Lo conosci Paolo?

Cara Suor Lucia,

Sono venuto questa mattina con l’intento di consolarti: Volevo venire da tempo, appena ho saputo della tua malattia. Oggi, finalmente, sono riuscito a lasciare le mie cose. La sorpresa per me è stata di scoprire che quello che aveva bisogno di essere consolato ero io, non tu. Appena hai aperto la porta ho ritrovato i tuoi occhi, sereni e vivi, che sempre mi hanno trasmesso tranquillità. E poi l’entusiasmo con cui mi chiedevi delle mie cose mi ha fatto sentire accolto e aspettato.

Mi sono domandato spesso, questi giorni, come si potesse sentire una suora nell’esperienza della malattia. Mi sono ritrovato con tutti i miei dubbi di fede. Come può Dio che è Amore guardarci soffrire e non intervenire. Io, che sono papà, quando Marco sta male, subito devo fare qualsiasi cosa perché possa guarire. E quando succede, l’esperienza subito mi ricorda i consigli del medico, quelli di mia mamma. E poi Carla, con la sua premura di moglie, deve rallentare le mie preoccupazioni. Mi hai fatto riflettere quando mi hai detto che ti fidi di ciò che Dio sta facendo con te. E ho pensato: e se Marco non si fidasse di me, della sua mamma e, un giorno, rifiutasse le medicine che gli diamo?

Certo, la tua malattia non è un’influenza. Ho ripensato anche a come mi sento impotente di fronte alla malattia quando le cure non sono subito efficaci. E oggi, invece, non so come mi sono sentito quando tu continuavi a dirmi che non è importante la tua guarigione, ma che molto più sei preoccupata di mantenere la tua certezza di essere figlia che si fida di suo Padre. Mi è sembrato molto strano, mi sono ritrovato pieno di meraviglia, con qualcosa dentro che mi diceva: anch’io dovrei avere questo pensiero.

Non preoccuparti di rispondere a questa mia e-mail. Spero di venire presto. E lo farò. Ciao.

Paolo

Mt, 8, 5-17

Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: “Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente”. Gli disse: “Verrò e lo guarirò”. Ma il centurione rispose: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa”.

Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: “In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti”. E Gesù disse al centurione: “Va’, avvenga per te come hai creduto”. In quell’istante il suo servo fu guarito.

 

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La storia di Gunche

L’incontro con il Dio sconosciuto, eppure presente da sempre nella vita di una donna mongola. 

 

Gunche nacque nella campagna del nord della Mongolia, durante il regime comunista. Quando era piccola, suo padre era solito dirle: “Quando sarai grande, dovrai rispettare Dio, perché c’è un Dio che è il Signore del cielo e della terra, e tu devi rispettarlo. In Lui solo devi credere”. Comunque, il papà di Gunche non le spiegò mai dove si trovava questo Dio, o qual era il suo nome, probabilmente nemmeno lui lo sapeva.

 

Dio ti proteggerà sempre

La ragazza crebbe senza conoscere altro su Dio, solo sapeva che c’era. Gunche oggi ricorda che, anche se in quel tempo la religione era proibita, ogni tanto la gente parlava di Dio: egli esisteva, ed era buono, molto buono, ma non c’era ancora in Mongolia. Un giorno, un uomo anziano, amico di famiglia, molto stimato per la sua saggezza, le disse: “Non preoccuparti: Dio ti proteggerà sempre. Un giorno troverai una persona che ti condurrà sulla strada giusta.

Ancora giovane, nel 1970, Gunche fu scelta per partecipare ad un corso di sei mesi sulla confezione di vestiti di lana, in Bulgaria. Un giorno, visitando la città dove studiava, entrò in un grande edificio e capì che si tratta di un luogo di lode: non sapeva che si trattava di una Chiesa, ma intese che era un luogo santo.

L’incontro con Dio e con sua madre

Entrando, vide una bellissima imagine di una madre con un bambino: era così toccante che pensò: questo deve essere il Dio buono di cui parla la mia gente, e Lei deve essere sua madre. Vicino alla Chiesa c’era un negozio: entrò e comprò una copia di quella immagine. Ritornando in Mongolia, soleva portare con sé l’immaginetta ovunque andava, e alle volte pregava pure al suo Dio sconosciuto.

