In Oceania!

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bevendo mate e condividendo la vita

Una missione che dilata il cuore fino agli estremi confini della Terra

I progetti, i sogni fanno parte della vita di ciascuno, e anche della nostra famiglia missionaria. Ed ecco che ci ritroviamo a sognare nuovi orizzonti di missione, là dove il Signore ci chiamerà… Non importa se siamo meno sorelle, è questione di fedeltà alla chiamata che il Signore ci ha fatto mediante il nostro carisma ad gentes… Asia: l’odierno campo della prima evangelizzazione. Oceania: un continente lontano in molti sensi, e nel quale non siamo ancora arrivate… o forse si?

Mi ritrovo con le nostre sorelle “Sacramentine” per una merenda e qualche chiacchiera: durante l’Assemblea della regione Argentina Bolivia, la presenza delle nostre sorelle anziane è stata così preziosa, che mi è venuta voglia di far loro un’intervista di gruppo. Cosa significa essere “missionaria sacramentina”? Stanno portando avanti una nuova missione da qualche anno, e parlano di “apostolato mistico”. Cosa significa? Lasciamo a loro la parola!

“Siamo arrivate a questa casa che accoglie le sorelle anziane, dopo tutta una vita di missione e apostolato” inizia suor Orlanda, missionaria in Formosa e Chaco per molti anni “avremmo potuto sentire che era la morte, o l’attesa della morte…”

“In un momento in cui, per l’età, i limiti, ci hanno indicato una nuova direzione nella nostra missione, l’orizzonte si è aperto: abbiamo sentito fuoco nei nostri cuori e con una nuova speranza e con passione apostolica, con amore e generosità ci siamo disposte a una nuova missione: l’apostolato mistico”


Ma in cosa consiste questo apostolato mistico?

DSC01375“Il nostro Fondatore ci ha sempre volute “sacramentine”, che significa essere missionarie che trovano la propria energia davanti al Tabernacolo, nella relazione viva con Gesù Sacramentato. Questo vale per ogni Missionaria della Consolata. Però l’apostolato mistico è un’altra cosa, è la nostra nuova missione: come Santa Teresa di Lisieux, che non è mai uscita dal suo convento, ma è patrona delle Missioni”

“Se in tanti anni di missione che il Signore ci ha regalato, Lui fu colui che ci ha sostenute, ci ha dato tanta vita per donarlo agli altri, in Lui “Guardiamo al passato con riconoscenza” e iniziamo una nuova storia nelle mani dell’amore del Padre”.

Una nuova storia e una nuova missione che già le ha portate in Oceania!

“L’Istituto” ci condivide suor Maria dos Anjos “ sta facendo una riflessione profonda per aprire una nuova missione in Asia. Forse un giorno la nostra famiglia arriverà anche in Oceania, però noi Sacramentine siamo già lì! Infatti, con la nostra preghiera visitiamo i cinque Continenti e ogni giorno andiamo anche in Oceania. E’ un apostolato più ampio il nostro…”

Concretamente, come si svolge il giorno di una suora Sacramentina?

“Di mattina” ci racconta suor Francisca “ho il compito di leggere il giornale e prendere nota delle notizie dal mondo, delle situazioni che hanno bisogno della presenza di Dio e della sua consolazione. Le condivido con le altre sorelle e davanti a Gesù, in adorazione, le presentiamo al Signore”.

“Ognuna di noi ha quotidianamente un’ora di adorazione. Il lunedì tutta la comunità si unisce al pomeriggio nella preghiera”.

“Concretamente, viviamo la giornata con disponibilità, preghiera, offerta, tutto fatto con amore verso Cristo, affinché Egli giunga a tutta l’umanità, senza frontiere. E così, diamo il nostro sostegno e la nostra forza all’Istituto e alle nostre comunità che vivono l’apostolato diretto, annunciando e donando la consolazione lì dove Dio le vuole”.

“Un sacerdote una volta ci ha detto: il rischio che tutti possiamo correre, è quello dell’indifferenza e del dimenticare gli altri, con la scusa che non possiamo risolvere i problemi del mondo. La priorità del Cristiano e del Religioso, tanto più del Missionario, è un fuoco che dovrebbe ardere dentro di noi e che si manifesta a favore dei più bisognosi”

 

Qual è la gioia più profonda che ti dà l’essere Missionaria Sacramentina?

eucaristia_2“Quando sono andata in pensione, dopo tutta una vita dedicata all’insegnamento” condivide suor Francisca “ho sentito un vuoto molto grande, senza il contatto quotidiano con i ragazzi e le persone. Però ho appreso a pregare per le cose della gente, e questo mi ha dato una gioia grande. E’ un apostolato importante, grazie alla forza che ha la preghiera”.

“Lo stare più unita a Gesù” ci dice suor Antoniana “è fonte di grande gioia”

E suor Floranna aggiunge: “Dopo una vita di servizio e missione, l’apostolato mistico mi ha dato molta gioia, ha dato senso alla mia vita, mi fa sentire utile”.

E noi sorelle sappiamo quanto è importante la preghiera delle nostre Sacramentine, che sostengono la nostra missione!

Suor Maria dos Anjos ci condivide: “La più profonda gioia è vivere il momento presente, il momento che mi tocca vivere, con serenità, attenta alle necessità del mondo. L’incontro con il Signore è la forza della mia vita: mi ha dato gioia, entusiasmo, voglia di fare. Sempre nel mio apostolato ho accompagnato i malati, e ora continuo ad accompagnarli davanti al Tabernacolo”.

Quasi scherzando, le Sacramentine ricordano uno slogan del nostro Istituto: “Andare dove nessuno vuole andare” e lo applicano alla loro missione: certamente nessuna vorrebbe essere Sacramentina, se lo si considera come un essere anziana o malata, senza la possibilità di andare in missione. Ma loro sentono tutto questo come una nuova missione: andare dove nessuno vuole andare, però dove loro hanno trovato la loro felicità. Arrivando fino in Oceania!

a cura di Suor Stefania Raspo, MC

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Contro “la tratta degli schiavi”

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23 agosto 2016: Giornata Internazionale contro “la tratta degli schiavi” e della sua abolizione

Il 23 agosto si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale di commemorazione della “tratta degli schiavi” e della sua abolizione, avvenuta ufficialmente nell’800, dopo oltre due secoli di storia per oltre dodici milioni di schiavi trasportati con forza dall’Africa verso l’America, per essere usati come mano d’opera nelle piantagioni di caffe, di cotone, di canna da zucchero. Questa giornata costituisce un’opportunità per ricordare le cause storiche, i metodi e le conseguenze di tale tragedia che ha coinvolto milioni di persone tra Africa, Europa, Americhe e Caraibi. La data è stata scelta a ricordo della notte tra il 22 e il 23 agosto 1791 che ha visto, a Santo Domingo, l’inizio delle rivolte degli schiavi che avrebbero poi giocato un ruolo cruciale nell’abolizione della tratta e della schiavitù attraverso l’Oceano atlantico.

