Lo conosci Paolo? 3

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Oggi in Parrocchia c’è stata una grande festa. Il “nostro” Francesco è diventato prete. La celebrazione è stata davvero magnifica. Tutti abbiamo partecipato con grande commozione. In tutti questi anni ho visto questo giovane crescere. Ha sempre avuto qualcosa di speciale, si è sempre distinto dagli altri ragazzi. Il Signore gli ha dato, nel tempo, tanti doni. Francesco è sempre pronto al sorriso, è immediato nel riconoscere le situazioni di bisogno, è intelligente e generoso nell’essere vicino a chi si ritrova con qualche problema. E sempre così!

Ho pensato a quanto è prediletto dal Signore. E, guardandomi dentro, ho visto tutto il mio egoismo che ogni tanto viene fuori, la mia pigrizia nell’andare incontro agli altri, il fastidio che provo quando sono con persone che non mi sono simpatiche, e tante altre cose che mi avvertono che non sono proprio un bravo cristiano.  Poi ho guardato verso l’altare, ho visto Francesco accanto al Vescovo e ho sorriso di me stesso: ero invidioso di un ragazzo buono e rimproveravo Dio per quello in cui io manco.

Alla preghiera del Padre Nostro, Carla, che era accanto a me, mi ha preso la mano. Di colpo mi sono rasserenato completamente. Il Signore, nonostante tutte le mie debolezze e i miei peccati, vuole bene anche a me. Mi ha regalato una moglie che mi sta sempre vicino e attraverso di lei mi fa sentire tutto il suo amore. Assieme a lei sono capace anche di voler bene. Con lei i nostri giorni sono tutti presi dalla bella avventura di far crescere i nostri figli, riusciamo a sacrificare ogni cosa per loro. E senza dimenticare parenti, amici e tutti quelli che incontriamo sulla nostra via.

 

Gv 21, 1-19

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.

Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.

Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

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La bellezza di essere famiglia!

Ileana e Luca e i loro 20 anni insieme

 

Ileana e Luca con la loro famiglia

La nostra famiglia è nata 20 anni fa: il 2 settembre del 1995. Ileana aveva 21 anni, Luca 25. Una vera e propria festa: i primi a sposarci di un consistente gruppo di amici storico, della parrocchia. Consapevolezza di cosa fosse il sacramento del matrimonio? In una scala da 1 a 10… forse 5!

Eppure venivamo da un percorso di crescita nella fede fatto in parrocchia; in tanti anni di attività rivolte ai bambini, ai ragazzi, ai giovani e di formazione personale, nessuno ci aveva aiutato a capire cosa sarebbe successo il giorno delle nozze, cosa avrebbe comportato nella nostra vita personale, di coppia, di fede questa scelta.

p.22Sembrerebbe strano, ma dopo qualche tempo ci rendemmo conto di quanto fosse difficile vivere la vita di fede in due. Al di là del continuare nel nostro impegno con i giovani, del partecipare assiduamente alla messa domenicale, ci trovammo in seria difficoltà nel conciliare i nostri tempi di preghiera con la vita di sposi, quasi che i modi e i tempi della preghiera imparati negli anni prima non fossero compatibili con la vita a due, tanto da farci pensare che il matrimonio non fosse conciliabile con una vita spirituale.

Il nostro inizio, ricco di entusiasmo e “sana incoscienza”, trovò in questa difficoltà spirituale un piccolo ostacolo, accompagnato da altri due momenti difficili legati alle nostre famiglie di origine: la morte del papà di Ileana e la separazione dei genitori di Luca.

In quei primi mesi da sposi, abbiamo iniziato in maniera del tutto inconsapevole a comprendere cosa fosse successo quel 2 settembre. Il sacramento da noi celebrato e lo Spirito Santo ricevuto avevano iniziato la loro opera di salvezza nella nostra storia e lo avevano fatto a partire dalle nostre sofferenze. Oggi possiamo dire con certezza che Dio si è preso cura di noi mettendo sul nostro cammino coppie, preti, religiosi e religiose che ci hanno colmati della misericordia del Padre.

Proprio così, in quel periodo difficile è arrivata la prima proposta “indecente” fattaci dal nostro parroco: “Formatevi nella pastorale della famiglia per occuparvi delle famiglie della nostra parrocchia”. Che assurdità! Noi così giovani che avevamo sempre fatto pastorale giovanile… pensare agli adulti?

famiglie_pellegrinaggio_romaEppure abbiamo obbedito e così per noi è iniziato un bellissimo cammino verso la scoperta della bellezza del sacramento del matrimonio, di cosa volesse dire essere sposi ma sopratutto essere sposi in Cristo, di quale fosse il nostro compito nella Chiesa e nella società, per dirla con i termini giusti abbiamo scoperto la nostra Vocazione e la nostra Missione.

Il Signore non ha mai smesso di chiamarci, spesso attraverso l’intervento di tante persone che ci hanno fatto le proposte formative e operative. Prima un corso in diocesi, poi un convegno nazionale, poi un cammino formativo triennale presso il Centro Interdisciplinare Lateranense e tanti altri momenti di crescita personale e di coppia.

Quello che però abbiamo scoperto è che anche gli sposi possono diventare santi, anzi che con le nozze il Signore ci affida l’uno all’altra e ci chiede di aiutarci a divenire sempre più santi nel matrimonio e non “nonostante il matrimonio”. Abbiamo fatto una scoperta bellissima che ci riempie di responsabilità, come dice la frase di un famoso film: “Da un grande dono nasce una grande responsabilità”. Dio ci ha anche dato gli strumenti per realizzare questo Suo desiderio di Santità e ce li ha dati il giorno delle nozze, ci ha chiesto di vivere la nostra spiritualità nel quotidiano della nostra storia, una storia “incarnata” nelle vicende dell’umanità, proprio come quella di Gesù.

