Il Signore chiama in tanti modi

Missionari e Missionarie della Consolata in Mongolia, in visita a un tempio buddista

L’attrazione verso il Sacro ed una chiamata ad essere missionaria ad gentes

Guardare in dietro per rivisitare la propria storia può essere un esperienza salutare e rinnovante. Cercare di trovare in qualche modo un filo conduttore, una sigla, una luce che dia un po’ di senso al proprio presente, doni prospettiva alle difficoltà del momento e ci confermi nella speranza che c’è un bene futuro che ci aspetta, ci può donare tanta pace e fiducia.

Certamente alla soglia dei cinquanta se si guarda indietro ci si accorge che si ha percorso un bel po’ di strada. Alcuni pezzi già non si vedono più, altri si son dimenticati, si ricorda qualche collina e qualche valle attraversati, ci sembra di risentire i fiumi rumorosi che ci hanno sfidato e quelli quieti che ci hanno dissetati.  Rimane però come testimone del lungo viaggio la polvere nelle scarpe e il vento amico che ogni tanto ritorna a soffiare, tal volte più freddo, tal volte più soave, ma che è sempre lo stesso.

Pretendere allora di raccontare la propria storia intesa come vocazione dicendo tutti i perché, come e quando, va al di là delle capacità di qualunque meticoloso narratore, che inoltre io non sono.  Riconosco d’altra parte che c’è ancora tanto di mistero per me.  Perciò ho pensato di condividere con voi alcuni ricordi della mia infanzia che continuano a riscaldare il mio cuore e danno qualche luce al mio essere quest’oggi Missionaria della Consolata.

Sr Sandra con sr Giovanna Maria in Mongolia

Un carissimo ricordo della mia infanzia non è collegato a un evento ma a un periodo. A quel tempo vivevo in un piccolo paesino di montagna dove c’era una cappellina che aveva come parroco un vecchio Frate Francescano.  La catechesi allora era solo in vista alla preparazione sacramentale e i bambini che avevano ricevuto il sacramento pian piano perdevano l’abitudine di andare in chiesa.  Un gruppetto di noi però, dopo aver ricevuto la Prima Comunione, sotto l’attenta e affettuosa guida del vecchio Frate, impariamo a fare i chierichetti. Così che cominciamo a partecipare quasi quotidianamente alla Santa Messa.

Il mio primo impegno fu suonare le campane la domenica.  Ricordo come se fosse adesso come ero attaccata a quella corda tirando giù forte perché suonasse chiaro e contando bene quante volte per non inviare il messaggio sbagliato.  Dopo ho imparato a servire la Messa, compito proprio dei chierichetti e finalmente il lavoro in sacrestia per preparare l’altare. Per me le Messe più belle erano quelle feriali perché oltre ad essere brevi quasi sempre c’erano effettivamente solo bambini. Per chiamare a queste Messe, anche se durante la settimana, si suonavano le campane.  Noi bambini che giocavamo nei giardini delle nostre case all’ascolto del loro suono correvamo verso la cappellina. Eravamo un bel gruppetto e cercavamo di sederci tutti nelle prime due panche, i più piccoli ancora con le gambe pendolanti, mentre in vano tentavamo di metterci in silenzio per ascoltare la Messa.  Sentivamo che la cappellina era tutta nostra ed eravamo contenti di stare lì con il Signore che si faceva presente solo per noi.  Mi ricordo ancora con quale compenetrazione partecipavo allo svolgersi dell’Eucarestia perché sapevo che lì c’era Gesù.

Fuori dall’ambito della chiesa avevo un altro gruppo di amici molto vario.  Alcuni erano piccoli, altri erano più grandi, alcuni più vivaci, altri più creativi, alcuni specialisti in combinare pasticci e altri allenati in rimediarli. Non so come sia adesso, ma in quel tempo nel mio paese i bambini, soprattutto nei caldi pomeriggi dell’estate quando erano in vacanza dalla scuola, perché incapaci di riposare dovevano trovarsi da soli il modo di sconfiggere la noia senza disturbare gli adulti che dormivano la “siesta”. Mi ricordo che durante uno di quei giorni dopo pranzo, quando ero già un pochettino più grande, mi trovavo a leggere qualche storiella nel cortile di casa mia. All’improvviso, due dei miei fratelli arrivarono con una curiosa novità: due dei nostri amici si volevano “sposare.” Fino ad oggi non son riuscita a sapere se loro si volevano sposare o se li volevano sposare. Comunque, chiamata in causa e data la mia “vasta” conoscenza delle celebrazioni liturgiche, mi sono offerta a risolvere questa situazione.  E così, cercando di fare poco rumore, tutto il gruppo è venuto nel cortile di casa nostra e abbiamo preparato e celebrato questo matrimonio.  Due anelli di carta, una vecchia cassetta per altare, una sedia (non per sedersi ma per me perché chi celebra doveva essere alto), due testimoni e gli amici degli sposi.  La cerimonia è andata molto bene: solenne, puntuale e breve nonostante ci sia stata una piccola predica.  Finita la celebrazione e fatte le dovute congratulazioni tutti sono partiti per le loro rispettive famiglie.  Non era passata ancora un’ora che vedo ritornare i miei fratelli con un’altra inaspettata richiesta: gli sposini vogliono che io disfi il loro matrimonio. Dopo qualche secondo per riprendermi da questo imprevisto cambio di desiderio ho dato loro la mia risposta con molta serietà: “Il matrimonio non si può disfare, rimarranno sposati per il resto della loro vita.”  Mi fu poi riferito che la sposina non prese tanto bene la notizia e che il suo pianto fu così disperato che la sua mamma dovette intervenire.  Non so come l’abbia consolata.  Il certo è che quello è stato il primo e l’ultimo matrimonio che io ho celebrato.  Quando ci ripenso ancora mi fa sorridere!

