Una presenza di consolazione nell’isola Tierra Bomba

La vita missionaria in Bocachica e i passi di una comunità che cresce

 

“Io sono la vera vite, il Padre mio pota i tralci perché diano più frutto” (Gv 15, 1-2)

Questo ha fatto il Signore in questo villaggio di Bocachica, dato dalla Chiesa di Cartagena al lavoro pastorale di padri e suore missionari della Consolata per più di 20 anni.

Un’evangelizzazione fatta a “piedi scalzi” e molto vicina ai fedeli come il buon Pastore alle sue pecore: oggi ringraziamo per il “bene fatto bene”, così come lo voleva il nostro Fondatore Giuseppe Allamano.

Ecco la nostra storia:

leadears di comunità

La Parrocchia della Bahia, come era chiamata a quel tempo, aveva la sede centrale in Pasacaballos, alla periferia della città di Cartagena de Indias, e comprendeva i villaggi delle isole Barú, Tierra Bomba y Del Rosario.

I missionari della Consolata lasciarono questa missione a metà dell’anno 2000, consegnandola alla direzione dei sacerdoti diocesani di Cartagena, mentre noi suore siamo rimaste lavorando nell’isola Tierra Bomba, nella parrocchia “Madonna del Rosario di Bocachica”.

Con oltre 20 anni di presenza missionaria in questa terra, oggi si contano gruppi apostolici impegnati nell’evangelizzazione: ministri della comunione, catechisti, animatori della musica e della liturgia. E’ da sottolineare l’importanza della presenza delle donne, in una cultura marcatamente maschilista: tutti questi gruppi sono formati e diretti da donne: grazie a loro la comunità di Bocachica ha potuto mantenersi salda nella fede. Con gli anni si è potuto sviluppare un forte senso di appartenenza alla Chiesa, e grazie a questo, ogni volta che manca il sacerdote, sono loro stesse ad animare le celebrazioni, che la stessa comunità apprezza e stima.

Fin dall’inizio, la presenza delle sorelle è stata molto apprezzata dalla gente, per la testimonianza di altruismo, missionarietà e apostolicità che ciascuna missionaria della Consolata ha dimostrato. Oggi possiamo godere dei frutti di tutti questi anni di semina paziente, e ci prepariamo ora a una nuova missione: quella di consolidare una Chiesa locale, missionaria, diocesana.

l’offerta dei peccati a Gesù

Missione Bocachica: “tempo di rivitalizzazione”

Vogliamo ora condividere con voi alcune esperienze vissute in quest’anno, in particolare il tempo firte della Settimana Santa e della Pasqua.

Una Settimana Santa dai colori Afro

Quest’anno abbiamo voluto preparare, insieme ad alcuni parrocchiani, una Via Crucis nella quale non solo si è commemorata la Passione di Gesù, ma anche si sono presentati i peccati che rendono schiava la nostra comunità:  una vera e propria Via Crucis penitenziale.

E’ stata un’esperienza indimenticabile! Percorrendo le strade principali del villaggio, la gente si univa per accompagnare Gesù nella sua passione. Dopo ogni scena, veniva una donna della comunità presentando un peccato comunitario a Gesù, il quale simbolicamente lo riceveva e lo faceva appendere alla croce, che portava verso il Calvario. Furono 10 i peccati che Gesù  ha portato fino alla sua morte, mentre la gente ripeteva in coro:  “Prendi, Signore, ti diamo la nostra colpa, portala con te, carica il nostro delitto. Con la tua morte in questa croce redimirai i nostri peccati. Signore, perdonaci e abbi misericordia di noi”.

la Chiesa vestita a festa per la Pentecoste

Dopo 40 giorni dalla Pasqua, festa che celebra la vittoria sulla morte in Cristo, arriva la Pentecoste: un evento che come la Via Crucis, ha convocato e riunito la gente anche degli altri villaggi dell’isola. Una notte meravigliosa, colma di musica e preghiera, nel quale tutti abbiamo sentito e palpato la presenza di Dio in mezzo a noi, soprattutto in due momenti particolari: essendo alle porte dell’inverno, il cielo minacciava pioggia torrenziale, però grazie a Dio solo una leggera pioggerella per poco tempo. Ad un certo punto c’è stato un corto circuito e tutta l’assemblea è rimasta al buio. Gli animatori cominciarono ad applaudire e la preghiera continuò, fino a che ritornò la luce, al grido unanime di tutti: “Gloria al Signore!”.

Quindici giorni dopo, si è organizzato un incontro dal titolo: “Vita nello Spirito”, diretto dal Rinnovamento dello Spirito di Cartagena, nel quale la comunità, nella preghiera e nel raccoglimento, ha ricevuto i doni e la grazia dello Spirito Santo.

Per tutto questo, ringraziamo Dio! A lui siano date le lodi per tutto quello che fa in noi e attraverso di noi, spingendoci a continuare senza fermarsi, ad essere sempre ciò che siamo: missionarie che non conoscono limiti e frontiere.

Suor Gloria Ospina e Suor Celina Otálvaro

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Mettersi in viaggio missionario

“ Il SIGNORE ti proteggerà, quando esci e quando entri, ora e sempre” (Sal.121, 8)

Ha detto Papa Francesco:  “mettersi in cammino è lasciare che Dio o la vita ci metta alla prova, mettersi in cammino è rischiare”

Dalla fondazione dell’Istituto il viaggio è una componente chiave che porta con sé una esperienza di novità  e allo stesso tempo la certezza  che nel viaggio non siamo  sole, ma che Dio è il nostro compagno di viaggio, che non riposa fino a quando siamo arrivate alla destinazione desiderata.

