Rosso come la pioggia

L’insetto misterioso che annuncia il Natale

Seguire i segni di Dio è come vederlo, Dio non fa niente a caso, ma tutto ha un senso.

Mwana a Muluku khanamora epula ehitthunle

Il Figlio di Dio non cade finché comincia la pioggia grande (proverbio Macua xirima del Mozambico)

Introduzione

Erano i primi mesi della mia vita in Mozambico, e a quel tempo le novità che si presentavano ogni tanto richiamavano molto la mia attenzione. Ricordo ancora molto bene il pomeriggio in cui vidi per la prima volta un insetto totalmente rosso che era comparso in gran numero dopo la prima pioggia di fine Novembre, o inizio di Dicembre. La mia sorpresa crebbe ancora di più quando domandai il nome di quell’insetto e mi risposero: “Si chiama mwana a Muluku: Figlio di Dio”. Non nascosi il mio spavento davanti a un tale nome, reazione che non restò nascosta al mio interlocutore, che subito si apprestò a darmi la dovuta spiegazione: “Non ti sorprendere, Padre, perché Dio ci parla indirettamente con i suoi segni”, e aggiunse categoricamente:

“Otthara enenero omòna Muluku. Muluku kheyavo onapankaiye ya siyovene koma sothene ti sa ekhaikhai:

nèreke wettela inenero sawe.

Seguire i segni di Dio è come vederlo, Dio non fa niente a caso, ma tutto ha un senso. Il nostro compito è seguire i suoi segni”.

“Si chiama mwana a Muluku: Figlio di Dio”

Accettai la spiegazione, e dato che già era iniziato l’Avvento e la comunità si disponeva a preparare la Novena di Natale, l’apparizione di quell’insetto mi ha infuso il coraggio e ne parlai nelle Omelie come elemento concomitante alla preparazione del Natale di Gesù. Ogni anno, quando cade la prima pioggia, non perdo l’opportunità di andare alla ricerca del mwana a Muluku”.

Inoltre, con il passare degli anni ho cercato di acquisire tutto l’orizzonte semantico di questo insolito insetto, i cui dati principali tento ora di presentare sinteticamente.  Ci sono piccole varianti quando il popolo macua xirima parla del mwana a Muluku. La dizione più comune e originale è: mwana a Muluku (cfr. P Alessandro Valente, Dizionario Portoghese-Macua, Lisbona, 1974 p. 416), il significato rimane sempre lo stesso: figlio di Dio.

Descrizione biologica-biografica

1.1 Mwana a Muluku ni epula/Muluku mutthulo

                Il Figlio di Dio e la prima pioggia

Mwana a Muluku è un insetto rosso e vellutato che appare con le prime piogge, è considerato un segno meteorologico positivo di pioggia. E’ chiamato Figlio di Dio perché la biosofia e biosfera (= la cosmovisione) macua xirima crede che è Dio stesso che lo invia come messaggero positivo di un buon anno agricolo (cfr. P Alessandro Valente,  p. 416). Essere l’araldo della pioggia è la sua prima peculiarità. Se tarda a cadere, questo fatto allarma i contadini, e se non cade, è segnale sicuro di calamità.

Il figlio di Dio è precursore/araldo della pioggia

Mwaxitthu òxera amorelaka vathi ti mwana a Muluku mukumi.

L’ insetto rosso che cade sulla terra è il figlio del Dio vivo.

Mwana a Muluku ole khanamora epula ehitthunle,onatthuna etthaya yorirya yorumpwa.

Il figlio di Dio non cade prima che cominci la pioggia, preferisce la terra fredda e bagnata.

Mwana a Muluku ori ntoko kaveya: khanìpa epula ehikhuvenle.

Il figlio di Dio è come l’uccello Kaveya, non canta prima che si avvicini la pioggia.

Mwana a Muluku ti muholeli a epula.

Il figlio di Dio è precursore/araldo della pioggia

Mwana a Muluku ayeveru ti mwanene epula.

(Trombidium holosericum)

Il figlio di Dio nonostante sia piccolo, è il padrone della pioggia

Mwana a Muluku ti nvelo wa epula.

Il figlio di Dio è la scopa della pioggia

Mwana a Muluku txirope a epula.

Il figlio di Dio è Txirope della pioggia (la medicina principale)

Eruperu epula yintxipale ariki ahimonre mwana a Muluku, khenaye nlelo otthula.

Nonostante cada molta pioggia, fino a che il figlio di Dio non cada, non comincia ancora ufficialmente il tempo della pioggia.

Apisá omora mwana a Muluku, epula khenrupa phama.

Se tarda a cadere il figlio di Dio, la pioggia non cade bene.

Essendo un messaggero di Dio, compie la sua missione di annunciare il nuovo anno agricolo con la prima pioggia, e poi ritorna a Dio che lo ha inviato.

1.2  Omora — orowa, okhwa wa mwana a Muluku

                Caduta e uscita del figlio di Dio

Per il fatto di essere associato alla pioggia, la seconda peculiarità del mwana a Muluku è di cadere dal cielo e apparire improvvisamente nei campi o nei sentieri e, infine, di sparire improvvisamente, rimanendo la sua morte o la sua tomba sconosciuta, o meglio: rimane nelle mani di Dio, come afferma la biosofia e biosfera xirima.  Essendo un messaggero di Dio, compie la sua missione di annunciare il nuovo anno agricolo con la prima pioggia, e poi ritorna a Dio che lo ha inviato. Siccome arriva e sparisce improvvisamente/misteriosamente, è molto rispettato, non è mangiato né pestato, poiché è una presenza benefica nei campi e nei sentieri.

Mwana a Muluku khanòniwa arwaka ni arowaka: khanasuwanyeya onakhumaiye. Onòniwa anari vathi mmatta nari mmuseweni.

Il Figlio di Dio non è visto quando arriva e quando se ne va, nè si sa da dove viene, si vede per terra nel campo o per la strada.

Mwana a Muluku khanasuwanyeya onakhumaiye. onnalipiha imatta, niwoko onnarwa ni mirirya ni onnahokolowa ni mirirya,ti vanto ahinkhuriwaiye.

Il figlio di Dio non si sa da dove viene, fortifica i campi, poiché arriva e ritorna misteriosamente, per questo non si mangia.

Mutthu khanasuwela etthu onatxaiye mwana a Muluku: khantxa yowima ya mmatta.

La gente non sa cosa mangia il figlio di Dio, non mangia prodotti dei campi.

Mwana a Muluku khenasuwanyeya ekhapuri aweesuweliwe ni Mulukuru, onnavithiwa ni Muluku mwanene.

La tomba del figlio di Dio non si conosce, solo Dio la conosce, è sepolto da Dio stesso.

Questi animaletti non si sa come finiscono, non si vede dove terminano.

Mwana a Muluku amorá khanalekela, wakuva olakaseya, khanapisa okhwa ntoko  mutthu òrera murima,

onnakhwa waliwene

Il figlio di Dio quando cade non si trattiene, sparisce in fretta, muore in fretta come una buona persona, muore dopo la semina.

Axitthu ala omala waya khonasuwanyeya khanòneya onamalelaya.

Questi animaletti non si sa come finiscono, non si vede dove terminano.

Omwìva mwana a Muluku oruha otapana, ti mwikho, ti witthula/ohokoloxa epula.

Uccidere il figlio di Dio porta sfortuna, è tabù, è restituire la pioggia.

Mwana a Muluku khanathelihiwa ni anamwane.

Non si dice ai bambini di giocare con il figlio di Dio

Epula khenamuhokoloxa mwana a Muluku.

La pioggia non restituisce il figlio di Dio.

1.3 Oxera = ephome = omwene

Il colore rosso porpora del figlio di Dio, simbolo di regalità e del sangue/vita

… il colore rosso è sinonimo di sangue, che l’autorità sparge per il bene del popolo, sinonimo pertanto di autoimmolazione in favore del popolo.

La terza cosa specifica del figlio di Dio viene dal suo coloro porpora vellutata che prende il suo corpo, anche quando lo si pesta, esce acqua rossa. Il colore rosso rimanda a due concetti culturali. In primo luogo, il rosso è il colore dell’autorità, il re veste sempre o preferibilmente un cappello rosso. In secondo luogo, il colore rosso è sinonimo di sangue, che l’autorità sparge per il bene del popolo, sinonimo pertanto di autoimmolazione in favore del popolo.  Il figlio di Dio, arrivando tutto rosso, non fa che unire le due simbologie riferenti il colore rosse: lui viene, cade dal cielo come autorità divina che si immola affinché il popolo abbia una stagione e raccolto favorevoli. Essendo rosso il colore, la biosofia e biosfera xirima vede in lui un paradigma della donna, di tutto il significato del sangue mestruale: morte e vita, immolazione per la vita.

Mwana Muluku ti mwaxitthu òxeraxa ti mwene ontthuna oyeha ephom`awe niwoko na muloko awe.

Il figlio di Dio è un animaletto rosso, è come il re che sparge il suo sangue per il suo popolo

Mwana a Muluku ti mwaxitthu òxeraxa: mwene khanamwalano exapewu yoxera: yoxera ti enenero ya omwene ni omwene ti ephome.

