Annalisa, l’Allamano e la misericordia

L’incontro di una giovane con il Beato Allamano e la misericordia 

annalisa3
Annalisa durante la testimonianza sull’Allamano e la misericordia

Mi presento: sono Annalisa Abbracciavento, ho 17 anni, sono una giovane GeM e da quest’anno sono animatrice nel gruppo Missionario: “ARCOBALENO 1” (che accoglie i ragazzi delle scuole medie, dagli 11 ai 14 anni, in questo gruppo trattiamo tematiche importanti, ma con modalità adatte all’età). Ovviamente, non sono diventata animatrice dall’oggi al domani, ma soltanto dopo aver seguito i diversi cammini negli anni. Quindi, anch’io sono partita col partecipare agli incontri dell’ARCO 1, poi ho frequentato l’ARCO 2, (che accoglie i ragazzi delle superiori di età tra i 14 e 17 anni, qui si aprono un po’ gli orizzonti per far conoscere ai ragazzi le diverse realtà e, come dice il Papa, le varie periferie), l’altro gruppo presente nel Centro è il GeM (Giovani e Missione, del quale fanno parte, appunto i giovani dai 17 anni in poi. Qui, diciamo che si affrontano tematiche più difficili e si presta perlopiù servizio ) che lo frequento tutt’ora. In quest’ultimo gruppo ci sono anche dei ragazzi, che per motivi universitari non partecipano fisicamente ai nostri incontri, ma che comunque sono a conoscenza dei temi che trattiamo e, preghiamo e riflettiamo insieme, anche se distanti. Faccio parte di questa 2^ famiglia perché è una passione che mi è stata tramandata da mai sorella, la quale anche lei, precedentemente ha frequentato assiduamente i diversi  cammini.

Annalisa
Annalisa

Oggi vorrei fare una breve testimonianza sulla vita del Beato Giuseppe Allamano, su questo grande uomo,  dal punto di vista, però, della MISERICORDIA, che in quest’anno Santo è come riemersa dal cassetto polveroso delle cose un po’ dimenticate, anche se Papa Francesco ne ha sempre parlato, e prima di lui San Giovanni Paolo II, una cosa speciale e che colpisce, è l’esperienza speciale che i Santi fanno di questa Misericordia. Ci sono esempi conosciuti, altri un po’ meno, ma tutti molto significativi. Io vorrei proporvi una riflessione sulla Misericordia sui nostri “Santi”, partendo, appunto, dal Beato Giuseppe Allamano. Chi lo ha conosciuto dice che quando parlava dell’amore di Dio cambiava d’aspetto, alcune volte diventava rosso. Questa esperienza è fondamentale per ciascuno di noi. Se siamo amati, impariamo ad amare e trasmettiamo amore agli altri. Con il suo sguardo sempre lungimirante, il Beato Allamano non si fermava alla sua città Torino, nemmeno al Piemonte o alla sola Italia: sin da giovane il suo cuore batteva forte pensando che nel mondo c’erano troppe persone che non potevano fare l’esperienza dell’amore e misericordia di Dio, perché nessuno glielo aveva annunciato. Non potendo essere lui missionario, per ragioni di salute, iniziò a intuire lo stesso desiderio di bene in numerosi giovani sacerdoti, e così, tenacemente, per molti anni, sognò e progettò un Istituto Missionario per sacerdoti e fratelli, che ebbe la sua fondazione nel 1901, perciò devo ringraziarlo se adesso mi trovo qui, altrimenti senza questo suo meraviglioso progetto a quest’ora non so dove sarei.

allamano
il Beato Giuseppe Allamano

La misericordia, per lui, si dimostrava nell’andare, nell’annunciare e nell’accogliere nella Chiesa i figli di Dio che abbracciavano la fede in Gesù Cristo.

Leggendo i suoi scritti una peculiarità che mi ha colpita è stata quell

Share

Lo conosci Paolo? 2

write 5 thumnail

Oggi, Carla, Marco ed io, siamo andati alla messa del pomeriggio. Questa mattina ci siamo svegliati tardi e non sono riuscito ad accompagnare Marco alla messa dei ragazzi. E` stato però molto bello quando, a messa già  iniziata, ho visto Luigi, l’altro nostro figlio, quello “grande”, venire a sedersi accanto a noi. Tutti insieme a messa: era un po’ che non succedeva.