Le Missionarie della Consolata per mettersi in cammino usano diversi tipi di mezzi di trasporto…vi invitiamo a godere di queste fotografie che ci mettono in viaggio con loro.

 

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ABBRACCI E LACRIME – LO CONOSCI PAOLO? 5

Sono uscito mentendo a Carla dicendole che andavo a riprendere Luigi a casa del suo amico Giorgio come eravamo rimasti d’accordo. In realtà avevo ricevuto una chiamata da mio figlio. Aveva detto di trovarsi in un altro posto e che aveva bisogno che lo andassi a prendere senza dire niente alla mamma.

Erano giorni che assistevo a ripetuti scontri in famiglia. A Carla non piacevano alcuni ragazzi che Luigi aveva iniziato a frequentare. Li aveva osservati in piazza e le era rimasta in testa una brutta impressione. Ogni volta finiva che Luigi, irritatissimo, se ne andava in camera sua sbattendo la porta. Così anch’io lo avevo rimproverato.

Ho preso la macchina e sono arrivato in una strada buia dove ho trovato mio figlio seduto sul bordo del marciapiedi. Ho accostato ed è salito in auto. Appena allacciata la cintura, ha chiuso gli occhi: “Ho detto a mamma che sarei andato da Giorgio, invece sono stato a una festa con quelli che a lei non piacciono. Oltre alla musica, c’era da bere e da mangiare. Ho preso un biscotto e, appena l’ho mandato giù, ho cominciato a sentirmi strano. Poi ho sentito qualcuno che diceva che negli ingredienti c’era anche “erba”. Sono uscito e ti ho chiamato. Non mi sento per niente bene”.

Ho chiamato Carla e le ho detto un’altra bugia: mi sarei fermato un po’ a chiacchiere con il padre di Giorgio. Ci serviva un po’ di tempo per smaltire l’agitazione di Luigi: “Aveva ragione Mamma”. Siamo tornati a casa. Avevo deciso di aspettare di rimanere solo con Carla per metterla al corrente di quanto era accaduto, invece Luigi non è andato subito in camera, come ci eravamo messi d’accordo, ma si è fermato davanti alla mamma e le ha raccontato tutto. Ero già pronto a “chissàchecosa” quando li ho visti abbracciati, tutti e due con le lacrime agli occhi.

Lc 7, 36-38

In quel tempo, uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.

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70 anni di missione in Brasile

Un pellegrinaggio per dire GRAZIE

Da quel lontano 6 luglio 1946, quando le prime suore Missionarie della Consolata sono arrivate in Brasile, quanta storia di vita donata in questa terra della Santa Croce! E quanto ringraziamento e lode a Dio dobbiamo innalzare per la Provvidenza che non è mai mancata! Messi nello zaino del cuore questi nobili sentimenti di gioia e gratitudine, il 22 maggio un bel gruppo di sorelle sono state in pellegrinaggio al Santuario della Madonna Aparecida.

Arrivando là, si sono unite a migliaia di pellegrini e pellegrine, venuti dalle più svariate parti del Brasile per sostare un poco nella casa della Madre. Ogni missionaria portava la sua storia du vita e di missione, ma anche quella dei popoli dove, con la forza del Carisma, hanno vissuto e portato la Buona Notizia di Gesù, testimoniando che ancora vale la pena amare e servire.

Alla Messa delle dieci era presente il gruppo della pastorale familiare, oggi così necessaria in una società individualista e secolarizzata.

Anche noi, Missionarie della Consolata, in semplicità e umiltà, cerchiamo di vivere come una famiglia che condivide doni spirituali e materiali, tempo di lavoro e tempo libero, testimoniando i veri valori del Regno di Dio. Così ci voleva il Fondatore, il canonico Giuseppe Allamano. Pregando con tanti altri pellegrini, sentiamo di far parte della grande famiglia umana, membri vivi della Chiesa di Cristo.

Cresce il nostro amore a Maria, che sempre sta al nostro fianco come vera madre che accoglie, ama e perdona, quando necessario, ma sempre ci incoraggia a camminare e rimanere fedeli alle parole di Gesù: “andate e annunciate!”

Buon anniversario, famiglia Consolata in Brasile!   

Suor Lourdes Bonapaz, mc

(traduzione dal portoghese. L’articolo originale si trova nel sito Consolata Brasil)

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STRANIERO? NON ESISTE!

Se nella tua lingua la parola straniero non esiste, allora l’altro chi è?

Nel Togo “l’Altro, colui che appartiene ad un’altra cultura o etnia, viene chiamato: Amèdzro. Amè significa persona, essere umano, mentre Dzro indica chi è desiderato, atteso, aspettato.”

Qualche tempo fa, a Verona, durante un Convegno dedicato all’Africa e ai suoi valori, ho avuto l’opportunità di ascoltare Jean-Pierre Sourou Piessou, originario del Togo, laureato in filosofia e teologia, presso l’Università Pontificia Lateranense di Roma. Jean-Pierre è mediatore culturale e operatore a Verona, dove abita, dell’ANOLF (Associazione Nazionale Oltre Le Frontiere), che non ha scopi di lucro, si fonda sul protagonismo degli immigrati di varie etnie ed ha come scopo la crescita dell’amicizia e della fratellanza tra i popoli, nello spirito della Costituzione italiana.