Tale giornata ci aiuta quindi a riflettere sulle cause storiche, sulla pratica e gli effetti della schiavitù e della tratta degli schiavi che per secoli ha coinvolto milioni di uomini, donne e bambini sradicati dalle proprie case, comprati e venduti per una mano d’opera senza costo, tranne il costo della stessa vita degli africani che per i bianchi conquistatori dell’America serviva solo per essere usata. Tale giornata è stata istituita nel 1997 su iniziativa dell’Unesco e si celebra ogni anno il 23 agosto per non dimenticare la tragedia vissuta da diversi milioni di persone prelevati con la forza da semplici villaggi africani per trasportarli e usarli nel nuovo continente d’America da poco scoperto e quindi bisognoso di mano d’opera senza costo.

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Questa giornata costituisce un’opportunità per ricordare le cause storiche, i metodi e le conseguenze di tale tragedia che ha coinvolto milioni di persone tra Africa, Europa, Americhe e Caraibi.

Chi non ricorda la visita di Papa Giovanni Paolo II in Senegal, del 22 febbraio del 1992,  quando  nella “Casa degli schiavi” dell’ isola di Gorée, di fronte all’ Oceano, da dove gli africani in catene venivano caricati sulle navi per un viaggio verso il “nuovo mondo” e senza ritorno, ha chiesto perdono a Dio e agli uomini per i cristiani che si sono macchiati del “crimine enorme” per il commercio degli schiavi e la tratta dei negri. “Sono venuto qui per rendere omaggio a tutte queste vittime senza nome”…”Da questo santuario africano del dolore nero imploriamo il perdono del cielo”. Questo è stato un atto di giustizia, ed ha richiamato stati e istituzioni ad una più grande attenzione e rispetto verso l’Africa e verso gli Africani. L’ammissione di colpa da parte della Chiesa per i peccati dei cristiani coinvolti nel commercio degli schiavi negri, non era solamente necessaria, ma dovuta. Ma purtroppo la schiavitù non è finita, ha gridato ancora il pontefice. Anche oggi si sfrutta l’Africa, si sfrutta il mondo del poveri. Ci sono nuove forme di schiavitù, come “la prostituzione organizzata, che sfrutta vergognosamente la povertà delle popolazioni del Terzo Mondo”.  E di questa realtà siamo ben coscienti e altrettanto responsabile di tali schiavitù moderne.

Altrettanto significativo è stato l’incontro di Papa Francesco il 13 agosto u.s. in visita ad una casa famiglia per l’accoglienza ed il recupero di donne vittime della nuova tratta degli schiavi di oggi, a chiedere perdono. Dopo aver ascoltato le loro storie di dolore e umiliazione Papa Francesco ha avuto il coraggio di fare altrettanto e chiedere perdono: «Chiedo perdono per tutti quei cattolici e credenti che vi hanno sfruttato, abusato e violentato».

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Ci sono “nuove forme di schiavitù”, come “la prostituzione organizzata, che sfrutta vergognosamente la povertà delle popolazioni del Terzo Mondo”. E di questa realtà siamo ben coscienti e altrettanto responsabile di tali schiavitù moderne.

Quest’anno più che mai sentiamo il bisogno di fare memoria di tale evento. Le giornate commemorative non servono se non sono accompagnate da una nuova presa di coscienza nell’impegno di tutti nel riconoscere nuove forme di schiavitù presenti anche oggi nella nostra società del benessere e del consumo che sfrutta la situazione di povertà e vulnerabilità di milioni di persone provenienti da paesi impoveriti dai nostri sistemi di vita dove a farne le spese sono i poveri e gli ultimi. E ancora una volta è sempre l’Africa a pagarne il prezzo più alto specie a scapito di migliaia di donne e minorenni disseminate sulle strade delle nostre città  e campagne, costrette a vendere il loro giovane corpo con i loro sogni e le loro speranze. Di questo dobbiamo prendere atto con vergogna perché siamo tutti responsabili, non fosse altro per il silenzio e la nostra indifferenza.

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Purtroppo questo enorme business sostiene e arricchisce sempre più la criminalità organizzata che non perde occasione per cambiare rotta o metodi pur di non perdere i loro ingenti guadagni.

“La tratta di esseri umani è un  crimine contro l’umanità”. Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa affermazione, particolarmente cara a Papa Francesco che, in più occasioni, l’ha ripetuta con forza e coraggio per contrastare questa terribile piaga moderna che ancora oggi continua a mietere vittime, particolarmente giovani donne e bambini per scopi diversi, tra cui il lavoro minorile e la schiavitù sessuale. Purtroppo questo enorme business sostiene e arricchisce sempre più la criminalità organizzata che non perde occasione per cambiare rotta o metodi pur di non perdere i loro ingenti guadagni. Oggi anche noi possiamo e dobbiamo chiedere perdono contro tutte le forme di schiavitù e sfruttamento ma soprattutto impegnarci per abolire definitivamente la nuova tratta degli schiavi di oggi.

Sr. Eugenia Bonetti mc

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Misericordia verso tutti

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L’autrice dell’articolo, già missionaria in Somalia, si trova da vari anni in Tanzania, dove ha svolto per lungo tempo la sua missione come infermiera. Attualmente non esercita più la sua professione, ma è ugualmente vicina a chi è nel bisogno, particolarmente ai malati, andando a visitarli in ospedale ogni giorno.

L’umanità di oggi è in gran parte poverissima di amore, di un amore vero che si dona e cerca il bene del fratello, si china su di lui e lo consola. Credo che ciascuno di noi, sul proprio cammino di ogni giorno, abbia incontrato più di un fratello o una sorella bisognosi di consolazione. Allora è necessario fermarsi, ascoltare senza fretta ciò che questa persona ti dice. A volte si tratta di una o più ferite profonde che richiedono tempo e pazienza per guarire, ma in ogni caso si percepisce viva la presenza misericordiosa del buon Dio che si china sulla sua creatura, la consola e la guarisce.