Non so come mai, ma la mia mente è volata subito su un ricordo felice. Ogni Natale andavo, con tutta la mia famiglia, a fare festa dai nonni. Era una gran baldoria con tutti i cuginetti e le cuginette. C’era chi arrivava prima, chi dopo, ma nessuno mancava al cenone di Natale. I grandi facevano le loro chiacchierate, noi giocavamo ad ogni cosa che ci veniva in mente. Quando poi ci ritrovavamo a tavola, era davvero una festa, tutti insieme.

Mi sono staccato da questo pensiero e mi sono guardato attorno. Eravamo in chiesa, seduti, ad ascoltare la Parola di Dio. Immediatamente ho pensato a tutti quelli che non c’erano: i ragazzi che hanno altro da fare, tanti che hanno fatto scelte diverse dalle mie, quelli che ormai non pensano più a Dio. E’ bastato poco e mi sono ritrovato con tanti giudizi nei loro confronti e con poca speranza nel cuore.

Per un attimo ho immaginato il loro ingresso inaspettato in chiesa: avrebbero trovato in me un sentimento di meraviglia più che un’accoglienza veramente fraterna. Non avrebbero trovato in me le braccia che Gesù allargava verso i peccatori e i lontani che si stringevano a lui. Non avrebbero trovato in me la stessa prontezza di Gesù nel far sentire loro tutto l’amore che Dio-Papà ha per ogni suo figlio.

 

Lc 15, 1-3.11-32

In quel tempo, Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Lacia un commento

Share

Ritorno. A casa!

Non c’è cosa più bella che sentirsi a casa, in tanti luoghi

sorvolando il Brasile, verso la Bolivia
sorvolando il Brasile, verso la Bolivia

Bolivia: una passione
Ho aspettato tanto la mia missione in Bolivia: anni, direi. E’ iniziato tutto quando, giovane postulante, ho sentito la Superiora Generale che raccontava la sua recente visita a questa missione. Qualcosa ha iniziato a vibrarmi dentro, e poi, dopo molti anni di cammino, in quel benedetto marzo 2011, la destinazione missionaria per la Bolivia. Arrivata in Argentina, ho dovuto aspettare 14 mesi per poter calpestare la terra santa della mia vita, esattamente il tempo di gestazione degli asini, che da allora sento particolarmente fratelli miei. E poi, dopo due anni di intenso e splendido lavoro in Vilacaya, ecco che devo allontanarmi per un tempo prolungato, per prepararmi ai voti perpetui.

“Todo pasa”, bolivia ritorno3diceva sapientemente Santa Teresa, e così è stato: anche il lunghissimo anno è passato, ed ecco che avviene il ritorno. Non è un semplice ritorno alla missione: è un ritorno a casa. Se da una parte la missione comporta uno sradicamento, a volte molto doloroso, dall’altra c’è il dono grande del cuore che si dilata e si sente a casa in tanti luoghi diversi e molto lontani tra loro.


Il ritorno, finalmente
Sono ritornata a Vilacaya (Bolivia) agli inizi di marzo: sulle porte delle case c’erano ancora i segni della ch’alla del carnevale, una festa molto importante per il popolo quechua, perché coincide con il tempo del raccolto e si associa ai riti di ringraziamento e propiziatori per l’anno agricolo. In questa occasione si fa una specie di “benedizione” della casa e della famiglia, e per questo le abitazioni portano i segni della festa (bandierine, fiori, le foglie di mais…). Per le strade ritrovo tante scritte: “Si”, “No”: altro segno di un recente avvenimento, il referendum che ha visto perdere la richiesta di modifica della Costituzione, per permettere al Presidente Evo Morales di essere rieletto per la terza volta. Mi sono persa molte cose, a quanto pare!

bolivia_ritorno2
suor Stefania con alcuni bimbi di una comunità rurale

Ma quanto ho guadagnato al mio ritorno! Una scorpacciata di abbracci e di sorrisi che, al posto delle parole, mi hanno detto: “Ci sei mancata tanto!” E qualche furtiva lacrima è scesa sul mio viso, soprattutto vedendo come sono cresciuti i ragazzi, e poi… quell’abbraccio infinito di Atanasia mi ha proprio commossa: generalmente i quechua non esprimono i propri sentimenti, e i saluti sono contenuti.

