di un andare e un venire, un prendere distanza e un riavvicinarsi, un po’ come il ragno (ranttasi) che tesse la sua tela tra realtà diverse, unendole in una nuova composizione. Un po’ come le termiti che lavorano all’interno del loro termitaio (eruwa) uscendo per spedizioni alimentari o riproduttive per immancabilmente tornarvi e continuare il loro lavoro di costruzione e trasformazione dell’utero che le ha generate15.

La relazione si rivela una realtà potente e trasformante: l’altro non è solo là fuori ma è anche profondamente dentro. Il Namuli al quale il pellegrino era diretto chiede ora di trovare uno spazio interiore; il Namuli che chiama ed accoglie il pellegrino si fa egli stesso pellegrino e chiede ora di essere ricevuto interiormente, in uno scambio reciproco di doni. Non ci sarà più solo un pellegrino del Namuli, ma anche un Namuli del pellegrino. Allora, il cantico della reciprocità potrà innalzarsi nell’ombra notturna, al chiarore discreto della luna che custodisce il mistero dell’incontro.

Il dialogo interculturale, nella sua espressione più profonda, è dialogo tra i valori che danno senso alla vita, valori custoditi nei miti e nelle metafore basilari che costituiscono il cuore della dinamica culturale ma anche della dinamica personale; è la possibilità di porre sulla mensa della stessa umanità il prezioso tesoro di ciò che dà significato e direzione all’esistenza,

Conclusione

Tutte le culture sono sostenute da metafore e miti di base che formano le strutture portanti dell’edificio culturale e che, coscientemente o no, orientano la vita emozionale e influenzano le scelte della persona e della collettività. Questo fatto non è privo di conseguenze dal punto di vista del dialogo interculturale e dell’evangelizzazione inculturata.

Il dialogo interculturale, nella sua espressione più profonda, è dialogo tra i valori che danno senso alla vita, valori custoditi nei miti e nelle metafore basilari che costituiscono il cuore della dinamica culturale ma anche della dinamica personale; è la possibilità di porre sulla mensa della stessa umanità il prezioso tesoro di ciò che dà significato e direzione all’esistenza, di ciò che rappresenta l’originalità di un popolo e di una persona. Si tratta, insomma, di attuare la «convivialità delle differenze»16, di realizzare il sogno di Isaia in cui la ricchezza dei popoli viene su dromedari, cammelli e navi e si riversa nello spazio accogliente della città di Dio, dimora dell’umanità tutta, che si alimenta succhiando «il latte delle genti» (cf. Is 60, 4-16).

Ma raggiungere i valori di base del popolo, i miti, le configurazioni simboliche, le metafore portanti non è questione di tecnica e nemmeno solo di convivenza. E’ prima di tutto dono dell’Altro e dell’altro che hanno la libertà invitare o no l’evangelizzatore ad un passo oltre la soglia della conoscenza superficiale degli usi e costumi per accedere al cuore vitale dell’identità del popolo.

L’evangelizzazione inculturata non può prescindere dal dialogo interculturale e dal dialogo interreligioso, che ne rappresenta il cuore. Se la missione è questione di relazione trasformante – e trasformante nel profondo, fino alle radici17 – allora il Vangelo chiede di raggiungere gli strati più intimi e vitali della cultura e della persona. Ma raggiungere i valori di base del popolo, i miti, le configurazioni simboliche, le metafore portanti non è questione di tecnica e nemmeno solo di convivenza. E’ prima di tutto dono dell’Altro e dell’altro che hanno la libertà invitare o no l’evangelizzatore ad un passo oltre la soglia della conoscenza superficiale degli usi e costumi per accedere al cuore vitale dell’identità del popolo. Ed è anche compito dell’evangelizzatore che, cosciente della propria ignoranza rispetto al mondo dell’altro, con rispetto, empatia, gratitudine, meraviglia e desiderio di imparare, può accettare l’invito dell’altro ad entrare in casa sua.

Mentre, in ambito missionario e missiologico, la dimensione maschile del dialogo interculturale e dell’inculturazione del Vangelo è stata sufficientemente enfatizzata – i verbi come andare, varcare i confini, penetrare vengono spesso usati per parlare di evangelizzazione – non si può dire altrettanto della dimensione femminile, che si esprime nelle categorie dell’accoglienza, del ritorno, del ricevere, recepire, ospitare, includere, custodire.

Il carisma consolatino, in questo scambio di doni, si è arricchito di nuove sfumature nei missionari e missionarie che hanno avuto la grazia di entrare empaticamente in questo flusso vitale in cui ognuno si dispone a dare e a ricevere gratuitamente.

Per noi, missionari e missionarie della Consolata, che troviamo nella nostra Madre l’ispirazione per il nostro essere e per il nostro agire, la dimensione femminile della missione è (o dovrebbe essere) particolarmente rilevante18. La vita di molti missionari e missionarie della Consolata si è intrecciata con quella del popolo Macua e la felice e feconda compenetrazione di queste vite è forse una delle caratteristiche più belle della missione attuale in Maúa – e di quante altre esperienze missionarie consolatine! Le comunità cristiane di Maúa e dintorni hanno assunto una spiritualità eminentemente consolatina, che in qualche modo riesce ad esaltare e si lascia volentieri contaminare dalla spiritualità scirima imperniata sull’esperienza di Dio Madre e della vita come un viaggio di ritorno al Suo grembo tenero e forte, sempre gravido di vita. Il carisma consolatino, in questo scambio di doni, si è arricchito di nuove sfumature nei missionari e missionarie che hanno avuto la grazia di entrare empaticamente in questo flusso vitale in cui ognuno si dispone a dare e a ricevere gratuitamente: spiritualità consolatina e spiritualità scirima hanno potuto così stringere un’alleanza feconda, di cui possiamo oggi godere tanti saporosi frutti.

Sr Simona Brambilla, MC

1 Per il XI Capitolo generale IMC, «Lo stile materno della Consolata pervade e plasma il nostro essere e fare missione» (Istituto Missioni Consolata – XI Capitolo Generale, Atti Capitolari, São Paulo 2005, 14). Per il IX capitolo generale MC, la Missionaria della Consolata si riconosce come una «donna dai lineamenti di Maria Consolata, che si impegna a vivere con fede, in fiducioso abbandono nelle mani di Dio, diventando consolazione e trova in Lei il segreto per generare e promuovere la vita» (Istituto Suore Missionarie della Consolata – IX Capitolo generale, Atti Capitolari, São Paulo 2005, 9).

