AVVENTO: tempo di speranza

L’angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”(Mt 2,13-15)

Ancora una volta entriamo nell’Avvento, l’inizio di un nuovo anno liturgico. L’Avvento è la porta attraverso la quale ci introduciamo a celebrare i misteri cristiani, che ci donano la speranza, la rafforzano in noi, ci sostengono nel nostro modo di vivere e ci offrono il fondamento per trascorrere ogni giorno nella gioia e nella pace.

Nell’Avvento accogliamo l’invito a ravvivare anche la nostra fede, nella riscoperta festosa di un dono che ci è dato. Grazie ad esso noi crediamo che Dio ha mandato il Figlio suo per la nostra salvezza. È per questo che siamo invitati ad intensificare la nostra attesa orante in un tempo così prezioso come quello che precede il Natale.

Nell’attuale complesso panorama mondiale, in cui non è facile cogliere segnali incoraggianti, dove potremmo scoprire o che nome potremmo dare alla speranza?

Come guardare con gli occhi di Dio il fenomeno attuale degli spostamenti di intere masse umane?

Oggi, migliaia di persone lasciano le loro case, perché perseguitate per motivi di razza, di religione, di nazionalità, a causa di guerre assurde e feroci, portando con sé solo un briciolo di speranza di trovare qualcosa di meglio, una vita un po’più sicura e dignitosa. Come riconoscere nelle migliaia di rifugiati, che bussano alle nostre porte, degli autentici segni dei tempi?

Di fronte ai drammi e alle tragedie dei migranti e dei rifugiati, Papa Francesco invita a rispondere con misericordia ad una realtà che ci sfida e che non ci permette di correre il rischio fatale di lasciar passare sotto il nostro sguardo questo fenomeno nell’indifferenza e quindi nell’oblio.

Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo. ” (Misericordiae Vultus,15)

“Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto…”D’altra parte, tale fenomeno epocale ci riporta alla vita stessa di Gesù. Pochi giorni dopo la sua nascita i suoi genitori sono dovuti fuggire da Betlemme per salvargli la vita!

barconi di migranti

Secondo il racconto di Matteo, i Magi era già ripartiti, quando Giuseppe, padre di Gesù, mentre dorme, in sogno riceve un messaggio perentorio. E’ un ordine quello dell’Angelo del Signore: gli comanda di prendere il bambino, sua madre Maria e di fuggire in Egitto.

E Giuseppe subito, senza nemmeno aspettare l’alba, prepara la fuga e, quella stessa notte, parte con la famiglia per l’Egitto. Certamente il poco tempo a sua disposizione non gli avrà permesso di dotarsi di molte risorse, oltre il minimo necessario, per affrontare il lungo viaggio e i primi giorni d’esilio. Il viaggio si prospettava senz’altro pericoloso, pieno di difficoltà e rischi, molto precario, ma tuttavia Giuseppe ha fede nella parola ricevuta da Dio, fa in fretta i preparativi e mette tutta la sua fiducia nel Signore.

La Sacra Famiglia in realtà nemmeno prova a modificare il piano dettato dal cielo. Eppure viene loro prospettato un viaggio a cui non avevano sicuramente mai pensato: l’Egitto? Non sarebbe meglio unirsi ai maghi e cercare rifugio nei loro paesi? L’Egitto? È una meta troppo lontana, non conoscono la strada, la lingua, le usanze di quella gente. In Egitto infatti non conoscono proprio nessuno! E non saranno troppi i rischi per il bambino in un paese così straniero? Come ci guadagneremo da vivere, chi ci aiuterà o ci potrà aprire una strada, in un paese dove non abbiamo né conoscenze, né amici?

Aleppo, città martoriata dalla guerra

Ma essi, come molte persone ai giorni nostri, lasciano alle spalle tutto quello che hanno, il loro paese, le loro famiglie, le cose di loro appartenenza, tutto! Pur di salvare la loro famiglia.

Proprio come la Sacra Famiglia, anche oggi un mare di gente è in fuga dai conflitti in Siria, nel Mali, in Sudan, Nigeria, Somalia, Pakistan, Bangladesh…: una lista interminabile di luoghi di terrore, di dolore, di miseria; donne, bambini, uomini in fuga dalla violenza, dai genocidi, dalle bombe e dalle guerre che minacciano la loro vita.

I rifugiati vivono oggi un insieme di cose e di fatti vertiginosamente mutevoli, in una mescolanza confusa di esilio e di fuga, che ha il sapore e il colore di nuovi usi, nuovi costumi, nuove regole, nuove norme e tante difficoltà. Per molti di loro era già difficile la vita a casa, nel loro proprio paese d’origine. Immaginiamoci ora, in un posto nuovo, spaesati, senza contatti, quanto dovranno combattere per trovare le ragioni di una nuova speranza!

È per questo che anche noi all’inizio dell’Avvento siamo calorosamente invitati, anzi vogliamo fare nostra la richiesta, o meglio ancora l’esigenza, di spalancare i nostri cuori, di aprire le nostre porte agli immigranti. È ancora una volta lo stesso Papa Francesco a ricordarci che: “I migranti di oggi che soffrono il freddo, senza cibo e non possono entrare, non sentono l’accoglienza. A me piace tanto sentire quando vedo le nazioni, i governanti che aprono il cuore e aprono le porte! ” (Udienza Generale 16.03. 2016).

Che l’Avvento rappresenti il riaccendersi della speranza in tutti noi, perché possiamo scorgere con gratitudine la venuta di Dio nel nostro mondo e il manifestarsi della generosità di tanti uomini e donne. Allora nonostante le guerre e i conflitti, le ferite e le tragedie della vita faremo festa perché un Bambino a Betlemme ci è dato.

Un ragazzino seduto tra le macerie dopo un bombardamento presumibilmente da parte delle forze governative

E vogliamo inoltre fare festa perché, nonostante le innegabili difficoltà e chiusure di una parte della popolazione, possiamo dire che ci sono molte mani che si aprono per fare proprie le necessità dei rifugiati che ogni giorno giungono nel nostro Paese. Tutti coloro che, direttamente o indirettamente, aiutano a sviluppare una autentica presa di coscienza di questo enorme fenomeno sociale, rappresentano una luce con cui si afferma che è possibile vivere in armonia, in una società che cessa di essere egoista e sa condividere ciò che ha con chi è nel bisogno.

E vogliamo fare festa anche per tutti gli sforzi di sensibilizzazione fatti dai nostri Istituti Religiosi e Missionari che hanno aperto le loro porte ai rifugiati, perché in questo Paese trovino non solo un tetto, ma il calore di un vero ambiente familiare.

La nostra missione trova allora davvero un significato profondo nell’Avvento, cammino verso la speranza, la gioia e la pace celebrate a Natale.

L’Avvento ora è vissuto in prima persona da ciascuno e da tanti dei nostri fratelli rifugiati. Ad ogni passo del loro esilio hanno conservato e continuano a mantenere nel profondo del loro cuore una fiammella di speranza: trovare il Re della pace. Essi sono in attesa di un ambiente accogliente e di una luce piena che solo il Bambino di Betlemme può dare loro. Preghiamo per loro e facciamo nostro il loro dolore, perché la loro realtà ci avvicina senz’altro al mistero del Natale.

Cerchiamo di essere come la Sacra Famiglia. Uomini in esilio, uomini che camminano, uomini che si fidano delle promesse di Dio, uomini e donne che non hanno perso la speranza in un domani migliore; uomini e donne in grado di attraversare i deserti, i mari della vita per raggiungere il germoglio della vera speranza che scaturisce dal Bambino Gesù. Perché Natale non è un ricordo, Natale è adesso. Apriamo i nostri cuori al mistero di Dio.

Costruiamo ponti che ci facciano sperimentare la gioia della venuta del nostro Salvatore, in armonia, pace e speranza, assieme ai nostri fratelli rifugiati.

Commissione GPIC- CIMI

P. Reynaldo Rodrigo Romàn Dìaz SVD

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Contro la violenza sulle donne

Purtroppo nonostante da 17 anni ogni anno si celebra e si riflette su questa triste realtà, la violenza sulle donne nelle sue diverse forme è ancora in costante aumento.