Eccomi a casa, dunque! Pronta a riprendere il cammino – forse mai interrotto – con le mie sorelle e la mia gente. L’orizzonte si amplia ogni giorno, le relazioni crescono, non mancano le difficoltà e il dolore, però questa è la vita!

 

suor Stefania Raspo

Share

Le pietre della vita

Un assaggio di sapienza africana.

Gente del villaggio di Wageni a Manda, Tanzania, radunati ai piedi di un Baobab
Gente del villaggio di Wageni a Manda, Tanzania, radunati sotto l’ombra di un Baobab

Ai lati della strada sterrata, che si snoda tra rossi sentieri africani, di tanto in tanto, s’innalza un gigantesco Baobab, che come i campanili o le pagode, le cupole o le torri s’innalza in uno

Baobab su una strada di Ilangali Manda, Tanzania
Baobab su una strada di Ilangali Manda, Tanzania

sforzo per raggiungere il cielo. Ma a differenza di chi per innalzarsi deve essere agile, il Baobab è grasso, non slanciato e il suo salire nasce da radici diventate, col passare del tempo, un groviglio di tronchi annodati. Il Baobab dall’alto della sua imponenza ne ha viste tante. È testimone di età antiche, di eroi senza qualità, di vanità, di imprese… È l´albero simbolo delle savane, una poderosa scultura del mondo vegetale. Vive oltre 500 anni. Il suo tronco può raggiungere un diametro di 15 metri e un´altezza di 25: un vero gigante della natura.

Nel continente africano il Baobab è il centro gravitazionale della vita sociale dei villaggi: sotto la sua ombra si tengono i mercati, le riunioni degli anziani, le udienze dei giudici, le danze rituali, i giochi dei bimbi. Per le carovane e i viaggiatori rappresenta un fondamentale punto di riferimento per orientarsi, un elemento imprescindibile del paesaggio. Sotto il Baobab gli anziani impartiscono, specialmente ai giovani, preziosi consigli di saggezza e utili regole di educazione pedagogica ed ambientale.

Anziano Massai, Kenia
Anziano Massai, Kenia

Proprio per ascoltare Kibaykita, uno degli anziani più rispettati del villaggio, un giorno sotto il Baobab si radunò un gruppetto di giovani. L’anziano cominciò a narrare e, affinché le sue parole rimanessero impresse nella mente e nel cuore dei suoi ascoltatori, usò anche elementi dell’ambiente che erano parte della vita quotidiana. Prese un barattolo di vetro, di quelli solitamente usati per la conserva di pomodoro e lo poggiò di fronte a sé sulle radici aggrovigliate del Baobab. Chinatosi sotto lo sgabello dov’era seduto, tirò fuori una decina di pietre, di forma irregolare e con attenzione, una alla volta, le infilò nel barattolo.

Quando il barattolo fu riempito completamente e nessun’altra pietra poteva essere aggiunta, chiese: “Il barattolo è pieno?”. Tutti risposero di sì. “Davvero?”. Si chinò di nuovo sotto lo sgabello e tirò fuori un secchiello di ghiaia. Versò la ghiaia agitando leggermente il barattolo, di modo che i sassolini scivolassero negli spazi tra le pietre. Chiese di nuovo: “Adesso il barattolo è pieno?”. A questo punto, chi lo ascoltava aveva capito. ”Probabilmente no” rispose uno. “Bene” replicò l’anziano.

Bambini di Msowa, Manda, Tanzania
Bambini di Msowa, Manda, Tanzania

Si chinò e prese un secchiello di sabbia, la versò nel barattolo, riempiendo tutto lo spazio rimasto libero e, di nuovo chiese: “Il barattolo è pieno?”. “No!” risposero in coro. “Bene!” riprese l’anziano. Tirata fuori una brocca d’acqua, la versò nel barattolo riempiendolo fino all’orlo. A questo punto Kibaykita chiese: “Qual’ è la morale della storia?”. Una mano si levò all’istante: “La morale è, non importa quanto fitta di impegni sia la tua agenda, se lavori sodo ci sarà sempre uno spazio per aggiungere qualcos’altro!”. “No – replicò l’anziano – il punto non è questo. La verità che questa immagine ci insegna è che, se non metti dentro prima le pietre nel barattolo, non riuscirai mai più ad infilarle”.