2 Cf. Rizzuto, A.-M., «Sviluppo: dal concepimento alla morte. Riflessioni di una psicoanalista contemporanea», in Manenti, A. – Guarinelli, S. – Zollner, H., ed., Persona e formazione. Riflessioni per la pratica educativa e psicoterapeutica, Bologna 2007, 49-72.

3 Cf. Rizzuto, A.-M., «Sviluppo: dal concepimento alla morte», 52.

4 Rizzuto, A.-M., «Sviluppo: dal concepimento alla morte», 53.

5 Cf. Rizzuto, A.-M., «Sviluppo: dal concepimento alla morte», 71.

6 Cf. Evdokimov, P., La donna e la salvezza del mondo, Milano 1980, 217. Per Evdokimov, «La Theotokos genera il “bambino santo”, offre la carne in cui viene a porsi il contenuto, la parola, la potenza, l’atto. […] L’uomo è chiamato a coltivare il giardino cosmico, a decifrare i nomi, a disegnare l’icona del Regno attraverso tutte le forme della cultura, ma questa icona, in cui la forma coincide con il contenuto, è la Vergine che tiene in braccio Gesù Bambino, è la “Donna avvolta di sole”, immagine umana del santo.» Ibidem, 217. 218.

7 Cf. Frizzi, G., «Fede e InculturazioneTeologia e Culture», relazione tenuta al Convegno IMC Interculturalità, nuovo paradigma della missione, Roma, 4 dicembre 2009.

8 Piero Coda, analizzando il prologo di Giovanni, evidenzia che il Logos, facendosi carne, è diventato qualcosa che prima non era: è diventato appunto «sarx». Cf. Coda, P., «Traccia n. 3» in Coda, P. – Donà, M., Il volto di Dio, la carne dell’uomo, Libro + CD Audio, Milano 2006, 35-51.

9 Carl Gustav Jung, studiando gli archetipi dell’inconscio collettivo, riconosce quelli dell’anima e dell’animus. Cf. per esempio Jung, C. G., L’io e l’inconscio, Torino 1967, 104-131.

10 Cf. Scola, A., «Il volto dell’uomo/donna», lectio magistralis tenuta al Festival Biblico di Vicenza, 2 giugno 2009, pubblicata in L’Osservatore Romano, 3 giugno 2009, 5.

11 Beauchamp, P., L’uno e l’altro testamento, Brescia 1985, 144-145, citato in Scola, A., «Il volto dell’uomo/donna», lectio magistralis tenuta al Festival Biblico di Vicenza, 2 giugno 2009, pubblicata in L’Osservatore Romano, 3 giugno 2009, 5.

12 Per un approfondimento di questo tema rimandiamo a Brambilla, S., Evangelizzare il cuore. L’evangelizzazione inculturata tra i Macua Scirima del Mozambico: uno studio antropologico e psicologico, Nepi 2009.

13 Frizzi, G., Murima ni Ewani Exirima. Biosofia e Biosfera Xirima, Maúa 2008, 75-78.

14 Cf. Brambilla, S., Evangelizzare il cuore. L’evangelizzazione inculturata tra i Macua Scirima del Mozambico: uno studio antropologico e psicologico, Nepi 2009, 164-188.

15 Cf. Brambilla, S., Evangelizzare il cuore. L’evangelizzazione inculturata tra i Macua Scirima del Mozambico: uno studio antropologico e psicologico, Nepi 2009, 104-106.

16 Cf. Bello, T., «In principio, la Trinità» in La famiglia come laboratorio di pace, Prato 10 settembre 1988. http://it.ismico.org/content/view/4255/169/ Accesso: 29.11.09.

17 Cf. Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Roma 1975, n. 20.

18 C’è una caratteristica della Consolata che attiene al suo nome e che costituisce una qualità della missione consolatina: la «nostra» madonna si chiama «Consolata», non «Consolatrice». E’ indubbio che i due aspetti, l’uno recettivo e l’altro attivo, non sono mutuamente esclusivi – sono anzi interdipendenti – ma è chiaramente il primo a qualificare la Vergine di Torino e i due Istituti di cui è patrona. «Consolata» dice capacità recettiva, esperienza di consolazione nell’accoglienza del Figlio, il Cristo Consolatore. La «Consolata» privilegia allora la dimensione tutta femminile, sponsale e materna dell’apertura all’Altro che prende dimora nel grembo della Vergine. La Consolata si propone come spazio umile in cui la Vita si fa carne, in cui si realizza l’incontro tra cielo e terra, in cui la compenetrazione tra umano e divino avviene. La Consolata diviene icona di una grazia carismatica e di uno stile di missione che può accompagnare da vicino il viaggio spirituale macua, così legato all’esperienza della maternità, offrendosi come «luogo» in cui l’incontro con Cristo si compia e trasformi il cuore della persona e della cultura.

 

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Bimbo cattivo!

Sunchu Pampa, uno dei luoghi più aridi della zona: con i ragazzi saliamo l’arida collina per chiedere al Dio del Cielo il dono della pioggia

Gli effetti nefasti de El Niño sull’America e in particolare sulla Bolivia

vista satellitare del Niño: il rosso indica il surriscaldamento dell’Oceano Pacifico che porta conseguenze letali al Continente Americano

Non so perché lo abbiano chiamato Niño, né lo voglio sapere, ma questo bambino (questo significa tale parola in spagnolo) è un bimbo molto, molto cattivo: ci fa stare a naso in su tutto il giorno, implorando pioggia da un cielo senza nuvole. Ad ogni batuffolo bianco (meglio se scuro) che appare nel blu intenso, si aggrappa la speranza di una pioggia che non arriva. Il suono di tuoni diventa musica alle orecchie, ma niente: partiamo per l’Argentina, a fine dicembre, con l’angoscia di non aver visto iniziare la stagione delle piogge.

