2015: UN ANNO MEMORABILE PER LA CHIESA BOLIVIANA

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Papa Francesco in visita a Bolivia

Dare dalla povertà

Un giorno il vescovo di Potosí, mons. Ricardo Centellas, raccontava a noi suore circa gli incontri nazionali dei sacerdoti diocesani, che si tengono annualmente, con sede a rotazione per facilitare lo spostamento di tutti (una volta sarà vicino per alcuni, la volta dopo per gli altri…). Alla domanda che pongo candidamente: “Quanti sono i preti diocesani in Bolivia?”, ricevo una risposta che mi lascia senza parole: “800 circa”. Il confronto con la situazione italiana è immediato: la mia diocesi di origine – Saluzzo, in provincia di Cuneo – pur essendo piccola, conta ancora un centinaio di sacerdoti. La Bolivia, Paese grande tre volte l’Italia, ne ha solo 800!

Si tratta, in realtà, di una situazione comune in America Latina: grandi estensioni di territorio, popolazione per lo più concentrata nelle città, una parte dispersa nel territorio non urbano. Diocesi sconfinate, che non riescono a coprire tutte le parrocchie con la presenza di un sacerdote. In un incontro pastorale, sempre mons. Ricardo faceva notare – commentando alcuni documenti del Concilio Vaticano II – che quasi tutti i suoi preti erano nati dopo il Concilio, si tratta quindi di un clero locale giovane, a differenza di quello che siamo abituati a vedere in Europa. Giovani, ma pochi.

"Una realtà comune in America Latina: Diocesi sconfinate, che non riescono a coprire tutte le parrocchie con la presenza di un sacerdote."
“Una realtà comune in America Latina: Diocesi sconfinate, che non riescono a coprire tutte le parrocchie con la presenza di un sacerdote.”

Il 2015 è stato un anno molto importante per la Chiesa Boliviana: fin dal 2014 è iniziata la preparazione capillare al grande evento del Congresso Eucaristico Nazionale, svoltosi nella città di Tarija nel mese di settembre 2015, il cui titolo era: “Pane spezzato per la vita del mondo”. Ogni diocesi ha mandato i suoi rappresentanti, oltre a celebrare a livello locale il proprio congresso.

In realtà, l’evento era previsto per luglio, nel periodo delle vacanze invernali (siamo nell’emisfero sud, le stagioni sono al rovescio), ma proprio in quei giorni è avvenuta la breve visita di Papa Francesco, che arrivava dall’Ecuador e che si sarebbe poi spostato in Paraguay, per terminare il suo viaggio apostolico in America Latina. All’aeroporto di El Alto, a più di 4000 m di altitudine, il Pontefice è stato accolto formalmente – e anche un po’ freddamente – dal Presidente Evo Morales, che gli ha subito messo al collo una splendida “ch’uspa” contenente foglie di coca. Si tratta di una borsa che l’autorità originaria appende al collo, nella quale mette la coca da condividere nei raduni. Era un segno forte e significativo: Evo ha da sempre lavorato per la legalizzazione a livello internazionale della coca; in più, questa pianta sacra è un simbolo dell’identità del popolo andino, e la “ch’uspa” è un oggetto che indica il riconoscimento di un’autorità, in questo caso dell’autorità del Papa. Vorrei qui precisare che le foglie di coca non sono una droga: la coca è una pianta le cui foglie hanno tante proprietà a livello medicinale, e non crea dipendenza. La sapienza originaria ha saputo utilizzare la pianta per vivere e sopravvivere nel duro clima dell’Altipiano Andino. Il lato oscuro del cuore umano è riuscito a modificare chimicamente le foglie di coca in droga (cocaina e eroina). Se non bastasse la mia spiegazione per convincervi, vi racconto di una straniera che, non sentendosi molto bene a causa dell’altitudine, e non volendo masticare foglie di coca, né berne la tisana, ha voluto andare in una farmacia. Il farmacista le ha detto: “Beva una tisana di foglie di coca. Non c’è altra soluzione!”.

"Mi pare che tutti i momenti di incontro tra il Presidente dello Stato Plurinazionale e Papa Francesco abbiano avuto questa ambivalenza: da una parte, rendere onore al Capo della Chiesa Cattolica, dall’altro sottolineare fortemente l’identità dei popoli nativi, ma in un modo contrastante."
“Mi pare che tutti i momenti di incontro tra il Presidente dello Stato Plurinazionale e Papa Francesco abbiano avuto questa ambivalenza: da una parte, rendere onore al Capo della Chiesa Cattolica, dall’altro sottolineare fortemente l’identità dei popoli nativi, ma in un modo contrastante.”

Mi pare che tutti i momenti di incontro tra il Presidente dello Stato Plurinazionale e Papa Francesco abbiano avuto questa ambivalenza: da una parte, rendere onore al Capo della Chiesa Cattolica, dall’altro sottolineare fortemente l’identità dei popoli nativi, ma in un modo contrastante. Ed in effetti, la politica dell’attuale governo ha avuto numerose occasioni di scontro con la Chiesa, a tutti i livelli. Si associa la Chiesa al colonialismo, e vi è pure un revival della religione tradizionale, movimento più ideologico e politico che reale: come si può recuperare e far rivivere una religiosità di cinque secoli fa, in un mondo tanto diverso e con il peso che ha la storia? Fino al Concilio Vaticano II, la ritualità originaria era considerata un peccato da confessare, ma negli ultimi 50 anni la gente (preti compresi) è uscita dalla clandestinità, e in frequentatissimi santuari mariani quali sono Copacabana e Urkupiña, convivono pacificamente le celebrazioni cristiane e le ritualità originarie. Non c’è contrasto: la sapienza del popolo ha saputo accostare le espressioni tipiche della religiosità ancestrale con la nuova fede che hanno portato gli Europei. La simbiosi è riuscita così bene che oggi essere Quechua o Aymara significa, per i più, anche essere cattolici. Per questo e altri motivi la diffusione delle Chiese evangeliche non ha avuto grande successo, se non in alcuni contesti urbani.