TZ-misericordiaDa parte mia, ogni giorno, coadiuvata da alcuni laici, vado a far visita ai malati dell’Ospedale governativo di Iringa, ove scopro in ciascuno di loro una fede semplice e viva, che aiuta queste care persone ad accettare e vivere con grande serenità la loro sofferenza.

Appena entro, passo subito nei reparti, saluto i malati ad uno ad uno, leggo un breve versetto della Parola di Dio, concludendo con una preghiera. Fra di loro vi sono: seguaci delle religioni tradizionali, musulmani e cristiani di diverse denominazioni, ma, ad eccezione di qualche caso sporadico, tutti ringraziano e mi dicono: “Torna ancora sister!”.

Se vi è qualche ammalato povero e bisognoso cerco di aiutarlo, procurandogli soprattutto cibo, medicinali e un po’ di denaro per i viaggi. Sovente la malattia è un’occasione per il ritorno a Dio o per completare un cammino di fede, già intrapreso. A volte assisto a casi davvero commoventi, come quello di Zaveria, una cara nonnina, la quale qualche giorno fa mi ha espresso il desiderio di essere battezzata. La sua malattia non era per nulla grave e avrebbe potuto attendere anche il giorno dopo, ma, visto che era preparata, ho voluto accontentarla e le ho detto: “Bene, Zaveria, ti battezzo adesso”.

TZ-misericordia2Dopo che le ebbi amministrato il Battesimo, abbiamo fatto una breve preghiera insieme e la nonnina era raggiante. Il giorno seguente sono andata nel reparto dove era ricoverata ed ho subito notato che il suo letto era vuoto. Le malate vicine, vista la mia sorpresa, mi hanno detto: “Sister, Zaveria ci ha lasciato; non ce lo saremmo aspettato, perché non era grave e neanche tanto anziana, ma il Signore l’attendeva qui per colmarla della sua Grazia e portarla con sé in Paradiso”. Sempre aiutata da alcuni laici, offro il mio servizio anche fra i carcerati, condividendo con loro la Parola di Dio, portatrice di speranza e consolazione e capace di toccare il cuore di questi nostri fratelli fino a farli tornare sulla “retta via”. Anche questi nostri fratelli e sorelle, cerco di aiutarli con medicine e buon vitto ogni volta che ne hanno bisogno, facendo sì che il tempo trascorso in carcere dia loro la possibilità di migliorare le loro condizioni di vita al loro rientro nella società. Per questo motivo ho dato inizio anche ad una scuola di alfabetizzazione e di cucito, nella certezza che queste semplici attività saranno loro di aiuto per essere, in futuro, in grado di autosostenersi. Sempre ringrazio il buon Dio per la sua bontà infinita verso ogni sua creatura e sono molto grata a tutti coloro che con la preghiera e i loro sacrifici fanno sì che tante persone riprendano a sorridere e a sperare nella vita.

suor Stefanella Zavattaro, MC

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista “Andare alle Genti

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Siamo parenti

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Noi Missionari e Missionarie della Consolata «siamo per i non cristiani»: per questo siamo nati, per questo esistiamo.

Ho vissuto in Mozambico dal 2000 al 2002. Sì, un tempo molto breve, ma sufficiente a cambiarmi la vita. Abitavo a Maúa, nella provincia del Niassa, al nord del paese, nella terra del popolo Macua, condividendo la missione con consorelle, confratelli e tanta gente con cui abbiamo scambiato vita e consolazione. Ho sperimentato che la consolazione non va a senso unico ma a due sensi: a Maúa sono stata consolata e sono anche stata, per grazia gratuita di Dio, mediazione di consolazione. E questo non vale solo per Maúa: la missione è reciprocità e scambio, ovunque siamo.

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I Missionari e le Missionarie della Consolata sono nati per «andare», per muoversi in direzione dell’altro, per accoglierlo, ma anche per lasciarsi raggiungere dall’altro ed esserne accolti.

Noi Missionari e Missionarie della Consolata «siamo per i non cristiani»: per questo siamo nati, per questo esistiamo, per questo siamo arrivati in Africa tanti anni fa. La missione fra i non cristiani è «la ragion d’essere» degli Istituti. Nel linguaggio tipico del suo tempo, il Beato Giuseppe Allamano diceva che «[L’Istituto ha] il proprio fine speciale e secondario, che ne forma la caratteristica ed è la sua ragion d’essere: l’evangelizzazione degli infedeli»[1]. Questo dato, espresso quanto mai chiaramente e sinteticamente dal nostro fondatore, resta gravido di conseguenze ieri come oggi: siamo nati, siamo cresciuti e viviamo nell’orizzonte dei non cristiani[2]; questo orizzonte, per così dire, ci ha generati e continua ad essere per noi vitale. In un mondo religioso (e politico-sociale) che costruisce una frontiera tra i fedeli e gli infedeli, tra i pagani e i cristiani, l’Allamano, dalla sua esperienza di Dio e dal contatto con Maria Consolata, crea qualcosa di nuovo e inventa per noi il senso della missione[3]: muoversi verso l’altro, rivoluzionando le frontiere perché esse sono invenzioni umane destinate a variare a seconda delle paure, delle resistenze e delle insicurezze dell’essere umano. I Missionari e le Missionarie della Consolata sono nati per «andare», per muoversi in direzione dell’altro, per accoglierlo, ma anche per lasciarsi raggiungere dall’altro ed esserne accolti. I Missionari e Missionarie della Consolata hanno bisogno dell’altro per esistere. Il viaggio missionario è trasformazione: non solo del non cristiano, non solo di colui al quale è annunciato il Vangelo, ma anche del missionario. Nelle parole di Padre Trevisiol IMC: «Il fatto di essere cristiani e portatori del Vangelo è per noi il dato da cui partiamo e andiamo verso gli altri, mentre ci è più difficile scoprire quanto di essi è penetrato dentro di noi. Sì, noi siamo per gli infedeli, ma non saremo ciò che siamo senza di loro»[4].

Ora, che cosa c’entra tutto questo con l’esperienza tra il popolo Macua in Mozambico?

