Minori migranti: Solo un problema?

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Nei primi cinque mesi del 2016 sono stati oltre 7.000 i minorenni non accompagnati arrivati in Italia.

Parlare di emergenza per quanto concerne l’immigrazione è ormai divenuta una tragica consuetudine e quello di “abituarsi” alle immagini di decine di disperati che affrontano viaggi massacranti è più che un rischio. Eppure un discorso a parte e, se si vuole, ancora più drammatico, è quello che concerne i migranti minori, spesso piccoli o piccolissimi.

Il più recente rapporto dell’UNICEF, con dati aggiornati al maggio scorso, afferma che nei primi cinque mesi del 2016 sono stati oltre 7.000 i minorenni non accompagnati arrivati in Italia. Secondo le statistiche, ormai otto minori migranti su dieci, fra quelli partiti dal nord Africa e arrivati in Europa, sarebbero non accompagnati. Non solo, la stessa fonte ipotizza che molte delle quasi 3.000 vittime registrate nel Mediterraneo tra gennaio e i primi giorni di giugno di quest’anno, siano stati proprio bambini.

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Sono bambini e adolescenti che rischiano durante viaggi, lunghi spesso mesi, di essere vittime di trafficanti di esseri umani, spesso sotto il sistema di “pay as you go” (pagare per partire).

“Decine di migliaia di bambini affrontano il pericolo ogni giorno e centinaia di migliaia sono pronti a rischiare tutto”, è la denuncia di Marie Pierre Poirier, Coordinatore speciale dell’UNICEF per la crisi dei Rifugiati e dei migranti in Europa. Sono bambini e adolescenti che rischiano durante viaggi, lunghi spesso mesi, di essere vittime di trafficanti di esseri umani, spesso sotto il sistema di “pay as you go” (pagare per partire) e sia i ragazzi che le ragazze vengono non di rado aggrediti sessualmente e costretti a prostituirsi in Libia.

Anche Save the Children, dopo il caso di violenza sessuale capitato a Ragusa qualche tempo fa nei confronti di una ragazza sedicenne sbarcata da sola in Italia, senza familiari, ha alzato con forza la propria voce: “Bisogna rafforzare tutte le reti di protezione nei confronti dei minori stranieri non accompagnati che giungono in Italia e che, proprio perché soli, sono particolarmente vulnerabili”, ha ribadito Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

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“Bisogna rafforzare tutte le reti di protezione nei confronti dei minori stranieri non accompagnati che giungono in Italia e che, proprio perché soli, sono particolarmente vulnerabili”.

E, purtroppo, le storie di questi bambini sono spesso assai simili nella loro drammaticità, come testimonia anche il recentissimo libretto A braccia aperte. Storie di bambini migranti, un delicato e riuscito tentativo di raccontare ai nostri figli le storie di altri piccoli come loro, assai meno fortunati: vicende come quella di Alex, fuggito da Sarajevo, o di Hazem, che dalla Siria bombardata arriva in Germania, o del giovane Hailè, giunto in Italia dall’Eritrea…

Ma come affrontare concretamente queste emergenze, anche a livello legislativo, così da poter disporre di mezzi più efficaci per contrastare i fenomeni di sfruttamento dei migranti minori?

Nel nostro ordinamento, le disposizioni in materia di minori stranieri non accompagnati sono contenute principalmente nell’ormai datato Testo unico in materia di immigrazione (D.Lgs. 286/1998), anche se specifiche disposizioni sulla loro accoglienza sono state previste dal recente Decreto 142/2015, con cui è stata recepita la Direttiva Europea 2013/33/UE relativa all’accoglienza dei richiedenti asilo. Alla Commissione Affari costituzionali della Camera è all’esame, da tempo, una proposta di legge di iniziativa parlamentare, avente come scopo proprio la modifica della normativa vigente sui minori stranieri non accompagnati presenti in Italia, con l’obiettivo di stabilire una nuova disciplina, che rafforzi le tutele nei loro confronti e ne garantisca un’applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale.

Ma quanti sono i minori stranieri oggi in Italia? Difficile dirlo. A novembre 2015, in occasione della 25ª Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, la Caritas di Roma ha presentato un dossier dal titolo Le difficili sfide dei minori stranieri non accompagnati nel percorso di crescita e di integrazione, da cui emerge, fra l’altro, che sarebbero stati più di 15.000 i minori stranieri non accompagnati presenti complessivamente nel territorio italiano a quella data, di cui quasi 5.600 avevano già fatto perdere le loro tracce, rendendosi irreperibili agli enti che li avevano in tutela.

Un dato drammaticamente in linea con quello di Europol, la polizia europea, secondo cui, solo nel 2015, sarebbero oltre 10.000 i minorenni stranieri non accompagnati svaniti nel nulla dopo il loro arrivo in Europa.

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…solo nel 2015, sarebbero oltre 10.000 i minorenni stranieri non accompagnati svaniti nel nulla dopo il loro arrivo in Europa.

La maggior parte dei minorenni stranieri che si sarebbero resi irreperibili lo avrebbe fatto per immettersi nel mercato del lavoro in nero, fra commercio ambulante, dei mercati generali o dell’edilizia, oppure per emigrare in Francia, o, peggio ancora, per finire nel “giro” dello sfruttamento per fini sessuali o della piccola delinquenza.

È, dunque, sempre più necessario investire risorse per favorire l’integrazione e creare le condizioni per cui l’arrivo di queste nuove energie sociali rappresenti uno stimolo e un’occasione, per i minori migranti stessi e per la società che li ospita, di evolvere in meglio. Sono più che mai, quindi, indispensabili diverse ed integrate azioni a differenti livelli, politico, giuridico, sociale, educativo: studi che permettano in tempi brevi di rilevare i fattori di rischio e di elaborare strategie di intervento tempestive ed efficaci; campagne di informazione nei Paesi di provenienza; collaborazione tra i Paesi dell’UE per armonizzare le procedure di accoglienza ed assistenza.

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…la mia frase preferita l’ha pronunciata uno dei rifugiati, un ragazzo: ‘Ricordati che non sono pericoloso, ma sono in pericolo’”.

A queste soluzioni si potrebbero affiancare forme di accoglienza individualizzate come l’affido familiare, soprattutto per i bambini più piccoli che necessitano di cure e di attenzioni specifiche o, ancora, lo snellimento delle procedure di trasferimento previste dal Regolamento Dublino III, nel caso in cui vi siano familiari presenti in uno Stato diverso da quello in cui sono arrivati.