Papa Francesco, oltre alle visite formali con le autorità civili e con diversi gruppi ecclesiali, ha incontrato i movimenti sociali, riuniti in Forum a Santa Cruz de la Sierra, e i detenuti del carcere di Palmasola. Ai primi ha ricordato le tre “T”: “trabajo, tierra” techo y (lavoro, casa e terra) come i diritti fondamentali di ogni persona; ai detenuti si è presentato come un uomo dai molti peccati che è stato perdonato: “Quello che ho e che voglio condividervi è questo: Gesù Cristo, la misericordia del Padre”. Il Pontefice, come pellegrino della misericordia di Dio, non si stanca in tutti i luoghi di ricordare che il nostro è un Dio d’amore e di perdono, e allo stesso tempo sprona i fedeli e le autorità civili a cercare sempre la giustizia, la difesa dei più deboli, contro una cultura dello “scarto” per cui si dà valore e possibilità solo a chi è utile e non è considerato un peso dalla società.

"Il Pontefice, come pellegrino della misericordia di Dio, non si stanca in tutti i luoghi di ricordare che il nostro è un Dio d’amore e di perdono"
“Il Pontefice, come pellegrino della misericordia di Dio, non si stanca in tutti i luoghi di ricordare che il nostro è un Dio d’amore e di perdono”

Ai sacerdoti e religiosi riuniti, ha spiegato in maniera semplice ma chiara e diretta – secondo il suo stile – la parabola del cieco Bartimeo, identificando le tre reazioni davanti al suo grido di supplica con altrettanti atteggiamenti che si possono assumere davanti al clamore dei fratelli: passare oltre (cioè l’indifferenza); lo “sgridare il gridante”, quando il disagio del fratello diventa un problema o un peso; e poi l’atteggiamento positivo: l’incoraggiamento ad alzarsi e camminare, aiutare il fratello a incontrare Gesù. Una Chiesa vicina a tutti, che si fa sorella e madre di tutti.

Ancora con il cuore palpitante per la visita del Papa, ben 2000 persone hanno partecipato, in settembre, al Congresso Eucaristico Nazionale. Le famiglie di Tarija hanno aperto le loro porte e, con l’accoglienza squisita tipica dei Boliviani, hanno ospitato i congressisti nelle loro case. Per una settimana sono riecheggiate le parole di Francesco che, inaugurando l’evento durante la sua visita, aveva ricordato che l’adorazione e la comunione con Gesù Eucaristico liberano dall’individualismo e costruiscono la fraternità nella Chiesa.

"L’adorazione e la comunione con Gesù Eucaristico liberano dall’individualismo e costruiscono la fraternità nella Chiesa."
“L’adorazione e la comunione con Gesù Eucaristico liberano dall’individualismo e costruiscono la fraternità nella Chiesa.”

Il 2015 è stato un anno molto intenso e significativo per la Chiesa boliviana, e non è che l’inizio: già è cominciata la preparazione per il Congresso Missionario Continentale che si terrà nel 2018. Una Chiesa viva che, pur nella sua povertà, sa dare tutto quello che ha. E riceve le lodi del suo Signore, allo stesso modo della vedova che getta due spiccioli nel tesoro del Tempio.

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti Maggio – Giugno 2016

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Una festa molto speciale

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Le sorelle anziane di Nazareth House (Kenya) ci condividono con gioia come hanno vissuto la loro festa del Fondatore.

Una bella novena , partecipata anche dalle novizie ci ha preparate alla festa, nel  frattempo ogni mattina sentivamo i nostri bambini e bambine della scuoletta di suor Maria Evelia che si preparavano anche loro con preghiere e canti del Fondatore, non solo in kiswahili, ma anche in italiano!

DSCF1554Il giorno della festa è stato bellissimo e commovente: tutti i bambini sono venuti alla chiesa per la Santa Messa, celebrata dal nostro cappellano Padre Njoroge.

Dalle 9,30 alle 10,30 i bambini si sono presentati classe per classe in gruppi, davanti all’altare: senza avere niente scritto, un pezzo per uno hanno descritto chi è Giuseppe Allamano, cosa ha fatto nella vita, la storia dei suoi Istituti Missionari da lui fondati.

Tutti i gruppi hanno ringraziato il Signore e la Consolata per la vita del Fondatore, perché ha fondato noi, e il suo spirito di evangelizzazione, missionarietà e consolazione è vivo in noi missionarie della Consolata, e grazie a noi sono consolati, possono andare a scuola, mentre prima ne erano esclusi, perché poveri. La Messa poi è stata animata da tutti i loro canti, persino uno in italiano, con danze e letture.

DSCF1647Finita la Santa Messa, i bambini accompagnati dalle loro maestre, hanno donato a ciascuna di noi una rosa rossa, come segno di riconoscenza e gratitudine. Finita la celebrazione, verso mezzogiorno tutti i bambini accompagnati da suor Maria Evelia e dei maestri si sono portati nel nostro cimitero e lì, ognuno di loro ha deposto su di una tomba che il bambino desiderava o conosciuta un fiore e una preghiera.

Alla fine sono ritornati in scuola dove hanno trovato un buon pranzo pronto, non solo, ma le Suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria hanno donato quattro torte per tutti i bambini. Al pranzo hanno anche partecipato alcuni amici, le giovani in formazione e alcune di noi suore.