Il figlio di Dio è un insetto totalmente rosso: il re non si separa mai dal suo cappello rosso, poiché il rosso è il segno del re: il re è sangue.

Il figlio di Dio è un animaletto rosso, è come il re che sparge il suo sangue per il suo popolo

Mwana a Muluku onamora asareñyene ephome: ti pixa murima, onnàkhulela ohawela.

Il figlio di Dio cade pieno di sangue: è buono, accettare di soffrire/immolarsi.

Omwìva mwaxitthu ole òxera onakhuma mahi òxera tho. Erutthu ya mwana a Muluku ori yoxera /ephome pahi.

Se uccidi quell’ insetto rosso, esce solo acqua rossa. Il corpo del figlio di Dio è solo rosso/sangue

Mwana a Muluku ephomeru,

ntoko ekumi ya muthiyana: ti ephomeru.

Il figlio di Dio è solo sangue, è come la vita della donna che è solo sangue.

Il figlio di Dio è un ospite: arriva di notte con il suo cibo, non importuna.

1.4          Ehuhu – Mapuro

                Il tempo e il luogo del figlio di Dio

Una quarta caratteristica del mwana a Muluku è di essere considerato un animale notturno che cade/esce/arriva di notte nel tempo esclusivo di Dio e dei suoi intermediari. Alcuni testi parlano della sua uscita o salita dalla terra umida e fresca dove viveva il suo letargo nel tempo dell’estate fredda. Ma il senso è lo stesso, il  mwana a Muluku viene dall’altro emisfero come araldo di Dio. La biosofia e biosfera xirima lo considera un ospite divino che non arriva a mani vuote, oltre alla pioggia porta il suo cibo, non causando problema a nessuno. All’alba è visibile dappertutto e il suo arrivo è motivo di gioia e consolazione. Questo ospite meteorologico non arriva solo dappertutto, ma arriva ogni anno in visita, o per lo meno le persone aspettano la sua venuta con ansia.

Mwana a Muluku ori muletto: onnarwa ohiyu ni yotx`awe: khanùkhula.

Il figlio di Dio è un ospite: arriva di notte con il suo cibo, non importuna.

Mwana a Muluku khanamora elimweonnakhuma eyita pahi, Ehuhu ene yela yaphiyá, annakhuma axana a Muluku antxipale.

Il figlio di Dio non cade nell’estate, esce solo nel tempo della pioggia, all’epoca in cui escono molti figli di Dio.

Il figlio di Dio è come la primavera: rallegra i contadini.

Mwana a Muluku onlikana ni iphovo: onnàhakalaliha anamalima.

Il figlio di Dio è come la primavera: rallegra i contadini.

Mwana a Muluku  khanamora eyakha emosá: mene onnamora kula eyakha:  ti ekumi ya eyakha yothene.

Il figlio di Dio non cade solo un anno, ma cade ogni anno: è la vita di ogni anno.

Mwana a Muluku onnamora ilapo sothene.  khanèmela nipuro nimosa, khanarwela onanariha nto oririha mirima sa elapo ya vathi.

Il figlio di Dio cade dappertutto: non è per un solo luogo, non viene per rovinare, ma per raffreddare i cuori di questo mondo.

Mwana a Muluku elimwe onakhala vathi onatthawa nsuwa.

Il figlio di Dio nell’estate rimane sotto terra: evita il sole.

  1. Interpretazione tradizionale, religiosa, civile ed etica

2.1- Mwana a Muluku epifanico, ierofano, teofano, teologico, Metereologo di Dio!

Tutte e quattro le caratteristiche del mwana a Muluku indicano la quinta come la più centrale e significativa. Agli occhi della biosofia e biosfera xirima il figlio di Dio è soprattutto un animale epifanico, portatore del sacro, teofanico e teologico, è un ponte tra il cielo e la terra che permette lo scambio di messaggi, in sintesi, un paradigma di intermediario che rivela e allo stesso tempo annuncia le cose di Dio, educando, soprattutto dando l’importante segno dell’arrivo della pioggia, considerata l’estremo segno della gioia, del sorriso di Dio verso il mondo e ogni persona. Se il figlio di Dio è figlio di Dio vivo, la pioggia è il nome, l’attributo più concreto e visibile e riconosciuto di Dio nella cultura e religiosità macua xirima.  Sia l’insetto come la pioggia concomitante hanno trovato nella semiotica macua xirima un’espressione unica e analoga: l’animaletto è mwana a Muluku = figlio di Dio, la pioggia è Muluku mutthulo = Dio inizio della pioggia. Per questo tutte le prerogative del mwana a Muluku hanno un riferimento a Dio. La pioggia è il dono di Dio stesso, per l’inizio della quale invia il  mwana a Muluku; egli è venuto dal cielo, invito da Dio, e cade nella terra nel tempo di Dio, cioè nel tempo notturno. Tutto in lui è rosso, cioè sangue di vita di Dio vivo, madre e matriarca, secondo la teologia xirima o, secondo la biosofia e biosfera xirima, è sangue di vita della donna. In conclusione, il mwana a Muluku è il meteorologo, l’araldo, il messaggero, uno degli innumerevoli intermediari/demiurghi di Dio.

Tutto in lui è rosso, cioè sangue di vita di Dio vivo, madre e matriarca, secondo la teologia xirima o, secondo la biosofia e biosfera xirima, è sangue di vita della donna.

Sa Muluku khasinvahiwa, mene nèreke wettela inenero sawe. Otthara inenero t’omóna Muluku mwanene, niwoko Muluku onnùluma ni inenero sawe. Ekwaha etokwene onahola mwana. Mwana a Muluku ti tthiri Mwana a Muluku mukumi, ti enenero awe enanihusiha sa omuluku, anyi, onnawònihera atthu othene sa Muluku

Le cose di Dio non sono date direttamente, noi dobbiamo seguire i suoi segni.  Seguire i segni è vedere Dio stesso, poiché Egli parla con i suoi segni. Il grande viaggio è il bambino che lo precede: il figlio di Dio è veramente figlio di Dio vivo, è segno che ci insegna le cose di Dio, si, mostra a tutti le cose di Dio.

Mwana a Muluku ti enenero ya otthuna wa Muluku. onònihera okumi wa Muluku ti ekhove ya Muluku ni ehotti ya Muluku. ti namarummwa awe onalaleya mitthenka sa Muluku

Il figlio di Dio è il segno dell’amore di Dio, rivela la vita di Dio, è la sua immagine e il suo arrivo, è il suo messaggero che annuncia i suoi ordini.

Dio apre la porta della pioggia inviandoci il figlio di Dio.

Omora wa mwana a Muluku ti okhuruwa wa mahi a wirimu.

La caduta del figlio di Dio è la discesa dell’acqua del Cielo.

Omora wa mwana a Muluku ti enenero ya olupanyiwa wa erimu ni vathi.

La caduta del figlio di Dio è il segno del legame del Cielo con la terra.

Muluku onnahula mulako wa epula vonirumihela Mwana a Muluku.

Dio apre la porta della pioggia inviandoci il figlio di Dio.

Otheya wa Muluku khonaphwaha epula.

Il sorridere di Dio non oltrepassa la pioggia (la pioggia è il sorriso estremo/superlativo di Dio)

2.2 Mwana a Muluku capo del contadino.

Il figlio di Dio è il capo dei contadini, è la cintura, la loro forza e sapienza. E’ il loro indovino ogni anno.

Il figlio di Dio viene dal cielo con la finalità di invitare il contadino xirima a riprendere il ritmo del lavoro agricolo, dopo il tempo secco, del riposo, dei viaggi, della caccia e della pesca. Il mwana a Muluku è il meteorologo di Dio che segna allo stesso tempo l’inizio di un nuovo ritmo liturgico cosmico e antropologico.  La pioggia che egli porta, produce una nuova metamorfosi di tutta la natura, in una o due settimane tutta la panoramica si presenta rivestita di nuova vita. Il contadino che non sa percepire il senso di questa comparsa del figlio di Dio, che non lo assume come suo capo e consigliere, oltre ad essere un pigro, è condannato a soffrire fame e indigenza.

Mwana a Muluku onnòperera olima ni wala, niwoko onnaruha epula/mahi: sotxa, milala

Il figlio di Dio muove a pulire il terreno e a seminare, poiché porta la pioggia/acqua: cibo e raccolto.

Mwana a Muluku ti kapitawu a anamalima othene. ti musako wa namalima ti ikuru ni ikano sa namalima

ti ehako ya namalima eyakha eri yothene

Il figlio di Dio è il capo dei contadini, è la cintura, la loro forza e sapienza. E’ il loro indovino ogni anno.

Mwana a Muluku khanìntaka ehipa, ti nvini wolima ti womola ikhove sa namalima, arukunuxaka murim’awe.

Il figlio di Dio non rompe la zappa, è il bastone della zappa per preparare il terreno, toglie il sonno al contadino.

Namalima ohinasuwela sa mwana a Muluku onnahala ottuli ontxa oresi.

Il contadino che non conosce ciò che significa il figlio di Dio, è un ritardato che mangia la sua pigrizia.