Senza dimenticare mai, come ha detto recentemente Bono Vox, il leader del gruppo rock irlandese U2, che “la mia frase preferita l’ha pronunciata uno dei rifugiati, un ragazzo: ‘Ricordati che non sono pericoloso, ma sono in pericolo’”.

di FABRIZIO GAUDIO

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti, Luglio – Agosto

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Una rabbia trasformata in Nobel

L’incredibile storia di un uomo che nel 2014 vince il Nobel per la Pace, iniziando da un’arrabbiatura

Si trovava nel suo caotico ufficio, nella trafficatissima Nuova Delhi, quando apprese su Twitter di aver vinto il Nobel per la Pace 2014 insieme alla giovane pakistana Malala Yousafzai, paladina della lotta per il diritto all’istruzione femminile. Pochi minuti dopo, Kailash Satyarthi, sessantenne hindu, avrebbe ricevuto la telefonata ufficiale del Comitato del prestigioso premio. Niente di improvvisato: la sua storia di attivista comincia da molto lontano… “Quando avevo 11 anni, vedendo alcuni amici lasciare la scuola perché i loro genitori non potevano permettersi di pagare i libri di testo, mi sono molto arrabbiato. La maggior parte delle mie idee migliori è scaturita da situazioni di rabbia”. Nato nello Stato di Madhya Pradesh (India) nel 1954, da una famiglia di casta medio-alta, sin dall’infanzia Kailash Satyarthi è grande ammiratore del Mahatma Gandhi e della sua lotta non violenta per la libertà e l’uguaglianza, divenendone poi autentico interprete, come riconosciuto dallo stesso Comitato del Nobel, per aver dimostrato “grande coraggio personale, mantenendo la tradizione di Gandhi, guidando varie forme di protesta e dimostrazione, tutte pacifiche, contro il grave sfruttamento dei bambini a scopi finanziari”. “La rabbia dei miei 11 anni si è trasformata nell’idea di raccogliere libri usati e aiutare i bambini più poveri. Ho creato così una banca del libro, chiedendo ai miei compagni di scuola di raccogliere libri di testo e risparmi per offrire alle famiglie svantaggiate la possibilità di far studiare i propri figli. Non mi sono fermato. In seguito, ho co-fondato la più grande campagna al mondo promossa dalla società civile per l’educazione, ovvero la ‘Global Campaign for Education’. Essa ha contribuito a cambiare la mentalità nei confronti dell’istruzione, da una modalità caritativa a una modalità fondata sui diritti umani; inoltre, ha concretamente aiutato, negli ultimi 15 anni, a ridurre di metà il numero di bambini che non frequentano la scuola”.

kailash-satyarthi-pti_650x400_61439042267Nato Kailash Sharma, a 15 anni, in seguito ad un avvenimento che lo segna profondamente, sceglie di cambiare il cognome di famiglia: “Sono rimasto molto colpito nel sentire i leader della mia città parlare in maniera molto forte contro il sistema delle caste e l’‘intoccabilità’. Ispirato da questo, ho pensato che si doveva dare un esempio concreto e ho invitato questi leader a mangiare cibo cucinato e servito dalla comunità degli ‘intoccabili’. Ero così entusiasta, addirittura galvanizzato nel vedere che tutti accettavano di venire. Tutti gli ‘intoccabili’, tre donne e due uomini, avevano accettato di partecipare. Hanno indossato i loro abiti migliori e hanno portato nuovi utensili. Erano le 22 e nessuno dei leader si era presentato. Questo mi ha fatto di nuovo molto arrabbiare. Ero abbattuto ed esausto. Ho cercato di controllare le mie emozioni. Ma quando ho preso il primo boccone, sono scoppiato in lacrime. Improvvisamente ho sentito una mano sulla mia spalla. Era il tocco materno e consolante di una donna ‘intoccabile’. Mi ha detto: ‘Kailash, perché piangi? Hai fatto la tua parte. Hai mangiato il cibo cucinato da noi, cosa che non è mai accaduta a nostra memoria’. E ha aggiunto: ‘Oggi tu hai vinto’. E aveva ragione. Tornato a casa, poco dopo la mezzanotte, ho visto mia madre e alcune donne anziane piangere e supplicare perché avevano minacciato di sbattere fuori casta tutta la mia famiglia. Ma io ho deciso che l’intero sistema doveva diventare senza caste. Questo sarebbe stato possibile cominciando con il cambiare il cognome, perché in India la maggior parte dei nomi di famiglia sono nomi di casta. Così ho deciso di abbandonare il mio e mi sono chiamato Satyarthi, che significa, ‘cercatore di verità’. Quello è stato l’inizio della mia rabbia trasformativa”.

kailash_satyarthiNel 1980 Satyarthi fonda la BBA (“Bachpan Bachao Andolan”, che significa “Movimento per salvare i bambini”), prima organizzazione in India ad occuparsi della grave piaga del lavoro minorile e ad impegnarsi per il riscatto dei bambini sfruttati in vari tipi di industrie. Lui e i suoi collaboratori organizzano incursioni nelle fabbriche di mattoni e nei laboratori di tappeti dove i bambini, a volte con i loro genitori indebitati, sono spesso forzati a lavorare anche per decenni per restituire piccoli prestiti. Sovente accade che i debiti restino insoluti per i magri guadagni ottenuti e le persone condannate ad una vera e propria schiavitù senza fine. “Ogni volta che libero un bambino, un bambino che ha perso ogni speranza di tornare da sua madre, e vedo sul suo volto il primo sorriso della libertà; ogni volta che una madre che ha perso ogni speranza di rivedere il figlio o la figlia lo abbraccia di nuovo, e vedo la prima lacrima di gioia scendere sulla sua guancia… allora in tutto ciò intuisco uno scorcio di Dio. E questa è la mia più grande ispirazione”.

La BBA continua a lavorare senza posa per la difesa dei diritti dei bambini e fino ad oggi ne ha liberati 83.000 in 144 Paesi! Recentemente ha lanciato anche piani di riscatto per le ragazze vendute e forzate al matrimonio. Ha sempre accompagnato la liberazione dalla schiavitù con un indispensabile processo di reintegrazione sociale e con i suoi collaboratori ha creato centri di formazione in centinaia di villaggi, dove alle giovani vittime ormai libere è possibile esercitarsi in varie abilità e corsi di base.

Kailash Satyarthi vive a Nuova Delhi, con sua moglie, due figli e un numero imprecisato di bambini che la sua associazione ha tratto in salvo dalla schiavitù. Aveva appena 26 anni quando abbandonò la sua professione per occuparsi a tempo pieno della “sua causa”. “Per secoli ci hanno insegnato che la rabbia è un male, a controllarla e reprimerla. Ma mi chiedo perché. Rabbia è potere ed energia. Come può essere tradotta e sfruttata per creare un mondo più bello e migliore, più giusto ed equo? Se rimaniamo rinchiusi negli stretti confini del nostro egoismo, allora la rabbia si trasforma in odio, violenza, vendetta, distruzione. Ma se siamo capaci di rompere questi cerchi, la rabbia può trasformarsi in idea e azione. Possiamo infrangere questi confini, utilizzando la nostra compassione e sintonizzandoci, grazie a essa, con il mondo per renderlo migliore. Mi chiedo: perché non possiamo convertire la nostra rabbia in un bene più grande che riguardi tutta la società? Perché non usare la nostra rabbia per sfidare e cambiare i mali del mondo? È quello che ho cercato di fare”.