DSCF1652A conclusione, una bella partita di calcio, con le uniformi donate da amici poco tempo prima. Il nome delle squadre: “Suore della Consolata” contro “Padri della Consolata”! E’ stata una bellissima giornata per noi, e penso che dal Cielo anche la Consolata e Padre Fondatore hanno goduto dal cielo…

Suor Giovanna Pia Borra, mc

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Cara suor Celeste – Lo conosci Paolo 6

Per articolo

Cara Suor Celeste,

ho ricevuto la tua e-mail e mi ha un po’ sorpreso il tuo commento all’ultimo numero di “Lo conosci Paolo”. Capisco la tua sensibilità, ma penso che il racconto “Abbracci e lacrime” abbia qualcosa, comunque, di positivo. C’è bisogno di fare tante esperienze, magari sbagliando, prima di avere un’idea su quale sia la strada giusta da prendere. Per un po’ c’è anche bisogno di chi ti aiuta a capire cosa c’è da fare e cosa c’è da non fare. Soprattutto per essere in grado di voler bene davvero è necessario che cresca nel tuo cuore la certezza che da qualche parte c’è qualcuno che non ti abbandona mai nonostante tutto quello che ”combini”.

Gesù non ha lasciato la sua casa a sedici anni. A dodici ha cominciato a provare a fare come sentiva nel cuore, ma anche lui ha intuito che aveva ancora bisogno di Giuseppe e Maria per capire meglio come indirizzare la vita. E’ passato del tempo e poi non ha avuto paura di contaminarsi con i pubblicani e i peccatori. Le sue frequentazioni però non servivano per sperimentare nuovi cammini, ma per condividere le sue certezze di amore con tutti coloro che si sentivano soli.

Ci tengo a farti sapere, poi, che non stiamo educando Luigi ad evitare i cattivi, ma a saper scegliere tra buone e cattive esperienze. E proprio la scoperta di quello che è nel nostro cuore significavano le lacrime e l’abbraccio di Luigi con la mamma.  Né io né Carla possiamo dimenticare quei missionari che sono stati anni con i lebbrosi senza paura di infettarsi. E che poi hanno dovuto curarsi la lebbra anche loro. Non mettiamo nel cuore di Luigi la paura del pericolo, ma il desiderio di una vita bella.

Un’altra cosa devi sapere. E’ passato un po’ di tempo da quell’episodio. Nel frattempo, Luigi ha stretto amicizia con uno dei ragazzi di quel gruppo. Si ritrovano spesso insieme nel nostro garage. E’ un po’ che non ci metto più l’automobile. Ora è occupato dalla batteria che Luigi suona ascoltando le canzoni. Sono entrato una volta pensando che Luigi fosse solo e invece c’era anche Andrea. Proprio quel ragazzo, e  aveva portato la chitarra. Suonavano insieme. Luigi poi mi ha detto che il suo nuovo amico non finisce più di raccontare a tutti la sua amicizia con lui.

Grazie per la tua grande passione per gli ultimi.

Paolo.

Lc 2,41-51

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.

Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.

Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.

Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.

 

 Scrivi a Paolo: professorepaolo2016@libero.it

 

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La parola alle giovani!

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Le nostre giovani in formazione del Mozambico ci raccontano la loro vita, in cammino verso la consacrazione per la missione

Dalla fine dell’anno scorso la nostra comunità delle prenovizie (giovani in formazione che si preparano per la vita consacrata missionaria) ha sentito il bisogno di avvicinarsi alle persone più bisognose della nostra zona. E così abbiamo iniziato a visitare le famiglie che risiedono nella parte bassa del fiume Matola, vicino alle saline, per questo il quartiere è chiamato Salinas (che significa “delle saline”).

Salinas è una zona molto vulnerabile: in caso di pioggia è il primo luogo che si inonda, per questo la regione è popolata solo da famiglie nella maggioranza molto povere.

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in cammino

Visitavamo queste famiglie sporadicamente, ma nella nostra testa non avevamo ancora capito il significato di quelle visite. Il tempo passava e quando stavamo per iniziare il tempo della Quaresima, pensando a quali pratiche scegliere per vivere bene questo tempo, abbiamo deciso di programmare la visita alle famiglie di Salinas.

Un bel giorno ci incamminiamo verso questo quartiere, e ciò che troviamo è qualcosa che tocca molto il cuore: ci rendiamo conto che ci sono famiglie che non possiedono assolutamente nulla.  Case in cui erano due, tre giorni che non si metteva la pentola sul fuoco, perché non c’era nulla da cucinare. Persone malate, senza qualcuno che si prendesse cura di loro, bambini senza la possibilità di studiare, che significa un futuro senza speranza, anziane abbandonate dai propri figli, perché accusate di “stregoneria”.  E’ gente che vive in condizioni così precarie che nessuno desidererebbe vivere. Tutte queste situazioni ci toccarono profondamente, facendo sorgere in noi domande come perché? Come? Qual è il motivo? Come viviamo la nostra vita quotidiana? Cosa possiamo fare noi?  E

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la comunità formativa con Madre Simona e suor Natalina, durante la visita canonica del 2015

tante altre risuonavano nel nostro cuore… perché ci lamentiamo sempre, anche se abbiamo tutto, anche se Dio ci dà tutto, usiamo male quello che abbiamo, mentre altri stanno male… E’ stata una grande lezione di vita, che ci ha insegnato a ringraziare Dio per tutto quello che ci concede ed essere felici anche nel poco che abbiamo, perché c’è chi ha bisogno della metà delle cose che abbiamo e non le trova.

Dice il Salmo 130: “non cerco grandi cose, superiori alle mie forze”  ed è ciò che questa esperienza ci dà: ci insegna a pensare all’altro e a ricordarci che c’è tanta gente quasi dimenticata, che muore di fame e che ha bisogno del nostro aiuto: alle volte non è un aiuto materiale, è la sola preseenza al loro fianco, una semplice parola è sufficiente per sentirsi consolati, ricordati e amati.

Anacélia Watche, prenovizia MC

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Cosa dicono le pietre?

Le pietre del focolare in un dialogo della sera nel contesto del popolo Macua Xirima – Mozambico

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“Questa sera la pentola ha proposto di conversare sul banano.”

