Rotte di speranza

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Dall’apello di Papa Francesco tanti gesti concreti di misericordia.

Sono ormai trascorsi molti mesi da quando Papa Francesco, richiamando l’attenzione sul dramma delle migliaia di persone costrette a lasciare i propri Paesi per fuggire alla guerra e alla fame, invitò parrocchie, comunità religiose, monasteri e santuari d’Europa “ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi”, come gesto in preparazione all’Anno Santo della Misericordia (Angelus del 6 settembre 2015). La risposta della Chiesa italiana ed europea non è mancata e continua ad offrire esempi di solidarietà concreta; in Italia, sulla base del Vademecum per l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, stilato dalla CEI ad ottobre dell’anno scorso, si sono attivati percorsi, nel pieno rispetto della legislazione vigente, per sensibilizzare e responsabilizzare le varie componenti ecclesiali in vista dell’accoglienza dei profughi che giungono nel nostro Paese: corsi preparatori presso le comunità e i consigli pastorali, individuazione e messa a norma delle strutture di accoglienza, progetti di collaborazione con le istituzioni e creazione di una rete di operatori volontari.

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In Italia circa 1500 strutture ecclesiali offrono accoglienza ad oltre 22000 persone, in modi diversificati

Stando al Dossier informativo di Caritas Italiana, al 15 aprile 2016, 1500 strutture ecclesiali offrivano accoglienza ad oltre 22000 persone, in modi diversificati: la maggior parte è stata accolta in strutture convenzionate con le Prefetture, equiparate ai Centri di Accoglienza Straordinaria (il 63%); il 19% in strutture di seconda accoglienza, finalizzate a percorsi di inserimento socio-economico (cosiddette strutture SPRAR), a carico del Ministero dell’Interno; una parte è stata accolta nelle parrocchie (16%), grazie a fondi delle diocesi; una piccola percentuale (2%) da famiglie, grazie a fondi privati o diocesani. Si tratta comunque di cifre provvisorie, che saranno aggiornate ad un anno dall’appello del Pontefice.

Si potrà obiettare che questi sono numeri estremamente piccoli in confronto alle masse di persone che, dopo traghettamenti pericolosi organizzati da criminali, restano in attesa, in condizioni drammatiche, nei campi profughi sulle isole greche o ai confini con la Macedonia; o che esempi virtuosi di accoglienza non bastano a compensare scelte come la chiusura della rotta balcanica e l’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia (che prevede che, dal 20 marzo, siano rimandate in Turchia – Paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati – quanti hanno compiuto come “migranti irregolari” la traversata dalle coste turche alle isole greche); o che singole iniziative non possono colmare l’assenza di una riposta congiunta e solidale da parte dell’Europa a quella che Papa Francesco, in visita al campo profughi di Lesbo il 16 aprile scorso, ha definito “la catastrofe umanitaria più grande dopo la seconda guerra mondiale”.

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Il progetto dei corridoi umanitari costituisce attualmente l’unica possibilità legale e sicura di ingresso in Italia, attraverso il rilascio di un visto umanitario.

Per quanto piccole, tuttavia, non sono insignificanti le iniziative intraprese per difendere la vita delle persone e il loro diritto alla sicurezza (che – occorrerebbe ricordare – è diritto inalienabile di ogni individuo e non solo degli abitanti di alcuni Stati). Tra queste iniziative mi sembra particolarmente degna di nota quella dei cosiddetti corridoi umanitari aperti dall’Italia, che costituiscono un progetto pilota – il primo in Europa – e dimostrano come solidarietà e sicurezza possano andare di pari passo. Frutto di un Protocollo d’intesa tra Ministero degli Affari Esteri e Ministero dell’Interno italiani, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e Chiese valdesi e metodiste,(che consente di presentare successivamente domanda di asilo) per persone in “condizioni di vulnerabilità”, per esempio famiglie con bambini piccoli, donne sole con bambini, anziani, malati o disabili, vittime di persecuzioni e torture.

La selezione e il rilascio dei visti umanitari seguono criteri di estrema accuratezza: in una prima fase vengono stilati, dalle ONG o altri organismi e associazioni (ecclesiali e non) che operano direttamente nei capi profughi, degli elenchi di potenziali beneficiari del progetto, che vengono, in una successiva fase, trasmessi alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti, per permettere il controllo da parte del Ministero dell’Interno. Infine, i consolati italiani nei Paesi interessati rilasciano dei Visti con Validità Territoriale Limitata, per motivi umanitari.

Le organizzazioni promotrici (oltre a quelle sopra menzionate c’è la Comunità Papa Giovanni XXIII, attraverso il Corpo nonviolento di pace denominato “Operazione Colomba”, che opera nel campo profughi libanese di Tel Abbas) provvedono all’assistenza legale per i beneficiari dei visti, al finanziamento del viaggio in Italia, all’ospitalità e ad un percorso di integrazione nel nostro Paese, per cui l’iniziativa non comporta alcun costo per lo Stato italiano.

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La selezione e il rilascio dei visti umanitari seguono criteri di estrema accuratezza.

Il progetto prevede l’arrivo, in due fasi, di profughi – prevalentemente siriani – dal Libano (circa 600 persone), dal Marocco (150) e dall’Etiopia (250), per un totale di mille persone in 24 mesi.

In questo modo sono giunti in Italia due gruppi di profughi siriani (93 persone il 29 febbraio 2016 e 94 il 3 maggio), che sono stati successivamente accolti in diversi comuni: Bologna, Trento, Reggio Emilia, Aprilia, Roma… Nel Torinese, grazie alla collaborazione tra l’Ufficio Pastorale Migranti della Diocesi e la comunità della Parrocchia Santi Pietro e Paolo di Leinì – che ha messo a disposizione un appartamento e predisposto l’accoglienza ed un programma di integrazione – è stata accolta una famiglia di 10 persone, con due bimbi piccoli.

Questa iniziativa, che ha ricevuto il plauso di Papa Francesco, è un esempio di come la misericordia non sia sinonimo di generica compassione di fronte ad un disastro incontrollabile ma volontà di lottare perché il male che ha colpito queste persone possa essere arginato e vinto. I “corridoi umanitari” possono diventare il modello di risposte politiche solidali efficaci: a questo stanno lavorando alcuni europarlamentari (in particolare l’eurodeputata Cécile Kyenge) che si sono fatti promotori, attraverso una Risoluzione presso il Parlamento europeo, dell’iniziativa dei visti umanitari come canali legali di immigrazione.

Paola La Malfa

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti, Luglio – Agosto

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Le 24 ore per il Signore

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il Santuario della Consolata

Nella sua bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, Papa Francesco indicava un primo momento particolarmente importante per vivere bene questo Anno Santo: la Quaresima, momento forte per celebrare e sperimentare la Misericordia di Dio, partendo dalla sua Parola detta dai profeti che invitano alla preghiera, al digiuno, alla carità.

E subito dopo sottolineava l’iniziativa che egli stesso aveva lanciato già nel 2014 con queste parole: “‘L’iniziativa 24 ore per il Signore’, da celebrarsi nel venerdì e sabato che precedono la IV domenica di Quaresima, è da incrementare nelle Diocesi. Tante persone si stanno riavvicinando al sacramento della riconciliazione e tra questi molti giovani, che in tale esperienza ritrovano spesso il cammino per ritornare al Signore, per vivere un momento di intensa preghiera e riscoprire il senso della propria vita. Poniamo ancora al centro con convinzione il Sacramento della Riconciliazione perché permette di toccare con mano la grandezza della misericordia. Sarà per ogni credente fonte di vera pace interiore”.