Alessandra Pulina, MC

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Pecora o agnello?

Incontro faccia a faccia con il Signore

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Padre Emilio spiega la nostra relazione con Dio mettendo come esempio la capra, che non obbedisce, e la pecora, che invece è docile al pastore, e come dovremmo essere come pecore, e non come capre.

La guida nell’Altipiano, a parte discese e salite, curve e controcurve, è molto tranquilla: quasi non c’è traffico, meno che nell’ora di punta: dalle 14 alle 17 è facile trovare greggi che attraversano la strada: è il tempo del loro viaggio pendolare, dal pascolo al fiume per abbeverarsi, e poi nel recinto fino all’indomani.

Le pecore sono un po’ tonte, uno lo impara con l’esperienza: se passa una macchina, non sanno scansarla, ma sapendolo, basta avere un occhio di riguardo e aspettare che siano lontane dalla macchina per evitare incedenti. Mi è successo un pomeriggio, mentre marciavo sulla nostra unica strada asfaltata, che una pecora stava attraversando: rallento per darle il tempo di lasciarla passare, poi continuo, senonché la bestiola decide di ritornare indietro e… già non avevo il tempo di frenare, e la povera soccombe alle lamiere della jeep. Mi ha dato tanta pena uccidere un animale, sapendo anche che è fonte di vita per la famiglia che la possiede. Fatto sta che proprio in quei giorni il Vangelo domenicale presentava il Buon Pastore, e Padre Emilio spiega la nostra relazione con Dio mettendo come esempio la capra, che non obbedisce, e la pecora, che invece è docile al pastore, e come dovremmo essere come pecore, e non come capre (esempi ben conosciuti a un’assemblea di contadini e pastori).

La capra – penso io come autista – è molto più intelligente della pecora: scansa gli ostacoli, sarà più inquieta, ma almeno non dà problemi… E allora inizio la mia ennesima lotta con Dio: “Ah si? Ci vuoi pecore? Significa che ci vuoi persone tonte, facili da maneggiare???” Per un po’ di giorni continuo la mia litigata con Dio, poi tutto si placa, ma mi accorgo che qualcosa è cambiato: è diminuita la mia fiducia in Lui. Ovvio, ci vuole pecore sceme… che Dio è?

Passano i mesi, e mi ritrovo in un tempo prolungato di preghiera, in preparazione ai voti perpetui. Lì, nel silenzio, il Signore mi presenta il suo vero volto: il volto di un agnello. UN AGNELLO!!! Solo chi fa esperienza quotidiana di un gregge, può capire di cosa si tratta: l’agnello, il piccolo della pecora, è un essere fragile. E’ bello da vedere, ma piccolo e indifeso. Gli uccelli rapaci o le volpi possono cacciarlo facilmente. I primi giorni di vita le sue gambe esili lo reggono a malapena in piedi, e la mamma lo aiuta spingendolo con il muso.

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UN AGNELLO!!! Solo chi fa esperienza quotidiana di un gregge, può capire di cosa si tratta: l’agnello, il piccolo della pecora, è un essere fragile. E’ bello da vedere, ma piccolo e indifeso.

Il Signore, con il quale litigo per essere considerata un po’ più di una pecora, Lui è una pecora, o meglio, molto meno di una pecora: un piccolo fragile, umile. E’ così a Betlemme: il Dio che si fa piccolo, bisognoso di cure. E’ così a Gerusalemme: un uomo inchiodato a una croce. Il nostro Dio, è un Dio umile.

Le lacrime bagnano i miei occhi: Dio si rivela più in basso di me. Non lassù nel cielo, avvolto di gloria e potenza, ma sotto di me. Allora le ginocchia si piegano, e io mi prostro. Non mi abbasso davanti a un Dio che sta sopra e potrebbe pestarmi con un suo piede, ma mi inginocchio per trovare là, sotto le mie ginocchia, il Dio umile, il vero Dio.

E’ la prima volta che sento il desiderio di inginocchiarmi. Ho sempre opposto resistenza, forse proprio perché ero in ribellione davanti ad un’immagine di Dio potente e oppressore. Invece ora ne sento il bisogno: le difese sono abbassate, chi può avere paura di un agnello? Ho bisogno di inginocchiarmi davanti a un Dio che non forza nulla nella relazione, che cede sempre, perché l’amore sempre cede. Mi inginocchio perché Dio è piccolo, così come si fa con un bambino, per poter guardarlo negli occhi alla stessa altezza.

Mi inginocchio perché non ho più niente da difendere, né una  trincea da scavare, solo un Dio da incontrare. Nell’umiltà.

Stefania Raspo

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Jesus connection: altrimenti non c’è campo

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Il gruppo GEM di Martina Franca

“Cosa significa compiere un cammino dal cuore alle mani? Con il cuore nuovo, guarito da Gesù, posso compiere le opere di Misericordia mediante le mani, cercando di aiutare i tanti che hanno bisogno. La Misericordia è un cammino che parte dal cuore e arriva alle mani.”

gem_03Con queste parole pronunciate da Papa Francesco nel corso dell’udienza generale di mercoledì 10 agosto è iniziato il campo estivo del gruppo GeM (Giovani e Missioni) di Martina Franca (Ta), un’esperienza di servizio tenutasi a Roma dal 10 ala 14 agosto. La Misericordia e il servizio verso l’altro ci hanno accompagnati in questi  quattro giorni alla ricerca del volto di Cristo e di conseguenza di una connessione con il prossimo e il mondo che ci circonda. Questo si è realizzato, concretamente, attraverso attività di servizio che abbiamo svolto presso il Centro Astalli, sede italiana del servizio dei Gesuiti per i rifugiati. La fondazione, nata nel 2000, ha come obiettivo principale quello di contribuire a promuovere una cultura dell’accoglienza e della solidarietà, ponendo particolare attenzione alla salvaguardia dei diritti dell’uomo.

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Alessia, autrice dell’articolo

Proprio al centro Astalli di Roma Papa Francesco si è recato nella sua seconda visita ufficiale dopo Lampedusa, e qui ha pronunciato un discorso che ha rappresentato per noi un impareggiabile fonte di riflessione. Il Papa ha evidenziato tre verbi, gli stessi utilizzati da Padre Pedro Arrupe, gesuita fondatore del servizio internazionale per i rifugiati: SERVIRE, ACCOMPAGNARE, DIFENDERE.