Anche questa sera la nonna accende il fuoco, colloca la pentola per la polenta (xima) sopra le pietre del focolare. Mentra aspetta che l’acqua si scaldi, la pentola sente le tre pietre del focolare che conversano tra loro piacevolmente. Lei gia conosce i loro nomi:  una si chiama Scienza, la seconda Fede e la terza Cultura. Di solito è la pentola che sceglie il tema della conversazione. Questa sera la pentola ha proposto di conversare sul banano.

"È Scienza, la pietra che per prima prende la parola, perché lei conosce e pretende conoscere tutto di tutto."
“È Scienza, la pietra che per prima prende la parola, perché lei conosce e pretende conoscere tutto di tutto.”

È Scienza, la pietra che per prima prende la parola, perché lei conosce e pretende conoscere tutto di tutto. Subito comincia con solennità e sapienza: “Tra gli scienziati si afferma che da 2000 anni la banana è la dieta base in Africa. Le sue proprietà nutrizionali non sono poche: è un’eccellente fonte energetica, superata solo dalla mandioca in valori di calorie, è da due a tre volte più produttiva dei cereali; ottima fonte di potassio e di vitamina C, povera di ferro e calcio e praticamente priva di proteine e di grassi. È relativamente facile la sua coltivazione, poiché è pianta di produzione perenne; dai suoi rizomi spuntano due fusti che in un tempo tra i 10 e  i 18 mesi producono un grappolo di banane. In Africa si conoscono circa 60 varietà di banani, non esistono in nessun altro luogo all’infuori dell’Africa: è il maggior agglomerato per la diversificazione tra le piante di banano nel mondo, prodotta grazie ad una attenta selezione dell’uomo. Queste sono partenocarpiche, cioè la produzione del frutto avviene a partire dai fiori femminili senza previa fecondazione. Per il fatto di non avere semi, l’energia è tutta incanalata alla massa dello stesso frutto che lo rende molto gustoso come fonte di alimento; senza semi il banano domestico si può riprodure con mezzi vegetativi, il rizoma/radice principale emette germogli cha maturano a misura che il fusto madre muore dopo aver prodotto i frutti.

Tra i biologi si discute circa la ‘culla’ originaria del banano: Asia o Africa? Gli Asiatici propongono l’Asia, ma gli Africani asseriscono che è l’Africa, dato che la diversità di varietà africane supera quelle dell’Asia, come lo testimonia la molteplicità di termini per indicare le varietà e le parti costitutive di questa pianta. Infine i progenitori selvatici del banano non esistono solo in Asia, ma anche in Africa: sono Makokopwiho e Manyipiri che producono semi.

"Dio è come il banano: genera senza intervento di agenti esterni"
“Dio è come il banano: genera senza intervento di agenti esterni”

Soddisfatta e orgogliosa, la pietra Scienza conclude la sua spiegazione dicendo: “Mie care colleghe, Fede e Cultura, qui vi ho comunicato tutto quanto si conosce riguardo al banano; sì potete essere certe che non ho dimenticato nulla, sono cosciente di aver esaurito il tema in tutte le sue componenti. Dovete sapere che la scienza non scherza: investiga e analizza tutto, e arriva infine a risultati definitivi e indiscutibili: non vi sembrano esaurienti? Sono certa che le mie due colleghe non hanno nulla da aggiungere alla mia relazione”.

Irritate per l’arroganza e la superbia della pietra Scienza, le altre due cominciarono ad agitarsi fino a mettere in pericolo la stabilità della pentola che subito intervenne dicendo:” Mie signore, state attente, altrimenti mi catapultate!”.

Ristabilito l’equilibrio della pentola, la pietra Fede chiede la parola:” Mia collega Scienza, complimenti per gli innumerevoli dati scientifici che ci ha condiviso, ma lei si è limitata a presentare dati e constatazioni mescolati a dubbi e opinioni che hanno il valore e la consistenza del vento. Soprattutto lei non ha nemmeno sognato di indicare la causa genetica, o l’architetto creatore che ideò il banano. Ora, lei Scienza, sa molto bene che nel campo scientifico tutto avviene per applicazione della legge di causalità: se non piove, (causa), non germina nulla (effetto); così, se non si semina, non si miete nulla, ecc. Lei perciò ha dimenticato l’altra faccia della medaglia del banano, limitandosi a presentarci la sua parte visibile, superficiale, orizzontale, ma l’altra, invisibile, profonda e verticale com’è? Chi è? Perché sarà che il banano è partenocarpico, si riproduce cioè, senza fecondazione? Certamente non si fece da sé in questo modo, ma ci fu Qualcuno che lo fece tale, avendo presente il modello sognato e realizzandolo.

"In parole semplici e immediate, vedo che il banano è immagine visibile di Qualcuno invisibile e immenso che può essere solo Dio."
“In parole semplici e immediate, vedo che il banano è immagine visibile di Qualcuno invisibile e immenso che può essere solo Dio.”

Esaminiamo bene questo punto. Veramente, il banano madre è partenocarpico, riproduce solo cloni identici a se stesso, germogli con il medesimo materiale genetico senza perdita di vigore né ricombinazione del codice gentico; da solo può generare tutto e sempre, è ‘eterno’, perenne, anzi, onnipotente. Qui entra in gioco la mia scienza teologica, la mia fede in Dio generatore di tutto e di tutti. In parole semplici e immediate, vedo che il banano è immagine visibile di Qualcuno invisibile e  immenso che può essere solo Dio. Giustamente i nostri antenati Macua Xirima spiegano questo punto invisibile affermando che Dio è come il banano: Dio è madre, è matriarca che dal monte Namuli generò e continua generare tutto e tutti con le sue uniche ed esclusive energie genetiche senza intervento di agenti esterni.

banana4Muluku enká: enayaraxa sopattuxiwa sothene mekhayaru.

“Dio è come il banano: genera senza intervento di agenti esterni.”

 Muluku kahiyene elupa, mene enká: enèttaka ni anamwan’awe.