Noi, Missionari e Missionarie della Consolata, siamo arrivati tra i Macua Scirima di Maúa e dintorni negli anni ’40, quando la gente di là non era cristiana. Noi eravamo per loro ma noi avevamo bisogno di loro. Abbiamo camminato assieme, coi nostri errori, fragilità e limiti, ma anche con la nostra passione e la nostra voglia di conoscerci e di comunicare, e la vita ha cominciato a scorrere tra noi, aprendo canali di dialogo, rigenerandoci reciprocamente. Ci siamo accorti, lungo la storia, segnata da gioie e dolori – e da tanti anni di guerra – del mutuo bisogno di comunicazione e la reciprocità, la compenetrazione, sono diventate vita nella misura in cui è stato possibile accoglierci nella nostra alterità ma anche nella nostra consanguineità in quanto figli dello stesso Padre che per tutti – cristiani e non cristiani –  ha mandato il Figlio.

Negli anni in cui ho vissuto a Maúa, e nelle mie visite  quasi annuali successive, con un gruppo di persone del luogo, papà e mamme di famiglia, la maggioranza cristiani ed alcuni musulmani, abbiamo svolto una ricerca approfondendo la sapienza e la spiritualità originale del popolo, attraverso lo studio dei miti, dei proverbi, dei riti che fioriscono dal tesoro culturale Macua.  Una delle persone con cui ho più collaborato in questa ricerca è il signor Luis Prisciliano.

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… la reciprocità, la compenetrazione, sono diventate vita nella misura in cui è stato possibile accoglierci nella nostra alterità ma anche nella nostra consanguineità in quanto figli dello stesso Padre che per tutti – cristiani e non cristiani – ha mandato il Figlio.

Luís Prisciliano, di etnia Macua, originario della provincia di Cabo Delgado, Mozambico, è cresciuto e ha studiato presso una missione cattolica. Ha insegnato in questa zona per diversi anni in scuole di primo livello, dedicandosi all’arte, specie alla pittura, nei tempi liberi. Sentendosi poi chiamato alla vocazione di guaritore, ha trascorso lunghi periodi di pellegrinaggio ed apprendimento presso i santuari tradizionali, in foresta, tornando alla cittadina di origine in qualità medico tradizionale, professione praticata per diversi anni.  Si è quindi dedicato quasi completamente  al disegno e alla pittura, fino a quando per questioni di salute ha dovuto ritirarsi. Ha esposto alcune sue opere (olio su tela) alla Expo Missionaria di Roma in occasione del Giubileo dell’anno 2000. Ha collaborato alla illustrazione di pubblicazioni curate dal Centro Studi Macua Xirima di Maúa. Prisciliano è stato per me un prezioso interlocutore e maestro, alla cui sapienza, disponibilità, pazienza e capacità dialettica ho avuto la gioia e la fortuna di attingere a più riprese. Prisciliano ha lasciato questa terra per “tornare al Namuli” (il monte sacro della tradizione spirituale Macua), alcuni anni fa e ora gode del pieno abbraccio di Dio Padre e Madre.

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Prisciliano è stato per me un prezioso interlocutore e maestro, alla cui sapienza, disponibilità, pazienza e capacità dialettica ho avuto la gioia e la fortuna di attingere a più riprese.

Un pomeriggio di settembre dell’anno 2005, a Maúa, parlavo con Prisciliano che mi raccontava, in tono affettuoso e rispettoso, di quanto «strani» i missionari e le missionarie possano risultare per le loro abitudini, il loro modo di vivere, così diverso dalla gente del luogo. Tra me pensavo che veramente, dalla prospettiva macua, dovevamo apparire come un fenomeno esotico, coi nostri modi di parlare, di salutare, di mangiare, di rapportarci; chissà quante volte, riflettevo dentro di me, siamo riusciti ad essere grossolani e maleducati senza nemmeno rendercene del tutto conto. Gli chiesi come facessero a sopportarci così come siamo. Prisciliano, serio e pacato, mi spiegò che c’era una cosa importantissima che ci accomunava. Prese tra le mani il crocifisso che portavo al collo e disse più o meno queste parole: «Siete arrivati con questo, e questo basta. Tra questo e il Dio dei nostri antenati non c’è contraddizione. Siamo parenti».

Simona Brambilla MC

[1] L. Sales, La vita spirituale. Dalle conversazioni ascetiche del Servo di Dio Giuseppe Allamano fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, Torino 1963, 18.

[2] Cf. A. Trevisiol, «Noi siamo per gli infedeli», Documentazione IMC 60 (2002), 14

[3] Cf. A. Trevisiol, «Noi siamo per gli infedeli», 16.

[4] A. Trevisiol, «Noi siamo per gli infedeli», 18.

 

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Concetta Petriliggieri: una donna divenuta missione

 

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La testimonianza di vita di una donna che vibra e vive di missione

La sua passione per Gesù e per i poveri, nei quali voleva amarlo e servirlo, ha sempre guidato la sua vita e le sue scelte. Scelte talvolta ardite, come quando affascinata per l’Africa, decise di partire senza nessun appoggio, anzi, rifiutando l’offerta di un’organizzazione che avrebbe garantito una certa sicurezza, ma che l’avrebbe legata a un progetto “fatto a tavolino” il quale contrastava completamente con la sua visione di servizio agli ultimi, fatto in totale disponibilità e senza piani ne tempi  predeterminati.

Attraverso un amico comune incontra Don Giovanni Piumatti, Don Cesare Canavosio e P. Gianni Losito, tre sacerdoti Fidei Donum di Torino, che volevano incominciare una comunità allo stile di Charles di Foucauld in Congo, così, Concetta e altre giovani volontarie, accettando questa proposta, partirono nell’ottobre del 1974 per Lukanga. Portavano con sé tutto il loro entusiasmo, il desiderio profondo di una vita semplice, sobria e la voglia di mettere al servizio dei più poveri le loro capacità, la loro professionalità – Concetta si era laureata come ostetrica e aveva fatto un corso su malattie tropicale prima di partire- ma soprattutto erano determinate a lasciarsi “educare” dalla loro gente, a nulla imporre, a camminare al loro ritmo, accompagnando e sostenendo ogni loro iniziativa.

foto-71 (1)Vivere questo processo di acculturazione non fu certamente facile, così come non fu senza fatica imparare a vivere insieme in una comunità mista, ma hanno trovato sempre la forza e l’aiuto nel Signore e nella gente stessa che, con squisita delicatezza, li hanno accompagnati e sostenuti. In quarantadue anni non abbiamo mai fatto un progetto di testa nostra, afferma Concetta con disarmante semplicità, crediamo che i poveri abbiano, non solo la capacità di trovare soluzioni ai propri problemi, ma anche quella di gestire quei piccoli progetti attraverso i quali diventano protagonisti del loro sviluppo e della loro storia.