Oggi in tutto il mondo si celebra la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, voluta e promossa dall’Assemblea Generale della Nazioni nel 1999 che aveva scelto Il 25 novembre come Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Purtroppo nonostante da 17 anni ogni anno si celebra e si riflette su questa triste realtà, la violenza sulle donne nelle sue diverse forme è ancora in costante aumento. Cambiano le modalità e le aggressioni fisiche e psicologiche che si consumano principalmente tra le pareti domestiche e sovente alle presenza dei figli che si portano dentro delle ferite che difficilmente si potranno guarire.

Purtroppo la cultura del domino e del possesso non tende a diminuire e trova invece manifestazioni sempre più sofisticate e diaboliche per colpire persone che dicevano di amare, ma che purtroppo non hanno mai amato ma solo cercato di possedere e usare per semplici interessi personali. Quanta violenza in queste aggressioni e quanta altrettanto immaturità psicologica ed emotiva.

Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, mentre dall’inizio di gennaio del 2016 le vittime sono state 116. Quante donne, ragazze, madri, figlie, amiche, e sorelle dovranno ancora morire, oppure essere vittime di stalking, di aggressione, di minacce, di ossessione fisiche e psicologiche?

Questa giornata vuole quindi lanciare ancora una volta un forte grido… di promuovere i valori e la cultura del rispetto e della vita e non del profitto o del piacere ad ogni costo.

Questa giornata vuole quindi lanciare ancora una volta un forte grido anche a nome di chi non ha più voce ma che vuole ricordare a istituzioni di governo e di chiesa, di famiglia e scuola, nonché ai mezzi di comunicazione di promuovere i valori e la cultura del rispetto e della vita e non del profitto o del piacere ad ogni costo. Ciascuno di noi deve assumersi le proprie responsabilità per costruire una società civile dove ogni persona deve avere il suo posto e il suo ruolo, nella vita personale, di famiglia e nella società.

La mia riflessione oggi si sofferma pure sulla triste realtà di migliaia di giovani donne straniere, immigrate e portate nei nostri Paesi, per lo sfruttamento del loro corpo per l’industria di sesso a pagamento. Sono parecchie migliaia le giovani donne, particolarmente provenienti dalla Nigeria o da vari Paesi dell’Est Europa vittime di un’altra terribile violenza subita in maggioranza sulle nostre strade. Quante storie di sofferenza, di umiliazione, di disprezzo, di solitudine, di violenza e di morte ho conosciuto e incontrato durante il mio servizio missionario in Italia. E quante uccisioni o donne sparite nel nulla, di cui nessuno ne parla perché tanto loro non contano, non esistono, non fanno scalpore sui media perché loro non hanno voce.

Purtroppo non sono solo gli schiavisti e i trafficanti con i loro ingenti guadagni, ma sono anche coloro che fomentano e sostengono con la loro richiesta il mercato dei nuovi schiavi del 2000.

Siamo coscienti che oggigiorno circa 100 mila giovani donne prevalentemente provenienti dall’Africa e dai Paesi dell’Est Europa vivono, soffrono ed anche muoiono sulle strade di un paese civile e in maggioranza di religione Cristiana?

Di fronte a questa nuova piaga di sfruttamento e violenza che sta distruggendo la vita e i sogni di tante giovani immigrate, viene spontanea una domanda e una conseguente riflessione: Ma chi sono gli sfruttatori? Purtroppo non sono solo gli schiavisti e i trafficanti con i loro ingenti guadagni, ma sono anche coloro che fomentano e sostengono con la loro richiesta il mercato dei nuovi schiavi del 2000.

Possiamo non solo essere vicino alle vittime … ma anche aiutate a recuperare la loro vita e un futuro più sereno per loro e i loro figli.

Lo scorso anno, in occasione della medesima giornata contro la violenza sulle donne, Papa Francesco in partenza per un viaggio in Africa, prima di lasciare Casa Santa Marta per recarsi in aeroporto ha voluto incontrare le ospiti e il personale di una comunità di accoglienza. Queste donne con i loro bambini avevano subito violenza domestica o sfruttamento sessuale per cui il Papa voleva esprimere la sua vicinanza, compassione e attenzione a giovani donne ferite, umiliate e vergognate, ma anche aiutate a recuperare la loro vita e un futuro più sereno per loro e i loro figli.

sr. Eugenia Bonetti MC

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Quando la sposa è bambina

I matrimoni precoci sono una violazione ai diritti umani.

La storia di Nojoud, la bambina yemenita che a 10 anni ha conquistato il tragico primato di più giovane divorziata al mondo, dopo che un tribunale le ha concesso di porre fine ad un matrimonio combinato con un aguzzino che aveva il triplo dei suoi anni, è stata raccontata in un libro autobiografico, scritto con la giornalista franco-iraniana Delphine Minoui (in Italia è edito da Piemme) e trasposta in versione cinematografica nel film La sposa bambina, proiettato nelle sale italiane lo scorso maggio.

La regista del film, Khadija Al-Salami, anch’ella yemenita e vittima di un matrimonio forzato subito in età infantile, racconta il dramma della bambina con delicatezza ed equilibrio, rendendo ragione delle motivazioni dei suoi genitori, responsabili e insieme vittime di un sistema culturalmente arretrato, con leggi e codici d’onore spietati ed inviolabili, in cui sono i più poveri ed indifesi ad avere la peggio. Così trova una spiegazione (non certo una giustificazione) la scelta del padre di Nojoud di darla in sposa per ricavarne una dote che viene usata per pagare qualche mese di affitto e, al tempo stesso, per proteggerla dal pericolo di subire la stessa sorte toccata alla sorella: questa, violentata da un giovane della tribù, era subito stata data in sposa al suo stupratore con un matrimonio riparatore e, tuttavia, era divenuta oggetto di continui pettegolezzi e critiche da parte della comunità, tanto che la famiglia era stata costretta ad abbandonare il proprio villaggio sui monti e a trasferirsi in città, dove i pochi soldi che si racimolavano con l’accattonaggio non bastavano a comprare il cibo per tutti né a pagare l’affitto di casa.

La regista del film “Sposa bambina” Khadija Al-Salami, anch’ella vittima di un matrimonio forzato subito in età infantile, racconta il dramma della bambina con delicatezza ed equilibrio.

Ciò che più risulta sconcertante nel film è che quasi nessuno – neanche la madre – riesca a vedere in Nojoud una bambina, benché lei, appena può, corra a giocare con le sue amichette e giunga alla casa del marito stringendo a sé una bambola. L’eccezione è rappresentata dal giudice, che si intenerisce rivedendo in lei qualcosa della propria figlia e dall’avvocato donna che la difende. Gli argomenti che ella adduce, cioè che gli abusi sessuali e psicologici che la bambina ha subito non hanno alcun fondamento religioso e che il fisico minuto di Nojoud e il suo comportamento infantile denunciano chiaramente che non è pronta per sostenere l’impegno di un matrimonio e di eventuali gravidanze, non hanno tuttavia la forza di persuadere i due imputati del processo – il padre e il marito di Nojoud – che si appellano al fatto di aver solo seguito le norme tradizionali della loro tribù.

UN FENOMENO DIFFUSO IN TUTTO IL MONDO

L’ONU ha posto l’abolizione dei matrimoni precoci tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030… nei Paesi in via di sviluppo 1 ragazza su 3 si sposa prima dei 18 anni, 1 su 9 prima dei 15.

Merito di questo film, sponsorizzato in Italia da Amnesty International, è di aver fatto conoscere il dramma dei matrimoni precoci (contratti cioè prima del raggiungimento del 18° anno di età), contro cui da anni si impegnano Organizzazioni intergovernative, ONG, reti internazionali e regionali e Agenzie delle Nazioni Unite (in particolare l’Unicef che nel 2001 ha pubblicato uno studio ampio e articolato sul matrimonio precoce, a cura del Centro Innocenti); l’ONU ha posto l’abolizione dei matrimoni precoci tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030.