Fin dagli Anni Ottanta la Bolivia è stata colpita da una serie di siccità che, poco per volta, hanno obbligato la gente a lasciare l’Altipiano Andino in cerca di lavoro nelle città o migrando verso Argentina, Brasile, Europa. Siamo arrivate a Vilacaya nel 2013: la gente si lamentava già della diminuzione delle piogge, ma nel corso di questi quattro anni abbiamo potuto constatare con i nostri occhi la progressiva desertificazione della zona, con una stagione delle piogge ogni volta più ridotta. Il meglio del peggio è stato l’anno scorso: non raggiunge i due mesi il tempo delle precipitazioni, ad aprile si parla già di scarsità delle risorse idriche, e sappiamo che le piogge, nella migliore delle ipotesi, non arriveranno prima di ottobre. Ma il peggio del peggio è ora: se siamo arrivati a fine 2016 arrangiandoci e soffrendo un poco, che sarà di noi, della nostra gente, nel 2017, se le piogge non riforniscono d’acqua le vene sotterranee?

effetti del Niño: siccità…

Molte volte si dice “l’acqua è vita”, ma fin quando non lo si prova sulla propria pelle, non si comprende la profonda realtà che si afferma. E c’è anche il rovescio della medaglia: “La mancanza d’acqua è guerra”. Sì, ve lo assicuro: se manca il prezioso liquido cristallino, tutti si barricano in difesa del poco che possiedono, e questo a grande scala come nel piccolo dei villaggi. E adesso mi spiego: Cile, il miglior nemico della Bolivia, fin da quando quest’ultima ha perso il suo sbocco al mare in una guerra persa con il vicino lungo e stretto. Da sempre – e soprattutto nel governo di Evo Morales – la rivendicazione del mare è un tema da sbattere sul muso al Cile. Ma quest’anno, quando la sete ha iniziato a farsi sentire, scoppia il caso: il Cile ha rubato da anni l’acqua di un fiume in territorio boliviano. Rubato? Sicuramente c’era stato un accordo più o meno formale per l’installazione di tubi e canali che derivavano l’acqua verso i campi cileni. Solo che adesso l’oro blu  vale più dell’argento, che 500 anni fa aveva ipnotizzato gli spagnoli. Si parla persino di un dispiegamento di carri armati al confine: la guerra dell’acqua è alle soglie. Nel nostro piccolo, Vilacaya va nella vicina comunità di Mulahara, per chiedere di poter incanalare l’acqua e migliorare un poco la situazione, ma i vicini si rifiutano: hanno paura che in tempi peggiori verrà a mancare loro. E pensare che i loro figli vengono a Vilacaya per la scuola superiore, ma niente: la paura vince sulle buone ragioni.

…e inondazioni

In novembre è caos totale: le grandi e popolose città iniziano a razionare l’acqua – certo, soprattutto nei quartieri poveri – e la situazione si aggrava in La Paz. La gente inizia a vendere secchi d’acqua come se fosse oro, le motobotti la forniscono a lunghe file di persone assetate. Cile si offre di aiutare Bolivia, ma il presidente Evo dice: “No, grazie: ce la facciamo da soli”. In dicembre iniziano precipitazioni, alle volte violente, con grandine, prostrando i contadini. In altre parti, come il dipartimento di Potosí, nemmeno una goccia.

Tutta colpa di quel bimbo cattivo! Ma di chi è figlio? Ciascuno faccia il DNA del proprio stile di vita, e si riconosca padre/madre di questa creatura…

suor Stefania Raspo, mc

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Donne coraggiose che parlano con Gesù

Nei duemila anni di cristianesimo troviamo una infinità di donne che hanno parlato, scelto e agito con un coraggio da fare onta a chiunque. Cristo diede loro questo coraggio.

La condizione della donna non è mai stata facile, come appare tanto nell’Antico Testamento quanto nel Nuovo. Non lo è oggi nella nostra società. La causa non è imputabile sbrigativamente al cosiddetto “maschilismo”, oscura miseria culturale e morale e – Dio non voglia – irrecuperabile. Nei duemila anni di cristianesimo troviamo una infinità di donne che hanno parlato, scelto e agito con un coraggio da fare onta a chiunque. Cristo diede loro questo coraggio. Madre Teresa di Calcutta (1910-1997, canonizzata il 4.9.2016), Santa Teresa di Lisieux (1873-1897), Santa Francesca Saverio Cabrini (1850-1917), Santa Teresa Benedetta della Croce (1891-1942) e fino alle martiri dei primi secoli è un susseguirsi di donne che hanno accolto in sé il coraggio di Cristo. Nell’AT vi sono donne straordinarie che meritano rispetto, gratitudine, onore. Come Giuditta, come Giaele, la “maschia Giaele” (Manzoni), come la timida ma decisa Rut. L’esempio che sovrasta ogni altro è Maria, donna del sacrificio, dell’amore, della verità. “Donna del piano superiore” (Mons. Tonino Bello).

Nel NT troviamo figure delicate, attente, discrete. Mai troppo silenziose. Non perché chiacchierone, ma perché dotate di spirito critico. Una di queste è Maria di Magdala.

La prima testimone

Magdala era il suo luogo di origine, un villaggio presso il lago di Tiberiade. Gesù l’aveva liberata da “sette demoni” (Lc 8,2), cioè da una folla di spiriti malvagi e Maria lo seguì nelle sue peregrinazioni mettendosi al servizio suo e degli apostoli, con la sua devozione e i suoi beni, imitando altre donne che dovevano a loro volta, al Divino Maestro, la liberazione dalla possessione o la guarigione da malattie.

Ma è evidente dai testi che Maria di Magdala fu la prima persona a vedere il Risorto (Mt 28,9-10; Mc 16,9-11; Gv 20,16-18), la prima a credere nella sua Risurrezione e certamente la prima a portare agli apostoli la straordinaria notizia.

Maria di Magdala ricompare solo nelle narrazioni della passione di Cristo. Matteo, Marco e Luca la citano fra le donne che “avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo” (Mt 27,55-56; Mc 15,40-41) e che avevano “osservato di lontano” la crocifissione sul Golgota (Lc 23,49). Ma Giovanni, che a differenza degli altri evangelisti fu testimone diretto della scena, precisa che Maria di Magdala stava, con la madre di Gesù e sua sorella, Maria di Cleofa, “presso la croce” (Gv 19,25). Sempre Maria di Magdala, accompagnata da “Maria, madre di Giuseppe” (Mc 15,47), fu presente alla sepoltura del Maestro, frettolosa perché stava calando la sera del sabato, in cui qualsiasi attività era vietata. All’alba del giorno successivo a quella solennità, Maria di Magdala tornò sul posto con una o più donne portando aromi con cui il cadavere avrebbe dovuto essere cosparso e trovò la tomba aperta e vuota (Mt 28,1-8). Non è importante stabilire se la donna e le sue compagne abbiano avuto un preciso messaggio celeste che annunciasse la Risurrezione di Cristo. Ma è evidente dai testi che Maria di Magdala fu la prima persona a vedere il Risorto (Mt 28,9-10; Mc 16,9-11; Gv 20,16-18), la prima a credere nella sua Risurrezione e certamente la prima a portare agli apostoli la straordinaria notizia.