La nostra storia è come quella di molte coppie che in questi anni abbiamo incontrato. Noi ci riteniamo fortunati perché in questi anni il Signore ha messo sul nostro cammino tanti angeli custodi che ci hanno accompagnato nei momenti belli e nei momenti di fatica: parenti, amici, sconosciuti, ma soprattutto tanti preti, religiosi e religiose, sposi che ci hanno trasmesso l’amore per la propria vocazione e per quella altrui. Questo amore reciproco, questo camminare insieme tra ministeri diversi ci ha permesso di comprendere, vivere e credere sempre nel sacramento del matrimonio.

di ILEANA GALLO e LUCA CARANDO

Questo articolo è stato pubblicato nella Rivista Andare alle Genti  3-4 Marzo Aprile 2016

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Interculturalità e il Beato Giuseppe Allamano

La sapienza del Beato Giuseppe Allamano e l’esperienza dell’interculturalità nella missione oggi.

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Il canonico Allamano non è mai uscito dall’Italia, ma il suo cuore sapeva andare oltre, all’incontro di popoli e culture. Era la sua  passione per il Vangelo che gli dilatava il cuore e la mente, e con questa apertura è diventato un maestro di missionari e missionarie. Le sue parole hanno molto da dirci anche oggi, non odorano di vecchio o obsoleto. E’ pur vero che l’Allamano si mise alla scuola dei suoi missionari, leggendo con attenzione i diari che scrivevano e gli inviavano.

INTERCULTURALIDAD_01E’ interessante ascoltare Padre Fondatore quando parla di masuetudine, un atteggiamento e un valore indispensabile nella missione, nell’incontro tra culture che lì si dà: “Quando sarete nelle missioni, la mansuetudine avrà per voi un’importanza straordinaria […] è una virtù  morale necessaria nelle relazioni con gli altri, e in vista del bene che vogliamo dar loro”.

Da alcuni anni, dopo il martirio di suor Leonella Sgorbati, che è morta dicendo: “Perdono, perdono, perdono”, il nostro Istituto delle Missionarie della Consolata ha proposto di fare il voto della “non violenza”, nome odierno dato alla mansuetudine che ha indicato il Beato Giuseppe Allamano.  In fin dei conti, non significa niente altro che la qualità delle relazioni umane che fanno crescere, e la missione non è altra cosa dell’incontro/relazione  con persone di culture e costumi diversi, alle volte molto differenti dalla nostra.

E’ portando quseto q’epi (il fardello del coloratissimo aguayo che le donne usano per trasportare bimbi e cose nell’altipiano andino) di esperienze e insegnamenti che siamo arrivate in Bolivia, quattro anni fa: dal 1° febbraio 2013 noi Missionarie della Consolata siamo presenti a Vilacaya, nel dipartimento di Potosí, in un’area contadina del popolo quechua. E’ come atterrare in un altro pianta di usanze, valori e visione del mondo, così differenti dai nostri schemi mentali.

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il Beato Giuseppe Allamano

Il popolo quechua ti affascina con la bellezza della sua arte, molto colorata, e per il suo attaccamento alle proprie tradizioni ancestrali. E’ un popolo che soffre molto, ma allo stesso tempo non smette di mostrare la sua dignità e il suo orgoglio. L’incontro con il differnte, però, crea sempre in noi una reazione: alle volte positiva, alle volte negativa. E’ il quotidiano, l’incontro giorno dopo giorno che costruisce le relazioni, e ogni giorno siamo chiamate a superare le differenze per il bene comune.

Per chi viene da un ambiente urbano, la prima cosa che colpisce è il ritmo di vita differente: nella campagna tutto procede con calma, i tempi per concretizzare i progetti si dilatano. Ci imbattiamo con il problema della scarsità di acqua, però per molto tempo non siamo riusciti a concretizzare una soluzione. E’ lì, in quei momenti, che potremmo cadere nell’errore di giudicare, di perdere la pazienza e compromettere, di conseguenza, le nostre relazioni. “Non inganniamoci confondendo l’ardore apostolico con le nostre passioni” dice Padre Allamano “l’esperienza dimostra che i missionari e le missionarie più sono mansueti, più fanno il bene”.

Le sue parole risuonano nella nostra vita missionaria e ci indicano il cammino, ci ricordano che stiamo con la gente per camminare insieme e insieme incontrare il Signore della Vita.

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segni della festa nel popolo quechua

La Beata Irene Stefani, per il suo atteggiamento mite e umile, era chiamata la Madre della Misercordia e fino ad oggi in Gekondi si sente la sua presenza di bene e di amore verso la sua gente.

E per finire, un altro pensiero, però da un altro punto di vista: un incontro sempre avviene per lo meno tra due persone. Abbiamo parlato del nostro punto di vista, del nostro sguardo verso persone diverse da noi, però… che cosa succede a chi ci riceve nella propria terra? Non dimentichiamoci mai che siamo stranieri, pellegrini, persone accolte.

In Vilacaya la nostra esperienza è stata di un’accoglienza incredibile, e ci siamo messe alla scuola della nostra gente, per imparare ad accogliere sul serio. In ogni caso, mi immagino le famiglie nelle case, alla sera, che parlano di noi: corriamo, parliamo con voce alta, usiamo molto le mani quando chiacchieriamo, siamo come bambine che non sanno cosa bisogna fare nei rituali, e persino nei saluti… Nonostante tutto questo, la gente ci vuole bene, ci rispetta e gode della nostra presenza in Vilacaya.

Ma non è l’unica esperienza di questo tipo: è doveroso dire un GRAZIE DI CUORE a tutti i popoli del mondo che ci hanno accolto e dato il meglio della loro terra e della loro cultura: oggi la nostra famiglia missionaria possiede tesori preziosi di un valore incommensurabile.

Suor Stefania Raspo

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Paramito e Santa Helena: condividendo il Pane della compassione-misericordia

Il racconto di una Settimana Santa molto speciale, all’insegna della misericordia

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Abbiamo vissuto la Grande Settimana con la gente di due comunità contadine di Barichara (Santander, considerata monumento nazionale di Colombia): Paramito e Santa Helena.   C’erano 20 giovani universitari e professionali, venuti da varie parti del paese, con loro il P. Alonso, missionario della Consolata, e io, suor Ines: ci siamo divisi nelle due comunità,  Paramito è rimasto il punto di incontro del gruppo, che ogni giorno aveva i suoi momenti formativi, spirituali e pastorali.