Tutto lo decidevamo insieme, in assemblea, racconta Concetta, illuminati e guidati dalla Parola di Dio. Come quella volta che, in una riunione, parlando dei problemi che tormentavano la comunità – popolazione che cresceva a dismisura, i continui litigi a causa dei campi che non bastavano perche tutti abbiano un pezzetto da coltivare, rischio che le tensioni aumentino – furono inspirati da Gen. 13, 1-12 (quando Abramo si separa da Lot), e piuttosto di rovinare l’amicizia tra loro, decisero di fare come Abramo, e un gruppo di trenta famiglie lasciò i campi agli altri e si trasferirono da Lukanga a Muhanga, nel bel mezzo della foresta, e Concetta con la sua comunità, si spostarono con loro!

Nasceva così il Progetto Waibraimu, un nuovo centro per costruire la pace! Il missionario, dice Papa Francesco, è un contemplativo della Parola ed anche un contemplativo del popolo, questa è una vera sensibilità spirituale per saper leggere negli avvenimenti il messaggio di Dio (EG154). Siamo chiamati, dunque, a un servizio che orienti con chiarezza evangelica il cammino da compiere insieme e nell’unità del cuore, dentro un presente fragile in cui il futuro vive la sua gestazione. Occorre camminar dietro al popolo, per aiutare chi è rimasto indietro e- soprattutto- perche il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade (cf Scrutate, 13).

foto-conceEssere con la gente, condividendo con loro tutto: le fatiche, le gioie e le speranze, le angosce, le paure e gli orrori della guerra, la totale insicurezza e vulnerabilità di fronte agli assalti dei militari e dei ribelli, che uccidono e saccheggiano, ha temprato il cuore e la vita di questa piccola-grande donna che ha deciso di rimanere sempre accanto alla sua gente, diventando così segno tangibile della Presenza di Dio che mai abbandona il suo popolo.

Con il passar degli anni, e per diverse e validissime ragioni, alcuni membri della comunità rientrarono in Italia, Concetta, invece, dopo più di quaranta anni di servizio missionario è ancora pronta a ripartire, benché ora spenda tempi più lunghi in patria, giacché le forze vengono meno e la salute diventa fragile. Comunque, il suo impegno e servizio ai poveri non ha confini, difatti, Lei sa che missione non è semplicemente partire, ma è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro. Perciò, quando è a Modica, ovunque ci sia una persona bisognosa d’aiuto, lei è sempre disposta a dare una mano, ad accogliere, a offrire un sorriso, ad ascoltare, a dare il meglio di sé.

Ho conosciuto Concetta tre mesi fa, quando sono arrivata, per la prima volta, a Modica, per incontrare gli altri membri della nascente comunità missionaria intercongregazionale. Per essere precisa, però, prima di incontrare lei ho conosciuto la sua casa.  Sono arrivata di tarda serata, e mi ha commosso profondamente il fatto che Concetta, che già ospitava Sr Giovanna, andasse a dormire dai suoi parenti per lasciare la sua camera a me, poiché non avevamo ancora una nostra abitazione.

D’allora abbiamo avuto occasione di condividere con lei alcune attività e tanti momenti di riflessione, pieni di significato, sulla Chiesa, sull’impegno dei laici, sulla missione. Tuttavia, è la sua testimonianza di una vita, radicalmente evangelica, che ha fatto si che Concetta diventi, per noi, un punto di riferimento validissimo e una continua provocazione a vivere con rinnovata passione la nostra consacrazione e missione.

Fra una settimana riparte per il Congo, e al solo pensiero di rivedere la sua amata gente di Muhanga (Nord Kivu) il suo volto s’illumina e i suoi occhi sprizzano una gioia profondissima. Per Concetta, la missione non è un ornamento che si può togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. Per lei, Missione, è qualcosa che non può sradicare del suo essere se non vuole distruggersi, perche lei stessa è divenuta Missione (cf EG 273)!

Suor Raquel Soria, MC

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«Chi ha pianto?»

Ricordando le tragedie dei profughi  in mare nel terzo anniversario della visita di Papa Francesco a Lampedusa: 8 luglio 2013 – 2016

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“Tante tragedie quotidiane passano ormai inosservate come semplici notizie di cronaca”

Nel terzo anniversario della visita di Papa Francesco a Lampedusa dove si era recato per fare memoria di tutte le vittime inghiottite dalle acque del Mediterraneo, mentre tentavano di raggiungere la “terra promessa”, non può e non deve passare inosservata. Immediatamente ritorna alla nostra mente il grido di Papa Francesco durante la sua visita a Lampedusa: «Chi ha pianto?» Parole rimaste scolpite nella mente e nel cuore di tutti noi.

«Chi ha pianto?» Ricordando la prima enorme tragedia del 2014 in cui 368 immigrati, tra cui molte donne e bambini, hanno perso la vita in mare, seguita da tante altre tragedie quotidiane, le cui notizie passano ormai inosservate come semplici notizie di cronaca, sento il bisogno di condividere una riflessione su alcune espressioni di Papa Francesco sempre significative e stimolanti.

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“Purtroppo corriamo il rischio di assuefarci a tali scene di disperazione e a dimenticare la compassione, il patire con, perché non sappiamo più piangere.”

«Chi ha Pianto?» È difficile dimenticare le scene di orrore e di disperazione che quotidianamente si susseguono sui nostri schermi televisivi di quanti cercano aiuto per sopravvivere e in mezzo al mare e lottano contro la furia delle onde che cercano di inghiottirli, mentre la loro imbarcazione sprofondano sotto l’impotenza dei soccorritori che tentano di aiutarli. E tra loro ci sono molti giovani, mamme e bambini in cerca di speranza. Dall’inizio del 2016 sono oltre tremila le persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo. Purtroppo corriamo il rischio di assuefarci a tali scene di disperazione e a dimenticare la compassione, il patire con, perché non sappiamo più piangere. Purtroppo troppo spesso la “globalizzazione dell’indifferenza” ci ha tolto la capacità di piangere!

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“Noi vogliamo chiedere la conversione dei nostri cuori per passare dall’indifferenza al pianto.”

«Chi ha pianto?» Chi non ricorda la storia della piccola Favour di nove mesi che ha commosso tante persone che, partita dalla Nigeria insieme ai suoi giovani genitori in cerca di un futuro migliore in Europa e hanno trovato invece la morte in mare? Solo lei, la piccola Favour è sopravvissuta; anche lei come Mosè salvata dalle acque. Non potrebbe questo episodio diventare uno stimolo per una nuova e forte presa di coscienza di quanti continuano a lottare contro tutte le forme di schiavitù e sfruttamento?