III. Mwana a Muluku nella fermatazione/metamorfosi cristiana

1- Cristologia

La singolarità e identità terminologica (=figlio di Dio), motorica (discesa e ascesa al cielo), la coincidenza e concomitanza cronologica e stagionale (inizio della pioggia nel tempo liturgico dell’Avvento/Natale), il colore rosso (simbolo di regalità che si immola per il popolo), tutti questi elementi diventano catalizzatori di innumerevoli applicazioni cristologiche. Praticamente non si tratta come negli altri saggi di applicazioni approssimative, in questo contesto si tratta quasi di un’identificazione immediata e totale, applicando il principio quiproquo dove la coincidenza dei termini porta a esplicitare la coerenza e convergenza tra l’immagine e l’evento significato.

Il mwana a Muluku è la parabola e metafora di Gesù stesso, por coincidenza terminologica, cronologica, soteriologica, terapeutica e simbolica.

Mutano kòmòna mwana a Muluku moyariwani mwa Yesu: yowo tho ayariwe epula mutthulo.

In quest’anno ho visto il figlio di Dio nell’epoca del Natale di Gesù: anche lui è nato nell’epoca della pioggia.

Vari osuwela sa mwana a Muluku wòkhala`vo oyariwa wa Yesu.

Dove si conosce il figlio di Dio, c’è la nascita di Gesù (l’apparire del figlio di Dio coincide con la nascita di Gesù)

Dove si conosce il figlio di Dio, c’è la nascita di Gesù

Ntoko Yesus siso mwana a Muluku

onnamora eyakha eri yothene, Muluku mutthulo.

Come Gesù, così il figlio di Dio cade ogni anno all’inizio della pioggia.

Omora wa mwana a Muluku  ti  ovuluxiwa w`atthu othene (epula). Oyariwa wa Yesu Kristu atthu othene àvuluwa.

La caduta del figlio di Dio è la salvezza di ogni persona (pioggia). Con la nascita di Gesù Cristo ogni persona è salvata.

Mwana a Muluku txirope a epula. Oyariwa wa Yesu Kristu ti openuxiwa w’atthu othene.

Il figlio di Dio è medicina efficace della pioggia, la nascita di Gesù è guarigione universale.

Mwana a Muluku khanòniwa arwaka ni arowaka: nto Yesu àhorwa elapo ya vathi, vaholo àtthikela w`Atith`awe va maithoni va ohuser’awe.

Del figlio di Dio non si sa l’arrivo nè la partenza. Gesù però è venuto in questa terra e infine è ritornato a suo Padre sotto gli occhi dei suoi discepoli.

Mwana a Muluku mwekristuni ti ephome Yesu aniyehelenlaiye.

Nella fede cristiana il figlio di Dio è il sangue che Gesù sparse per noi.

Il figlio di Dio scende dal Cielo: significa che Gesù scese dal cielo e non faceva nulla senza essere stato comandato da Dio.

Mwana a Muluku ti enenero ya Yesu Kristu: okhwa ni ovinyerera wawe.

Il figlio di Dio è come un segno di Gesù Cristo: della sua morte e risurrezione.

Mwana a Muluku t’onakhuruwa wirimu: enahima wera Yesu akhumme Wirimu. khavara etthu ahirummwale ni Muluku.

Il figlio di Dio scende dal Cielo: significa che Gesù scese dal cielo e non faceva nulla senza essere stato comandato da Dio.

Yesu Kristu ori mwanene okhala mwana a Muluku.

Gesù Cristo è veramente il figlio di Dio. (figlio di Dio in senso esclusivo).

Mwana a Muluku onnamora wera atthu erukunuxe murima emuttharaka Yesu.

Il figlio di Dio cade affinché la persona si converta seguendo Gesù.

Mwana a Muluku onrwa onisuweliha savaha sa Muluku, Yesu Kristu arwiye onisuweliha omwene wa Muluku.

Il figlio di Dio viene per far conoscere i doni di Dio, Gesù venne per annunciarci il Regno di Dio.

Mwana a Muluku mwaxitthu yoxera yole ti enenero yorwa ya epula Yesu, Mwana mmosaru a Muluku, ti enenero yorwa wa Omwene wa Wirimu.

Il figlio di Dio, quell’animaletto rosso, è segno della venuta della pioggia, Gesù, l’unico Figlio di Dio, è il segno della venuta del Regno di Dio.

Mwana a Muluku ti yotxa ya erutthu ahu, Yesu Kristu ti yotxa ni yowurya ya minepa sahu.

IL figlio di Dio è cibo per il nostro corpo, Gesù Cristo è cibo e bevanda per i nostri spiriti.

Il figlio di Dio non cade senza vento: è la venuta dello Spirito Santo.

2- Moro ni ephome – Fuoco e sangue pentecostali

Il fatto che il figlio di Dio scende dal cielo come la pioggia e si presenta tutto rosso, ricorda al cristiano xirima la discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste.

Mwana a Muluku onnakhuruwa wirimu kula eyakha ti enenero yokhuruwa Munepa Wottela

Il figlio di Dio scende ogni anno, è segno della discesa dello Spirito Santo.

Mwana a Muluku khanamora epheyo ehòpiye: ti orwa wa Munepa wottela.

Il figlio di Dio non cade senza vento: è la venuta dello Spirito Santo.

Mwana a Muluku amorá  atthu analapuwa eyakha yothene: mkristu womukhuruwelaya Munepa Wottela, onnalapuwa ephareya yoxera ya ekum’awe, sawasawa aanamwane a Israeli vamosá ni Moisesi.

Se cade il figlio di Dio, la gente passa favorevolmente tutto l’anno: il cristiano dopo aver ricevuto lo Spirito Santo passa con sicurezza il Mar Rosso della sua vita, come i figli di Israele con Mosé.

Mpuwani mwekristuni mwaxitthu ole yoxera, ori enenero ya moro wa Munepa Wottela

Dentro il cristianesimo quel animale rosso è segno del fuoco dello Spirito Santo.

Il figlio di Dio non cade prima che inizi la pioggia, questo è segno della catechesi: il catecumeno deve frequentare se vuole ricevere il Battesimo e conoscere Gesù, l’unico e vero Figlio di Dio.

3 Katekese, katekumenado, masakramenti – Catechesi, Catecumenato, Sacramenti

Il fatto che il  mwana a Muluku preannuncia e anche accompagna la prima pioggia, diventa per il cristiano xirima un paradigma per la catechesi inserita nel ritmo dell’anno liturgico che metaforicamente inizia con la venuta del  mwana a Muluku. Così il  mwana a Muluku è icona del catechista e del catechizzando, mentre la pioggia è ricevere i Sacramenti.

Mwana a Muluku ti muholeli a epula, Yohani Mbatiza ti muholeli a Yesu, ni arummwa a Yesu ti aholeli awe vothevene.

Il figlio di Dio è precursore della pioggia, Giovanni Battista è precursore di Gesù, gli apostoli sono suoi precursori in ogni parte.

Mukereja mwana a Muluku ori ntoko nvanjelista.

Nella Chiesa il figlio di Dio è come un evangelista.

Mwana a Muluku khanamora epula ehitthunle ti enenero ya ekatikese mkatekumeni ètteleke toko

atthuná wakhela obatizo ni omusuwela Yesu, Mwana mmosaru ni a ekhaikhai a Muluku.

Il figlio di Dio non cade prima che inizi la pioggia, questo è segno della catechesi: il catecumeno deve frequentare se vuole ricevere il Battesimo e conoscere Gesù, l’unico e vero Figlio di Dio.

Mwana a Muluku khanamora epula ehitthunle epula ti enenero ya masakramenti: obatiso, olipiha, okaristya, olapa

Il figlio di Dio non cade senza che cominci la pioggia: la pioggia è segno dei sacramenti: Battesimo, Cresima, Eucaristia, Confessione.

… il mutthu xirima (persona xirima) vede il suo mondo e lo interpreta contemplandolo inserito nel sistema delle sue coordinate culturali.

Valutazione finale

1- La descrizione biologica del mwana a Muluku con le rispettive interpretazioni a livello culturale e religioso è uno degli innumerevoli esempi di come il mutthu xirima (persona xirima) vede il suo mondo e lo interpreta contemplandolo inserito nel sistema delle sue coordinate culturali.  Vedendo il  mwana a Muluku l’occidentale esclama: guarda che bello! Lo vede slegato, come cosa isolata, in sé, senza metterlo in relazione, né interpretarlo nelle diverse implicazione cosmiche e antropologiche. Il mutthu xirima al contrario non lo vede solo, ma allo stesso tempo lo contempla simbioticamente e osmoticamente, sento subito l’immediata necessità di rileggerlo e capirlo in connessione con i fenomeni concomitanti e sincronici, arrivando alla significativa formulazione metaforica di estrema sintesi: quell’animale rosso è figlio di Dio.  La biosofia e biosfera (cosmovisione) xirima è radicalmente religiosa, teologica, nel senso che parla di Dio  namúlico (materno-matriarcale) in tutti i momenti e occasioni.