Baobab alla luce del tramonto in Tanzania
Baobab alla luce del tramonto in Tanzania

Poi, l’anziano seduto all’ombra del Baobab, continuò rivolgendosi a ciascuno: “Quali sono le “pietre” della tua vita? I tuoi figli, i tuoi cari, il tuo grado di istruzione, i tuoi sogni, una giusta causa. Insegnare o investire nelle vite di altri, fare altre cose che ami, avere tempo per te stesso, la tua salute… Ricorda di mettere queste “pietre” prima, altrimenti non entreranno mai. Se ti esaurisci per le piccole cose (la ghiaia, la sabbia), allora riempirai la tua vita con cose minori, di cui ti preoccuperai, non dando mai veramente spazio e valore alle cose grandi e importanti (le pietre)”.

Chiunque voglia riflettere sull’insegnamento del saggio Kibaykita può chiedersi: “Quali sono le ‘pietre’ nella mia vita?” Metti nel barattolo, prima, quelle più importanti.

 

Maria Luisa Casiraghi

Share

L’anno nuovo cinese

Piccoli gesti per far sentire a casa propria i migrantes: l’esperienza delle sorelle di Martina Franca

Gruppo di bambini della comunità di migranti di Martina Franca offre un canto durante la festa.
Gruppo di bambini della comunità di migranti di Martina Franca offre un canto durante la festa.

L’8 febbraio è festa: sì, è l’anno nuovo della Cina! Suor Maria ed io, suor Mariangela, ci uniamo ai nostri fratelli e sorelle cinesi presenti qui a Martina Franca (TA), insieme ad altre persone venute dai dintorni, da Taranto e da varie associazioni che si occupano dell’ immigrazione e dei bambini in difficoltà.

Carattere cinese per scimmia
Rappresentazione artistica del carattere cinese “hou” (scimmia)

Il Sindaco di Martina, non potendo essere presente per altri impegni, si è fatto rappresentare da un assessore comunale. La direttrice dello sportello migranti è presente con tanti bambini del dopo scuola. Sono presenti anche immigrati dell’Asia e dell’Africa, e la presidente del Centro Diocesano Migrantes, venuta da Taranto con un gruppo di volontari. Ma l’elenco sarebbe lungo, perché il salone della parrocchia Cristo Re è pieno di ospiti.

Per i Cinesi l’animale dell’anno è la scimmia, perciò i bambini indossano una mascherina da scimmietta, che usano nelle loro rappresentazioni.

 

Mariangela Mesina

Momento della festa
Momento della festa
Ragazze della comunità cinese che presentarono i loro canti durante la festa
Ragazze della comunità cinese che presentarono i loro canti durante la festa
Ragazze della comunità cinese
Ragazze della comunità cinese
Share

Santiago

L’addio al piccolo Santiago e la dura vita dei cartoneros della periferia di Buenos Aires

 

sarmiento
il treno Sarmiento, che collega la periferia ovest della gran Buenos Aires al centro della capitale

E´molto tardi, stasera, ma non  posso dormire. Torno in cappella e nella penombra, solo un raggo di luce illumina il volto della Consolata. Sí, ho bisogno di parlare con Te, Madre della Consolazione e il tuo sguardo mi invita ad aprire il cuore.

Siamo state nel barrio San Eduardo oggi, nella casa di Mónica, nostra amica da quando, anni fa, giungemmo a vivere proprio vicine alla sua casa e i suoi bimbi giocavano contenti nel nostro giardino. Ma stasera solo risuona nel mio cuore il pianto di Monica, una mamma che ha perso tragicamente il suo bambino, Santiago di 8 anni, che sulla strada ferrata, raccoglieva bottiglie di plastica per rivenderle;  ed oggi non c´e piú. Il treno ha troncato la sua vita… e la sua sorellina Guadalupe, stretta alla mamma, continua a gridare  “Santi, dove sei? Ti voglio vedere!”. Chi potrá consolare Guadalupe? Non  ci sono parole, solo lacrime che dicono dolore e rabbia… Monica le ha detto che Santiago oggi é su quella stella che brilla lassú in cielo, ma per la sua sorellina solo rimane il vuoto dell’assenza.. Santi non giocherá piú con lei, non la rincorrerá piú per tirarle, per scherzo, i suoi lungi capelli neri.