Gunche si ammalò, a causa del lavoro che faceva, e non riuscì a guarire più. Allora si ricordò del vecchio uomo saggio , che un giorno le disse che Dio l’avrebbe protetta, e così pregò: guarì senza andare dal dottore e senza prendere medicine, sperimentando così che Dio era buono verso di lei, che egli era con lei. Ma ancora Gunche non conosceva Dio…

Qualche anno dopo, al lavoro, qualcuno le rubò l’immaginetta dalla borsa. La cosa la intristì tanto: pianse per giorni e giorni, la cercò ovunque, senza trovarla. Sentiva che aveva perso qualcosa di molto importante. Cercò in ogni dove, senza risultato, ma comunque non lasciò la ricerca: pensava che un giorno l’avrebbe ritrovata nuovamente.

Il ritorno della giovane donna

Nel 1996, quando la Mongolia era divenuta una nazione democratica, Gunche si ammalò di nuovo. Consumata dalla malattia, costretta a letto, sognò di stare sdraiata ai piedi di un albero quando una donna vestita di bianco le si avvicinò: Gunche si chiedeva come avesse fatto ad entrare nella sua camera, che era chiusa a chiave. Poi vide del fuoco che entrava dalla finestra. Il giorno dopo si svegliò, sentendosi molto bene e chiedendosi chi era quella giovane donna che aveva sognato.

Un paio di mesi dopo, alla TV stavano trasmettendo un programma che raccontava la storia di Gesù, e fu allora che Gunche capì che la ragazza che le era apparsa era Maria, e che lei l’aveva guarita. Perciò capì che l’unica cosa importante da cercare era Gesù, insieme a Maria, poiché sentiva che erano sempre insieme.

Il desiderio di conoscere Gesù

Il tempo passò, Gunche tornò a vivere nella capitale Ulaan Baatar con la sua famiglia. Doveva fare diversi lavori per mantenere gli studi di sua figlia. In segreto, continuava a coltivare il desiderio di conoscere Gesù. Nello stesso tempo sua figlia, senza che lei lo sapesse, era diventata cristiana: non glielo aveva mai detto per paura che la madre glielo proibisse.

Dopo quattro anni, la figlia terminò gli studi e trovò lavoro, e così Gunche decise che era il suo momento di cercare una chiesa e conoscere Gesù. La figlia le chiese di andare nella stessa sua chiesa, e lei accettò: era la Parrocchia cattolica Santa Maria.

Arrivando nella chiesa, Gunche trovò la statua della Madonna: la stessa imagine che aveva comprato tanti anni prima, e siccome Maria vestiva una tunica, pensò che era la giovane donna del sogno durante la sua malattia. Che sorpresa! L’aveva ritrovata!

Dopo due anni di catecumenato, Gunche ricevette il Battesimo, ed ora è molto felice della sua scelta. Sa che Dio l’ha guidata in ogni momento, sa che Dio l’ha cercata in ogni istante. Come cristiana impegnata, fa servizio nell’apostolato di San Vincenzo,  “Dio ci purifica con il suo amore e per questo le nostre vite cambiano” dice con sicurezza: ha fatto esperienza della forza che il Signore dà per poter amare tutte le persone.

“Dio ci ama e ci accoglie come siamo, così noi dobbiamo dare agli altri l’amore che noi stessi abbiamo ricevuto. Questa è la cosa giusta da fare: amare gli altri con l’amore di Cristo”.

Suor Sandra Garay

Il sito della missione cattolica di Arvaikheer: clicca qui

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Un diritto fondamentale

Alla base di un’ecologia integrale c’è il diritto alla vita di ognuno di noi.

Lago Turkana in Kenia, storicamente fonte vitale per i popoli Turkana, El-molo, Samburu, Borana e Gabra

“La miniera a cielo aperto ha portato inquinamento dell’aria e dell’acqua (leggi anche: SOS fiumi e lagune), che è essenziale in grandi quantità per le piantagioni di cui viviamo nelle nostre campagne”. Non solo. Joana, contadina del Ghana, e la sua gente, si sono visti espropriare della propria terra da una multinazionale canadese.