2- Come il mwana a Muluku, così anche la pioggia che egli annuncia, porta e accompagna, è l’altro teologumeno, persino diventa l’attributo più frequente nelle preghiere del mutthu xirima nel tempo in cui attende la venuta della pioggia e nel tempo che segue. Il Dio namulico è supplicato affinché la pioggia non tardi a venire, per rinfrescare, perché la pioggia sia di pace, in sintonia con il ritmo del lavoro, sia prevalentemente pioggia notturna e non diurna, che non sia pioggia di guerra con lampi, tuoni, inondazioni che causano la caduta delle case e altri danni. Essendo la pioggia un elemento vitale basico che rinnova e rinvigorisce tutto e tutti, la biosofia e biosfera xirima non esitano minimamente in chiamare la pioggia  Muluku mutthulo: Dio che da pioggia/inizio pioggia.

Il Dio namulico è supplicato affinché la pioggia non tardi a venire, per rinfrescare, perché la pioggia sia di pace, in sintonia con il ritmo del lavoro, sia prevalentemente pioggia notturna e non diurna, che non sia pioggia di guerra con lampi, tuoni, inondazioni che causano la caduta delle case e altri danni.

3- Nell’incontro con il kerigma cristiano, lo scambio di doni è superlativo, dovuto all’identità terminologica, cronologica e teologica. Questa ha permesso un ponte tra il metaforico e il reale, tra il visibile e l’invisibile, tra il presente e l’assente, tra il linguaggio narrativo e l’evento storico.

Giuseppe Frizzi, IMC

centroxirima@gmail.com

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Migrantes: Santa Cecilia vissuta con gli equipaggi delle navi

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suor Vitalma al porto di Taranto

Il Vangelo anche a bordo delle navi

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la preparazione dei dolci

Anche sulle navi ormeggiate al porto mercantile è stata festeggiata Santa Cecilia. Pettole bollenti sono state infatti servite dai volontari dell’Apostolato del mare “Stella Maris” agli equipaggi di ogni nazionalità. La “Pettolata del porto”, s’intitola infatti questa iniziativa, viene organizzata da diversi anni per condividere un momento di festa con i marittimi portuali, alle prese con un lavoro che spesso li  porta lontano dalle famiglie per lunghi mesi

Nel primo mattino di questa ricorrenza così cara ai tarantini i  dolci sono stati preparati nei locali del centro di accoglienza per i marittimi al molo San Cataldo. Quindi, la distribuzione ai lavoratori  convenuti al centro, presenti il comandante della capitaneria di porto e tante altre  autorità e rappresentanze a cui è andato il ringraziamento della Presidente del Centro Stella Maris, Dott. Marisa Metrangolo.

stella-maris_01Prima della degustazione , un momento di preghiera guidato dal cappellano don Massimo Caramia per tutte le realtà portuali, I marittimi , le famiglie e perchè nel mondo regni la pace. Quindi ai marittimi e agli equipaggi le pettole sono state portate sulle navi dai volontari della Stella Maris, così come agli operatori portuali impegnati al lavoro e  impossibilitati a recarsi al centro di accoglienza.

 

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NATALE TEMPO DI CONTEMPLAZIONE

articolo

“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. Lc 2,10-12

Soltanto la contemplazione può semplificare la nostra preghiera per arrivare a constatare la profondità della scena e del segno che ci è dato:

  • Una mangiatoia,
  • un bambino,
  • Maria in contemplazione,
  • Giuseppe ammirato e stupito per tutto quanto stava succedendo…

Nessun apparato esteriore, nessuna considerazione, nel villaggio tutto è indifferente. Solo alcuni pastori, degli emarginati dalla società del tempo… .

E tutto questo è voluto: Gesù ha scelto la povertà, la nudità. Ha disprezzato la considerazione degli uomini, quella che proviene dalla ricchezza, dallo splendore, dalla condizione sociale. Nessun apparato, nessuno splendore esteriore.

earth
La terra, prima di essere la terra degli uomini, è la terra di Dio. E, ritornando, ritrova questa terra creata da lui e per lui.

Eppure egli è il Verbo fatto carne, la luce rivestita di un corpo. Egli si trova nel mondo che egli stesso continuamente crea, ma vi è nascosto. Perché vuole apparirci solo di nascosto?
Egli fino ad allora era, secondo l’espressione di Nicolas Cabasilas, un re in esilio, uno straniero senza città, ed eccolo che fa ritorno alla sua dimora. Perché la terra, prima di essere la terra degli uomini, è la terra di Dio. E, ritornando, ritrova questa terra creata da lui e per lui.
“Dio si è fatto portatore di carne perché l’uomo possa divenire portatore di Spirito”,
dice Atanasio di Alessandria.

“Il suo amore per me ha umiliato la sua grandezza. Si è fatto simile a me perché io lo accolga. Si è fatto simile a me perché io lo rivesta” (Cantico di Salomone). Per capire, io devo ascoltare lui che mi dice: “Per toccarmi, lasciate i vostri bisturi… , per vedermi, lasciate i vostri sistemi … , per sentire le pulsazioni del divino nel mondo, non prendete strumenti di precisione… , per leggere le Scritture, lasciate la critica… , per gustarmi, lasciate la vostra sensibilità…” (Pierre Mounier): Credete e adorate!

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II Padre ci dona il Suo Figlio amatissimo e ce lo dona attraverso Maria, creatura come noi…

II Padre ci dona il Suo Figlio amatissimo e ce lo dona attraverso Maria, creatura come noi, donna umilissima che accoglie nella profondità del suo essere l’Amore Increato, il Verbo di Dio che il Padre Le dona per noi.

Soffermiamoci adoranti a contemplare questo mistero che si compie per noi anche quest’anno. La Parola eterna diviene un bimbo fragile, umile, sconosciuto… .

Lui, l’Eterno si fa tempo, storia, figlio di un popolo e assume questa nostra realtà… .

Adoriamo il mistero… proclamato dagli angeli e contemplato da uomini semplici, i pastori… .

L’adorazione è l’atteggiamento del cuore che entra in sintonia con il mistero…

Contempliamo la Madre, donna umile, dolcissima, povera, che camminava sulle strade di Galilea nutrendo e facendo crescere il Figlio nell’ordinarietà della vita per potercelo donare. Contempliamo questa nostra Madre che cammina anche nel nostro tempo, nella nostra storia, nel nostro oggi dove la violenza e l’egoismo, nelle sue più svariate forme, sfigurano il Volto del suo Figlio portano paura, morte e distruzione.

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Il Figlio chiede di essere Incarnato in noi “oggi”

Il Figlio chiede di essere Incarnato in noi “oggi” e ci dona sua Madre per camminare accanto a noi, nel segno della Consolazione come testimoni di misericordia e di pace vera.

Mettiamoci in ginocchio davanti al presepio, luogo simbolo dove Gesù Figlio umilissimo del Padre diventa servo..” per essere Dio con noi … per poterci rendere ” Figli/e in Lui”.

“La Parola”, si fa carne e viene ad abitare nella nostra umanità, nel nostro cuore; viene in mezzo a noi,  … spalanchiamo la nostra vita … lasciamo che si incarni in noi.

Contempliamo la Madre che accoglie nel suo Grembo e tra le sue braccia la Consolazione stessa – il Figlio – e, generando Lui, genera anche noi in Lui “figli/e nel Figlio”, per portare la Sua tenerezza in questo nostro tempo, in questa nostra umanità che geme nel dolore!

In Lei, Donna pienamente consolata dallo Spirito di Dio, la Consolazione si fa Carne, l’Amato del Padre prende un corpo, Corpo e Sangue. Volto umano, di un bimbo ‘Altro’… .

Contempliamo la Consolata nell’attitudine di donarci il Figlio! Questa Madre che diventa ” Tabernacolo e Calice” affinché nutrendoci di Lui possiamo condividere le sue scelte fino a dare la vita[1].

Adoriamo il Figlio reso Pane spezzato per noi! E’ così che diventiamo consapevoli e “…capaci per l’energia stessa della fede, di dare risposte d’amore coraggiose alle sfide dell’oggi perché l’umanità riscopra la sorgente della sua identità e felicità….”[2].

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Adoriamo il Figlio reso Pane spezzato per noi!

E’ nell’accogliere dalle mani di Maria questo Figlio che ci nutre di se stesso, che ci unifica a Lui nell’Amore del Padre, che siamo rese degne del “….coraggio dell’Amore che tutto rischia per Amore perché tutto si ricrei nell’Amore!”[3].

La Madre, unificandoci con il Figlio ci farà luogo di unione, di perdono e di riconciliazione, prima in noi stessi/e, nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità e nella società dove operiamo! Figli/e nel Figlio, umili segni sacramentali di speranza e di gioia!

Davanti al Dio fatto carne lasciamo cadere i nostri interessi personali, i nostri successi ed insuccessi, le nostre paure, lasciamoci avvolgere dalla Sua tenerezza e misericordia così diventeremo anche noi tenerezza e misericordia del Padre per questa nostra società!

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La Madre, unificandoci con il Figlio ci farà luogo di unione, di perdono e di riconciliazione…

“Veramente tu sei un Dio misterioso!”. Il Padre, il solo che conosce il Figlio, ci conceda di riconoscerlo affinché l’amiamo e lo imitiamo.

sr. Renata Conti MC

[1] VS, p. 461

[2] Cf. Suor Leonella Sgorbati, circolare n. 17.