Servire per chinarsi su chi ha bisogno, lavorando al fianco dei più bisognosi per stabilire con loro prima di tutto relazioni umane. Accompagnare per insegnare a camminare con le proprie gambe perché la vera misericordia chiede che il povero trovi la strada per non essere più tale. Difendere per mettersi dalla parte di chi è più debole dando voce a chi ha sofferto e soffre. Tre verbi semplici, quasi all’apparenza scontati ma che invece devono suonare come imperativi nella vita di ogni cristiano,della Chiesa in uscita, dell’uomo misericordioso come il Padre. Di colui che custodisce in se “ il fuoco dello Spirito Santo, presenza viva e operante in noi dal giorno del nostro Battesimo,forza creatrice che purifica e rinnova, brucia ogni umana miseria, egoismo, peccato per rigenerarci e renderci capaci di amare. “ (Angelus  14 agosto).

gem_02Che questa esperienza possa risuonare in noi nella nostra quotidianità perché ognuno di noi possa vivere e testimoniare che amare è sinonimo di servire e che servire è sinonimo di misericordia.

                                                                                                                                   Alessia Ruggieri

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Kenya, Madre della missione MC

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Cosa vuol dire che “Il Kenya è madre della missione”?

Noi, Missionarie della Consolata, siamo invitate a contemplare  il mistero del nostro Carisma in persone comuni, come noi, in sorelle nostre che hanno reso visibile nell’ordinarietà della vita quotidiana la straordinaria Grazia delle nostre origini. In questa contemplazione lasciamo emergere sr. Irene che in realtà rappresenta molte delle nostre sorelle della prima ora.

Sr. Irene:  la sua autentica santità, il suo bruciante amore per Dio e per la salvezza delle anime, il suo contatto profondo con lo Spirito, plasmano la sua persona e la rendono come il Fondatore aveva sognato le Suore Missionarie della Consolata.

Seguendo il carisma del Beato Allamano

Il Beato Allamano voleva che le sue Misionarie assomigliassero alla sua Madonna: Le voleva Umili, Miti, Semplici, Accoglienti, Pazienti, Buone, Serene, Consolate e Consolatrici. Da questa visione di Missionaria nasce spontaneo lo zelo di sr. Irene e il suo amore per la persona; quella vicina che chiama sorella e quella più lontana che non conosce.  Si afferma in lei la convinzione che ogni persona è chiamata ad immergersi nell’immenso mare di consolazione della salvezza.  È uno zelo che la consuma come l’amore e la spinge fino all’eroismo. Vediamo in questa nostra sorella una matrice di Santità apostolica che, nata per opera dello Spirito nel cuore dell’Allamano, viene trasmessa e realizzata nel cuore e nella vita delle nostre sorelle.

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Il Beato Allamano voleva che le sue Misionarie assomigliassero alla sua Madonna: Le voleva Umili, Miti, Semplici, Accoglienti, Pazienti, Buone, Serene, Consolate e Consolatrici.

L’Allamano avrebbe potuto venire lui stesso in Africa,  e indicare i cammini della Missione. Ne avrebbe avuto la capacità e il Carisma, invece ha preferito mandare i suoi Figli e figlie proprio come piacque a Dio che la missione del suo Figlio fosse continuata ed attuata dai dodici facendola diventare storia degli Atti e della Tradizione Apostolica. Così anche I nostri primi fratelli e sorelle sono partiti sulla parola del Fondatore, sono venuti qui in Kenya per inventare la “NOSTRA MISSIONE”  scrivendone gli Atti con la vita e il sacrificio.

Le intuizioni di sr. Irene

Tra questi c’era sr. Irene che, quasi inconsapevolmente, scrisse pagine singolari distinguendosi fra tutti e tutte, sia per virtù eroiche, sia per personali intuizioni apostoliche. Davanti ai suoi scarponi molti avranno scosso la testa, altri avranno provato stupore, ammirazione….  Per noi, oggi, i suoi scarponi sono un simbolo delle vie dell’Evangelizzazione che i nostri fratelli e sorelle della prima ora hanno tracciato per  loro e per noi sulla terra  del Kenya.

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Gli scarponi di sr. Irene oggi sono un simbolo delle vie dell’Evangelizzazione che i nostri fratelli e sorelle della prima ora hanno tracciato per loro e per noi sulla terra del Kenya.

Noi andiamo a Gikondi, la missione dove sr. Irene lavorò più a lungo, non per visitare un reperto storico, per conoscere ed ammirare un luogo, ma per respirare il “SÌ” alla vocazione missionaria vissuta in pienezza secondo il Carisma del Beato Giuseppe Allamano.

Alle prime sorelle che partirono per il Kenya nel 1913 l’Allamano scrisse una lettera nella quale raccomandava: “Abbiate in cima ai vostri pensieri il desiderio di farvi sante…” Così sr. Irene arrivò in Kenya nel 1915 avendo in cima ai suoi pensieri  il desiderio di essere una missionaria santa e nel profondo del suo cuore una grande visione di santità apostolica. Diede inizio alla sua avventura missionaria dopo essersi proposta di essere tutta di Gesù, e di fare tutto per Lui e con Lui. Si rese disponibile all’opera del Padre 24 ore su 24 superando i limiti delle forze fisiche e del tempo, come appare dalle testimonianze.

Per Gikondi e il mondo

Quell’opera la coinvolse tutta anche se consisteva solo in attività modeste ed umili di una missione che era agli inizi. Si trattava del lavoro di alfabetizzazione, visite ai villaggi, il dispensario e tante altre comuni e piccole attività tutte finalizzate alla salvezza delle anime di tutto il mondo, ma in particolare di quelle comprese nella circoscrizione di Gikondi.  Si trattava di circa 50,000 persone preoccupate soprattutto del prodotto dei campi e del loro bestiame, del tutto ignari di essere destinatari di un messaggio urgente di salvezza.

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Bisognava catechizzare tutti migliorandone la vita, assistere gli infermi, istruire i giovani… e tutto questo senza grandi sussidi ma esclusivamente con quegli strumenti poveri di cui disponeva: La parola, i gesti d’amore e di fraternità.