“Da un giorno all’altro – racconta – sono apparsi nei campi cartelli con scritto: “Non oltrepassare”. Ma era maggio, non potevo non entrare nei campi per lavorare la terra, altrimenti non avrei avuto nessun raccolto. Come ci saremmo sfamati?”. La polizia arresta Joana e un suo aiutante. Finisce in prigione e subisce un processo. Che inaspettatamente vince. Joana è diventata un esempio per molti altri contadini del Ghana che hanno preso coraggio per lottare anche loro per l’accesso all’acqua e alla terra.

La sua testimonianza è arrivata lo scorso luglio, in Vaticano, dove il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ha convocato un incontro con una trentina di persone (vedi articolo), provenienti non solo dall’Africa, ma anche da America Latina e Asia. Tutte vittime in particolare dei processi estrattivi che provocano gravi danni all’acqua, all’ambiente e alle popolazioni locali.

Fonte Caju a Empada, Guinea Bissao

Quello del diritto umano all’acqua è un tema cruciale per tutto il pianeta, ma in particolare per l’Africa, come sottolinea lo stesso Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato sii: La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza”. Inoltre, sottolinea: “un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri, che provoca molte morti ogni giorno. Fra i poveri sono frequenti le malattie legate all’acqua, incluse quelle causate da microorganismi e da sostanze chimiche” (video).

L’Africa pullula di situazioni problematiche di carenza d’acqua o di mala gestione, di eventi climatici catastrofici, ma anche di privatizzazioni sconsiderate. Il continente continua a fare i conti con contesti ambientali difficili, sempre più spesso legati ai cambiamenti climatici, aggravati dall’intervento irresponsabile dell’uomo.

Il tema del climate change è particolarmente urgente e drammatico in tutto il continente, dove sono state individuate almeno quindici vaste aree gravemente minacciate: tra queste, tutta la fascia saheliana, dove negli ultimi trent’anni le precipitazioni si sono progressivamente ridotte; la valle del Nilo, pesantemente compromessa dagli interventi umani; il lago Ciad, che si è ridotto della metà negli ultimi cinquant’anni; e la foresta congolese, vittima di un incontrollato processo di deforestazione e sfruttamento. Ma molte altre situazioni critiche legate all’acqua, al suo accesso e al suo sfruttamento sono presenti un po’ ovunque nel continente.

Per non parlare delle conseguenze nefaste che le molte guerre e le aree di crisi che devastano l’Afr

Pozzo d’acqua a Miraka, Tanzania

ica stanno

avendo anche sulla questione dell’accesso all’acqua e alla terra. E dunque al cibo. Non per nulla molti degli 800 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo, si trovano in Africa: attualmente sono 226 milioni. E dopo due decenni di miglioramenti, negli anni Ottanta e Novanta, il Programma alimentare mondiale registra “nell’ultimo decennio un lento ma costante aumento della fame”.

Intervenendo alla Fao, lo scorso giugno, Papa Francesco è stato molto diretto: “Non basta affermare che esiste un diritto all’acqua senza agire per rendere sostenibile il consumo di questo bene-risorsa e per eliminare ogni spreco. L’acqua resta un simbolo che i riti di molte religioni e culture usano per indicare appartenenza, purificazione e conversione interiori. Partendo da questo valore simbolico la Fao può contribuire a rivedere modelli di comportamento per garantire, oggi e in futuro, che tutti possano accedere all’acqua indispensabile alle loro necessità e alle attività agricole.”

di ANNA POZZI

Questo articolo è stato pubblicato nella Rivista Andare alle Genti  1-2 Gennaio Febbraio 2016

Rubrica: LAUDATO SI’: le sfide di un’ecologia integrale

 

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La donna Bijagò

Il popolo Bijagò della Guinea Bissau e il ruolo della donna nella società tradizionale

Piccolo paese dell’Africa occidentale, la Guinea-Bissau è immensa nella sua diversità e ricchezza culturale. Affacciata sull’oceano Atlantico, è composta da una parte continentale e una insulare (l’Arcipelago delle Bijagós, con circa 80 isole, di cui solo 23 abitate): della superficie totale del Paese, solo 28.000 km² sono costituiti da terre permanentemente emerse, il resto del territorio è coperto ciclicamente dalle maree.

Con appena un milione e mezzo di abitanti la GB è un mosaico di etnie (ne conta 28), nonostante le principali siano una decina: sono gruppi umani che per quanto significativi nelle loro aree culturali si collocano indubbiamente ai margini delle correnti principali dell’umanità.