[3] Ibidem

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La diaconia del dialogo

Il profilo di tre donne che, pur nella grande diversità di temperamenti, ruoli ecclesiali e vicende vissute, si sono poste al servizio del dialogo e della comunione

Edith Stein

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Edith Stein

Ebrea tedesca, filosofa, cattolica, monaca carmelitana col nome di Teresa Benedetta della Croce, uccisa nelle camere a gas di Auschwitz il 9 agosto 1942. Il 1° maggio 1987 viene beatificata da Giovanni Paolo II come martire per la fede; l’11 ottobre 1998 è proclamata santa e, l’anno successivo, compatrona d’Europa insieme a Santa Brigida di Svezia e a Santa Caterina da Siena.

Tra le poche testimonianze che abbiamo sui suoi ultimi giorni di vita, quella di un superstite che la vide al campo di smistamento di Westerbork, dove Suor Benedetta rimase alcuni giorni prima di essere trasferita ad Auschwitz, ne descrive il comportamento calmo e capace di donare consolazione ai suoi compagni di prigionia, e l’atteggiamento di cura amorevole verso quei bimbi che le madri, cadute in uno stato di disperata prostrazione, non riuscivano più ad accudire.

Sono gli ultimi gesti che ci sono stati tramandati di questa donna che ha accolto il disprezzo e l’annientamento di se stessa in totale solidarietà con il popolo ebreo cui apparteneva, e nell’unione più profonda con il Dio rifiutato e crocifisso.

La conclusione della sua esistenza è anche il punto di arrivo di un itinerario segnato dalla tensione verso l’“altro” e la sua verità. Infatti, benché nata in una famiglia ebrea profondamente osservante, Edith si era allontanata nella prima adolescenza dalla pratica religiosa; furono il suo percorso di ricerca, prima intellettuale (fin dai suoi studi fenomenologici con Husserl, sull’empatia come processo esperienziale interiore che mette in relazione con l’alterità) e poi spirituale, e il confronto con amici protestanti a condurla fino alla scoperta della fede e all’incontro, in Cristo, con l’“assolutamente Altro”. Ricevuti il Battesimo e la Prima Comunione il 1 gennaio 1922, a 31 anni, desiderò subito dedicarsi alla vita contemplativa, ma le fu concesso di seguire la sua vocazione solo nel 1933 – anno dell’ascesa di Hitler al potere e della promulgazione delle leggi razziali –  quando entrò nel Carmelo di Colonia, dopo anni dedicati agli studi filosofici e teologici, all’attività di conferenziera e all’insegnamento.

Fu lei stessa a dichiarare di essersi sentita profondamente ebrea dopo il suo Battesimo: la sua, quindi, non fu tanto una conversione dall’ebraismo al cattolicesimo, quanto dall’indifferenza religiosa alla fede in Cristo. Nel testamento spirituale che scrisse il 9 giugno 1939, si dichiarò disposta ad accogliere qualsiasi morte Dio intendesse riservarle, per la salvezza del suo popolo, della Germania e per la pace nel mondo.

Divenne così anche una figura-ponte tra le due fedi: “eminente figlia d’Israele e figlia fedele della Chiesa”, come la definì Giovanni Paolo II nell’omelia per la sua canonizzazione.

 

Madeleine Delbrêl

madeleine-delbrelA diciott’anni scriveva: “Dio è morto, viva la morte!”, proclamando il suo ateismo e l’assurdità dell’esistenza umana. Due anni dopo, nel marzo 1924, vive l’esperienza folgorante dell’incontro con Dio e inizia un cammino di conversione: “Ero stata e sono rimasta abbagliata da Dio. Mi era, come mi resta, impossibile mettere sulla stessa bilancia Dio da un lato e dall’altro tutti i beni del mondo” (Noi delle strade).

Da allora la sua intelligenza e vivacità, il suo talento di scrittrice e poetessa, la sua formazione di infermiera e assistente sociale furono messe completamente al servizio di Dio, nella Chiesa.

Abbandonata l’idea, anche per obblighi familiari, di entrare nel Carmelo, nell’ottobre del 1933, con due compagne di scoutismo, partì per Ivry-sur-Seine, sobborgo industriale di Parigi e roccaforte del comunismo, dove le condizioni massacranti di vita e di lavoro alimentavano l’anticlericalismo e l’ateismo più radicali. La scelta di Madeleine e delle sue compagne – rivoluzionaria per quei tempi – fu vivere i consigli evangelici in una vita laicale, completamente immersa nel mondo, condividendo in tutto la vita della gente comune. Fondarono così la prima di quelle che sarebbero state chiamate le “Équipes della Carità”.

La certezza che la mosse è che essere, con la Chiesa, laddove la volontà di Dio chiama, in qualunque situazione e con qualunque mansione, è autentica missione; e il luogo privilegiato per la missione è proprio quello che appare più lontano da Dio, e dunque più assetato e bisognoso di salvezza. Il mondo diviene così dunque luogo di santificazione in cui immergersi come in Dio stesso e l’ateismo dei fratelli la condizione più favorevole per l’annuncio evangelico. “Quello che ci interessa – scrisse in Città marxista, terra di missione – è che un Dio amato da noi e che ama ciascun uomo per primo, ciascun uomo possa, come noi, incontrarlo”.

Morì improvvisamente, il 13 ottobre 1964, pochi giorni prima del compimento dei 60 anni.

È in corso il suo processo di beatificazione.

 

Maria Vingiani

 p-12aIn un incontro diocesano di formazione ecumenica, tenuto a Torino il 15 novembre 1997, Maria Vingiani introdusse il suo intervento sul tema “Dialogo con gli Ebrei”, con queste parole chiare e decise: “Direte che il tema del dialogo con gli Ebrei non c’entra con la vocazione cristiana; e invece tutto il mio intervento, se riuscirò ad essere oggettiva, dovrà significare soltanto questo: non c’è vocazione cristiana – testimoniare Cristo e vivere per lui nella storia e nella Chiesa – se non nella chiamata a dialogare con il popolo ebreo, la radice, il luogo d’innesto della vita cristiana”.

La convinzione che il dialogo con l’ebraismo sia il punto di partenza imprescindibile per il cammino ecumenico è, infatti, la peculiarità del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche), un’Associazione interconfessionale di Laici di cui la Vingiani è stata la fondatrice e la Presidente fino al 1996.

Lei stessa racconta, in una memoria storica reperibile sul sito del SAE, il nascere della sua vocazione all’ecumenismo: la scoperta dolorosa e sconcertante per lei, giovane studente cattolica a Venezia, della disunione e ostilità tra cristiani; la chiamata, maturata nella preghiera e nello studio del movimento ecumenico europeo, a farsi carico di questa divisione per comprenderla e superarla. Erano gli anni successivi alla Seconda guerra mondiale quando, in clandestinità e a rischio di scomunica – ma sempre in dialogo obbediente con il Patriarca di Venezia, Piazza, che la autorizzò, non senza grande preoccupazione, a frequentare i luoghi di culto protestanti – la Vingiani iniziò ad organizzare incontri (lei unica cattolica) con alcuni Pastori protestanti e qualche laico evangelico: inizialmente su problemi socio-culturali della città – collegati anche al suo impegno di Assessore alle Belle Arti – poi, finito il tempo della clandestinità, su temi biblici. Il lavoro comune di studio e confronto sulla Parola di Dio, vissuto nel dialogo e nel servizio, fu il metodo più idoneo per combattere la tradizionale intolleranza reciproca e la contrapposizione tra membri di confessioni diverse. Ma furono l’incontro, il 16 settembre 1957, con Jules Isaac (lo storico ebreo che, persa quasi tutta la sua famiglia ad Auschwitz, dedicò la propria vita a far riabilitare il popolo ebreo nell’insegnamento cristiano) e la profonda amicizia che ne nacque, a spingerla ad imprimere nel cammino del gruppo l’impegno di riscoperta della comune radice biblica di ebrei e cristiani e la valorizzazione dell’ebraismo, coinvolgendo il presidente della comunità ebraica veneziana. Furono così poste le fondamenta di quello che a Roma (dove la Vingiani si trasferì negli anni del Concilio) sarebbe diventato il SAE, il cui statuto porta la data del 15 dicembre 1966.

Alla tenacia di Maria Vingiani si deve lo storico incontro, avvenuto nonostante resistenze curiali che sembravano insuperabili, tra Papa Giovanni XXIII e Jules Isaac, il 13 giugno 1960, che avviò il percorso di riavvicinamento tra Chiesa cattolica ed ebraismo, poi sancito dalla dichiarazione conciliare Nostra aetate.

Paola Lamalfa

Questo articolo è  stato pubblicato in Andare alle Genti

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NON BASTA… GUARDARE!

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Qualcuno la chiama fiaba, altri leggenda, altri ancora la inseriscono nelle parole di saggezza dei popoli che abitano lungo il mare e gli oceani. In qualche volume viene riportata in una formula abbreviata, in altri più ampia. Ho scelto quest’ultima versione, perché cattura e fotografa la tipologia e le reazioni delle persone che compongono la variegata realtà delle società, anche di quelle che non dimorano lungo le coste.

 “Una notte, in una di quelle magiche spiagge lambite dall’Oceano, accade qualcosa di straordinario: un’alta marea eccezionale. Quando le acque si ritirano, la danza dell’Oceano lascia miriadi di stelle marine, dai colori più svariati e dalle forme più diverse. Le stelle marine private del loro ambiente naturale che le nutre e le protegge, sono destinate a morire.