santiago
la foto del piccolo Santiago

Frattanto é giunto Padre Rubén e Monica prepara un altare nel cortile, il tavolino tirato fuori  dall´ unica stanza della casetta. Vi posa sopra un vasetto di fiori ed appoggia la foto di Santiago; una folata di vento la fa cadere, ma rapidamente il Padre la raccoglie e l´appoggia al piccolo calice, mentre inizia la celebrazione.  Come non pensare ad uno stupendo, quanto commovente accostamento? Il volto di Santiago, sorridente, sembra posare, come offerta, sul calice preparato per l’Eucarestia e quel fiore parla di vita, una vita appena sbocciata e recisa prematuramente.

Madre Consolata, so che  Tu hai accolto Santi nel tuo abbraccio gioioso nella Vita che non ha fine ed ora stringi Monica al tuo petto, con infinita tenerezza, e le tue lacrime si uniscono alle sue… perché Tu sai cosa significa perdere un Figlio! So che il Cuore di Dio piange al vedere che un bimbo muore sotto un treno, perché non ci sono sbarre che difendono la strada ferrata e perché nel barrio un papá e una mamma devono essere cartoneros (raccoglitori di cartone) o changarines (lavoratori occasionali) per alimentare i loro figli.

Stasera, Madre Consolata, voglio credere fortemente che il tuo Figlio ascolta il gemito del povero che grida a Lui… voglio credere, perché ne ho l’esperienza:  lungo il cammino della mia vita, Lui mi ha dato mille prove del suo Amore e fedeltá!

Ma come, come non sentire che ti si rompe il cuore davanti al dolore di una madre e al pianto di una bimba? Che cosa dirle? Oh le parole non servono… solo possiamo abbracciarla forte e piangere con lei.

Passa Nestor, suo fratello maggiore: uno sguardo alla foto di Santiago e corre via, non ce la fa piú.  Ma non può abbandonarsi alla disperazione: possibile cambiare queste realtá!

santiago3Mi ritorna alla mente l’ invito che Papa Francesco rivolse in Bolivia ai partecipanti all’incontro dei movimenti popolari: “ti domandi: che cosa posso fare io cartonero, riciclatore, venditore ambulante, indigena se appena guadagno per vivere… se sono persino escluso dai piú elementari diritti dei lavoratori? Che cosa posso fare io, dalla mia villa miseria, discriminato ed emarginato? Che cosa puó fare quel giovane, quel missionario che va nei quartieri e nella villa miseria, visitando la gente con il cuore colmo di sogni ma  quasi senza soluzioni per i tanti problemi che incontra?”

Sí, Madre Consolata, che possiamo fare? “Potete fare molto, molto “ dice il Papa “Voi, i poveri, i piú umiliati ed esclusi, voi potete e fate molto. Voglio dirvi che il futuro dell’umanitá sta, in gran misura,  nelle vostre mani, nella capacitá di organizzarvi, di promuovere alternative creative, nella ricerca quotidiana del cambio, attraverso  le tre T: trabajo, tierra e techo (lavoro, terra e tetto)”.

P. Rubén sta terminando la Messa e sul pino del cortile, proprio sulla punta, un uccello canta la sua canzone. Segno di vita, di quella Vita piena che Santi ha già raggiunto.

Domani sarà la festa della nostra Famiglia Consolatina-Allamaniana: tempo di speranza, non disincarnata e ieratica, no, bensí speranza certa che nasce dalla Consolazione vera. L’Amore, la Vita sono l´ultima parola, quella che sola puó asciugare le lacrime di Monica e rispondere al grido di Guadalupe.  Santiago continua vivo nel cuore e nella lotta quotidiana, perché nessun altro bimbo, a 8 anni, sia ucciso dal treno, raccogliendo bottiglie di plastica per aiutare la sua famiglia.

Così canta un chamamé (musica tradizionale del Nord dell’Argentina): “vogliamo essere una Chiesa che rivela l’amore del Signore, che esce ad incontrare la gente ed offre loro l’abbraccio del perdono; che consola ed accompagna, che apre il cuore alla misura della sofferenza del suo popolo”.