Siamo colombia_07stati ospitati nelle case delle famiglie, gente che lavora la terra, alleva galline, mucche, molti vivono della raccolta del caffè, dei mandarini e delle arance. Coltivano la mandioca che portano al mercato nel fine settimana, quando vanno alla città di Barichara.

Nonostante manchi la pioggia e l’acqua sia scarsa, ci sono persone generose come un signore che raccoglie l’acqua per condividerla con le famiglie che non ce l’hanno.

Durante questa Settimana Grande, molti giovani che studiano e lavorano nella città di Bucaramanga arrivano nelle due comunità, per colombia_05passare in famiglia questo tempo speciale. La gente si è organizzata in gruppi per offrire i pasti ai missionari, ma non solo: condividevano con noi il proprio tempo e l’ospitalità. Abbiamo ammirato la loro semplicità e accoglienza, che ha creato un legame forte di amicizia con la gente.
Durante la settimana sono state realizzate varie attività: visite alle famiglie, processioni, attività comunitarie, esperienze spirituali, formazione, giochi pedagogici. Nell’Anno della Misercordia abbiamo portato avanti iniziative con i bambini, i giovani e gli adulti sul tema delle opere della Misericordia. Si è svolto una festa creativa/operativa/interattiva tra le due comunità, che ha favorito molto la buona relazione tra le due.

Uno dcolombia_04ei simboli usati durante questa settimana è stato il pane spezzato, sull’inda del tema della misericordia, poiché “condividere è dare con il cuore quello che la misericordia fa in te e di te”: questo tempo forte e significativo, vissuto nella fede, fa sì che nella tua piccolezza tu possa, con gratuità e generosità, farti pane buono per l’altro, compagno di cammino che condivide le gioie, le angosce, i dolori e i sogni, sapendo che questo atteggiamento ci mette sulla scia di Gesù, rispettando e avendo cura della vita.

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suor Inés

In questo incontro, nella celebrazione, la preghiera, la costruzione personale e comunitaria, impregnati dallo Spirito di Dio, abbiamo ricreato e trasformato gesti di perdono, riconciliazione, bontà, collaborazione e tenerezza, mettendo il cuore nelle nostre miserie affinché nella luce di Cristo Risuscitato siamo strumenti visibili e credibili del suo amor e della compassione, irradiando la Buona Notizia della Consolazione di Gesù Cristo.

L’esperienza della risurrezione non finisce mai, perché Egli è vivo e cammino tra noi, forgiandoci come missionari e discepoli, e ricreandoci nella novità del quotidiano, aprendoci al servizio che ci rivitalizza, umanizza nell’abbondanza del pane condiviso.

Terminiano la nostra esperienza con la gente di Paramito e Santa Helena con la celebrazione dell’Eucaristia pasquale, raggiungendo un pianoro sulla montagna, e lì aspettando il sole, per ricevere i suoi raggi di pace, gioia, e un nuovo impulso per la missione.

 

Suor Inés Arciniegas Tasco

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Come luce nelle tenebre

L’autrice dell’articolo è una suora del Cenacolo, che ha svolto e svolge tuttora un’opera di misericordia molto importante, anche se non sempre facile: visitare i carcerati. Ella ci descrive bene la sua “chiamata” a questo tipo di servizio, che ora considera una vera “grazia”.

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Quando iniziai il mio servizio nel carcere di Siracusa, entrai in un mondo totalmente sconosciuto. Mi predisposi quindi a incontrare e ad accogliere con particolare attenzione quel mondo di fratelli privi di libertà. Questo tipo di apostolato lo avevo desiderato da tanto tempo, perché lo sentivo come una chiamata per la quale “entravo” in quel luogo come una scelta di cuore, più che per fare un’esperienza diversa. Da subito ciò che mi ha toccato e sorpreso è stata la festosa accoglienza dei detenuti, mentre, poco a poco, scoprivo il loro desiderio di conoscere la persona di Cristo, la presenza di Dio tra noi attraverso un cammino di fede scoperto o ritrovato. In me sono rimasti indelebili immagini di volti emozionati, a volte fino alle lacrime, di giovani uomini all’ascolto di alcune pagine del Vangelo sul perdono. Un giorno, dopo la lettura di Gv 21,15-17, un giovane mi chiese timidamente: “Ma Gesù ha poi perdonato Pietro?” Il suo volto era rigato di lacrime…

143391952Quali e quante emozioni, quando abbiamo letto la Passione di Gesù a più voci! In queste esperienze percepivo il loro bisogno profondo di Dio, espresso in tanti modi, alcuni anche sbagliati, che mi portavano ad un impegno di annuncio più mirato e più attento. Il cappellano mi diceva: “Suor Lucia, io so tutto quello che fai per loro, perché me lo dicono: và avanti così! Sapessi che cammino sta facendo qualcuno per la scoperta dell’Amore di Dio nella sua vita!”. Per me questo era la grazia e il grazie più grande.

Un pomeriggio, mentre stavo uscendo dal carcere, una donna poliziotto mi disse: “Suor Lucia, posso dirle una cosa? Quando lei entra in questo luogo, sembra che porti con sé il sole, la serenità, la gioia. Quando esce sembra portar fuori tutta la sofferenza che ha incontrato”. All’udire queste parole rimasi profondamente stupita, perché erano proprio quelli i sentimenti che provavo.

Nel carcere di Augusta mi recavo nella sezione dell’alta sorveglianza: ergastolani e lunghe detenzioni. In questo ambiente feci un’esperienza molto positiva, in quanto il gruppo era ristretto, solo otto persone, e sempre gli stessi detenuti. Per questo motivo è stato più facile fare un percorso più approfondito, lasciando maggior spazio al dialogo. È stata l’esperienza che più mi ha segnato.