Penso che l’amore e il gusto che oggi provo per il sacro e la liturgia hanno in qualche modo la sua radice nei vissuti della mia infanzia. Ancora oggi mi sento attratta dal mistero di Dio presente nei sacramenti, in speciale l’Eucarestia.  Crescendo però ho perso un po’ di quella freschezza e spontaneità e in cambio ho guadagnato in profondità e consapevolezza. In realtà è tanto il passato a illuminare il presente quanto il presente ha illuminare il passato. E’ tanto vero che gli echi della  infanzia mi aiutano ad approfondire le strade della missione oggi quanto la vita missionaria mi aiuta a rivalorizzare l’amore per l’Eucarestia appresso appresso da piccola. Infatti è stata la missione, specialmente quella in Mongolia, attraverso la quale il Signore mi ha donato una conoscenza maggiore del suo mistero.  Sono sempre più convinta che la esperienza di Dio e l’annuncio del suo Regno devono passare necessariamente attraverso la liturgia.  I sacramenti non solo nascondono ma anche rivelano il mistero di Dio.

Come si può spiegare chi è Dio a chi non lo conosce? Non si può. Si può raccontare che cosa ha fatto Dio e secondo quel che ha fatto possiamo dire chi pensiamo che Lui sia.  Ma spiegare chi è Dio, no.

Quando abbiamo cominciato la missione di Arvaiheer in Mongolia abbiamo deciso che fin dall’inizio avremo accolto tutti i simpatizzanti alla celebrazione Eucaristica.  E’ lì che ho visto nascere la fede.  All’inizio chi non conosce si sente perso e fa fatica a seguire il rito.  Ma pian piano cominciano a percepire la presenza di qualcuno in mezzo a loro. Man mano che sono istruiti nella fede e aprono il loro cuore si accorgono che questa presenza li guarisce e li trasforma.  Un giorno, senza sapere bene come, riconoscono Dio nella loro vita.  Dio che si chiama Gesù, e che c’era già in mezzo a loro ma, come loro stessi dicono, non sapevano perché nessuno gliel’aveva mai detto. Quante volte ci hanno detto “come siete fortunati di aver conosciuto Gesù fin da piccoli, se anche noi l’avessimo conosciuto la nostra vita oggi sarebbe molto diversa.”  E così cresce in loro, giorno dopo giorno, il bisogno di andare a Messa e non solo le domeniche.  Anche oggi ad Arvaiheer, benché non ci sia una campana che chiama, ci sono quelli che imparano a sentirsi chiamati.  Hanno anche loro conosciuto che Dio c’è, che si chiama Gesù e li aspetta nell’Eucarestia.

Tornando al mio racconto, crescendo ho avuto l’opportunità di conoscere altre realtà, scoprire nuovi orizzonti, cambiai e i miei interessi diventarono più complessi.  La società, la famiglia e gli amici mi fecero capire che la mia ricchezza più grande era Gesù perché dava significato e valore alla mia vita.  E ho pensato che Dio allo stesso modo poteva dare senso e gioia alla vita di tutti e che purtroppo alcuni ancora non sapevano che c’era un Dio che si chiama Gesù perché probabilmente nessuno glielo aveva mai detto.  E mi sentì chiamata in un modo nuovo.  Poi si capisce come è andata a finire la mia storia.  Oggi ringrazio tanto il Signore per avermi chiamato a fare parte della famiglia Missionaria della Consolata.

Suor Sandra Garay, mc

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I SENTIERI MISSIONARI

“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza.  (Is. 52,79)

Siamo inviate per i sentieri del mondo per camminare con i nostri fratelli e sorelle testimoniando la nostra fede in Cristo come annunciatori della sua consolazione.  I nostri piedi camminano velocemente perche il missionario, la missionaria si stanca soltanto quando non cammina.