Jean Pierre Piessou

Dall’intervento di Jean-Pierre appresi che nella sua lingua la parola “straniero” non esiste, infatti,  precisava: “l’Altro, colui che appartiene ad un’altra cultura o etnia, dai miei connazionali viene chiamato: Amèdzro. Amè  significa  persona, essere umano, mentre  Dzro indica chi è desiderato, atteso, aspettato, non un nemico da combattere. Ancora, il termine Amèdzro è una delle prime parole, che i genitori insegnano ai figli sottolineando che l’ospite, il visitatore è “sacro”, una persona a cui dedicare tempo, attenzioni e non semplicemente qualcuno di passaggio, da accogliere in modo sbrigativo senza cura né affetto. Al visitatore si offre tutto quello che si ha e si è, perché l’ospitalità è la misura della bontà, dell’educazione e della gentilezza.”

Le parole di Jean-Pierre, oltre a stupirmi, mi riportarono indietro nel tempo, facendo riaffiorare alla memoria alcune scene della mia infanzia.

Siamo negli anni ’50, la mia famiglia, in un paese della Brianza, Lombardia,  aveva un negozio di frutta e verdura con annesso un piccolo bar dove durante l’inverno si serviva: caffè espresso, cioccolata, panna montata e, in estate, si producevano gelati artigianali. In famiglia, oltre ai miei genitori, un fratello e una sorella, c’era anche “nonna Francesca”.

La nonna, solitamente, sedeva nella cucina, situata nel retro del negozio e, mentre sferruzzava o sgranava il Rosario, dalla porta a vetri, che immetteva nel negozio gettava un’occhiata ai clienti che entravano ed uscivano.

Sedevo spesso e volentieri sulla ginocchia di nonna Francesca, mi piaceva giocherellare con la sua corona del Rosario, osservare la gente che veniva e andava e, di tanto in tanto, rincorrere il gatto di casa.

Un evento, che accadeva tutti gli anni, nei mesi che vanno da agosto a ottobre e che mi incuriosiva, era l’incontro di nonna Francesca con “Zizì”, un’anziana Rom, che in paese, comunemente chiamavano: “la zingara”. In quel periodo dell’anno, ogni settimana, puntualmente, “Zizì arrivava accompagnata da una giovane Rom e si dirigeva direttamente in cucina, prima di sedersi accanto alla nonna la abbracciava e le chiedeva come stava. Nei giorni più freddi, la nonna e “Zizì” si accomodavano sulle panche, incastrate sotto il grande camino, che riscaldava la cucina e continuavano a parlare fitto, fitto, si stringevano le mani, si davano colpetti sulle spalle, sorridevano e qualche volta piangevano insieme

Osservavo attentamente quelle due donne attempate che parlavano sottovoce. Mi incuriosivano i loro vestiti, quelli indossati dalla nonna erano semplici, dai colori scuri e arricciati in vita; “Zizì”, invece, portava indumenti tradizionali arricchiti da colorati disegni di fiori e frutta e sulle spalle uno scialle dalla lunga frangia. Anche l’acconciatura dei capelli delle due donne era diversa. Nonna Francesca aveva i capelli bianchi raccolti in uno scignon, sulla nuca, mentre i capelli neri, con qualche filo d’argento, di “Zizì”, formavano una lunga treccia che, raggruppata sul lato destro del volto, scendeva fino alla vita.

All’ora di pranzo, “Zizì” sedeva a tavola con noi poi, nel pomeriggio, quando la giovane Rom veniva a riprenderla, ringraziava nonna Francesca, benediceva tutti e se ne andava con il sorriso sulle labbra.

Alla fine dell’estate del 1953, “Zizì” arrivò e, come al solito, entrò nella cucina, ma quando non trovò più nonna Francesca, che era morta nel mese di agosto, scoppiò in un pianto inconsolabile: aveva perso un’amica e una confidente.

L’anno seguente la giovane Rom arrivò, ma senza “Zizì”, il dolore per la perdita di Francesca era stato troppo grande e anche lei se n’era andata.

Nonna Francesca, anziana e ormai sedentaria, “Zizì”, itinerante, sempre in viaggio. Una brianzola e una Rom. Donne di culture diverse, ma capaci di dialogare, condividere le loro esperienze intrecciate di gioie e di dolori comuni. Donne capaci di accogliersi nella ferialità della vita, di godere della reciprocità e, al contempo, della diversità.

“L’accoglienza è lo zoccolo duro della vita, il campo dove seminare il futuro, un orizzonte aperto a 360 gradi, il fondamento su cui costruire rapporti, alla pari, intessuti di dialogo, collaborazione, pace, sicurezza e godere dell’amicizia semplice e schietta.”