Anche noi, come questa donna, lasciamo che il Cristo vada, che riempia il mondo della sua presenza, che porti ovunque “attraverso le nostre mani e i nostri piedi” (Madre Tecla Merlo)

La delicatezza del racconto di Giovanni infonde un senso di pace e di luce ben difficile da esprimere. Giotto, ad Assisi, in un meraviglioso affresco della Basilica inferiore di San Francesco, riesce a tradurre almeno in parte quell’atmosfera di dolore che via via si trasforma in gioia. Maria, ferma all’ingresso del sepolcro, piange. Questa scena del pianto manifesta la dolcezza della femminilità. Si trova in musica un’aria di Gaetano Donizetti, di rara bellezza, che fa dire alla protagonista: “All’afflitto è dolce il pianto, è la gioia che gli resta…” (Roberto Devereux, atto I). In questo pianto di Maria si trova tutto il pianto del mondo, di ogni tempo e di ogni latitudine. La donna guarda sconsolata quel sepolcro, indubbiamente e inesorabilmente vuoto. Ricorda un corpo che non c’è più. La scena ricorda la sposa del Cantico dei Cantici, che si mette alla ricerca dell’amato, incontra le guardie e le interroga; dopo averle oltrepassate trova l’amato, lo stringe e non vuole più lasciarlo (Ct 3,3-4). Ma Gesù risponde con il famosissimo Noli me tangere, “non mi trattenere”. Anche noi, come questa donna, lasciamo che il Cristo vada, che riempia il mondo della sua presenza, che porti ovunque “attraverso le nostre mani e i nostri piedi” (Madre Tecla Merlo) – anche nelle apparenze più strane, che forse ci sconvolgono – il messaggio di una novità capace di ridonare al mondo quella purezza che senza di Lui non può esserci. Convertirsi vuol dire, come insegna la donna di Magdala, piangere e non accogliere il Vangelo come lenitivo delle nostre coscienze, ma un pungolo che “ci faccia male”, facendoci abbracciare la causa dei poveri, cioè la giustizia di Dio.

A quella straniera, appartenente ad una nazione disprezzata dai Giudei, Egli annunciò il mistero del Cristo. A quella donna, venuta ad attingere acqua, Egli chiese da bere.

La donna di una nazione disprezzata

Il famoso racconto di Giovanni (4,1-30) ha per protagonista Gesù. Deuteragonista è una donna di Sicar, città della Samaria. Gesù la incontra al pozzo di Giacobbe presso cui, stanco del viaggio, siede. A quella straniera, appartenente ad una nazione disprezzata dai Giudei, Egli annunciò il mistero del Cristo. A quella donna, venuta ad attingere acqua, Egli chiese da bere. La donna non rifiutò ma, avendo riconosciuto in Lui un ebreo, gli chiese ironicamente come mai si abbassasse a domandare da bere ad una figlia del popolo samaritano al cui contatto gli Ebrei, che lo consideravano eretico e impuro come i pagani, ritenevano di contaminarsi.

Ma chi erano questi Samaritani? Gli abitanti della Samaria, parte Nord della Palestina. La capitale si chiamava Samaria ed era caduta in mano agli Assiri nel 722 a. C. Il popolo aveva iniziato a venerare gli idoli degli Assiri e i rapporti con gli Ebrei erano divenuti molto tesi. La frattura diventò insanabile con il passare del tempo e furono poi Gesù e i suoi apostoli che riportarono la pace tra le due fazioni.

Soltanto l’acqua che Gesù ha dato a questa donna è pura e dissetante. È un’acqua sorgiva che non solo permette di non avere “mai più sete”, ma di diventare a nostra volta acqua capace di dissetare la sete di verità, di libertà, di amore…

Gesù garantisce alla donna un’acqua che sola darà pace. La donna, che vorrebbe pace con se stessa e con gli altri – ha avuto una vita travagliata – invoca quest’acqua. Questa donna ci fa da specchio. La nostra vita è tutto un vagare da un pozzo all’altro e spesso ci si illude di spegnere la sete con mille sorsi di acqua non potabile. Nel nostro tempo la ricerca della vita più gratificante possibile si fa ossessiva, disperante: comprare e consumare, fare le esperienze più forti, guadagnare sempre di più. Il risultato? Insoddisfazione, nausea, noia.

Soltanto l’acqua che Gesù ha dato a questa donna è pura e dissetante. È un’acqua sorgiva che non solo permette di non avere “mai più sete”, ma di diventare a nostra volta acqua capace di dissetare la sete di verità, di libertà, di amore di tanta gente che incontriamo tra le pareti di casa, nella corsia dell’ospedale o per la strada, presso quel “pozzo di Giacobbe”, là dove Cristo, divino mendicante, chiede da bere e promette di dissetare.

di FRANCO CAREGLIO O.F.M. CONV.

Questo articolo è  stato pubblicato in Andare alle Genti

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Nessuno è straniero nella comunità cristiana

“Le migrazioni, oggi, non sono un fenomeno limitato ad alcune aree del pianeta, ma toccano tutti i continenti e vanno sempre più assumendo le dimensioni di una drammatica questione mondiale.

Sono in primo luogo i minori a pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, dalla miseria e dalle condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi”

Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2017 (15 gennaio).

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Donne e Chiesa

L’autrice dell’articolo è coordinatrice capo del Servizio Culturale de “L’Osservatore Romano” e collabora nella redazione della rivista “Donne, Chiesa, mondo”. Le siamo grate per questo valido contributo ad un tema molto attuale nella Chiesa di oggi.

Città del Vaticano, giovedì 12 maggio, aula Paolo VI: parlando a braccio, Papa Francesco risponde alle domande che, rispettose ma determinate, gli vanno rivolgendo le religiose dell’Unione internazionale delle Superiori generali ricevute in udienza. Se già è significativo che alle coraggiose sorelle il Pontefice abbia risposto senza tergiversare, prima ancora questo incontro ha costituito un momento sorprendente perché, accettando di dialogare con le religiose da pari a pari, Papa Francesco ha innanzitutto, implicitamente ma pubblicamente, ascoltato la loro voce. Cosa che invece, per solito, i vertici della Chiesa non fanno.