Con queste fotografie camminiamo insieme alle Missionarie della Consolata per i sentieri della missione nel continente africano, americano, europeo e asiatico.

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Servo della Felicità – Lo conosci Paolo? 4

Oggi a scuola, nella sala dei professori, ho ascoltato la conversazione tra due mie colleghe. Si erano fermate sulla porta e Ornella diceva a Giovanna di aver sorpreso una ragazza e un ragazzo dell’ultimo anno a sbaciucchiarsi nei corridoi durante l’ora di lezione. Le riferiva che aveva intenzione di mettere loro una nota sul registro. Giovanna invece non era d’accordo, le dava dell’antiquata e poi… si trattava di due ragazzi maggiorenni! Sarebbe bastato suggerire loro di trovare un altro momento e un altro posto per i loro incontri.

Parlavano a bassa voce e ne ero contento, non volevo essere coinvolto nel discorso per non dare ragione all’una o all’altra, o addirittura per dare torto a tutte e due. Meglio mantenere le buone relazioni. Perciò ho preferito continuare a correggere i compiti in classe fatti dai miei alunni e presto non le ho sentite più parlare, anche perché ho cominciato a pensare cosa avrei detto e cosa avrei fatto se il ragazzo fosse stato Luigi, mio figlio. Non ho potuto fare a meno di pensare alle delusioni che si vivono a quell’età, alle depressioni che si devono affrontare e superare. E poi mi sono ricordato di quanto era successo a Roberto, mio compagno di scuola, e come questo aveva condizionato per sempre la sua vita. Mi sono passati per la mente anche i problemi dei miei giorni di adolescente e il modo che ho seguito per viverli: da solo, senza dire niente a nessuno.

Deciso a parlarne con Carla, mia moglie, che sa sempre come affrontare semplicemente le cose, mi è ritornata in mente quella volta che ero andato in oratorio a vedere Luigi giocare a calcetto. Ero lì seduto nella tribunetta e vicino a me c’era don Sergio con tre ragazzi. Uno di loro, con gli occhi che gli brillavano, ci teneva a che tutti sapessero che si era innamorato. Subito don Sergio gli chiese se era sicuro di essere innamorato. <Perché sai – continuò – ci sono tanti che pensano di essere innamorati e invece si fidanzano solo per dimostrare agli amici  di essere stati capaci di mettersi assieme a una ragazza, oppure per avere qualcuno che sia pronto a capirli o a coccolarli quando ne hanno bisogno. L’innamorato vero si fa “servo della felicità”.

Si, perché uno che vuole davvero bene a una ragazza lascia amici, calcio, computer, videogiochi, tutto, e fa il possibile e anche l’impossibile perché la sua innamorata sia davvero felice. Chi non diventa un “servo della felicità” non è innamorato davvero. E’ un’altra cosa, ed è bene che lo sappia>. Mi sono ricordato anche che pensai subito che quello che aveva detto don Sergio era “davvero vero”. Mi sono proposto perciò di raccontare tutto a Luigi alla prima occasione. E ho deciso di dire queste mie riflessioni anche ad Ornella e Giovanna. Forse aiuteranno anche loro.

Gv 15, 12-13

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

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Tanzania è la mia casa

Quando la missione è trovare la propria casa

Suor Gabriellina Morselli è una missionaria doc che ha raggiunto il notevole record di 60 anni di missione in Tanzania. Nell’estate 2015 è venuta in Italia per un breve periodo di riposo. Dopo aver trascorso alcuni giorni con i suoi familiari, godendo in modo particolare della presenza delle sue due sorelle, non ha esitato a ritornare nella sua amata missione alla “fresca” età di 93 anni. Grazie, suor Gabriellina, del tuo straordinario esempio!

 

Ringrazio il Signore e le mie superiore che mi hanno dato la possibilità, l’anno scorso, di potermi incontrare ancora una volta con le mie tre sorelle, e di stare un po’ assieme anche con mio nipote vedovo e suo figlio.

La nostra sorella Salesiana, la più anziana di noi tre, compirà prossimamente 95 anni e la più giovane è vedova da tanti anni e malata di cuore. Il poterci incontrare ancora una volta è stata una gioia grande per tutte noi.

In Tanzania ho lavorato per 20 anni in un dispensario della diocesi di Iringa, dove gli ammalati erano molto numerosi e venivano a piedi anche da molto lontano con febbroni che mi facevano pena e mi sentivo stringere il cuore al vederli in quello stato. Quanto godevo poi quando li vedevo ripartire che stavano meglio, anche se non ancora guariti del tutto! In seguito sono stata sostituita al dispensario e trasferita a Tosamaganga come superiora e infermiera. La comunità era composta da sorelle anziane e ammalate, da sorelle insegnanti e da altre impegnate in varie attività. In seguito per 7 anni ho sostituito qua e là in varie missioni: Dar Es Salaam, Kilimahewa, Nyabula. Infine sono stata trasferita a Mafinga nel Seminario dei Missionari della Consolata, dove sono rimasta per 18 anni assieme a suor Isabel Guaycochea. Lei insegnava nel seminario e io curavo i giovani  che si ammalavano.