Oggi, nella nostra società liquida e individualista, l’accoglienza è ancora indispensabile, vitale, se non si vuole asfissiare, o annegare, nel classico bicchiere d’acqua! Infatti, l’accoglienza è lo zoccolo duro della vita, il campo dove seminare il futuro, un orizzonte aperto a 360 gradi, il fondamento su cui costruire rapporti, alla pari, intessuti di dialogo, collaborazione, pace, sicurezza e godere dell’amicizia semplice e schietta, come per molti anni hanno fatto “nonna Francesca” e “Zizì”.

suor Maria Luisa Casiraghi MC

 

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Mandati per consolare

Papa Francesco, in questo Anno Santo della Misericordia, nel suo messaggio per la Quaresima, ci invitava a riflettere sulle opere di misericordia, riprendendo la bolla di indizione del Giubileo “Misericordiae Vultus”, laddove si dice che “la nostra fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito e sui quali saremo giudicati: nutrirlo, visitarlo, confortarlo, educarlo”.

In sintonia con questo invito di Papa Francesco, anche noi nella lontana missione di Arvaiheer (Mongolia) abbiamo riflettuto e cercato di comprendere come noi, Missionarie e Missionari della Consolata, possiamo essere un segno di Consolazione per questo popolo al quale Dio ci ha inviato.

vista panoramica di Arvaiheer

Leggendo una delle guide turistiche della Mongolia, quando si arriva a parlare del paese di Arvaiheer, situato a sud ovest della Capitale, all’inizio del deserto del Gobi, si trova scritto che in questo paese non c’è niente di interessante da vedere, è solo un posto discreto per fare alcune provviste e poi proseguire il viaggio. Proprio in questo paese dove non c’è niente di interessante dieci anni fa abbiamo deciso di iniziare una missione e cercato di essere un segno di Consolazione per questa gente. Pian piano ci siamo accorti che nel cuore delle persone c’era tanta solitudine, un vuoto e una mancanza di orientamento che li portava ad incorrere facilmente in problemi di vario tipo.

Fin dall’inizio non abbiamo avuto nessuna pretesa se non quella di esserci, di essere vicino alla gente e camminare con loro. Stando con loro abbiamo capito che anche noi avevamo bisogno di essere guardati, accarezzati, abbracciati e guariti da Dio, di scoprire la Consolazione di Dio nella nostra vita. È bello stare, camminare con la gente ed insieme chiedere a Dio di guarirci dalle nostre infermità, di perdonare il nostro peccato ed essere consolati da Lui.

In una delle preghiere domenicali dell’Angelus il Papa ripeteva: “Non possiamo essere messaggeri della consolazione di Dio se noi non sperimentiamo per primi la gioia di essere consolati e amati da Lui. E questo ci dà consolazione: quando rimaniamo in preghiera silenziosa alla sua presenza, quando lo incontriamo nell’Eucaristia o nel sacramento del Perdono. Tutto questo ci consola.

Oggi c’è bisogno di persone che siano testimoni della misericordia e della tenerezza del Signore, che scuote i rassegnati, rianima gli sfiduciati, accende il fuoco della speranza. Lui accende il fuoco della speranza! Non noi. Tante situazioni richiedono la nostra testimonianza consolatrice. Essere persone gioiose, consolate” (Angelus 7 -12-2014).

Quante situazioni richiedono il “consolare”! Qui alla missione di Arvaiheer viene molta gente a chiedere un po’ di consolazione: l’ubriaco che vuole uscire dalla dipendenza dall’alcool; la mamma che non sa più cosa fare per evitare che il figlio diventi un delinquente; la moglie picchiata dal marito depresso; il ragazzo che si vergogna di andare a scuola con le scarpe rotte… La maggior parte della gente è di religione buddista, ma sa che qui può trovare delle persone che ascoltano, che aiutano e che stanno vicino a loro nella sofferenza.

Vorrei condividere con voi l’incontro con Battogoo, giovane mamma vedova già due volte, che alcuni mesi fa ha perso il secondo marito, morto suicida sotto l’effetto dell’ennesima ubriacatura. Ogni giorno veniva alla missione a piangere, non c’erano risposte alla sua sofferenza, ma insieme piangevamo, non era sola, eravamo insieme a soffrire e cercare consolazione. Ci sembrava che non fosse abbastanza per lei, e invece, un mese dopo il funerale, è venuta a confessarci in lacrime che nel momento più buio della sua vita, quando anche i parenti del marito defunto la accusavano di non aver fatto abbastanza per evitare il peggio e l’avevano letteralmente abbandonata, solo noi le eravamo state vicine e per lei questo aveva rappresentato l’unica ancora di salvezza.

comunità IMC -MC in Mongolia

L’incontro con Tsagaanaa è stato un altro segno della Provvidenza. Già tante volte eravamo venuti in soccorso alla sua famiglia, tristemente segnata dal suo eccessivo bere. Una di quelle volte è venuto lui stesso a riconoscere che non ce la faceva più, rivelando che cercava nell’alcool il rimedio a certi problemi relazionali e caratteriali: “Aiutatemi a uscire dalla prigione dell’alcool! Voglio diventare un bravo papà, un marito migliore…”. Si è fermato da noi qualche giorno, dormendo in una stanza messa a disposizione dai confratelli missionari e confrontandosi ogni giorno con noi, lontano dalla sua famiglia. Gli abbiamo fatto conoscere un uomo che come lui era dipendente dalla vodka, ma che poi era riuscito a venirne fuori e ora dava testimonianza della sua rinascita. Così è nata l’idea di avere anche qui alla missione un gruppo di condivisione e di aiuto reciproco, improntato all’esperienza degli Alcolisti Anonimi. Con Tsagaanaa abbiamo montato nel terreno della missione una ger (tenda mongola) e ogni settimana lui si ritrova insieme ad altri uomini a condividere l’impegno di questo cammino di guarigione. È lui che adesso incoraggia noi a darci sempre più da fare nel nostro impegno per la gente e testimonia con il suo lavoro l’importanza di ritrovare il senso delle cose attraverso la fatica e il ritmo cadenzato dalla preghiera.