Un giorno uno di loro mi disse: “Suor Lucia, dovevo arrivare in questo inferno per incontrare Dio? Mi sono reso conto che Lui mi aveva chiamato molte volte, ma io l’ho sempre ignorato”. Gli risposi: “Il Signore paziente e misericordioso ti aspettava proprio qui!”.

jail-ministryOra mi trovo a Torino e visito la casa circondariale e giudiziale. L’esperienza è pressappoco la stessa, anche se l’ambiente è più difficile e caotico, in quanto ci sono circa 1.500 detenuti e 500 agenti di polizia penitenziaria. Io incontro i detenuti dell’alta sorveglianza, divisi in tre sezioni. Da parte loro l’accoglienza è più che positiva, anche perché per loro incontrare persone esterne è molto importante. Da parte mia, annuncio la Parola di Dio, faccio catechesi e preparazione ai sacramenti.

Che cosa ho ricevuto e ricevo da questa mia esperienza? Anzitutto incontro e ho incontrato, in modo reale, un mondo sconosciuto ai più, un mondo avvolto da grandi privazioni: libertà, affetti, relazioni. Tutto passa attraverso gli altri, tutto si aspetta dagli altri. Un mondo in cui c’è tanta sofferenza, rabbia, ingiustizie, disagi. Ogni volto, ogni nome ha una storia di sbagli, di sofferenze, di tristezza, ma anche attraverso le pieghe di queste realtà ci sono fessure che lasciano intravedere tanta speranza. All’inizio ho detto che avevo sentito questo servizio come una chiamata, ora dico che lo sento come una Grazia.

suor LUCIA PAROLO

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista ANDARE ALLE GENTI 3-4 Marzo Aprile 2016

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La nostra missione tra i popoli indigeni in America

Noi, Suore Missionarie della Consolata, come consacrate per la missione, privilegiamo l’annuncio del Vangelo alle genti,  per questa ragione,  nel continente America, siamo particolarmente impegnate, nel ministero tra i popoli indigeni.

Camminiamo con loro approfondendo la loro cultura, li sosteniamo nelle lotte per i propri’ diritti (umani, sociali…) li accostiamo con grande rispetto delle loro manifestazioni religiose, promuovendo e sostenendo una formazione integrale. Apprezziamo l’esperienza dei loro valori culturali quali la reciprocità, la solidarietà, il rispetto per la natura, il senso del sacro, l’equilibrio esistenziale per il bene di tutti, l’amore e il rispetto per la terra, il lavoro, il coraggio e la tutela della comunità che supera ogni individualismo.

Questa galleria si propone di mostrare la  varietà dei popoli indigeni d’America , tra cui lavoriamo, pertanto  vi invitiamo a godere ed entrare nell’universo indigeno  attraverso l’immagine.

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Allah non dorme!

Il racconto di un incontro. Quando l’ Altro ci insegna che cos’è la vera fede

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il porto di Pozzallo, il secondo dopo Lampedusa, dove sbarcano gli immigrati

Era una notte fredda e una insistente pioggerella batteva, beffarda,la finestra della mia stanza; la tentazione di rimanere a casa, al caldo, dopo una intensa giornata di lavoro s’insinuò lusinghiera dentro di me. Ma il mio pensiero si spostò subito verso quei fratelli e sorelle che quella notte, come tante altre notti, avrebbero dormito all’aperto, al freddo, non avendo altre possibilità, altre scelte! Loro sono il popolo della notte, il popolo della strada, che ogni sera cercano rifugio nella stazione di Milano Centrale e nei sui dintorni.
Nonostante il brutto tempo, o forse proprio per quello, quella sera eravamo più numerosi del solito, eravamo in cinquantadue! Giovani e adulti che dopo un intenso momento di preghiera, fatto nella hall della stazione, in gruppi di tre, andiamo incontro a quei fratelli e sorelle, per di più stranieri, che in qualche modo ci aspettano. Non portiamo loro né soldi, né cibo, nulla di materiale. Ma diamo a loro quello che abbiamo: il nostro tempo, la nostra vicinanza, il nostro ascolto, umile e rispettoso, perche profondamente convinti che non c’è dolore più grande che soffrire da soli, sentendo che “nobody cares”, nessuno ha cura di me.

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la stazione di Milano Centrale

Quella sera incontrammo Shaban. Era seduto sui gradini, e quando ci avvicinammo, benché non ci conoscesse si alzò in piedi e ci salutò affabilmente, come se ci attendesse da lungo tempo. Quindi, dopo aver scarsamente detto i nostri nomi, seduti vicino a lui ascoltammo la sua vicenda.
Shaban ha quarantadue anni, viene da una zona molto povera dell’Egitto, quindi è uno dei cosiddetti migranti economici, cioè quelli che secondo la politica migratoria Europea, avrebbero meno diritti di migrare! Ma, Shaban ha una famiglia a cui pensare, ed è proprio per loro, ci dice, che lui ha deciso di emigrare, nella speranza di poter dare ai suoi tre figli un futuro.
S’è indebitato fino all’inverosimile per poter partire, ha guardato la morte in faccia, non solo durante la traversata, ma tante altre volte. Shaban sa di essere un clandestino glielo dicono non solo la mancanza di documenti, ma anche gli sguardi diffidenti della gente quando chiede aiuto o un lavoro; glielo ha fatto sentire lo sfruttamento subito e le condizioni disumane in cui dovette vivere insieme ad altri compagni disperati che, come lui, avevano rischiato tutto pur di arrivare in Europa. Per loro, spiega, rimanere nel proprio paese sarebbe stato morte sicura, partire morte probabile, perciò s’aggrapparono a quel filo di speranza e sfidarono il mare.

Da quando arrivò in Italia, Shaban no disdegnò nessun tipo di lavoro, in Sicilia, Puglia e Milano, pur di guadagnare qualcosa per i suoi figli. Recentemente è stato barbaramente pestato e derubato di tutti i suoi soldi, quei soldi che, privandosi anche del necessario, era riuscito a mettere da parte per inviare alla sua famiglia. Non impreca né si lamenta, ma è addolorato giacché i suoi cari non avranno niente per celebrare la Festa del Montone, festa assai importante per la comunità islamica. Ma “Allah non dorme, Lui si prenderà cura di loro, così come si prende cura di me!” Afferma con fede incrollabile, con testarda convinzione. Commossa recito per lui le parole del Salmo 120: Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra. Non si addormenta,non prende sonno il Custode d’Israele. Egli è come ombra che ti copre e sta alla tua destra(…). Il Signore ti proteggerà da ogni male, Egli proteggerà la tua vita. Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, da ora e per sempre!