24ore_02Nel proporla nel 2014, Papa Francesco offriva a tante persone che hanno sete di spiritualità un momento di prolungato, tranquillo e sereno incontro con se stessi e con Dio, riscoprendo parallelamente il sacramento della Riconciliazione. Aveva di mira prevalentemente il coinvolgimento dei giovani, più propensi a qualche momento di silenzio, meditazione e preghiera che consenta un approfondimento del rapporto personale con il Signore, la possibilità di un tranquillo, non affrettato momento di riconciliazione con Lui celebrando il Sacramento della Confessione.

E invitava Diocesi e Parrocchie a organizzarsi per offrire un simile momento ai fedeli, giovani o adulti o anziani.

Il santuario della Consolata, invitato dal Vescovo, ha organizzato così questo momento: la Chiesa ininterrottamente aperta dalle ore 17 del venerdì 4 alle 17 del sabato 5 marzo. Sacerdoti a disposizione nei confessionali, in numero adeguato agli orari più o meno frequentati. Un servizio d’ordine, di custodia e di sicurezza da parte dei volontari e con una presenza discreta all’esterno delle forze dell’ordine. Alcuni sussidi-guida a disposizione come aiuto alla riflessione e preghiera.

Come si è svolta l’iniziativa? In clima sereno e tranquillo, con frequenza numerosa di fedeli negli orari serali del 4 marzo, meno nelle prime ore della notte (ore 24 – 2), pochi fino alle 5,30, ripresa dalle 5 in poi e via via più numerosi nella mattinata e nel pomeriggio.

Quanto sia risultato interiormente coinvolgente o ricco lo sa il Signore.

Don Michele Olivero, rettore del Santuario della Consolata

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Chi sono i Nasa? – Parte I

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Un popolo che sempre ha lottato per rimanere tale.

Localizzazione

Attualmente il Popolo Nasa è situato in sette Regioni al sud e sud-ovest della Colombia, sulla Cordigliera centrale delle Ande (Cauca, Valle, Huila e Tolima) e nella zona amazzonica (Caquetá, Putumayo e Meta), per un totale di circa 220.000 persone. È un popolo originariamente amazzonico che si è poi convertito in andino assumendo come conseguenza di accordi o di guerre anche in tutto o in parte altri popoli. Nel secolo scorso, spinte dalla necessità di terra, molte famiglie Nasa hanno abbandonato il territorio andino e si sono riubicate in territorio amazzonico.

Un po’ di storia

La storia del popolo Nasa si può dividere in tre tappe: la prima è quella dello “Sviluppo Autonomo”. Nel contesto degli altri popoli indigeni probabilmente emigrati dall’Asia verso il Continente Americano (fino all’arrivo dei conquistatori spagnoli verso il 1534): una tappa lunghissima, purtroppo in gran parte sconosciuta, durante la quale si è formata la “cultura propria” in tutte le sue dimensioni (politica, economica, simbolica).

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Il Popolo Nasa non è mai stato sottomesso, anche se è stato profondamente ferito: con l’uso di diverse strategie ha sempre resistito.

La resistenza

La seconda è la tappa della “Resistenza” alla conquista, alla colonizzazione e alle successive invasioni. Questa tappa inizia con l’arrivo dei conquistatori spagnoli nel 1534 e si protrae fino alla creazione del CRIC (Consiglio Regionale Indigeno del Cauca) nel 1971 e alla promulgazione della nuova Costituzione politica nel 1991. Il Popolo Nasa non è mai stato sottomesso, anche se è stato profondamente ferito: con l’uso di diverse strategie ha sempre resistito. Possiamo dividere questa tappa in tre periodi, in corrispondenza con le tre diverse strategie. All’inizio ci fu la “Resistenza Armata” dal 1534 fino al 1650. Per più di 100 anni il popolo Nasa, in unione con altri popoli indigeni della Regione, resistette alla conquista spagnola con la guerra. La figura più significativa di questo periodo è stata la Cacica (Capostipite) Gaitana.

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il popolo Nasa con una ammirevole intelligenza politica passò dalla guerra agli accordi con i conquistatori ed ottenne il riconoscimento di un territorio proprio con la creazione dei “Resguardos Indigenas”

Rivendicazione dei propri territori

In seguito, ci fu il periodo della “Resistenza legale”, dal 1650 fino al 1900. Approfittando delle leggi dell’Impero spagnolo, il popolo Nasa con una ammirevole intelligenza politica passò dalla guerra agli accordi con i conquistatori ed ottenne il riconoscimento di un territorio proprio con la creazione dei “Resguardos Indigenas” (spazi dove gli indigeni potevano abitare liberamente). Infine, il periodo più vicino a noi è quello della “Resistenza rivendicativa”, dal 1900 al 1971. Dopo l’indipendenza della Colombia, i nuovi governanti fecero alcune leggi che abolivano i “Reguardos” e permettevano l’invasione dei territori indigeni. Per questo il popolo Nasa diede inizio ad una lotta per rivendicare il diritto al proprio territorio, come base essenziale per sopravvivere e per avere un minimo di autonomia politica e culturale. Infine la terza tappa è quella del “Cammino verso l’autonomia e l’alternativa”, dal 1971 fino ad oggi. Nel 1971, in una grande Assemblea, fu creato il CRIC (Consiglio Regionale Indigeno del Cauca), la prima organizzazione di autorità e comunità indigene della Colombia e dell’America Latina, come strumento per continuare ed ampliare la lotta iniziata da Manuel Quintin Lame per rivendicare l’autonomia territoriale, politica e culturale.

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Nel 1980 per iniziativa di Padre Alvaro Ulcué Chocué, sacerdote Nasa, le comunità Nasa del Nord del Cauca iniziarono un processo per la ricostruzione del Piano di Vita del Popolo Nasa: questo processo si è poi esteso a tutti i popoli indigeni della Colombia.

Organizzazione

Negli anni successivi nacquero altre organizzazioni regionali indigene e finalmente nel 1982 si creò la ONIC (Organizzazione Nazionale Indigena di Colombia) a livello nazionale. Nel 1980 per iniziativa di Padre Alvaro Ulcué Chocué, sacerdote Nasa, le comunità Nasa del Nord del Cauca iniziarono un processo per la ricostruzione del Piano di Vita del Popolo Nasa: questo processo si è poi esteso a tutti i popoli indigeni della Colombia. Nel 1991 fu promulgata la Nuova Costituzione politica della Colombia, frutto di un’Assemblea Costituente con la partecipazione di due rappresentanti indigeni, che riconobbe a livello costituzionale l’identità plurietnica e pluriculturale della Nazione colombiana e il diritto dei popoli indigeni all’autonomia territoriale, politico-amministrativa, economico-ambientale e culturale. Da allora fino ad oggi i popoli indigeni sotto la guida del popolo Nasa stanno lottando per realizzare il loro sogno finalmente riconosciuto nella Costituzione. In questo contesto, nel 2008 i popoli indigeni, su iniziativa del popolo Nasa, fecero una grande marcia dai loro territori fino a Bogotà, invitando le organizzazioni afro-discendenti, contadine, studentesche e dei quartieri popolari delle città a unirsi per stabilire una proposta comune, alternativa al modello di sviluppo capitalista neo-liberale dominante.