Sarebbero tanti i casi come quelli di Battogoo e di Tsagaanaa da potervi raccontare. Persone comuni, facilmente giudicate dalla gente come ormai perse o inutili e che invece, attraverso la porta della consolazione, hanno scoperto la propria dignità e sono tornate a sperare. E questo viene proprio da Dio come un suo dono, è lo Spirito di Consolazione che vuole agire anche attraverso di noi, che spesso ci sentiamo inadeguate a rispondere ai tanti bisogni che vediamo intorno a noi. Diventa allora quanto mai urgente darci quotidianamente all’incontro con questo Dio di misericordia infinita, che si serve dei suoi servi “inutili” per irradiare vita e consolazione.

Suor Lucia Bortolomasi, mc

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Schiavitù e Vuuduu

La violenza psicologica dei riti Voodoo sulle giovani Nigeriane, vittime di tratta di esseri umani

“Sono tantissime le giovani psicologicamente distrutte dai riti voodoo”

Quando nel 1993 dopo 24 anni di missione in Kenya ho iniziato la mia nuova esperienza missionaria non più in Africa bensì in un centro della Caritas to Torino, ho scoperto la terribile realtà di donne Africane/Nigeriane vendute e comperate sulle nostre strade di città e campagne per il commercio di sesso a pagamento. Di fronte a questa terribile realtà e sfida missionaria la mia prima reazione è stata di sconcerto e indignazione per poi passare alla presa di coscienza e conoscenza della nuova realtà con conseguente impegno per entrare in questo terribile e umiliante mondo della notte e della strada e riscattare le nuove schiave del xxi secolo.

Impresa assai difficile perché questo nuovo servizio mi richiedeva il coraggio di spogliarmi dei miei pregiudizi e sicurezze, nonchè “togliermi i sandali” per penetrare il mondo sacro e inviolabile di queste giovani che scappavano dalla strada e chiedevano aiuto per sottrarsi a chi le cercava, comperava, usava a piacimento per poi ributtarle sulla strada come spazzatura: usa e getta.

“La precedente esperienza missionaria in Africa con conseguente conoscenza della lingua e della cultura africana mi furono di grande aiuto per incontrare queste donne e porgere a loro una mano da sorella e madre .”

La precedente esperienza missionaria in Africa con conseguente conoscenza della lingua e della cultura africana mi furono di grande aiuto per incontrare queste donne e porgere a loro una mano da sorella e madre per aiutarle prima di tutto a lasciare la strada per poi accoglierle nelle nostre strutture, gestite in gran parte da religiose, e iniziare con loro un processo di recupero attraverso una reintegrazione umana e sociale. Impresa non facile ma possibile per ridare a queste giovani vita e speranza.

Rimaneva tuttavia da superare uno scoglio nei nostri rapporti con le vittime che non riuscivamo a penetrare, capire e affrontare adeguatamente. Erano i famosi riti voodoo che queste giovani erano costrette dai trafficanti a sottoporvisi prima della loro partenza per “la terra promessa”. Questi riti di magia nera venivano effettuati davanti allo stregone del villaggio con la scusa di chiedere prima di tutto la benedizione degli spiriti e la protezione degli antenati per ottenere un viaggio favorevole e un lavoro fecondo. Nello stesso tempo avevano lo scopo di stipulare un contratto, tra la vittima e lo sfruttatore quale patto di sangue che esercitava una forza psicologica fortissima sulla giovane donna, spesso analfabeta e proveniente da una famiglia molto povera di beni materiali ma ricca di figli da mantenere e mandare a scuola. Su questa realtà i trafficanti, uomini e in maggioranza donne, hanno costruito un vero espediente fatto di promesse, inganni e ritorsioni. Questi riti esercitano un forte impatto psicologico e vengono usati come arma di rappresaglia imposte con minacce e paure per ottenere da parte della vittima una totale sottomissione a chi le avrebbe portate in Europa.

“Questi riti mentre da una parte terrorizzavano le vittime dall’altra parte i trafficanti si assicuravano la garanzia di non perdere i loro ingenti guadagni.”

Naturalmente nulla veniva menzionato di prostituzione sulle strade come lavoro per rimborsare chi le aveva portate in Italia e tantomeno della somma pattuita di cui le giovani non capivano il valore e le conseguenze. Durante una lunga seduta fatta di abluzioni, di sputi, di polveri, di raccolta di indumenti e parti intime della giovane venivano rinchiusi con un lucchetto in un sacchetto la cui chiave veniva consegnata al trafficante, che poteva riaprirlo qualora il giuramento veniva violato e lo spirito ivi racchiuso veniva liberato per colpire sia la vittima come pure i membri della sua famiglia. Questi riti mentre da una parte terrorizzavano le vittime dall’altra parte i trafficanti si assicuravano la garanzia di non perdere i loro ingenti guadagni che la giovane avrebbe dovuto consegnare lavorando sulla strada, specie di notte, vendendo a chiunque lo richiedeva, il suo giovane corpo insieme ai suoi sogni, alle sue speranze e alla sua giovinezza.