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l’equipe intercongregazionale che lavora a Noto (sullo sfondo la Cattedrale) con i migrantes: da sinistra P. Michelangelo Piovano, segretario CIMI, Sr Giovanna Minardi PIME, P. Vittorio Bonfanti Missionario d’Africa, Sr Raquel Soria MC e P. Gianni Treglia imc

Shaban ha parlato per più di un’ora condividendo con noi un pezzetto della sua vita, le sue difficoltà, le sue speranze, la sua fede, arricchendoci col dono di se stesso. Ci ha colpito profondamente , quella sua capacità di resistere, di rimanere in piedi di fronte alle prove, alle ingiustizie, alle sofferenze, quella capacità di accogliere il dolore e viverlo a testa alta, eroicamente, dignitosamente!
Quando scesi dalla metro piovigginava ancora. Col cuore gonfio ringraziai il Signore per il dono di quell’ incontro e per tutti i Shaban, roveti ardenti, che nonostante l’indicibili sofferenze ed umiliazioni non si consumano, e dai quali il Signore, l’Io Sono, oggi, continua a parlarci, chiamarci, inviarci (Es 3.2-10).
E’ passato più di un anno da quando incontrai Shaban, ma ancora porto in cuore le grandi lezioni imparate da quel fratello musulmano. Ora sono in Sicilia, dove insieme ad altri tre missionari abbiamo avviato una comunità inter-congregazionale per un servizio ai migranti; un progetto della Conferenza degli Istituti Missionari Italiani (CIMI), la quale sentendosi provocata ad ascoltare il loro grido di aiuto vuole impegnarsi concretamente affinché “il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che speso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo (MV 15).”

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Il soffio vitale di un popolo

L’esperienza del Centro Culturale e Interreligioso IMC e MC di Maúa, Niassa, Mozambico

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Centro Studi Macua Xirima, Arte Macua: dipinto di Luìs Prisciliano

Oggi si parla molto di inculturazione e di interculturalità partendo da punti di vista diversi. Un missionario non è un antropologo animato da filantropia, ma è, anzitutto e soprattutto un discepolo di Gesù che vuole obbedire e dar compimento al suo mandato di fare suoi discepoli tutti i popoli della terra. È quanto cercano di attuare i Missionari e le Missionarie della Consolata fin da quando misero piede in terra mozambicana (1925).

Entrando in contatto con una popolazione, conoscendo la sua cultura e la sua lingua, da subito il missionario fa una meravigliosa costatazione: la gente parla del suo Dio, del suo percorso storico e riflessivo verso di lui. Incessantemente nei miti, nelle leggende, nei proverbi, nelle feste celebrative … il popolo narra le opere creatrici di Dio, dei suoi attributi terapeutici e delle sue norme etiche.

Il missionario, infatti, dando inizio al suo annuncio riconosce che Dio lì già sta di casa e vi sta da molto tempo. Il Padrone della messe ha preceduto il missionario. Prima di lui, Qualcuno/qualcuno (maiuscolo e minuscolo) ha ripulito/dissodato la machamba (il campo),  ha seminato buon seme che diede e continua a dare ottimi frutti. Se non vuole incorrere nell’errore che il Rabbino Gamaliele denunciava davanti ai suoi colleghi, di diventare nemici di Dio (Atti, 5,33-42), il missionario deve entrare in un dialogo serio e profondo con la religiosità di un popolo, con la sua teologia, non deve fare interculturalità antropologica, ma teologica. Dio ha preparato la strada al missionario, gli ha già dissodato il campo.

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P. Frizzi con una Missionaria della Consolata. Il dialogo e la collaborazione sono elementi fondamentali dell’esperienza del Centro Studi Macua Xirima.

Il primo lavoro del missionario non è quello di seminare, ma di raccogliere ciò che fu seminato da Dio e prodotto dall’inquietudine del cuore umano: quel seme, una volta raccolto e valutato dovrà essere fecondato dal Vangelo. Il missionario è in primo luogo un mietitore, solo in seguito diventerà seminatore.

Solo così la sua evangelizzazione evita di diventare colonialismo religioso, solo così è, fin dall’inizio evangelizzazione inculturata, o, meglio, interculturata, poiché si deve necessariamente interporre uno scambio di doni tra cultura evangelizzata e il Vangelo che si incultura.

L’evangelizzazione autentica non  è la recezione di un patrimonio, ma la celebrazione di un matrimonio, una simbiosi bipolare creatrice tra evangelizzazione e cultura di un popolo. Questa metodologia non è affatto moderna, è quella originaria di Gesù. Inviando i suoi discepoli ricorda loro in primo luogo che la messe è pronta e immensa, per questo li invia con il minimo necessario, cioè con l’essenziale (il Kerigma), poiché tutto il resto è già pronto e a disposizione per essere mietuto (cfr Lc 10, 1-24). È la stessa metodologia di Paolo all’areopago di Atene: dal teologico già esistente, ma allo stato latente, incubante e ricercato a tentoni al teologico allo stato patente  [chiaro ed evidente] e articolato nella pienezza del Vangelo.

Purtroppo questa metodologia fu abbastanza dimenticata nell’evangelizzazione moderna, condizionata come era dalle premesse dell’ideologia coloniale che, nella sua cecità etnocentrica pensava solo di dare e, praticamente, soltanto imponeva, creando povertà antropologica instancabilmente denunciata dagli stessi evangelizzati africani. Per questo motivo, dal Vaticano II, il missionario avverte la necessità di ricuperare parte del tempo perduto, parte del dialogo interculturale omesso, auspicando una Chiesa Locale matura e autentica, capace di cantare la pienezza del Vangelo con tutta quella creatività e vivacità che le offre la biosofia e la biosfera della sua religiosità originaria.

In conclusione, il binomio evangelizzazione e interculturalità è, per il missionario, in primo luogo un indicativo categorico ricettivo (mietere, raccogliere, ascoltare), in seguito un imperativo categorico operativo (seminare, evangelizzare), infine un optativo categorico evolutivo (Chiesa Locale di fede, speranza e carità autentica in cammino).