La cultura nasa

Come tutti i popoli anche il popolo Nasa ha progressivamente costruito la sua cultura. Nonostante i molti cambiamenti che ha dovuto fare come conseguenza degli avvenimenti storici che hanno condizionato il suo cammino, il popolo Nasa è riuscito a conservare molti elementi della sua cultura tradizionale, che definiscono la sua identità e la sua diversità.

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La proprietà collettiva: se gli spiriti sono padroni di tutto e di tutti, l’uomo non è padrone di niente e di nessuno. Per questo non esiste la concezione della proprietà privata, ma esiste soltanto la proprietà collettiva.

Spiritualità

Vorrei ricordare tre di questi elementi culturali, che sono il fondamento e il cuore del “progetto di vita originale”: la spiritualità “materialista”, una profonda coscienza religiosa, che sacralizza la materia, perché riconosce che lo “Spirito” e gli “spiriti” sono padroni di tutto e di tutti. Essi sono presenti in tutto e in tutti. Essi sono la sorgente della vita nella sua totalità.

La proprietà collettiva: se gli spiriti sono padroni di tutto e di tutti, l’uomo non è padrone di niente e di nessuno. Per questo non esiste la concezione della proprietà privata, ma esiste soltanto la proprietà collettiva. Perciò non esiste l’“io” e il “mio”, ma il “noi” e il “nostro”.

L’unità della natura: noi abbiamo diviso la natura in quattro spazi o regni: minerale, vegetale, animale, umano. Per il popolo Nasa non esiste questa divisione. Nella natura c’è una profonda unità di vita. L’essere umano non è ontologicamente differente dagli altri esseri creati e viventi. Solamente detiene un ruolo speciale: deve essere il curatore o guardiano del “progetto o ordine originale”, conservandolo e ricuperandolo per mezzo dei rituali. Così la spiritualità diventa etica, cioè responsabile della cura e della reciprocità.

Una delle grandi sfide per il popolo Nasa e per le persone che lo formano consiste proprio nella ricerca di una sintesi armonica fra tradizione e modernità.

La sfida di oggi

Nell’ultima tappa della sua storia, il popolo Nasa ha ricuperato e rafforzato molti elementi della sua cultura tradizionale; allo stesso tempo però, per l’apertura ai mezzi di comunicazione, all’istruzione scolastica e all’incontro con altri gruppi e altre culture e per il suo processo interno, sta vivendo un forte cambio culturale: sta nascendo infatti il “Nasa moderno”. Una delle grandi sfide per il popolo Nasa e per le persone che lo formano consiste proprio nella ricerca di una sintesi armonica fra tradizione e modernità, tra collettività e comunità, tra un progetto di vita come popolo e un progetto di vita come persona, tra obbedienza ad una “legge di origine” con i suoi valori spirituali e morali e la costruzione creativa di una nuova etica e una nuova spiritualità.

di P. ANTONIO BONANOMI, IMC

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista “Andare alle Genti” Luglio – Agosto

 

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Un’altra importante “prima volta”

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L’ordinazione del primo sacerdote mongolo

Ritornando dopo tre anni in un luogo, è normale trovare novità. Si notano cambi in tante cose, nella città, nella gente… forse un po’ meno nel paesaggio. Mi rendo conto con sorpresa che la Mongolia ha cambiato molto rapidamente: in Ulaan Baatar, la capitale dove ho vissuto per vari anni, alcuni luoghi mi risultano completamente sconosciuti, molti edifici sono stati sostituiti da nuovi, le strade sono migliorate e… quasi non ci sono buche! Ci sono momenti in cui mi sento in un’altra città. Il cambio è così grande che persino coloro che sono rimasti sentono che si devono sforzare per riadattarsi.

12-fr-enkhe-receives-the-greeting-of-buddist-khambalam-dambajavPoco dopo il mio ritorno, un evento di grande singolarità si somma alla lista delle cose nuove, tanto per me come per coloro che sono in Mongolia da tempo: la prima ordinazione sacerdotale di un mongolo nella Chiesa Cattolica. Si, la Mongolia in vari modi dà la possibilità di avere molte e notevoli “prime volte”: la prima volta che si battezza un gruppo di mongoli, la prima volta che arriva una congregazione missionaria, la prima volta che si celebra la Messa in un certo luogo, la prima volta che una comunità celebra la Pasqua, la prima volta che si consacra un vescovo e ora, la prima volta che si ordina un sacerdote mongolo: Enkhe Baatar Joseph.

Ricordo come se fosse ieri quando Enkhe, appena finite le superiori, circa 12 anni fa, ha chiesto di entrare in seminario. Per tutti fu un’esperienza mista di gioia e preoccupazione, forse un poco più la seconda. Era molto giovane, appena 18 anni, i suoi genitori non erano cristiani e della sua famiglia solo sua sorella frequentava la Chiesa Cattolica. Ci chiedevamo: se sarà sacerdote, la sua famiglia lo appoggerà? E una società con un cristianesimo di solo 0,2% della popolazione, lo accetterà? In quel tempo solo c’erano 500 battezzati cattolici (10 anni dopo sono solo poco più del doppio). E la nostra Chiesa, sarà sufficiente matura per sostenere il suo sacerdote? Ma Enkhe si rende conto davvero di che cosa significa essere sacerdote?

05-prayer-during-the-rite-of-consacrationDal di fuori le cose si vedono sempre incomplete, non si può vedere quello che Dio opera nell’interiorità dell’altro. Quante volte non ci diamo neppure conto di quello che Dio fa in noi! In realtà, gli interrogativi che si presentavano non erano su Enkhe e sulla sua chiamata, erano piuttosto su Dio. Questa novità interpellava la nostra fede: possiamo credere che Dio fa parte anche di questa storia, di questo desiderio? E fu così che, come altre volte, sia come Chiesa che come singoli, fummo chiamati a fare un nuovo atto di fiducia: fiducia che Enkhe era veramente chiamato, fiducia che la Chiesa era sufficientemente matura per avere i propri leaders, e fiducia che è Dio chi guida i passi e i cammini di ciascuno.

Quando Enkhe comunicò alla famiglia la sua decisione di esser sacerdote trovò una grande opposizione, soprattutto da parte di sua madre, poiché egli era l’unico figlio maschio. La famiglia gli chiese di continuare gli studi ed avere una professione, questo gli avrebbe dato una certa sicurezza per il futuro, nel caso in cui, con il tempo, potesse cambiare idea. Questo, invece, per Enkhe significava aspettare, sentirsi chiamato e non poter rispondere, sentire un fuoco dentro e non poter correre. Senza accantonare il suo desiderio, accettò le condizioni della sua famiglia e si iscrisse a Biologia.

Durante questo tempo, nel silenzio e nella routine, continuava a crescere la sua relazione con Dio.

Enkhe racconta che all’inizio della sua chiamata, il desiderio era voler stare sempre con Dio, trascorrere la sua vita con Colui che gli dava tanto amor e gioia, e sentire che l’unico modo per realizzare questo era essere sacerdote.