“Dio non è un macaco solitario, ma un banano che cammina sempre con i figli.”

In sintesi, il banano è il tipo/timbro del prototipo che è Dio, suo generatore, e Dio è prototipo, è causa del tipo che è il banano. Collega Scienza, mi sta seguendo? Il banano è una fotografia del fotografo, è il vaso nelle mani della vasaia. Sia la fotografia o il vaso come il fotografo o la vasaia sono inseparabili come gemelli, anzi affermo che il fotografo e la vasaia devono essere menzionati per primi. Lei si è innamorata della fotografia dimenticandosi completamente del fotografo, ha parlato solo della pentola e nulla ha detto di chi la fece. Una conoscenza completa esige menzionare l’effetto e la rispettiva causa”.

La pietra Scienza rispose: “È vero, la collega Fede evidenzia un aspetto che io avevo completamente dimenticato, poiché il metodo scientifico guarda principalmente a quello che si vede e si sperimenta in superficie, non va oltre, al più profondo o al pù alto. Ora vedo che per comprendere bene il banano è necessario tener presente la sua causa, il suo generatore. Grazie! Forse la collega Cultura ha pure qualche cosa da dire per completare la mia descrizione scientifica come pure quella teologica della pietra Fede del focolare”.

La pietra Cultura non vuole lasciarsi sfuggire l’occasione per completare quella conversazione e interviene. Sì, senza dubbio ho anch’io qualche cosa da aggiungere a quanto disse la collega Scienza; forse affascinata dagli innumerevoli dati scientifici attinti dalle sue ricerche, ha dimenticato completamente quanto la collega Fede ha fatto supporre ma senza menzionare. Anch’io voglio ricordare che non esiste nulla generato da Dio senza una sua concreta finalità nel mondo in cui si vive in osmosi e simbiosi.

Nulla si compie senza motivo, come per semplice gioco.

"Il banano è simbolo di energia che non si estingue: muore solo parzialmente il fusto madre, poi germogliano i rizomi, i suoi figli."
“Il banano è simbolo di energia che non si estingue: muore solo parzialmente il fusto madre, poi germogliano i rizomi, i suoi figli.”

Nella pianta del banano tutto ha un significato e un’ applicazione; ogni sua parte, inferiore, centrale e superiore ha un significato culturale proprio per il mondo xirima. Oltre ad offrire un frutto provvidenziale per l’alimentazione, la pianta del banano è un libro aperto che parla e annuncia messaggi propositivi, insegna ed educa moralmente e civilmente.

Per esempio, il fatto di avere un fusto fascicolato, con guaine sovrapposte che proteggono il midollo, il fusto, ricco di acqua è simbolo della famiglia piccola e, allo stesso tempo è simbolo della famiglia allargata dove sono leggi fondamentali l’aiuto vicendevole, l’alimentazione condivisa, la crescita e il rispetto reciproco, l’osmosi e simbiosi di idee e di azioni.

L’acqua del fusto è garanzia di vita e di proliferazione come il monte Namuli, dal quale scaturisce acqua perenne. Essendo di produzione ‘eterna’, la pianta del banano è simbolo di continuità di tre generazioni: fusto, germogli, rizoma, cioè nonni, genitori, figli.

Il banano è simbolo di energia che non si estingue: muore solo parzialmente il fusto madre, poi germogliano i rizomi, i suoi figli. Per questa ragione il banano diventa, da una parte una farmacia di innumerevoli rimedi difensivi, preventivi, depurativi, una autentica panacea e, d’altra parte, è figura vicaria della vita che parzialmente si immola per generarne un’altra in continuità e successione, instancabilmente.

Sì, mia collega Scienza, il banano non è solo un albero che produce frutti deliziosi di grande valore alimentare, come lei ben disse, dal suo punto di vista biologico.

Sì, mia collega Fede, il banano non è soltanto un dito che indica e manifesta Dio come Matriarca genetica universale del Namuli, come lei affermò dal suo punto di vista teologico.

Il banano, oltre ad essere un coefficente biologico e una dimensione teologica, include un terzo coefficente, è la sua dimensione culturale etica. Sì, è simbolo culturale per il mondo domestico e civile, è modello della famiglia piccola e grande, è specchio della società locale e nazionale, e può essere perfino assunto come paradigma e parametro per un buon governo della patria. Ascoltate bene quello che i nostri antenati effermano e insegnano riguardo a questo tema:

Anamwane antxipale anakaweliwaniparari nimosá nimosá, ti xeni? Inka.

Molti bambini condividono la stessa e unica costola, Che significa questo? Banano e banana.

Ankhwa omwen’aya, ti xeni? Enka.

Muore per la sua autorità suprema, che cos’è? Banano

Otokwene mpuwa mw’enka: khammala’mo mahi.

L’autorità è come il fusto del banano: lì l’acqua non si esaurisce mai

A questo punto la conversazione fra le tre pietre del focolare fu inerrotta, poiché l’acqua nella pentola gia stava dando segni di ebollizione. La nonna cominciò a versare farina nella pentola mescolandola. Subito apparvero tanti nipotini e circondando la nonna aspettarono pazientemente il risultato positivo e costruttivo complementare e supplementare delle tre pietre del focolare chiamate Scienza, Fede e Cultura, che, ansiose di scambiarsi informazioni in un’altra conversazione nella prossima serata, conclusero, sintetizzando ognuna il proprio intervento:

 

A Ciência vê analisando,pentola2

La Scienza analizza

 

a Fé liga completando,

la Fede unisce completando

 

a Cultura aplica vivendo.

la Cultura applica vivendo

 

P. Giuseppe Frizzi, Missionário da Consolata – Centro Xirima, Maúa-Niassa, Moçambique

 centroxirima@gmail.com

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Festa dei popoli & Giubileo degli immigrati

 

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Dove la convivenza delle culture è una festa

Come di consueto, anche quest’anno, nella straordinaria cornice della Concattedrale di Taranto, si è svolta la “Festa dei Popoli” domenica 22 Maggio 2016, giunta alla 13ª edizione e promossa dall’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi di Taranto. Un momento per omaggiare la grande varietà di etnie presenti nella città e nei dintorni, all’insegna della cristianità.

italia_popoliUn’esplosione di gioia, di colori, di incontri, di musica, di lode, di condivisione, di volti, di sorrisi: questa è la sintesi di un evento che da anni molti aspettano con trepidazione.