Bisognava perciò andarli a scovare sui contrafforti boscosi del monte Kenya dove abitavano.  Bisognava dir loro che il buio di un’esistenza vissuta senza Gesù era finito e che l’alba di un nuovo giorno stava per spuntare. Bisognava sensibilizzarli, scuoterli dalla loro indifferenza spirtuale. Bisognava catechizzare tutti migliorandone la vita, assistere gli infermi, istruire i giovani… e tutto questo senza grandi sussidi ma esclusivamente con quegli strumenti poveri di cui disponeva: La parola, i gesti d’amore e di fraternità. Mezzi veramente poveri, scomodi e faticosi ma di grande efficacia, anche Gesù non ne usò altri.  Sr. Irene, in comunione con Lui, il più povero e il meno equipaggiato dei missionari, non cercò di procurarsene altri e non si lamentò che quegli strumenti le succhiassero tutto: energie e tempo non lasciandole respiro per altro che non fossero le anime e la missione, passione e gioia della sua vita. Per questo la trovavano sempre pronta, scattante come una molla perchè i poveri non dovevano aspettare e perché, l’“opera del padre” l’evangelizzazione con le sue esigenze di carità e di servizio, aveva priorità su tutto.

Dare la vita non è solo morire

irene-5Sr. Irene viveva il suo impegno solenne che secondo il Fondatore è incluso nei nostri voti: quello di servire la missione a costo della vita, sminuzzandola e logorandola in tutto ciò che la missione ogni giorno richiede nella routine solita o negli imprevisti che scombussolano i programmi stabiliti.

Sr. Irene non si sarà mai posta il problema se sbriciolare la vita in questo modo fosse Missione, se era giusto fare così.  Lei si fidava di Dio e della sua volontà. Sr. Irene, come tante altre sorelle della prima generazione formate alla scuola del Fondatore, avevano la capacità di far diventare annuncio tutto e ovunque si trovassero perchè la missione era dentro di loro, non fuori di loro.  Sr. Irene faceva del servizio missionario la via concreta della sua santificazione.

Santità nella vita di tutti giorni

La Missione, strumento di salvezza per le anime, è grazia di santificazione per chi è chiamato a viverla in prima persona. “Ci vuole la corrispondenza a questa prima grazia”, aveva detto il Fondatore.  Nella vita e nella realtà vera della missione sono a migliaia le occasioni che si presentano alla missionaria, come una rete che sempre più la cattura e la avvolge, facendole comprendere che nulla le deve sfuggire, che tutto è sacro ed orientato all’evangelizzazione e tutto è per lei grazia e gioia.

In questo senso sr. Irene è per le missionarie della Consolata un simbolo e una profezia. I suoi giorni così sbriciolati come erano a Gikondi erano pieni di bene e quindi anche negli insuccessi  e nelle delusioni, scandivano il ritmo di una continua crescita di amore, un continuo avanzamento sulla via delle virtù eroiche a cominciare dall’umiltà smisurata, alla pazienza e al sacrificio.

Se sr. Irene non avesse vissuto la missione come l’ha vissuta, non sarebbe diventata quel “colosso di santità” che è divenuta , come ebbe a dire Madre Margherita de Maria. La Missione fu l’ambiente e la forma della santità di Sr. Irene, la casa e l’ambiente di Gikondi sono testimoni silenziosi di questa santità apostolica per ogni generazione di Suore Missionarie della Consolata che vi passerà.

Il nostro patrimonio nasce nel Kenya

A conclusione della sua visita in Kenya, Madre Simona ha detto:

“Il Kenya costituisce per noi non solo il primo luogo geografico, antropologico e teologico di missione, ma anche una esperienza del tutto particolare nella storia dell’Istituto e nello sviluppo del carisma. Il Kenya rappresenta per noi una inestimabile risorsa spirituale!

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l Kenya costituisce per noi non solo il primo luogo geografico, antropologico e teologico di missione, ma anche una esperienza del tutto particolare nella storia dell’Istituto e nello sviluppo del carisma.

Ciò che i confratelli prima e le sorelle poi hanno vissuto in Kenya è parte del patrimonio delle origini dell’Istituto e racchiude in sé una intensa carica spirituale che, lungi dall’esaurirsi o diluirsi nei cento e più anni di storia consolatina, si sprigiona ancora più luminosa nell’oggi. Potremmo definire il Kenya come “Madre della missione” perché è qui, in questa terra, a contatto con questi popoli, che i Missionari e le Missionarie della Consolata imparano a divenire ciò che sono chiamati a essere, vedono svilupparsi in atto il loro codice genetico carismatico, in un percorso mai lineare ma sempre a curve, come lo è il percorso di ogni organismo vitale, non privo di fragilità, errori e peccati come ogni esperienza autenticamente umana, segnato da una grazia straordinaria che lancia i missionari e le missionarie su sentieri del tutto nuovi e inauditi. Lungo questi sentieri, i missionari e le missionarie tratteggiano gli elementi portanti di uno stile missionario particolare, nelle Conferenze di Murang’a prima, e poi lungo il percorso quotidiano, tortuoso e affascinante, della vita missionaria scandita da una altissima tensione spirituale, da uno slancio donativo a volte eroico ed estremo, da sobrietà, essenzialità di vita, dalla relazione di vicinanza e condivisione con la gente, da un marcato spirito di famiglia, dal legame forte col Fondatore e casa Madre. Non mancheranno sofferenze, errori di percorso, deviazioni e ritorni, così come non mancheranno testimonianze splendide di carità evangelica, di perdono, di forza e tenerezza armonizzate in personalità umane coscienti della loro fragilità e proprio per questo ancora più trasparenti al Vangelo, autentiche icone della Consolata all’opera tra i suoi figli e figlie.

sor-irene-social-161mSiamo chiamate a custodire e sviluppare il patrimonio spirituale missionario che il carisma all’opera nei nostri fratelli e sorelle ha depositato in Kenya. La Beatificazione di sr. Irene ci sprona in questo senso, a considerare e rilanciare il Kenya come un polmone spirituale missionario consolatino per eccellenza.   (M. Simona, Prot. 39/16)”

Guardando avanti

Il cammino di ridisegnare le nostre presenze marca la “NOSTRA ORA”  in cui vogliamo rilanciare il nostro Istituto sulle vie della Missione “Ad Gentes”  perchè il deposito carismatico lasciatoci dal Fondatore deve essere aumentato senza paura di esporlo al vento e alle bufere dell’imprevisto, ai cicloni delle prove, alla mobilità degli uomini e alla evoluzione dei tempi.