09-bishop-wens-welcomes-the-newly-ordained-father-enkhePassa il tempo, matura e conosce di più la realtà della Chiesa in Mongolia, Enkhe sente che la sua chiamata era accompagnata da una missione, quella di annunciare al suo popolo questo amore di Dio che lui aveva avuto la fortuna di conoscere. E così Enkhe ripeteva nel suo cuore le parole del profeta Isaia: “Eccomi, Signore, mandami!” Il termine degli studi lo trovò con i suoi desideri rafforzati e con le sue intenzioni più profonde e più chiare. La famiglia, vedendolo sempre così determinato, accettò, e con la benedizione della sua Chiesa partì per la Corea del Sud, e lì entrò in seminario. Dopo otto anni di studio, lavoro e molta preghiera, ritorna alla sua cara terra per essere ordinato sacerdote.

L’ordinazione di Enkhe è stata una bellissima festa, di gioia profondamente sentita, di meraviglia e sorpresa. Credo che sia giusto dire che non è stata solo la festa di Enkhe, ma di tutta la Chiesa Cattolica Mongola, delle altre Chiese Cristiane qui presenti, dei fedeli buddisti, cioè: è stata la festa di tutto il popolo mongolo, perché l’ordinazione del primo sacerdote è il segno inconfondibile che Dio veramente abita nel cuore dei credenti. Significa che Dio ascolta i desideri della sua gente, che la chiama, la guida e la ama con un amore infinito. In Enkhe sacerdote, Dio abbraccia tutto il popolo mongolo e lo benedica con vita nuova.

Grazie, Padre Enkhe, per il tuo SI, per lasciarti guidare, per ascoltare la chiamata, per lasciarti amare da Dio.

suor Sandra Garay, MC

 

 

 

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FIGLIO MIO RICORDATI…

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I sentimenti che madre e figlio provano nel momento di lasciarsi.

Uno degli scrittori africani che erano considerati punto di riferimento, nel corso di Antropologia Filosofica, che ho frequentato alcuni anni fa, è il narratore maliano, dell’etnia Fulbe, Ahmadou Hampâté Bâ (deceduto il 15 maggio 1991 ad Abidjan, Costa d’Avorio). Scorrendo, oggi, uno dei suoi libri: Amkoullel, il bambino fulbe, sono colpita dall’attualità, del brano dal titolo  Addio sulla riva del fiume. Un racconto denso e intenso, che narra i sentimenti che madre e figlio provano nel momento di lasciarsi. La madre rimane e il figlio parte, forse non si rivedranno mai più, situazione che, purtroppo, continua a verificarsi ai nostri giorni.

Mi piace riproporre il testo di Hampâté Bâ, e pensare che, i tanti fratelli e sorelle, provenienti dal continente africano, che solcano il Mediterraneo alla ricerca di speranza, e accoglienza anche loro l’avranno ascoltata dalle voci delle loro madri, che con coraggio e una vena di nostalgia, la scandivano con forza, affinché si incidesse nel cuore e nella loro mente.

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…prendendomi entrambe le mani mi disse: “Guardami bene negli occhi.” Affondai il mio sguardo nel suo e, per un attimo, come dicono i Fulbe, “i nostri occhi divennero quattro”.

Narra Ahmadou Hampâté Bâ:  “Il mattino della partenza, mia madre mi accompagnò fin sulla riva del fiume. Per accostarsi all’acqua si doveva oltrepassare una piccola duna di sabbia. Camminavamo tenendoci per mano. Mentre scendevamo col viso rivolto a mezzogiorno, il vento del nord ci faceva aderire i nostri vestiti alla schiena. Mia madre volle salire sulla piroga per verificare di persona che non mancasse niente. Rassicurata, distribuì qualche dono e ritornò sull’argine. Mi strinse la mano e mi trasse in disparte. Mi consegnò cinquanta franchi per le spese del viaggio, poi, prendendomi entrambe le mani mi disse: “Guardami bene negli occhi.” Affondai il mio sguardo nel suo e, per un attimo, come dicono i Fulbe, “i nostri occhi divennero quattro”. Sembrava che quella donna indomabile mi trasmettesse tutta la sua energia attraverso gli occhi. Poi mi volse le palme verso l’alto e, con un gesto di benedizione materna, vi passò sopra la punta della lingua (la saliva nella cultura africana è ritenuta carica di forza spirituale, alla pari delle parole che si pronunciano), per questo viene usata per accompagnare le cerimonie di benedizione e di guarigione.

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Fai tutti i favori che puoi, ma chiedine il meno possibile. Fa questo senza orgoglio e non essere mai ingrato verso Dio e verso gli uomini.

Quindi cominciò a parlarmi: “Figlio mio, voglio darti qualche consiglio che ti servirà per tutta la tua esistenza di uomo. Tienili bene a mente.” E li enumerava toccando ogni volta la punta di un dito.

  • Non aprire mai la tua borsa in presenza di nessuno. La forza di un uomo deriva dalla sua riservatezza; non bisogna mostrare né la propria miseria né la propria fortuna. La fortuna ostentata attira gelosi e ladri.
  • Non invidiare mai nulla né nessuno. Accetta il tuo destino con fermezza.
  • Sii paziente nell’avversità e misurato nella buona sorte.
  • Non ti giudicare con il metro di chi ti sta sopra, ma di chi è meno fortunato di te.
  • Non essere avaro. Fai l’elemosina ogni volta che puoi, ma falla ai poveri più che ai santoni ambulanti.
  • Fai tutti i favori che puoi, ma chiedine il meno possibile. Fa questo senza orgoglio e non essere mai ingrato verso Dio e verso gli uomini.
  • Sii fedele nelle amicizie e fa di tutto per non ferire gli amici.
  • Non ti battere mai con un uomo più giovane o più debole di te.
  • Se dividi un piatto con amici o sconosciuti, non prendere mai un boccone grosso, non riempirti la bocca di cibo e soprattutto non guardare gli altri mentre mangiano.
  • Non essere mai l’ultimo ad alzarti: indugiare sul piatto è tipico dei golosi e la gola è disdicevole.
  • Rispetta le persone anziane. Ogni volta che incontri un vecchio avvicinalo con riguardo e offrigli un dono sia pure minimo. Chiedigli consiglio e discuti con lui con discrezione.
  • Tieniti lontano dagli adulatori, dalle donne cattive, dai giochi d’azzardo e dall’alcool.
  • Rispetta i tuoi capi, anche religiosi, ma non metterli mai al posto di Dio.
  • Recita regolarmente le tue preghiere. Ogni mattina all’alba affidati a Dio e ringrazialo ogni sera prima di coricarti.
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Sii paziente nell’avversità e misurato nella buona sorte.

“Hai capito bene?” Sì, Dadda. Stai tranquilla, risposi. “Terrò  bene a mente ogni tua parola per tutta la vita.”

Chissà quante madri, anche oggi, ricordano i doveri e le tradizioni ai loro figli, che stanno per solcare i mari affrontando l’incognito, l’insicurezza del viaggio, gli imprevisti cambiamenti di rotta, la fragilità delle imbarcazioni, la solitudine, la paura…

Il testo ricorda e sottolinea i valori, comuni ad ogni persona che anche se  lontano dalla Patria, dalla famiglia e dall’abbraccio rassicurante della madre, deve continuare a coltivare e a vivere.