Quello di Nojoud, infatti, non è purtroppo un caso isolato né raro: secondo i dati del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), ogni anno avvengono circa 13,5 milioni di matrimoni precoci (cioè circa 37000 al giorno); nei Paesi in via di sviluppo 1 ragazza su 3 si sposa prima dei 18 anni, 1 su 9 prima dei 15. I matrimoni precoci riguardano anche i ragazzi, ma il fenomeno è in percentuale prevalentemente femminile (82% contro il 18% maschile). È una pratica diffusa a livello mondiale, ma particolarmente frequente nell’Africa sub-sahariana, Medioriente e Asia meridionale. Si consideri che questi sono dati ufficiali e che il numero reale potrebbe essere di molto superiore, perché, data l’inadeguatezza o la totale assenza di sistemi di registrazione anagrafica, migliaia di matrimoni non vengono registrati oppure non si conosce esattamente l’età degli sposi (entrambi i casi comportano di per sé una violazione di diritti, perché un minore senza certificato di nascita o un coniuge senza un documento che attesti il matrimonio non godono di alcuna tutela).

LE CAUSE PRINCIPALI

Il matrimonio può essere visto come un modo per proteggere le bambine e garantire loro stabilità economica e protezione, sotto il controllo del marito, da approcci e violenze sessuali e da gravidanze fuori dal matrimonio.

La povertà è una delle principali cause dei matrimoni precoci: una giovane figlia può essere un pesante onere economico, mentre un matrimonio – tanto più quando lo sposo è tenuto a corrispondere un compenso al padre della sposa – può diventare un mezzo di sopravvivenza economica. In più, il matrimonio può essere visto come un modo per proteggere le bambine e garantire loro stabilità economica e protezione, sotto il controllo del marito, da approcci e violenze sessuali e da gravidanze fuori dal matrimonio. Questo vale non solo nelle comunità più ancorate a valori tradizionali ma anche in contesti di particolare instabilità: un aumento significativo di matrimoni di adolescenti si sta verificando, per esempio, nei campi profughi siriani in Libano.

La pratica del matrimonio precoce dipende, però, prevalentemente da come si concepisce il ruolo e la struttura della famiglia, nonché gli ambiti di responsabilità dei suoi membri, sia all’interno del nucleo familiare sia nella comunità. Là dove le decisioni inerenti al matrimonio di figli e figlie spettano ai capifamiglia, la scelta di combinare un matrimonio tra una bambina ed un uomo adulto può risultare normale, tanto più in quelle società dove non esiste il concetto di adolescenza ed una ragazzina entrata nella pubertà, o giunta all’età ritenuta tradizionalmente “da marito”, viene automaticamente considerata una donna.

I DANNI DI UN MATRIMONIO PRECOCE

I danni psicologici sono enormi: l’impossibilità di vivere il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza e la negazione della libertà che si accompagnano al matrimonio precoce hanno profonde conseguenze a livello di sviluppo personale.

Gli effetti negativi dei matrimoni precoci sono molti, in primo luogo per ciò che riguarda la salute: ai traumi legati ai rapporti sessuali forzati si aggiungono le gravidanze troppo precoci, quando il corpo non ha ancora raggiunto la piena maturità, che costituiscono un grave rischio per la sopravvivenza e la salute della madre e del bambino, durante la gravidanza ed il parto; inoltre, i neonati figli di madri adolescenti hanno statisticamente maggiore probabilità di scarsità di peso alla nascita, in genere collegata alla sottoalimentazione della madre, e minori possibilità di sopravvivenza nel primo anno di vita, perché una madre troppo giovane è immatura e impreparata a prendersi adeguatamente cura del figlio.

I danni psicologici sono enormi: l’impossibilità di vivere il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza e la negazione della libertà che si accompagnano al matrimonio precoce hanno profonde conseguenze a livello di sviluppo personale. Per le ragazze, in modo particolare, il matrimonio coincide con la perdita della possibilità di frequentare la scuola e con l’inizio di una vita di sottomissione nella famiglia del marito, in cui i tentativi di ribellione e di fuga sono puniti secondo le regole “d’onore” della comunità. Nel caso, poi, di abbandono o ripudio da parte del marito o di vedovanza, la mancanza d’istruzione rende difficile per le giovani trovare un lavoro per mantenersi e le espone al rischio di divenire vittime di sfruttamento e di commercio sessuale.

Il matrimonio precoce perpetua così un ciclo di povertà e di arretratezza che si ripercuote non solo sulle spose e sui loro bambini, ma sull’intera comunità di appartenenza.

STRATEGIE CONTRO I MATRIMONI PRECOCI

Un matrimonio contratto per costrizione, o in un’età in cui non si è in grado di esprimere un consenso consapevole o in cui non vi è parità tra i coniugi, costituisce una violazione dei diritti umani, dei diritti dell’infanzia e una forma di discriminazione contro le donne, e va contro una lunga serie di Dichiarazioni, Patti e Convenzioni, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La sensibilizzazione dell’opinione pubblica su questi diritti e il coinvolgimento dei responsabili nazionali ed internazionali per conformare ad essi le politiche e i programmi di governo è stata la prima strada intrapresa contro i matrimoni precoci. Ma spesso, in molti Paesi, gli interventi di tipo legislativo e giuridico a livello nazionale – compresa la revisione delle leggi civili sul matrimonio – non incidono sulle consuetudini delle comunità, che si attengono a tradizioni profondamente radicate nella cultura locale, per cui il matrimonio precoce può essere ufficialmente proibito, ma, in pratica, tollerato o addirittura approvato.

La carta vincente per incentivare a posticipare i matrimoni, anche in comunità molto tradizionaliste, si è rivelata quella dell’istruzione: i risultati più confortanti si sono ottenuti là dove si sono adottate strategie per incrementare la scolarizzazione delle bambine, per esempio attraverso gli incentivi economici alle famiglie, il coinvolgimento diretto delle comunità nella gestione delle scuole e la promozione di corsi informali per chi non ha accesso ai percorsi scolastici regolari.

La carta vincente per incentivare a posticipare i matrimoni, anche in comunità molto tradizionaliste, si è rivelata quella dell’istruzione: i risultati più confortanti si sono ottenuti là dove si sono adottate strategie per incrementare la scolarizzazione delle bambine

Non a caso La sposa bambina termina con alcune scene di Nojoud a scuola, restituita, sia pure con i segni indelebili della violenza subita, ai giochi e agli impegni che ogni bambina della sua età dovrebbe poter vivere: l’immagine di Nojoud circondata dal gioioso girotondo delle sue compagne non è solo il simbolo della conclusione felice della sua storia, ma anche un messaggio di speranza e un auspicio per tutte le bambine e i bambini del mondo.

Paola La Malfa

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti

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Va’ nella terra che io ti indicherò…

 

La gioia di poter essere missionaria in Gibuti

Sono arrivata a Djibouti nel 2012, piena di zelo missionario e desiderosa di mettere in pratica tutto ciò che avevo imparato nei sei anni di preparazione alla missione. Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovata in un Paese quasi completamente musulmano; così le parole che Dio ha rivolto ad Abramo sono diventate mie: “Lascia la tua terra, la tua tribù, la famiglia di tuo padre e va’ nella terra che io ti indicherò” (Gn 12,1).

Ricordo che, all’arrivo, scendendo dall’aereo, ho sentito un calore intollerabile, un sole cocente mi colpiva in faccia e mi sembrava di essere proprio in un forno! Questo non era certo simile ad una carezza! Ho respirato quell’aria calda, come una bambina al primo contatto con il mondo esterno, appena uscita dal grembo della sua mamma. Mi sono subito chiesta se ce l’avrei fatta con quel caldo! Però sapevo che quando Dio chiama non dimentica di dare anche una grazia speciale per superare le sfide.

Così da quel momento mi ha donato un cestino colmo di grazie che non si è mai esaurito. L’esperienza missionaria vissuta a Djibouti mi fa affermare con certezza che anche i cactus producono fiori nel deserto. Dico questo perché, all’inizio, ho trovato molte cose diverse rispetto al mio Paese di origine, il Kenya.

Lavoro come infermiera nell’ospedale di Ali Sabieh e per me questa è una grande opportunità che il Signore mi ha donato. Ogni giorno è unico ed è l’occasione per rinnovare il mio sì all’amore che mi si rivela attraverso ogni persona e ogni avvenimento. La giornata inizia con la chiamata dei nostri fratelli musulmani per la preghiera, questo mi invita a cominciare anch’io con la preghiera personale, per caricare la batteria del mio cuore. Cinque volte al giorno mi fanno ricordare che Dio è il più grande, con la loro espressione Allah akbar, come un invito costante alla preghiera.