Con Papa Francesco anche noi vogliamo chiedere la conversione dei nostri cuori per passare dall’indifferenza al pianto. Per tutti i caduti delle “inutili stragi” e per tutte le vittime della follia della guerra, dell’odio e della violenza, il Papa ci ricorda che «l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto».

Suor Eugenia Bonetti, Missionaria della Consolata,

e presidente dell’Ass. Slaves no More

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Dare e ricevere: la generosità nel mondo Yanomami

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Sapienza Yanomami. La generosità come fondamento della relazione

Il popolo Yanomami abita nella foresta Amazzonica nella frontiera tra Brasile e Venezuela. E’ un gruppo seminomade, con lingua e cultura propria; vive di caccia, pesca, raccolta di frutta e agricoltura di sussistenza, estraendo dalla foresta e dal fiume il necessario per vivere.

I primi contatti con questo popolo da parte di noi suore Missionarie della Consolata sono stati nel 1953, nella città di Boa Vista. Padre Riccardo Silvestre, Missionario della Consolata, iniziò a organizzare spedizioni per conoscere popoli indigeni “sconosciuti”: alla seconda spedizione, di 21 giorni, portò nella città di Boa Vista 4 Yanomami, che le sorelle pettinarono e vestirono, per poi farli passare per le vie della città. La seconda esperienza fu nel 1970, quando suor Aquilina Fumagalli prestò servizio sanitario nella missione di Catrimani, fondatadai Missionari della Consolata cinque anni prima. Per non spaventare la gente, che aveva pochi contatti con il mondo dei “bianchi”, la suora si vestì come un missionario.

YANOMAMI_02E’ nel 1990 che le Missionarie della Consolata sono arrivate a Catrimani, mosse dallo spirito missionario, ad esempio di Gesù Cristo, il Figlio Missionario del Padre, che in terra ha avuto compassione della folla che era stanca (Matteo 9,35) e illuminate dalle parole del profeta Isaia: “Consolate, consolate il mio popolo!” (Isaia 40,1). Lì hanno posto la loro tenda, in mezzo a questo popolo che soffre per tante ragioni: la questione della terra, le epidemie, le minacce da gruppi esterni che vogliono occupare la loro terra.

Nella mia esperienza personale, la prima parola che ho imparato nella lingua Yanomami è pihio,  che significa “dammi”, “volere”, “mi piacerebbe avere”. Lo sfondo di questa espressione è l’invito ad essere generoso. Infatti, chi vuole vivere questa virtù della generosità deve imparare a chiedere quando ne ha bisogno (pihio) come anche saper dare agli altri quando chiedono qualcosa.

La generosità “xilhete” è la capacità di dare, ricevere, chiedere, ricevere. La persona è considerata Xilhete quando dà ciò che le richiedono in cambio di altro di cui ha bisogno. Il valore della generosità sta nella relazione, non dipende da quanto la persona riceve, o quanto ha richiesto, né da quando darà: l’oggetto e il tempo sono molto relativi.

YANOMAMI_01L’essere generoso, il dare non hanno un valore in sé, consistono piuttosto nella capacità della persona di privarsi di qualcosa che l’altro le chiede, anche fosse un oggetto usato, e anche se non c’è previsione di rivederlo più, come possono essere le punte delle frecce, la carne della caccia…

Quando uno muore, tutti i suoi averi sono bruciati, e terminano con lui. La generosità, infatti, è praticata tra i vivi, e le persone sono ricordate per la generosità che hanno vissuto, non per i tesori che hanno saputo raccogliere.

C’è una memoria di un uomo generoso che dice:

“Fratello mio, ti ho visto sempre lavorare.
Fratello mio, eri sempre molto generoso. 
Fratello mio, mi hai sempre dato da mangiare.
Fratello mio, sento molta nostalgia.
Fratello mio, mi hai dato da mangiare.
Fratello mio, dormiamo soddisfatti, con la pancia piena.
Fratello mio, lavoriamo con la pancia piena”.

suor Mary Agnes Njeri Mwangi, MC

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Tenerezza del Padre

Parabole della Misericordia parte III: Lc 15,11-32

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Quello che farisei e scribi, rappresentanti dell’Istituzione religiosa non hanno mai capito è che Dio, anziché preoccuparsi di essere obbedito e rispettato, è preoccupato della felicità dei suoi figli che siamo noi. E’ quanto ci narra l’evangelista Luca nel capitolo 15, con quella che è senz’altro una delle parabole più conosciute e più amate. Quella del figlio prodigo. È il terzo livello di senso: il rapporto Padre-Figlio!

Analizziamo un poco questa parabola:

Scrive Luca, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori. L’evangelista è tassativo, tutti. Quindi tutti coloro che, come abbiamo detto nell’introduzione dei testi, vivono nel peccato e in Gesù hanno percepito un tono diverso. Non più minacce, non più castighi, ma amore offerto anche per loro e rispetto.

Si avvicinavano per ascoltarlo. È la reazione consueta delle autorità religiose: i farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui…”. Notiamo che nei vangeli i capi religiosi, le autorità religiose, l’élite spirituale, evitano sempre di pronunziare il nome di Gesù, rivolgendosi a lui col massimo del disprezzo… Tu…Costui….

“Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Non solo li accoglie ma mangia con loro; mangiare significa condivisione di vita.

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“Lui che ha puntato tutto sul denaro, quando non ha più denaro, si ritrova ad essere un niente.”

Ed egli disse loro questa parabola: un uomo aveva due figli, il più giovane chiede la sua parte di eredità. È importante per la comprensione del brano capire che il padre divise tra loro (i due figli) le sue sostanze. Quindi ha dato quello che era dovuto al figlio minore, ma il doppio – secondo la legislazione ebraica – al figlio maggiore. Questo figlio più giovane se ne va, “partì per un paese lontano, cioè un paese pagano e si dimostra incapace, infatti in poco tempo “sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.

Poi arriva una grande carestia. Lui che ha puntato tutto sul denaro, quando non ha più denaro, si ritrova ad essere un niente. Lui che era un padrone in casa sua, si trova ad andare sottoposto a un padrone. Da padrone diventa servo.