A quel tempo il prezzo del riscatto era di 50 -70.000 lire mentre oggi si sono tramutati in altrettanti Euro. Frutto di una terribile violenza psicologica perpetrata con l’inganno e l’ignoranza basata sulla credenze negli spiriti ancestrali.

Qualora la giovane rivelasse nomi, luoghi o altri particolari sull’organizzazione criminale e sulle maman oppure se tentasse di fuggire senza saldare il suo debito, allora lo spirito cattivo, rinchiuso nel sacchetto, veniva messo in libertà e si vendicava o sulla vittima o sulla sua famiglia. Quante giovani ho incontrati in questi lunghi anni psicologicamente distrutte ossessionate da questi riti e dalla vendetta degli spiriti.

“Un aspetto molto importante per una vera guarigione interiore viene fatto attraverso incontri di preghiera basati sulla Parola di Dio.”

Di fronte a questo scenario che abbiamo scoperto e capito dai loro stessi racconti di donne liberate da questi incubi perché vivevano ormai in luoghi protetti, anche noi operatori e operatrici, specie nelle case di accoglienza, abbiamo intensificato il lavoro di liberazione di queste giovani contrapponendo la forza del male con quella del bene, frutto di ascolto, di accoglienza, di solidarietà e gratuita per creare rapporti di fiducia. Un aspetto molto importante per una vera guarigione interiore viene fatto attraverso incontri di preghiera basati sulla Parola di Dio. Le nigeriane che noi accogliamo sono tutte di varie denominazioni cristiane quindi hanno in comune la Parola di Dio. La corona del Rosario che tutte si mettono al collo da’ a loro una certa sicurezza contro le forze degli spiriti cattivi di cui tutte hanno il terrore che si possono vendicare.

Tutte le ragazze incontrate anche di notte sulle strade ci chiedono sempre come dono la Bibbia e il rosario nonché ci chiedono di pregare con loro e per loro per superare quel senso di colpa e di vergogna che si portano dentro di cui non riescono a liberarsi se non dopo tanto accompagnamento e offerta di sicurezza per loro e per le famiglie. La rappresaglia sulla famiglia è molto usata dai trafficanti qualora la figlia scappa dalla strada e soprattutto quando non finisce di pagare il suo debito.

“Dobbiamo riscoprire i valori veri del rispetto e del valore di ogni persona, mai più schiave ma persone libere.”

Di fronte a questo terribile scenario di tante giovani sfruttate sulle nostre strade e distrutte nella loro dignità non c’è che una risposta concreta che possa bloccare questo terribile flusso di vittime: la condanna della richiesta di sesso a pagamento. Purtroppo nella nostra società del consumo dove oggi tutto si può desiderare, comperare e usare, persino il corpo di una minorenne, dobbiamo riscoprire i valori veri del rispetto e del valore di ogni persona, mai più schiave ma persone libere.

sr. Eugenia Bonetti MC

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Quanti bambini ci sono nella tua classe?

 

La società multietnica, la sfida dell’integrazione e la passione di una maestra

Tempo fa in rete ho visto una vignetta in cui un padre chiedeva alla figlia: “Nella tua scuola ci sono stranieri?”, e la bimba rispondeva: “Non so, nella mia scuola ci sono solo bambini”. Questa è la domanda che più spesso mi sento fare dalle persone quando scoprono che sono un’insegnante: “Quanti stranieri hai nella tua classe?”. E io, come la bambina, spesso mi trovo a dovermi concentrare per dare una risposta, perché quando entro in classe non vedo italiani o stranieri, vedo bambini.

la maestra Loredana, autrice dell’articolo, laica missionaria della Consolata

Ho lavorato per 15 anni in una scuola primaria (quella che un tempo veniva chiamata elementare) di Torino che oggi può essere definita “multiculturale”, “multietnica”, “ad alto flusso migratorio”; insomma, dove la realtà delle classi conta un 70% – 80% di alunni che provengono da tutte le parti del mondo, in particolare da Romania, Moldavia, Albania, Marocco, Turchia, Egitto, Nigeria, Senegal, Bangladesh, Cina, Perù, Bolivia, Brasile e altri bambini che provengono dai campi nomadi della cintura di Torino.

È evidente che una realtà così variegata porta con sé grandi ricchezze, ma anche grandi sfide legate all’inserimento, all’accoglienza, al rispetto dell’altro ed è per questo che nella scuola si cerca di lavorare per fare in modo che ogni alunno possa raggiungere non solo un significativo livello di istruzione, ma anche la capacità di rispetto e accoglienza delle diverse identità e delle diverse culture.

Lavorare in un contesto di questo tipo richiede di mettere in atto strategie e risorse per far sì che l’integrazione diventi reale, ad esempio collaborando con associazioni del territorio e servendosi dell’intervento di esperti. Così abbiamo usufruito del laboratorio “150 giochi di ieri per domani” che aveva lo scopo di far conoscere giochi del passato, dove molti bambini stranieri hanno riconosciuto giochi che facevano parte anche della loro cultura. Inoltre, in un laboratorio di multimedialità, è stato realizzato un videoclip sull’immigrazione passata e recente del nostro Paese.

La scuola diventa così una vera e propria “palestra” nella quale insegnanti, bambini, famiglie si preparano e crescono per affrontare quello che è il nuovo tipo di società che piano piano si sta formando.