Eppure, dati alla mano, fingere che le donne non esistano all’interno del cattolicesimo dovrebbe essere impossibile: su 14 consacrati, infatti, ben 13 sono donne (per la precisione, le religiose nel mondo sono 702.529, i religiosi 55.314). Eppure, in questa impresa di “non ascolto” della voce femminile la Chiesa è maestra. Nonostante le donne siano le protagoniste, a livello concreto e organizzativo, di tutto il preziosissimo lavoro di assistenza, cura e aiuto che il cattolicesimo presta nel mondo; nonostante scrivano, studino, discutano e propongano, al tavolo della Chiesa non v’è posto per le donne. Niente spazio nei luoghi in cui si programma, pochi ruoli di responsabilità, pochi compiti decisionali.

Basti un esempio: mai una donna è stata posta a capo di una congregazione o di un pontificio consiglio. Nelle 9 congregazioni esistenti (le congregazioni sono i dicasteri della curia romana che collaborano con il Papa nel governo spirituale e materiale della Chiesa) v’è una sola donna sottosegretaria, suor Nicla Spezzati. Stesso identico dato per i ben 12 Pontifici consigli (uffici sorti a partire dal Concilio, riconosciuti come dicasteri dalla costituzione apostolica Pastor bonus del 1988): la sola sottosegretaria è Flaminia Giovanelli.

Molte donne cattoliche sono stanche di questa situazione. E, quando riescono, si fanno sentire. Una costruttiva polemica è scoppiata, ad esempio, in prossimità dell’apertura dell’ultimo conclave, nei giorni in cui si sono riunite le congregazioni generali, cioè le riunioni a cui partecipano tutti i cardinali (anche non elettori) in cui, fissando una sorta di elenco di priorità, si affrontano le questioni più rilevanti per la vita della Chiesa. Ebbene, nessuna donna è stata chiamata a prendere la parola. La voce femminile, infatti, non è prevista dagli statuti: per farle parlare, bisognava cambiare le leggi. Eppure sarebbe davvero importante che i cardinali ascoltassero anche le badesse, le Superiori generali degli ordini, le laiche più autorevoli. Che ascoltassero, cioè, anche il punto di vista delle donne cattoliche.

E dire che – come dimostra il loro impegno quotidiano, coraggioso e intelligente – le donne hanno un’esperienza preziosa da condividere. Proprio per questo, nel marzo 2012, decidemmo di dar vita al mensile de “L’Osservatore Romano” “Donne Chiesa Mondo”, diretto da Lucetta Scaraffia: non per chiedere o rivendicare, ma per raccontare quanto le donne cattoliche, laiche e religiose, fanno in ogni parte del mondo. E in quattro anni di vita, lo spazio è sempre stato troppo poco: a ogni riunione di redazione, individuato il tema da indagare, il materiale che restava fuori è sempre stato tantissimo. Abbiamo a disposizione venti pagine a numero, ma per esaurire le realtà che meriterebbero di essere raccontate potremmo scrivere ogni volta una monografia.

Dalle storie raccontate sul mensile, è emerso un dato interessante: se infatti a livello centrale la Chiesa resta sorda all’esperienza femminile, a livello locale invece le conferenze episcopali prestano grande ascolto alle donne, arrivando ad affidare loro posizioni di comando.

le donne sagge nei mosaici ravennati

Per ben 25 anni, ad esempio, la tesoreria dell’arcidiocesi di Vienna, e cioè quella parte di amministrazione che gestisce i soldi e le proprietà dell’arcidiocesi più importante dell’Austria, è stata affidata a Brigitta Klieber. Denaro, potere e responsabilità: tre aspetti tradizionalmente di pertinenza maschile sono dunque stati a lungo nelle mani di una laica. “Nel 1987 – ci ha detto Klieber – suscitò clamore la nomina di una donna come direttrice di un ufficio così grande e così importante. È stato senz’altro un fatto “straordinario”. Del resto, se nonostante la sua ottima preparazione professionale Klieber è arrivata a svolgere un ruolo direttivo solo per caso, la riconferma è arrivata grazie alle capacità dimostrate sul campo. Alla domanda su come siano stati i rapporti con l’arcivescovo, Klieber ha risposto: “Come economa sono obbligata a fare presente le conseguenze finanziarie di ogni decisione che viene presa. Considero però altrettanto importante l’efficacia pastorale. Mi ha fatto quindi piacere quando il cardinale Schönborn, nelle sue parole di saluto, ha sottolineato di aver particolarmente apprezzato, nel mio lavoro, questa combinazione di visione finanziaria e pastorale. E in questi 25 anni ho potuto constatare nel lavoro quotidiano che l’arcivescovo, quando prende decisioni, tiene seriamente conto dei miei consigli. Questi 25 anni nella tesoreria sono stati un tempo appassionante. Proprio in questi tempi in cui le entrate a medio termine si riducono in modo tangibile, la distribuzione equilibrata dei contributi per la Chiesa per i suoi numerosi compiti costituisce una grande sfida. (…) Siamo riusciti da un lato ad aumentare solo moderatamente il contributo annuale dei cattolici, dall’altro ad adempiere ai molti obblighi finanziari senza contrarre debiti”. E a riuscirci è stata una donna.

Ma quella di Klieber è solo una delle tante storie che la Chiesa farebbe bene a tenere presente. Ricordando sempre, come ha precisato suor Małgorzata Chmielewska (superiora della Comunità Pane della Vita), che “il problema non è il sacerdozio femminile, né il mio sogno è quello di diventare vescova: vorrei soltanto che l’esperienza delle mie sorelle che vivono la fede fosse considerata una ricchezza della Chiesa”.

Giulia Galeotti

Questo articolo è stato pubblicato su “Andare alle genti

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Dono fino allo spreco

Maria di Betania, la donna del dono

Parola di Dio: Gv 12, 1-9

Contesto

Questo racconto chiude la prima parte del Vangelo di Giovanni e apre la seconda. Siamo a sei giorni dalla terza Pasqua, l’ultima delle sei feste menzionate da Giovanni. La Pasqua “dei giudei”, in cui il popolo sacrifica l’Agnello a Dio, diventerà la Pasqua del Signore, con il sacrificio dell’agnello di Dio (19,28-30), che muore per la salvezza di tutti (11,51s). Con l’unzione di Betania comincia il racconto degli ultimi sei giorni di Gesù (1,19-2,12). I primi sei terminano con le nozze di Cana e l’annuncio dell’“ora”; negli ultimi sei si avvicina l’“ora” di Gesù, il tempo in cui ha culmine tutto il suo mistero. Questo tempo ha inizio con la cena di Betania. Il settimo giorno, sarà il riposo della tomba, il silenzio dell’angoscia e della fede, della dura prova dei Discepoli, che però cederà il posto all’ottavo giorno, il tempo senza tramonto, che inizierà, a sua volta, con la scena nuziale di Maria, che finalmente abbraccia Colui che ha cercato (20,1-18): Il Risorto.