Sono queste le linee missionarie che guidarono i Missionari e le Missionarie della Consolata e con il tempo condussero le due famiglie consolatine a fare i seguenti passi concreti:

  1. a) studiare la lingua fino a conoscere riflessivamente la grammatica e infine comporre un dizionario abbastanza completo;
  2. b) preparare traduzioni a livello biblico (Bibbia), catechetico (Catechismo) e liturgico (Messale domenicale e libro di preghiere e canti
  3. c) creare gradualmente un Centro Studi Macua Xirima (CICMX) nella parrocchia di S. Luca, Maùa, Niassa. Questo Centro si impegnò:

(1) in primo luogo: a raccogliere materiale etnografico del popolo xirima come proverbi, racconti, indovinelli, riti terapeutici, riti di iniziazione;

(2) in secondo luogo a  cercare  mezzi per pubblicare una sintesi di tutto questo capitale culturale in un volume intitolato: Biosofia e Biosfera Xirima;

(3) in terzo luogo a promuovere  pure la produzione artistica xirima nel settore della pittura, della scultura e della musica affinché la sensibilità estetica xirima sia valorizzata e sia presente nell’evangelizzazione e nelle celebrazioni liturgiche;

dentro
Arte Macua: l’interno di una Chiesa, decorato con argille naturali

(4) in quarto luogo a far conoscere la mondo-visione xirima con articoli pubblicati in riviste missionarie come Euntes Docete, Ad Gentes o in conferenze a livello accademico e internazionale;

(5) infine a organizzare corsi di lingua e di inserzione nella cultura xirima, che continuano fino a oggi.

Il CICMX ha le porte aperte a tutti coloro che desiderano conoscere di più il mondo culturale xirima e la Chiesa xirima.

I contatti con il centro sono possibili utilizzando il seguente indirizzo di posta elettronica: centroxirima@gmail.com

 

Padre Giuseppe Frizzi, Missionario della Consolata

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Casa Comune: l’averne cura con piacere e responsabilità

Riflessione sull’enciclica Laudato Si’. Dal punto di vista dei poveri.

L’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”, che riflette sulla cura della Casa Comune, pubblicata nel 2015, ha risvegliato l’attenzione su atteggiamenti semplici del quotidiano como la vicinanza, la vita fraterna, la speranza, la cura della Casa Comune, così come ha invitato a riflettere su quale futuro vogliamo costruire per i nostri figli.

Per i cattolici che vivono nel comune di Ananindeua (Pará, Brasile), e tra i quali anche le suore Missionarie della Consolata, è stato scioccante constatare, nel testo base della Campagna della Fraternità di quest’anno (la Campagna della Fraternità è un’importante iniziativa della Quaresima della Chiesa Cattolica brasiliana, che ogni anno tocca un tema sociale e propone progetti in sintonia con il tema – ad esempio ecologia, disabilità, educazione, acqua…, ndt) che l’investimento per l’ambiente – tradotto in termini di bonifica delle acque e delle fogne – è pari allo 0’0%, raggiungendo così il peggior indice di disimpegno tra quelli valutati dallo studio fatto.

Quando ci imbattiamo con la mancanza di cura verso la nostra Casa Comune, è facile comprendere la preghiera che il profeta Amos ha gridato ai suoi tempi: “Voglio vedere il Diritto sgorgare come una sorgente e la Giustizia scorrere come un fiume” (Amos 5,24). E’ interessante anche uno studio fatto dalla rete “Tratta Brasile”, che riconosce che per ogni Reale (moneta brasiliana, ndt) che il Brasile investe nella bonifica delle acque, risparmia 4 Reali nella sanità.

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le strade sterrate di Ananindeua

Davanti a una sfida tanto grande che il Pianeta vive al giorno d’oggi, è necessario immergersi nei 246 paragrafi della Laudato si’, un’enciclica che – nonostante la lunghezza e il complesso tema abbordato – usa un linguaggio semplice, profondo e compenetrante. Questa Enciclica segna, più che il testo, la testimonianza di vita di Papa Francesco e sveglia in oggni essere umano un nuovo sogno di partecipazione e collaborazione.

Siamo concordi con Papa Francesco quando dice che il mondo è molto più di un problema da risolvere: è un mistero gioioso che contempliamo nell’allegria e nella lode. Riconosciamo con il Papa che il degrado ambientale si associa all’aumento della povertà mondiale: affinché il mondo esca dalla spirale dell’autodistruzione è necessario superare la fame e la miseria, generare vita e non morte.

Per chi non ha ancora letta l’enciclica, presento qui alcune piste di lettura dei 6 capitoli che la compongono, per assaporarla meglio e ruminare questo tesoro di ricchezza e sapienza.

Capitolo I: come esseri umani, domandiamoci: che cosa sta succedendo alla nostra Casa Comune? Il Papa condanna l’attuale modello di sviluppo, centrato nel consumismo e nell’ottenimento del profitto facile e rapido. Denuncia l’incoerenza di chi lotta contro il traffico degli animali in estinzione, ma rimane indifferente davanti al traffico delle persone e si disinteressa dei poveri, o cerca di distruggere un essere umano che non gli piace.

Salvare oggi il Pianeta significa dare una soluzione alla fame nel mondo, dichiara il Papa. I poveri sono le principali vittime delle invasioni delle terre indigene, della distruzione delle foreste, della contaminazione dei fiumi e dei mari, e dell’uso abusivo degli agrotossici. Domandiamoci ancora: è questo il mondo che voglio lasciare alla società di domani?

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inondazioni

Capitolo 2: il Papa presenta il Vangelo della Creazione, sottolineando l’interazione biblica tra l’essere umano e la natura e fa il “mea culpa” circa al modo con cui la Chiesa ha interpretato il mandato divino di “dominare” il mondo con una lettura fondamentalista del racconto della Creazione. Il soffio di Dio agisce sopra il caos, ovvero, il disordine. E nel sesto giorno la “Ruah” di Dio dà vita agli animali e all’essere umano. Dio lo rende fecondo per continuare a dare vita alla creazione. Davanti a una così grande bellezza, il mondo capitalista è diventato antropocentrico, tradendo la proposta di Dio. Papa Francesco in questo capitolo amplia il significato di “non uccidere”: il fatto che il 20% dell’umanità consuma così tanto da sottrarre alle nazioni povere e alle generazioni future il necessario per sopravvivere.