Noi Missionarie della Consolata siamo arrivate in Guinea Bissau nel 1992, dando inizio ad una comunità nel sud del Paese, a Empada, presenza tutt’ora viva. Nel 2000 viene dato il via alla comunità di Bubaque, l’isola principale dell’arcipelago, anche se non la maggiore, distante dalle 4 alle 5 ore di traversata dalla capitale Bissau.

Storicamente le isole Bijagós sono sempre state evitate dalle navi per le frequenti secche, i fondali fangosi, le correnti infide e le consistenti maree. Tale incontaminato isolamento ha certo contribuito a renderle un Eden naturale, con lunghe spiagge deserte, boschetti di palme, frutti tropicali, paludi di mangrovie, un mare tra i più pescosi e una fauna peculiare che annovera un centinaio di specie di uccelli migratori che la scelgono per nidificare, vari tipi di tartarughe marine e i rarissimi esemplari di coccodrilli e ippopotami di acqua salata.

‘MINDJER’, LA DONNA
La donna bijagó con il suo lavoro è il fulcro dell’economia familiare e globale del popolo. Raccolta e spremitura del kajù, preparazione del succo che poi si trasformerà in vino, confezione di stuoie, raccolta di acqua e legna, ricerca di molluschi, coltivazione di verdure in semplici orti, semina, trapianto e raccolta del riso, lavorazione del tcheben, il frutto della palma che attraverso un lungo e faticoso processo dà il siti, ricco olio usato per cucinare, e poi ancora lavare, pulire, vendere… Con i soldi  ottenuti dalla commercializzazione dei prodotti del loro lavoro le donne contribuiscono in maniera spesso preponderante al sostentamento della famiglia e soprattutto dei figli. La solidarietà continua ad essere un valore fondamentale nell’organizzazione del lavoro: molte delle attività sono svolte in gruppo, che vede riunite non solo le donne dello stesso nucleo familiare ma anche vicine e amiche. Le leggi che regolano le interazioni sono fissate tradizionalmente e regolano i rapporti in modo da evitare problemi in seno al gruppo stesso. Le donne bijagó, d’altro canto, detengono diritti fondamentali quali la realizzazione di cerimonie proprie, e in alcuni casi, l’iniziativa del matrimonio e del divorzio e della costruzione della casa.

Suor Alessandra Pulina 

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L’altra riva

La vita ci spinge a passare all’altra riva, come i discepoli che – in questo viaggio – imparano a fidarsi del Signore anche nella tempesta.

«In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”».

(Mc 4, 35-41)

 

Questo brano di Vangelo ha accompagnato varie tappe della mia vita, a partire dall’entrata nella nostra Famiglia Religiosa Missionaria, nel 1988. Sentivo e sento la vocazione come una chiamata a passare all’altra riva, a muoversi da una condizione ad un’altra, da una prospettiva a un’altra, affrontando un viaggio che richiede fiducia, anzi, abbandono in Dio.

Anche oggi, guardando alla mia realtà e alla nostra realtà di Istituto Missionario e di Chiesa, la chiamata a passare all’altra riva mi pare quanto mai attuale e eloquente. Oggi, come ieri, Gesù ci invita a “muoverci”, ci chiama a un viaggio. Gli elementi costitutivi della scena presentata da Marco sono semplici ed essenziali: due rive, un lago, una barca, alcune persone, il vento.

 

Due rive: quella da lasciare e quella da raggiungere, eppure due rive che si ricongiungono formando il perimetro del lago.  C’è una riva da lasciare, non perché non sia buona, ma perché diviene punto di partenza per un “oltre”. Gesù, sulla riva del lago, aveva insegnato, aveva parlato in parabole. Improvvisamente, eccolo decidere di passare all’altra riva, a Gerasa, dove lo attendono non più le folle assetate del suo insegnamento, ma il rifiuto di chi, spaventato della sua capacità di liberare la vita, lo pregherà di andarsene (cf. Mt 5,1-16).

Eccole le due facce del Vangelo, le due sponde dello stesso lago, le due rive congiunte a formare l’unico perimetro che delimita le acque della vita in Cristo!