Lettura meditata del testo

Venne a Betania. Betania, il cui significato letterale: “casa del mancante”, significa “casa del povero”. Gesù entra nella casa di due donne… La donna, che nella mentalità del tempo non era tenuta in considerazione, era situata nell’ultimo gradino sociale, prima unicamente dei bambini; non aveva diritto di sedere a tavola e di condividere la mensa con gli uomini, non aveva la possibilità di entrare nelle sinagoghe per la preghiera… Non poteva neppure seguire un maestro… Eppure Gesù sceglie di entrare in questa casa dove l’amicizia di Lazzaro e delle due sorelle lo accolgono…, gli offrono il calore e il sostegno per i prossimi tempi difficili che dovrà affrontare… Il Signore viene nella nostra casa, nella nostra Betania, nella Betania della nostra realtà umana, della nostra pochezza, del nostro essere donna…; una casa forse mancante… con tanti limiti…stanca… Una realtà anche nostra, forse, di donne affaccendate e indaffarate, come Marta, che faticano a trovare spazio per l’intimità…per stare con Lui…e si aggirano in cerca di tante altre cose….

Il Signore viene nella nostra casa, nella nostra Betania, nella Betania della nostra realtà umana, della nostra pochezza, del nostro essere donna…

Fecero dunque un banchetto. Non si dice chi fa il banchetto. Si accenna a Marta, che serve, e a Lazzaro, che giace “con” Gesù a mensa, mettendo in risalto Maria e il suo amore… Un amore unicamente centrato sulla persona di Gesù e la sua Parola…

Il termine “banchetto” si trova in questo passaggio in parallelo a quello dell’Ultima Cena (13,2.4; 21,20). Qui domina il gesto d’amore di Maria, là quello del Signore che ci amerà fino al compimento e lascerà ai Discepoli il testamento dell’amore: là il Maestro lava i nostri piedi, qui la donna profuma i suoi piedi.

Questo banchetto è un’azione di grazie per il dono della vita, anticipo della festa che la comunità celebrerà dopo Pasqua. Sono i vivi che “mangiano” e fanno festa.

In questo banchetto è descritta la vita nuova della comunità rappresentata dal servizio di Marta e dall’amore di Maria. Servizio e amore saranno il tema della seconda parte del vangelo, la rivelazione della Gloria (Cap. 13-21), di cui la prima parte è segno (Cap. 1-12).

Maria, presa una libbra di unguento. L’unguento di Nardo è un olio profumato. Una libbra corrisponde ad un terzo di Kg. Richiama le 100 libbre di mirra e aloe con cui Nicodemo ungerà il corpo morto del Signore (19,39). Se quella di Nicodemo è un’onoranza funebre, questa di Maria è un’esplosione di vita.

“Profumo” in ebraico nmeehes, richiama meehes (shem), il Nome. Nell’ AT non si pronunciava il nome Santo di Dio perché nel nome vi è la natura  di Dio stesso. Paolo dirà: “…nel Nome di Gesù ogni ginocchio si piegherà nei cieli e sulla terra e sotto terra…” (Fil. 2,10). Nel Cantico dei Cantici lo Sposo è chiamato “profumo effuso” (Ct 1,3). Il nome, l’essenza di Dio, è profumo. Infatti è amore, che di sua natura si espande e impregna tutto della sua presenza.

Il nome, l’essenza di Dio, è profumo. Infatti è amore, che di sua natura si espande e impregna tutto della sua presenza.

Di nardo. È un profumo molto prezioso. Viene dall’India. La qualità migliore cresce sulle pendici dei monti a 5.000 metri: viene da lontano. È estratto dalle radici del fiore di nardo. Il fiore muore per dare un profumo particolarmente gradito agli uomini.

Genuino, autentico e fedele. La parola non si usa per oggetti, ma per indicare l’amore autentico e fedele di Dio. L’amore per se stesso è fedele.

Molto pregevole. Giovanni non sottolinea tanto il costo, quanto il pregio del profumo. Giuda ne valuterà il costo in 300 denari, e anche più (Mc 14,5). È il salario medio di un anno di lavoro.

Questa scena richiama quella di Luca 7,36ss, che avviene nella casa di “Simone il fariseo”, ed è parallela a quella di Marco e Matteo, che avviene nella casa di “Simone il lebbroso” (Mc 14,3; Mt 26,6).

L’amore è sempre sollecito nell’anticipare un mistero che supera la stessa intuizione di Maria. Esprime il dono senza misura di una donna che vuole donare tutta se stessa.

Maria compie un atto folle: l’unica misura dell’amore è il non aver misura. È una risposta all’amore dello Sposo, che sale a Gerusalemme per dare la sua vita: “Mentre il re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo” (Ct 1,12). L’amore è sempre sollecito nell’anticipare un mistero che supera la stessa intuizione di Maria. Esprime il dono senza misura di una donna che vuole donare tutta se stessa. Maria non calcola, non misura, non è centrata su se stessa, né sui presenti; tutto il suo essere è proteso verso Gesù suo unico bene. Il suo cuore è consacrato a Lui e si manifesta nel dono totale. Marco dirà che infranse il vasetto che conteneva il profumo, significando così il dono totale, il dare tutto, senza calcolo e senza misura…

Unse i piedi di Gesù Lavare i piedi è un gesto sponsale, di profonda intimità, una  manifestazione di affetto intenso tra sposo e sposa (servizio di amore tipico della moglie). Gesù, lavando i piedi, manifesta la sua vita posta a servizio dell’amore: Lui li avrebbe lavati con l’acqua, segno della sua morte, qui Maria usa il profumo della gioia e della vita: l’amore è amato e vive. Maria è la prima che fa per Gesù ciò che Gesù ha fatto per noi, nel suo amore consacra Gesù Messia e Signore e accoglie lo Sposo, che può finalmente dimorare tra noi. Ora il suo profumo riempie la nostra casa.