Per cominciare, alle ore 16:30 si è celebrata la Santa Messa, introdotta dal passaggio dei presenti attraverso la Porta Santa, presieduta dal vescovo di Taranto mons. Filippo Santoro e dal vescovo della diocesi di Orlu in Nigeria mons. Gregory Ochiagha, insieme a rappresentanti ecclesiastici di varie etnie: dalla Polonia alla Romania, all’Albania, che hanno colorato la celebrazione con le letture nella loro lingua nazionale.

italia_popoli7Il “Giubileo degli Immigrati” è stato abbinato alla cosiddetta “Festa dei Popoli”, tanto voluto da Sua Eccellenza “perché i nostri fratelli possano sentire forte la misericordia di Dio su di loro”.

La Santa Messa dei Popoli è stata animata dal Gruppo dei Missionari della Consolata di Martina Franca (TA) insieme al Gruppo “Akusimba” di Taranto, che hanno aggiunto canti in lingua e danze in puro stile africano, per suggellare l’unione di tutti i popoli del globo.

italia_popoli4Al termine della celebrazione, i partecipanti si sono spostati all’esterno della Concattedrale: qui alcune associazioni, insieme a tanti giovani, hanno divertito i presenti con delle esibizioni canore e danzanti, circondati da stand dove si potevano degustare piatti etnici e piatti tipici pugliesi.

Tutto questo sotto un sole che sembrava coronare il tutto.

In un periodo storico dove ci sono tante migrazioni di popoli e in cui si sentono tante notizie di cronaca che coinvolgono extra-comunitari, è importante ribadire i concetti di fratellanza e unione, ricordando che siamo tutti figli dello stesso Padre, tutti fratelli che vivono tenendosi per mano.

italia_popoli2La Festa dei Popoli è, dunque, una buona occasione per sensibilizzare la gente verso il rispetto e l’importanza della diversità, che è una ricchezza per tutti, per avvalorare il dialogo, l’ascolto e il confronto con altre etnie; oltre a confermare che ci sono già persone che vivono secondo questi principi, facendo sentire a casa propria persone che sono lontane dalla propria nazione per diverse esigenze, e nella maggior parte dei casi dalle loro famiglie di origine.

Graziano Lacatena & Valeria Abbracciavento, C.A.M. di Martina Franca

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I nostri Santi nella formazione dei giovani tanzaniani

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I nostri Santi entrano nella vita dei giovani, e la trasformano.  

La nostra missione di Ilamba sorge in una regione povera del Tanzania, dove centinaia di giovani, terminate le Scuole elementari  non trovano sbocco alle scuola secondaria, data la poverta’ di mezzi. Anche l’evangelizzazione di questa zona e’ ancora debole: molti cristiani battezzati ricorrono ancora alle pratiche di stregoneria per ottenere guarigioni del corpo,  soluzioni a problemi familiari e  aiuto finanziario. La vita sacramentale  e’ debolissima  anche a causa della grande scarsita’  di sacerdoti nella zona.

Noi, Missionarie della Consolata, da circa 16 anni abbiamo aperto questa missione per dare una risposta a queste due esigenze. Gestiamo un  Centro-Scuola  dove accogliamo circa 250 giovani dai 15 ai 20 anni. Il nostro scopo e’ duplice: dare loro una formazione umano-cristiana e l’Istruzione secondaria – professionale.

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giovani con il Beato Giuseppe Allamano

La maggioranza di loro vive nel Centro. Il processo formativo si avvale di brevi momenti di preghiera giornaliera al mattino e alla sera, durante I quali si legge la Parola di Dio. Ci si sofferma sul messaggio principale che conduce ad un proposito per la giornata, e alla sera, ad un momento di esame sulla giornata scorsa. Quotidianamente  recitano l’invocazione alla SS. Consolata e la preghiera per ottenere l’intercessione di padre Fondatore. Vi sono inoltre 2 ore settimanali di formazione alla conoscenza di se’, e circa le sfide dell’eta’ giovanile, insegnamenti del nostro beato Fondatore, della Beata Sr. Irene,  detti di altri santi,  ecc. Questa formazione  viene offerta loro da noi missionarie, con la collaborazione di insegnanti laici impegnati nella vita cristiana, di cui alcuni sono Laici missionari della Consolata Tanzaniani.

Voglio condividere la mia esperienza circa l’influenza che la conoscenza e l’intercessione dei nostri Santi hanno sulla formazione dei nostri giovani.

Durante l’anno le occasioni per momenti di particolari celebrazioni sono molte e le cogliamo con molto impegno per presentare ai giovani  figure signifcative della storia della Chiesa missionaria e soprattutto dei “nostri Santi” .

In Africa le celebrazioni di novene e feste sono sempre all’insegna del canto, della danza, della poesia e delle rappresentazioni. Il nostro popolo infatti ha un dono speciale per tradurre quello che impara, in manifestazioni di gioia e di sapienza. Dopo anni di esperienza di vita con loro non mi stanco mai di meravigliarmi sul come sappiano afferrare  i vari aspetti della vita e santita’ di un santo o di una particolare persona e descriverla attraverso rappresentazioni molto belle e significative.

Una di quelle che mi colpisce maggiormente e‘ la celebrazione delle feste del nostro beato Giuseppe Allamano.

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con la Beata Irene Stefani

Ogni anno preparano una rappresentazione molto bella: padre Fondatore, che loro chiamano: Baba Allamano, e’ rappresentato da un ragazzino calmo, sereno, dall’aspetto pensieroso, scelto da loro quasi avessero conosciuto l’ Allamano.