Normalmente comincio il mio lavoro alle sette e mezzo del mattino, stimolata dal pensiero delle donne che anche quel giorno percorreranno lunghe distanze a piedi, con i loro figli, per poter usufruire dell’assistenza medica del nostro ospedale. La presenza di pazienti e di bambini che mi aspettano è il nuovo messaggio dell’amore di Dio per me e per il suo popolo.

La prima cosa che faccio è un piccolo giro nelle camere per salutare i pazienti, ascoltarli e scambiare un semplice sorriso che dà speranza e fa sperimentare loro che sono accolti e amati. Madre Teresa di Calcutta ci insegna che “Ogni volta che si offre un sorriso ad una persona è un atto d’amore, un dono a quella persona”. Oltre all’aspetto medico-sanitario, dedico particolare cura all’ascolto di coloro che vogliono condividere con me i loro problemi e le loro angosce, di qualsiasi genere siano. Mi sento come una madre che si prende cura dei propri bimbi, non importa l’età, la fede o le loro origini… Sono consapevole che il Signore mi ha messo lì per loro. Questo mi rende felice e diventa il mio modo di annunciare loro Gesù Cristo.

Mi piace medicare le ferite dei pazienti ricoverati, lavoro che a molti infermieri non piace fare. In questo modo ho creato un rapporto profondo di fiducia con i malati, fino al punto che mi hanno dato un nuovo nome: alcuni mi chiamano “Khadija”, come la prima moglie del profeta Maometto, altri mi chiamano Madre Teresa. Per me il nome non è importante, quello che conta invece è l’Amore di Dio che posso offrire loro attraverso la cura, l’ascolto e la consolazione. Ho capito che la mia missione in questa terra ha il grande valore di una testimonianza. È ciò che siamo chiamate a vivere come Missionarie della Consolata in questa terra musulmana: assicurare la presenza viva del Vangelo non solo attraverso le diverse attività realizzate nella gioia, nel rispetto e nell’amore, ma anche mediante il nostro atteggiamento di ascolto umile, di dialogo e accoglienza verso tutti. I miei colleghi mi chiedono: “Grace, perché sei così premurosa con tutti anche se questo non è il tuo Paese e questa non è la tua gente?” La mia risposta è: “Perché desidero condividere con loro l’amore e la consolazione che Dio mi ha donato”.

Ogni momento per me è un’occasione per imparare tantissime cose da questo popolo. Però per amarlo veramente bisogna conoscere il suo ambiente, rispettare la sua fede, le sue convinzioni e la sua cultura. Solo così è possibile preparare il terreno fecondo per un dialogo vero e costruttivo, intessuto di speranza, condividendo sofferenze e lotte per costruire un futuro migliore.

La mia missione qui ed ora è per me un invito alla riconoscenza e alla gratitudine, è credere che l’amore di Dio ci spinge a scoprirlo oltre i confini della nostra fede cristiana. La croce di Gesù è ciò che mi purifica, mi sostiene e mi invita a porre la mia fiducia in Lui e nella Sua opera di salvezza.

suor Grace Mugambi, MC

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Interculturalità presso il lago Titicaca

il gruppo MC con la comunità aymara di Ispaya Tocoli

Un incontro per incontrarsi, come suore che viviamo la missione nel Continente America, e per incontrare la sapienza dei popoli originari.

Un gruppo di noi, missionarie della Consolata provenienti dall’Argentina, dalla Cololmbia, dal Brasile, dagli Stati Uniti e dal Mozambico, fummo invitate a partecipare ad una esperienza interculturale indimenticabile sulle rive del grandioso lago Titicaca in Bolivia. Convocate da suor Gabriella Bono e accompagnate da suor Carmelita Semeraro, alla fine di settembre ci trovammo insieme nei locali dell’ISEAT (Istituto Superiore Ecumenico Andino) che si trova a La Paz. La salita per raggiungere queste altitudini (quattromila metri) è empre causa di malesseri ai visitatori, perciò, noi, ‘padrone di casa’, con più esperienza, ci provvedemmo del necessario al fine di evitarli per quanto possibile. Felicemente  tutti furono promossi per vivere su quelle altitudini!

Il giorno 28 settembre iniziammo il nostro pellegrinaggio al santuario di Nostra Signora di Copacabana, Patrona della Bolivia. Il signor Calixto ci guidò attraverso i luoghi sacri in cui, come in ogni città e villaggio, si intrecciano leggende e miti delle origini incaiche con la storia dell’epoca coloniale riflessa nelle case e chiese di quel tempo. Su questo altopiano gigantesco e arido dove l’esistenza dell’uomo è difficile, vive parte della popolazione aymara a cui appartiene il signor Calixto, gente intelligente e combattiva, forte come il vento dello stesso altopiano.

 

Diacono e Yatiri
Il signor Calixto è un diacono permanente della chiesa cattolica, ministero che esercita assieme al ruolo di guida spirituale aymara,”Yatiri”, secondo i riti ancestrali.

Ci racconta lui stesso che “la chiamata” ad essere yatiri, fu riconosciuta quando le  sue gambe affette da infezioni guarirono senza intervento alcuno di persona nè di medicina”. L’elezione del Yatiri è caratterizzata da una forza sovrumana, considerata un segno di elezione. Da allora, il signor Calixto si pose al servizio della sua comunità per “restaurare” attraverso i riti, quanto in essa viene spezzato: guarisce gli ammalati, riconcilia gli sposi e le famiglie, chiede alla “Pachamama”, la madre terra, il permesso per seminare, le chiede perdono per gli abusi che si commettono contro di essa, ristabilisce l’ordine tra la natura e l’uomo. I risultati dipendono dalla fede della persona bisognosa.

 Ispaya Tocoli

Dopo aver conosciuto la famosa Isola del Sole, nel lago Titicaca, ci dirigemmo a Ispaya Tocoli, un piccolo villaggio situato sulle rive del lago. Qui era ad attenderci “Zia Encarna”, sposa di Calixto, con una appetitosa minestra preparata per la cena.

Il Centro ecumenico, chiamato “Nido di Pace” situato ai margini del lago, comprende due costruzioni con tre stanze, una cucina e un bagno. Ideato dal signor Calixto per essere un luogo di incontri interculturali, è appena all’inizio della sua costruzione. Tutto è molto semplice e senza mobili. Ci accomodammo prendendo posto nelle stanze con le nostre borse con il necessario per dormire.

Estasiate di fronte alla stupenda natura che ci circondava cominciammo l’avventura per addentrarci nella cultura aymara.

Il signor Calixto ci spiega che nella concezione andina è di vitale importanza rimanere in dialogo permanente con la terra, la Pachamama, perché essa è sacra, è vita che genera vita e non un semplice oggetto. Lo stesso avviene con le creature vegetali e animali del creato. “Non sono oggetti, – egli afferma – ma soggetti con i quali parliamo e ci relazioniamo. Ciò c’impone il dovere di rispettare tutti e non sfruttare oltremisura la terra”.

La spiritualità aymara si propone di “restaurare” la convivenza cosmica, al di là della richiesta  di beni materiali.

 

Incontro con la comunità di Ispaya Tocoli

danzando con la comunità

Fin dal primo giorno del nostro arrivo, il signor Calixto ci propose un incontro con la comunità di Ispaya Tocoli per entrare in contatto diretto con la popolazione e i suoi usi e costumi.

Nel cortile della scuola ci attendevano le autorità, uomini vestiti con il tipico ‘poncho’ e le donne con gli ‘aguayos’, preparati anche per noi, adornati con fiori naturali e rami di alberi del luogo. Dopo il saluto personale ad ognuno dei presenti, le donne incaricate ci posero gli aguayo sulle spalle e ci invitarono a ballare al suono dei tipici strumenti del luogo suonati dai musicisti. Siccome era il tempo della semina, i membri della comunità presenti erano alquanto ridotti.

Stesi gli aguayos sull’erba, collocarono i piatti preparati per gli invitati: chuño (patate disidratate), pesci del lago e ‘mote’ (grani di mais bolliti). Il cibo, benché molto semplice, era un modo di dire “Benvenuti!” agli invitati. Condividemmo in questo modo una mattinata diversa dal solito, durante la quale  sperimentammo con commozione l’umile accoglienza di questi nostri fratelli di Ispaya.