L’ago magnetico della Missione ha un suo Nord fisso, sicuro.  Confrontandoci con Sr. Irene e con le nostre sorelle e fratelli della prima ora, qui in Kenya possiamo ritrovare la direzione giusta: La Missione “Ad Gentes”, La Missione Annuncio fatto con la vita ed il servizio, il Nord di sempre!

sr. Serafina Sergi, MC

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Dourados: missione a 360°

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suor Aurora nella riserva indigena

La missione in Dourados e l’opzione per i popoli indigeni

Il vescovo di Dourados, Mato Grosso del Sud, don Redovino Rizzardo, oggi emerito, fece, vari anni fa, un appello alla Conferenza dei Religiosi del Brasile, nell’intento di ottenere religiosi per una situazione specifica della sua diocesi: la pastorale indigenista. Dopo aver studiato la proposta ed essersi recate di persona sul posto, le Missionarie della Consolata si resero disponibili ad assumere questa sfida e, a partire dall’agosto 2007, una comunità di quattro sorelle presta il suo servizio missionario in questa area indigena.

Attualmente siamo presenti in due riserve indigene: Jaguapirù e Bororó, la cui popolazione è di 15.000 abitanti. Nel territorio si trovano 63 chiese evangeliche e soltanto una cattolica, con cento battezzati. Dopo i primi passi e le visite alle famiglie, stabilimmo delle priorità di lavoro. Le sfide sono tante, ma certamente la più preoccupante è l’aumento della violenza, che riguarda soprattutto giovani e adolescenti. La causa di tutto ciò è l’alto consumo di droga e di alcool.

Un’altra sfida è la difficoltà a dialogare con alcune chiese evangeliche, che considerano la chiesa cattolica come un nemico da combattere.

dourados2Oltre a questo, i popoli indigeni del Mato Grosso del Sud sono al centro di una grande polemica, legata all’occupazione delle terre. E, come avviene in queste circostanze, si va sempre alla ricerca dei colpevoli. Da quello che si viene a sapere attraverso i mezzi di comunicazione, sul banco degli imputati ci sono la Chiesa cattolica e il Consiglio Missionario Indigenista (CIMI). I vescovi di Dourados e di Campo Grande hanno fatto pressione sul governo federale perché prenda provvedimenti. Hanno inviato lettere ai contadini, spiegando loro la posizione della Chiesa; hanno promosso incontri e dibattiti per aiutare le parti a dialogare, ma il risultato è stato scarso e le accuse sono molte. Anche noi suore siamo state minacciate e accusate tre volte di invasione e occupazione della proprietà dove dimoriamo, che appartiene alla diocesi. Per noi questa è stata una esperienza molto dura; d’altro canto abbiamo potuto capire quanto la nostra presenza e il nostro impegno siano valorizzate dalla popolazione indigena e dai suoi capi, dalla diocesi e dalle comunità della città di Dourados.

Malgrado tutto ciò, le attività nel Centro di Formazione e Promozione umana non si sono mai fermate. In questi ultimi anni sono stati tenuti per le comunità indigene corsi di informatica e di cittadinanza e abbiamo dato inizio a lezioni di capoeira (danza tipica) e di football, grazie ad un gruppo di volontari che hanno preparato un campo di calcio e una pista di basket. Anche le lezioni di ricupero scolastico non sono state trascurate. Nel corso dell’anno abbiamo avuto un aumento significativo di volontari per il corso di taglio e cucito e lezioni di artigianato, come pure per il corso di pittura su tessuto.

Lo sviluppo dell’individuo deve riferirsi a tutta la persona, sia nell’ambito umano che spirituale, i quali devono evolversi in modo armonioso. Per questo dedichiamo un’attenzione particolare alla catechesi dei bambini e degli adulti. Un gruppo di giovani della Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù ha portato avanti diverse attività di oratorio con bambini e adolescenti. Una psicologa e un’infermiera professionale hanno realizzato incontri di formazione con le donne, che, come sempre, vi hanno partecipato numerose. Il movimento cattolico del Rinnovamento nello Spirito, in collaborazione con quello di Boquim de Louvor, ha organizzato pomeriggi di preghiera di adorazione e di lode.

Abbiamo accompagnato la Pastorale dei Bambini con visite alle famiglie e celebrazioni della vita. Quando il tempo lo permetteva, abbiamo tenuto catechesi e celebrazioni varie nella cappella di Nostra Signora di Guadalupe.

Considerando che la messe è molta e gli operai sono pochi, provvidenzialmente arrivano sempre in nostro soccorso dei missionari da fuori. Nel dicembre 2015 giunsero tra noi da San Paolo i coniugi Laici Missionari della Consolata Luiz e Fatima Bazeggio, per una missione di 20 giorni. Essi visitarono molte famiglie, diedero lezioni di ricupero scolastico e collaborarono con altre attività nel nostro Centro. L’insegnante Vanessa, anche lei di San Paolo, rimase con noi due settimane, offrendo una grande testimonianza di donazione, altruismo e amore per i più bisognosi.

Siamo certe che tutto questo è opera di Dio, perché nei momenti di maggiore necessità, Egli ci invia le persone adatte per fare ciò che è più urgente in quel momento. La provvidenza divina non è una fantasia: per noi è una realtà concreta. La nostra gratitudine è grande, mentre allo stesso tempo sentiamo tutta la responsabilità di una missione che non è nostra, ma che ci è stata affidata da Dio.

Collaboriamo anche con il Servizio di Animazione Vocazionale Diocesano, che quest’anno è stato molto positivo. Sono state realizzate settimane di Animazione Missionaria nelle scuole, in occasione di ordinazioni sacerdotali, insieme al grande evento dal titolo “Chiamato”, che ha riunito più di duemila giovani della Diocesi.

Tutto questo ci anima e ci incoraggia a non misurare gli sforzi per il bene del nostro popolo indigeno, che, da parte sua, s’impegna molto, perché desidera occupare il suo posto nella società, come un popolo libero e amato da Dio.

Suor Aurora Cossu, MC

questo articolo è apparso su “Andare alle Genti

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Tra il pozzo e il villaggio

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Riflessione biblica sulla Samaritana II

Guardiamo al movimento missionario della Samaritana che torna alla sua città senza l’anfora e ridesta negli altri il desiderio di incontrare Gesù e allo sbigottimento dei suoi discepoli, alla risposta di Gesù, Egli, infatti, parlerà di mietitura: “Voi non dite forse: ‘Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura’? Ecco, io vi dico: ‘alzate i vo­stri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura’ ” (Gv 4,35).

Lasciamoci ancora interpellare dalla Samaritana, noi cristiani di oggi co­stantemente chiamati a percorrere la strada tra il pozzo e il vil­laggio! Noi, chiamati a ricevere costantemente il fluire dell’Ac­qua Viva del Cristo, senza altra anfora che quella del nostro cuore, che si svuota per riempirsi di Lui!