Nella zona attorno al seminario moriva tanta gente di AIDS e tante nonne rimanevano sole con i nipotini orfani e spesso anche denutriti. Questa sofferenza non mi lasciò indifferente e così iniziai ad occuparmi di questi bambini, procurando loro, con l’aiuto di tanti benefattori, cibo, vestiti, medicine, e a mandarli a scuola dalla materna fino alle superiori, frequentando anche scuole professionali. Era una vera gioia per me il vederli crescere felici e buoni! A dicembre dello scorso anno uno di loro, Giovanni Longo, ha ricevuto il diaconato e nel corso di quest’anno sarà ordinato sacerdote. Altri si sono laureati o hanno trovato una professione e un lavoro dignitoso che permette loro di essere indipendenti.

Il Tanzania per me è sempre stato un Paese pacifico, e la gente molto accogliente e rispettosa, capace di condividere, pur nella povertà, con chi è nel bisogno, specialmente all’interno della famiglia allargata.

Ho trascorso 60 anni in questo Paese; con questo popolo mi sono sentita sempre a casa e sempre felice di ritornare tra loro dopo la mia vacanza in patria.

Di tutto ringrazio il Signore. L’anno scorso, dopo la vacanza, non desideravo altro che ritornare alla mia missione, rivedere la mia gente, i bambini e i giovani che hanno ancora da terminare gli studi ed anche i bambini di strada. Per questi ultimi abbiamo avviato un progetto, insieme a suor Elvina Antonaci, la quale con tanta bontà e pazienza cerca di dare loro una formazione, tenerli lontani dai pericoli della strada e invogliarli ad andare a scuola.

Sono ritornata alla missione con tanta gioia. Mio grande desiderio era di tornare in Tanzania, dalle mie sorelle, nella mia comunità e continuare a fare la volontà di Dio.

La mia vita è consacrata alla missione e sono felice di trovarmi ancora in terra di missione, dove cerco di aiutare le persone più bisognose con la preghiera e stando loro vicina con tanto amore. Ringrazio anche i tanti benefattori che continuano a sostenermi nelle opere che porto avanti a favore dei più poveri.

suor Gabriellina Morselli, mc

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Attorno ad una pentola

Tra donne ci si capisce, soprattutto attorno ad una pentola

Era la seconda visita alla comunità di Tañavillque: ci aspettavano, come programmato nel nostro primo incontro, alle 7 della mattina per la riunione con le mamme. La sera precedente, a cena, cercavamo di preparare l’incontro: che diremo loro? Su quale tema possiamo basare la nostra riunione? Eravamo un po’ indecise, per diverse ragioni: l’ostacolo più grande era il problema della lingua, infatti le donne parlano prevalentemente il quechua, e non sapevamo fino a che punto capivano lo spagnolo.

Partiamo da Vilacaya quando le prime luci dell’alba si presentano pigramente all’orizzonte: poco per volta, nel nostro viaggio tra valli e colline, i raggi del sole colorano le punte delle montagne, che ci lasciano senza parole nella loro bellezza. Arriviamo, puntuali come orologi svizzeri, alle sette spaccate. Le mamme arrivano alla spicciolata, e le scopriamo nel cortiletto dietro la scuola attorno al fuoco, indaffarate a pelare e tagliare le verdure per la minestra. Ci mettiamo anche noi attorno al fuoco, sorridendo ai bambini avvolti nell’aguayo, sulle spalle delle loro mamme. Iniziamo a chiacchierare con le signore, che si dimostrano aperte e loquaci. Ridono quando cerchiamo di spiccicare qualche parola in quechua, e sono contente quando ci mettiamo a scuola di cucina: stanno preparando la k’alapurka, una minestra a base di farina di mais, che si fa cuocere al contatto con pietre roventi. Il tempo passa, attorno alla pentola, sereno e tranquillo: tra donne ci capiamo senza tante parole, in un ambiente naturalmente femminile, quale è una cucina. Alcune si aprono con fiducia: una giovane ci racconta della sua vita e dei suoi sogni, ci fa entrare nello spazio sacro della sua storia.

Ci prendiamo in giro da sole: la notte precedente ci siamo scervellate cercando un tema da trattare a mo’ di lezione, un po’ troppo abituate a certi schemi mentali e missionari… mentre l’incontro è stato puramente e semplicemente INCONTRO!