Asciugò con i propri capelli i suoi piedi. Sciogliere i capelli è seduzione e intimità. Maria non asciuga i piedi dalle lacrime sparse (Lc 7,38), ma dall’unguento sovrabbondante che ne fluisce. Lo stesso unguento profuma i piedi dello Sposo e il capo della sposa, “Un re è stato preso dalle tue trecce” (Ct 7,6): Maria unge i piedi di Colui che presto laverà i piedi dei suoi discepoli; profuma i piedi del Messia, che il giorno dopo entrerà a Gerusalemme per vivere la sua Passione.

Maria è la prima donna che fa qualcosa per Gesù, il quale se ne compiace: dicendo che ha fatto “un’opera bella”

Questo racconto è uno dei più sorprendenti e delicati del vangelo, segna il principio della nuova creazione, è la luce che illumina ciò che il Signore è venuto a compiere a Gerusalemme. Maria è la prima donna che fa qualcosa per Gesù, il quale se ne compiace: dicendo che ha fatto “un’opera bella”(Mc 14,6; Mt 26,10). Questo gesto Gesù lo collega con la sua passione e morte…; è il gesto appassionato di una discepola che accompagnerà il suo Signore e Dio fino al dono totale… E’ la condivisione che si fa amore fino alla morte… È l’opera bella per eccellenza, che riporta la creazione alla bellezza originaria da cui è scaturita: finalmente una creatura risponde all’amore del suo Creatore!

Il gesto di Maria, disapprovato da Giuda, unico discepolo nominato nella scena, è pienamente approvato da Gesù. Solo lui capisce la portata e il significato di quel gesto. Maria con il suo dono unge Gesù  e lo genera al cammino di Pasqua.

Si tratta di un atto d’amore gratuito, offerto fino allo spreco, che riconosce in lui il Messia, il Figlio di Dio, che viene a dare la vita per i fratelli. Si tratta di un preannuncio implicito della sua risurrezione: Maria infatti unge il Vivente, non un corpo morto, come invece farà Nicodemo (19,39s).

Ora la casa. La festa per il dono della vita non si celebra nel tempio, ma nella casa, luogo delle relazioni fraterne che fanno parte del nostro vivere quotidiano. Lì stanno gli amici; lì Gesù è amato e lì c’è il profumo, perché Dio è amore. La casa, la comunità diventa il luogo sacro della crescita nella relazione con Gesù attraverso le persone che ci sono donate… Betania non ha più l’odore acre di Simone il fariseo che giudica (Lc 7,39s), né il fetore di Simone il lebbroso che tiene tutti a distanza (Mc 14,3), ma è piena di profumo e di gioia perché è stata recuperata la fraternità, l’amicizia, il rapporto: le relazioni hanno assunto la dimensione dell’amore e del dono reciproco, Lazzaro, il fratello, è tornato alla vita…. Nella casa, dove prima regnavano lutto e morte, risuonano le grida di gioia e si diffonde la fragranza del profumo (Ger 25,10 LXX). Possiamo chiederci con verità se le nostre relazioni generano vita… .

La casa, la comunità diventa il luogo sacro della crescita nella relazione con Gesù attraverso le persone che ci sono donate…

Si riempì del profumo. “Riempire”, in greco, ha lo stesso significato di “compiere”. Questa casa è il luogo del “compimento”, del profumo, del ‘Nome’, dove regnano il servizio e l’amore. L’amore è amato, il profumo riempie la casa e trabocca sul mondo intero (Mc 14,9).  “Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero. Noi siamo, infatti, davanti a Dio, il profumo di Cristo” (2Cor 2,14s). Questo profumo, generatore di vita per chi ama il Signore, diventerà odore di morte per chi lo rifiuta (2Cor 2,16).

Dice Giuda l’Iscariota, L’obiezione, che Giovanni pone in bocca a Giuda, da Matteo è attribuita ai discepoli (Mt 26,8) e da Marco agli astanti (Mc 14,4). Giuda per Giovanni è il prototipo dell’incomprensione dei discepoli, di colui che poi lo tradirà… . L’insidia al dono è il tradimento… ripensiamo al nostro dono… forse anche noi siamo stati tentati di tradire…

Quello che stava per consegnarlo. “Consegnare” è la parola usata per indicare il gesto di Giuda che tradisce Gesù (6,64.71; 12,4; 13,2.11.21; 18,2.5.36; 21,20). Indica pure la consegna di Gesù a Pilato (18,30.35; 19,11), che, a sua volta, lo consegna alla croce (19,16), dall’alto della quale il Signore ci consegnerà il suo Spirito (19,30). Alle nostre consegne di morte, Egli risponde con la consegna della sua vita, del Dono sublime del Padre, lo spirito Santo…. Siamo sollecitate a ripensare  alla “consegna” di noi stessi attraverso il dono di noi stessi nella consacrazione o nella mutua fedeltà coniugale, che ci colloca, come Gesù, dono di amore senza misura…

Giuda lo monetizza, parla di “vendere”, per “dare” ai poveri. Quante volte anche noi monetizziamo il nostro dono…., calcoliamo il nostro donarci…, misuriamo il nostro amore….

Perché questo unguento non si è venduto per trecento denari: Più di duecento denari servivano per sfamare la folla e trenta pezzi d’argento sarà il prezzo di Gesù (Mt 26,15). Il profumo di Betania vale molto di più, perché è fedele e di grande pregio, come l’amore. Giuda lo monetizza, parla di “vendere”, per “dare” ai poveri. Quante volte anche noi monetizziamo il nostro dono…., calcoliamo il nostro donarci…, misuriamo il nostro amore….

Ci sono due modi opposti di pensare e agire, due diverse economie: da una parte il calcolo e la vendita per ricavarne un guadagno, dall’altra l’amore e la sovrabbondanza fino allo spreco (Mc 14,4; Mt 26,8).

L’economia del dono, nuovo stile di vita per i cristiani è un cammino di fedeltà a un amore più grande che non calcola…(Cap. 2005, p.52). Una è l’economia delle grandi potenze unicamente centrate sul calcolo e il guadagno; l’altra quella di Dio, che dà la vita. Il problema non è “dare” ai poveri qualcosa, ma “donarsi” per amore. In Lc 10,40 Marta, tutta indaffarata, contrappone il suo servizio all’atteggiamento di Maria, che seduta gioisce alla presenza di Gesù e si immerge nella sua Parola. Giuda contrappone l’aiuto ai poveri all’amore per il Signore. Qualunque servizio, se non nasce dall’amore è vuoto e porta alla morte e alla sterilità.