Maria Luisa Casiraghi MC

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Una Stella per i giovani

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Il Centro ”Stella del Mattino” (Nyota ya asubuhi) accoglie giovani , ragazzi e ragazze dai 15 ai 25 anni , che nella loro breve vita hanno gia’ vissuto esperienze dolorose che hanno segnato la loro giovane personalita’ ancora in formazione. Le giornate scorrono tra lavoro e studio. Sono sereni, perche’ qui sentono di essere amati: sanno che li abbiamo accolti  per dare loro una formazione solida e un’educazione scolastico/professionale che li possa rendere fra qualche anno capaci di uscire dal circolo di grande poverta’ in cui sono nati e cresciuti.

Ci sono momenti però in cui le sofferenze passate riaffiorano  e questi giovani, una volta acquistata confidenza in noi Suore ed Insegnanti, sentono il bisogno di dare sfogo al loro profondo dolore circa le esperienze vissute, ai loro dubbi circa il futuro…..

tz_zita6Qualche giorno fa Andrea  è entrato in ufficio con un po’ di titubanza per parlarmi del problema di un suo compagno… ma, trovata l’atmosfera adatta ha cominciato a raccontarmi la sua storia. E’ nato in una famiglia abbastanza benestante e i primissimi anni della sua fanciullezza sono trascorsi nella pace. Il padre aveva un lavoro ben retribuito., la mamma coltivava i campi. Erano 4 fratelli di cui lui e’ il maggiore. Putroppo questa situazione ha cominciato a cambiare quando il padre si e’ lasciato coinvolgere da un compagno di lavoro in un affare losco, si e’ dato all’alcool e alle donne. Tornava a casa solo piu’ per portare qualche soldo per i figli… Un giorno il datore di lavoro scopri’ di essere stato derubato da lui e i suoi compagni; lo porto’ in un luogo di stregoneria ed egli ritorno’ a casa irriconoscibile. Andrea  piange quando spiega lo shock che ha avuto nel vedere suo padre cosi’ cambiato: urlava, batteva sua mamma e  suoi fratelli. Lui, piu’ grande scappo’ dalla paura e ando’ dalla nonna.  Il padre afferro’ il figlio piu’ piccolo, di circa 5 anni, lo batte’  e lo trascino’ nel bosco. Camminarono per lunghe ore. Il padre sempre piu’ furioso entro’ in una casa di un villaggio lontano: comincio’ ad imprecare dicendo  che voleva le sue mucche e capre… Gli abitanti della casa spaventati presero bastoni per difendersi e lo malmenarono fino a rompergli le gambe. Poi lo lasciarono nel bosco. Il bambino vago’ per un po’, e poi cadde sfinito nel bosco lontano dal padre.

tz_zita5Qualche passante  riconobbe il padre e porto’ la notizia alla famiglia che lo venne a prendere e riportare a casa. Quando lo videro, la mamma e i fratelli disperati gli chiesero dove  aveva lasciato il piccolo. Egli, ritornato in se’, indico’il luogo. Andrea  e la mamma si misero di corsa in cerca del piccolo…

A questo punto del racconto Andrea fa grande fatica a continuare: e’ sopraffatto dal dolore… descrive suo fratellino con tanto amore: era bello, sano, allegro e intelligente….Lo abbiamo trovato rovesciato a terra, morto … le formiche nere (viaggiatrici) ne avevano divorato l’intestino.

Andrea  dice con forza: “sista, quel giorno  ho cominciato a odiare mio padre: per me lui era solo piu’ un animale della terra, di quelli che mangiano animali sotto terra….La mamma ha dovuto vendere tutti i  nostri beni per pagare i debiti di mio padre. Siamo rimasti perfino senza casa…. Mi sono ammalato e mi hanno portato nell’ospedale della citta’. Li’ il Signore mi aspettava per salvarmi. Una missionaria della Consolata che visitava gli ammalati mi ha visto in pericolo di  morte e mi ha battezzato….Io sono sicuro che la GRAZIA di Gesu’ mi ha conquistato…tornato a casa ho cominiciato a pregare e…pian piano ho trovato la forza di perdonare mio padre e di insegnarli la Parola di Dio….Poi dopo alcuni anni, finite le elementari desideravo tanto proseguire gli studi ma mia madre,  molto ammalata,  non poteva pagare le spese. Sono andato in citta’ a cercare  lavoro e qui un’altra missionaria della Consolata e’ stato lo strumento di Dio per darmi consolazione e speranza. Ella mi ha offerto di venire in questo Centro dove oggi godo perche’ qui c’e’ pace, bonta’, lo studio mi apre un mondo che non conoscevo…Ho anche la possibilita’ di aiutare con la preghiera e il consiglio i miei compagni provati come me da esperienze tristi…”.

tz_zita4Nel Centro Andrea  e’ davvero una presenza buona, positiva e anche coraggiosa. E’ forte con i compagni che non fanno bene, li accompagna e se vede che le fanno troppo grosse ce li indica perche’ noi possiamo prendere i provvedimenti necessari per aiutarli a cambiare. Ne ha gia’salvati alcuni da comportamenti che avrebbero potuto portare serie conseguenze alla loro giovane vita.

Mi dice anche che sovente pensa con preoccupazione alla mamma, molto ammalata, che si trascina nel campo per coltivare un po’ di granoturco e verdure per tirare avanti e nutrire il padre  disabile e i due figli che frequentano ancora la scuola. Andrea, quando trova un po’ di tempo libero dagli impegni del Centro, coltiva un campicello e ne vende il raccolto per pagare le spese di studio del fratello che frequenta le secondarie.

suor Zita Amalia, MC

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Spunti sull’Islam

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Forse nessun credo, nessun testo sacro, nessuna filosofia è così intrinsecamente unita alla biografia del proprio fondatore come l’Islam.

L’autrice dell’articolo, Silvia Scaranari Introvigne, già preside del liceo Faà di Bruno di Torino, è un’esperta islamologa e collabora da molti anni con il Centro studi Peirone, organismo dell’Arcidiocesi di Torino, che ha come fine la promozione e cura delle corrette relazioni di dialogo religioso tra la Chiesa cattolica e il mondo musulmano. È redattrice della rivista “Il Dialogo/al-Hiwar” e dà il suo contributo nei diversi corsi che si svolgono presso il Centro.

 È possibile riassumere una presentazione dell’Islam in poche battute? Assolutamente no. Mi limiterò a qualche veloce suggestione sui temi chiave lasciando al lettore l’interesse per ulteriori approfondimenti.

Forse nessun credo, nessun testo sacro, nessuna filosofia è così intrinsecamente unita alla biografia del proprio fondatore. La rivelazione proposta dal Corano è continuamente legata ad episodi vissuti dal Profeta e dalla nascente comunità.

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Muhammad (Maometto) nasce nella potente tribù dei Quraish a La Mecca circa nel 570, da una donna da poco vedova.

Muhammad (Maometto) nasce nella potente tribù dei Quraish a La Mecca circa nel 570, da una donna da poco vedova. È cresciuto prima dal nonno e poi da uno zio che lo avviano all’attività di carovaniere. Giovane brillante e molto attivo, diventa segretario di una ricca vedova, Khadijia, che poi sposerà a 25 anni, pur avendone lei 40. Ne nasceranno diversi figli, tra cui la prediletta Fatima. Nel 610, a 40 anni, inizia a sentire la voce dell’arcangelo Gabriele che gli porta la rivelazione da parte del Dio “uno e unico”, Allah (Allah significa Dio nella lingua araba). Da qui si dipanano le rivelazioni che avranno termine solo nel 632, alla sua morte a Medina.