Le difficoltà da affrontare sono molte: in alcuni casi sono di tipo linguistico, di apprendimento, in altri di comportamento, di difficoltà a stabilire regole comuni di convivenza e, a volte, anche difficoltà di tipo culturale. Ad esempio, le aspettative nei confronti della scuola di una famiglia marocchina sono molto diverse da quelle di una famiglia cinese o rumena. Altre volte ci sono differenze nel modo di intendere l’educazione dei figli.

Queste difficoltà, non sempre risolvibili in tempi brevi (a volte nemmeno in anni!), possono trovare una strada per essere superate innanzi tutto con un atteggiamento positivo ed accogliente da parte degli insegnanti: spesso siamo noi adulti che abbiamo più difficoltà a lasciarci coinvolgere nella conoscenza dell’altro, ma, nello stesso tempo, siamo noi che possiamo fare la differenza.

A volte dimentichiamo che i bambini ci guardano e che hanno una grande capacità di cogliere i nostri comportamenti molto più delle nostre belle parole.

È per questo che è molto importante cercare di costruire con le famiglie e con i bambini relazioni positive, stabilire regole condivise, di conoscere meglio le culture da cui provengono perché, anche se ormai le ultime generazioni sono nate qui in Italia, ci sono dei retaggi culturali molto forti che, se non si conoscono, possono portare ad incomprensioni.

È interessante però osservare come i bambini riescano a mettere in atto strategie di relazione che spesso da adulti non siamo in grado di utilizzare o di proporre.

Ho potuto sperimentare che i bambini hanno una capacità di incontro molto più libera rispetto agli adulti, perché non hanno ancora molte sovrastrutture date da pregiudizi o preconcetti. Sanno trovare soluzioni originali per risolvere conflitti, sanno collaborare mettendo a disposizione le proprie competenze e le proprie conoscenze proprio perché nell’altro non vedono lo straniero, ma vedono un bambino come loro. Molto raramente mi è capitato di vedere conflitti legati a questioni culturali, anzi, poter far conoscere un dolce, una tradizione, una canzone, un ricordo del Paese d’origine (italiano o straniero che sia) dà loro la possibilità di imparare a conoscersi meglio e ad arricchirsi non solo culturalmente ma anche personalmente.

Certo, a volte possono esserci delle chiusure, dei fraintendimenti, dei conflitti che, tuttavia, possono essere superati con il dialogo e con il rispetto.

Anche ora che lavoro in un contesto diverso, dove numericamente i bambini stranieri sono di meno, è evidente che l’incontro con l’altro passa attraverso piccoli e quotidiani gesti di accoglienza.

Forse la sfida più grande, la più difficile per noi adulti, è quella di trovare il modo giusto per accogliere il diverso senza la paura di perdere qualcosa di sé o meglio far sì che ciascuno si rafforzi nella propria identità (personale, culturale…) nell’incontro con l’altro.

Il modo di affrontarla è quello che farà la differenza in un futuro non molto lontano, quando mi sentirò chiedere: “Quanti bambini ci sono nella tua classe”?.

Loredana Mondo

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Parabole della misericordia parte I

Il Pastore che va in cerca della pecorella smarrita

Premessa

Al centro dell’insegnamento di Gesù sta il capitolo 15 con le tre parabole della Misericordia:

“Il Pastore che va in cerca della pecora smarrita” (Lc 15,1-7), “La donna che cerca la dramma perduta” (Lc 15,8-10), “Tenerezza del Padre” (Lc 15,11-32). Esse hanno in comune la sollecitudine per qualcuno o qualcosa che si è perso e la gioia del ritrovamento

Presentano pure dei ritratti: un Pastore, una Donna, un Padre.

Perché Luca racconta queste parabole:

  1. Per rispondere alle critiche dei farisei che lo giudicano troppo misericordioso verso i peccatori e le prostitute,
  2. Per far capire a loro che ogni persona umana è preziosa agli occhi del Padre e
  3. Per rivelarci il Padre.

Prima Parabola: Il Pastore che va in cerca della pecora smarrita: Lc 15,1-7.

Icona del Buon Pastore

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola:
«Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?  Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento,  va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.

Si avvicinavano a Lui tutti i pubblicani… . Bellissima questa espressione, tutti coloro che si sentono in qualche modo ‘esclusi’ dal cerchio dei ‘buoni’, di coloro che si sentivano ‘giusti e a posto con la legge, si avvicinavano a lui, si sentivano accolti, non giudicati si sentivano messi a loro agio. I farisei e gli scribi notavano il suo modo di fare per questo mormoravano… . Non riuscivano a entrare in un altro cerchio d’onda, a cogliere un altro modo di rapportarsi per questo puntavano il dito anche contro Gesù.

La parabola che Gesù racconta vuole aprire i loro occhi, vuole avvicinarli all’agire di Dio che è misericordia e compassione… . Gesù non nega il peccato di chi è lontano, la parabola lo evidenzia con chiarezza, non dice al peccatore che ha fatto bene, che il peccato è niente, che non ha importanza quello che ha fatto, ma vuole rivelare che nonostante il nostro peccato il Padre ci ama di un amore così grande che per noi è capace di donare ciò che ha di più prezioso la sua vita resa visibile e tangibile in Gesù.

Analizziamo il testo:

Il testo mette in rilievo come il Pastore si accorge delle difficoltà dei peccatori, non le nega, non le sottovaluta, anzi se leggiamo con attenzione notiamo che la parabola presenta un primo livello di difficoltà: una pecora si smarrisce! Lo smarrimento può avvenire per diverse cause… .