Ad Ancoraimes, capitale del municipio, partecipammo alla Messa domenicale in una chiesa di stile coloniale; qui la comunità con i suoi canti e le letture in lingua aymara ci ricordava il luogo santo in

cui ci trovavamo.

 Incontro con Padre Frizzi

Due giorni prima di terminare il nostro incontro, Padre Giuseppe Frizzi, IMC, missionario in Mozambico, che ha condiviso con noi l’esperienza, ci ha donato la sua testimonianza del miracolo di suor Irene, avvenuto a Nipepe durante la guerra in Mozambico: la moltiplicazione dell’acqua e la protezione accordata ai catechisti sfuggiti alla guerriglia e ritornati illlesi.

Ci diceva Padre Frizzi: “Leggevo ‘Gli scarponi della gloria’ (la biografia di suor Irene Stefani) e, a mano a mano che procedevo nella lettura, intuivo che la sua metodologia era comprensibile, fattibile e imitabile”.

La traduzione in kikuyu che suor Irene faceva del Vangelo della Messa domenicale, lo incoraggiò alla traduzione dei testi liturgici in macùa.

“Probabilmente Irene ci invita ad attualizzare per l’oggi” il  documento ‘Muranga 2’, affermava Padre Frizzi ricordando la Conferenza di Muranga che, all’inizio della nostra storia missionaria in Kenya, definì il nostro metodo di missione assunto dai primi missionari/e e da suor Irene e da essi attuato in modo eroico.

Una sfida per la nostra famiglia consolatina …  ne abbiamo il coraggio?

 

Rito della makeya

Sul monte “dove riposa il sole” e dove anticamente gli Incas avevano eretto un altare per Inti, (il Dio Sole), celebrammo la ‘Makeya’, una un rito agli antenati secondo la spiritualità macua xirima.

Da quella cima rocciosa potevamo osservare l’immensità del lago azzurro e un villaggio vicino a Tocoli. In quel luogo stupendo abbiamo così ringraziato Dio per tutto quello che abbiamo ricevuto nel corso dei giorni vissuti a contatto con la sua bellezza rispecchiata nella creazione e per la gioia della fraternità come famiglia consolatina aperta ad altre culture.

Suor Marisa Soy, MC

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Viaggi dentro

La missione raccontata attraverso fotografie. E non solo.

Un racconto degli incontri più significativi fatti negli ultimi anni di viaggi missionari. Sono volti, storie, vite sempre intrecciate a quella dell’autore. Una mostra fotografica offre spunti di riflessione e nuovi punti di vista

Da diversi anni ormai gli spostamenti avvengono soprattutto in aereo: è più pratico, più “chic”,  più veloce e sappiamo bene che nella società odierna  il tempo è tiranno, è prezioso, è denaro.

Anch’io mi ritrovo spesso a utilizzare questo mezzo di trasporto non solo per recarmi all’estero, ma anche su territorio nazionale, sembra essere più comodo, a volte anche più conveniente.

Se ti sposti in treno, però, la dimensione del viaggio acquista una connotazione diversa, quasi più umana,  nella quale il vissuto e la natura del passeggero si esprime meglio, appieno.

Sono salita su un FrecciaBianca di Trenitalia, puntualissimo, in poco più di sei ore mi porterà dall’altra parte dell’Italia, non appena mi sono seduta, ho poggiato la testa al finestrino, ho guardato fuori e non ho potuto non cantare sottovoce “…e sui binari quanta vita che è passata e quanta che ne passerà”, è questa la cosa che mi affascina da sempre quando viaggio: l’idea e la consapevolezza che un numero infinito di vite siano transitate e tante ancora lo faranno, con gioia, ma anche mosse da disperazione; il treno: via di fuga oppure di ricerca,  tragitto per raggiungere un sogno, una meta, una persona cara, e anche mezzo utilizzato  per “assecondare” il puro piacere di conoscere. Il viaggio è così, serba in sé una miriade di emozioni, si parte, con la valigia o senza, per  motivazioni diverse, le più disparate, tutte valide, tutte fondamentali, tutte aiutano a crescere e a conoscersi meglio. Mentre continuo a guardare fuori dal finestrino un paesaggio reso indistinto dall’alta velocità, un messaggio sul mio smartphone mi invita a una mostra fotografica, organizzata dai Missionari della Consolata, dal 3 al 6 novembre, nel Salone della Parrocchia di Cristo Re a Martina Franca, l’autore Alessandro  Zappalà, ha dato un titolo a quest’evento che sembra un prosieguo dei miei pensieri, un percorso parallelo, un binario accanto al mio: VIAGGI DENTRO.

Alessandro Zappalà è responsabile nazionale dell’animazione giovanile di Missio, è stato in missione in Tanzania e ha visitato ben trenta Paesi del mondo,  qui il suo obiettivo ha inquadrato volti e vite e le ha impresse prima nel cuore e poi su carta fotografica.

“Cosa  ho fatto un anno in Tanzania? Niente! Mi sono lasciato lavorare dalla comunità! Sono partito pensando di salvare l’Africa, e con una grande voglia di fare per gli altri. Sapete alla fine che cosa ho fatto? Niente, sono rimasto in silenzio, un silenzio che non è però il vuoto, ma lo spazio in cui si permette a Dio di parlare. Ho così compreso che, se tante  volte non possiamo fare nulla per i fratelli, possiamo invece essere qualcuno per loro, imparando a guardare il mondo con i loro occhi.

Viaggi Dentro è un racconto degli incontri più significativi fatti negli ultimi anni di viaggi missionari. Sono volti, storie, vite sempre intrecciate alla mia”.

“Alex Missio”, come lo chiamano solitamente, è giovane e vicino ai giovani, per questo alla mostra è abbinato un concorso, affinché tutti possano  riflettere sull’opportunità del viaggio come mezzo che “aiuta non solo ad attraversare i confini geografici, ma anche quelli dell’anima, che fa esplorare nuovi paesaggi, ma anche conoscere nuovi lati di se stessi. Il viaggio libera da pregiudizi, costringe ad aver fiducia  di persone sconosciute, aiuta ad accorgersi che le differenze, poi, non sono così diverse.

La sua passione per la fotografia e per la missione hanno dato vita ad immagini che emozionano, sollecitano, provocano e cambiano dentro.

Si tratta di un percorso visivo che  inevitabilmente diventa introspettivo”.

Tutte le foto della mostra e le esperienze vissute sono state raccolte in un libro che porta lo stesso titolo dell’evento, uno sfogliare che è un proseguire il viaggio, ma anche un tornare negli stessi luoghi già visitati, perché la vita di ciascuno in realtà è frutto non solo di nuove esperienze, ma di corsi e ricorsi storici, vissuti prima che fuori… dentro di sé.

 

Rosa Maria Messia

dal sito: http://www.extramagazine.eu/it/blog/3-attualita/6631–dio-parla-nel-silenzio.html

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La misericordia nell’Islam

Don Augusto Negri, direttore del Centro studi Peirone, di Torino, ci offre una esposizione molto interessante del tema della misericordia di Dio nell’islam. I numeri tra parentesi si riferiscono alla sura e ai versetti del Corano.

La misericordia è un tema comune delle due religioni, cristianesimo e islam, una parola “ponte” come si dice.

Il Corano, la fonte principale della dottrina e dell’etica islamiche, abbonda di citazioni della rahma, parola che traduciamo spesso con “misericordia”. Ad esempio, 113 delle 114 sure coraniche iniziano con la basmala (l’invocazione bismi-llā al-Rahmān al-rahīm, tradotta in diversi modi nelle edizioni italiane: “Nel nome di Dio il Clemente, il Compassionevole” oppure “il Compassionevole, il Misericordioso”, evidenziando la difficoltà di esprimere fedelmente la semantica della rahma). Il musulmano devoto recita la basmala 5 volte nelle preghiere rituali giornaliere e in molte altre occasioni. Rahma deriva dalla radice araba RHM, la stessa nella lingua ebraica, e nell’Antico Testamento la parola rahamīm significa le viscere materne di Dio, pieno di misericordia, tenerezza e compassione.

Dio è Rahmān per i benefici che dispensa all’uomo: è il Provvidente. Tali benefici si manifestano nella creazione (vedi l’intera sura 55) e nell’invio di profeti ai popoli, alcuni recanti una Scrittura.