 

Una barca di legno.  In mezzo al lago, la barca costruita a mano, che ha un triplice fine: mantenere a galla i pescatori, permettere loro di muoversi sulle acque, consentire loro di pescare. In altre parole, la barca è mediazione del rapporto tra le persone e le acque, tra noi e la vita, a volte serena a volte tempestosa. Una mediazione che sostiene, mantenendo le persone in relazione con l’acqua e l’aria, elementi ugualmente indispensabili alla vita; una mediazione che permette alle persone di muoversi, scivolando sulle acque sospinte dal vento, di prendere il largo per poi tornare a riva e ripartire, nel caratteristico ritmo diurno/notturno del pescatore; una mediazione che permette di pescare, ossia di trarre dalle acque l’alimento per la vita.

 

Un dormiente: sulla barca, i pescatori con Gesù, che dorme. Dorme, Gesù, mentre attorno a Lui, sul lago e nel cuore dei discepoli, si scatena il finimondo. Viene svegliato, Gesù, da una domanda carica di tutta l’angoscia di chi si sente abbandonato: «non ti importa che siamo perduti?». E’ l’apice della tempesta. Il sospetto, anzi, quasi la certezza che a Lui non importa nulla di me, di noi. Che in fin dei conti, Dio dorme e non vede. Terribile sospetto che rompe la fiducia… Nel cuore umano ecco dipingersi, a tinte sempre più marcate, l’immagine tremenda di un Dio che c’è, ma non si cura di noi. E’ il trionfo dello spirito che agita le acque. È il trionfo delle forze distruttrici della vita, quelle che a Gerasa riconosceranno in Gesù il Figlio dell’Altissimo, scongiurandolo di non tormentarle, quelle che si insinueranno nel cuore dei Geraseni inducendoli a pregare il Cristo di andarsene.

 

Colui a cui il vento e il mare obbediscono:  l’identità del dormiente. Un dormiente Signore di tutte le forze dell’universo, un dormiente che, svegliandosi, sa calmare, rappacificare… addormentare la tempesta, trasformandola in bonaccia. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Si addormenta la tempesta, si risvegliano le questioni fondamentali: A quale Dio crediamo? Quanto è attiva in noi l’immagine di un Dio al quale non importa che siamo perduti? Quanta fiducia riponiamo in Lui?

 

La nostra vita personale, comunitaria, di famiglia, di Istituto, di Chiesa può trovare in questo brano evangelico uno specchio nel quale riflettersi.

La nostra barca, formata da schemi e strutture mentali e materiali collaudate dal tempo e dall’esperienza, è uno strumento prezioso, non in se stesso ma in quanto ci permette di sostenerci sulle acque della vita, di muoverci verso altre rive e di cogliere dalla vita il Meglio, l’Alimento, il Pesce buono che ci nutre e che vogliamo condividere con tutti. La barca ha l’unico scopo di compiere queste finalità, e per compierle può e deve essere di volta in volta riparata, modificata, ristrutturata e anche cambiata. I pescherecci di oggi sono necessariamente diversi da quelli di 50 anni fa.

 

Il nostro peschereccio è cambiato e cambierà ancora. Diverse sono le acque in cui oggi si trova a navigare, diverse le situazioni sulle rive. Ma è lo stesso Vento a soffiare e sospingerci. E’ sempre Lui che ci invita a muoverci da una riva all’altra, senza paura di passare da Gerasa! Ed è sempre Lui, il Cristo, compagno di viaggio dormiente sul cuscino a poppa, Colui a cui appartiene la tempesta e la bonaccia, a porgerci ancora la domanda: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».

Suor Simona Brambilla

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Tessendo la vita

La vita della donna Wichi in Comandancia  Frías, nel Chaco (Argentina), con le sue lotte quotidiane e la presenza di Dio Consolatore.


“Animali adatti per il clima dell’Impenetrabile, il clima più duro del paese…” dice la pubblicità della radio locale, promossa da una azienda agricola che alleva tori riproduttori. Annuiamo con la testa: stiamo viaggiando nel fuoristrada, per ore e ore sul cammino sterrato, fuori il sole scalda spietatamente e mette a dura prova le ruote che saltano sul terreno rovente: sì, siamo d’accordo, l’Impenetrabile ha il clima più duro dell’Argentina, e grazie a Dio all’interno del veicolo abbiamo l’aria condizionata!