Madre Consolata, donami anche stasera la serena certezza che tu cammini con noi, percorri le nostre8kkkkk strade, Sorella e Madre sempre, perché il dolore della nostra gente che noi deponiamo nel tuo cuore, Tu ce lo ridoni trasformato in Consolazione, Speranza e Vita.

Suor Gabriella Bono

Share

Dalla clausura: auguri di una donna

Celebrare per la donna significa anche assumere la propria responsabilità nel far emergere e rispettare la sua dignità.

Sala di attesa nel dispensario di Empada in Guinea Bissao
Sala di attesa nel dispensario di Empada in Guinea Bissao

Tra i tanti commenti ricevuti in questi giorni a riguardo della festa della donna nell’anno del grande giubileo della misericordia uno mi è giunto anche da una suora di clausura che ho trovato particolarmente bello, profondo e ricco di riflessioni, non solo per ciò che riguarda la dignità della donna in generale, bensì parla della consapevolezza che tale dignità deve essere prima di tutto riconosciuta e rispettata dalla donna stessa. La donna deve assumersi il suo ruolo vero e la sua responsabilità nel far emergere e rispettare la sua dignità. La donna deve diventare sempre più protagonista e artefice della sua vita e del suo futuro creando una convivenza equilibrata e armoniosa, portatrice ed educatrice di valori profondi prima per se e poi per la società in cui vive.

Così scrive la claustrale: “Che le donne facciano sentire la loro voce e richiamino l’attenzione su quanto di loro si pensa, si dice e soprattutto si propaganda, per manifestare il loro dissenso e le loro ragioni, lo ritengo legittimo, ma nello stesso tempo spererei vivamente che la donna stessa abbia giusta consapevolezza della dignità che vuole affermare e idee chiare sulla sua identità e capacità di progettazione della propria vita. Cosa che, francamente, non mi sembra essere sempre certa nel nostro contesto sociale.

Mamma e figlio del Potosì, Bolivia
Mamma e figlio del Potosì, Bolivia

Mi sembra infatti che essere donna, e donna emancipata, attualmente si identifichi il più delle volte con l’equiparazione di ruoli e poteri rispetto all’uomo. Tanto che non è raro sentire parlare di cifre sulla partecipazione femminile agli incarichi di rappresentanza o di alto livello a dimostrazione della sua posizione culturale ancora minoritaria. Ma il problema è a monte: se anche la donna giungesse ai vertici delle più brillanti carriere – cosa che cordialmente le auguro e talora, di fatto, già avviene – desidererei comunque che il suo modo di essere e di porsi fosse di timbro diverso, femminile appunto (il che non vuol dire inferiore, ma di altra qualità), arricchendo ogni ambito culturale, politico e sociale della sua specifica forma di umanità e sensibilità. Per il suo profondo rapporto con la vita, il suo intuito e la sua capacità di osservazione, per l’attenzione all’umano e le connaturali doti di generosità, la donna è infatti, a mio avviso, portatrice privilegiata di originalità, di innovazione e creatività, nonché di bellezza nel senso più filosofico ed estensivo del termine.

In tutta sincerità non trovo convincenti né interessanti le donne che imitano la figura maschile mostrando una sicurezza talora aggressiva che indurisce il loro tratto, oppure ostentando una spregiudicatezza di comportamenti e di toni che le omologa a un modello quanto mai dissonante dal loro fondamento antropologico. Perché, tra l’altro, una delle questioni connesse al valore, o disvalore della donna oggi, è quella dello smantellamento di quella compostezza, o meglio pudore (parola obsoleta nella nostra cultura, se non all’indice) che custodisca ma anche sveli in certo senso il mistero profondo della persona.

Coro di donne durante una celebrazione a Wawata in Tanzania
Coro di donne durante una celebrazione a Wawata in Tanzania

E tocchiamo qui un secondo punto della questione. Ovvero l’influenza della cultura dominante, soprattutto a livello mediatico, sull’immagine della donna. Un’immagine troppo spesso legata al corpo, considerato come “oggetto o strumento di piacere, di consumo e di guadagno”, e dunque esposto a una mercificazione esplicita o sottesa. Quando invece il corpo è un prezioso strumento di comunicazione che può anche esprimere lo specifico femminile senza giungere a rappresentazioni di dubbio gusto e valore.”