Inizia a diffondere il nuovo credo nella sua città dove viene attaccato e osteggiato tanto che nel 622 decide di emigrare a Yatrib (poi Medina) con pochi compagni convertiti. È l’anno dell’Egira da cui parte il computo del tempo per il mondo islamico. In questa città diventa il leader religioso, politico e sociale e da qui iniziano le spedizioni per assoggettare le tribù che abitano le circostanti oasi della penisola araba, fino ad occupare La Mecca nel 630.

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A Yatrib (poi Medina) diventa il leader religioso, politico e sociale e da qui iniziano le spedizioni per assoggettare le tribù che abitano le circostanti oasi della penisola araba, fino ad occupare La Mecca nel 630.

La rivelazione, tutta orale, poi raccolta da Othman, suo terzo successore, nel testo che oggi noi conosciamo come Corano, ha una pretesa di assolutezza che nessun altro libro sacro propone. Il Corano non è considerato soltanto un testo rivelato bensì munzal, disceso, e quindi è la trascrizione letterale di un Corano “increato” che si trova da sempre presso Dio, la Parola di Dio. La rivelazione divina tocca tutti gli aspetti della vita: da quelli strettamente religiosi a quelli politici a quelli sociali, plasmando quindi a 360 gradi l’esistenza dell’uomo.

Se l’Islam si presenta come una rivelazione data e non intaccabile da mano umana, è pur vero che nella realtà storica si sono dovute dare interpretazioni e questo ha portato ad una continua tendenza alla pluralità di posizioni e di voci, tutte ugualmente autorevoli. L’Islam proclama che non esiste autorità se non quella di Allah, ma la mancanza di una gerarchia ufficiale, universalmente riconosciuta, ha determinato la nascita di molti poli autorevoli che spesso levano la loro voce in modo del tutto contraddittorio. Dimostrazione lampante di questo è il tema del jihad. L’argomento, diventato consueto dopo i tanti attentati e la presenza di al-Qaida e Isis, ha visto emergere dichiarazioni antinomiche sul suo significato: da chi lo intende solo uno sforzo spirituale sulla strada verso Dio, a chi invece insiste sul suo carattere bellicoso ed obbligatorio per tutti i musulmani autentici. Questo dipende dal fatto che esistono due letture del Corano e della Tradizione (sunna): una lettura opta per i versetti che invitano alla tolleranza nei confronti degli altri credenti, accanto ad una seconda lettura, altrettanto legittima, che preferisce i versetti che invitano al conflitto.

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Se l’Islam si presenta come una rivelazione data e non intaccabile da mano umana, è pur vero che nella realtà storica si sono dovute dare interpretazioni e questo ha portato ad una continua tendenza alla pluralità di posizioni e di voci, tutte ugualmente autorevoli.

Su cosa basa la propria fede il pio muslim? Il credo si riduce a poche cose: Non c’è dio se non il Dio e Muhammad è il suo profeta. Questo è il testo della shahada, il primo dei 5 pilastri della fede. Chiunque recita con cuore sincero questa frase è automaticamente un musulmano. Altro pilastro è la preghiera quotidiana (salat), tributo di lode e di sottomissione ad Allah, da compiere secondo un ben preciso rituale cinque volte al giorno: al sorgere del sole, a mezzogiorno, all’inizio del calar del sole, all’imbrunire e alla sera.

Vi è poi una particolare attenzione alle esigenze della comunità dei fedeli (la umma), verso cui si deve versare una elemosina rituale annua (zakat) che ha lo scopo di sovvenire alle necessità della conversione degli infedeli, al sostegno verso le persone indigenti, a favorire il pellegrinaggio alla Mecca (altro pilastro, hajj), da compiere almeno una volta nella vita. Il pilastro forse più noto a tutti è il digiuno (sawn) nel mese di ramadan, che impegna tutti i musulmani adulti e sani ad astenersi da cibi e bevande dall’alba al tramonto per un mese lunare di 28 giorni.

In questo terzo millennio non si può evitare di parlare del rispetto dei diritti umani.

Se il pensiero corre subito al problema della donna (anche se molte banalità non vere vengono dette a questo proposito), occorre invece partire dai principi ispiratori. Allah, dopo la creazione, ha proposto un patto di sottomissione ad Adamo che lui ha accettato per sé e per i suoi discendenti. Quindi tutti gli uomini nascono naturalmente muslim (sottomessi ad Allah). Sono poi le condizioni esistenziali che allontanano alcuni dalla verità e quindi anche dalla loro piena dignità di esseri umani. Gli uomini non sono uguali per dignità, in quanto partecipano tutti della comune umanità ma godono di diritti differenziati rispetto al loro livello più o meno vicino all’Islam, in una scala gerarchica che vede dopo il pio muslim, le Genti del Libro (cristiani ed ebrei) e poi tutti gli altri. Da questo discendono ovviamente preoccupanti violazioni della libertà religiosa (non è lecito convertirsi), della libertà personale (si può essere ridotti in schiavitù come recentemente succede nei territori dominati dall’Isis), si può essere messi di fronte all’alternativa “o conversione o morte”, una donna non può sposare un uomo che appartenga ad altra religione, e via dicendo.

La tradizione prevede che la pena da infliggere all’apostata sia la morte e che la condizione degli appartenenti ad altre religioni monoteiste sia quella di dhimmi, ovvero “protetti” dietro il pagamento di una apposita tassa (la jizya che nei territori dell’Isis viene oggi imposta, alternativa all’esilio entro 48 ore) e quindi mai cittadini a pari livello con un muslim.

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Esistono due letture del Corano e della Tradizione (sunna): una lettura opta per i versetti che invitano alla tolleranza nei confronti degli altri credenti, accanto ad una seconda lettura, altrettanto legittima, che preferisce i versetti che invitano al conflitto.

Parlando di Islam oggi è inevitabile affrontare altri temi: la crescente presenza di musulmani in Europa; il rapporto con il mondo cristiano; il terrorismo di stampo jihadista sempre più presente; le forti tensioni interne al mondo arabo per cui molti politologi parlano di vera e propria guerra civile. Temi forti su cui non ci si può soffermare in questo articolo, ma su cui è doveroso evitare le chiacchiere qualunquiste per lasciare posto ad uno studio serio della realtà: il vero dialogo si può fare solo nella reciproca verità di posizioni e nella reale conoscenza di entrambe le fedi; l’azione politica si può svolgere solo nella consapevolezza che le mentalità e le tradizioni culturali sono realmente diverse.

Come ha detto Papa Benedetto XVI: “Al Dio del Corano vengono dati i nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi. L’islamismo non è una religione di redenzione. Non vi è spazio in esso per la Croce e la Resurrezione”.

di SILVIA SCARANARI

Questo articolo è stato pubbliato nella rivista Andare alle Genti di Luglio-Agosto 2016

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Porta Santa a Muliquela

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L’esperienza della Misericordia nella missione di Muliquela, in Mozambico
Una caratteristica di questo Anno Santo della Misericordia è che esso si può realizzare non solo a Roma, ma anche nelle varie diocesi locali, nelle cattedrali, concattedrali ed anche nei santuari, “mete – dice il Papa nella sua Bolla di Indizione del Giubileo – di tanti pellegrini, che in questi luoghi sacri spesso sono toccati nel cuore dalla grazia e trovano la via della conversione”. Nel seguente articolo suor Dalmazia Colombo ci descrive l’apertura della Porta Santa in un santuario del Mozambico.