L’evangelista specifica che andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, ma cade proprio nell’abiezione, perché andò a pascolare i porci. E sappiamo che il maiale è un animale impuro, quindi è il massimo del degrado. Ebbene a questo punto, preso dai morsi della fame – perché non gli davano neanche da mangiare – questo ragazzo dice: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza …”, quindi si vede che questo padre era generoso non solo con i figli, ma anche con i suoi braccianti, “e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò…”

Attenzione a comprendere bene questo brano, a volte questo ragazzo viene presentato come modello di conversione, di pentimento, nulla di tutto questo. Questo è un ragazzo che agisce sempre per il proprio interesse, e in base alle convenienze. Quello che gli manca non è il padre, ma gli manca il pane. Non è il rimorso che lo spinge a tornare dal padre, ma il morso della fame. Quindi non c’è nessun accenno al dolore che ha recato alla sua famiglia.

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“Questo è un ragazzo che agisce sempre per il proprio interesse, e in base alle convenienze. Quello che gli manca non è il padre, ma gli manca il pane.”

“Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”.  Sa che è decaduto dai diritti; non può essere più trattato come un figlio perché ha ricevuto la sua parte, “Trattami come uno dei tuoi salariati”.

Lui non conosce cosa significa il rapporto con il padre, e chiede di essere trattato come uno dei servi. Si alzò e tornò da suo padre. Non va perché pentito, ma per interesse. Sottolineo: non gli manca il padre, ma gli manca il pane.

La figura sulla quale l’evangelista ora centra la nostra attenzione è quella del Padre, immagine di Dio.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide. Questo padre ha rispettato la volontà del figlio e lo ha lasciato andare, ma non lo ha dimenticato, lo ha atteso.

Ebbe compassione. Avere compassione è un’attitudine fondamentalmente materna: una madre di fronte al figlio in difficoltà sente compassione, sente su di se il dolore del figlio e fa di tutto per restituirgli la vita. La compassione restituisce vita a chi vita non l’ha più. È la terza volta che compare nel vangelo di Luca. La prima nell’episodio della vedova di Nain, quando Gesù ebbe compassione della vedova e le resuscita il figlio (Lc 7,11-17), la seconda volta nella parabola del buon samaritano: l’uomo che ha compassione del ferito e gli restituisce la vita (Lc 10,25-37). Quindi l’azione del padre non è di risentimento, di rabbia, di offesa, ma un desiderio di restituire vita al figlio perduto.

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“Avere compassione è un’attitudine fondamentalmente materna: una madre di fronte al figlio in difficoltà sente compassione, sente su di se il dolore del figlio e fa di tutto per restituirgli la vita.”

Cosa fa questo Padre:

Gli corse incontro. Questo è inconcepibile nella cultura medio orientale. Correre è sempre un segno di disonore, e mai una persona anziana o un genitore corre incontro al figlio, ma per il padre il desiderio di onorare il figlio è più importante del proprio onore. Il padre si disonora per onorare il figlio.

Gli si gettò al collo. Quando leggiamo il vangelo mettiamoci nei panni dei primi ascoltatori che non sapevano come andava poi a finire il racconto. Noi ci saremmo immaginati che, dopo essersi gettato al collo lo avrebbe recriminato e richiamato al suo dovere, alla sua dignità perduta… . Invece nulla di tutto questo, dice l’Evangelista: E lo baciò. Certamente Luca ci richiama al primo grande perdono nella Bibbia, quando Esau perdonò il fratello Giacobbe che gli aveva sottratto l’eredità. Quando Esau si incontra con Giacobbe lo bacia. Il bacio è segno di perdono. Allora il padre, immagine di Dio, perdona il figlio prima che questo glielo chieda. Il figlio non si fida e attacca il suo “atto di dolore” …

“Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te…” Il padre non lo fa terminare.

Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello”. Il vestito era una onorificenza che conferiva dignità a una persona. Questo ragazzo, questo figlio che ha perso la sua dignità, ora ritorna nello splendore della sua dignità. Ma quello che più sorprende è il seguito.

 “Mettetegli l’anello al dito”. L’anello non è un qualcosa che addobba, l’anello era il sigillo che deteneva l’amministratore della casa. Quindi il padre a questo figlio incapace, che ha sperperato tutto il suo patrimonio, gli restituisce la dignità e una fiducia più grande di quella che godeva. Gli mette in mano l’amministrazione della casa, senza sapere poi che ne farà con questo.

 “E i sandali ai piedi.” Ricordate che il ragazzo aveva chiesto di essere trattato come uno dei salariati e il padre dice: “No, mettetegli i sandali ai piedi”. Nelle case i proprietari portavano i sandali, i servi andavano scalzi.

E poi dice: “Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

 Ed ecco che entra in scena colui al quale è rivolta la parabola.

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“I farisei non hanno un rapporto d’amore con Dio, ma un rapporto di obbedienza, di servizio, e si attendono sempre una ricompensa.”

Il figlio maggiore – immagine di scribi e farisei, che non vuole entrare in casa, protesta. Il padre esce anche verso di lui, e lui piagnucola. Si vede un Gesù che critica l’infantilismo nel religioso di alcuni che si ritenevano i difensori della religione pura. E dice: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici.” Ricordiamo che all’inizio il padre ha diviso il suo patrimonio tra i due figli e al figlio maggiore ha dato il doppio di quello che ha dato al minore.

Quindi era tutto suo, perché non se l’è preso?  I farisei non hanno un rapporto d’amore con Dio, ma un rapporto di obbedienza, di servizio, e si attendono sempre una ricompensa.

Allora il padre com’è andato incontro al figlio che si era smarrito, va incontro anche a questo figlio che non vuole entrare in casa e a questo figlio che, nella rimostranza ha detto “Tuo figlio…”, il padre gli ricorda che è suo fratello.

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“Il “perdono” di Dio precede il pentimento e, spesso lo genera…”

Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. Solo che lui ha vissuto nella condizione di servo e non di figlio e non ha saputo gustare.

“Ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello..” Ecco lui ha detto “Perché tuo figlio..” il padre gli ricorda “Tuo fratello”… “Era morto ed è tornato in vita”. Il figlio maggiore, arroccato nella sua correttezza fiscale e nella sua grettezza senza cuore e incapace di riconoscere il fratello, dietro la sua formale obbedienza c’è un deserto di umanità che spaventa.

Su questo deserto, appunto, si staglia la figura del Padre che ama comunque, prima del pentimento e nonostante il traviamento. Il “perdono” di Dio precede il pentimento e, spesso lo genera… .