Grazie Sorella claustrale, donna pienamente realizzata e ricca di valori che hai condiviso con noi e con le tante donne che leggeranno queste riflessioni. A tutto il mondo femminile che festeggeranno l’8 marzo l’augurio di sperimentare la bellezza e la grandezza del proprio essere donna e madre di nuove generazioni di uomini e donne che in piena sintonia vivono nel rispetto e apprezzamento reciproco per la costruzione di una nuova umanità così come è stata pensata e voluta dal Creatore.

Sr. Eugenia Bonetti (missionaria della strada)

Share

Belezza e armonia: la via del Kami in Giappone

In Giappone il rispetto e l’amore per la natura deriva secondo la tradizione shintoista da una forza soprannaturale che risiede in oggetti naturali. La divinità delle cose si esprime soprattutto nella bellezza. Il bello è santo.

Parco Okayama (letteralmente significa: giardino per godere il piacere più tardi) in Giappone.
Parco Okayama (letteralmente significa: giardino per godere il piacere più tardi) in Giappone.

Le religioni giapponesi possono essere paragonate a un variopinto arazzo di tradizioni diverse con una storia di quasi duemila anni. La cultura religiosa del Giappone è formata principalmente dallo shintoismo e dal buddhismo, influenzati da idee e valori confuciani e, in grado minore, dal cristianesimo occidentale.

Secondo lo shintoismo o “via dei kami”, gli antichi giapponesi vivevano in un mondo sacro. In ogni fenomeno naturale scoprivano forze superiori, che erompevano qua e là per minacciare o beneficare l’uomo. Queste potenze, legate strettamente all’uomo, si chiamavano kami. Il termine si riferiva a qualsiasi essere od oggetto capace di suscitare sentimenti pieni di mistero e di emozioni estetiche, e s’applicava a tutte le cose, superiori o sacre, alle quali si doveva gratitudine. L’imperatore, gli antenati, i grandi generali, i prìncipi, i fiumi, gli alberi, le montagne, gli antri, le valli, tutto era kami, tutto era divino. Lo shintoismo non ha una dottrina ben definita, ma esprime, in un’ampia varietà di modelli simbolici e rituali, il sistema di valori e lo stile comune di vita del popolo giapponese come si sono forgiati attraverso i secoli. Il concetto stesso di kami, più che riguardare le migliaia di esseri viventi presenti nella mitologia, indica tutto quello che ispira un sentimento di rispettoso timore verso la natura. Fenomeni naturali e anche esseri umani possiedono la natura di kami e sono, di conseguenza, intrinsecamente buoni. Tutta la vita trascorre in benedizioni e sotto la loro protezione, in comunione e in accordo con loro, con un cuore puro che conosce la gratitudine.

Questo atteggiamento implica che la felicità non deve essere intesa nella vita futura, ma piuttosto nella vita presente. La morte è vista come una maledizione, la vita è invece celebrata con gioia. I kami e gli antenati sono invitati a partecipare alla gioia e alla felicità dei vivi in una profonda unità cosmica degli uomini, della natura e degli esseri divini.

Tempo a Okayama in Giappone
Tempo a Okayama in Giappone

A differenza dell’Occidente, dove la conoscenza è il mezzo principale per arrivare alla verità, in Giappone almeno nel campo religioso e a partire dallo shintoismo, prevale la tendenza a non distinguere ciò che è oggettivo da ciò che è soggettivo, l’esperienza propria da quella altrui. La verità religiosa è innanzitutto il risultato di “ciò che si sente” e che difficilmente si può condividere senza una comunicazione personale reciproca. I fatti, l’immaginazione, i sentimenti, la bellezza della natura sono per il credente complementari. Il sentimento religioso ha un carattere assai marcato. Esso evita di dividere e trova la sua sicurezza in una distribuzione imparziale delle varie pratiche religiose, che invita alla tolleranza e al sincretismo.

L’ottimismo e l’interiorità dell’ispirazione shintoista non concepiscono Dio come totalmente diverso dagli uomini, ma tendono verso l’identificazione e la partecipazione. Gli dei sono vicini; l’uomo non si sente solo e abbandonato. E questo a cominciare dallo stesso mito cosmologico che, per sconfiggere il caos della terra, narra delle nozze di Uzanagi e Uzanami, l’antichissima coppia divina. Essa abitava l’arcobaleno e da essa nacquero tutte le cose e innumerevoli divinità, tra le quali la dea del sole, da cui discesero gli imperatori.