Noi, chiamati a nostra volta a divenire pozzi presso cui la per­sona possa incontrare il Signore! Noi, donne e uomini della mietitura, della pienezza dei tempi, dell’avvento e della speranza, chiamati a scorgere il biondeggiare della messe proprio in questo mezzogiorno, spesso desertificato, della storia umana![1]

 Parola di Dio: GV 4, 27-40

Chiavi di lettura:

  1. L’incontro di Gesù con la Samaritana apre spazi in cui il dialogo a tu per tu diviene strumento di salvezza e il pozzo, il quotidiano, la realtà diventano il luogo, l’ambito dell’incontro e dell’esperienza di Dio.
  1. La Missione si origina sul cammino tra il pozzo e la città, per questo è necessario passare dalla comprensione della missione come attività missionaria al concetto di Missio Dei: un’evangelizzazione che, partendo da una forte esperienza di Dio, tocca il cuore della persona e la rende creatura nuova.[2]
 Spesso si danno risposte materiali a problemi che sono in verità spirituali e profondi. Il testo della Samaritana tratta di far emergere il livello ultimo della sete /anelito che abbiamo dentro di noi.
Spesso si danno risposte materiali a problemi che sono in verità spirituali e profondi. Il testo della Samaritana tratta di far emergere il livello ultimo della sete /anelito che abbiamo dentro di noi.

Alcune piste di riflessione

Giovanni, nel testo proposto, vuole indicare che la missione si genera nei luoghi comuni, partendo delle necessità ordinarie della gente. Ci stimola a percepire le aspirazioni profonde del cuore e a prendere sul serio la sete di Assoluto che ogni persona sente, anche senza saperlo. Spesso si danno risposte materiali a problemi che sono in verità spirituali e profondi. Il testo della Samaritana tratta di far emergere il livello ultimo della sete /anelito che abbiamo dentro di noi.

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A partire dal suo bisogno reale, Gesù fa compiere alla Samaritana il cammino verso se stessa e la rende discepola e Missionaria.

È pure importante rilevare che la presenza di un bisogno non è per niente di ostacolo a un percorso più profondo. Giovanni dipana il dialogo non mettendo tra parentesi o negando l’aspetto del bisogno reale della gente, quanto piuttosto prendendolo sul serio. A partire dal suo bisogno reale, Gesù fa compiere alla Samaritana il cammino verso se stessa e la rende discepola e Missionaria.

  1. La corsa della Missione

(v. 28) Arrivano i discepoli e si meravigliano di trovare Gesù che parla con una donna… . Non fanno però domande. Lei del resto scappa via. Si dimentica perfino della brocca dell’acqua. Ormai ha bevuto l’acqua viva che Gesù le ha donato e non ha più tempo per trattenersi oltre. Ha una notizia troppo bella, deve comunicarla… . L’amore “vero” che Gesù le ha acceso in cuore la lancia verso la sua città. Vola verso le case e le piazze[3], chiama i suoi concittadini, non a sé, come un tempo, ma a lui, a Gesù. Per questo amore gratuito, tenero, che avvolge tutto il suo essere, che infiamma il suo cuore vale la pena lasciare le sua fragile brocca.

La donna di Samaria non deve più nascondersi a causa della propria storia personale; ne temere gli sguardi sprezzanti e i sorrisi ironici della gente. Racconta entusiasta la propria esperienza. Ciò che fino a ieri era motivo di umiliazione e di disagio, oggi, diventa occasione di testimonianza e di annuncio: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?” (v.29). Essi l’ascoltano. Ben presto anche loro riconosceranno in Gesù, il Messia, “il Salvatore del mondo”.

La Samaritana ha terminato la sua missione non hanno più bisogno di lei… . Mai la sua gioia fu più piena di quel giorno, quando rimase sola e guardare la sua gente andare verso il pozzo per incontrare il Cristo, sorgente di Acqua Viva (v.30).

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Facendo nostro il sentire di Gesù, anche noi dobbiamo essere persone assetate, chine sulla persona, su ogni persona, per amarla, fino alla fine, fino al punto da generare in essa l’esperienza dell’Amore di Dio…
  1. Missione è sentire la sete di Gesù:

L’evangelizzazione nasce, dal sentire ‘nostra’ la sete di Gesù. Giovanni in questo testo anticipa l’“Ho sete” della Croce: una sete ardente, bruciante, lacerante! Una sete prevista e plasmata nei Salmi: “quando avevo sete mi hanno dato aceto” (Sal.69:22) e così avvenne sul Calvario: “Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca… Gesù, preso l’aceto…” (Gv.19:29,30) L’aceto simboleggia il rifiuto di Dio, il sapore amaro del peccato. In questa sete Gesù accoglie l’umanità per donarle l’acqua della Vita, l’acqua che ristora e risana, la misericordia infinita, lo Spirito Santo fonte zampillante di Vita… .

Facendo nostro il sentire di Gesù, anche noi dobbiamo essere persone assetate, chine sulla persona, su ogni persona, per amarla, fino alla fine, fino al punto da generare in essa l’esperienza dell’Amore di Dio, fino al punto di accendere in essa la nostalgia di Dio, di aprire in essa l’occhio della fede, perché incontri lo sguardo del Padre e si abbandoni nel Figlio al Suo Amore che è misericordia e perdono. Dovremmo essere uomini e donne esistenzialmente ingi­nocchiati davanti alla persona, intenti alla persona perché viva della Vita vera. Dovremmo sentire il pianto esistenziale dell’umanità, coglierne le tene­bre e la prigionia in cui vaga senza meta e offrile la tenerezza e la misericordia di un Dio che ama senza misura perché questo Amore dia a loro significato, vita e luce.[4]

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Gesù sogna un’umanità che in Lui potrà trovare senso, gioia, forza per cambiare volgendo le spalle agli idoli che ingannano e soffocano la speranza!

Il sogno di Gesù

(v. 35) Partita la donna, Gesù fa una cosa meravigliosa: “sogna”!  Sogna un biondeggiare di campi pronti (letteralmente: bianchi) per la mietitura; sogna un’umanità che in Lui potrà trovare senso, gioia, forza per cambiare volgendo le spalle agli idoli che ingannano e soffocano la speranza!

Alla realizzazione di questo sogno di Gesù anche noi Chiesa di Dio abbiamo collaborato… E’ buono osservare la nostra storia della Chiesa, è bello fermarci ad osservare la mietitura sognata da Gesù mentre la gratitudine sale dal cuore per le meraviglie che Dio ha realizzato attraverso la nostra povera umanità.

Quante figure di missionarie, anche della nostra famiglia della Consolata, donne semplici, umili e corag­giose che nel dono totale e generoso della propria vita, hanno lavorato alla mietitura di una messe abbondante per la promozione e salvezza dei fratelli! Quanti Popoli hanno riconosciuto il Signore, anche per il nostro annuncio!

Ecco, il Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, manda le sue prime figlie, Lui, toccato dall’Amo­re e dalla sete di Dio, manda le sue figlie perché portino il messaggio della salvezza a chi ancora non lo co­nosce[5], perché corrano verso i popoli del mondo ad annunciare che il Cristo ha saziato la loro sete!… .