La vita delle donne WIchi
Anche i visi delle persone testimoniano la severità della vita da queste parti: sono solcati da rughe profonde, che vengono presto: ci sono donne di 40 anni che sembrano averne 60, e in realtà non ci sono molti anziani a Comandancia Frías, segno che la maggior parte della gente non arriva alla terza età.

Tutto inizia presto e finisce presto: nell’orto i semi germogliano in fretta, ma poche piante sopravvivono ai raggi del sole e all’aria calda del Vento Nord. E’ così anche per la vita delle persone: le donne – soprattutto le donne Wichi – hanno il primo figlio ai 14-16 anni, e i nipoti a 30-35. Le vedi camminare per il paesino con vestiti sgargianti, in nessun momento si muovono da sole: con una figlia, o un nipote, o una sorella, sempre silenziose, anche quando le salutiamo per la strada, ricevendo in cambio un loro sorriso.

Alle volte bussano alla nostra porta per vendere gli oggetti del loro artigianato: borse, astucci, soprammobili tessuti pazientemente con il filo che si ricava dal chaguar, una pianta grassa come l’agave, che loro stesse raccolgono, battono per ricavare le fibre e poi filano. Il lavoro artigianale delle donne Wichi dice molto della loro vita: sono necessari tempi lunghi (per confezionare una borsa di media grandezza lavorano 3-4 settimane), un lavoro fatto con pazienza e nel silenzio, la cui vendita permette loro di ricevere qualche spicciolo, che subito usano per comprare alimenti per la famiglia. Allo stesso modo, le donne Wichi vivono la loro vita nel silenzio e con la pazienza tipica delle madri, tessendo la vita della famiglia, lavorando sempre per il bene dei propri figli.

La storia di Elva
Era un sabato mattina, quando Elva bussò alla porta, e non veniva per vendere artigianato. La notte precedente c’era stato un ballo in paese, vicino a casa sua, e come spesso accade erano sorti conflitti tra i giovani Wichi e i Criollos (termine che in Comandancia Frías si usa comunemente per indicare i non aborigeni, anche se di per sé si dà questo nome ai discendenti dei figli di un bianco con un’aborigena). Ma la cosa era andata molto più in là delle solite risse tra ubriachi: qualcuno aveva sparato e due bossoli di cartuccia si erano conficcati nella parete esterna di casa sua. Elva era molto agitata, non voleva che anche questa volta tutto rimanesse nella impunità.
Due giorni dopo la accompagnammo al Giudice di Pace (unica autorità giudiziaria presente nel paese) insieme ad un poliziotto. Elva raccontava l’accaduto, il poliziotto dava la sua versione dei fatti, cercando di dissuaderla a fare una denuncia, mentre il giudice rimaneva impassibile.
Noi due sorelle cerchiamo di mediare: da un lato Elva vuole che si faccia giustizia per quegli spari che potevano uccidere lei o i suoi, dall’altra il poliziotto che inizia a parlare della cattiva condotta dei nipoti della donna. Ma non c’è verso di distinguere le due cose, che entrambe sono vere.

Il Dio Consolatore
Di solito le donne Wichi parlano poco, non si alterano e non dimostrano pubblicamente i propri sentimenti. In questa occasione, Elva al contrario non taceva, però di fronte al muro del non ascolto, iniziò a dimostrare dapprima rabbia, poi rassegnazione, quindi scoppiò in un pianto dirotto. Dio mio, quel pianto! Un grido che veniva dal profondo del suo essere, e ci straziava il cuore. Non era semplicemente quella situazione a farla piangere, questo era evidente: era il pianto di una vita ripetutamente violentata nella sua dignità, era il pianto di un popolo da secoli calpestato e disprezzato. Al culmine della disperazione, Elva iniziò a pregare nella sua lingua: invocava la presenza del Padre, di Gesù Cristo, dello Spirito Santo (le uniche parole che riuscivamo a capire), in una supplica che coinvolgeva ogni fibra del suo corpo e del suo essere. E se la preghiera era iniziata nella tensione totale, a poco a poco percepimmo la venuta di Dio, del Dio consolatore, che gradualmente calmava la donna, fino a darle una pace profonda, nonostante la tristezza. Dio si era fatto presente, si era fatto “Dio-con-noi”, “Dio-con-Elva”.