Quando, alla fine di gennaio di quest’anno, ci venne comunicato che il 21 febbraio il nostro vescovo mons. Francisco Lerma sarebbe venuto nella nostra parrocchia-santuario della Madonna di Fatima di Muliquela, abbiamo sentito in cuore gioia e sgomento: gioia per l’onore e la grazia di avere la Porta Santa della Misericordia in questa missione dove ci troviamo da poco; sgomento perché il santuario, splendido nella sua struttura, porta i segni di quarant’anni di “vandalizzazione”, dovuti alla persecuzione religiosa, alla guerra e, infine, all’abbandono. Mons. Lerma, Missionario della Consolata, ci disse che nel 2010, quando divenne il pastore della diocesi, Muliquela era stata cancellata dall’elenco delle parrocchie!!!

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mons. Lerma con la gente

La stessa chiesa, pur essendo maestosa, era inaccessibile, sommersa dalle erbacce, circondata da costruzioni in rovina. Solo la passione missionaria e la collaborazione dei cristiani e di altre persone coraggiose, riuscirono a liberare il terreno, restaurare qualche caseggiato, ridare, insomma, vita e speranza alla parrocchia-santuario, realizzando nel 2012 un grande pellegrinaggio diocesano.

Le Missionarie della Consolata, nel 2014, accolsero la sfida di far rinascere la “Bella Signora di Fatima”, superando non poche difficoltà, compresa l’alluvione del gennaio 2015 che le isolò dal “mondo” per la caduta dei ponti sui fiumi dell’unica arteria stradale di cui la zona disponeva. Senza perdersi d’animo, le suore fecero sì che la vita riprendesse, riattivando la pastorale missionaria che abbraccia: visite alle famiglie e alle comunità del villaggio, animazione e formazione dei leader di comunità e catechisti, sostegno ai movimenti ecclesiali, promozione della donna, doposcuola, animazione di ragazzi e giovani, sostegno ai malnutriti. La comunità cristiana corrispose bene alle iniziative, collaborando anche nella gestione del territorio della missione, liberandolo dalle erbacce, tassandosi per rifare i banchi della chiesa, per sostenere le spese ordinarie del culto, sperando di arrivare piano piano a restaurare porte e finestre – tante – e, chissà, a tinteggiare la grande chiesa, che non è una cattedrale nel deserto, ma una chiesa viva. Un sogno! Per questo la notizia della Porta Santa della Misericordia ci ha fatto, nello stesso tempo, esultare e impensierire. Neppure disponendo di aiuti finanziari sarebbe stato possibile restaurare una delle grandi porte della facciata principale.

Ci volle il genio di suor Janete Vieira de Paiva per scoprire che le misure delle porte della sacrestia erano uguali a quelle della porta principale della chiesa, e una di queste era “restaurabile”. Fu la salvezza. Senza frapporre indugio, si scardinò quella che ebbe l’onere, grazie al lavoro professionale del falegname del villaggio, di aprirsi ad accogliere i fedeli desiderosi di Misericordia. Non fu facile fare di due una sola porta e rendere presentabili le altre della facciata. Ci fu un gran correre per andare al mercato di Ile (12 km) a comperare chiodi, colla, stucco, vernice… mancava sempre qualcosa, mentre il tempo stringeva. Ad un artista di Gurue fu commissionata la pittura su parete del logo e con della calce si pensò di imbiancare l’angolo della Porta Santa, coprendo le spese con il contributo straordinario delle comunità, anche se questo arrivava a singhiozzo.

Mentre gli operai lavoravano, si mise in moto la “macchina” dei cantori, degli accoliti, quella delle danzatrici, degli incaricati dell’altare e della pulizia della chiesa, perché la Misericordia del Padre potesse diffondersi largamente su coloro che l’avessero desiderata.

L’annuncio dell’apertura della Porta Santa fu dato con il “passaparola” dai catechisti di zona per raggiungere le sessanta comunità cristiane, alcune delle quali non si possono raggiungere né con mezzi motorizzati né con il cellulare.

Santuario_Madonn_ fatimaE arrivò il giorno 21 febbraio. L’arrivo del vescovo mons. Lerma era previsto per le 8.00. Di buon mattino mi avvio verso il santuario per poter fotografare la Porta Santa, prima che fosse aperta. Mentre scatto qualche foto, si sente in lontananza l’arrivo dell’automobile del vescovo e di fretta gli si va incontro. Come descrivere a parole quanto accadde da quel momento? Difficile, inaspettato, ma molto indicativo di quanto bisogno di Misericordia ci sia nel cuore degli uomini. Come si spiega altrimenti quanto accadde? Ossia l’afflusso di migliaia di persone, alcune arrivate il giorno prima a piedi, in bicicletta o anche in moto, passando la notte all’addiaccio.

E cosa dire nel vedere la folla passare ordinata, devota per la Porta Santa, e inginocchiarsi sul pavimento liberato dai banchi, rimanendo quasi sempre così durante la celebrazione che durò almeno due ore? L’accoglienza della benedizione del Vescovo che asperse tutti i fedeli inginocchiati passando lentamente attraverso il “tappeto umano” dei fedeli? Commovente il momento in cui il Vescovo, spiegando nell’omelia che, alla Misericordia di Dio, dovevamo rispondere con le quattordici Opere di Misericordia, chiese all’assemblea se le conoscesse. Immediatamente, dalla navata a destra, femminile, partì il coro “Dar da mangiare agli affamati…”. Sorpreso, e un po’ provocatorio, mons. Lerma si rivolse agli uomini della navata sinistra perché proclamassero quelle spirituali. Ed ecco un coro possente declamare: “Consigliare i dubbiosi, insegnare…”. All’uscita, non ci fu il tradizionale vocio o peggio schiamazzo di quando si scioglie un’assemblea. Sembrava che ognuno volesse continuare a vivere l’abbraccio del Padre Misericordioso. “Muluku Okhala”, “Dio esiste”, mormorò una signora. Sì, Dio esiste, Cristo è vivo, e ancora una volta lo abbiamo sperimentato!

Suor Dalmazia Colombo, MC

Questo articolo è stato pubblicato su “Andare alle Genti

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Viaggio verso se stessi

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Alla conclusione dell’anno della Misericordia è bello ripercorrere la dinamica che conduce alla scoperta della fonte inesauribile dell’acqua viva.

Gesù alla Samaritana svela i passi del percorso del cammino di fede e del rapporto con Gesù. Cinque sono i passi che Gesù ha fatto fare alla Samaritana:

Il desiderio: l’arsura della gola, a mezzogiorno, l’anfora vuota.

La ricerca: mi muovo, camminando sotto il sole. Il mio de­siderio si traduce in movimento attivo.

L’incontro: al pozzo, Lui mi pone una domanda: “dammi da bere”. La stessa mia domanda. Lo stesso desiderio che ho io. Siamo in due.

Il dialogo: “Perché chiedi a me?” Adesso, le domande le pongo io. E sempre più profonde.