Che significano Rahmān e rahīm? Al-Rahmān nel Corano è riferito soltanto a Dio, in un certo periodo della predicazione coranica, accanto al nome Allāh: “Invocatelo con il nome di Dio (Allāh), oppure invocatelo con il nome di Clemente (al-Rahmān)” (17, 110). Dio è Rahmān per i benefici che dispensa all’uomo: è il Provvidente. Tali benefici si manifestano nella creazione (vedi l’intera sura 55) e nell’invio di profeti ai popoli, alcuni recanti una Scrittura. Di Muhammad il Corano afferma “Noi ti abbiano inviato solo come misericordia per i mondi” (2, 107), come anche del “profeta” Gesù (19, 21-22).

Ma il Clemente non investe totalmente il campo semantico del Misericordioso cristiano, il Padre, l’Amore. Ad esempio nell’islam la misericordia divina non previene la conversione del peccatore, Allāh ama piuttosto quelli che adempiono la legge. In Lui coesistono misericordia e ira: “In quel giorno il regno vero sarà del Clemente (Rahmān), un giorno terribile per chi non crede”. E nei confronti della “gente del Libro”, i giudei e i cristiani, si dice: “Voi che credete non prendete come alleati gli ebrei e i cristiani […] quelli che dicono: ‘Dio è il terzo di tre’” (5, 51.72).

La misericordia di Dio, in senso islamico, si comprende alla luce della teologia coranica, per la quale amore e tenerezza sono attitudini creaturali di debolezza che non si addicono alla divinità, impassibile, onnipotente e trascendente e che, predicate di Dio, Lo renderebbero vulnerabile come la creatura. Pertanto il termine rahma esprime piuttosto l’idea di dono, di atto gratuito di bontà e benevolenza di Dio, Creatore generoso e Sovrano assoluto, a favore dell’uomo e del creato.

La misericordia di Dio, in senso islamico, si comprende alla luce della teologia coranica, per la quale amore e tenerezza sono attitudini creaturali di debolezza che non si addicono alla divinità, impassibile, onnipotente e trascendente e che, predicate di Dio, Lo renderebbero vulnerabile come la creatura.

Rahīm è un aggettivo che qualifica l’agire sia di Dio sia degli uomini. L’azione di Dio è selettiva, abbraccia i veri credenti, i musulmani, “quelli che hanno creduto e agito bene (19, 96), “chi ha timore di Lui” (3, 76), “coloro che confidano in Lui” (3, 159). Per loro è il perdono e il paradiso: “Dio ha promesso perdono ed enorme ricompensa a quelli che credono e compiono azioni pure, mentre quelli che non credono e accusano di menzogna i Nostri segni sono i compagni della Geenna” (5, 9-10). Il Suo agire resta libero e arbitrario: “Egli perdona chi vuole e punisce chi vuole” (3, 129).

Dio non perdona mai l’“associazionismo” (associare a Dio altre divinità, non solo gli idolatri ma anche i cristiani che adorano la Trinità, compresa come tre-divinità), e nemmeno perdona l’apostasia dall’islam: “Quanto a quelli che avranno abbandonato la loro fede… tutte le loro azioni in questo mondo e nell’aldilà saranno vanificate, ecco quelli del fuoco, dove resteranno in eterno” (2, 217).

Il Clemente, il Misericordioso coranico non è il buon Pastore del Vangelo, che va in cerca del peccatore, il Corano non distingue fra “peccato” e “peccatore”. Manca, inoltre, nell’islam, la dottrina del purgatorio, cioè di un tempo suppletivo di purificazione.

Rahīm, dicevamo, connota anche l’azione misericordiosa dell’uomo, più volte sollecitata nel Corano ed espressa in modo esemplare ed esauriente in un hadīth qudsī (cioè un “detto del Profeta” che trasmette le parole di Dio stesso).

Il Dio coranico non si “mescola” con la creatura, poiché l’islam respinge la dottrina dell’incarnazione divina, e in quanto l’hadīth non ha un significato universale.

Da Abū Hurayra (Allāh sia soddisfatto di lui) che disse: “L’Inviato di Allāh (la Grazia e la Pace divine siano su di lui) ha detto: “Allāh il Giorno della Resurrezione dirà: ‘O figlio di Adamo, ero ammalato e non Mi hai visitato’; l’uomo dirà: ‘O Signore, e come avrei potuto visitarTi quando Tu sei il Signore delle creature?’ Egli dirà: ‘Non sapevi che il tale Mio servo era ammalato e non l’hai visitato? Non sapevi che se tu l’avessi visitato Mi avresti trovato presso di lui? O figlio di Adamo: ti ho chiesto da mangiare e non Mi hai dato da mangiare’; l’uomo dirà: ‘O Signore, e come avrei potuto darTi da mangiare quando Tu sei il Signore delle creature?’ Egli dirà: ‘Non sapevi che il tale Mio servo ti ha chiesto da mangiare, e non gli hai dato da mangiare? Non sapevi che se tu gli avessi dato da mangiare avresti trovato che ciò era per Me?’”.

Mentre è evidente la contaminazione evangelica del hadīth, risaltano al contempo le differenze laddove il Dio coranico non si “mescola” con la creatura, poiché l’islam respinge la dottrina dell’incarnazione divina, e in quanto l’hadīth non ha un significato universale. Infatti, beneficiari dell’azione misericordiosa del musulmano non sono il “prossimo”, ma i “vicini”, cioè i parenti o gli appartenenti alla propria comunità di fede. Sappiamo però che lo Spirito soffia ovunque e che i cristiani, testimoniando la misericordia, seminano misericordia. Come non ricordare allora quei musulmani che hanno perso la vita contrapponendosi alle violenze dei mujaheddìn dell’Isis, per salvare amici e vicini cristiani?

don Augusto Negri

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti, Luglio – Agosto

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Bolivia: perché si?

Un’estate diversa, alla scoperta di un mondo diverso

Questa mattina ho aperto gli occhi accompagnata dal ticchettio regolare delle gocce di pioggia sul vetro della mia finestra. “Ci mancava solo la pioggia” è la prima frase che sento dire da chi accoglie il mio buongiorno rispondendo con una lamentela. Un tempo avrei pensato anche io la stessa cosa.

Oggi, invece, mi alzo con allegria. La Bolivia mi ha insegnato anche questo: confidare nel nuovo giorno che nasce e gioire quando il cielo ci regala acqua. Ci sono luoghi della terra che soffrono per mancanza di risorse primarie e forse è anche un po’ colpa nostra, di questa porzione di mondo che con leggerezza spreca e spesso toglie  vita a chi sta dall’altra parte, e non ha abbastanza voce per farsi ascoltare.

È passato ormai quasi un mese dal mio ultimo giorno nella missione di Vilacaya: anche la mattina che sono partita per tornare in Italia il cielo era tenebroso ed è scesa qualche goccia. E’ stata una sorta di benedizione, una preghiera di fiducia in un ritorno.

Il mio viaggio aveva origine da un desiderio scavato nel profondo, un tarlo che tormenta, un battito di tamburo che scandisce il tempo. La necessità di esplorare una parte di mondo che non mi apparteneva, che mi avrebbe messa alla prova e fatto scoprire altri valori, non mi hanno mai abbandonata in questi anni. Non so definire esattamente cosa mi abbia fatto dire “Bolivia”: ci sono luoghi che chiamano, e percepisci a pelle una certa compatibilità. Un po’ come con le persone. Poi mi affascinavano i colori, i suoni, la cultura Quechua e la storia millenaria. Così il 28 luglio ho lasciato il mio orizzonte incorniciato dal Monviso e mi sono ritrovata a Vilacaya: 4000 metri di altitudine e terra arida, un cielo azzurro intenso che ti si appiccica agli occhi, e distanze troppo vaste da attraversare per le sole gambe di un uomo.