Gli abitanti del piccolo villaggio escono dalle loro case per recarsi al lavoro, a scuola, a far la spesa… vanno di fretta come ogni mattina. La vista delle stelle marine sulla spiaggia, però, per un attimo, arresta la loro fretta. Pian, piano, una folla di vecchi e bambini, donne e uomini, giovani e adulti si raccoglie e guarda stupita il mare.

starfish-mombasaUn uomo, con un soprabito nero, l’intellettuale del villaggio, senza scendere in spiaggia, rimanendo sulla strada, comincia a domandarsi il «perché» di quel fenomeno. Parla di teorie, di fasi lunari e solari, di alta e bassa marea… Un piccolo gruppo si raccoglie intorno a lui: discutono, dibattono, ragionano… tutti con le mani in tasca! Intanto le stelle marine cominciano a soffrire l’assenza di acqua.

Una donna s’incammina sulla spiaggia. Va avanti e indietro senza sosta e ripete a voce alta: “Sono tante, tantissime, troppe! Non posso salvarle tutte!” Intanto le stelle marine consumano le loro ultime energie.

Un’altra donna la segue, ma subito si ferma e osserva incantata ora questa, ora quella stella marina. Si china e le scruta nei particolari, le descrive nei colori e nelle forme, decanta la loro bellezza e apprezza il loro splendore. Le sue mani sfiorano appena le stelle marine che continuano la loro agonia.

Un gruppo di giovani scende in spiaggia, si avvicinano alle stelle marine e scelgono le più belle da prendere come souvenir. Le loro mani toccano le stelle marine, ma non per liberarle dall’arsura della spiaggia.

Un uomo rallenta con il suo fuoristrada e mormora: “Non ho tempo da perdere, non posso fermarmi e vedere cosa succede… perché dovrei perdere tempo dietro a delle stupide stelle marine che si sono lasciate spingere sulla spiaggia?” Con le mani strette al volante accelera e passa oltre… e le stelle marine restano a soffrire sulla spiaggia.

childTutti guardano, parlano, ragionano… nessuno fa nulla! Le stelle marine sono tante, troppe… non è possibile salvarle tutte… e allora non se ne salva nessuna!

Nel frattempo, una bambina, dall’aria birichina, sfugge al controllo della mamma e raggiunge la riva: con le sue manine prende una stella e la getta nell’Oceano, poi torna indietro e ne prende un’altra, e un’altra ancora, e poi ancora. Va avanti e indietro senza sosta. Non riuscirà a ridare all’Oceano tutte le stelle marine: sono tante, troppe! Ma con le sue manine, mentre la folla dei grandi discute e si consulta, prende tempo e ragiona, ha riportato nel grembo dell’Oceano venti stelle. Molte sono già morte e molte moriranno, ma venti sono salve! Un bimbo, con la spontaneità dei piccoli, si unisce a lei: la loro impresa è impossibile, senza speranza…, ma adesso sono sessanta le stelle in salvo! Molte sono già morte e molte moriranno…, ma sessanta sono salve! Altri bambini si uniscono ai due pionieri e l’Oceano ha ripreso con sé cento stelle. Dopo qualche minuto sono duecento le stelle marine che giocano felici con le onde, loro amiche d’infanzia. Molte sono già morte e molte moriranno…, ma duecento sono salve!”

 

Dalla storia alla vita

Quante volte ci svegliamo al mattino e ci accorgiamo che sulla nostra riva, per restare nella metafora del racconto, mille stelle marine boccheggianti chiedono attenzione, esigono risposta, invocano decisione. Stanno in bilico sul bordo della nostra esistenza, adagiate sul perimetro della nostra vita.

A volte sono situazioni che dribbliamo con astuzia, nella speranza di non doverle mai affrontare e altre volte sono difficoltà che ci illudiamo di nascondere nell’armadio delle buone intenzioni.

A volte sono sogni che abbiamo chiuso nel cassetto e altre volte sono promesse che abbiamo dimenticato.

A volte sono attese a cui non vogliamo tendere l’orecchio e altre volte sono impegni che preferiamo eludere.

A volte sono relazioni faticose che abbiamo relegato in soffitta e altre volte sono perdoni che abbiamo accatastato nel tempo e non riusciamo più a regalare.

img_6883A volte, le stelle marine sono talmente tante che non sappiamo da dove cominciare per rimetterle a posto: non sappiamo dove mettere le mani… e allora le teniamo in tasca! Questo accade nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni interpersonali, nella vita sociale… non sappiamo da dove cominciare e, allora, preferiamo lasciare le nostre mani in tasca!

La storia delle stelle marine, nella sua semplicità e immediatezza, interroga la nostra vita e le nostre scelte, le nostre relazioni, la nostra carità, il nostro impegno…

Infine, questa storia evoca il Dio dei piccoli passi, invoca la fedeltà alle piccole cose, implora tenacia nella perseveranza.

suor Maria Luisa Casiraghi MC

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L’ importanza della Pastorale Afro nella Chiesa Cattolica

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La Chiesa al fianco degli umili

Nella Chiesa Cattolica si parla di pastorale nel senso di un’azione evangelizzatrice della Chiesa. Questa azione evangelizzatrice che chiamiamo pastorale inizia a prendere il volto proprio a seconda del bisogno di ogni gregge, per questo prende il nome a seconda delle caratteristiche di ciascun gruppo.

La Chiesa Cattolica ha scelto la pastorale afro come risposta alla necessità di accompagnare le comunità afro nel loro cammino di fede. In questo senso, se da una parte la Chiesa è stata presente in mezzo a uomini e donne negri fin dal loro arrivo come schiavi in America, dall’altra parte non sempre ha appoggiato le Comunità Tradizionali Negre nel loro progetto di libertà, dignità, terra, autonomia e partecipazione.

Nella Chiesa non solo sono sorti gesti di solidarietà umana, ma anche sono nati autentici difensori degli schiavi e indefessi lottatori contro il sistema, come nel caso dei Gesuiti.  Nel secolo XIX il Papa Gregorio con la Bolla “In supremis” (1839), in consonanza con alcuni dei suoi illustri predecessori, condanna ogni forma di schiavitù.  Nel secolo XX continua la lotta dei cristiani e della gerarchia contro ogni forma di schiavitù, una piaga della quale anconìra non si è liberata completamente l’umanità.

La pastorale afro si inserisce in questa corrente di lotta per la vita, è erede di quei laici, religiosi, religiose, sacerdoti, vescovi e papa che – fedeli al Vangelo, sono stati solidali con gli ultimi, i più abbandonati e indifesi.

colombia_afro_05La Chiesa oggi mette in pratica le parole di Cristo: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero carcerato e mi avete visitato. In verità vi dico che le volte che avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”  (Matteo 25,31-46).

Il Vaticano II (1964) ha aperto porte e finestre della Chiesa e tra le cose che afferma ci sono i diritti umani, ha valorizzato le culture e religiosità e le religioni dei popoli. Inoltre, ha appoggiato l’inculturazione del Vangelo e fomentato la creatività nell’azione evangelizzatrice dei cristiani.

In tutto questo processo, l’elemento culturale gioca un ruolo molto importante, per promuovere la pastorale afro, è fondamentale conoscere la sua cultura, in stretto legame con la fede che professa.

Sappiamo che la cultura abbraccia tutta l’attività dell’umanità, la sua storia, la sua intelligenza, affettività, la ricerca di significato, la relazione con la natura, i suoi usi e costumi, la visione sulla vita e la morte, le risorse etiche e soprattutto la ricerca dell’essere supremo: il cuore di ogni cultura è costituito dal suo avvicinarsi al più grande dei misteri: il mistero di Dio.

Avvicinarsi alla cultura del popolo è una porta sicura per captare la sua spiritualità, la pastorale afro ci chiede quindi non solo di trattare temi che interessano gli afro, piuttosto di andare un po’ più in là e vivere afro.

Lodare Dio al suono di tamburi, guasas, maracas e marimba. In altre parole, lasciare che Dio ci parli con la sua voce incarnata in ciascuna di queste esperienze che, in molti casi, hanno molto da dirci.

colombia_afro_07Per questo il Documento di Aparecida propone che nella sua missione evangelizzatrice la Chiesa promuova l’inculturazione o “il dialogo tra cultura negra e fede cristiana e le sue lotte sociali”, ascoltando il suo grido  “ad essere considerato nella cattolicità con la propria cosmovisione, valori e identità particolari” (A 91) insieme alla liberazione integrale.

La Pastorale afro allora è un campo che vuole integrare, portare alla luce la ricchezza di una cultura al servizio del Vangelo. E’ una pastorale che si applica alle situazioni concrete. Ha la sfida di scoprire che non si possono separare cultura e fede, nemmeno si può separare la cultura dalla gente.  Lavorare a partire dalla cultura afro significa lasciarsi attraversare dalla sua realtà, operare a partire dalla sua coscienza afro e farsi partecipi nella sua ricerca di Dio attraverso il rispetto dei suoi diritti, la giustizia e equità tra tutti come figli e figlie di Dio.