Per la cronaca, Elva fu dissuasa dalla famiglia a non insistere ulteriormente, e l’accaduto rimase così, senza soluzione e presto dimenticato, un po’ come il vento Nord che viene improvviso, alza la terra e schiaffeggia il viso, e poi se ne va, come se nulla fosse accaduto…

Suor Stefania Raspo

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La grandezza dell’incontro

L’esperienza dell’incontro con un’altra cultura, impegnativo ed arricchente nello stesso tempo, e la gioia delle relazioni che, a poco a poco, crescono nella fiducia. 

L’incontro con altre culture è un grande dono di Dio, un’esperienza che arricchisce e fa sperimentare il valore della reciprocità. Ayni: una parola quechua così importante nella cosmovisione andina, vuole proprio rappresentare questo scambio reciproco, valore fondamentale e ideale per le relazioni a qualsiasi livello: sociale, culturale, ecologico, spirituale.

Fare questa esperienza esige molta umiltà e capacità di lasciar andare, per entrare con il cuore spoglio e libero da tante presunte sicurezze, permettendo che l’incontro stesso ci porti a scoprire l’agire di Dio nel cuore della cultura, un mondo a cui siamo inviate come missionarie, per condividere la vita e testimoniare la misericordia e l’amore del Dio-Consolazione.

La ricchezza dell’incontro
L’esperienza dell’incontro ha colmato la mia vita di gioia e ha destato nel mio cuore la gratuità, nella misura in cui scoprivo quei “fili d’oro” con cui il Popolo tesseva la storia della vita, delle vite, con quei valori che danno colore, bellezza e disegno al tessuto. Ho vissuto con il popolo Quechua in Poopó (Oruro), ed ho capito l’importanza dell’ascolto attento, l’apertura allo stupore per il nuovo che si presentava nell’incontro.

Ci sono silenzi più eloquenti delle parole, e gesti che parlano da soli, anche se, molte volte, non si comprendono totalmente. L’importante è stare, partecipare, contemplare e far silenzio… e Dio sa sorprenderti, facendoti scoprire la sua presenza nel recinto sacro della cultura, dove parla a ciascuno e invita a togliersi i sandali, perché si tratta di una terra consacrata a Lui. Veramente, un’esperienza che mi ha fatto sentire così piccola, ma anche così fortunata per la possibilità di incontrare l’altro e il suo incontro con Dio.

 

L’incontro con le donne
Negli anni che ho passato in Bolivia, mi sono dedicata prevalentemente al lavoro di promozione della donna, un compito che mi ha chiesto molta vicinanza, pazienza, rispetto, ascolto, compassione e dolcezza, soprattutto constatando lo sforzo che ogni donna faceva per superare la sua situazione, molte volte complicata, scoprendo poi i propri doni e capacità, che presto metteva a servizio della sua comunità.

Davvero Dio fa meraviglie nelle sue creature! Superando paura e timidezza, molte diventarono leaders delle proprie comunità, altre iniziarono a condividere il proprio sapere con altre, fino a fondare un Centro il cui motto era: “Warmis Yanaparikuna”, che significa: donne, aiutiamoci! Creando così uno spazio non solo per la formazione professionale, ma anche per tessere relazioni di fiducia reciproca, di valorizzazione mutua, di ricerca comune dei valori che integrano la cultura con il Vangelo.
Oggi, a distanza alcuni anni, vedo ancora nel mio cuore i volti di tante donne che mi hanno fatto sentire una di loro, con le quali ho condiviso la vita, le cose semplici del quotidiano, la reciprocità, l’amore verso la Madre Terra, chiamata Pacha Mama, realizzata nel “buon vivere”, in perfetta armonia con essa e con tutte le sue creature, di cui la persona non è che una in sintonia con le tante, senza l’ambizione di essere la padrona della natura.

E per concludere, vorrei citare questa bella preghiera: “Mettimi nel tuo aguayo, Signore, e portami con te. Voglio camminare con te…”. Che bella la vita, dal punto di vista del bambino che si sente protetto sulla schiena della mamma, molto vicino al suo cuore. E noi, avvolti nell’aguayo (stoffa coloratissima usata dalle donne per caricare i neonati in spalla) della misericordia di Dio, ci sentiamo protetti e molto vicini al suo cuore…

Suor Palmira Moreira Coelho

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