La k’alapurka è pronta: ci trasferiamo in un’aula della scuola rurale, e ci godiamo il buon piatto. Nella cultura quechua si parla molto con il cibo, e questa k’alapurka ci dice quanto siamo ben accolte. Le donne avevano espresso il desiderio di imparare taglio e cucito e maglieria: proponiamo loro di iscriversi ad un corso, tenuto dalle suore del Bambin Gesù; con gioia constatiamo che un gruppetto è interessato alla proposta e sogna di poter sbarcare il lunario per il bene della propria famiglia e della comunità. Tañavillque è una borgata piccola e umile, ma ammiriamo la voglia di vivere di questo gruppetto di contadini che – ogni anno di più – deve lottare contro il cambio climatico che li spinge al limite della sussistenza, e forse quest’ anno alla fame.

Concludiamo l’incontro con la celebrazione della Parola. Cantiamo insieme: “La tua Parola è luce che illumina la nostra oscurità”. Sì: la tua Parola è luminosa come il sole nell’Altipiano, che splende e dona a tutti il suo calore. Ti presentiamo Reyna, Lidia, Benita… e tutte le nostre amiche di Tañavillque: sii Tu la luce e la forza che permette loro di continuare il cammino, di perseverare con tenacia in questa meravigliosa vocazione che hai affidato alla donna: di far crescere e avere cura della vita.

Suor Stefania Raspo

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Benedetta notte degli Istituti Missionari

Proposta di un nuovo modo d’intendere la missione oggi.

Luna di Mombasa, Kenia

DALLA SAPIENZA MACUA

Come missionaria convinta che la missione non è solo semina, ma anche e soprattutto raccolta della vita che Dio fa crescere nelle persone e tra i popoli, consentitemi di cominciare questa riflessione lasciandomi ispirare da un paio di proverbi del popolo macua del Mozambico:

“Dio non è come il sole che va solo per il mondo, ma come la luna che va con le stelle”.

“Se la luna avesse il cuore cattivo non vedremmo le stelle”.

La luna, per il macua, è quell’astro umile che illumina la notte e la rende affascinante e misteriosa. Astro umile perché, secondo l’espressione della sapienza popolare, mentre il sole, risplendendo sfolgorante nel cielo, estingue durante il tempo diurno la luce degli altri astri, alla luna piace convivere col chiarore delle stelle e dei pianeti nel firmamento notturno. Il sole, per il macua, viaggia solitario, unico re e signore del giorno. La luna invece viaggia in compagnia, abita l’orizzonte della comunione e della condivisione che trovano nella notte, perciò nel tempo dell’intimità, espressione privilegiata.

Il sole, quando sorge, spegne le stelle. La luna, al contrario, brilla nella notte e la sua luce, riverberandosi nelle stelle, valorizza ed esalta il loro splendore. Il sole è talmente luminoso che non lo si può guardare. La luna si può guardare, godere dello spettacolo del cielo stellato e, al suo chiarore, lasciarsi ispirare.

UN ALTRO cielo MISSIONARIO

L’immagine del cielo stellato propostaci dalla sapienza macua può offrirsi come specchio dell’attuale contesto sociale ed ecclesiale, caratterizzato dalla pluralità di pensiero, di movimento, di soggetti, di modi di intendere e vivere la missione. Nella danza di questo cosmo, abitato da una sorprendente varietà di astri, noi Missionarie della Consolata, come altri istituti missionari, ci sentiamo interpellate ad una salutare revisione e a un cammino di conversione a ciò che è la nostra identità più profonda.

Ci accorgiamo che, un po’ come il sole dei proverbi macua, siamo potute cadere nella tentazione di misurare l’efficacia evangelica col metro della “luce propria”, dello splendore sfolgorante che estingue la luce di altri astri, di una luminosa autosufficienza missionaria. La policromia del contesto attuale, assieme alla coscienza più lucida della nostra piccolezza –  favorita dal calo numerico e dall’aumento della età media – ci stimola ad abbracciare uno stile di presenza missionaria in cui trova felicemente spazio l’espressione “lunare”: astri umili, chiamati a rischiarare insieme ad altre stelle e pianeti il firmamento di questa notte che è il nostro tempo.

anche se è notte

Sì, il nostro tempo può essere considerato come una notte: il sole è calato, è il tempo della luna. La luce propria cede il passo alla luce riflessa. È il tempo in cui i contorni delle realtà non appaiono così nitidi. E il tempo in cui i fantasmi assopiti si risvegliano dentro di noi e fra noi, prendendo la forma di mille interrogativi, incertezze e paure: chi siamo? Dove andiamo? Come saremo? Dove finiremo? …Finiremo?