  • Cento pecore: un gregge, una notevole ricchezza! Cos’è una pecora su cento?

Per il pastore ciò che conta non è il numero, ma l’essere in pericolo!

  • Lascia tutto, compreso le 99 pecore per andare a cercare quella che si è smarrita! Per lui non contano né sacrificio, né tempo; conta solo quella pecora che egli ama moltissimo e che si è smarrita, che non ha più la voglia di seguire le altre.

Chiediamoci: Perché la comunità non ha capito, non si è accorta? Perché si è disinteressata? Una comunità è tale se tutti i membri contano. Il Pastore si accorge subito, mette a repentaglio la propria vita per quella pecora… . Assicura nell’ovile le 99 e va in cerca… Lo smarrimento, il non trovare più una via di uscita… il disorientamento di qualche persona quanta cura e preoccupazione trova nella comunità della Chiesa?… Mi accorgo di chi è in difficoltà oppure guardo con occhio critico…

Alla fine, ritrovatala, fa festa, anzi invita la comunità a fare festa, scuote dall’indifferenza e dalla noncuranza ‘fate festa con me’…

Perché andare, perché cercare … per motivi economici? Festeggiar costa più tempio e denaro di quanto valga una pecora! Solo un grande amore! Solo l’amore deve legare la comunità al contrario sarebbe un semplice gruppo!

La parabola della pecora smarrita e ritrovata viene di solito indicata unicamente con l’aggettivo “smarrita”. Eppure, nell’intenzione di Gesù, c’era sicuramente la volontà di rilevare l’aspetto, e la gioia del ritrovamento.

Questa parabola è narrata da due evangelisti: Matteo (18,12-14) e Luca (15,4-7). I due testi hanno un aspetto letterario comune: non espongono un racconto vero e proprio, ma si limitano a una domanda e a una risposta. La domanda riguarda l’atteggiamento del pastore che, tutto preoccupato, attraversa boschi, monti e valli – lasciando le novantanove pecore al sicuro “sui monti” (Matteo) o “nel deserto” (Luca) – per andare in cerca della pecora smarrita.

E quando la trova, ritorna verso la comunità contento per il ritrovamento. In Luca, la gioia del pastore viene comunicata e condivisa con gli amici e i vicini. Secondo Matteo, la gioia nasce dal fatto che Dio «non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli». In Luca, dice: «Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove che non hanno bisogno di convertirsi».

Il messaggio è chiaro:

  1. Come cristiani dobbiamo uscire dai nostri recinti e andare fra le ‘spine, fra i grovigli della sofferenza degli altri a cercare coloro che si sono smarriti.
  2. Pregare è troppo poco, anzi è troppo comodo.
  3. Cercare, ma anche prestare attenzione, perché la risposta potrebbe anche essere debole: la pecora oltre che smarrita, potrebbe essere ferita … e questo è un altro aspetto importante nelle comunità cristiane: ci possono essere persone ferite!… persone amare … cosa facciamo per loro?… Quante persone smarrite … ce ne accorgiamo?
  4. Fare festa, quando un fratello o una sorella decide di ritornare, di riprendere il cammino, di ricominciare… Siamo capaci di accogliere questo momento? Di gioire per il ritorno? Di rispettare questo momento sacro? Oppure al massimo diciamo: “Era ora!”.

Guardiamo adesso il Pastore:

Icona del Buon Pastore E. Cusnaider

Perché Gesù sceglie la figura del Pastore per rappresentare se stesso? I pastori, al tempo di Gesù, erano persone socialmente non stimate per il loro servizio quotidiano agli animali, erano però le persone più vicine al gregge perché conoscevano le loro pecore… una a una… I Pastori non avevano il diritto di usufruire delle pecore ( latte, lana, carne) ma le amavano, si istaurava tra pastore e gregge una relazione di reciprocità, di affetto…

Gesù sceglie la figura del Pastore come simbolo di se stesso perché il pastore è un capo, è un compagno, è un uomo forte, capace di difendere il gregge contro le bestie feroci, ma anche perché il pastore è pure delicato verso le pecore, conosce la loro debolezza, si sa adattare alle loro situazioni, le porta sulle braccia, le ama teneramente, le conosce una a una, conduce pian piano le pecore madri … Conosce la situazione di ciascuna … le difficoltà che sta vivendo. Ricordiamo il brano di Gv  10,11ss sul Buon Pastore:

Gesù paragonandosi al Buon Pastore ci vuole rivelare le qualità del suo amore: la forza, la dolcezza, la sollecitudine, l’amore fino a dare la vita per le pecore.

Il salmo 22 ci racconta chi è il Pastore:

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.

Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.

Rinfranca l’anima mia,
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.

Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

Questi sono i sentimenti del Padre, Lui vuole che nessuno si perda e prova grande gioia per un peccatore che si pente. Pensiamo alla gioia e alla commozione che potrebbero provare certe persone che, senza sentirsi rimproverare, trovano in noi i canali per avvicinarsi a Dio … . Dovremmo pensarci, e certamente anche la nostra preghiera diventerà più frequentemente ed efficacemente un chiedere a Dio che ci faccia strumenti per riavvicinare a Lui qualche pecora smarrita e dagli così gioia! Questa è la nostra missione!

sr. Renata Conti MC

 

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