Ecco…, il primo gruppo, la Beata Irene Stefani, la serva di Dio Suor Leonella Sgorbati, e tante altre hanno corso e ancora corrono per condurre l’umanità dal pozzo alla sorgente. Tra queste ci siamo anche noi…tutti noi! Contemplando queste figure di suore Missionarie della Consolata che il tempo mette a fuoco, osservando la pienezza e la qualità della loro vita e della loro missione, in esse appaiono chiari e forti i linea­menti voluti dal Padre: Donne semplici e coraggiose, umili e disponibili, umanamente deboli ma spiritualmente forti, esse han­no nel cuore l’ansia per la salvezza delle anime e per questo sono pronte a dare la vita.

Il sognare di Cristo Gesù al pozzo di Sicar incoraggi i nostri sogni e la nostra fedeltà alla missione!

sil_6480In preghiera restiamo al pozzo di Sicar.

– Gesù stanco si siede al pozzo all’ora sesta…ora della salvezza…

– una donna viene ad attingere acqua… la ferialità può diventare tempo salvifico…

– l’abbandono della brocca e la corsa della missione…atteggiamenti

…i miei…i nostri…  gioisco che gli altri possono camminare senza di me?

– il sogno di Gesù… i miei i nostri sogni….

sr. Renata Conti MC

[1] Direzione generale MC, Circolare  N° 2,  25 Novembre 2012  NEPI (VT)

[2] Capitolo generale 2011, Relazione della direzione Generale n.257

[3] Papa Francesco, Basilica Vaticana Giovedì Santo, 28 marzo 2013: La nostra gente gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede.

[4] Istituto Suore Missionarie della Consolata, Circolare N° 10, Sr. Chiaretta Bovio 1986.

[5] Chiaretta Bovio, Anno della Missione: Annunzieranno la mia Gloria alle Genti 1983-1985.

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Apprendista, anziché protagonista

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All’inizio del mese di ottobre, ecco una bella testimonianza sulla missione

Il giorno che aspettavo con grande entusiasmo si avvicinava e avevo solo un grande desiderio nel mio cuore, quello di arrivare alla mia missione e iniziare subito qualche attività pastorale. Sentivo di essere ben preparata e che nulla mi mancava per dare il mio contributo nelle diverse opere della missione. Al mio arrivo in Mozambico, sono stata accolta calorosamente dalle sorelle della Regione e mi sono sentita subito a casa, pronta ad inserirmi nella nuova realtà. La mia destinazione è stata la Provincia di Cabo Delgado, nell’estremo nord del Mozambico, e precisamente la comunità di Montepuez. Sentivo una grande gioia in me, e ho detto al mio cuore: “Finalmente i tuoi sogni stanno diventando realtà”. Non volevo perdere neppure un momento, ma desideravo addentrarmi al più presto nella realtà del popolo e della missione e iniziare subito il mio lavoro apostolico.

La realtà della missione in questo luogo è molto interessante. Sono venuta presto a conoscere che a Montepuez si trovano diversi gruppi etnici, la maggioranza dei quali è costituita dal popolo Macua “Emeto” e dai Makonde. Vi sono poi gruppi poco numerosi, alcuni dei quali provengono da altre parti del Mozambico, particolarmente i giovani che vengono nella nostra città per i loro studi. Montepuez è una città che si sviluppa gradualmente grazie alle sue risorse naturali, così vi si trovano anche degli stranieri, provenienti da diverse parti del mondo, che entrano nel Paese per cercare la loro fortuna nello sfruttamento delle miniere.

Ricordo bene come fosse ieri la mia prima domenica in mezzo a questo popolo, che mi ha accolto con grande gioia e con danze che mostravano la loro felicità di avermi in mezzo a loro. Lentamente ho iniziato ad osservare i loro costumi, i loro modi di agire, ad ascoltare con attenzione quando parlavano tra di loro e a conversare con loro.

p-33Nel frattempo, ho iniziato lo studio della lingua locale, facendo delle domande per comprendere più a fondo la cultura del luogo. Così ho appreso dalla gente stessa la ricchezza della loro cultura e dei loro costumi. Mentre ero impegnata in questo studio, mi è stato chiesto di dare una mano nella pastorale giovanile della parrocchia e, nello stesso tempo, di lavorare nel settore di animazione missionaria vocazionale, per potermi inserire ancora meglio nella realtà locale.

Subito mi sono chiesta da dove potevo iniziare e che cosa potevo fare. Come primo passo ho chiesto un po’ della storia del gruppo giovanile e delle attività che portavano avanti. Mi sono trovata arricchita dalla loro condivisione su quello che avevano fatto negli anni precedenti e ho capito che da parte mia dovevo solo dare continuità a queste attività. Il secondo passo è stato quello di elaborare il piano delle attività insieme con il parroco e i giovani stessi. È stata questa una bella esperienza, perché abbiamo pensato di considerare tutte le varie attività come dimensioni della crescita dei giovani, sia a livello pratico-economico (ricamo, artigianato, lotterie, preparazione del cibo, lavori manuali), sia a livello psicologico e sociale (visite alle carceri e all’ospedale, diversi dibattiti) e spirituale (giornate di ritiro, opera di evangelizzazione e formazione cristiana, studi biblici). Non sono mancate nel programma le attività fisiche e di divertimento (sport, picnic e feste nelle quali ci riuniamo per condividere i piatti locali). Nel settore dell’animazione lavoriamo come équipe per poter aiutare i giovani vocazionati (ragazze e ragazzi) a scegliere la congregazione a cui vogliono appartenere o per avviarli al sacerdozio. Sento che è bello essere chiamati a lavorare nella vigna del Signore facendo conoscere ai giovani i vari Istituti perché ciascuno segua la via che il Signore gli indica.

In questi due anni trascorsi a Montepuez, ho scoperto la gioia di lasciare che qualcun altro potesse aiutarmi nel mio cammino di scoprire la bellezza e la ricchezza della cultura locale. Oggi rendo grazie a Dio perché questo popolo mi ha insegnato come entrare nella loro realtà. Tante volte ho sentito alcuni dei giovani che mi dicevano. “Irmã, por favor, vá devagar, pois não è ainda tempo”, “Sorella, per favore, vai adagio, perché non è ancora il tempo”. Per me questo è stato l’insegnamento più bello della cultura, che ha come principio: prima osservare le cose e dopo provare ad agire quando si conosce bene la realtà locale. Così sono arrivata alla conclusione che nella vita missionaria si è sempre apprendisti e non protagonisti.

Suor Immaculate Wanja Wanderi, MC

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