L’amore di questo Padre è un amore che genera vita, che ridona la dignità perduta, che non giudica, che sostiene, anima e fa festa per ogni piccolo segno di ravvedimento.

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“Entrare in relazione con il Padre, sentire il suo amore, percepire la sua presenza e la sua tenerezza, questo ridona gioia e speranza, ridona vita…”

L’amore del Padre si sperimenta tanto grande e tanto sorprendente che uno stenta quasi a credere di essere oggetto di tanta benevolenza; come è possibile che questo capiti ad un peccatore come me? A uno che ha sbagliato tutto, a uno che non sa più dove sbattere la testa, a uno che si rende conto di aver fatto soffrire gli altri, a uno che per tanto tempo e per tante volte ha trasgredito i comandamenti di Dio? Eppure, nonostante tutto, ci si rende conto che solo quell’amore può risanare ogni piaga, guarire ogni malattia, illuminare ogni tenebra, ridare vita e speranza ad ogni fallimento, perdonare ogni peccato.

Entrare in relazione con il Padre, sentire il suo amore, percepire la sua presenza e la sua tenerezza, questo ridona gioia e speranza, ridona vita… .

Allora non rimane che abbandonarsi stupiti e riconoscenti alle iniziative del Padre, gioire e fare festa.

Cosa significa per me vivere la misericordia?

Che rapporto ho con il Padre?

Mi sento Figlio?

Sento la gioia di appartenergli?

Renata Conti MC

 

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“La donna saggia edifica la sua casa” (Proverbi 14, 1)

Il volto femminile della missione

“Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani ” (Giovanni Paolo II)

Noi Suore Missionarie della Consolata siamo impegnate nella promozione della donna perché l’esperienza e la realtà ci dimostrano che investire nella donna é promuovere la vita e perció il futuro dei popoli.

La donna è sempre nelle opzioni missionarie del nostro Istituto e questa galleria rivela la nostra scelta in tutte le nazioni dove siamo presenti.

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Piccoli, grandi missionari

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Sorridi, ed il mondo cambierà

Anche quest’anno, come da tradizione, e’ stata realizzata , il 16 aprile, presso il Palafiom di Taranto, l’incontro –festa organizzato dall’Ufficio Missionario Diocesano.

In realta’ la festa e’ il punto di arrivo di un percorso formativo  di studio, di riflessione  e impegno  attraverso la Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria che offre innumerevoli contributi per la realizzazione dell’itinerario.

Quest’anno  e’ stato sviluppato il tema proposto da Papa Francesco, la Misericordia per cui la festa ha avuto come titolo :Misericordiosi come il Padre.

poim2E’ facile intuire che il cammino formativo svolto abbia avuto come punto focale l’attenzione verso la Misericordia e per questo, ai ragazzi , in un’ottica missionaria, e’ stata proposta la riscoperta e, in alcuni casi, la scoperta delle 7 Opere di Misericordia spirituale e corporale.

La Diocesi, come di consueto, dal gruppo dei responsabili diocesani, capeggiato dal direttore del CMD,  Don Ciro Santopietro, dalla delegata Lina Adinolfi  e di Erminia Rondinelli , suddivisa in vicarie  abbinate ai vari continenti, ha ricevuto una delle 7 opere da visualizzare con striscioni, canti, danze, cartelloni .

Martina Franca, abbinata a Statte e Crispiano, ha rappresentato l’America, caratterizzata dal colore rosso, e come opera di misericordia corporale, quella di VISITARE GLI INFERMI.

Come ci siamo mossi ed organizzati in vicaria?

Ci siamo mossi , fortemente stimolati dall’instancabile Suor Maria Marangi, della Comunita’ delle suore Missionarie della Consolata di Martina Franca , piccola e silenziosa comunita’ dalle immense capacita’ di apertura, accoglienza e testimonianza evangelica , che , rendendo incandescente il suo WhatsApp ci ha coinvolti, ci ha inseguiti, ci ha attesi pazientemente (tenendo conto dei nostri innumerevoli impegni ) comunicandoci, a piu’ riprese l’iniziativa,il percorso,le decisioni prese a Taranto, il tutto alla presenza incoraggiante di Sr Mariangela.

IMG-20160416-WA0040In un clima di collaborazione e’ avvenuta la distribuzione dei compiti; chi ha preparato lo striscione, chi ha procurato il telo, chi i palloncini, chi ha riprodotto il continente, chi l’Ave Maria in spagnolo per poter essere degnamente presenti alla manifestazione. Le parrocchie che hanno accolto l’invito , oltre al gruppo missionario Arco 1 del CAM, sono state: Papadomenico (parr.San Francesco), S. Martino, Sant’Antonio,Cristo Re, Santa famiglia, San Domenico, Nigri,  Salesiane.

 

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i ragazzi con il vescovo di Taranto, mons. Santoro

Il Palafiom , pur non essendo traboccante come gli anni scorsi, e’ stato inondato da presenze multicolore,tante quanti sono i continenti, e calorose nei confronti dei gruppi che presentavano il proprio lavoro e calorosissimo all’arrivo di Monsignor Filippo Santoro che, nonostante i suoi innumerevoli impegni non ha voluto mancare all’appuntamento annuale con i ragazzi missionari elargendo il suo grazie a chi si prodiga per l’educazione cristiana e missionaria dei ragazzi .

La sua gioia ,poi, e’ esplosa,per il forte legame che ha ancora con la Terra di missione in cui ha operato, quando e’ stata recitata ,in spagnolo, l’Ave Maria.

poim3Un versante del palazzetto era abbellito da interessanti pannelli della misericordia, rappresentanti visi di missionari e tematiche connesse al loro operato che Valerio Trisciuzzi, responsabile del gruppo missionario di Martina, ha montato per offrire un ulteriore arricchimento del percorso formativo effettuato.

La festa ha avuto il suo seguito ,fino alle ore 19, con lo spettacolo di animazione , curato da abilissimi animatori e da operatori dello spettacolo.

Alla fine, stanchi ma felici, ciascuno con l’immagine-ricordo della Madonna di Guadalupe, si e’ avviato verso i propri pullman che li ha ricondotti a casa,  avendo sperimentato , come ha affermato Papa Francesco , che “La misericordia di Dio non e’ un’idea astratta, ma una realta’ concreta con cui Egli  rivela il suo nome come quello  di un padre e di una madre che si commuovono fino al profondo  delle viscere per il proprio figlio”.

 

M.Carmela Basile

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