La verità: “Chi sono io? Chi sei tu?” Mi lascio scoprire. Lui si rivela: “Sono io che ti parlo”. Mi fido. Credo in Lui! [1]

Parola di Dio: Gv. 4,1-26

Chiavi di lettura:

  1. Il cammino della Samaritana è un percorso che va dalla ricerca di senso, a causa di una vita ormai sfiorita, all’incontro con Gesù: Colui che finalmente sazierà la sua sete. In questo itinerario la donna compie un viaggio verso la verità di se stessa, verso la propria interiorità, verso il luogo dove abita il Signore, verso la fede in Lui.
  2. Giovanni, nel testo proposto, distingue tra pozzo e sorgente; usa due verbi differenti per indicare due realtà fondamentalmente diverse: la sorgente è il luogo dove l’acqua sgorga generosa, abbondante e può essere bevuta senza sforzo, il pozzo invece, quanto più è profondo, tanto più richiede fatica per attingere l’acqua. L’acqua del pozzo non è viva, l’acqua della sorgente è viva, anzi è una fonte che zampilla.

La donna attraverso il dialogo con Gesù deve dare il passo dal desiderio dell’acqua del pozzo a quello della sorgente se vuole avere Vita.

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Giovanni, nel testo proposto, distingue tra pozzo e sorgente, l’acqua del pozzo non è viva, l’acqua della sorgente è viva, anzi è una fonte che zampilla.

Alcune piste per la riflessione

Al v.7 del nostro testo entra in scena una donna di Samaria che viene al pozzo per un bisogno feriale, attingere acqua. È una donna tra le tante, senza nome, una donna come le numerose donne riportate nella Bibbia. L’indicazione dell’ora: “…era circa l’ora sesta” è importante: l’ora del mezzogiorno è l’ora della salvezza…, della redenzione, l’ora di Gesù… . Il testo suggerisce che l’arrivo di questa donna è un’anomalia: non si va ad attingere a mezzogiorno, nell’ora più calda del giorno, ma di sera, con le altre donne. La donna che arriva sembra voler evitare l’incontro con altre persone, come se avesse bisogno di nascondere qualcosa o come se non godesse della stima e del riconoscimento altrui.

Gesù inizia un dialogo che si scandisce in tre tappe in base agli argomenti trattati: l’acqua (vv.7-15), il marito (vv.16-19), la vera adorazione (vv.20-26). Nelle tre tappe del dialogo la donna manifesta una mancanza: non ha l’acqua, non ha marito, non conosce il luogo della vera adorazione. Nella prima tappa anche Gesù manifesta una mancanza: chiede da bere e non ha di che attingere, ma nel corso del dialogo si assiste a un’inversione tra chi chiede e chi dona. Inoltre all’inizio la mancanza della donna riguarda l’acqua, ma il suo lasciare la brocca (v. 28), induce a domandarsi quale sia la vera mancanza che il dialogo metterà in luce. Alla fine, alla donna non importerà più l’acqua del pozzo, ma Colui che dona l’Acqua viva[2].

  1. Sc21-Samaritidi1 edItinerario di relazione: Al v.10 durante il dialogo sulla mancanza di acqua Gesù risponde alla Samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Gesù lascia che la donna avverta una provocazione e che percepisca una promessa: parla di “acqua viva”… Acconsente che la donna si ponga ancora su un livello di desideri “tangibili”, di soddisfazione dei bisogni, mentre, intanto evoca un altro livello di desideri profondi, di compimento, di verità, di identità piena, dove l’acqua viva assume il significato del dono di Dio, di Dio stesso, del suo amore appassionato per la sua creatura, della sua azione vivificante, della propria rivelazione, di Lui fatto dono.

Di questo itinerario fa parte la reazione della donna (vv.11-12): “Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo, da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?”, senza esserne consapevole, la Samaritana dice la verità.

Gesù passa poi dal tema dell’acqua a quello della sete, espressione più evidente del desiderio (vv.13-14): “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”. Così attraverso le sue parole anche noi siamo interrogati per individuare quale sia la sete che avvertiamo, dove andiamo a cercare acqua? Gesù lascia intuire che la sua acqua spegne la sete per sempre, colma per sempre e totalmente ciò che uno desidera e scaturisce dal contatto con Lui.[3]

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Attraverso le parole [della samaritana] anche noi siamo interrogati per individuare quale sia la sete che avvertiamo, dove andiamo a cercare acqua?
  1. La ricerca attiva e il dialogo: La seconda reazione della donna è finalmente una richiesta, quella dell’acqua, non chiede più per sapere ma per avere e sollecita un’iniziativa da parte di Gesù; sembrerebbe che sia giunta a capire l’intenzione del suo interlocutore. Ancora una volta, però, restiamo sorpresi dal Signore che, alla domanda della Samaritana, risponde con un invito ulteriore che sposta i termini della questione “va a chiamare tuo marito e torna qui” (v. 16). È una parola che svela l’ambiguità dell’intuizione della donna. Gesù entra nel codice sponsale che la donna sta usando, perché sa quale è il suo desiderio più profondo. La richiesta di Gesù rivela l’assenza più assoluta dell’acqua della sorgente, una mancanza che distanzia dalla vita vera (Gv. 2,3; 5,7; 21,7). Svela, inoltre, se stesso come Colui che, conoscendo il cuore, ravvisa anche le sue inconsistenze e aspettative.
  1. Verità e trasformazione: La Samaritana pone un’altra questione, e finalmente si tratta di una domanda reale: dove adorare…? (v. 20ss). Di fronte a ciò, Gesù la chiama “donna”, facendo precedere il vocativo da un invito alla fede, “credimi”. Giovanni nel suo vangelo utilizza il termine “donna” per indicare una situazione in cui il rapporto con Gesù ha portato alla trasformazione, a un cambio di desideri, di progetti e di vita. Tutte le donne che compaiono nel vangelo di Giovanni subiscono questa duplice trasformazione; non abbiamo donne guarite né donne perdonate, ma donne trasformate dalla fede (cfr. Maria, Gv. 2; Marta e Maria di Betania,, Gv. 11; Maria di Magdala, Gv. 20).
Tutte le donne che compaiono nel vangelo di Giovanni subiscono questa duplice trasformazione; non abbiamo donne guarite né donne perdonate, ma donne trasformate dalla fede.
Tutte le donne che compaiono nel vangelo di Giovanni subiscono questa duplice trasformazione; non abbiamo donne guarite né donne perdonate, ma donne trasformate dalla fede.

La risposta di Gesù focalizza l’azione dello Spirito Santo. E’ Lui a mettere in relazione il credente, che adora, con il Padre, inserendolo nel mistero di Cristo che è Verità.

Preghiera personale:

  • Scegli qualche espressione del testo
  • Ascolta come chi ascolta Dio che parla al cuore.
  • Lascia penetrare la parola nel tuo cuore, in silenzio…
  • Nella fede e nell’amore diventa consapevole che tu stesso sei coinvolto in questo dialogo…
  • Spalanca il tuo essere all’incontro con Lui… quali le mie “mancanze?”
  • Impara a guardarti con gli occhi di Gesù…
  • Guarda a Lui con gli occhi della Fede…
  • Faccio verità nella mia vita per incontrare lui…

25 anniversario 3 ed Impegno:

“Sono io che ti parlo”. Mi fido. Credo in Lui! Mi apro a Dio per adorarlo in Spirito e Verità. Mi lascio trasformare da Lui.

Suor Renata Conti MC

[1] DIREZIONE GENERALE MC, Circolare  N° 2,  25 Novembre 2012  NEPI (VT)

[2] MARCHESELLI M., Dialoghi della Donna di Samaria, Facoltà teologica dell’Emilia Romagna, 2007

[3] BARBERO F. La Samaritana al pozzo, commentari 2008

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