Il corso missionario che ho frequentato in preparazione al viaggio porta il titolo “giovani in missione: perché no?” Oggi, alla luce dei due mesi condivisi a Vilacaya con tre sorelle straordinarie, posso dire di aver trovato i miei “perché sì”.

perché sentirsi stranieri insegna umiltà, accettazione dei propri limiti, apertura a rimettere in discussione quelle che si consideravano “certezze”.

perché relativizza le abitudini e rimescola le priorità.

perché incontrare e conoscere l’Altro in situazioni di pace aiuta a creare ponti e abbatte i muri e le paure del “diverso”, arricchisce di umanità.

perché vivere in povertà significa realizzare prima di avere troppo e poi di avere abbastanza, imparare a condividere il poco che si ha con chi non ha niente, tornare all’essenziale.

perché riappropriarsi di spazio e tempo è un’azione che mette ordine alla propria vita, impone scelte, ti mette a nudo.

perché  si impara ad essere liberi: dall’ignoranza di chi giudica per “sentito dire” e crea leggende inesistenti, dai vizi della ripetizione passiva che rende schiavi.

perché la rabbia che da impotenza dice quanto siamo fragili e infinitamente umani, e insegna non a salvare ma a camminare insieme, l’uno accanto all’altro.

perché si scopre che il fallimento può essere un’occasione per ripartire, che si può amare o odiare solo attraverso gli occhi, che il silenzio può avere un suono, che gioia e disperazione non sono incompatibili, che la creatività vince la monotonia.

perché il viaggio non finisce sull’aereo di ritorno ma entra nella vita di ogni giorno e la trasforma, come sta succedendo a me. Ed è una sensazione strana e bellissima: tenere per mano due terre così lontane e diverse e farle avvicinare, accorciarne la distanza.

 

Giulia Maccagno

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La Casa di mio Padre è casa di preghiera

Gv 2, 13-25

1. Il Contesto

  • Il discorso è inserito tra il racconto del segno di Cana (Gv.2,1-12), e il dialogo di Gesù con Nicodemo (Gv. 3). Dagli elementi del discorso si comprende che quest’ubicazione è voluta dall’autore di Gv. ma dovrebbe trovarsi verso la fine del Vangelo, come nei sinottici.
  • La tematica è, chiaramente, orientata a dire chi è Gesù e a indicare il suo cammino verso il calvario. Infatti Giovanni fin dall’inizio presenta il mistero: in principio era il Verbo, il Verbo era Dio e il Verbo si è fatto carne e venne in mezzo a noi e noi non lo abbiamo ricevuto.

In questa lectio cercheremo di approssimarci a Gesù e al suo mistero, di toccare con le nostre mani la sua realtà, di sentire la sua voce di cogliere la sua provocazione perché il Discepolo deve essere un altro Gesù.

 Il testo si suddivide in tre sezioni:

a. La cacciata dal tempio/ purificazione (Gv.2,12-17)

b. La domanda dei Farisei e la risposta di Gesù (Gv. 12,18-25).

c. I vv.23-25 che sono un campanello d’allarme per i lettori di tutti i tempi e perciò è rivolto anche a noi.

Gesù si dichiara pubblicamente Figlio di Dio.

2. La cacciata dal Tempio

Dopo la descrizione, molto movimentata e tragica del fatto, al v. 16 abbiamo, per la prima volta, l’autorivelazione di Gesù. Gesù si dichiara pubblicamente Figlio di Dio. In Marco, il mistero rimane nascosto, Gesù proibisce ai demoni, alle persone guarite e agli stessi apostoli di dire chi è, e questo fino alla croce, sarà un pagano, il Centurione romano a riconoscere Gesù come Figlio di Dio.

Qui, invece è Gesù stesso che afferma che Dio è suo Padre: “La casa di mio Padre è casa di preghiera!” Vediamo cosa significa quest’affermazione e che spessore teologico comporta questa dichiarazione.

Il tempio per l’israelita era tutto…

Gli Ebrei conoscevano perfettamente il significato del tempio. Tutto l’AT era pervaso dall’anelito verso Sion, in ogni epoca della sua storia si percepisce questa nostalgia ma, specialmente, durante l’esilio di Babilonia. Leggiamo il salmo 137,… stupendo!

[…] sui fiumi di Babilonia la sedevamo piangendo al ricordo di Sion… ai salici di quella terra appendevamo le nostre cetre… . La ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia i nostri oppressori, cantateci un canto di Sion… . Come cantare i canti del Signore in terra straniera… !

Era luogo di culto e di preghiera: Anna, mamma di Samuele, prega alla presenza del Sacerdote Eli, nel tempio, per ottenere la fine della sterilità (1Sam. 1-2). Nella presentazione di Gesù al tempio, Simeone e Anna la profetessa, servono al tempio con digiuni e preghiera (Lc 2,21-40).

Abusi: Però la classe religiosa del tempo (Caifa e Anna) ne avevano fatto un mezzo per ricchi guadagni, basti pensare a tutto il commercio creato attorno ai cambiavalute, le monete di Roma con l’effige del Cesare non potevano entrare nel tempio perché effige di un pagano, perciò si esigeva una cambio monetario.

In questo contesto Gesù attua come profeta e purifica il Tempio dagli abusi. Per questo Giovanni ricorda e applica a Lui il Sal. 69,10: “mi divorerà lo zelo della tua casa”. Gesù va contro una religione esteriore, fatta di cose o gesti, di pratiche esterne, peggio se di guadagni.

…l’incontro con il Padre, ossia la preghiera, si realizza nel suo corpo, nella sua umanità di Figlio di Dio, nel suo corpo crocifisso – risorto, in quel corpo che si è immolato per noi.

3. La domanda dei Farisei

La domanda dei Farisei ci da la possibilità d’introdurci nel cuore del messaggio: Che segno ci mostri per fare queste cose: “distruggete questo tempio e io lo risusciterò in 3 giorni”, qui Gesù dice “Io lo risusciterò” l’indicazione dell’identità di Gesù è chiara, Gesù è il Figlio di Dio! Giovanni afferma: “diceva questo riferendosi al suo corpo”. Perciò il corpo di Gesù è il tempio!

In greco ci sono due modi per esprimere il concetto di tempio: Ieros e Naon. “Ieros” si riferisce al perimetro del tempio. Il “Naon” invece è il cuore del tempio, è il luogo più interno dove vi trovava la presenza di Dio; il santo dei santi dove entravano solamente i Sacerdoti per offrire l’incenso. L’altare dei sacrifici, i portici erano fuori…

Gesù quando dice: distruggete questo tempio non dice “Ieros” ma “Naon”. Gesù dicendo che il suo corpo è il “Naon” afferma che Lui è il Santo dei Santi, il cuore del tempio; dicendo che questo “Naon” è la casa di suo Padre, che è casa di preghiera, afferma che l’incontro con il Padre, ossia la preghiera, si realizza nel suo corpo, nella sua umanità di Figlio di Dio, nel suo corpo crocifisso – risorto, in quel corpo che si è immolato per noi.

E che questo sia così lo vediamo anche nel dialogo con la Samaritana Gv.4,21 “credimi donna i veri adoratori adoreranno il Padre, non più su questo o su quel monte, ma in Spirito e verità, perché questa è l’ora… L’ora, per Giovanni, è quella della croce, quindi, è sulla croce, è il Crocifisso il luogo dell’incontro con il Padre; è nella morte di Gesù che si compie la comunione indissolubile tra l’umanità e Dio; è in Gesù Crocifisso, che noi abbiamo l’accesso all’amore del Padre; è la croce il luogo della preghiera e dell’incontro, perché è sulla croce che si da l’abbraccio del perdono.

La preghiera, per essere tale, deve avere lo spessore del dono totale, come quello di Gesù; deve avere la dimensione della figliolanza, non esiste altra preghiera.

Nel dono del Figlio-crocifisso Dio stabilì la liberazione dell’uomo. È lì che ci viene donato lo Spirito e la Verità di Gesù. Quando Giovanni dice: “diede lo Spirito”, (Gv19,30 non dice spirò, ma diede lo Spirito.) Il dono che Gesù fa di sé è un atto di libertà, un atto d’amore incalcolabile, è la risposta del Figlio all’amore del Padre. É sulla croce, quindi, che noi veniamo inseriti nella preghiera di Gesù. É nello Spirito donato, che possiamo gridare con Lui: Abba!

Si capisce che la preghiera, non può essere fatta di formule, ma ha una dimensione fortemente esistenziale, una dimensione di offerta, di dono di sé. La preghiera, per essere tale, deve avere lo spessore del dono totale, come quello di Gesù; deve avere la dimensione della figliolanza, non esiste altra preghiera.