La notte può spaventare. Ma la notte è anche tempo creativo per eccellenza. Il chiarore discreto della luna lascia quello spazio di libertà affinché chi cerca possa non solo vedere con gli occhi, ma anche immaginare, sentire, intuire. La luna riabilita la vista interiore. La luna introduce all’invisibile. Al tempo del sogno. Al tempo dell’intimità, al tempo di ritorno alle questioni fondamentali. Tempo di vita e di morte, di concepimento e di parto, tempo di trasformazione. Questa sfida la sentiamo nella nostra pelle, ogni giorno: la sfida a leggere i segni di questo tempo notturno e a leggerli evangelicamente.

è la nostra ora

Per noi missionarie della Consolata “questa è la nostra ora.”, non l’ora del sole sfolgorante e solitario, ma l’ora dell’astro umile e conviviale. Notte in cui siamo chiamate a riabilitare la vista interiore alla visione dell’essenziale e a liberarci dalle luci fatue di tutto ciò che non è Vangelo. Notte in cui avvertiamo l’esigenza, fortemente sentita, di riscoprire i valori autentici della nostra consacrazione, il primato dell’Assoluto, il “Dio solo” propostoci con passione dal nostro fondatore, il beato Giuseppe Allamano, la dimensione contemplativa della missione, la serietà della libera risposta alla vocazione religiosa missionaria, la ricchezza delle nostre radici carismatiche, l’irrinunciabile rapporto tra amore reciproco e missione. Notte in cui sentiamo risvegliarsi dal profondo di noi stesse, come famiglia missionaria, a volte in maniera lancinante, l’attrazione a “tornare al centro” inteso come il nucleo di fuoco che anima la nostra vocazione.

NOTTE BENEDETTA DI RINASCITA

Da qui, l’impegno di conversione al Dio vivente, della sequela di Cristo vissuta in comunità, del darsi alla preghiera e al servizio umile dei più piccoli e poveri come dimensioni emergenti e inscindibili della missione allo stile della Consolata, del silenzio adorante per divenire capaci di ascolto e sussurrare il Vangelo al cuore della persona.

Questa è la nostra ora: a noi coglierla come tempo notturno di travaglio, preludio al vagito di una vita nuova, necessariamente piccola e disarmata.

È notte.

Notte benedetta.

Notte di avvento.

Notte di rinascita.

Simona Brambilla, MC

Notte di luna a Nairobi, Kenia

 

 

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Verso il nuovo: il Collegio Santa Teresita

Suor Ruby ci racconta la sua esperienza nel Collegio Santa Teresita di Mendoza, in Argentina

Suor Ruby (al centro) nella cappella del Collegio

Sono arrivata in Argentina a metà gennaio dell’anno scorso, e sono stata destinata alla missione di Mendoza, nel Collegio Santa Teresina, e qui mi trovo attualmente: oltre ad accompagnare le attività della scuola, seguo anche un gruppo di giovani in discernimento vocazionale.

Arrivando a Mendoza, ho trovato un Collegio in processo di cambio, e in questo articolo vorrei condividere con voi i passi dati fino ad oggi e la riflessione che li ha guidati.

Il passaggio della gestione del Collegio al personale laico.

La riflessione sulla Parola di Dio: “Io sono la vite, voi i tralci… date frutto uniti a me…” ha illuminato il processo, che si è sviluppato secondo vari aspetti:

  • credere nella capacità dell’altro
  • offrire opportunità per lo sviluppo dei doni
  • sviluppare creatività e apprezzare la bellezza della diversità
  • dar fiducia, aprendoci alla collaborazione reciproca, più ampia
  • potenziare nuove iniziative, adattandoci alle culture e ai tempi
  • aiutare la crescita verso la responsabilità
  • coltivare la comunione, lo spirito di famiglia desiderato da Padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano

Si sono realizzate varie riunioni  con la presenza delle sorelle, del personale direttivo e dei genitori degli studenti la cui finalità era una coscientizzazione, confronto con altre istituzioni educative, tra le quali i Collegi IMC Consolata (Guaymallén di Mendoza) e San Francisco (Córdoba)

A metà 2013 si è iniziato un processo di rinnovamento nel Collegio Santa Teresita: cambio nella direzione della scuola superiore e passaggio della rappresentanza legale a un laico (fino a quel momento una sorella si occupava di questo ruolo).

i ragazzi in formazione nel cortile interno del Collegio

Per coprire la direzione delle superiori è stato pensato un processo di selezione aperto a coloro che ne erano interessati, che dovevano presentare un progetto di gestione educativa e sottoporsi ad altri tipi di valutazione. La professoressa Eliana Quiroga nel novembre di quell’anno è diventata la direttrice del Collegio e si è dimostrata molto competente, oltre che aperta a integrare la pedagogia allamaniana e il carisma al suo lavoro.

Per tutto il 2014 si è respirata aria di novità nel Collegio, e nonostante la sfida del cambio – che normalmente come esseri umani si deve affrontare – il clima vissuto era di un lavoro armonico.