Il profumo da “custodire” (= osservare) sempre, fin dentro la tomba e oltre: è la fedeltà al comando dell’amore, che fa vivere Dio in noi e noi in lui.

Lasciala, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. Gesù approva il gesto della donna e la difende, lo legge come  una intuizione d’amore del suo destino. Con l’unzione del corpo per la sepoltura, mentre è vivo, onora il Vivente. Quanto la donna compie è annuncio di risurrezione, risposta d’amore a un amore che sa dare la vita. Maria in questo gesto, nasce come sposa.

Il profumo da “custodire” (= osservare) sempre, fin dentro la tomba e oltre: è la fedeltà al comando dell’amore, che fa vivere Dio in noi e noi in lui.

I poveri infatti (li) avete sempre con voi. Come abbiamo sempre con noi il Signore (Mt 28,20) che da ricco si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor 8,9), così abbiamo sempre con noi i poveri. La loro povertà è la nostra ricchezza. La nostra ricchezza ingiusta infatti ci viene da ciò che abbiamo tolto a loro; la nostra ricchezza vera ci viene da ciò che condividiamo con la loro povertà (Mt 25-40).

Me invece non avete sempre (12,35). Gesù tra sei giorni tornerà al Padre, ma sarà sempre con noi, nel dono del suo Spirito che ci fa amare l’altro, cominciando dall’ultimo. L’amore che Maria dimostra per il Figlio, lo Sposo, sarà lo stesso che avremo verso i suoi fratelli. La storia di Cristo continua nei poveri e nei crocifissi della storia di tutti i tempi. In loro ci viene incontro per salvarci perché con essi il Signore si è identificato (Mt 25,31-45).

L’amore che Maria dimostra per il Figlio, lo Sposo, sarà lo stesso che avremo verso i suoi fratelli. La storia di Cristo continua nei poveri e nei crocifissi della storia di tutti i tempi.

Seppe molta folla dei giudei che era lì. Questa casa, dove si celebra la vita nel servizio e nell’amore, che esercita una forte attrattiva sulle folle è immagine della Chiesa, che ha custodito e osservato il profumo di Dio, l’amore reciproco.

  • Pregare il testo

  1. Entro in preghiera
  2. Mi raccolgo immaginando il banchetto nella casa di Betania.
  3. Chiedo l’amore di Maria per il Signore Gesù.
  4. Contemplo la scena, guardando, considerando, “odorando” il profumo.
  5. Rivivo l’esperienza della mia consacrazione, del mio dono…
  6. Sento il profumo riempire la “mia”casa, la mia vita…rivedo i momenti di dono…o forse le infedeltà…
  7. Rivedo la mia “casa” la mia comunità…la fraternità recuperata a vita…
  8. Nella nostra casa-comunità si celebra la vita nel servizio e nell’amore? E’ attrattiva per i giovani?
  1.     Altri testi utili

Sal 45; 133; Cantico dei cantici; Mc 14,3-9; Lc 7,36-50.

Renata Conti MC

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Vivere il Natale in Mongolia

Il Natale è un’opportunità perché gli altri domandino: che grande festa celebrate voi Cristiani?

Sono già 5 i Natali che vivo e celebro in Mongolia. E’ una grane gioia avere l’opportunità di camminare con popolo che solo da 25 anni ha aperto le sue porte al messaggio di Cristo.

Nella capitale Ulaanbaatar in questi giorni, continuando una tradizione iniziata quando il paese era parte dell’Unione Sovietica, si adorna di grandi alberi addobbati di luci e regali. Non sono per celebrare il Natale, il paese infatti non è cristiano, ma con queste decorazioni si celebra l’Anno. Però per noi cristiani è un modo nascosto di proclamare una grande notizia: le luci parlano di Colui che la Luce; i pini sempre verdi dicono la vita senza fine di Colui che è la Vita, e i regali parlano del gran dono che Dio ci ha dato, facendosi uno di noi. Sono il simbolo di qualcosa di nuovo che sta arrivando… molti vedendo la città illuminata si possono domandare: perché tanta bellezza? Perché queste feste? Perché tanta gioia? Natale è e sarà per tutti un’opportunità per incontrarsi con Dio che si ha fatto uno con noi, e chissà se domani, facendosi domande, qualcuno senta il desiderio di conoscere, amare e seguire Gesù… speriamo di sì!

Il Natale qui non è un giorno di festa, è un giorno lavorativo, però la piccola Chiesa lo celebra con grande adesione personale, nella preghiera incessante, nella celebrazione Eucaristica animata e nella festa gioiosa come comunità cattolica. Nelle sei parrocchie missionarie esistenti in Mongolia, si celebrano le Messe del 24 dicembre di notte e del 25 dicembre, con grande partecipazione dei fedeli, insieme ad alcuni simpatizzanti non cristiani.

La celebrazione del Natale come famiglia quasi non si conosce in Mongolia, perché le famiglie cristiane sono giovani e poche. Così la celebrazione del Natale si fa nelle comunità parrocchiali. Con frequenza sono giovani e bambini i principali animatori delle celebrazioni, sia con canti, sia realizzando rappresentazioni ispirate alla storia del Natale, che è un modo anche di far conoscere alla gente comune, soprattutto a chi celebra per la prima volta la storia di Gesù e il gran Mistero dell’Incarnazione. Il Natale per questo è per noi anche un’opportunità di evangelizzazione dei non credenti. La celebrazione comunitaria ci fa sentire che non siamo soli in questo nuovo modo di vivere la vita: Gesù ci accoglie tutti e formiamo e formiamo una nuova famiglia. Questo è un sentimento che ci dà grande forza per vivere la fede nella quotidianità dando testimonianza che “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo si faccia Dio”.

Chamia, una giovane cristiana mongola, commenta emozionata che per lei il Natale è “la Buona Notizia che nasce per tutta l’umanità. Per noi, che siamo pochi e alle volte gli unici nella famiglia che crediamo, è importante celebrarlo in Parrocchia, dove abbiamo cominciato a vivere il Vangelo. Al principio ci chiamava l’attenzione il Presepe , gli addobbi, i canti… Ora, grazie ai missionari che sono venuti a condividerci la loro fede, abbiamo compreso il significato profondo di questa celebrazione: Dio si fa uomo per stare con noi”.

Hna Esperanza Becerra Medina, mc

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