Quando i discepoli hanno chiesto a Gesù di insegnar loro a pregare, Gesù ha risposto: dite la preghiera dei Figli, ossia Padre nostro…. Per questo Paolo ha predicato con tutte le forze lo scandalo della croce, perché lì è il luogo della figliolanza, noi siamo figli in questo Figlio morto e risorto, o meglio crocifisso-risorto e il nostro essere discepoli si inserisce unicamente lì, la nostra preghiera stessa si inserisce soltanto lì. È l’umanità di Gesù che sancisce il nostro essere figli e discepoli, perché lui ha assunto la nostra umanità è nel suo cuore squarciato che si realizza l’incontro.

Mettiamoci davanti al crocifisso, all’eucaristia, e adesso a Natale al bimbo incarnato, chiediamo a Gesù di lasciarci entrare nella sua realtà d’umanità povera, umile e crocifissa, di aiutarci pregare nel suo Spirito… capiremo cosa significa pregare…

Facciamo un altro passo nella nostra riflessione:

4. Perché i Farisei non hanno creduto in Gesù?…

Perché aspettavano un Messia in potenza e in potere

Nessun potere è della parte di Dio, perché i criteri di Dio sono opposti a quelli che ispirano la nostra società. Lui innalza l’umile e attraverso l’umile, il povero compie cose grandi…

Ma la potenza, il potere non conoscono la verità di Gesù, il potere politico, economico e militare non conoscono la verità, ricordiamo cosa narra Gv18, 37-38: “Gesù dice a Pilato: chi è della verità ascolta la mia voce e Pilato risponde: ‘che cos’è la verità?”  Nessun potere è della parte di Dio, perché i criteri di Dio sono opposti a quelli che ispirano la nostra società. Lui innalza l’umile e attraverso l’umile, il povero compie cose grandi, ce lo dice Maria nel magnificat in Lc.1,46-55. Dio non fa diventare potente l’umile, non mette al posto del ricco il povero, no, no, non è questa la logica di Dio, ma rende liberi l’umile e il povero, li fa diventare capaci di fare scelte alternative di fronte ai soprusi e alle strutture di profitto, di consumo e di violenza. Dio sceglie ciò che non conta per confondere i superbi. Siamo vicini al Natale e la liturgia ci presenta un Bimbo, Dio si fa bambino! Gesù è un piccolo, un umile, “la pietra scartata dai costruttori…” (Salmo 118). È nella piccolezza e debolezza di Gesù Crocifisso che la nostra preghiera diventa potente, come la sua, diventa capacità di salvezza.

Siamo chiamati a guardare al Cristo totale ad avvicinarci al Gesù che soffre oggi…

Le prime comunità cristiane, sia quella giovannea che quella paolina, non volevano sapere del Cristo crocifisso, avevano vergogna di Lui, dicevano: a noi basta la risurrezione, noi siamo battezzati nella risurrezione di Cristo, il Crocifisso non conta più, ormai è passato…. Questa era l’angoscia di Paolo, e si percepisce molto forte nella 1° e 2° lettera ai Corinzi. Paolo affermava, con forza, di non conoscere se non la Parola della Croce (1Cor.1,8), scandalo per i Giudei e stoltezza per i Greci, ma per coloro che credono, sapienza di Dio e potenza di Dio, se qualcuno vi predicasse un vangelo diverso sia anatema!

Eppure la stessa tentazione serpeggia anche nelle comunità cristiane dei nostri giorni, canti, suoni, belle liturgie, cortei, incontri e il corpo crocifisso di Gesù nei poveri di oggi? Ascoltiamo l’invito di Papa Francesco: “i poveri sono il corpo del Cristo Crocifisso! É l’umanità di Cristo che soffre!” “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare” (Mt 25).

Siamo chiamati a guardare al Cristo totale ad avvicinarci al Gesù che soffre oggi… in Africa, in AL, in Italia, negli USA, in Asia, ma anche alla nostra porta, sulle nostre strade possiamo incontrare Gesù…forse Francesco, Roul Follerou, M. Teresa, il nostro Beato Allamano… hanno capito davvero…erano Discepoli…

Osserviamo quali sono stati i segni, che Dio ha dato, per attestare la presenza del Cristo Salvatore in mezzo a noi: ai pastori Lc 2, 2

, a Simeone Lc 2, 25-32 , al Centurione Mc 15, 39, e ai discepoli Gv 20, 20. Il problema di Tommaso non era la risurrezione ma che il risorto fosse proprio il crocifisso che lui aveva visto.

Il discepolo è colui che segue il Maestro fino alla croce, fin sulla croce, ossia colui che si fa carico ed è capace, come il Cireneo, di assumere il dolore dell’umanità, così come ha fatto Gesù.

Per questo i discepoli si sono ricordati, dice il nostro testo, che parlava del suo corpo. Siamo chiamati ad accogliere questa provocazione. Il Corpo di Gesù è rimasto l’unico luogo dell’incontro con Dio. Fare anamnesi, fare memoria nella Parola e nell’Eucaristia, pregare in Gesù, con Lui e per mezzo di Lui, c’impegna a incontrarlo nel fratello. Questo significa essere Discepoli.

5. I vv.23-25

Questi versetti sono una sfida e un richiamo. Il discepolo non è colui che si entusiasma e applaude solamente nelle piazze, di questi Gesù non si confida e non si fida perché come applaudono sono capaci di tradirlo, di condannarlo, terribile! Il discepolo è colui che segue il Maestro fino alla croce, fin sulla croce, ossia colui che si fa carico ed è capace, come il Cireneo, di assumere il dolore dell’umanità, così come ha fatto Gesù. Il mistero della croce e della risurrezione, iniziando dall’incarnazione, è la grande preghiera della Chiesa che siamo chiamati, come Discepoli, a vivere in questo tempo e in tutta la nostra vita.

sr. Renata Conti MC

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Essere Laica Missionaria della Consolata

Il desiderio di donarsi nella quotidianità della vita. E nel cuore la missione ad gentes

La vocazione missionaria laicale è nata dal desiderio di donare la mia vita a Dio a partire dalla mia quotidianità. Ho conosciuto i Missionari della Consolata, i quali mi invitarono a far parte del gruppo e così cominciai il mio processo di formazione.

Iniziai a fare missione come agente di pastorale afro, visitando le comunità più disagiate della mia città e in seguito villaggi come  Caldono, Jambaló, Toribio, del Dipartimento del Cauca, tra gli altri.

Le esperienze da condividere sono molte, forse la cosa più gratificante è vedere come le persone ritornano a Dio, trovandosi con la sua pace e il suo amore. Vedere le famiglie unirsi dopo molti anni di assenza, i bambini sorridere quando hanno pane nelle proprie case, le madri consolate, quando caricano il lutto dei propri cari, per il fatto di essere ascoltate e di ascoltare. Vedere le lacrime nei volti di gioia e allegria quando trovano ciò di cui hanno bisogno.

Ho iniziato a studiare comunicazione. Ebbi l’opportunità di fare pratica con il gruppo di comunicazione dell’Arcidiocesi di Cali, dove mi arricchì e crebbi professionalmente, dandomi mezzi che fortificarono il mio lavoro in diversi campi (produzione e realizzazione di radio e televisione, Stampa, comunicazione organizzativa, elementi di community manager, etc.)

Ebbi la fortuna di essere coordinatrice di comunicazione dei Laici Missionari della Consolata per tre anni, un tempo che mi permise di continuare lo svilluppo e la conoscenza dei mezzi di comunicazione a beneficio della missione e della comunità. Attualmente continuo questo lavoro facendo parte del comitato, a servizio della mia comunità Consolata.

Nonostante la vita quest’anno mi ha messo alla prova quest’anno, continuo a credere che la forza dello spirito è più grande di una malattia, e che ogni giorno è un’opportunità per continuare a lottare senza perdere la fede, la speranza e soprattutto l’amore.

Mi sto preparando per fare missione ad gentes, e questo sogno sta per realizzarsi, per portare al mondo la consolazione, dando testimonianza delle benedizioni che ho ricevuto nella mia vita e del grande amore che Dio prova per ciascuno di noi.

Sono Diana Lucía Benítez e mi sento molto felice di appartenere a questa comunità che lavora e veglia per il bene degli altri.

Diana Lucia Benitez Avila

Di Santiago de Cali, La Succursale del Cielo

 

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