In questo anno si è deciso che la Direttrice delle Superiori si adattasse alla sua funzione, organizzando amministrativamente e tecnicamente l’equipe di precettori, la segreteria, i docenti, i genitori e gli alunni): è stato un salto, un cambio non indifferente nel Collegio.

A fine anno si valutavano come positivi alcuni cambi di gestione e amministrazione, cosicché nel 2015 si passa ad un altro cambio: la rappresentanza legale passa nelle mani del Professor Norberto, e non più come responsabilità di una suora missionaria.  Si conformano così un’ equipe direttiva, un equipe di coordinamento della Pastorale, con a capo Camila Rozales, che insieme alle sorelle inizia a lavorare nel progetto di gestione educativa che ha come pilastri la comunità e la missione, con forte accento nella pedagogia allamaniana.

il Beato Allamano guida i passi del Collegio

In quest’anno si cambiano anche i direttivi della scuola primaria. In questa nuova organizzazione le Missionarie della Consolata disimpegnano un nuovo ruolo:

  • accompagnamento generale di tutti i settori ed equipes
  • pastorale dell’ascolto
  • accoglienza di genitori e alunni, rispettando i ruoli
  • accompagnamento spirituale
  • speciale attenzione alla catechesi e all’applicazione della Metodologia Allamaniana
  • coltivare l’amore alla Consolata e al Fondatore
  • promozione vocazionale
  • attenzione al Carisma, perché la comunità educativa sia una famiglia che viva concretamente il messaggio di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri”, “Che tutto siano UNO”.

Tutti questi passi hanno dato il loro frutto: oggi si respira un buon clima di lavoro e di convivenza e si sono concretizzati alcuni sogni, tra cui l’inaugurazione di un cappella nel Collegio, che permette di avere uno spazio fisico per la crescita spirituale, ponendo al centro della struttura un’oasi di incontro con Dio e di pace.

Ringrazio l’opportunità di stare in questo ambito di lavoro, che considero una grande ricchezza, è come un ventaglio che si apre ogni giorno di più al mondo missionario. Così come ringrazio le sorelle che, passando qui, hanno fatto tanto del bene e hanno dato inizio al processo di cambio.

Suor Ruby Idali Sánchez

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Si vive ancora in Somalia?

La speranza dell’arrivo della pace non finisce mai.

Famiglia somala

Questa è la domanda che tante volte mi sento rivolgere da amici e conoscenti, data la triste situazione di violenza in cui è piombata la Somalia, che ci induce a pensare che ormai tutto sia finito.

Nonostante la difficoltà di alleviare la sofferenza di questo popolo, non l’abbiamo mai abbandonato e nei momenti di emergenza abbiamo dato la nostra mano, sempre nel limite del nostro possibile.

Come Missionarie, siamo chiamate a sperare contro ogni speranza e a seminare anche sul terreno roccioso e arido, apparentemente sterile, seminare senza attese, fidandoci solo di LUI, sapendo che, se il seme gettato è buono, presto o tardi porterà i suoi frutti. Questa è la nostra fede.

È possibile pensare che Suor Leonella Sgorbati sia uno di questi frutti?

Dopo il dolore e lo sgomento di quei giorni, oggi possiamo godere per il cammino che la sua causa di beatificazione sta facendo, lei che è stata fedele alla missione fino al dono della vita, si è donata senza calcoli, senza riserve, fidandosi solo di Colui che sentiva come Padre e un Padre che dà sempre cose buone ai suoi figli.

Sovente siamo tentate di fare di tutte le erbe un fascio, ma rivedendo la mia esperienza di 40 anni in Somalia, posso dire di essermi sempre trovata bene con i Somali, anche se non posso negare che tra di loro esistono gli estremisti, ma di questi parlano già tutti i giornali.

Mercato di Bakara, somalia

Oggi vorrei guardare l’altra faccia della medaglia, cioè quella della gente buona della quale mai nessuno parla, perché non hanno voce e non fanno notizia. Gente che desidera vivere in pace, poter lavorare, stare nella propria capanna con la famiglia, con i propri figli. Purtroppo la violenza tante volte li costringe a lasciare tutto e fuggire dalla loro terra, perché la loro stessa vita è a rischio.

In questi casi, coloro che hanno la possibilità progettano di uscire dalla Somalia, anche se sono coscienti che rischiano di perdere la loro vita nei flutti del mare o nel terribile deserto, dove la gente viene sacrificata e non ha più neanche un nome. Un giorno, dialogando con un giovane, mi sentii dire: “Se sto qui sono votato alla morte, mentre se rischio ho la probabilità di vivere”.