Monaci giapponesi
Monaci giapponesi

 

Il rispetto e l’amore per la natura deriva dunque, secondo la tradizione shintoista, da una forza soprannaturale che risiede in oggetti naturali come le montagne, gli alberi, gli animali. La divinità delle cose si esprime soprattutto nella bellezza. Il bello è santo, suscita sentimenti estetici, soprannaturali, è segno di purezza interiore, di lealtà nei rapporti sociali. Per questo i santuari sono esteticamente curati e molti di essi posti sulle cime delle montagne. Famosissimo è il monte Fuji, assunto per la sua bellezza a simbolo religioso di tutta la nazione.

Di fronte a questi modi di immergersi nel sacro si deve riconoscere, come scrive Friedrich Heiler, che “la religione non è semplicemente una concezione di Dio, ma una frequentazione del Dio presente in molteplici manifestazioni”, e che “il rapporto con Dio si attua normalmente in forme sensibili”, pur essendo la religione l’atto più spirituale di cui l’uomo sia capace.

di GIAMPIETRO CASIRAGHI, IMC

 

Questo articolo è stato pubblicato nella Rivista Andare alle Genti  1-2 Gennaio Febbraio 2016

Share

Diario di una vittoria

Suor Noelí racconta, passo a passo, la vittoria della sua gente, nella periferia di Ananindeua, in Pará – Brasile 

icui7

 

 

11 gennaio

icui2Oggi, 11 gennaio, sento di dover complimentare gli abitanti della Via Barcelar, in Icuì, per la manifestazione che hanno fatto nella strada: la gente è stufa di vivere nel fango.
La settimana scorsa è passato il caterpillar, oi ha piovuto: e adesso gli abitanti non riescono a passare per la strada, senza contare le case che si sono allagate.

Non è una cosa che so per sentito dire: io stessa ci sono andata, e l’acqua mi arrivava al ginocchio. Sicuramente nessuna delle nostre autorità ha mai vissuto – o vuole vivere – in queste condizioni, e per questo non capisce la lotta e la sofferenza del popolo che grida per i suoi diritti.

Purtroppo, il prossimo anno i politici metteranno la loro bella faccia, verranno nelle nostre case e nelle nostre icuistrade: sarà per il tempo della campagna politica, e poi spariranno di nuovo per due anni…

E’ necessario che la gente si svegli, smetta di sognare come chi dorme in splendide culle, e venga nelle strade, a gridare e chiedere una riforma politica dove effettivamente le autorità, come stipendiati con il denaro della popolazione, garantiscano politiche pubbliche di qualità.

Questa volta non sono stata io ad organizzare la manifestazione, e mi fa piacere rendermi conto che il popolo inizia a svegliarsi: questa è vera cittadinanza! Questa lotta è nostra, è la lotta del popolo: con unione e coraggio possiamo costruire un Icuì nuovo!!!

 

5 febbraio

icui4Una grande gioia per la gente di Icuì (Ananindeua – Pará -Brasile) : la via Barcelar smette di essere la strada “scippata” per essere una strada asfaltata, dopo una lotta molto grande della popolazione, che veramente merita gli elogi per questa vittoria.

Sappiamo che ci sono opere basiche per il bene della comunità, che dovrebbero essere concretizzate dai funzionari pubblici, ma purtroppo certi diritti non arrivano nei nostri quartieri.

Altre vie dovrebbero seguire l’esempio di questi cittadini, che hanno lottato insieme, senza avere qualcuno che progettasse il tutto solo per lanciarsi come candidato politico. E’ giunta l’ora in cui il popolo deve destarsi, soprattutto in questa Quaresima in cui – come Chiesa del Brasile – siamo chiamati a riflettere su questo tema: “La Casa Comune: nostra responsabilità”.

icui5Ancora complimenti agli abitanti di Via Barcelar! Attenzione, non lasciamoci comprare per un po’ di asfalto!! Siamo nell’anno delle elezioni: la nostra coscienza di cittadini autentici e coscienti deve parlare più forte!!!

Suor Noelì Domingos Buenos

Share