Capitolo 3: in questo capitolo appare la radice umana della crisi ecologica, in quanto non è la natura che è in crisi, piuttosto è l’idolatria del mercato che deve essere combattuta. C’è una certa enfasi nel constatare che la fame e la miseria non termineranno semplicemente con la crescita del mercato. Secondo Papa Francesco il mercato è un animale che mangia per crescere e soddisfare se stesso, non permettendo agli altri di crescere, per questo crea i suoi bisogni, capricci, sempre mettendo il lucro come porta di ingresso delle sue imprese. E’ il capitale che indica le regole, regole questo che si contrapponfono al Vangelo.

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rifiuti che contaminano l’acqua

Capitolo 4: il Papa crea, spiega e difende un nuovo termine: ecologia integrale. Critica e definisce innocue tutte le importanti riunioni della “cupola” circa la questione ambientale, che hanno buoni propositi, ma che non sono mai andate più in là dello scritto. Francesco amplia il concetto di ecologia parlando di ECOLOGIA INTEGRALE, ECOLOGIA CULTURALE, ECOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA. Afferma ancora che la cultura “ecopocentrica” deve essere ripresa per correggere la cultura antropolocentrica che crea divisioni, infatti il diverso è scartato semplicemente per il fatto di essere differente e per di più la natura deve essere dominata. L’umanità ha bisogno di rivedere i concetti ecologici dell’educazione che presenta ai suoi bambini, così come nell’esperienza dell’ecologia del quotidiano (accumulo di rifiuti senza limiti).

Capitolo 5: qui Papa Francesco porta alcune linee orientative e pratiche circa la cura della Casa Comune, tra le quali la LODE come dimensione contemplativa, per il fatto che ogni contatto con Dio nasce dalla sua unità con la natura. Un’altra linea di azione indicata dal Papa è la CURA, la prassi della giustizia e della difesa della vita umana in tutti i sensi. Infine il Papa evidenzia la Casa Comune come dimensione comunitaria della vita umana, riscattando il “BUON VIVERE” comunitario e circolare.

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il manifesto della Campagna della Fraternità

Capitolo 6: già quasi al termine della sua enciclica, il Papa indica il valore dell’educazione e della spiritualità ecologica. Crede nella natura in perenne adorazione: interessante che nessun’altra enciclica papale contiene tanta poesia. Qui Francesco descrive tutto l’universo materiale come un linguaggio di amore a Dio. Il suolo, i laghi, le montagne, tutto è una carezza di Dio. Per la prima volta, inoltre, un’enciclica   riconosce il valore dell’opera di Teilhard de Chardin (1955), censurato dalla Chiesa in tutta la prima metà del secolo passato.

 

 

Terminando questa breve riflessione su un documento così importante, vorrei evidenziare alcune novità importanti esplicite dell’enciclica: un linguaggio con uno stile profondo ma semplice, che qualsiasi persona alfabetizzata può leggere e capire. Interessante la citazione di altri magisteri, tra cui quello del Patriarca Bartolomeo, e nel prosieguo dell’opera cita altre denominazioni che hanno assunto la lotta per il cambio mondiale.  Dimostra una forza di pensiero “laico” dell’argomentazione, prestando molta attenzione al linguaggio. Tutto è intimamente connesso, dacchè il pensiero ecologico nasce dal pensiero greco, e qui tutto è assolto e valorizzato dal papa.

casa comun 4A conclusione di questo percorso, vale la pena ricordare anche per il nostro quotidiano familiare e professioniale che non c’è giustizia senza la giustizia ambientale, e abbiamo mille e una opportunità per vivere un’ecologia integrale e quotidiana. Ciò che purtroppo manca alle nostre comunità cristiane è legare la fede alla vita. Quando questo non succedere, il sistema “animale” divora tutto, portando l’umanità alla morte. E come il papa Francesco ci esorta, prendiamo in considerazione le sue parole quando ci dice: “dobbiamo liberarci da questa schizofrenia tra fede e vita”.

Abbiamo bissogno di risccattare tale credibilità, poiché ogni volta che proclamiamo che il nostro Dio è il Dio della vita, non possiamo dimenticare che noi siamo vita in Dio. Per questo siamo portatori di speranza, annunciatori di una nuova relazione tra le persone, la natura e lo stesso Dio.

 

suor Noeli Domingos Bueno – em 20/03/2016

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Incontro con Maria

Nella Festa dell’Annunciazione vogliamo rileggere questo evento alla luce della Parola di Dio. La Parola che diviene uno di noi! Inoltriamoci in questo Mistero di grazia coscienti che quello che diciamo è solo un balbettio e lasciamoci aiutare da Luca, L’Evangelista di Maria (Lc 1, 26-38).

Vetrata artistica dell'Annunciazione
Vetrata artistica dell’Annunciazione

Possiamo suddividere il brano in quattro parti che scandiscono il dialogo tra Dio e Maria:

 A. L’introduzione: vv. 26-27

 L’inizio del vangelo ci offre l’esperienza di un’altra donna, Elisabetta, in cui il Signore ha compiuto qualcosa di grande. Una donna incapace di generare, genera; una donna condannata a vivere sotto il segno della maledizione si ritrova madre. Le ultime parole della pericope precedente confermano questa lettura: “Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini” (1,25).

Luca invita a confrontare queste due donne, Elisabetta e Maria. Elisabetta è un po’ il simbolo della prima alleanza incapace di generare il Messia. Ora alle soglie della Nuova Alleanza, anche l’la Prima Alleanza diventa feconda. C’è una vita. E questa vita avrà senso perché sarà la voce che grida e che prepara il cammino alla Parola: “Preparate una via al Signore” (3,3-6).

B. La rivelazione dall’alto: vv.28-33

Mosaico dell'Annunciazione nella chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio, nota come Martorana, ubicata nel centro storico di Palermo.
Mosaico dell’Annunciazione nella chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, nota come Martorana, ubicata nel centro storico di Palermo.