Ma non tutti hanno la possibilità di poter andare all’estero, la maggior parte della gente resta in Somalia per vivere o per morire, non ha altra alternativa, questi sono i veri poveri ai quali noi Missionarie della Consolata diamo tutta la nostra attenzione e il nostro aiuto.

I nostri progetti in Somalia seguono sempre il ritmo delle emergenze: scuole per i giovani per dare loro una speranza incoraggiandoli a restare nella loro terra, nella loro famiglia, in modo da essere una forza per il domani.

Sfollati accampati davanti al parlamento somalo.

Cerchiamo inoltre di dare un aiuto sanitario attraverso la costruzione di un ospedaletto e vari ambulatori nei villaggi e nei campi profughi, privilegiando sempre l’attenzione alle mamme ed ai loro bambini. L’ultima emergenza è stata quella di donare una tenda, dato che centinaia di famiglie erano state sfrattate e dislocate lontano dai centri abitati, in piena boscaglia e si trovavano senza un riparo dal sole del giorno e dal freddo della notte.

Il Progetto “Agricoltura”, attraverso il quale centinaia di famiglie profughe sono state reinserite nella vita dei villaggi, consiste nell’assegnare ad ogni famiglia due ettari di terra, donati dagli anziani dei vari villaggi. Essa si impegna a lavorare seminando granoturco, cereali, verdure e alimentandosi con ciò che produce.

Tutto questo si è potuto realizzare grazie alla generosità dei nostri benefattori, a loro va tutta la nostra riconoscenza e il nostro sentito GRAZIE per il supporto concreto e l’incoraggiamento che sempre ci danno.

suor MARZIA FEURRA MC

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Vietato tirare la spina

“Bene, dove mi porti? Dove andiamo?”

Sono qui seduto, lato passeggero e aspetto di partire con Te alla guida.

“Nono, che fai? Non è così che si mette la prima. Attenzione così non andiamo da nessuna parte. Dai spostati che guido io…”

Ah, quanto è difficile affidarsi. Il più delle volte non ci si riesce neanche. O almeno questo vale per me. Non solo mi viene difficile con Te, che, tutto sommato, ci può anche stare, ma anche con gli altri. Quanto trovo difficile parlare, rapportarmi e aprirmi con gli altri. Potrei davvero solo.

Una volta, quasi, la sofferenze e la tristezza hanno preso il sopravvento.

Ma poi: “Pronto, oh sei tu papà. Qui tutto bene voi, invece, che si dice lì? – Va bene, passami mamma”

Ed ancora, arriva quel messaggio che illumina lo schermo, può essere soltanto lei, ho impostato le notifiche a comparsa apposta. Magari è un messaggio vocale, che tanto odio, ma che non posso non apprezzare visto che mi fa sentire la sua voce anche se a chilometri di distanza.

“Guarda un po’ te chi mi ha scritto oggi. Mi fa proprio piacere sentirlo/a”

Detto ciò, come faccio a sentirmi solo, anche solo a pensare una cosa del genere. Probabilmente, della vita non ho capito un granché. Se io fossi davvero solo cosa dovrebbero pensare quelli che hanno perso tutto, che non hanno più nessuno che gli ami?

IO NON SONO SOLO

Quindi, sai che ti dico?  Prego, riprendi i comandi, ho sbagliato, sono stato un presuntuoso a pensare di poter fare tutto da solo.

Ora non ti chiederò neanche dove andiamo, non è importante, cioè non tanto. Portami dove mi devi portare, che sia l’Africa, l’Asia o anche nel primo locale. Portami dove non posso arrivare da solo. Fammi vedere che cosa vuol dire partire davvero.

Forse ho capito dove mi vuoi portare. No dai, “Viale mani dal Naso” è troppo scontato. Mi vuoi portare fuori città. Vedo una scritta “Via della Misericordia”, un’altra ancora “Via del Perdono” e poi “Via dell’Amore”, ma anche “Piazza della Sofferenza” e “Viale della Preghiera”.  Ecco il sentiero della vita, tortuoso e difficile, certo, ma che, attraverso tutte le strade appena percorse e con Te al mio fianco diventa improvvisamente più facile.

Martino, autore dell’articolo

Tutto è più facile quando non si è soli. Se dovessi perdere ancora la via, se volessi riprende in mano il volante, ci sarà qualcuno che Tu manderai a riportare tutto in ordine, che sia con un messaggio, una chiamata, un sorriso o un bacio.

Un’ultima curiosità se posso, ma non potevamo prendere un’autostrada? Lì è tutto più facile, non si sono curve, pochi pericoli. Ah già, sempre queste maledette canzoni (Highway to Hell – AC/DC). La via più facile non è sempre la migliore è una cosa avrei già dovuto imparare.

E allora forza, andiamo per questo sentiero e vediamo un po’ cosa ci riserva la vita.

                                                                                                          Martino Tagliente, GEM Martina Franca

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