Padre Fondatore si incontra con I suoi primi missionari : Padri, Fratelli coadiutori e Suore, vestiti ciascuno con la divisa missionaria.

Padre  parla loro della gioia di poterli inviare in Africa ad evangelizzare, consolare, fare felice la gente,  a costruire, a curare gli ammalati, ad assistere le donne e mamme. Raccomanda loro di pregare, di essere buoni e pazienti.

Poi gli  attori  gli si avvicinano ad uno ad uno, a Padre Fondatore, si inginocchiano  ed egli consegna loro il crocifisso e li benedice.

Nella rappresentazione di quest’anno, ad ogni bozzetto hanno cantato canti diversi, tutti incentrati sulla personalita’ e la spiritualita’ dell’Allamano e tutti composti da loro nelle parole e nella musica, aiutati da un insegnante, anch’egli un ex-giovane del Centro.

Dopo la scena del mandato del Fondatore ai suoi missionari, segue la scena dell’inizio dell’ apostolato in Africa.

In un angolo del palco ci sono 2 suore che accolgono le mamme con i bimbi ammalati, in un altro i Fratelli Coadiutori che insegnano un mestiere agli africani, in un altro un Padre  che confessa…..

Le parti che i giovani svolgono sono state scritte da loro e rivelano come la personalita’ dell’Allamano, presentata loro durante la formazione,  li abbia colpiti e cosi’ la bellezza del suo carisma.

tz_04Nella nostra missione gestiamo anche una Scuola materna e anche i piccoli recitano queste parti durante le feste. Nel 2015 abbiamo avuto le celebrazioni della beatificazione dei Sr. Irene Stefani. Guidati dalle loro insegnanti, fecero  rappresentazioni molto belle: una piccola di 4 anni,  vestita da sr. Irene va a visitare gli ammalati con la sua borsetta del pronto soccorso. Ad ogni incontro, dopo aver dato la medicina, in risposta al grazie dell’ammalato, dice: Tutto per Gesu’.

Oltre ai momenti celebrativi c’e’ l’approccio singolo con i giovani quando emergono problemi famigliari, personali e di salute, e  la tentazione e’ ancora quella di cercare vie non cristiane per trovare soluzioni. Parecchie volte ci mettiamo insieme a pregare  per ottenere l’aiuto della SS. Consolata, del Beato Allamano, e della Beata Sr. Irene.  Ho notato molte volte che la serenita’ ritorna. Alcuni giovani vengono a chiedere l’immaginetta e la medaglietta del Fondatore e della Consolata e poi le intronano sul letto nel dormitorio comune.

Sono piccole esperienze ma cosi’ vive che ci danno speranza: questi nostri santi che hanno tanto amato gli africani,  avranno senz’altro una bella influenza sulla vita cristiana dei nostri giovani.

Sr Zita Amanzia Danzero, mc

 

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La donna che cerca la dramma perduta

Parabole della misericordia parte II: Lc 15,8-10

Detail

“O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.

La parabola della dramma perduta è esclusiva di Luca, sembra che il testo sia uguale a quella della pecorella perduta, ma in realtà ha delle caratteristiche notevolmente diverse: la moneta si perde a casa … e questo è il secondo livello: la perdita.

La dramma era una moneta equivalente, più o meno, a un denaro, ossia la paga giornaliera che si dava a un bracciante. Anche in questa parabola, il vertice è racchiuso nell’esperienza di una perdita e di un ritrovamento. I due momenti non sono simultanei: il primo aspetto è quello della perdita.

Il secondo quello della gioia del ritrovamento, ma la gioia del ritrovamento è preceduta dal dolore per la perdita.

La perdita è un aspetto della nostra vita: il perdere qualche cosa o qualcuno genera dolore, confusione, angoscia… Perdere qualcuno che si ama è molto doloroso. Dopo una perdita importante, si possono provare diverse emozioni, come shock, rabbia e senso di colpa; a volte si può vivere come se la tristezza non ci dovesse lasciare mai più. In realtà questi vissuti, sebbene possano essere molto travolgenti, sono reazioni normali ed è importante accettarli come parte del processo di lutto e permettersi di provare ciò che si sente, inclusi la sensazione che sia un brutto sogno. Di fronte a una perdita grande si piò perfino mettere in discussione le proprie convinzioni religiose.

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“La perdita è un aspetto della nostra vita: il perdere qualche cosa o qualcuno genera dolore, confusione, angoscia…”

La perdita tocca anche la nostra vita, il nostro essere… invecchiamo! Invecchia il nostro corpo, invecchia il nostro sentire, i giovani ci guardano come gente ormai sorpassata… e a  volte ce lo fanno sentire… . Cosa facciamo con tutto questo? La perdita è una realtà della vita ma cosa significa questo… .

Ma andiamo alla parabola.

La dramma poteva essere una di quelle monetine con cui le donne arabe si ornano la fronte: è un piccolo capitale che le donne di casa non possono perdere, la portano sempre con sé sulla fronte; non se la tolgano mai, neppure quando dormono!

La protagonista di questa parabola è appunto una donna che perde una moneta e non si dà pace, accende la luce, spazza la casa, guarda accuratamente in ogni angolo, è agitata, la cerca con forza, con tutto il suo essere, impiegando tutte le sue energie.

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“In una perdita è necessario ritrovare il senso, ricuperare il perché delle cose.”

Le case di quel tempo, di solito, erano molto oscure, senza finestre; gli animali potevano entrarvi ed anche dormire in esse, per cui non sempre erano molto pulite. “Accende una lucerna, spazza la casa, la cerca accuratamente” sono i dettagli di una ricerca.

  1. La donna, quindi, accende la luce, perché altrimenti non potrà localizzare la sua preziosa moneta. La luce illumina tutt’intorno ogni oggetto. Quando il bagliore si rifletterà sulla moneta facendola brillare, allora potrà ritrovarla.