In principio era la Parola, e la Parola era presso di Dio, e la Parola era Dio. Essa stava nel principio con Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di Lei e nulla è stato fatto senza di lei di quanto esiste. In Lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce brillò nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno compresa” (Giovanni 1, 1-5).”

Diana Lucía Benítez Ávila

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Chiamati all’amore

maddalena-e-il-risortoLa parola “vocazione” può essere intesa in diversi modi. Qui vogliamo riflettere sulla vocazione cristiana, la vocazione alla fede, ossia a un certo tipo di relazione con Dio, con gli altri e con tutto il creato.

Perché una relazione sia tale occorrono almeno tre elementi: un io, un Tu, uno spazio intermedio ove la relazione accade.

Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.” (Ap 3,30)

L’Apocalisse ci offre l’immagine di Qualcuno che bussa alla porta di un “tu” per offrirgli il dono della comunione, della intimità di vita rappresentata dalla cena. Si tratta di un Qualcuno che attende sulla soglia della porta una risposta. Una risposta che dipende dalla libertà del “tu”.

Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline. L’amato mio somiglia a una gazzella o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia dalle inferriate.” (Ct 2, 8-9)

Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore! La voce del mio amato che bussa: Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, mio tutto;” (Ct 5,2)

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Dio si muove. Si muove dentro, e il movimento interiore di Dio verso di te è il Suo desiderio.

Queste immagini del Cantico dei Cantici possono aiutarci a intuire che cosa capita nella esperienza di fede cristiana. Dio chiama. L’immagine non è quella di un Dio seduto da qualche parte lassù nel cielo che chiama qualcuno quaggiù sulla terra. E’ piuttosto l’immagine di un Qualcuno che si muove, che viene.

Dio si muove. Si muove dentro, e il movimento interiore di Dio verso di te è il Suo desiderio. Ti desidera, vuole rimanere con te, per questo lo hanno chiamato Emanuele, è il nome del suo desiderio verso di noi. Questo desiderio si fa carne in Gesù. Gesù è Dio che viene, che si muove, che ci cerca, che ama per primo.

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Dio bussa: non butta giù la porta, non scavalca il muro, si ferma sulla soglia e attende che gli si apra. Il Suo è un desiderio intensissimo e rispettosissimo dell’altro.

E’ importante comprendere così la “chiamata”, come desiderio di Dio per noi, un desiderio tanto intenso che si fa carne e pane. Perciò Dio non chiama una volta sola. Il verbo “chiamare” nell’esperienza di fede si coniuga sempre al presente, mai al passato, perché Dio ti desidera continuamente. Non ha mai smesso di desiderarti, perciò non ha mai smesso di chiamarti.

Dio bussa: non butta giù la porta, non scavalca il muro, si ferma sulla soglia e attende che gli si apra. Il Suo è un desiderio intensissimo e rispettosissimo dell’altro.

Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore! La voce del mio amato che bussa: “Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, mio tutto; perché il mio capo è madido di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne”. “Mi sono tolta la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?”. (Ct 5,2-3)

Le nostre resistenze: nel Cantico, lei pone delle giustificazioni: è già a letto, si è messa in camicia da notte, si è già lavata i piedi… Le nostre giustificazioni davanti al desiderio di Dio: poi se mi sbaglio, poi se mi sporco, poi se non sono capace, poi se è troppo difficile, poi se non ce la faccio, poi se mi faccio male, poi se non capisco, poi sto bene così… poi questo letto è comodo, la mia vita così almeno la conosco, non sarà il massimo ma si sta anche benino qui… ecc. ecc.!

L’amato mio ha introdotto la mano nella fessura e le mie viscere fremettero per lui. Mi sono alzata per aprire al mio amato e le mie mani stillavano mirra; fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello.” (Ct 5,4-5)

La risposta: mi accorgo di questo amore, mi risveglio. Lui cerca la fessura da cui passare per farsi riconoscere, cerca lo spiraglio che gli lascio. Allora ecco il risveglio del mio desiderio, che mi fa risvegliare dal sonno e mi fa muovere dal letto in cui sono adagiata, dall’affezione alla mia camicia da notte e ai miei rituali, dagli anfratti rocciosi in cui mi sono nascosta. Esco di lì, ma non si tratta tanto un atto di volontarismo. No, è un atto di desiderio. Non un atto fatto di emozione del momento, ma di desiderio delle viscere.

Ho aperto allora all’amato mio, ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso. Io venni meno, per la sua scomparsa; l’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto. Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città; mi hanno percossa, mi hanno ferita, mi hanno tolto il mantello le guardie delle mura.” (Ct 5,6-7)

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Lui cerca la fessura da cui passare per farsi riconoscere, cerca lo spiraglio che gli lascio.

La risposta del tu è anch’essa un movimento. Prima c’è il movimento del risvegliarmi, accorgermi di Chi mi desidera così, accogliere questo desiderio. E poi c’è il movimento di uscita, di ricerca. Da chi era impigrita a letto e non voleva alzarsi, eccola qui, l’Amata, ad andare in giro sola di notte, disposta ad essere percossa, ferita, deprivata del mantello. Che trasformazione!

Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se trovate l’amato mio che cosa gli racconterete? Che sono malata d’amore! Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro, tu che sei bellissima tra le donne? Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro, perché così ci scongiuri?” (Ct 5,8-9)

Nell’Amata ormai non troviamo più nulla che sappia di autodifesa; non inveisce contro le guardie che la picchiano, unica sua preoccupazione è l’Amore, è il cercare l’Altro. L’amata lo cerca ovunque e questa sua ricerca un po’ pazza fa sorgere in altri delle domande. Ed ecco prorompere spontanea la descrizione/annuncio dell’Amato:

L’amato mio è bianco e vermiglio, riconoscibile fra una miriade. Il suo capo è oro, oro puro, i suoi riccioli sono grappoli di palma, neri come il corvo.” (Ct 5,10-11)

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Allora l’inviato diventa davvero simile a Gesù, Colui che viene a cercare la persona, a cercare i Figli per rivelare questo amore tenero e forte e per riunirli in questo amore di Dio Padre...

Sgorga dal cuore la proclamazione della bellezza di Lui. A questo punto il tu è pronto a diventare testimone, perché questo tu che è l’Amata è entrato nel movimento di Dio, quello della ricerca tenera ed appassionata, quello del risvegliare nella persona la consapevolezza che non è da sola, ma c’è un Padre/Madre che la cerca e la ama senza condizioni.

Nasce allora la passione, il movimento della persona inviata. Allora l’inviato diventa davvero simile a Gesù, Colui che viene a cercare la persona, a cercare i Figli per rivelare questo amore tenero e forte e per riunirli in questo amore di Dio Padre, Madre e Sposo. Questo è il senso della missione.

Che questo Avvento sia per ciascuno di noi occasione di incontro con l’Emanuele che viene, che ci cerca, che ci desidera e che ci invita a entrare nel Suo dinamismo di amore da cui sgorga la missione. Buon avvento!

Sr Simona Brambilla MC

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Essere afro colombiano, ieri e oggi

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Una carrellata storica ci presenta la vita sofferta del popolo afro, che oggi versa in condizioni ancora precarie.

Gli storici calcolano che, dal XVI secolo, tra 150 e 200 mila africani schiavi arrivarono a Cartagena de Indias e da lì  a tutto il territorio colombiano. Di questi 80 mila rimasero in Colombia e posteriormente il resto fu distribuito ai paesi vicini come Ecuador, Panama e Perù. Gli schiavi erano comprati in Cartagena e Mompox e portati al centro del paese attraverso i fiumi Cauca e Magdalena.

Nei primi anni di schiavitù si preferiva per motivi strategici gli uomini per i lavori nelle miniere e nelle fattorie, si disprezzavano vecchi e bambini. Con il passar del tempo per “risparmiare in nuovi acquisti” cambia la strategia e si preferisce la donna schiava, che garantisce ai coloni la nascita di più schiavi.

Nel trascorrere del tempo, i colonizzatori cercano nuove forme di utilizzare gli schiavi, alle donne assegnano il lavoro domestico, specialmente nelle principali città del paese, e incluso in altri luoghi, i bambini furono forzati a lavorare come artigiani.

Lo schiavo si convertì, allora, in una fonte di entrata per il padrone: doveva uscire alla mattina e tornare alla sera con il denaro per il padrone. Questa esigenza di dover ritornare a casa con i soldi portò alcune donne e ragazze alla prostituzione, per paura di essere uccise se ritornavano senza denaro: la schiavitù divenne sempre più denigrante e inumana.

I castighi agli “afro”

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la distribuzione della popolazione afro in Colombia

Nel bisogno di progresso e crescita del capitalismo proprio dell’epoca e nell’affanno di ottenere sempre più grandi ricavi nella produzione generata dagli schiavi, questi erano sottoposti a un’infinità di castighi, portandoli all’estremo, fino alla morte.

Per esempio, mentre lavoravano, questi erano vigilati da capi che, vedendoli riposare, li castigavano con la frusta, non ricevevano alimento nè acqua, con problemi conseguenti di denutrizione, ed erano obbligati a lavorare anche se malati.

A molti altri terribili castighi erano sottoposti, e tutto era regolamentato dalla legge: se uno schiavo parlava la sua lingua madre, gli tagliavano la lingua.