Il Signore si manifesta a Maria con una parola di gioia: “Gioisci, danza, esulta”. Maria, è invitata a rinascere da una parola che proviene dall’alto: Rallegrati perché io sono con te. Rallegrati perché il Messia, il Liberatore è presente. Rallegrati perché chiede di assumere il tuo volto, la tua carne, la tua realtà … per abitare tra noi.

Segue il dono di un nome nuovo che svela la sua identità: Piena di Grazia. Grazia significa “dono, pienezza”. La “grazia” è la permanente dichiarazione d’amore di Dio a Maria, del Creatore nei confronti della sua Creatura. Tu stai incantando Dio, perché Dio è innamorato di te; l’amore materno e sponsale di Dio ha fatto di te la sua casa; tu sei l’amata, tu sei colei nella quale Dio riversa la sua gioia.

Al turbamento di Maria, segue la rassicurazione: Non temere. Tu hai trovato grazia presso Dio. Sei amata da Dio: tu sei il centro dell’attenzione di Dio, tu sei nelle mani di Dio, sei circondata dall’esperienza della misericordia di Dio. Tu sei nel grembo di Dio.

Alle parole di Consolazione, segue lo svelamento della missione di Maria: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce, e lo chiamerai Gesù”.

 C. Il dramma: vv.34-37

Vetrata artistica dell'Annunciazione
Vetrata artistica dell’Annunciazione

All’obiezione di Maria: “com’è possibile? Non conosco uomo” (1,34), l’Angelo rivela il progetto di Dio su di lei attraverso un cammino di comprensione delle Scritture, che non specifica il “come” ma il “Chi”: l’azione nascosta e potente dello Spirito in Lei. I due verbi utilizzati da Luca hanno un profondo significato evocativo.

  •  ”Venire sopra”: è il verbo utilizzato anche in At 1,8 per descrivere l’evento della Pentecoste. Presente nell’AT con una vasta gamma di significati, solo in Is 32,15 è posto in connessione con lo Spirito. La pericope, che ricorda nella terminologia e nello stile il passo di Gl 3,1, è inserita in un contesto di minaccia apparentemente estraneo. Si tratta probabilmente di una glossa (aggiunta), tardiva ma il fatto che uno dei redattori l’abbia inserita in questo contesto sembra voler sottolineare come la minaccia, il castigo (nel caso presente l’esilio) non siano l’ultima parola di Dio. La parola ultima, definitiva è una parola di salvezza, posta totalmente nelle mani di Dio. Queste parole esprimono in un certo senso il punto d’arrivo dell’antica alleanza: davanti al fallimento totale rappresentato dall’esperienza devastante dell’esilio, Israele comprende che la realizzazione piena dell’Alleanza non è posta nella fragilità della fedeltà umana ma soltanto in Dio. Egli realizzerà qualcosa di totalmente nuovo, un’alleanza nuova (cfr. Ger 31,31; Ez 36,27): il termine non indica una “riedizione”, dell’alleanza sinaitica, ma una realtà definitiva, un sigillo ultimo posto nel rapporto tra Dio e l’uomo. Protagonista di questa “nuova creazione” sarà soltanto lo Spirito che realizzerà un cambiamento radicale nella persona umana, una “rifusione” dell’essere nel fuoco divorante della santità divina.
  • Adombrare”: è il verbo utilizzato per indicare la presenza di Dio nel santuario attraverso l’immagine della nube. E’ segno di una presenza misteriosa di Dio, libera, non prevedibile che si rivela come notte o giorno (cfr. Es 14,20), ostacolo o protezione (cfr. Sal 121,5).
    Icona dell'Annunciazione di Emmanuel Cusnaider
    Icona dell’Annunciazione di Emmanuel Cusnaider

    Al termine del libro dell’Esodo “la nube” segno della presenza di Dio viene ad abitare tra i suoi, nel santuario costruito per Lui (cfr. Es 40,34-35). Nella concezione antica quest’atto segna il sigillo della creazione. Il Dio che ha creato ogni cosa, che ha reso un non-popolo, popolo, ora abita tra i suoi,  è il Dio con loro. Questa stessa presenza invaderà il Tempio edificato da Salomone (1Re 8,10)e vi abiterà per sempre.

Questa realtà, abbozzata ma mai totalmente compiuta si realizza ora in Maria: lo Spirito scende su di Lei e “la copre con la sua ombra”. Il Dio che ha creato ogni cosa dal nulla ora crea una realtà totalmente nuova in lei e lei è inserita in questa storia di salvezza: lo stesso Spirito che aleggiava sulle acque all’origine di ogni cosa (cfr. Gn 1,2), la stessa colonna di fuoco che guidava Israele nel deserto (cfr. Nm 10,34), la stessa nube luminosa che prese dimora nel Tempio ora prende possesso di lei, ora rende la sua carne dimora del Verbo. Questa rivelazione culmina con un ultimo grido “nulla è impossibile a Dio”.

 

D. L’adesione: v. 38

Maria ora deve scegliere. Questa ragazza si trova davanti ad una proposta che le sconvolge la vita, che le chiede di rischiare tutto. Nel turbamento della libertà Maria accoglie la proposta di Dio: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.

Maria inizia ad essere discepola del figlio: “che non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma svuotò se stesso” (Fil 2,5-6). Maria inizia questo cammino di svuotamento per accogliere Dio: si svuota dei suoi progetti, delle sue paure, delle sue aspettative. “Sono la serva del Signore”: sono un vuoto accogliente dove la Parola può divenire carne.

La piccola donna di Nazareth diviene così la prima casa di Dio nel mondo, il primo contesto, il primo ambito, il primo luogo dove tutto ciò che è, appartiene a Dio, a quel Dio che viene ad abitare tra i suoi. Maria è dunque una persona orientata, esistente, viva, creativa soltanto per Cristo, perché Lui possa “porre la sua tenda tra i suoi” (Gv 1,14).

 Renata Conti

Capella dell'Annunciazione in Terra Santa
Capella dell’Annunciazione in Terra Santa
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