In una perdita è necessario ritrovare il senso, ricuperare il perché delle cose. Riconquistare il valore del nostro essere, forse a un altro livello, ma è necessario dare senso alla nostra esistenza… accendere la luce della fede!

  1. Questa donna pur avendo tante faccende da sbrigare appena si accorge di aver perduto una dramma, lascia stare tutto il resto. Prima tutto era urgente, adesso non c’è più niente di urgente, tranne il ritrovare la dramma perduta. Tutto il resto passa in secondo ordine. Pare veramente di vederla spazzare con accuratezza la casa, accendere la lucerna, cercare sotto tutti i mobili, finché non la ritrova. Lasciare tutto, darsi tempo per recuperare il valore perduto. Cercare spazi di vita, momenti di ricupero… . Avere il coraggio di lasciare tutto per ritrovare il senso proprio esistere…
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“Io sono responsabile di chi o di che cosa si è perso, anche se prima non me ne sono accorto … La perdita di un fratello o di una sorella, di una persona cara coinvolge anche noi.”
  1. La moneta si è persa in casa… Questa donna sente la responsabilità dell’accaduto… io sono responsabile di chi o di che cosa si è perso, anche se prima non me ne sono accorto … . La perdita di un fratello o di una sorella, di una persona cara coinvolge anche noi. La perdita di senso è un pericolo che ci insegue… Non troviamo più gusto nelle cose… la preghiera diventa monotona… si è perso il rapporto con Gesù… Lui è diventato quasi un estraneo nella mia vita. La fede non ci dice più niente, il rapporto con Gesù non mi manca più…

Eppure se manca anche una sola dramma la donna non può essere contenta, una vale mille, ha un valore per se stessa, è indispensabile. La donna non dice: “Ecco ne avevo dieci me ne rimangono ancora nove, poco importa che una vada perduta”. Questa è una logica umana, tante volte si desiste dal cercare, dal fare tutto il possibile per salvare qualcuno, perché in fondo non lo si ama veramente. Al contrario la donna della parabola non lascia perdere la dramma che si è perduta, ai suoi occhi quella moneta ha un valore assoluto a cui non può rinunciare senza sentirsi estremamente impoverita.

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“Dio non lascia perdere nessuno, su ciascuno ha posato il suo sguardo di amore e di misericordia, perché tutti noi siamo preziosi ai suoi occhi.”

Così Dio non lascia perdere nessuno, su ciascuno ha posato il suo sguardo di amore e di misericordia, perché tutti noi siamo preziosi ai suoi occhi, anche se ingrati e peccatori. Se, infatti, non siamo con Lui, nella sua casa, nella sua stanza, non si dà pace, questo è l’amore di Dio!

Il cuore di Dio ha un unico e grande desiderio: che ogni uomo non si perda e quantunque si perdesse la tenacia di Dio è quella di essere sempre e comunque in cerca dei suoi figli. La misericordia di Dio, è come un costante occhio che cerca ciò che non ha ancora trovato e desidera abbracciare ciò che si è perso. Una dramma è un bene prezioso, ma si è persa, si direbbe quasi che siamo davanti ad una sconfitta di Dio, e invece l’amore vince proprio cercando con ostinazione chi si era perduto. Il Dio di questa parabola è un Dio che va in cerca anche di uno solo. È la logica della pecorella perduta. Uno, uno solo di noi, e per di più sbandato, è sufficiente a mettere Dio in cammino, a muovere le sue “viscere” materne, ognuno di noi vale il suo sacrificio.

Per questa donna tutte e dieci le monete sono preziose, tanto che, appena ritrova quella perduta, “chiama le amiche, le vicine” per far festa, per condividere con loro la gioia di aver ritrovato la moneta, “rallegratevi con me”. Quando si ritrova qualcuno che si pensava perduto, “bisogna” far festa. Dio ragiona così quando noi torniamo alla sua casa, Dio ci accoglie così anche se arriviamo dopo aver buttato via il suo tesoro.

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“Uno, uno solo di noi, e per di più sbandato, è sufficiente a mettere Dio in cammino, a muovere le sue “viscere” materne, ognuno di noi vale il suo sacrificio.”

L’intensità della gioia di ritrovare ciò che era perduto è proporzionata all’amore che abbiamo per ciò che si è perso, ciò si può sperimentare anche nelle nostre esperienze umane. Dio ci ama di un amore immenso ed incontenibile. Tutta la storia della salvezza ne è una chiarissima e splendida dimostrazione.

E’ l’esperienza dell’Amore Misericordioso che si mette sulle nostre tracce, che ci cerca, che ci vuole venire a scovare nei nostri nascondigli, è lo stile di un Dio appassionato che non si cura delle monete lasciate al sicuro, che non delega la ricerca di quella perduta, ma che si mette in marcia per colmare il vuoto insopportabile delle distanze, che impazzisce di gioia quando ci riporta a casa.

Ognuno di noi dovrebbe veramente avere l’umiltà di riflettere sulla bontà di questo Padre per scoprire la presenza amorosa, paterna e materna di un Dio che non si stancherà mai si rincorrere il figlio in tutti i momenti della sua vita. Ogni uomo è avvolto dalla Sua misericordia. Siamo noi che spesso rifiutiamo l’amore del Padre, ma, nonostante questo rifiuto, il Signore continuerà sempre a cercarci per dare a ciascuno di noi la possibilità di essere un giorno veramente e per sempre “tutti con Lui”.

Riflessione personale

  • Assaporo l’esperienza dell’Amore Misericordioso che si mette sulle nostre tracce….
  • Ricupero l’esperienza del primo incontro con Gesù…
  • Gesù da ancora senso alla mia vita?
  • Raccolgo in preghiera la mia vita, la guardo, la rivedo… sento su di me il suo amore tenerissimo…. .

Renata Conti MC

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