 

 

Tutti devono parlare una sola lingua ed avere una sola religione

Per obbligare gli schiavi a dimenticare la lingua madre e la religione, li separavano dal loro gruppo e li mescolavano con persone di altre etnie. Li istruivano sulla fede  cattolica e li battezzavano, essendo così accettati nell’America spagnola. Questo arduo lavoro era portato dai Gesuiti, tra cui  Alonso de Sandoval e Pedro Claver, che inculcavano nella catechesi l’amore e la carità.

Nonostante fosse una religione imposta, presto gli schiavi trovarono in essa il modo per praticarla inserendo di generazione in generazione usanze tradizioni quali il rituale mortorio, l’acqua del soccorso, le luminarie ai santi, etc… Il simbolo della croce permise al popolo negro di identificarsi con il Cristo sofferente.

 

Essere afrocolombiano oggi

colombia_afro_03La legge 70 del 1993 riconosce alle comunità negre, che  hanno occupato le terre inabitate nelle zone rurali del Caribe, le usanze tradizionali di produzione, il diritto alla proprietà collettiva, una legge che permette un certo livello di protezione dell’identità culturale, dello sviluppo economico, sociale e dell’uguaglianza.

E grazie ad altri movimenti di lotta per i diritti, come quella che ottenne l’abolizione della schiavitù nel 1852, su tutto il territorio colombiano, nel governo di José Hilario López, è stato possibile finire lo sfruttamento che soffriva questo popolo.

 

Dati

Le zone di maggior predominio della popolazione afro sono quelle che presentano i più bassi indici di qualità di vita del paese: il reddito procapite medio per gli afrocolombiani si avvicina ai 500 dollari annuali, mentre la media nazionale è superiore ai 1500 dollari.

Il 75% della popolazione afro del paese riceve salari inferiori al minimo legale e la sua speranza di vita di trova un 20% più bassa della media nazionale. La qualità dell’educazione superiore che riceve la gioventù afro è inferiore al 40% della media nazionale.

Nei Dipartimenti del Pacifico, ogni q00 giovani afro che terminano la scuola superiore, solo 2 entrano all’Università.

Circa l’85% della popolazione afrocolombiana vive in condizioni di povertà e marginalità, senza accesso ai servizi pubblici basici.

Diana Lucía Benítez Ávila

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Maria prima missionaria del Vangelo

articolo
L’evangelista Luca (specialmente nei primi due capitoli del suo vangelo) è grande ammiratore di questi eventi e di questa protagonista, ne registra gli stupori, le iniziative di servizio, le sofferenze.

Una ragazza giovane e già tanto matura, intenta nella sua interiorità a coltivare il dialogo fiducioso con il suo Signore, ricevette un giorno un invito sconvolgente, che capovolgeva le attese che s’era andata man mano formando sul suo futuro. Le veniva richiesta l’accettazione di una maternità a prima vista gloriosa, ma che si sarebbe immediatamente manifestata carica di impegni e di sofferenza. Chi le parlava era messaggero ufficiale di Dio e la salutava con estrema ammirazione, per quella “grazia” di cui era riconosciuta “piena”. Perché così perfetta, Dio la sceglieva a portare al mondo Gesù, figlio dell’Altissimo, di Dio, e figlio di Davide. Maria accettò, impegnandosi a dare il suo contributo perché si facesse quel che Dio aveva detto. Accolse il Figlio con il riserbo trepidante della serva del Signore. L’evangelista Luca (specialmente nei primi due capitoli del suo vangelo) è grande ammiratore di questi eventi e di questa protagonista, ne registra gli stupori, le iniziative di servizio, le sofferenze. Matteo (nel capitolo primo) parla meno direttamente di questa donna, ma lascia indovinare i drammi che ha dovuto affrontare nella manifestazione del suo segreto allo sposo Giuseppe e poi nella difesa di quel figlio, che doveva preservare per il compimento della sua missione.

Non è esagerato dire che Dio ha voluto avere bisogno di lei per portare al mondo la salvezza. Lei diede la sua collaborazione nella maniera più naturale, essendo semplicemente se stessa: mamma attenta e consapevole, naturalissima nel suo comportamento, dimentica di sé nelle sue rinunce. La gioia degli anni benedetti, in cui colei che aveva visto il Figlio di Dio crescere in età, sapienza e grazia (Luca 2,52) aveva coltivato con Lui un ineffabile dialogo domestico, doveva interrompersi. I vangeli ci lasciano indovinare quale prezzo abbia avuto per la sua consapevolezza il momento del distacco. Una fine poetessa, Piera Paltro, commenta quel momento in modo delicatissimo: “Non gli gridasti dietro per farlo voltare. Andava nel tuo silenzio che sempre più denso lo sorreggeva d’amore”.

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Lei diede la sua collaborazione nella maniera più naturale, essendo semplicemente se stessa: mamma attenta e consapevole, naturalissima nel suo comportamento, dimentica di sé nelle sue rinunce.

Poi sembra scomparire, ma non tanto da non poter coinvolgere quel Figlio in un momento di strettezza per due sposi che rischiavano di coprirsi di ridicolo in quello che doveva essere il giorno più bello della loro vita (Gv 2,1-11). La madre sa che il Figlio può risolvere il problema, anche se non sa come, e agisce in doppia direzione: al Figlio segnala l’assenza del vino; ai servi dà un solo orientamento, che doveva essere valido nei secoli, per tutte le situazioni che ogni suo figlio avrebbe dovuto affrontare: “Qualunque cosa vi dica, fatela!”. I servi comprendono e da allora, ogni volta che un discepolo (Gesù non li chiamerà mai “servi” bensì “amici”) seguirà questo consiglio, sperimenterà la salvezza.

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... nella persona del discepolo, che è persona singola e rappresentativa a un tempo, vengono affidati alla Madre tutti coloro che nella sequela di Gesù diventeranno famiglia di Chiesa.

Si direbbe che Gesù accentui il distacco dalla mamma, perché quando gliela portano sul luogo della sua predicazione sembra non dare importanza ai legami di sangue che lo legano a lei (Mc 3,33-38), però è un’impressione da interpretare correttamente: il Maestro non lascia spazio a nessuna ombra che possa suggerire l’idea che “le cose del Padre suo” (Lc 2,49) possano essere intralciate da qualsivoglia elemento di disturbo. Ma è proprio questa la preoccupazione di questa donna, che resta nell’ombra per tutto il tempo del suo avvicinamento alla croce. E Gesù ricupera il clima d’interesse per quella donna, a cui lui deve tanto, nel momento supremo della sua vita. La scorge nei pressi del suo patibolo, icona struggente della fedeltà e partecipazione suprema alla volontà del Padre, e le dà (Gv 19,25-27) il grande incarico: nella persona del discepolo, che è persona singola e rappresentativa a un tempo, vengono affidati alla Madre tutti coloro che nella sequela di Gesù diventeranno famiglia di Chiesa. È il momento della consacrazione a un ufficio materno che durerà il tempo intero in cui esisterà la famiglia dei discepoli. L’attende un compito non meno gravido di responsabilità ma che è sostenuto dalla forza che l’atto creativo del Figlio porta con sé. Sembra di assistere a una nuova scena di annunciazione, ma questa volta Maria non ha nemmeno bisogno di pronunciare il “sì”. Tutto in lei col tempo è diventato servizio amoroso e il suo affetto materno si è dilatato a dimensioni che solo la paternità universale di Dio può misurare.

Sappiamo molto poco del tempo successivo, ma la scena che la vede nella residenza dei primi cristiani, a Gerusalemme, in attesa della discesa dello Spirito (nella pagina iniziale degli Atti degli Apostoli: 1,14) è quanto mai indicativa: la Madre tiene raccolti i discepoli del Figlio e li accompagna nella preparazione alla venuta dello Spirito. Quando lo Spirito discende su di loro, le notizie della Madre si arrestano. Sarà una molteplice tradizione ad offrirci notizie difficili da interpretare, ma tutto concorre nel far pensare che, attraverso Giovanni e i più vicini alla causa del Figlio Messia, la sua presenza discreta abbia esercitato un orientamento per le decisioni in favore della causa dell’Evangelo. E d’altra parte chi più di lei poteva interpretare e assecondare la presenza dello Spirito, divenuto presenza del Risorto mentre Egli sembra assente?

A Maria non viene rivolta la parola della missione. Non era necessaria, perché nessuna più di lei si sentiva inviata, nell’assoluta singolarità della sua esistenza, di totale servizio alla causa del Verbo: quella causa che era totalmente sua e che lei s’impegnava a trasmettere a tutti i suoi figli.

virgen-de-la-ternuraDa allora ella è Colei che mostra la strada, infondendo fiducia sulla possibilità di giungere alla meta

Colei che attende, nell’ombra, nella sofferenza, nella muta fiducia

Colei che accompagna, su un cammino spesso tormentato

Colei che consiglia, attingendo allo Spirito

Colei che offre ognuno di noi, insieme al sacrificio del Figlio

Colei che piange con noi, partecipe e consolatrice di tutte le nostre sofferenze

Colei che raccoglie in unità, valorizzando ogni tendenza verso il bene

Colei che impetra e ottiene il dono dello Spirito.

 

mons. GIUSEPPE GHIBERTI

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti

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